L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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martedì 29 maggio 2018

UBU RE IN NICARAGUA, di Pagayo Matacuras

IN DUE LINGUE (Italiano, Spagnolo)

© Alfred Jarry
Chi è il re Ubu? È un tipo che uccide il tiranno per trasformarsi in tiranno e poi fa fuori i nobili e tutti coloro che lo hanno appoggiato; spreca ricchezze e ne accumula altre; distribuisce ai poveri e toglie ai ricchi; ma segnatamente elimina tutti, poveri compresi, per diventare più ricco. Manda i suoi soldati alla carica, ma è il primo a nascondersi. Con lui tutti possono cadere nella botola - nel pozzo - o sprofondare nella sua tasca, inghiottiti da una spirale senza fondo.
Ubu Re è una commedia scritta dal francese Alfred Jarry e rappresentata per la prima volta il 10 dicembre 1896 al Théâtre de l’Œuvre di Parigi. A quest’opera ne seguono altre, e l’ultima è Ubu incatenato (1900), in cui il protagonista è condannato al carcere a vita.
Il re Ubu dichiara che la libertà non è che un semplice gioco in cui io cammino sopra il fuoco e tu non puoi perché chiedi l’elemosina. La libertà è la caratteristica massima dell’alienazione di una piuma su una pietra. Non c’è libertà se non c’è potere di schiacciare, in caso contrario il suo significato diviene nullo. Non c’è libertà senza oppressione.
Nel frattempo gli uomini liberi cantano: «Viva la libertà, la libertà, la libertà! Noi siamo liberi. […] Disubbidiamo di concerto […] Inventiamo ciascuno un tempo diverso, benché sia faticoso. Disubbidiamo individualmente» (Ubu incatenato, Atto I, Scena II).
Naturalmente si tratta di una pura fantasia che non potrà mai verificarsi nella realtà, immaginazione di un creatore forse già pronto per il chilometro cinque [al km 5 della Carretera Sur di Managua c’è l’Ospedale psichiatrico (n.d.r.)]. A pochi passi da dove si riunisce il Diálogo Nacional - con i rappresentanti del Governo e della società civile - con l’obiettivo di uscire dalla difficile crisi che il Nicaragua sta vivendo da oltre un mese, quando è iniziata la cosiddetta «rivoluzione etica» degli studenti universitari, autentica ribellione contro l’ordine costituito. Un processo politico che si concretizza con la partecipazione loro e di altre forze sociali.
Dalla sessione inaugurale del 16 maggio, il re Ubu-Daniel non si è più visto e non ha parlato. Sua moglie, la regina Ubu-Rosario, che ogni giorno recita la sua Messa quotidiana mescolando misticismo e cristianesimo pentecostale nel programma «Multinoticias» di Canal 4, dal 17 maggio è rimasta in silenzio per quattro giorni. Né sono apparsi a Niquinohomo il 18 maggio, data di nascita di Sandino. E neppure il giorno successivo, durante la manifestazione che ha avuto luogo nell’Avenida Bolívar per celebrare il compleanno del «Generale degli uomini liberi».
Scomparsi? Inghiottiti dalla terra di laghi e vulcani?
No, per il momento. La coppia-Ubu ha ancora il potere, seppur non più completo come prima. La forte mobilitazione della società civile le impedisce di ristabilire il controllo totale. Inoltre, ciò che non ha più è la legittimità, fortemente contestata nell’agenda che l’Alianza Cívica por la Justicia y la Democracia ha posto sul tavolo del dialogo il 23 maggio. Un’agenda globale per una reale democratizzazione delle istituzioni politiche e giudiziarie a tutti i livelli. Vengono proposte riforme parziali della Costituzione - con il divieto di rielezione in qualsiasi carica elettiva - e della legge elettorale, così da anticipare le elezioni all’anno prossimo. La delegazione governativa ha dichiarato che questo programma è «la via per un colpo di Stato». Naturale che sia così, perché se messo in pratica distruggerà completamente il castello di carte costruito in questi dieci anni, con il partito al Governo che controlla tutti i poteri dello Stato. Un golpe senz’armi che realizzerà un cambiamento profondo e radicale nella gestione delle istituzioni dello Stato, completamente libere da qualsiasi influenza partitica. Indipendenti e libere da qualunque limitazione.
La richiesta di rinuncia della coppia-Ubu non figura con chiarezza all’ordine del giorno. Ciò appare contraddittorio, essendo ovviamente la prima tappa per realizzare gli altri punti. In realtà si richiede anche l’approvazione di una legge quadro per la transizione e la governabilità democratica, la formazione di un nuovo Consejo Supremo Electoral (Cse) composto da magistrati onesti e di riconosciuta esperienza, e la riduzione del numero di deputati dell’Asamblea Nacional. Queste profonde riforme, che tracciano la via della democratizzazione in modo pacifico e costituzionale, avrebbero come risultato inevitabile l’uscita di scena dalla coppia-Ubu. E dei suoi cortigiani.
I rappresentanti della delegazione governativa, come condizione preliminare alla discussione, hanno chiesto in maniera intransigente la rimozione delle barricate stradali che sono state installate in tutto il Paese, una misura di pressione che rimane in vigore contro il Governo. Unico argomento che ribadiscono: «Non possiamo occuparci di altre questioni». Tutti capiscono che è una scusa per non parlare di nessun altro argomento; il ministro degli Esteri Moncada, capo della delegazione, l’ha affermato categoricamente: «Non accettiamo l’ordine del giorno».
Sono due idee di dialogo che assai difficilmente possono trovare un punto di accordo, due intransigenze che dipendono da due visioni diverse e opposte di ciò che è una società democratica. Non è da tutti fischiare e bere pinol [bevanda di mais bianco tostato e macinato (n.d.r.)], diciamo noi nicaraguensi. Pertanto i vescovi, che fungono da mediatori, hanno sospeso il dialogo a tempo indeterminato, proponendo la formazione di una commissione mista per cercare consenso sulle proposte che sono state presentate, in modo che i negoziati possano essere riattivati. Questa commissione dovrebbe essere composta da sei persone: tre delegati del Governo e tre rappresentanti di studenti universitari, società civile e imprenditori.
Nel frattempo, gli oppositori hanno dichiarato il fallimento del dialogo e nel pomeriggio del 23 maggio sono scesi in strada in tutto il Paese. Allo stesso tempo hanno rinforzato i blocchi stradali, principalmente nelle zone produttive del nord e del sud. D’altra parte la Juventud Sandinista (JS), gestita direttamente dalla sacerdotessa Ubu-Chayo, ha dato l’assalto in misura massiccia ad alcune barricate. All’ingresso di León, lungo la strada che la collega a Managua, uno studente è stato ucciso da un proiettile di AK-47 [kalashnikov (n.d.r.)], la JS ha preso in ostaggio 17 ragazzi e li ha tenuti prigionieri per alcune ore nella sede regionale del Frente Sandinista a León. Qualcuno afferma che all’interno c’erano pure tre poliziotti antisommossa. Fino a che sono intervenuti dei sacerdoti e hanno ottenuto la loro liberazione. Un’azione del genere dev’essere non solo ben pianificata, ma devono essere state perlomeno una cinquantina le persone del gruppo che ha sequestrato i ragazzi. In pratica si sono autodenunciati come mandanti delle forze paramilitari che non vogliono dialogare.
Gli stessi fatti accadono più o meno in tutto il Paese, con uomini incappucciati armati di mortai artigianali e di pistole che viaggiano in Suv a doppia cabina e in moto, soprattutto di notte. La stessa Uca (Universidad Centroamericana) è stata oggetto di un attacco di mortaio contro il suo edificio principale, a Managua, all’alba del 27 maggio. Una totale e assoluta idiozia, che dimostra pienamente l’atteggiamento della coppia-Ubu, l’uso e l’abuso di queste forze paramilitari (o parapoliziesche) che sostituiscono la Polizia a causa del pesante discredito che ha colpito quest’ultima durante le proteste, in seguito alla violenza irrazionale con cui ha agito e di fronte al rifiuto ufficiale dell’Esercito di scendere in strada. Fino ad oggi, nessuna di queste persone è stata indagata o arrestata (alcuni dicono che molti di loro sono poliziotti in borghese).
Chiaramente, sebbene sia iniziata come protesta civica nonviolenta e l’idea della maggioranza continui ad essere tale, ci sono anche gruppi di oppositori che perseguono l’obiettivo del caos per il caos, con l’incendio di pick-up e autobus della JS, ferendo gravemente alcuni militanti sandinisti. Che siano fannulloni pagati con pochi dollari dalla destra o dall’Ambasciata statunitense, oppure provocatori, il risultato non cambia: rendono il gioco facile alla coppia-Ubu nel criminalizzare l’intero movimento.
In tal modo, la possibilità di una soluzione pacifica alla crisi che questo Paese soffre da circa quaranta giorni si allontana. Nonostante questa contingenza, pare che la gente svolga le proprie attività quotidiane come se nulla fosse, lamentandosi soltanto per l’aumento dei prezzi del cibo e dei servizi di base.
E mentre la coppia-Ubu tenta di rimanere al potere inviando un messaggio di forza per zittire la pressione popolare - che continua con pacifiche marce nella capitale e in altre città, Ubu-Daniel rimane in silenzio e Ubu-Chayo continua con le sue omelie di pace a cui nessuno può ormai credere: «La nostra Fede è la nostra Forza! Sappiamo di essere un Popolo credente, devoto, un Popolo semplice, un Popolo laborioso, che ha rafforzato i Percorsi della Fede, i Valori della Famiglia e della Comunità, i Valori cristiani» (24 maggio).
Forse la coppia-Ubu pensa che in questa maniera possano reintegrarsi nuovamente i militanti sandinisti che nelle settimane precedenti si sono allontanati, fino a partecipare alle marce della società civile che il 27 maggio si sono tenute in una decina di città. Ecco perché stanno utilizzando tattiche dilatorie per stancare il popolo e cercare di ricomporre le proprie forze, contro la massiccia lotta civica che chiamano «piaga criminale». Ma questa tattica sta portando nella direzione opposta: il rifiuto del partito che l’ha portata al potere. Il Paese è diviso in due. Poco a poco, la gente si rende conto che questo non è l’Fsln che ha combattuto contro la dittatura somozista, ma è un’altra cosa, del tutto differente.
Un altro rischio dev’essere tenuto presente ed è molto reale: la tentazione di isolare gli studenti dalle altre forze della cosiddetta «società civile», dato che continuano a dichiarare che nel loro movimento (Movimiento 19 de Abril) non ci saranno ingerenze da parte di nessuna forza politica. Innanzitutto gli imprenditori riuniti in varie associazioni non possono tollerare una forza che vuole un profondo cambiamento nella società - incluse le questioni economiche, in un Paese che è il secondo più povero del continente. Inoltre il movimento campesino, nato in opposizione alla costruzione del Gran Canal Interocéanico che avrebbe trasformato l’ecosistema del Paese, mantiene senza dubbio legami con i partiti di destra che aspirano a una rivincita. Infine la stessa Chiesa cattolica - che agisce da mediatrice - non può accettare seriamente uno Stato laico e democratico.
E finora, a partire dalla sessione inaugurale del dialogo, pur non avendo una leadership gerarchica (e forse, per fortuna), solo gli studenti hanno affrontato con parole aspre e chiare l’onnipotente potere politico della coppia-Ubu: «Questo non è un tavolo di dialogo, piuttosto un tavolo per negoziare la sua uscita di scena, perché questo è il sentimento del popolo». Lasciando nuda la coppia-Ubu, come nel famoso racconto di Andersen.

mercoledì 16 maggio 2018

FSLN ORA ZERO, di Pagayo Matacuras

IN DUE LINGUE (Italiano, Spagnolo)

Rosario Murillo e Daniel Ortega © Oswaldo Rivas
«Un altro aspetto che dovrebbe essere evidenziato è quello che fa riferimento al numero insufficiente di quadri per partecipare a tutti i compiti richiesti per la preparazione del lavoro, non solo in città e in campagna ma anche al di fuori del Paese. La direzione del Frente Sandinista ha tollerato per troppo tempo il settarismo che ha impedito la promozione di un numero sufficiente di nuovi quadri provenienti dal settore operaio politicamente sviluppato e dal settore universitario. Volevamo raggiungere disperatamente obiettivi di dimensioni eccessive, senza trarre sempre vantaggio ogni giorno per l’esecuzione di compiti appropriati».
Queste parole furono scritte da Carlos Fonseca Amador esattamente cinquant’anni fa. Alla fine del 1969, stampato con il ciclostile, cominciò a circolare clandestinamente Nicaragua Hora Cero.
Perché ripetiamo oggi queste parole storiche? Una ragione molto semplice ci porta a farlo, dopo un mese di trambusto in Nicaragua, con molti morti, feriti e incarcerati. Il problema iniziale della riforma dell’Inss (Instituto Nicaragüense de Seguridad Social) fin dai primi giorni non esiste più. È stata la scintilla che ha incendiato il Paese, a partire dagli studenti fino ad arrivare ai cittadini di molte città e paesi, senza distinzione di opinioni politiche. Sino a giungere, negli ultimi giorni, nel quartiere indigeno di Monimbó (Masaya), vera culla dell’insurrezione popolare contro il somozismo.
Esiste una dittatura in Nicaragua? Forse un regime autoritario o dictablanda, come lo descrisse Herbert Marcuse nel suo L’uomo a una dimensione (1964). Fino allo scorso 19 aprile non c’era né un prigioniero politico né una persona scomparsa, la stampa dell’opposizione era libera (giornali e canali televisivi), c’erano proteste contro l’una o l’altra questione… Dalla reazione del Governo nei confronti dei cittadini che manifestavano pacificamente contro la riforma di cui sopra, con la Polizia che sparava per uccidere, l’autoritarismo si è mutato in spudorata dittatura. Senza il minimo travestimento.
«La storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa», disse Karl Marx nel 1852 (Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte). Ma la farsa dev’essere il più breve possibile, in modo da non ridiventare una seconda tragedia ancor peggiore della prima.
La domanda di base, la richiesta di migliaia e migliaia di persone, è perciò l’abbandono del potere da parte di Daniel Ortega e di sua moglie Rosario Chayo Murillo, non solo presidente e vicepresidente, ma anche segretario politico e segretaria di organizzazione dell’Fsln. Oltre ai loro sette figli, che occupano alte cariche di Stato. «Che il Nicaragua ritorni ad essere una Repubblica», gridano e scrivono sui cartelli che una folla immensa porta per strada, ripetendo un’idea di Pedro Joaquín Chamorro Cardenal, il Martire delle libertà pubbliche. Sembra che la coppia presidenziale non si renda conto di ciò… o non gli interessa un fico secco, in puro stile nazionale menefreghista.
Per oltre un decennio, l’occupazione delle istituzioni è stata rapida e completa da parte di entrambi, con un accordo di «non belligeranza» accettato nella pratica dagli imprenditori privati, che si sono arricchiti come non mai, e da parte della Conferenza episcopale, che controlla le coscienze della gente. La caratteristica fondamentale del potere autoritario che ha comandato fino alla metà di aprile è la tripartizione: Daniel e la Chayo, attraverso l’Fsln, comandano a livello politico, gli imprenditori del Cosep (Consejo Superior de la Empresa Privada) a livello economico e i vescovi sui cervelli.
Non esiste il socialismo in questo Paese, il governo non controlla nessuna «leva economica», ma soltanto le strutture istituzionali e il partito. Stato e partito sono la stessa cosa, proprio come accadeva nei Paesi dell’Europa orientale fino a un paio di decenni fa. In ogni ufficio pubblico la bandiera nazionale, il «glorioso vessillo bicolore» blu e bianco, è sempre accompagnata da quella dell’Fsln. Non stiamo parlando della storica bandiera rosso-nera del «Generale degli uomini liberi», Augusto Nicolás Calderón Sandino, ma di quella con le lettere cubitali del partito.
Ma anche questa è una bugia più che evidente. Di quale Frente Sandinista stiamo parlando? Dell’organizzazione di guerriglieri che ha combattuto valorosamente contro la dinastia somozista per quasi due decenni? Del partito politico-militare che ha affrontato una guerra «di bassa intensità» per quasi un decennio?
Né l’uno né l’altro, ovviamente. L’attuale Fsln è la stessa famiglia Ortega e i loro collaboratori più stretti. (E un altro lungo capitolo sarebbe quello delle imprese appartenenti alla coppia e ai loro figli, ma con prestanome come proprietari.)
Dopo la sconfitta elettorale del 25 febbraio 1990 e l’opposizione alla destra governativa, a partire dal 1995 iniziò una specie di «epurazione stalinista» nelle file dell’Fsln. La maggior parte degli ex comandanti della guerriglia lasciò il partito - con una posizione politica che potrebbe definirsi socialdemocratica - organizzandosi nel Movimiento Renovador Sandinista (Mrs). Molti altri sono stati espulsi dal partito a calci nel culo, a causa delle loro critiche più o meno forti. Altri si sono allontanati completamente, lasciando la militanza politica.
Il risultato attuale è che la maggior parte della «vecchia leadership» è lontana dal partito, gestito completamente, come detto, a livello famigliare. E lo stesso accade con lo Stato in tutte le sue strutture. Per fare un esempio lampante: esiste un altro paese al mondo in cui vi siano un ministro degli Esteri e un altro ministro per le Politiche e gli Affari Internazionali (ossia con l’incarico di mantenere i rapporti con i partiti e le organizzazioni amici)?
Per quarant’anni, a partire dal 1979, non c’è mai stata alcuna formazione politica di militanti e dirigenti. Se negli anni ‘80 si poteva giustificare con la guerra di aggressione, dal 1990 in poi era già una scelta. A poco a poco Daniel è andato monopolizzando il partito, nonostante fosse il meno preparato politicamente fra i nove comandanti storici. Pertanto, attualmente i quadri del partito sono «quadri» appesi al muro del bunker situato nel quartiere Bolonia - dove gli Ortega vivono protetti da posti di blocco della Polizia - semplici immagini sottovetro e con una cornice da cui non possono tirarsi fuori. Non devono oscurare il segretario-presidente, ma solo ripetere le parole della Chayo Murillo come fossero pappagalli: «¡Sí, señor! ¡A la orden!».
Tuttavia, dal 19 aprile il mondo non è più quello di prima. Forse può essere la data dell’«inizio della fine». Grazie alla repressione indiscriminata e brutale della Polizia, gli oppositori stanno crescendo di giorno in giorno in ogni angolo del Paese. Nessuno si aspettava qualcosa di così diffuso in tutti i settori della società: né il Cosep, né la Chiesa, né l’Ambasciata statunitense… e nemmeno la coppia presidenziale, col suo sogno che si sta trasformando in un incubo.
Al momento non c’è nessun leader della protesta: ve ne sono anzi parecchi. Ogni «gruppo sociale», per così dire, ha il proprio leader. Tra i manifestanti si vedono magliette con il Che o con Sandino, e non sono poche. La destra non è ancora riuscita a egemonizzare il movimento nel suo complesso. Ciò è un vantaggio per la sinistra, ma fino a quando continuerà questa mancanza di controllo? Dall’oppositore 100% Noticias si opera con l’obiettivo di far continuare la lotta civica e gli scontri (e prima era un canale abbastanza equilibrato), come pure La Prensa. Dagli Stati Uniti arrivano già dollari in abbondanza per pagare banditi di strada armati che si infiltrino nelle file dell’opposizione per uccidere o incendiare uffici pubblici.
Attualmente il rischio maggiore è il rifiuto generale non solo della coppia presidenziale, che è già diffuso fino ai militanti sandinisti più coscienti, ma di un’intera storia che non merita di essere cancellata completamente. Quanto più a lungo Daniel e la Chayo rimangono sulle loro poltrone, tanto più è probabile che questo sia il futuro: la sepoltura della storia in un cimitero dove nessuno andrà a mettere fiori né a pregare, nella Chureca [la discarica di Managua (n.d.r.)]. E il sospetto è che sia stato accettato l’ingresso della Cidh (Corte Interamericana de los Derechos Humanos) per indagare in modo indipendente sugli eventi - così come il Diálogo Nacional - solo per «prendere tempo», come si suol dire, e ritardare all’infinito la resa dei conti.
In che modo sarebbe possibile evitare questo disastro? Come sarebbe possibile evitare questo assassinio annunciato dell’autorità morale acquisita negli anni della lotta antisomozista?
Per quello che si sa - ma molte sono voci in un Paese dove raccontare balle è lo sport nazionale - sin dai primi giorni degli scontri di strada, i vecchi capi dell’Esercito hanno parlato con quelli in carica. Iniziando da Humberto, fratello di Daniel, e seguendo con Joaquín Cuadra e Omar Halleslevens. Chiedendo loro di non sparare contro la gente, mantenendo una posizione istituzionale e apartitica. E l’Esercito non ha sparato un solo colpo.

giovedì 26 aprile 2018

IL NICARAGUA FRA SIMBOLI E REALTÀ, di Pagayo Matacuras

IN DUE LINGUE (Italiano, Spagnolo)

© Inti Ocon
La terza di aprile è stata una vera settimana di Passione per la coppia presidenziale del Nicaragua. E una vera settimana di sangue e lutto per un popolo stanco e ribelle per natura: «que restaña con alegría, todos los días, mi rebelde corazón. Ay, Nicaragua, Nicaragüita…». È un popolo che sopporta, sopporta, sopporta… ma non all’infinito.
Il simbolo più evidente che il popolo del Nicaragua ha notato negli ultimi anni è nel quartiere Bolonia della capitale Managua: il parco El Carmen. Negli anni della guerra, quando la Contra si trovava già all’interno del Paese e si continuava con lo slogan «No pasarán», si poteva tranquillamente passare davanti alla casa degli Ortega. Da un po’ di tempo ci sono posti di blocco che impediscono a chiunque, anche a piedi, di avvicinarsi a meno di due chilometri. No pasarán
Sabato 21 aprile, noi nicaraguensi abbiamo assistito in televisione al ricco pranzo che Daniel e Chayo [Rosario Murillo, sua moglie (n.d.r.)] hanno offerto agli impresari (taiwanesi, coreani, statunitensi…) delle zone franche - maquilas - con una grande tavolata ricoperta di fiori e assai ricca di piatti di ceramica e bicchieri di cristallo. E probabilmente non hanno mangiato riso e fagioli con formaggio né tortillas senza sale. Nel frattempo per le strade del Paese, soprattutto quelle di Managua, continuava la lotta degli studenti contro la riforma dell’Inss (Instituto Nicaragüense de Seguridad Social), cioè delle pensioni. Con morti, feriti e arrestati da parte della Polizia e degli antisommossa.
Un vero scontro di immagini: il lusso sfacciato di una ricca tavola e la polvere, le pallottole e il sangue versato per le strade. In questo scontro simbolico, più che nella marcia di domenica 22, è racchiusa la fine dell’orteguismo nella mente dei pinoleros (i nicaraguensi). Questa marcia è stata solo la spinta per l’irreversibile crollo di un regime famigliare che ha contribuito a un qualche sviluppo del Paese, ma senza considerare le realtà di fame e miseria ancora profonde. Il mega progetto «Hambre cero» è già defunto ancor prima di fare i suoi primi passi… è servito soltanto per la propaganda elettorale.
Già prima che iniziasse il pranzo del sabato, si sapeva che Daniel avrebbe lanciato un messaggio al Paese in relazione agli avvenimenti dei giorni precedenti. E il messaggio è arrivato: l’Inss ha deciso con un suo decreto di sospendere l’entrata in vigore della riforma. «Vale a dire, l’ha messa da parte… l’ha spostata da un lato…», secondo le parole di Ortega.
Ma non ha neppure parlato degli studenti, né dei morti, feriti e arrestati. Né della censura a vari canali televisivi, con la chiusura completa per ventiquattr’ore; ha solo fatto riferimento ai saccheggi dei mercati e dei supermercati… azioni per le quali non è sicuro si possa incolpare gli studenti. Non ha detto neanche una parola sui due poliziotti uccisi, né sul giornalista della rete televisiva di Stato Canal 6 assassinato a Bluefields (costa atlantica). Per il presidente esistevano solamente le bande giovanili, i saccheggiatori, i distruttori… pagati non si sa bene da chi.
Dalle sue labbra non è uscita una sola parola sulle cosiddette «orde» sandiniste: impiegati dello Stato che hanno provocato scontri e disastri in giro per la città. Qualcosa di molto simile alle «orde» somoziste capeggiate da Nicolasa Sevilla, soprannominata «la Colacha». Si possono comprendere i «partigiani» orteguisti che si scontrano con i «reazionari» in modo volontario e spontaneo, ma quando escono tutti in strada con la stessa maglietta del Frente, si capisce benissimo che si tratta di una cosa organizzata dall’alto.
Corre voce che all’inizio delle proteste Daniel non si trovasse in Nicaragua, bensì a Cuba per delle trasfusioni di sangue. Ma quando è rientrato non ha fermato la repressione né le «orde», di certo scatenate per ordine della Chayo. Piuttosto, ha proseguito in questo atteggiamento suicida. E in cinque giorni vi sono stati più morti di quanti si sono avuti nei sedici anni dei governi «liberali» di Violeta Barrios de Chamorro («la Inútil»), Arnoldo Alemán («el Gordo») ed Enrique Bolaños («el Churuco»).
Questo arrogante atteggiamento del pranzo di sabato, dando prova di vivere in un mondo totalmente estraneo alla realtà, ha convinto migliaia e migliaia di nicaraguensi a unirsi alla marcia di domenica 22 organizzata dalle associazioni imprenditoriali, con il Cosep (Consejo Superior de la Empresa Privada) in testa e la benedizione della Conferenza episcopale. Finora, in nessun’altra parte del pianeta era accaduto che i capitalisti chiamassero i lavoratori a una manifestazione in difesa dei loro stessi diritti (e dei diritti sanciti dalla Costituzione). Questo è il Nicaragua socialista e solidale degli Ortega, in cui gli imprenditori controllano completamente l’economia e i vescovi le coscienze.
È certo che qualche gruppo di studenti, in seguito ai primi morti, abbia agito in modo violento, abbattendo alcuni «alberi della vita», gigantesche stronzate di ferro dipinte con colori vivaci e collocate in vari punti della capitale (e in altre città) per abbellirla. Tutti sanno che è un’idea di Rosario Murillo, vicepresidente del Paese già da alcuni anni. E abbatterli è stato come abbattere simbolicamente la Chayo (e suo figlio Rafael, a capo della compagnia di vigilanza privata «El Goliat» - pagata con i soldi dello Stato - che di notte protegge le lampadine da possibili furti).
Per quanto riguarda la riforma, essa stabilisce:

1. 15 anni di versamenti (ossia 750 settimane);
2. 60 anni di età;
3. aumento della trattenuta per gli imprenditori dal 19 al 22,25%;
4. aumento della trattenuta per i lavoratori dal 6,25 al 7% (con una pensione finale più bassa di quella attuale);
5. un taglio del 5% per le pensioni in essere.

È certo che le casse dell’Inss sono in bancarotta. Per decenni ci sono stati sprechi e ruberie, a cominciare dal prestito che nel 1994 Violeta Barrios ha richiesto per costruire abitazioni: 14 milioni di dollari mai restituiti. E la mala gestione, unita alla corruzione, gli ha dato il colpo di grazia.
Ma non è possibile che siano i lavoratori e i pensionati a dover risolvere questo problema… che è ormai diventato un problemone.
Vedremo cosa accadrà al tavolo di discussione che deve aprirsi in questi giorni. Il «Governo di riconciliazione e unità nazionale» è già morto e forse sarà sepolto nel Cementerio Oriental, di fronte alla casa di sicurezza del Frente da dove Leonel Rugama lanciò il suo «¡qué se rinda tu madre!». Nessuno può sapere ciò che accadrà, ma Daniel ha un’unica opzione: accettare la volontà espressa nella marcia di domenica 22, dato che non ha più il potere di fare e disfare a suo piacimento. E sa che fra i 700 mila che hanno manifestato a Managua (più quelli di altre città) la maggioranza erano suoi elettori, che hanno ripetuto con Sandino: i diritti di un popolo non si discutono, si difendono con le armi in pugno.
Di sicuro a questo tavolo si porrà non soltanto la questione della riforma dell’Inss, quanto la necessità di reali mutamenti nella gestione di tutte le istituzioni dello Stato, in cui il partito comanda (ovvero comandano Ortega e la Chayo, visto che loro due sono il partito). Altrimenti la richiesta potrebbe essere ciò che reclamavano i manifestanti: punto e a capo.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.