L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

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martedì 29 maggio 2018

UBU RE IN NICARAGUA, di Pagayo Matacuras

IN DUE LINGUE (Italiano, Spagnolo)

© Alfred Jarry
Chi è il re Ubu? È un tipo che uccide il tiranno per trasformarsi in tiranno e poi fa fuori i nobili e tutti coloro che lo hanno appoggiato; spreca ricchezze e ne accumula altre; distribuisce ai poveri e toglie ai ricchi; ma segnatamente elimina tutti, poveri compresi, per diventare più ricco. Manda i suoi soldati alla carica, ma è il primo a nascondersi. Con lui tutti possono cadere nella botola - nel pozzo - o sprofondare nella sua tasca, inghiottiti da una spirale senza fondo.
Ubu Re è una commedia scritta dal francese Alfred Jarry e rappresentata per la prima volta il 10 dicembre 1896 al Théâtre de l’Œuvre di Parigi. A quest’opera ne seguono altre, e l’ultima è Ubu incatenato (1900), in cui il protagonista è condannato al carcere a vita.
Il re Ubu dichiara che la libertà non è che un semplice gioco in cui io cammino sopra il fuoco e tu non puoi perché chiedi l’elemosina. La libertà è la caratteristica massima dell’alienazione di una piuma su una pietra. Non c’è libertà se non c’è potere di schiacciare, in caso contrario il suo significato diviene nullo. Non c’è libertà senza oppressione.
Nel frattempo gli uomini liberi cantano: «Viva la libertà, la libertà, la libertà! Noi siamo liberi. […] Disubbidiamo di concerto […] Inventiamo ciascuno un tempo diverso, benché sia faticoso. Disubbidiamo individualmente» (Ubu incatenato, Atto I, Scena II).
Naturalmente si tratta di una pura fantasia che non potrà mai verificarsi nella realtà, immaginazione di un creatore forse già pronto per il chilometro cinque [al km 5 della Carretera Sur di Managua c’è l’Ospedale psichiatrico (n.d.r.)]. A pochi passi da dove si riunisce il Diálogo Nacional - con i rappresentanti del Governo e della società civile - con l’obiettivo di uscire dalla difficile crisi che il Nicaragua sta vivendo da oltre un mese, quando è iniziata la cosiddetta «rivoluzione etica» degli studenti universitari, autentica ribellione contro l’ordine costituito. Un processo politico che si concretizza con la partecipazione loro e di altre forze sociali.
Dalla sessione inaugurale del 16 maggio, il re Ubu-Daniel non si è più visto e non ha parlato. Sua moglie, la regina Ubu-Rosario, che ogni giorno recita la sua Messa quotidiana mescolando misticismo e cristianesimo pentecostale nel programma «Multinoticias» di Canal 4, dal 17 maggio è rimasta in silenzio per quattro giorni. Né sono apparsi a Niquinohomo il 18 maggio, data di nascita di Sandino. E neppure il giorno successivo, durante la manifestazione che ha avuto luogo nell’Avenida Bolívar per celebrare il compleanno del «Generale degli uomini liberi».
Scomparsi? Inghiottiti dalla terra di laghi e vulcani?
No, per il momento. La coppia-Ubu ha ancora il potere, seppur non più completo come prima. La forte mobilitazione della società civile le impedisce di ristabilire il controllo totale. Inoltre, ciò che non ha più è la legittimità, fortemente contestata nell’agenda che l’Alianza Cívica por la Justicia y la Democracia ha posto sul tavolo del dialogo il 23 maggio. Un’agenda globale per una reale democratizzazione delle istituzioni politiche e giudiziarie a tutti i livelli. Vengono proposte riforme parziali della Costituzione - con il divieto di rielezione in qualsiasi carica elettiva - e della legge elettorale, così da anticipare le elezioni all’anno prossimo. La delegazione governativa ha dichiarato che questo programma è «la via per un colpo di Stato». Naturale che sia così, perché se messo in pratica distruggerà completamente il castello di carte costruito in questi dieci anni, con il partito al Governo che controlla tutti i poteri dello Stato. Un golpe senz’armi che realizzerà un cambiamento profondo e radicale nella gestione delle istituzioni dello Stato, completamente libere da qualsiasi influenza partitica. Indipendenti e libere da qualunque limitazione.
La richiesta di rinuncia della coppia-Ubu non figura con chiarezza all’ordine del giorno. Ciò appare contraddittorio, essendo ovviamente la prima tappa per realizzare gli altri punti. In realtà si richiede anche l’approvazione di una legge quadro per la transizione e la governabilità democratica, la formazione di un nuovo Consejo Supremo Electoral (Cse) composto da magistrati onesti e di riconosciuta esperienza, e la riduzione del numero di deputati dell’Asamblea Nacional. Queste profonde riforme, che tracciano la via della democratizzazione in modo pacifico e costituzionale, avrebbero come risultato inevitabile l’uscita di scena dalla coppia-Ubu. E dei suoi cortigiani.
I rappresentanti della delegazione governativa, come condizione preliminare alla discussione, hanno chiesto in maniera intransigente la rimozione delle barricate stradali che sono state installate in tutto il Paese, una misura di pressione che rimane in vigore contro il Governo. Unico argomento che ribadiscono: «Non possiamo occuparci di altre questioni». Tutti capiscono che è una scusa per non parlare di nessun altro argomento; il ministro degli Esteri Moncada, capo della delegazione, l’ha affermato categoricamente: «Non accettiamo l’ordine del giorno».
Sono due idee di dialogo che assai difficilmente possono trovare un punto di accordo, due intransigenze che dipendono da due visioni diverse e opposte di ciò che è una società democratica. Non è da tutti fischiare e bere pinol [bevanda di mais bianco tostato e macinato (n.d.r.)], diciamo noi nicaraguensi. Pertanto i vescovi, che fungono da mediatori, hanno sospeso il dialogo a tempo indeterminato, proponendo la formazione di una commissione mista per cercare consenso sulle proposte che sono state presentate, in modo che i negoziati possano essere riattivati. Questa commissione dovrebbe essere composta da sei persone: tre delegati del Governo e tre rappresentanti di studenti universitari, società civile e imprenditori.
Nel frattempo, gli oppositori hanno dichiarato il fallimento del dialogo e nel pomeriggio del 23 maggio sono scesi in strada in tutto il Paese. Allo stesso tempo hanno rinforzato i blocchi stradali, principalmente nelle zone produttive del nord e del sud. D’altra parte la Juventud Sandinista (JS), gestita direttamente dalla sacerdotessa Ubu-Chayo, ha dato l’assalto in misura massiccia ad alcune barricate. All’ingresso di León, lungo la strada che la collega a Managua, uno studente è stato ucciso da un proiettile di AK-47 [kalashnikov (n.d.r.)], la JS ha preso in ostaggio 17 ragazzi e li ha tenuti prigionieri per alcune ore nella sede regionale del Frente Sandinista a León. Qualcuno afferma che all’interno c’erano pure tre poliziotti antisommossa. Fino a che sono intervenuti dei sacerdoti e hanno ottenuto la loro liberazione. Un’azione del genere dev’essere non solo ben pianificata, ma devono essere state perlomeno una cinquantina le persone del gruppo che ha sequestrato i ragazzi. In pratica si sono autodenunciati come mandanti delle forze paramilitari che non vogliono dialogare.
Gli stessi fatti accadono più o meno in tutto il Paese, con uomini incappucciati armati di mortai artigianali e di pistole che viaggiano in Suv a doppia cabina e in moto, soprattutto di notte. La stessa Uca (Universidad Centroamericana) è stata oggetto di un attacco di mortaio contro il suo edificio principale, a Managua, all’alba del 27 maggio. Una totale e assoluta idiozia, che dimostra pienamente l’atteggiamento della coppia-Ubu, l’uso e l’abuso di queste forze paramilitari (o parapoliziesche) che sostituiscono la Polizia a causa del pesante discredito che ha colpito quest’ultima durante le proteste, in seguito alla violenza irrazionale con cui ha agito e di fronte al rifiuto ufficiale dell’Esercito di scendere in strada. Fino ad oggi, nessuna di queste persone è stata indagata o arrestata (alcuni dicono che molti di loro sono poliziotti in borghese).
Chiaramente, sebbene sia iniziata come protesta civica nonviolenta e l’idea della maggioranza continui ad essere tale, ci sono anche gruppi di oppositori che perseguono l’obiettivo del caos per il caos, con l’incendio di pick-up e autobus della JS, ferendo gravemente alcuni militanti sandinisti. Che siano fannulloni pagati con pochi dollari dalla destra o dall’Ambasciata statunitense, oppure provocatori, il risultato non cambia: rendono il gioco facile alla coppia-Ubu nel criminalizzare l’intero movimento.
In tal modo, la possibilità di una soluzione pacifica alla crisi che questo Paese soffre da circa quaranta giorni si allontana. Nonostante questa contingenza, pare che la gente svolga le proprie attività quotidiane come se nulla fosse, lamentandosi soltanto per l’aumento dei prezzi del cibo e dei servizi di base.
E mentre la coppia-Ubu tenta di rimanere al potere inviando un messaggio di forza per zittire la pressione popolare - che continua con pacifiche marce nella capitale e in altre città, Ubu-Daniel rimane in silenzio e Ubu-Chayo continua con le sue omelie di pace a cui nessuno può ormai credere: «La nostra Fede è la nostra Forza! Sappiamo di essere un Popolo credente, devoto, un Popolo semplice, un Popolo laborioso, che ha rafforzato i Percorsi della Fede, i Valori della Famiglia e della Comunità, i Valori cristiani» (24 maggio).
Forse la coppia-Ubu pensa che in questa maniera possano reintegrarsi nuovamente i militanti sandinisti che nelle settimane precedenti si sono allontanati, fino a partecipare alle marce della società civile che il 27 maggio si sono tenute in una decina di città. Ecco perché stanno utilizzando tattiche dilatorie per stancare il popolo e cercare di ricomporre le proprie forze, contro la massiccia lotta civica che chiamano «piaga criminale». Ma questa tattica sta portando nella direzione opposta: il rifiuto del partito che l’ha portata al potere. Il Paese è diviso in due. Poco a poco, la gente si rende conto che questo non è l’Fsln che ha combattuto contro la dittatura somozista, ma è un’altra cosa, del tutto differente.
Un altro rischio dev’essere tenuto presente ed è molto reale: la tentazione di isolare gli studenti dalle altre forze della cosiddetta «società civile», dato che continuano a dichiarare che nel loro movimento (Movimiento 19 de Abril) non ci saranno ingerenze da parte di nessuna forza politica. Innanzitutto gli imprenditori riuniti in varie associazioni non possono tollerare una forza che vuole un profondo cambiamento nella società - incluse le questioni economiche, in un Paese che è il secondo più povero del continente. Inoltre il movimento campesino, nato in opposizione alla costruzione del Gran Canal Interocéanico che avrebbe trasformato l’ecosistema del Paese, mantiene senza dubbio legami con i partiti di destra che aspirano a una rivincita. Infine la stessa Chiesa cattolica - che agisce da mediatrice - non può accettare seriamente uno Stato laico e democratico.
E finora, a partire dalla sessione inaugurale del dialogo, pur non avendo una leadership gerarchica (e forse, per fortuna), solo gli studenti hanno affrontato con parole aspre e chiare l’onnipotente potere politico della coppia-Ubu: «Questo non è un tavolo di dialogo, piuttosto un tavolo per negoziare la sua uscita di scena, perché questo è il sentimento del popolo». Lasciando nuda la coppia-Ubu, come nel famoso racconto di Andersen.

UBÚ REY EN NICARAGUA, por Pagayo Matacuras

IN DUE LINGUE (Spagnolo, Italiano)
EN DOS IDIOMAS (Español, Italiano)

© Alfred Jarry
¿Quién es el rey Ubú? Es un maje [una persona (n.d.r.)] que mata al tirano para ser un tirano y luego mata a los nobles y a todos los que lo apoyaron; desperdicia riquezas y acumula otras; distribuye a los pobres y quita a los ricos; pero quita especialmente a todos, pobres incluidos, para hacerse más rico. Él envía a sus soldados a la carga, pero es el primero en esconderse. Con él todo el mundo puede caer en la trampilla –en el agujero– o hundirse en su bolsillo, tragado por una espiral sin fondo.
Ubú Rey es una pieza de teatro escrita por el francés Alfred Jarry y estrenada el 10 de diciembre de 1896 al Théâtre de l’Œuvre de París. A esta obra van a seguir otras, y la última es Ubú encadenado (1900), donde el protagonista es puesto en la bartolina [cárcel (n.d.r.)] con cadena perpetua.
El rey Ubú declara que la libertad no es sino un simple juego del yo camino sobre el fuego y del tú no puedes porque pedirás limosna. La libertad es la característica máxima de la alienación de una pluma a una piedra. No hay libertad si no hay poder que aplaste, de lo contrario su significado se anula. No hay libertad sin opresión.
Mientras tanto los hombres libres corean: “¡Viva la libertad, la libertad, la libertad! ¡Libres, somos libres! (…) ¡Desobedezcamos a la vez! (…) Cada uno se inventa una manera y, aunque resulte más fatigante, desobedece individualmente” (Ubú encadenado, Acto I, Escena II).
Claro está que es una pura fantasía que nunca puede ocurrir en la realidad, imaginación de un creador tal vez ya listo para el kilómetro cinco [en el km 5 de la Carretera Sur de Managua está el Hospital Psiquiátrico (n.d.r.)]. A unas pocas varas [unidad de medida inferior al metro (n.d.r.)] de donde se reúne el Diálogo Nacional –con los representantes del Gobierno y la sociedad civil–, con el fin de salir de la difícil crisis que vive Nicaragua ya desde más de un mes, cuando comenzó la llamada “revolución ética” de los estudiantes universitarios, verdadera rebelión en contra del orden constituido. Un proceso político que se da con la participación de ellos y otras fuerzas sociales.
Desde la sesión inaugural del 16 de mayo, el rey Ubú-Daniel no se vió ni habló. Su esposa, la reyna Ubú-Rosario, que todos los días reza a su Misa cotidiana mezclando misticismo y cristianismo pentecostal en el programa “Multinoticias” de Canal 4, desde el 17 de mayo se calló por cuatro días. Ni aparecieron en Niquinohomo el 18 de mayo, fecha de nacimiento de Sandino. Y ni al día siguiente, en el acto que se dio en la Avenida Bolívar para festejar el cumpleaños del “General de Hombres Libres”.
¿Desaparecidos? ¿Tragados por la tierra de lagos y volcanes?
No, por cierto, hasta el momento. Todavía la Ubú-pareja tiene el poder, aunque ya no por completo como antes. La fuerte movilización de la sociedad civil le impide restablecer el control completo. Además, lo que ya no tiene es la legitimidad, cuestionada con fuerza en la agenda que la Alianza Cívica por la Justicia y la Democracia puso en la mesa del diálogo el 23 de mayo. Una agenda completa para una verdadera democratización de las instituciones políticas y judiciales a todos los niveles. Se plantean reformas parciales a la Constitución –con la prohibición de la reelección en cualquier cargo electivo– y de la ley electoral, para adelantar las elecciones al próximo año. La delegación gubernamental afirmó que ese programa es “la ruta para un golpe de Estado”. Por supuesto que sí, porque si se cumple va a desbaratar por completo el castillo de naipes construido en esos diez años, con el partido de Gobierno que controla todos los poderes del Estado. Un golpe sin armas que va a dar un cambio profundo y radical en el manejo de las instituciones del Estado, alejadas por completo de cualquier influencia partidaria. Independientes y libres de cualquier sujeción.
En la agenda no aparece con claridad el pedido de la salida de la Ubú-pareja. Eso parece contradictorio, siendo por supuesto la primera etapa para realizar los demás puntos. En realidad se piden también la aprobación de una Ley Marco para la transición y gobernabilidad democrática, la formación de un nuevo Consejo Supremo Electoral (CSE) integrado por magistrados honestos y de reconocida experiencia, y la reducción del número de diputados de la Asamblea Nacional. Esas profundas reformas, que trazan la ruta de la democratización de manera pacífica y constitucional, inevitablemente terminarían en una salida de la Ubú-pareja. Y de sus cortesanos.
Los representantes de la delegación gubernamental, como condición preliminar a la discusión, de manera intransigente pidieron el levantamiento de los tranques [bloques de carreteras (n.d.r.)] que se instalaron en todo el país, medida de presión que queda en vigencia ante el Gobierno. Único tema que reiteran: “No podemos entrar en otras materias”. Todo el mundo entiende que es una excusa para no hablar de cualquier otro argumento; el Canciller Moncada, jefe de la delegación, lo afirmó rotundamente: “Nosotros no aceptamos la agenda”.
Son dos ideas de diálogo que es muy raro puedan encontrarse, dos intransigencias que dependen de dos visiones distintas y opuestas de lo que es una sociedad democrática. No es para todos chiflar y tomar pinol [bebida de maíz blanco tostado y molido (n.d.r.)], decimos los nicas. De tal manera, los obispos, que actúan como mediadores, suspendieron de forma indefinida el diálogo, orientando la formación de una comisión mixta para buscar consenso a las propuestas que han sido presentadas, para que luego se reactiven las negociaciones. Esta comisión debería ser conformada por seis personas: tres delegados por el Gobierno y tres en representación de estudiantes universitarios, sociedad civil y empresarios.
Mientras tanto, los opositores dieron por fracasado el diálogo y en la tarde del 23 de mayo salieron a las calles en todo el país. Al mismo tiempo, reforzaron los bloqueos callejeros, principalmente en las zonas productivas del norte y el sur. Por otro lado, la Juventud Sandinista (JS), manejada directamente por la sacerdotisa Ubú-Chayo, asaltó masivamente unos tranques. En la entrada a León, en la vía que la conecta con Managua, un estudiante murió por una bala de AK-47 [kalashnikov (n.d.r.)], la JS se llevó a 17 muchachos como rehenes y los mantuvo prisioneros unas horas en el departamental del Frente Sandinista de León. Alguien dice que adentro estaban también tres antimotines. Hasta que intervinieron unos curas y lograron su liberación. No sólo tiene que estar bien planificado un semejante hecho, sino que deben haber sido por lo menos unas cincuenta personas los integrantes del grupo que secuestró a los muchachos. En la práctica es una autodenuncia de ser los mandatarios de las fuerzas paramilitares que no quieren dialogar.
Iguales cosas ocurren más o menos en todo el país, con hombres encapuchados y armados con morteros caseros y pistolas que viajan en SUV de doble cabina y motocicletas, principalmente en las noches. La misma UCA (Universidad Centroamericana) padeció de un ataque con morteros en contra de su edificio principal, en Managua, la madrugada del 27 de mayo. Una rotunda y completa idiotez, demostrando a todas luces la actitud de la Ubú-pareja, el uso y abuso de estas fuerzas paramilitares (o parapoliciales) que sustituyan a la Policía debido a su fuerte descrédito ante las protestas, después de la violencia irracional con la cual actuó y ante la negativa oficial del Ejército de salir a las calles. Hasta hoy en día, ni una de esas personas fue investigada o detenida (unos dicen que muchos de ellos son policías en traje civil).
Por supuesto, a pesar de que comenzó siendo una protesta cívica no violenta y en la idea de la mayoría sigue siéndola, también hay unos grupos de opositores persiguiendo el objetivo del caos por el caos, con quema de camionetas [pick-up (n.d.r.)] y buses de la JS, heriendo de gravedad a militantes sandinistas. Sean unos vagos pagados con unos pocos dólares por la derecha o la Embajada gringa, o sean provocadores, el resultado no cambia: le dan juego fácil a la Ubú-pareja para criminalizar a todo el movimiento.
De tal manera, la posibilidad de una salida pacífica a la crisis que sufre este país desde unos cuarenta días se aleja. Muy a pesar de esa contingencia, parece que las personas realicen sus tareas cotidianas como si nada fuera, sólo quejándose por el alza de los precios de la comida y los servicios básicos.
Y mientras la Ubú-pareja intenta mantenerse en el poder enviando un mensaje de fuerza para acallar la presión popular –que sigue con marchas pacíficas en la capital y en otras ciudades–, Ubú-Daniel se mantiene callado y Ubú-Chayo sigue con sus homilías pacificadoras en las que nadie ya puede creer: “¡Nuestra Fe es nuestra Fortaleza! Nosotr@s sabemos que somos un Pueblo creyente, devoto, un Pueblo sencillo, un Pueblo laborioso, que ha venido fortaleciendo las Rutas de Fe, Familia y Comunidad, los Valores de Familia y de Comunidad, los Valores Cristianos” (24 de mayo).
Tal vez la Ubú-pareja va pensando que de esta forma puedan reintegrarse de nuevo los militantes sandinistas que en las semanas anteriores se alejaron, hasta participar en las marchas de la sociedad civil que el 27 de mayo se realizaron en una decena de ciudades. Por eso van utilizando tácticas dilatorias para cansar al pueblo y tratando de recomponer sus fuerzas, en contra de la lucha cívica masiva que ellos llaman “plaga delincuencial”. Pero esta táctica está conduciendo por el rumbo opuesto: el rechazo del partido que la llevó al poder. El país está dividido en dos. Poco a poco, la gente se da cuenta que este no es el FSLN que combatió en contra de la dictadura somocista, sino es otra cosa, por completo diferente.
Un riesgo más hay que haber bien presente y es muy real: la tentación de aislar a los estudiantes por parte de las otras fuerzas de la llamada “sociedad civil”, puesto que siguen declarando que en su movimiento (Movimiento 19 de Abril) no va a haber injerencias de ninguna fuerza política. En primer lugar, los empresarios reunidos en varios gremios no pueden tolerar a una fuerza que quiere un cambio en lo más hondo de la sociedad –incluyendo a las cuestiones económicas, en un país que es el segundo más pobre del continente–. En segundo lugar, el movimiento campesino, nacido en oposición a la construcción del Gran Canal Interocéanico que iba a transformar el ecosistema del país, por cierto tiene lazos con los partidos de la derecha que aspiran a una revancha. Al final, la misma Iglesia católica –que está actuando como mediadora– no puede aceptar de veras un Estado laico y democrático.
Y hasta el momento, comenzando por la sesión inaugural del diálogo, a pesar de no tener un liderazgo jerárquico (y quizás, por suerte), solamente los estudiantes se enfrentaron con palabras duras y claras al poder político todopoderoso de la Ubú-pareja: “Esta no es una mesa de diálogo, sino una mesa para negociar su salida, porque este es el sentir del pueblo”. Dejando desnuda a la Ubú-pareja, como en el conocido cuento de Andersen.

mercoledì 16 maggio 2018

FSLN ORA ZERO, di Pagayo Matacuras

IN DUE LINGUE (Italiano, Spagnolo)

Rosario Murillo e Daniel Ortega © Oswaldo Rivas
«Un altro aspetto che dovrebbe essere evidenziato è quello che fa riferimento al numero insufficiente di quadri per partecipare a tutti i compiti richiesti per la preparazione del lavoro, non solo in città e in campagna ma anche al di fuori del Paese. La direzione del Frente Sandinista ha tollerato per troppo tempo il settarismo che ha impedito la promozione di un numero sufficiente di nuovi quadri provenienti dal settore operaio politicamente sviluppato e dal settore universitario. Volevamo raggiungere disperatamente obiettivi di dimensioni eccessive, senza trarre sempre vantaggio ogni giorno per l’esecuzione di compiti appropriati».
Queste parole furono scritte da Carlos Fonseca Amador esattamente cinquant’anni fa. Alla fine del 1969, stampato con il ciclostile, cominciò a circolare clandestinamente Nicaragua Hora Cero.
Perché ripetiamo oggi queste parole storiche? Una ragione molto semplice ci porta a farlo, dopo un mese di trambusto in Nicaragua, con molti morti, feriti e incarcerati. Il problema iniziale della riforma dell’Inss (Instituto Nicaragüense de Seguridad Social) fin dai primi giorni non esiste più. È stata la scintilla che ha incendiato il Paese, a partire dagli studenti fino ad arrivare ai cittadini di molte città e paesi, senza distinzione di opinioni politiche. Sino a giungere, negli ultimi giorni, nel quartiere indigeno di Monimbó (Masaya), vera culla dell’insurrezione popolare contro il somozismo.
Esiste una dittatura in Nicaragua? Forse un regime autoritario o dictablanda, come lo descrisse Herbert Marcuse nel suo L’uomo a una dimensione (1964). Fino allo scorso 19 aprile non c’era né un prigioniero politico né una persona scomparsa, la stampa dell’opposizione era libera (giornali e canali televisivi), c’erano proteste contro l’una o l’altra questione… Dalla reazione del Governo nei confronti dei cittadini che manifestavano pacificamente contro la riforma di cui sopra, con la Polizia che sparava per uccidere, l’autoritarismo si è mutato in spudorata dittatura. Senza il minimo travestimento.
«La storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa», disse Karl Marx nel 1852 (Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte). Ma la farsa dev’essere il più breve possibile, in modo da non ridiventare una seconda tragedia ancor peggiore della prima.
La domanda di base, la richiesta di migliaia e migliaia di persone, è perciò l’abbandono del potere da parte di Daniel Ortega e di sua moglie Rosario Chayo Murillo, non solo presidente e vicepresidente, ma anche segretario politico e segretaria di organizzazione dell’Fsln. Oltre ai loro sette figli, che occupano alte cariche di Stato. «Che il Nicaragua ritorni ad essere una Repubblica», gridano e scrivono sui cartelli che una folla immensa porta per strada, ripetendo un’idea di Pedro Joaquín Chamorro Cardenal, il Martire delle libertà pubbliche. Sembra che la coppia presidenziale non si renda conto di ciò… o non gli interessa un fico secco, in puro stile nazionale menefreghista.
Per oltre un decennio, l’occupazione delle istituzioni è stata rapida e completa da parte di entrambi, con un accordo di «non belligeranza» accettato nella pratica dagli imprenditori privati, che si sono arricchiti come non mai, e da parte della Conferenza episcopale, che controlla le coscienze della gente. La caratteristica fondamentale del potere autoritario che ha comandato fino alla metà di aprile è la tripartizione: Daniel e la Chayo, attraverso l’Fsln, comandano a livello politico, gli imprenditori del Cosep (Consejo Superior de la Empresa Privada) a livello economico e i vescovi sui cervelli.
Non esiste il socialismo in questo Paese, il governo non controlla nessuna «leva economica», ma soltanto le strutture istituzionali e il partito. Stato e partito sono la stessa cosa, proprio come accadeva nei Paesi dell’Europa orientale fino a un paio di decenni fa. In ogni ufficio pubblico la bandiera nazionale, il «glorioso vessillo bicolore» blu e bianco, è sempre accompagnata da quella dell’Fsln. Non stiamo parlando della storica bandiera rosso-nera del «Generale degli uomini liberi», Augusto Nicolás Calderón Sandino, ma di quella con le lettere cubitali del partito.
Ma anche questa è una bugia più che evidente. Di quale Frente Sandinista stiamo parlando? Dell’organizzazione di guerriglieri che ha combattuto valorosamente contro la dinastia somozista per quasi due decenni? Del partito politico-militare che ha affrontato una guerra «di bassa intensità» per quasi un decennio?
Né l’uno né l’altro, ovviamente. L’attuale Fsln è la stessa famiglia Ortega e i loro collaboratori più stretti. (E un altro lungo capitolo sarebbe quello delle imprese appartenenti alla coppia e ai loro figli, ma con prestanome come proprietari.)
Dopo la sconfitta elettorale del 25 febbraio 1990 e l’opposizione alla destra governativa, a partire dal 1995 iniziò una specie di «epurazione stalinista» nelle file dell’Fsln. La maggior parte degli ex comandanti della guerriglia lasciò il partito - con una posizione politica che potrebbe definirsi socialdemocratica - organizzandosi nel Movimiento Renovador Sandinista (Mrs). Molti altri sono stati espulsi dal partito a calci nel culo, a causa delle loro critiche più o meno forti. Altri si sono allontanati completamente, lasciando la militanza politica.
Il risultato attuale è che la maggior parte della «vecchia leadership» è lontana dal partito, gestito completamente, come detto, a livello famigliare. E lo stesso accade con lo Stato in tutte le sue strutture. Per fare un esempio lampante: esiste un altro paese al mondo in cui vi siano un ministro degli Esteri e un altro ministro per le Politiche e gli Affari Internazionali (ossia con l’incarico di mantenere i rapporti con i partiti e le organizzazioni amici)?
Per quarant’anni, a partire dal 1979, non c’è mai stata alcuna formazione politica di militanti e dirigenti. Se negli anni ‘80 si poteva giustificare con la guerra di aggressione, dal 1990 in poi era già una scelta. A poco a poco Daniel è andato monopolizzando il partito, nonostante fosse il meno preparato politicamente fra i nove comandanti storici. Pertanto, attualmente i quadri del partito sono «quadri» appesi al muro del bunker situato nel quartiere Bolonia - dove gli Ortega vivono protetti da posti di blocco della Polizia - semplici immagini sottovetro e con una cornice da cui non possono tirarsi fuori. Non devono oscurare il segretario-presidente, ma solo ripetere le parole della Chayo Murillo come fossero pappagalli: «¡Sí, señor! ¡A la orden!».
Tuttavia, dal 19 aprile il mondo non è più quello di prima. Forse può essere la data dell’«inizio della fine». Grazie alla repressione indiscriminata e brutale della Polizia, gli oppositori stanno crescendo di giorno in giorno in ogni angolo del Paese. Nessuno si aspettava qualcosa di così diffuso in tutti i settori della società: né il Cosep, né la Chiesa, né l’Ambasciata statunitense… e nemmeno la coppia presidenziale, col suo sogno che si sta trasformando in un incubo.
Al momento non c’è nessun leader della protesta: ve ne sono anzi parecchi. Ogni «gruppo sociale», per così dire, ha il proprio leader. Tra i manifestanti si vedono magliette con il Che o con Sandino, e non sono poche. La destra non è ancora riuscita a egemonizzare il movimento nel suo complesso. Ciò è un vantaggio per la sinistra, ma fino a quando continuerà questa mancanza di controllo? Dall’oppositore 100% Noticias si opera con l’obiettivo di far continuare la lotta civica e gli scontri (e prima era un canale abbastanza equilibrato), come pure La Prensa. Dagli Stati Uniti arrivano già dollari in abbondanza per pagare banditi di strada armati che si infiltrino nelle file dell’opposizione per uccidere o incendiare uffici pubblici.
Attualmente il rischio maggiore è il rifiuto generale non solo della coppia presidenziale, che è già diffuso fino ai militanti sandinisti più coscienti, ma di un’intera storia che non merita di essere cancellata completamente. Quanto più a lungo Daniel e la Chayo rimangono sulle loro poltrone, tanto più è probabile che questo sia il futuro: la sepoltura della storia in un cimitero dove nessuno andrà a mettere fiori né a pregare, nella Chureca [la discarica di Managua (n.d.r.)]. E il sospetto è che sia stato accettato l’ingresso della Cidh (Corte Interamericana de los Derechos Humanos) per indagare in modo indipendente sugli eventi - così come il Diálogo Nacional - solo per «prendere tempo», come si suol dire, e ritardare all’infinito la resa dei conti.
In che modo sarebbe possibile evitare questo disastro? Come sarebbe possibile evitare questo assassinio annunciato dell’autorità morale acquisita negli anni della lotta antisomozista?
Per quello che si sa - ma molte sono voci in un Paese dove raccontare balle è lo sport nazionale - sin dai primi giorni degli scontri di strada, i vecchi capi dell’Esercito hanno parlato con quelli in carica. Iniziando da Humberto, fratello di Daniel, e seguendo con Joaquín Cuadra e Omar Halleslevens. Chiedendo loro di non sparare contro la gente, mantenendo una posizione istituzionale e apartitica. E l’Esercito non ha sparato un solo colpo.

FSLN HORA CERO, por Pagayo Matacuras

IN DUE LINGUE (Spagnolo, Italiano)
EN DOS IDIOMAS (Español, Italiano)

Rosario Murillo y Daniel Ortega © Oswaldo Rivas
“Otro aspecto que debe ponerse de relieve es el que se refiere a la insuficiente cantidad de cuadros para atender todas las tareas que exigía la preparación del trabajo, no solamente en la ciudad y el campo sino aún fuera del país. La dirección del Frente Sandinista toleró por demasiado tiempo el sectarismo que impidió promover la cantidad suficiente de nuevos cuadros, procedentes del sector obrero desarrollado políticamente y del sector universitario. Se deseaba alcanzar con desesperación metas excesivamente grandes, sin que se aprovechara siempre cada día para la realización de tareas adecuadas”.
Estas palabras las escribió Carlos Fonseca Amador hace cincuenta años exactamente. Al final de 1969, editado en mimeógrafo, comenzó a circular de forma clandestina Nicaragua Hora Cero.
¿Por qué repetimos hoy estas palabras históricas? Una razón muy sencilla nos lleva a eso, después de un mes de bochinche [alboroto (n.d.r.)] en Nicaragua, con muchos muertos, heridos y presos. La cuestión de la reforma del INSS (Instituto Nicaragüense de Seguridad Social) ya desde los primeros días no existe. Fue la chispa que incendió al país, a comenzar con los estudiantes hasta llegar a los ciudadanos de muchas ciudades y pueblos, sin distinción de opinión política. Hasta, en esos últimos días, con el barrio indígena de Monimbó (Masaya), verdadera cuna de la insurrección popular en contra del somocismo.
¿Existe en Nicaragua una dictadura? Tal vez sí un régimen autoritario o dictablanda, tal como lo dibujó Herbert Marcuse en su El hombre unidimensional (1964). Hasta el 19 de abril recién pasado no había ni un preso político ni un desaparecido, la prensa opositora era libre (diarios y canales televisivos), habían protestas en contra de la una o la otra cuestión… Desde la reacción del Gobierno en contra de los ciudadadanos que se manifestaban pacíficamente en contra de la susodicha reforma, con la Policía que disparaba para matar, el autoritarismo se mudó en descarada dictadura. Sin el menor disfraz.
“La historia se repite siempre dos veces: la primera como tragedia, la segunda como farsa”, afirmó Carlos Marx en 1852 (El 18 de brumaio de Luis Bonaparte). Pero la farsa tiene que ser lo más corta posible, para no volver a ser una segunda tragedia peor aún que la primera.
La cuestión básica, el pedido de miles y miles, por lo tanto es la salida del poder por parte de Daniel Ortega y su esposa Rosario Chayo Murillo, no sólo presidente y vicepresidente, sino también secretario político y secretaria de organización del FSLN. Además de los siete hijos de ellos, que ocupan altos cargos del Estado. “Que Nicaragua vuelva a ser República”, gritan y escriben en las pancartas que un cachimb’e pipol [montón de gente (n.d.r.)] lleva en las calles, repitiendo una idea de Pedro Joaquín Chamorro Cardenal, el Mártir de las Libertades Públicas. Parece que la pareja presidencial no se dé cuenta de eso… o no le interesa un pito, en puro estilo nacional valeverguista.
A lo largo de más de una década, la ocupación de las instituciones fue rápida y completa por parte de los dos, con un acuerdo de “no beligerancia” en la práctica aceptado por los empresarios privados, enriqueciéndose como nunca lograron hacer, y por parte de la Conferencia Episcopal, controlando las conciencias de la gente. La característica fundamental del poder autoritario que mandó hace la mitad de abril es la tripartición: Daniel y la Chayo, a través del FSLN, mandan a nivel político, los empresarios del COSEP (Consejo Superior de la Empresa Privada) a nivel económico y los obispos sobre los cerebros.
No existe nada de socialismo en este país, el gobierno no controla ni una de las “palancas económicas”, sino sólo las estructuras institucionales y el partido. Estado y partido son la misma cosa, al igual de lo que ocurría en los países del Este europeo hace un par de decenios. En cada oficina pública siempre la bandera nacional, el “glorioso pendón bicolor” azul y blanco, está acompañada por la del FSLN. No decimos la histórica bandera rojinegra del “General de Hombres Libres”, Augusto Nicolás Calderón Sandino, sino la con las letras grandes del partido.
Pero esta también es una mentira más que descarada. ¿De qué Frente Sandinista estamos hablando? ¿De la organización guerrillera que combatió valiosamente en contra de la dinastía somocista a lo largo de casi dos décadas? ¿Del partido político-militar que enfrentó una guerra “de baja intensidad” a lo largo de casi una década?
Ni el uno ni el otro, por supuesto. Este FSLN de hoy en día es la misma familia Ortega y sus allegados más cercanos. (Y otro largo capítulo sería lo de las empresas pertenecientes a la pareja y sus hijos, pero con testaferros como ejecutivos.)
Después de la derrota electoral del 25 de febrero de 1990 y la oposición a la derecha gubernamental, a partir de 1995 comenzó una especie de “purga estalinista” en las filas del FSLN. La mayoría de l@s ex comandantes guerriller@s salieron del partido –con una postura política decimos socialdemócrata–, organizándose en el Movimiento Renovador Sandinista (MRS). Much@s otr@s fueron echad@s del partido a patadas en el trasero, porque hacían críticas más o menos fuertes. Otr@s se alejaron del todo, dejando la militancia política.
El resultado hoy en día es que la mayoría de la “vieja cúpula” está alejada del partido, gestionado por completo, como decimos, a nivel familiar. E igual ocurre con el Estado en todas sus estructuras. Para hacer un ejemplo contundente: ¿existe otro país en el mundo en que se haya un Canciller (Ministro de Asuntos Exteriores) y otro Ministro para las Políticas y Asuntos Internacionales (es decir para mantener los lazos con los partidos y organizaciones amig@s)?
A lo largo de cuarenta años, comenzando desde 1979, nunca existió algo que se parezca a una formación política de los militantes y dirigentes. Si en los años 80 eso se podía justificar con la guerra de agresión, desde 1990 en adelante ya fue una opción. Poco a poco Daniel se vino monopolizando al partido, a pesar de ser el menos preparado políticamente entre los históricos nueves comandantes. Por lo tanto, en la actualidad los cuadros del partido son “cuadros” guindados en la pared del búnker ubicado en el barrio Bolonia –donde viven los Ortega protegidos por retenes de Policía–, meras imágenes bajo vidrio y con su marco del cual no pueden salirse. No deben hacer sombra al secretario-presidente, sólo tienen que repetir las palabras de la Chayo Murillo como si fueran loras: “¡Sí, señor! ¡A la orden!”.
Sin embargo, desde el 19 de abril el mundo ya no es lo de antes. Tal vez puede ser la fecha del “principio del fin”. Gracias a la represión indiscriminada y brutal de la Policía, los opositores van creciendo día a día en cada rincón del país. Nadie esperaba algo tan generalizado en todos los sectores de la sociedad: ni el COSEP, ni la Iglesia, ni la Embajada gringa… y tampoco la pareja presidencial, con su sueño que se está volviendo a ser pesadilla.
Por el momento no hay ningún líder de la protesta: más bien hay varios. Cada “gremio”, para decirlo así, tiene a su propio líder. Entre los manifestantes se miran camisetas con el Che o con Sandino, y no son pocas. La derecha todavía no logró hegemonizar al movimiento en su conjunto. Esa es una ventaja para la izquierda, pero ¿hasta cuándo va a seguir esta falta de control? Desde el opositor 100% Noticias se opera con el objetivo de que sigan la pelea callejera y los enfrentamientos (antes era un canal bastante equilibrado), al igual que La Prensa. De los Yunais [Estados Unidos (n.d.r.)] ya salen dólares en cantidad para pagar a pandilleros armados que se metan en las filas de los opositores con el fin de matar gente o pegar fuego a oficinas públicas.
En la actualidad el riesgo más grande es el rechazo general no solamente a la pareja presidencial, que ya es difundido hasta los militantes sandinistas más consientes, sino a toda una historia que no merece ser borrada por completo. Con mucho más tiempo permanezcan Daniel y la Chayo en las curules, con más eso podría ser el futuro: el entierro de la historia en un panteón adonde nadie irá a poner flores ni a rezar, en la Chureca [el basurero de Managua (n.d.r.)]. Y la sospecha es que se aceptó por fin la entrada de la CIDH (Corte Interamericana de los Derechos Humanos) para que investigue de manera independiente los acontecimientos –como también el Diálogo Nacional– solamente para “tomar tiempo”, como se dice, y dilatar [postergar (n.d.r.)] hacia el infinito el ajuste de cuentas.
¿De cuál forma sería posible evitar este desastre? ¿De cuál forma sería posible evitar este asesinato anunciado de la autoridad moral adquirida en los años de la lucha antisomocista?
Por lo que se sabe –pero muchos son rumores en un país donde regar bolas es el deporte nacional–, desde los primeros días de los choques callejeros, los viejos jefes del Ejército hablaron con los actuales. A comenzar de Humberto, hermano de Daniel, y a seguir Joaquín Cuadra y Omar Halleslevens. Pidiéndoles no disparar en contra del pueblo, manteniendo una postura institucional y no partidaria. Y el Ejército no disparó un solo tiro.

giovedì 26 aprile 2018

IL NICARAGUA FRA SIMBOLI E REALTÀ, di Pagayo Matacuras

IN DUE LINGUE (Italiano, Spagnolo)

© Inti Ocon
La terza di aprile è stata una vera settimana di Passione per la coppia presidenziale del Nicaragua. E una vera settimana di sangue e lutto per un popolo stanco e ribelle per natura: «que restaña con alegría, todos los días, mi rebelde corazón. Ay, Nicaragua, Nicaragüita…». È un popolo che sopporta, sopporta, sopporta… ma non all’infinito.
Il simbolo più evidente che il popolo del Nicaragua ha notato negli ultimi anni è nel quartiere Bolonia della capitale Managua: il parco El Carmen. Negli anni della guerra, quando la Contra si trovava già all’interno del Paese e si continuava con lo slogan «No pasarán», si poteva tranquillamente passare davanti alla casa degli Ortega. Da un po’ di tempo ci sono posti di blocco che impediscono a chiunque, anche a piedi, di avvicinarsi a meno di due chilometri. No pasarán…
Sabato 21 aprile, noi nicaraguensi abbiamo assistito in televisione al ricco pranzo che Daniel e Chayo [Rosario Murillo, sua moglie (n.d.r.)] hanno offerto agli impresari (taiwanesi, coreani, statunitensi…) delle zone franche - maquilas - con una grande tavolata ricoperta di fiori e assai ricca di piatti di ceramica e bicchieri di cristallo. E probabilmente non hanno mangiato riso e fagioli con formaggio né tortillas senza sale. Nel frattempo per le strade del Paese, soprattutto quelle di Managua, continuava la lotta degli studenti contro la riforma dell’Inss (Instituto Nicaragüense de Seguridad Social), cioè delle pensioni. Con morti, feriti e arrestati da parte della Polizia e degli antisommossa.
Un vero scontro di immagini: il lusso sfacciato di una ricca tavola e la polvere, le pallottole e il sangue versato per le strade. In questo scontro simbolico, più che nella marcia di domenica 22, è racchiusa la fine dell’orteguismo nella mente dei pinoleros (i nicaraguensi). Questa marcia è stata solo la spinta per l’irreversibile crollo di un regime famigliare che ha contribuito a un qualche sviluppo del Paese, ma senza considerare le realtà di fame e miseria ancora profonde. Il mega progetto «Hambre cero» è già defunto ancor prima di fare i suoi primi passi… è servito soltanto per la propaganda elettorale.
Già prima che iniziasse il pranzo del sabato, si sapeva che Daniel avrebbe lanciato un messaggio al Paese in relazione agli avvenimenti dei giorni precedenti. E il messaggio è arrivato: l’Inss ha deciso con un suo decreto di sospendere l’entrata in vigore della riforma. «Vale a dire, l’ha messa da parte… l’ha spostata da un lato…», secondo le parole di Ortega.
Ma non ha neppure parlato degli studenti, né dei morti, feriti e arrestati. Né della censura a vari canali televisivi, con la chiusura completa per ventiquattr’ore; ha solo fatto riferimento ai saccheggi dei mercati e dei supermercati… azioni per le quali non è sicuro si possa incolpare gli studenti. Non ha detto neanche una parola sui due poliziotti uccisi, né sul giornalista della rete televisiva di Stato Canal 6 assassinato a Bluefields (costa atlantica). Per il presidente esistevano solamente le bande giovanili, i saccheggiatori, i distruttori… pagati non si sa bene da chi.
Dalle sue labbra non è uscita una sola parola sulle cosiddette «orde» sandiniste: impiegati dello Stato che hanno provocato scontri e disastri in giro per la città. Qualcosa di molto simile alle «orde» somoziste capeggiate da Nicolasa Sevilla, soprannominata «la Colacha». Si possono comprendere i «partigiani» orteguisti che si scontrano con i «reazionari» in modo volontario e spontaneo, ma quando escono tutti in strada con la stessa maglietta del Frente, si capisce benissimo che si tratta di una cosa organizzata dall’alto.
Corre voce che all’inizio delle proteste Daniel non si trovasse in Nicaragua, bensì a Cuba per delle trasfusioni di sangue. Ma quando è rientrato non ha fermato la repressione né le «orde», di certo scatenate per ordine della Chayo. Piuttosto, ha proseguito in questo atteggiamento suicida. E in cinque giorni vi sono stati più morti di quanti si sono avuti nei sedici anni dei governi «liberali» di Violeta Barrios de Chamorro («la Inútil»), Arnoldo Alemán («el Gordo») ed Enrique Bolaños («el Churuco»).
Questo arrogante atteggiamento del pranzo di sabato, dando prova di vivere in un mondo totalmente estraneo alla realtà, ha convinto migliaia e migliaia di nicaraguensi a unirsi alla marcia di domenica 22 organizzata dalle associazioni imprenditoriali, con il Cosep (Consejo Superior de la Empresa Privada) in testa e la benedizione della Conferenza episcopale. Finora, in nessun’altra parte del pianeta era accaduto che i capitalisti chiamassero i lavoratori a una manifestazione in difesa dei loro stessi diritti (e dei diritti sanciti dalla Costituzione). Questo è il Nicaragua socialista e solidale degli Ortega, in cui gli imprenditori controllano completamente l’economia e i vescovi le coscienze.
È certo che qualche gruppo di studenti, in seguito ai primi morti, abbia agito in modo violento, abbattendo alcuni «alberi della vita», gigantesche stronzate di ferro dipinte con colori vivaci e collocate in vari punti della capitale (e in altre città) per abbellirla. Tutti sanno che è un’idea di Rosario Murillo, vicepresidente del Paese già da alcuni anni. E abbatterli è stato come abbattere simbolicamente la Chayo (e suo figlio Rafael, a capo della compagnia di vigilanza privata «El Goliat» - pagata con i soldi dello Stato - che di notte protegge le lampadine da possibili furti).
Per quanto riguarda la riforma, essa stabilisce:

1. 15 anni di versamenti (ossia 750 settimane);
2. 60 anni di età;
3. aumento della trattenuta per gli imprenditori dal 19 al 22,25%;
4. aumento della trattenuta per i lavoratori dal 6,25 al 7% (con una pensione finale più bassa di quella attuale);
5. un taglio del 5% per le pensioni in essere.

È certo che le casse dell’Inss sono in bancarotta. Per decenni ci sono stati sprechi e ruberie, a cominciare dal prestito che nel 1994 Violeta Barrios ha richiesto per costruire abitazioni: 14 milioni di dollari mai restituiti. E la mala gestione, unita alla corruzione, gli ha dato il colpo di grazia.
Ma non è possibile che siano i lavoratori e i pensionati a dover risolvere questo problema… che è ormai diventato un problemone.
Vedremo cosa accadrà al tavolo di discussione che deve aprirsi in questi giorni. Il «Governo di riconciliazione e unità nazionale» è già morto e forse sarà sepolto nel Cementerio Oriental, di fronte alla casa di sicurezza del Frente da dove Leonel Rugama lanciò il suo «¡qué se rinda tu madre!». Nessuno può sapere ciò che accadrà, ma Daniel ha un’unica opzione: accettare la volontà espressa nella marcia di domenica 22, dato che non ha più il potere di fare e disfare a suo piacimento. E sa che fra i 700 mila che hanno manifestato a Managua (più quelli di altre città) la maggioranza erano suoi elettori, che hanno ripetuto con Sandino: i diritti di un popolo non si discutono, si difendono con le armi in pugno.
Di sicuro a questo tavolo si porrà non soltanto la questione della riforma dell’Inss, quanto la necessità di reali mutamenti nella gestione di tutte le istituzioni dello Stato, in cui il partito comanda (ovvero comandano Ortega e la Chayo, visto che loro due sono il partito). Altrimenti la richiesta potrebbe essere ciò che reclamavano i manifestanti: punto e a capo.

NICARAGUA ENTRE SÍMBOLOS Y REALIDADES, por Pagayo Matacuras

IN DUE LINGUE (Spagnolo, Italiano)
EN DOS IDIOMAS (Español, Italiano)

© Inti Ocon
Verdadera semana de Pasión, la tercera de abril, para la pareja presidencial de Nicaragua. Y verdadera semana di sangre y luto para un pueblo cansado y rebelde por naturaleza: “que restaña con alegría, todos los días, mi rebelde corazón. Ay, Nicaragua, Nicaragüita…”. Es un pueblo que aguanta, aguanta, aguanta… pero no sin límite.
El mayor símbolo que el pueblo de Nicaragua apreció en los últimos años está en el barrio Bolonia de la capital Managua: el parque El Carmen. En los años de la guerra, cuando la Contra ya estaba adentro del país y se seguía con el lema “No pasarán”, se podía pasar tranquilos frente la casa de los Ortega. Desde tiempo hay retenes que impiden a cualquiera, aunque sea un caminante, acercarse a menos de dos kilómetros. No pasarán…
El sábado 21 de abril, los nicas vimos en la tele el rico almuerzo que Daniel y Chayo [Rosario Murillo, su esposa (n.d.r.)] ofrecieron a los empresarios (taiwaneses, coreanos, gringos…) de las zonas francas –maquilas–, con una gran mesa fuliada de flores y bien rica en trastes de cerámica y vasos de cristal. Y presuntamente no comieron gallo pinto con queso ni tortillas sin sal. Mientras en las calles del país y especialmente de Managua seguía la runga de los estudiantes en contra de la reforma del INSS (Instituto Nicaragüense de Seguridad Social), o sea la de las pensiones. Con muertos, heridos y presos por parte de la Policía y los antimotines.
Un verdadero choque de imágenes: el lujo descarado de una rica mesa y el polvo, las balas y la sangre vertida en las calles. En este choque simbólico, más que en la marcha del domingo 22, está el final del orteguismo en la mente de los pinoleros (los nicas). Esta marcha sólo fue el empuje para la irreversible caída de un régimen de familia que aportó cierto desarrollo al país, pero sin mirar a las realidades de hambre y miseria todavía impactantes. El mega proyecto “Hambre cero” ya se pasó la raya aún antes de comenzar sus primeros pasos… sólo sirvió para propaganda electoral.
Ya antes de que comenzara el almuerzo del sábado, se sabía que Daniel hubiera lanzado un mensaje al país con respecto a los acontecimientos de los días anteriores. Y el mensaje llegó: el INSS decidió con su decreto suspender la vigencia de la reforma. “O sea, se apartó… se puso de un lado…”, según las palabras de Ortega.
Pero ni habló de los estudiantes, ni de los muertos, heridos y presos. Ni de la censura a varios canales de la tele, con el cierre completo las veinticuatro horas; sólo hizo referencia a los saqueos de los mercados y supermercados… acciones para las que no es cierto puedan culparse los estudiantes. Tampoco dijo palabra con referencia a los dos policías muertos, ni al periodista del oficial Canal 6 asesinado en Bluefields (Costa Atlántica). Para el mandatario sólo existían las pandillas, los saqueadores, los destructores… pagados no se sabe bien por quién.
De sus labios ni salió una palabra acerca de las llamadas “turbas” sandinistas: oficinistas del Estado que provocaron enfrentamientos y desastres a lo largo de la ciudad. Algo muy semejante a las “turbas” somocistas jefeadas por Nicolasa Sevilla, apodada “la Colacha”. Uno puede comprender que haya partidarios danielistas que se enfrenten a los “reaccionarios” de manera voluntaria y espontánea, pero cuando toditititos salen a la luz con la misma camiseta del Frente, todo mundo entiende que es algo bien organizado desde arriba.
Dicen que al comienzo de las protestas Daniel no estaba en el país, encontrándose en Cuba para reponer su sangre. Pero cuando regresó no paró la represión ni las “turbas”, por supuesto lanzadas bajo órdenes de la Chayo. Más bien, siguió en esa actitud suicida. Y en cinco días hubieron más muertos de los que cayeron en los dieciséis años de los gobiernos “liberales” de “la Inútil” (Violeta Barrios de Chamorro), de “el Gordo” (Arnoldo Alemán) y de “el Churuco” (Enrique Bolaños).
Esa arrogante postura en el almuerzo del sábado, dando muestras de vivir en un mundo ajeno por completo de la realidad, convenció a miles y miles de nicas en sumarse a la marcha del domingo 22 organizada por los gremios empresariales, con el COSEP (Consejo Superior de la Empresa Privada) a la cabeza y la bendición de la Conferencia Episcopal. En ningún lado del planeta ocurrió hasta ahorita que los capitalistas llamaran a los trabajadores en una manifestación para defender sus propios derechos (y los derechos establecidos por Constitución). Esa es la Nicaragua socialista y solidaria de los Ortega, donde los empresarios son los que manejan por completo la economía y los obispos las conciencias.
Es cierto que unos grupos de estudiantes, después de los primeros muertos, actuaron de manera violenta, derribando a unos “árboles de la vida”, chochadas gigantes de hierro pintadas en colores brillantes y puestas en varios lugares de la capital (y en otras ciudades) para embellecerla. Todo mundo sabe que es una idea de Rosario Murillo, vicepresidenta del país desde hace algunos años. Y derribarlos fue como derribar simbólicamente a la Chayo (y al hijo de ella Rafael, dueño de la compañía de vigilancia privada “El Goliat” –pagada con el dinero del Estado–, que se ocupa de proteger a las bujías en la noche, para que alguien no se las lleve).
Por lo que se refiere a la reforma, en ella se establece:

1. 15 años de cotización (o sea, 750 semanas);
2. 60 años de edad;
3. aumento de la cotización por parte de los empresarios del 19 al 22.25%;
4. aumento para los trabajadores del 6.25 al 7% (con una pensión al final más baja de la actual);
5. un corte del 5% para las pensiones en vigencia.

Está claro que las cajas del INSS están en quiebra. A lo largo de los decenios hubieron despilfarros y robos, a comenzar del préstamo que en 1994 Violeta Barrios pidió para la construcción de viviendas: 14 millones de dólares que nunca regresaron. Y el mal manejo junto a la corrupción le dio el golpe de gracia.
Pero no puede ser que los trabajadores y los jubilados sean los que tienen que resolver ese clavo… que ya volvió a ser perno.
A ver lo que va a suceder en la mesa de diálogo que tiene que abrirse en estos días. El “Gobierno de Reconciliación y Unidad Nacional” ya se murió y tal vez se sepultará en el Cementerio Oriental, frente la casa de seguridad del Frente donde Leonel Rugama lanzó su “¡qué se rinda tu madre!”. Nadie puede saber lo que va a suceder, pero Daniel tiene una opción solamente: acatar la voluntad expresada en la marcha del domingo 22, puesto que ya no tiene el timón del carro. Y sabe que entre los 700 mil que marcharon en Managua (a sumar los de otras ciudades) la mayoría fueron sus electores, que repitieron junto a Sandino: los derechos de un pueblo no se discuten, se defienden con las armas en la mano.
Por cierto en esa mesa no sólo habrá la cuestión de la reforma del INSS, sino la necesidad de cambios verdaderos en el manejo de todas las instituciones del Estado, adonde el partido manda (o sea, mandan Ortega y la Chayo, puesto que los dos son el partito). De otra manera, el pedido podría ser lo que pidieron los que marcharon: borrón y cuenta nueva.

mercoledì 25 aprile 2018

NICARAGUA: ¿QUIÉN GANÓ Y QUIÉN PERDIÓ?, por Marcelo Colussi

© Oswaldo Rivas
Estos días Nicaragua se puso al rojo vivo. Las noticias llegaron alarmantes, y un país que ahora habitualmente no ocupa titulares en la prensa –como sí lo hizo décadas atrás, durante la Revolución Sandinista–, estuvo de nuevo ante los ojos del mundo. Desde el Papa al Secretario General de Naciones Unidas, desde distintas posiciones de izquierda como desde las más recalcitrantes declaraciones de derecha, todo el mundo tuvo algo que decir sobre el país de Sandino. ¡Y no era para menos! La violencia fue generalizada, con un saldo de alrededor de 30 muertos.
¿Qué pasó? ¿Por qué se desató ese vendaval? ¿Qué consecuencias tuvo todo esto?
Ya se ha escrito y hablado copiosamente sobre lo sucedido. Hubo de todo un poco, desde análisis serios y sopesados hasta reacciones viscerales, desde encendidas defensas al Comandante de la Revolución Daniel Ortega hasta las más encarnizadas críticas al violador de su hijastra Zoilamérica Narváez. El presente opúsculo no pretende decir nada nuevo (seguramente no lo dice), sino que, modestamente, intenta hacer un balance de lo ya expresado por tanta gente, buscando alguna conclusión posible.
Sin dudas, lo sucedido movió pasiones. Las movió, porque Nicaragua aún sigue despertando pasiones. De hecho, fuera de Cuba, fue el primer país en territorio latinoamericano que produjo una revolución socialista. Aquel 19 de julio de 1979, ya muy lejano –lamentablemente no sólo en el tiempo–, para muchos sigue siendo una referencia, una antorcha que marca camino: la Revolución Sandinista mostró que sí era posible enfrentarse a una dictadura, al imperio estadounidense… ¡y vencer! Pero para muchos, también, esa imagen gloriosa de un pueblo en armas construyendo su socialismo es el recordatorio oprobioso de una traición. El sandinismo victorioso de la década de los 80 del siglo pasado fue convirtiéndose con el tiempo, luego de salir del poder en 1990, de la mano del empresario Daniel Ortega y de su esposa Rosario Murillo, en un reformismo tibio, de corte capitalista con “rostro humano”, manejado discrecionalmente por ese binomio todopoderoso. De ahí que muchos integrantes históricos del Frente Sandinista de Liberación Nacional –FSLN– terminaron distanciándose del orteguismo y de este perfil que consideran una traicionera entrega.
Personajes como Ernesto Cardenal, Dora María Téllez, Víctor Hugo Tinoco, Mónica Baltodano, Jaime Wheelock, Alejandro Bendaña, Sergio Ramírez o Henry Ruiz, para nombrar algunos, todos comprometidos con el sandinismo revolucionario de aquel momento épico, fustigan la política vigente en Nicaragua al día de hoy. “El actual gobierno de Nicaragua usa algunas veces un discurso izquierdista, una estridencia en la palabra que nada tiene que ver con su práctica real, muy distante con un proyecto de izquierda. Por el contrario, en Nicaragua se fortalecen y enriquecen los banqueros y la oligarquía tradicional y grupos económicos de ex revolucionarios convertidos en inversionistas, en comerciantes y especuladores. Se fortalecen los sectores más reaccionarios de la jerarquía católica, se eliminan derechos humanos esenciales como el de las mujeres al aborto terapéutico”, caracterizaba la otrora comandante guerrillera Mónica Baltodano al actual gobierno sandinista.
Junto a esa visión, muy crítica por cierto (obviamente de izquierda), para la geopolítica de Estados Unidos (obviamente de derecha) un gobierno no totalmente alineado con Washington es siempre una molestia. La actual Nicaragua no es, ni por asomo, aquel disturbio insoportable que resultara el sandinismo revolucionario de los 80, con Ronald Reagan en la Casa Blanca y su obsesión anticomunista. Pero no es la administración dócil que desearía (como lo van siendo ahora la gran mayoría de países latinoamericanos, con políticas disciplinadamente neoliberales y obediencia ciega a los dictados imperiales). La actual administración nicaragüense le abrió la puerta a la República Popular China con la construcción de un nuevo canal interoceánico, y es parte del ALBA –Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América–, resultando un aliado estratégico de Venezuela (la nueva obsesión de la geopolítica estadounidense, país poseedor de las mayores reservas petrolíferas que la economía imperial no quiere perder de ningún modo).
Daniel Ortega no es ahora el guerrillero revolucionario que participó en la rebelión antisomocista; por el contrario, es un empresario “nuevo rico” con gran poder político, que ha negociado todo con todos los sectores y maneja todo (¿remembranzas de un tal Somoza?). Pero es también un líder carismático con innegable base social, con muchísimos seguidores, llevando adelante una política asistencial que, sin ningún lugar a dudas, favorece a los sectores más postergados del país. Es, en realidad, un exponente más de los presidentes que, sin dejar el modelo capitalista, en estos últimos años gobernaron varias repúblicas latinoamericanas con propuestas de algún modo populares, asistenciales, clientelares. Todo lo cual, para la lógica ultra conservadora y neoliberal de Washington, es mala palabra.
¿Qué pasó entonces en Nicaragua en estos días? El gobierno anunció en forma sorpresiva, con una medida unilateral no negociada con ningún sector, un importante aumento del 3.5% en los aportes a la Seguridad Social para la patronal (llevando el aporte del 19% al 22.5%) y del 0.75% para la clase asalariada (aumentando del 6.25% al 7%), recortando en 5% las pensiones de los jubilados (que, según el gobierno, “seguían siendo los que menos aportaban”, y a cambio del aumento recibirían mejor cobertura en salud y otros beneficios), en tanto que las pensiones futuras disminuirían alrededor de un 12%. La medida fue explosiva, y tanto empresariado como población trabajadora reaccionaron en forma furiosa. Pero ahí viene lo complicado de analizar, de situar políticamente.
Para algunas visiones, la reacción virulenta, con población enardecida en las calles, barricadas y furibunda protesta popular, fue un montaje, una manipulación. Sin dudas, la medida fue desafortunada porque el mismo gobierno, luego de los violentos sucesos que provocó, la retiró, llamando al diálogo “para mantener la paz”. Según el orteguismo y algunos sectores que analizaron la situación, incluso fuera de Nicaragua –lectura que, sin dudas, tiene asidero–, la explosión de furia popular tuvo una agenda preparada. De hecho, se la compara con las “guarimbas” venezolanas del 2017, que dejaron como saldo más de 100 personas muertas. Es significativo (igual a lo sucedido en Venezuela) que al unísono explotó, muy coordinadamente, una protesta generalizada en todas las ciudades del país, que luego derivó en saqueos y actos vandálicos, siempre encabezados por jóvenes. Eso podría hacer pensar en cierta “mano oculta”, dado que la oposición política de los partidos de derecha no tiene ese poder de convocatoria ni logístico-organizativo. Según denuncias de medios oficiales del orteguismo, muchos de los “estudiantes” no eran tales (igual que sucedía en Venezuela), sino provocadores, agitadores contratados. La derecha oligárquica –heredera histórica del somocismo– podría estar aprovechando la coyuntura para tomar distancia y deshacerse de un gobierno que ve como demasiado “populista”. Y Washington estaría frotándose las manos de alegría. Las “revoluciones de colores”, o “golpes de Estado suaves” (¡no tan suaves para el caso, con 30 muertos!), propiciadas supuestamente por población civil que “ejerce sus derechos ciudadanos”, por jóvenes estudiantes que reclaman (pero con agendas ocultas de las usinas ideológico-mediáticas del imperio), parecen estar funcionando a todo vapor. Tener un nuevo “canal de Panamá” en el patio trasero, seguramente con futura presencia militar china, es un desafío insoportable para la geopolítica hemisférica de Estados Unidos. La consigna sería “sacar de una vez por todas estas molestias de Venezuela, Bolivia, Nicaragua y, por supuesto, Cuba”. Para ello, según esta pérfida agenda, estas supuestas “revueltas ciudadanas espontáneas” serían el camino a transitar. Insistir con la corrupción como nueva plaga bíblica a atacar es un efectivo “caballo de batalla”. Por cierto, según comunicado del Frente Sandinista, “vale la pena destacar que las universidades más beligerantes fueron: la Universidad Centroamericana (UCA), de los jesuitas; y la Universidad Politécnica (UPOLI), propiedad de una iglesia protestante con sede en Estados Unidos”.
Pero también puede proponerse otra lectura de lo acontecido: el orteguismo, como expresión extrema de un bonapartismo desaforado, nepotista y corrupto, es cuestionado. La población en la calle sería una muestra de un descontento generalizado tras largos años de presidencialismo y corrupción. La represión violenta que llevaron adelante policía y ejército es un insulto a los valores revolucionarios que alguna vez levantara el Frente Sandinista. De ahí que, por ejemplo, un sandinista histórico como Jaime Wheelock le dijera al presidente Ortega en una misiva pública que “el decreto que reformó el INSS [Instituto Nicaragüense de Seguridad Social] por su contenido y forma fue un grave error político, técnico y legal del gobierno [pues] se afectaron los derechos económicos adquiridos y los ahorros de un millón de cabezas de familia, sin dar solución práctica a la grave situación financiera del INSS”, pidiendo así la pronta derogación del decreto de marras.
¿Por qué propuso esta medida el presidente Daniel Ortega? Según un comunicado que emitió el FSLN en estos días, explicando las razones del proceder:
“La cantidad de beneficios de los asegurados y la cobertura de dichos beneficios a la población aumentaron exponencialmente con el regreso del sandinismo al poder en 2007, lo que ocasionó una situación económica crítica en el Instituto Nicaragüense de Seguridad Social (INSS), que es la institución estatal a cargo de este tema. Ante tal situación, el FMI y le empresa privada organizada en el Consejo Superior de la Empresa Privada (COSEP) pidieron aplicar las típicas medidas neoliberales en este tema: subir la edad de jubilación (en Nicaragua es de 60 años) y la cantidad de semanas necesarias para acceder a ella (750 para pensión normal y 250 para quienes en edad de jubilación no hayan alcanzado la primera cantidad, lo cual no existía antes del regreso al poder del sandinismo en 2007; incluso en este caso, el planteamiento de los más radicales neoliberales era eliminar por completo la pensión). Ante ello, nuestro gobierno respondió con un rotundo rechazo tanto al FMI como al COSEP. En cambio, la opción escogida fue aumentar los aportes de trabajadores y empresarios, y establecer un aporte para los jubilados, incluyendo a los que reciben la pensión reducida”.
El progresismo (en Nicaragua y en otras latitudes) criticó severamente el aumento en los aportes, así como la represión desatada contra la población que protestaba. Obviamente que debe condenarse la violencia contra el pueblo trabajador: 30 muertes representan una catástrofe absolutamente intolerable. Pero objetivamente, analizados todos los sucesos, no terminan de quedar claras algunas cosas. Es evidente que este Frente Sandinista, manejado discrecionalmente por Daniel Ortega y Rosario Murillo, ya no levanta las banderas revolucionarias de otrora. Citando al panameño Olmedo Beluche: “Aquí es donde se evidencia la verdadera cara del llamado ‘progresismo’ latinoamericano. Gobiernos que alardean de revolucionarios y chacharean de ‘socialismo’, pero que en la práctica no pasan los límites del sistema capitalista. La crisis del progresismo en todo el continente es la crisis del reformismo burgués, incapaz de verdaderas medidas socialistas en un momento de crisis sistémica y caída de precios de las materias primas”. Al mismo tiempo, sin embargo, puede verse el proceso de monstruosa derechización y retroceso en avances populares que sufre el continente, o el mundo: un gobierno tibiamente reformista, que trabaja codo a codo con la empresa privada y no se pelea con la oligarquía conservadora como el actual orteguismo, para la lógica imperialista y voraz de Estados Unidos no deja de ser “una piedra en el zapato”. Hablar de justicia social (que no es lo mismo que revolución socialista), pertenecer a una alianza donde no está Washington como es el ALBA y abrirle las puertas a China es casi un “peligro comunista” en el mundo neoliberal y ultraconservador que vivimos.
¿Quién ganó y quién perdió con este movimiento en Nicaragua? La población de a pie, seguro que no ganó nada.

domenica 3 luglio 2016

LETTERA SUL NICARAGUA, di Alberto Sipione

Caro Roberto [Massari],

la cosiddetta rivoluzione bolivariana e l'Alba (Alianza bolivariana para América Latina y el Caribe) hanno influenzato e dato speranza a molti compagni e compagne in Europa, la speranza di un nuovo socialismo che potesse (ri)partire dall'America latina.
Io ho fatto la mia esperienza personale e diretta in Nicaragua, paese facente parte dell'Alba tra il 2007 e il 2010, periodo di espansione e propaganda del chavismo e della rivoluzione bolivariana.
Nel 2007 sono stato in Nicaragua come infermiere volontario all'ospedale pediatrico La Mascota di Managua. Daniel Ortega e il FSLN ritornavano al potere alla fine del 2006 dopo sedici anni di governi liberisti.
Fino alla metà del 2007 era tutto un fermento di speranze e iniziative politiche per stabilizzare la vittoria del FSLN. Quello che avvertivo era già un cambio nella propaganda politica. Il colore rosa sostituiva infatti nelle strade il rosso/nero del sandinismo. La moglie e compagna di Daniel Ortega, Rosario Murillo, assumeva il ruolo di fatto di ministra della Comunicazione. Il nuovo slogan - che sopravvive finora - era quello di «Nicaragua cristiana, socialista e solidale».
L'Avenida Bolívar era in parte occupata da un accampamento costruito con grandi buste di plastica nere dove vivevano per protesta le ex lavoratrici e lavoratori delle multinazionali che producono banane, ammalati gravemente a causa del Nemagon.
Un ruolo determinante a supporto del nuovo governo lo assumevano le chiese evangeliche, mentre la Chiesa cattolica rimaneva neutrale o critica. Mi colpiva in particolare che la propaganda di Murillo ricordava quella di alcune sette cristiane: così che mi capitava spesso che all'ospedale funzionari del Frente salutassero con «sia lodato Gesù Cristo»!!!
Nel 2007 conobbi alcuni rappresentanti dell'associazione Italia-Nicaragua e cercavo di muovermi con loro per sostenere all'interno di questa «nuova epoca» i nascenti movimenti sociali vicini al Frente. Nelle riunione a cui si partecipava venivo visto con sospetto come compagno internazionalista. Direi che nelle diverse istanze, nonostante avessi l'intenzione di sostenere il Frente, non venivo calcolato minimamente. I miei contatti anche con prestigiosi personaggi critici all'interno del Frente non davano alcun frutto. Anzi, ho assistito a un repentino assorbimento acritico di molti di loro all'interno della macchina propagandistica del governo - per citare solo alcuni esempi: la radio La Primerísima (William Grigsby) e Sadrach Zeledón, oggi sindaco di Matagalpa.
Oggi fanno parte del Frente molti ex militanti e figli di militanti dell'ex Contras, che ricevono posti di comando o diventano funzionari.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.