L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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venerdì 16 maggio 2025

SCONTRI ARMATI FRA INDIA E PAKISTAN, LA TREGUA SEMBRA REGGERE

di Andrea Vento 

(Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati)

 

Riemergono ciclicamente le irrisolte cause di un pluridecennale conflitto. In ascesa il livello tecnologico degli aerei cinesi. Al termine cronologia storica dell’India


L'attacco terroristico compiuto il 22 aprile nella cittadina di Pahalgam nel Kashmir amministrato dall’India (carta 1), che ha causato l'uccisione di 25 turisti indiani e uno nepalese, ha finito per innescare l’ennesima pericolosa escalation militare fra Pakistan e India. 

Il governo indiano, nei giorni successivi l'attentato, aveva immediatamente accusato Islamabad di ospitare gli autori dell'atto terroristico, l’organizzazione jihadista pakistana Lashkar-e Taiba(1), e, come prima risposta, ha deciso di sospendere il Trattato sulle acque dell'Indo, sottoscritto nel 1960 per regolamentare l'utilizzo delle acque del fiume e dei suoi 5 affluenti di sinistra che nascono in territorio indiano, e gli spostamenti senza visto fra i due paesi, oltre a chiudere il valico di confine di Attari vicino a Lahore.

Islamabad, negando qualsiasi coinvolgimento nell'attentato, ha reagito condannando la sospensione del Trattato sull'Indo ed ha impedito sia l'utilizzo dello spazio aereo ai voli commerciali indiani che la possibilità di attraversamento del confine con l'India senza visto.

Nei giorni successivi all'attentato, nonostante gli appelli di Cina e Stati Uniti, si sono registrati quotidiani scontri a fuoco lungo la "Linea di controllo", il confine di fatto che separa dall’inizio del 1949 il Kashmir indiano da quello pakistano (carta 1). 

Carta 1: la “Linea di controllo” il confine di fatto che separa il Kashmir controllato dall’India da quello pakistano. La città di Pahalgam nel Kashmir indiano colpita dall’attentato del 22 aprile


Le radici storiche del conflitto

giovedì 18 luglio 2024

L’ANTISEMITISMO ISLAMICO PRIMA E DOPO IL POGROM DEL 7 OTTOBRE

di Roberto Sinigaglia


Caro Roberto,

ti segnalo un contributo molto importante per la comprensione del Medio Oriente da parte di Roberto Sinigaglia, che fu mio docente di storia tanto tempo fa, e che oggi è Presidente del Centro Internazionale di Studi Italiani (CISI) dell’Università di Genova.

Si compone di due parti. La prima è una sintetica descrizione dell’attuale conflitto a Gaza, ed è tratta dal sito dell’Associazione Italia-Israele, dov’è uscita a inizio luglio.

Essa funge da introduzione al suo saggio «Gaza e dintorni. Dipanare le matasse arruffate dalla propaganda», apparso questa primavera sulla rivista online European Journal of Psychoanalysis.

Mi rendo conto che ambedue i testi non sono pubblicazioni originali, cioè non sono state prodotte in area rossoutopica né per una discussione sul blog di UR; ma spero che vorrai fare un’eccezione perché penso che i lettori di Utopia Rossa potranno apprezzare un lavoro così stimolante, dove la cultura storica e giuridica è messa al servizio della ricerca della verità e della giustizia per tutti gli abitanti della regione.

La descrizione che fa Sinigaglia degli eventi successivi alla Prima guerra mondiale e del valore dei vari trattati e accordi dei vincitori (Gran Bretagna e Francia) nella spartizione delle terre dell’Impero ottomano nel determinare la nascita di vari Stati indipendenti - dalla Giordania all’Iraq, dal Libano a Israele, è fondamentale per inquadrare la situazione odierna. 

Buona lettura e buon lavoro!

Luciano [Dondero]


Caro Luciano,

ti ringrazio per la segnalazione, che è certamente preziosa e di estrema utilità. Proprio per questo faremo un’eccezione alla norma che regola la pubblicazione di materiali in UR. Credo che l’autore - studioso prestigioso - sia riuscito a sintetizzare ma anche ad analizzare nella sua complessità, l’intera problematica legata al diritto alla sopravvivenza dello Stato d’Israele e al ruolo nefando svolto dagli Stati arabi, per non parlare del più recente pogrom di Hamas. A differenza di tanti altri analisti, Sinigaglia non dimentica di sottolineare che Hamas è l’organizzazione governativa di una Gaza che, prima del pogrom, era totalmente autonoma. Ciò significa che gli abitanti di Gaza uccisi finora sono vittime di guerra e di una guerra scatenata dal loro governo. In questo simili ai tedeschi bombardati a Dresda, ai giapponesi di Hiroshima, ai romani del quartiere San Lorenzo.  E inoltre ha il grande merito di fare in più punti il parallelo con l’aggressione russa all’Ucraina e alle stragi del popolo ucraino, che non suscitano la protesta indiganata di quella che io chiamo normalmente la «sinistra reazionaria». Chiunque rimanga sulle proprie posizioni antisemitiche e antisraeliane, dopo aver letto questo articolo, può farlo solo rinunciando all’uso della ragione. Ma l’antisemita non avrà mai il coraggio di leggere per intero o in parte un materiale così ben argomentato e storicamente documentato.

r.m.  


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UN’INTRODUZIONE

Ringrazio Carlo Panella che, coi suoi lavori, mi permette di inquadrare il violento scontro nel Vicino oriente in un contesto più ampio, in cui trova spazio il forte antisemitismo dell’islamismo radicale. Attingo generosamente al suo ultimo libro, Il libro nero di Hamas. L’antisemitismo islamico e il miraggio dei due Stati (Lindau, 2024) per proporvi queste poche paginette come introduzione al mio saggio «Gaza e dintorni. Dipanare le matasse arruffate dalla propaganda», apparso questa primavera sulla rivista  European Journal of Psychoanalysis.

Al momento ci si muove, a mio avviso, in un abbaglio colossale nella trattazione degli avvenimenti. I due «partiti» che si sono venuti creando, partono entrambe da una premessa sbagliata che poi chiarirò: si schierano, il primo, in un appassionato appoggio ai Palestinesi, se non, addirittura, ad Hamas, insistendo sul presunto genocidio che si starebbe consumando a Gaza. L’altro partito, pur condannando – talvolta, però, in sordina – l’eccidio bestiale del 7 ottobre, effettuato ai danni di civili ebrei inermi, e riconoscendo il diritto di Israele a difendersi, ritiene tuttavia eccessiva, non proporzionale (cosa significa?), la risposta di Israele.  Disgiunge, nel giudizio, i cattivi terroristi di Hamas dai poveri abitanti di Gaza. Presunti innocenti. Un sondaggio condotto da Arab World for Research and Development parla di un appoggio entusiasta del 63,6 % dei cittadini di Gaza all’assalto del 7 ottobre.[1] Come ho tentato di dimostrare, nel saggio sopracitato che seguirà questa breve introduzione, è fondamentale chiarire e dichiarare che l’attacco del 7 ottobre ha rappresentato l’atto iniziale della guerra scatenata da Hamas, che governa Gaza dal 2007, contro Israele. E come in tutte le guerre anche la popolazione civile viene a essere coinvolta. La questione da appurare è se i cittadini di Gaza, caduti negli scontri, abbiano rappresentato un obiettivo mirato dell’esercito israeliano o siano stati vittime accidentali.[2] Infiniti, nel passato, i casi in cui l’attacco armato di un esercito ha avuto come obiettivo primario quello di infierire sulla popolazione per fiaccare la resistenza del nemico. Vedi i bombardamenti sulla Germania (il più devastante quello anglo-americano del febbraio 1945 su Dresda), o quelli americani in Vietnam e soprattutto su Hiroshima e Nagasaki.[3] Per Gaza, al di là delle manifestazioni a livello mondiale pressoché quotidiane per condannare Israele (ma gli ostaggi ce li siamo dimenticati?),[4] qualcuno ha potuto dimostrare che ci siano o ci siano stati attacchi intenzionali contro la popolazione?[5]

sabato 25 maggio 2024

A PROPOSITO DI ISLAMOFILIA

di Michele Nobile

 

Ferma restando la giusta richiesta di cessazione delle ostilità, sono atterrito dal fatto che in queste proteste circolino posizioni che in pratica - ma anche consapevolmente - siano di sostegno ad Hamas. Atterrito per il presente e ancor più per il futuro.

Specialmente chi non da ieri ha sostenuto la causa palestinese e ne conosce la storia, ha la responsabilità di prendere una posizione cristallina e rigorosamente conseguente nella pratica nei confronti di Hamas e fare alcune domande agli studenti che inneggiano alla resistenza palestinese (cioè Hamas e soci). 

La reazione israeliana al pogrom di Hamas e soci era perfettamente prevedibile e, a meno di non considerare i capi di Hamas dei perfetti idioti, essi non possono non aver messo in conto che sarebbe costata alcune decine di migliaia di morti. 

È paradossale, ma la verità è questa: Netanyahu sarà pure il carnefice, ma i mandanti della strage sono i capi di Hamas. 

E quindi: si vuole dire o no che Hamas e alleati sono co-responsabili della strage?

Si vuole dire o no che Hamas e alleati sono nemici del popolo palestinese che pretendono di rappresentare? Nemici che ci si deve augurare siano eliminati dagli stessi palestinesi? 

Si vuole dire o no chiaro e forte che l’azione di Hamas è soci è il più grande pogrom antisemita dopo il genocidio hitleriano? E che nulla, ma proprio nulla, può giustificarla? Che questo è un orrore, e che la barbarie non si valuta solo con la proporzione dei morti?

Quando si tace su questo o quando la condanna di Hamas è solo formale - e subito indebolita dall’accusa di genocidio rivolta a Israele, passando sopra la logica genocida di Hamas – ci si rende complici di un’azione antisemita, di un prolungamento dell’Olocausto nazista. Inconsapevolmente, ma non per questo la realtà cambia, non per questo non si crea un precedente, che predispone a non vedere la barbarie del mondo in tutte le sue forme. 

E cosa vuol dire nel 2024 «Palestina libera»? Libera da chi? Dagli ebrei? Uno Stato islamico? 

Ci si vuol rendere conto che il problema non è solo il sionismo ma anche l’islamismo politico? E che Hamas e soci sono nemici di qualunque ragionevole soluzione della tragedia palestinese, si tratti due Stati o di uno Stato binazionale o confederale?  

Quali disastri politici autoinflitti attendono una generazione di militanti che non riesce a porsi queste domande?

 

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

mercoledì 22 maggio 2024

LAS CRUELES SENTENCIAS DE LOS KURDOS, EL ANTIEMPERIALISMO UNIDIRECCIONAL Y EL ISLAMOIZQUIERDISMO

BILINGUE: ESPAÑOL - ITALIANO


por Piero Bernocchi

En respuesta a la urgente petición de solidaridad, dadas las recientes sentencias crueles contra 22 camaradas del HDP y en particular los 2 ex copresidentes, les enviamos el siguiente mensaje COBAS: Solidaridad incondicional con los 22 camaradas del HDP golpeados por el régimen fascista de Erdogan con un ¡Un total de 372 años de prisión, incluidos los ex colíderes del HDP Demirtas y Yuksekdag con 42,5 años y 30,3 años respectivamente! Una sentencia monstruosa, un pelotón de fusilamiento, que debe ser condenado en todo el mundo y capaz de movilizar mucha más energía para poner fin al régimen sangriento y liberar a Turquía de la dictadura y de la guerra. Libertad para los condenados, libertad para Öcalan, libertad para todos.

              Confederación COBAS

Evidentemente soy pleno protagonista y partícipe de la indignación por las monstruosas condenas del verdugo Erdogan contra el HDP, que expresamos en nuestra declaración de solidaridad con nuestros camaradas y hermanos kurdos. Pero no puedo dejar de preguntarme: ¿en qué medida esta indignación es compartida entre las distintas "empresas" (o "izquierdas conflictivas", si esto les parece más apropiado) y en particular entre los estudiantes (y otros) en una postura permanente pro-Palestina? ¿movilización?

Por ejemplo. ¿cómo explicar que no haya ni un céntimo de la ciertamente sacrosanta movilización pro Palestina contra el verdugo Erdogan? ¿Por qué en las manifestaciones callejeras nacionales de los últimos tiempos junto a los kurdos, cuando superamos las mil personas, nos empujaron a considerarlas un éxito? Sin embargo, como asesino en masa, Erdogan no tiene nada que envidiar a Netanyahu, sin siquiera tener la coartada de una horrible masacre contra ciudadanos turcos, similar a la criminalmente perpetrada por Hamás el 7 de octubre. Y en cuanto a la linealidad, coherencia, transparencia, belleza de la batalla democrática, feminista, multicultural y secular de los camaradas y hermanos/hermanas kurdos no hay comparación, en particular en cuanto a la armonía con lo que debería ser el pensamiento de la "compañía". , frente al fascio islamismo, el delirio teocrático, las guerras "santas" y permanentes contra los "infieles", el sexismo, la misoginia, la homofobia de Hamás que desgraciadamente hegemoniza actualmente a los palestinos. ¿Sabe usted que se han ocupado universidades para denunciar la innoble política de Erdogan contra los kurdos y pedir, por ejemplo, la interrupción de todas las relaciones y proyectos con las universidades de Estambul, Ankara e Izmir? La pregunta es evidentemente retórica: sabemos bien que nada de esto ocurrió.

Algo parecido, y aparentemente igualmente incomprensible, se refiere a la ola de verdadera islamofilia (¡no islamofobia!) que afecta a buena parte de la izquierda "conflictual" italiana pero también a la de otros países europeos y a la de los Estados Unidos, con la amplia difusión de lo que en Francia se llama islamo-isquierdismo. En estas horas, al conocer la noticia de la muerte del verdugo y presidente títere de Irán, Ebrahim Raisi, y de algunos de sus asociados en la cúpula del gobierno fascio-teocrático, escribí un mensaje en nuestras listas internas de COBAS en el que expresaba mi satisfacción legítima por el 'evento. Agregué, sin embargo, que fue una alegría de corta duración, porque en este régimen monstruoso hay una serie de masacres como las de Raisi, quien al final no fue más que uno de los muchos títeres en manos del verdugo supremo Jamenei. . Ahora, incluso como "títere", Raisi se había esforzado mucho en ello. En 1988, como jefe del poder judicial, Raisi envió a la horca a decenas de miles de opositores y prisioneros, comunistas del Tudeh, muyahidines del pueblo, políticos "heterodoxos" y sindicalistas, así como a muchos ciudadanos "corrientes", que ni siquiera eran realmente politizados pero detenidos por manifestaciones y protestas: en total estamos hablando de unas 30 mil personas exterminadas. Más recientemente, su carrera de masacre se había enriquecido con nuevas hazañas horrendas, cientos de homosexuales torturados y asesinados, miles de mujeres violadas en las cárceles, también torturadas y muchas asesinadas, y muchas órdenes de fusilar en la plaza, de ejecutar en las cárceles a quienes había intentado pedir pacíficamente el regreso de Irán a la democracia después de 45 años de horrenda dictadura oscurantista y teocrática.

 El epitafio más significativo y pesado para este repugnante criminal lo pronunció Putin, alguien que como sátrapa represivo no tiene nada que aprender, aunque se lo permita, dada la aquiescencia de gran parte del pueblo ruso, que siempre ha estado bien más dócil que el iraní, menos sanguinario (al menos con los rusos, otra música para los ucranianos) que comentó así la muerte del verdugo iraní: "Tuve la oportunidad de encontrarme repetidamente con Seyed Ibrahim Raisi y siempre estaré Mantén lo más brillante de este maravilloso hombre." Pero no menos innoble es el comentario servil del presidente de Venezuela, Nicolás Maduro: “Nos acompaña un gran dolor en la despedida de una persona ejemplar y de un líder extraordinario, un excelente ser humano, un defensor de la soberanía de su pueblo y un Amigo de Venezuela. Vosotros sois el ejemplo de dignidad moral y de resistencia". Más previsible quizás sea Erdogan, colega de Raisi en el cargo de presidente-verdugo, que publicó el siguiente mensaje de condolencia: "Pido la misericordia de Dios para mi estimado homólogo, mi hermano, y para el presidente de la República Islámica de Irán, Ibrahim Raisi. ...Expreso mi más sentido pésame al pueblo y gobierno amigo y hermano de Irán, especialmente al líder religioso de la República Islámica de Irán, Ali Khomeini, como colega que fue testigo personalmente de sus esfuerzos por la paz del pueblo iraní y nuestra región, recuerdo al señor Presidente con respeto y gratitud. Apoyaremos a nuestro vecino Irán en estos días difíciles y tristes, como siempre lo hemos hecho".Ahora bien, lo que Raisi cometió no es un trabajo individual sino una escalofriante empresa colectiva del régimen iraní, que dio una prueba más de su ferocidad en la bárbara represión que siguió al heroico intento de la revolución iraní -dirigida principalmente por mujeres- a quienes personalmente considero Es la primera, verdadera y apasionante revolución del feminismo mundial. Pero la pregunta que me atormenta es: ¿por qué ni siquiera toda esta matanza ha logrado que la mencionada "compañía" se convierta en una verdadera solidaridad, capaz de movilizarse adecuadamente en defensa de los palestinos pero casi indiferente ante las monstruosidades iraníes, ciertamente no inferiores a las de Netanyahu? ? ¿Por qué nadie ha pedido interrumpir los proyectos conjuntos de varias universidades italianas con la Universidad de Teherán? ¿Cómo se explica la reacción tan tibia del transfeminismo italiano durante la bestial represión de la revuelta/revolución en Irán, por qué aquí en Italia aparece, en varios componentes, incluso "comprensión" hacia la opresión interna islamista (en nosotros y en Europa, quiero decir, no sólo en Irán o en los países islamistas) hacia las mujeres sometidas, veladas y continuamente humilladas, llegando incluso, en algunos escritos y discursos, a ofrecer una coartada al supersexismo y supersexismo islamistas. machismo del "debido respeto a las tradiciones étnicas y religiosas"?

 Podríamos pensar en una esquizofrenia muy singular. Y en cambio hay una lógica y es bien conocida por los de mi generación: es el antiimperialismo unidireccional, la idea, permanente y duradera en la "conflictiva" izquierda italiana, y no sólo eso, que el único imperialismo, "Satanás" del mundo y enemigo de la humanidad, sea el de los EE.UU.: y que quien le sea hostil, en la lógica insoportable de "el enemigo de mi enemigo es mi amigo", se convierta en un aliado cuyas faltas y crímenes, Por más monstruosos que sean, deben ser absueltos, ignorados o minimizados. Por supuesto, era una lógica errónea incluso en los años 60, 70 y 80, contra la cual yo y muy pocos otros luchamos en aquellos tiempos, cuando la invasión de Checoslovaquia o la represión en Polonia, y posteriormente las masacres soviéticas en Afganistán y Chechenia, fueron ignorados o excusados por gran parte de la "compañía". Pero ahora, cuando entre los "enemigos de nuestros enemigos" incluimos monstruosidades como el Irán de Jamenei, la Siria de Assad, la Turquía de Erdogan, Hamás, Hezbollah, etc., francamente, esta unilateralidad absurda me parece realmente injustificable y me parece que resta valor al bien parte de la novedad positiva de las movilizaciones actuales, que son indispensables en sí mismas, puestas en marcha por la mayoría de esta "compañía", estudiantil o no, que me parece, lamentablemente, que corre el riesgo de volver a proponer esquemas de visión antiguos y cada vez más dañinos. , unilateral y muy miope , de las grandes potencias políticas y militares en guerra entre sí en el mundo.

ITALIANO

giovedì 25 aprile 2024

IN ISRAEL/PALESTINE: ONE OR TWO STATES?

di Roberto Massari  e Nathan Novik


ENGLISH - ESPAÑOL - ITALIANO


ONE STATE 

by Roberto Massari


I find it useful to publish this text by Nathan Novik, even though - along with other comrades of Utopia Rossa - I have long declared myself against the perspective of the "two States" to solve the Israeli-Palestinian issue. It is an unrealistic perspective, which will never be seriously realized and which, if implemented, would inevitably lead to the formation of two confessional States (identified with different religions) that will never stop being hostile to each other or continue to wage war. One of the two will also inevitably be dictatorial (as has always been the case with Al Fatah and continues to be the current Palestinian National Authority in the West Bank).

The very nature of Islamic fundamentalism (fanatical and aggressive) ensures that there will never be peace between a Jewish State and a Muslim State.

For some time now, I have been convinced that the only realistic perspective to put an end to a bloody conflict that has been bleeding the country since 1948 (when some Arab states aggressed the newborn Israel to seize the lands assigned to it by the United Nations, thus causing the massive exodus of 7-800,000 Palestinians and the expulsion of a nearly equal number of Jews from Arab countries) is one Statea secular, democratic, multiethnic State (also federative, if possible).

This perspective is becoming more realistic every day, as I will show shortly. But fortunately, there are already some premises in present-day Israel where Arab components live peacefully with the rest of the population (which is not all Jewish and even Jews have different ethnic backgrounds, making Israel already partly multiethnic) and where the regime of imperfect democracy is among the most democratic in the world.

Just think of the following fact: how many examples in history are there of warring States where anti-government demonstrations are allowed? The mind immediately goes to Russia of 1917 and the US during the Vietnam era, but it risks stopping there. In Israel, on the other hand, there are practically anti-government demonstrations every week and openly so. There were even some in the emergency situation caused by the inhuman pogrom of October 7. Not to mention the struggle between different parties to go into government or form alliances. Well, such concrete evidence of democracy for the opposition makes the perspective of imperfect democracy in a future multiethnic, Israeli-Palestinian State realistic.

The most serious thing (of which the Netanyahu government is only the most visible expression) is that the current Israeli State lacks a secular character. It was not always like this because at its origins Israel was born with a secular and social-democratic perspective (including the collectivist utopianism of the kibbutzim), which was broken by the first and subsequent Arab aggressions. Secularity means that the State must be able to represent not only other ethnicities and other religions, but also Jews who are not religious. Israel and the rest of the world are full of non-believing Jews, atheists, agnostics, etc., demonstrating that belonging to the Jewish people is primarily measured by historical-cultural data ("ethnic" in a general sense of the term). And only to some extent or secondarily religiously. But the latter should not prevail over the former, nor identify with them.

As long as Jewish fundamentalism (reactionary and post-medieval in turn) is not politically and culturally defeated, the secularism of the State of Israel indispensable for the peaceful and unitary perspective of one State cannot be guaranteed. But this is a point that can only be resolved by progressive Jews in Israel, with the help of progressive sectors in the rest of the Diaspora.

venerdì 19 aprile 2024

ISRAEL NO ES COMPARABLE CON IRÁN

de Edison Zoldan y Miguel Novik


BILINGUE: ESPAÑOL - ENGLISH


Estimada...:


No es comparable [con Israel] un país  [Irán] que cuelga a los homosexuales y mate una mujer porque no cubre el pañuelo su cabeza completamente. Que lapide a las supuestas mujeres infieles y encarcele y torture a sus adversarios.

Tampoco es comparable Hamás que mató, violó, quemó a civiles. Desgarró el vientre de mujeres embarazadas y mató sus fetos. Que resguarda a sus miembros en túneles dejando a la población civil a su suerte y de escudos humanos.


Israel no es perfecto. Pero la semana pasada se hizo el gay parade (marcha gay) con asistencia internacional (incluso árabes).

Avisa a civiles con tiempo donde va a bombardear.

(A diferencia de Rusia con Ucrania.)

En el Parlamento hay representado dos partidos árabes. Los árabes israelíes tienen los mismos derechos que los israelíes. (Son médicos, jueces, maestros, etc. ). Acaban de elegir Decana de la Universidad a una Phd árabe israelí.

Hamás inició el ataque por quinta vez, pero esta oportunidad cruzó la línea roja e Israel dijo BASTA. No queremos una amenaza constante y que nuestra población pase en refugios. 

Sabes que Hamás quiere (no puede) al igual que Irán y sus proxies aniquilar Israel.

Me vas a contra argumentar de la muerte de civiles en Gaza. Primero, es una cifra del Ministerio de Salud, manejada por Hamás y no corroborada.

Segundo, Hamás busca la publicidad internacional. Ellos podrían terminar el conflicto inmediatamente devolviendo los rehenes. Te has preguntado por que no lo hacen? Para seguir con la guerra.

El máximo dirigente, Haniye, vive en Catar, pero envía a los hospitales israelíes a su familia por cualquier dolencia.

En Gaza y en la Autoridad Palestina reina la corrupción. Reconocido internacionalmente. (Incluso hoy lo hizo Suecia y declaró que cesaría en su ayuda)


Resumen: Los dirigentes israelíes no son perfectos, pero es del cielo a la tierra la comparación que hiciste.

Saludos 


Edison Zoldan


(18 de Abril 2024)

____________________________________________




Una cosa es no poder juzgar qué líder es más egocéntrico y maquiavélico para lograr y mantener su poder.

Otra cosa es no poder ver la diferencia de filosofías de vida (o muerte), explícitas y concretas:


La filosofía de Hamas es proselitista y absoluta. No acepta a israel, (un país judío), en el mapa.

Tolera que sus soldados violen a sus víctimas. (un soldado Israelí que hiciera eso va a cárcel).

En Israel estamos llenos de búnkers para proteger a la civilidad de los misiles que nos lanzan, en Gaza los túneles no son para el pueblo sino para los guerrilleros..(la socieda civil queda expuesta en la superficie).

Israel es democrático, Hamas no...

etc. etc.


No querer ver las diferencias ideológicas explícitas.... merece un análisis psicológico.


Una razón que he escuchado es que dado que la locura religiosa está fuera de la mente en el mundo oxidental actual, dicha realidad no son capaces de verla, no la incorporan en el análisis.

Pero efectivamente si el mundo oxidental tuviese la claridad de ver la filosofía explícita de Hamas, y hubiese exigido que Hamas entregue a rehenes y pare la guerra, desde el día 7 de octubre.... muy probablemente habría paz y se hubiese evitado mucho sufrimiento ....


Miguel Novik


 (18 de Abril 2024)


ENGLISH

domenica 14 aprile 2024

ABOMINI ISLAMISTI

di Piero Bernocchi

Da Haniyeh/Hamas alle "gabbie" di Centocelle per le donne dell'Islam

Ho scritto parecchio nel recente passato per motivare perchè, a mio parere, almeno buona parte della sinistra conflittuale italiana dovrebbe provare ostilità e massima distanza da Hamas, dall'Iran, dalle dittature fascio-islamiste, corresponsabili con Israele delle sofferenze palestinesi, ma con scarso successo, al punto da farmi pensare all'inutilità di continuare a produrre materiali in materia. Trovo drammatico che in gran parte delle mobilitazioni di queste settimane, e non solo in Italia, Hamas e l'Iran vengano, seppur non sempre esplicitamente, considerati degli alleati dei palestinesi nella lotta contro gli orrendi massacri di Israele a Gaza, peraltro sorvolando sbalorditivamente sulle atrocità del 7 ottobre, presentate addirittura come "riscatto del popolo palestinese" e glorioso atto di "Resistenza" con la R maiuscola, nonchè sui quotidiani crimini contro il proprio popolo perpetrati dalla ultra-reazionaria dittatura islamo-integralista iraniana.

Ma nel contempo mi appare altamente preocupante pure il filo-islamismo che si diffonde, in concomitanza con la indispensabile mobilitazione a fianco dei palestinesi, nel mondo "occidentale" e che fa trovare accettabile (con il mantra "è la loro cultura, bisogna rispettarla")  gli abomini nei confronti non solo dei dissidenti politici, ma delle donne, dei diversi orientamenti di genere e sessuali, messi in opera quotidianamente nei regimi fascistoidi dell'integralismo islamico, in primis l'Iran, e nelle organizzazioni collegate (Hamas, Hezbollah, Houthi ecc.), sotto il manto di una religiosità ripugnante e soffocante. E mi viene da pensare: ma come è possibile? Una sinistra che in Italia si è battuta per decenni contro il ruolo della chiesa cattolica (peraltro assai meno intollerante, qui ed ora, degli oppressivi culti islamisti), che ha lottato contro il crocefisso nei luoghi pubblici, che ancora negli anni '60 ha contribuito in maniera decisiva a cancellare il delitto d'onore, i matrimoni riparatori (anche quella era considerata  "cultura popolare", no?). E che mo' si beve un integralismo islamico che in Europa punta a diventare una sorta di religione ufficiale e di Stato, con le sue feste nazionali riconosciute, che vuole imporre, nei territori che sta "colonizzando", i suoi rituali ostili a più di mezza umanità (donne e "diversi"), con l'imposizione della Sharia islamica come regola di vita, incompatibile con la Costituzione, con il rispetto dei diritti umani e dell'uguaglianza di genere, mentre dove tale islamo-integralismo domina, ogni diversità politica, culturale, sociale, religiosa, di costumi e orientamenti sessuali viene ferocemente repressa.

lunedì 12 marzo 2018

RIFLESSIONI SULLA POLITICA TURCA, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

© Shlomo Cohen
È cambiata la Turchia sotto Erdoğan? La domanda può apparire assurda solo per l’abitudine di considerare la Turchia, prima che Erdoğan salisse al potere, un Paese laico e occidentalizzato.
Tuttavia, quest’immagine consolidata si rivela falsa. Il cambiamento c’è stato, ma non nella sostanza: a cambiare è stata l’esteriorità. Infatti, pur col periodico ricorso alle elezioni, il Paese è sempre stato governato in modo autoritario, e oggi questa caratteristica è soltanto più evidente e maggiore è la sua qualità.
Mustafa Kemal e i suoi successori hanno compiuto sforzi immensi per occidentalizzare la Turchia in tempi brevi - troppo brevi - e apparentemente avevano avuto successo. La laicità kemalista non ha mai fatto proprio, per esempio, il modello francese, ma si è limitata a mettere sotto controllo politico e statale il mondo religioso turco e vietare le sue manifestazioni pubbliche.
Alla fine una plurisecolare storia nazionale, che con troppa fretta era stata destinata al museo delle cose passate, è riemersa con forza culturale, spirituale e politica.
D’altronde tutta la storia dei Turchi, dalla loro uscita dalle steppe dell’Asia centrale, si era sviluppata sotto il segno dell’Islam, e la rivoluzione kemalista - imposta anche sanguinosamente - aveva per vari aspetti violentato l’identità di quella che potremmo chiamare “anima turca”.
Se vogliamo lo stesso Atatürk, senza baffi e vestito all’occidentale, dava una certa sensazione di artificiosità. Questo non significa che non esista più un settore occidentalizzato e laico nella società turca, ma solo che esso ha perduto l’egemonia politica e culturale, rivelandosi per giunta minoritario.
Nel 2002 l’islamico Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp) vinse le elezioni e in pochi anni riuscì a penetrare nelle roccaforti laiche dell’amministrazione pubblica e della giustizia che in precedenza sembravano impossibili da conquistare. Il loro potere fu neutralizzato e la stessa sorte toccò alle Forze armate, anch’esse in teoria solido pilastro e guardiane della svolta kemalista.
In definitiva, Erdoğan e l’Akp hanno liberato il sentimento profondo della Turchia popolare e islamica, il cui islamismo - prima confinato nella sfera privata - è diventato libero e di rilevanza pubblica.
Il successo risulta tale che il ritratto di Atatürk, ancora appeso alle pareti degli uffici pubblici, ormai non fa più danni e può restare dove si trova - in fondo rappresenta un momento di vittoria nazionale per i Turchi.
La vittoria dell’Akp non ha portato a un nuovo corso di democrazia, si è semplicemente affermato un nuovo culto della personalità: quella di Erdoğan invece di quella di Mustafa Kemal. Qualcuno afferma che in definitiva la svolta islamica non è stata fine a se stessa, bensì lo strumento per l’affermazione dell’erdoğanismo.
Ormai eletto direttamente dal popolo, Erdoğan si comporta come se fosse l’incarnazione della volonté générale della nazione turca. Il suo potere è pienamente consolidato: l’Akp ha la maggioranza in Parlamento, le Forze armate sono state domate, la magistratura e la Corte costituzionale sono obbedienti, i mass media sono per lo più controllati e infine (e non da ultimo) i nuovi padroni del Paese possono distribuire in tutta tranquillità gli appalti pubblici - piccoli e grandi - fra i loro clienti.
Uno strumento in particolare ha manifestato una singolare efficacia: l’ampio uso di una retorica che fonde vittimismo, arroganza neo-ottomana, sindrome da complotto interno-esterno e caccia ai traditori.
Si tratta di uno strumento efficace, perché corrisponde a un atteggiamento diffuso soprattutto fra gli strati più popolari, specialmente anatolici, e considerato da molti osservatori esterni un residuo psicologico della travagliata storia del declino imperiale ottomano.
Ormai il tradimento è percepito come presente in chiunque e in qualsiasi settore non conforme all’Akp. Si tratta di un bacino molto eterogeneo: sinistra turca, kemalisti, liberali, Curdi e filo-curdi, minoranze religiose come gli Aleviti, i pochi Sciiti esistenti, qualche superstite Armeno e/o Greco ortodosso.
Fra i traditori sono state incluse personalità che un tempo furono autorevoli esponenti dell’Akp, poi incorse nell’imperdonabile colpa della dissidenza politica - seppur minima: Abdullah Gül, tra i fondatori dell’Akp ed ex presidente della Repubblica; Bülent Arınç, anch’egli cofondatore ed ex speaker del Parlamento; e infine Ahmet Davutoğlu, ex ministro degli Esteri e presidente del Consiglio.
Fethullah Gülen è un nemico arcinoto, ma non è inutile ricordare che senza il suo appoggio (per la vasta rete di collegamenti di cui disponeva) Erdoğan forse non sarebbe riuscito a vincere la burocrazia laica e le Forze armate nel cruciale periodo 2011-12.
In aggiunta c’è la crescente nostalgia per il periodo ottomano - cioè imperiale islamico - fonte di ispirazione della variabile e contraddittoria politica estera di Erdoğan, grazie alla quale la Turchia resta nella Nato, ma compie disinvolti “giri di valzer” con la Russia.
Infine vi sono le velleità d’espansione, oggi rivolte alla Siria prendendo a pretesto l’ossessione curda di Erdoğan.

OSCILLANDO FRA MOSCA E WASHINGTON

Sul problema curdo le iniziali “aperture” del Presidente turco sono durate poco, ed egli è tornato al più ottuso nazionalismo turco e alla sua menzogna di base: i Curdi non esistono, sono semplicemente “Turchi di montagna”.
Adesso, grazie anche alle precedenti complicità di Erdoğan con i jihadisti in Siria, si è creata una situazione per cui i Curdi siriani - collegati col Pkk di Turchia - non sono visti come nemici né dal Cremlino né da Washington; di qui l’altalena di Erdoğan fra Russia e Stati Uniti, accolta dai suoi interlocutori in modo opportunista quando conveniente, ma sempre con diffidenza.
Per inciso, il problema curdo-siriano non è l’unico ad inquinare le relazioni tra Ankara e Washington: sembra che gli investigatori del Fbi stiano lavorando a un dossier su Erdoğan, la sua famiglia e i membri del relativo entourage per una truffa che coinvolge la Banca di Stato turca in materia di commercio con l’Iran, suscettibile dell’accusa di violare le sanzioni e le leggi bancarie degli Usa.
Il problema diventerà concreto se vi saranno incriminazioni contro gli indagati, col rischio di sanzioni statunitensi alla Turchia. In tal caso la questione potrebbe anche riflettersi - teoricamente - sull’appartenenza turca alla Nato. Se questo avvenisse, un ulteriore avvicinamento turco alla Russia non dovrebbe stupire, ferma restando l’incognita della disponibilità (e possibilità) russa ad accogliere le pretese turche sui Curdi di Siria.

LA QUESTIONE AFRIN

Intanto ad Afrin le cose non vanno benissimo per le truppe di Ankara, alle prese con una resistenza accanita e difficoltà tecniche nella protezione dei propri mezzi corazzati, che difatti hanno subito perdite ingenti. Se si arrivasse alla battaglia finale, i Turchi con tutta probabilità la vincerebbero, ma a prezzo di fortissime perdite non solo in termini di mezzi materiali, ma anche di proprie vite umane.
Sulla possibilità o meno di accoglimento russo delle pretese turche in Siria bisogna fare una riflessione. In Siria, Mosca ha stipulato accordi col governo di Damasco per i propri interessi geostrategici. La presenza militare della Russia richiede che il Paese sia stabilizzato e rimanga amico; a questo fine non ci sono alternative serie ad Assad, il cui governo deve essere definitivamente rafforzato e recuperare il controllo dell’intero territorio siriano. Cosa non facile, ma nemmeno impossibile.
Alla luce di ciò, la Russia non ha alcun interesse ad appoggiare le pretese turche, poiché andrebbe ad urtare col governo damasceno per disporre unicamente di un’eventualità piuttosto aleatoria: vale a dire che Ankara, spingendosi all’estremo, finisca col rompere con la Nato. Allo stato delle cose, uno stratega accorto può soltanto attendere che il frutto, in caso di maturazione, cada da sé nella metaforica cesta.
È chiaro che l’operazione Afrin ha una duplice funzione: annientare i Curdi nelle zone di frontiera e realizzare una zona di controllo turco nella Siria settentrionale, da usare come base per i jihadisti anti-Assad sostenuti da Ankara - magari dando alla Turchia l’egemonia su quel che resta del jihadismo in Siria.
Ciò significherebbe prolungare il conflitto siriano e vanificare le vittorie governative appoggiate dai Russi. Ne consegue che l’operazione Afrin va contro gli interessi della Russia: è quanto basta per smentire certe dicerie riguardo un preventivo accordo fra Erdoğan e Putin.
Sembra che il regime di Assad abbia facilitato il trasferimento di combattenti curdi nella zona di Afrin, e la logica di tale iniziativa è palese: al momento le velleità curde non minacciano Damasco, mentre lo stesso non può dirsi per il caso di una vittoria turca.
Nel frattempo pare che i Curdi abbiano ceduto al controllo dei governativi alcuni territori nell’area di Aleppo. E se, come sostiene l’agenzia al-Masdar, i Curdi prossimamente consegneranno ai governativi la città di Manbij - un chiaro obiettivo turco - allora vorrebbe dire che per proseguire la Turchia dovrebbe mettersi contro anche la Russia.

IL DILEMMA DELLA RUSSIA

Qui le cose si fanno complicate per la politica russa, che si trova a muoversi su una specie di filo del rasoio. Da un lato, senza cooperazione turca la stabilità della Siria resta a rischio, dall’altro, le iniziative di Ankara sono in contrasto con tale cooperazione.
In più, Mosca dovrà evitare lo scontro diretto fra truppe siriane e turche, e non solo perché i Siriani avrebbero la peggio: oltre al grave deterioramento dei rapporti fra Russia e Turchia (con tanti saluti alla stabilizzazione siriana), Mosca riceverebbe da Damasco e Teheran non resistibili pressioni per un suo intervento, con possibili e pericolose contromosse statunitensi.
Ma anche la Turchia ha interesse a non deteriorare i suoi rapporti con la Russia. Sembra esservi una situazione di stallo, tuttavia Mosca disporrebbe di almeno una possibilità di trattativa - soprattutto se la resistenza curda causasse ai Turchi perdite molto pesanti.
Si tratterebbe di far leva su due fattori: il fatto che Ankara avrebbe comunque conseguito l’obiettivo di mettere in sicurezza il confine siriano bloccando i rifornimenti fra Curdi di Siria e Pkk, nonché i costi - e i pericoli - che lo spingersi oltre implicherebbe.
Parallelamente, Mosca potrebbe agire sui Curdi di Siria sottolineando la convenienza ad abbandonare le iniziative azzardate sollecitate dagli Stati Uniti - che poi con disinvoltura li abbandonerebbero al loro destino - e convincendoli, inoltre, ad ammorbidire l’atteggiamento verso il governo di Damasco, poiché un accordo con esso potrebbe avere effetti tranquillizzanti sulla Turchia.
Come corollario ci sarebbe da persuadere Damasco ad accettare al momento (e sotto protezione russa) sia una presenza turca nel nord che la concessione ai Curdi di una qualche autonomia che non risulti pericolosa per gli interessi di Ankara.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.