Seconda parte di GAZA E IL RITORNO DEL COLONIALISMO.
di Michele Nobile
febbraio 2026
Sintesi
L’articolo descrive la «filosofia» dei piani per la ricostruzione e la gestione della Striscia di Gaza, elaborati in Israele e negli Stati Uniti già durante la guerra, fra cui il Comprehensive Plan to end the Gaza conflict di Donald Trump che è la base della Risoluzione S/RES/2803 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, approvata il 17 novembre 2025. La Risoluzione crea e legittima un’amministrazione coloniale, postmoderna nella rappresentazione ma che, per la sua peculiare combinazione di potere politico ed economico, ricorda sia il sistema dei mandati coloniali del primo Novecento, sia lo sfruttamento dei territori da parte di Compagnie commerciali privilegiate (come la East India Company britannica).
Più precisamente, nell’articolo si espone il modello delle charter cities, elaborato dal premio Nobel Paul Romer, su cui si basa questo nuovo colonialismo postmoderno: di nuove città costruite in uno spazio spopolato e/o distrutto, amministrate in modo tecnocratico da una sorta di Consiglio d’amministrazione, esempi ideali di mercato libero da interferenze politiche e sindacali, funzionanti come delle zone economiche speciali. La charter city è un sogno ultracapitalistico nelle sembianze di una teoria della crescita e, negando la democrazia con la tecnocrazia, nega anche l’autodeterminazione nazionale. Da questo punto di vista la sistematica distruzione della Striscia di Gaza si spiega come incoraggiamento alla «volontaria emigrazione» dei palestinesi.
La rappresentazione avveniristica della Striscia di Gaza sul modello di Abu Dhabi e Doha presentata in questi piani propone una iperrealtà coerente con l’immaginazione del postmodernismo reazionario: cancella i problemi sociali e politici, sedimentati dalla storia, con un quadro mentale «spazializzante», che Joseph Gabel avrebbe associato all’ideologia come forma di nevrosi sociale. Questa è una «filosofia» che potrà essere applicata dal Board of Peace ad altre aree del mondo che hanno subito distruzioni su ampia scala. Qui la forma estetica contribuisce a creare un particolare regime di postverità con effetti politici, a prescindere dalla realizzazione del piano rappresentato.
L’ultima parte dell’articolo pone la questione di Gaza nel contesto più ampio. Infatti, fra novembre 2025 e gennaio 2026, il Board of Peace ha mutato natura: nel suo statuto - presentato a Davos nel gennaio 2026, presuntuosamente detto Carta, come quella delle Nazioni Unite - Gaza non è nominata ma la missione del BoP è estesa genericamente ad altre «aree colpite dal conflitto»; Trump, citato decine di volte, concentra nelle sue mani poteri assoluti, potendo ammettere o espellere membri, nominare successori e controllare l’agenda del Board. Così una Risoluzione ONU viene trasformata in base pseudo-legale di un’entità che si pone al di sopra delle stesse Nazioni Unite.
Questo è un paradosso istituzionale che segnala l’emergere di una fase nuova e regressiva della politica mondiale, in cui i principi fondamentali del diritto e della civiltà internazionale - come l’autodeterminazione dei popoli - non sono più nemmeno formalmente rispettati. Al loro posto domina la volontà politica, la forza militare, l’estorsione politica e il ricatto economico, in una logica che rievoca le pratiche imperiali di fine Ottocento e che è la selvaggia affermazione del «diritto del più forte».
I responsabili principali di questa regressione sono il regime di Putin, dall’occupazione della Crimea nel 2014 e a maggior ragione con l’invasione dell’Ucraina nel 2022; le due amministrazioni Trump, in particolar modo la seconda; l’annessionismo e la condotta bellica del governo Netanyahu.
Introduzione: la Risoluzione 2803 nel contesto dell’imbarbarimento delle relazioni internazionali
La Risoluzione S/RES/2803 votata il 17 novembre 2025 dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite entrerà nella storia della diplomazia mondiale. Tuttavia, e in questo la mia persuasione si differenzia da quella degli ottimisti, ciò non accadrà perché da essa possa trarre impulso una realistica prospettiva circa la ricostruzione della Striscia di Gaza; men che mai la Risoluzione è un passo avanti verso la concretizzazione del diritto d’autodeterminazione nazionale del popolo palestinese. Al contrario. Ogni possibile dubbio a proposito è dissolto dalla lettura della Carta che definisce missione, struttura e funzionamento del Board of peace - l’organo in origine preposto a dirigere e supervisionare l’amministrazione della Striscia di Gaza - presentata in pompa magna da Trump a Davos nel gennaio 2026.
Poiché enfaticamente fondata sul Comprehensive Plan to end the Gaza conflict del presidente Trump - tanto da riportarlo allegato - la Risoluzione 2803 è già ora memorabile perché legittima una originale forma di amministrazione coloniale di un territorio sconvolto dalla guerra e occupato da una potenza straniera. Il suo centro politico è infatti la proposta del piano Trump di affidare la gestione politica ed economica della Striscia di Gaza a un nuovo istituto con personalità giuridica internazionale, il Board of Peace (BoP) o Consiglio per la pace, una sorta di chimera che combina elementi dell’amministrazione affidata a una potenza mandataria (come fu per i territori dell’Impero ottomano e per le colonie tedesche dopo la Prima guerra mondiale), con la concessione regale di un territorio esotico ad una Compagnia commerciale privilegiata, come l’olandese Sociëteit van Suriname o la britannica East India company, che nella seconda metà del XVIII giunse a dominare gran parte dell’India, fino alla rivolta del 1857 in seguito alla quale il controllo del subcontinente venne assunto dalla Corona. Le organizzazioni palestinesi per i diritti umani hanno rigettato la Risoluzione come coloniale; per i giuristi la Risoluzione è in contraddizione con la Carta delle Nazioni Unite e con il parere della Corte internazionale di giustizia di luglio 2024, per cui l’occupazione dei territori palestinesi è illegale e Israele deve ritirare le sue truppe1.
Trasmessa alla Risoluzione, la visione politico-economica del trumpiano Comprehensive Plan riprende in modo vago la logica di più corposi documenti sulla ricostruzione di Gaza già elaborati nel corso della guerra, sia dagli israeliani che dagli statunitensi. Portando alle estreme conseguenze l’imperialismo disciplinare dell’economics liberista, questi documenti condividono quella che definirei la «filosofia» politico-economica del nuovo colonialismo del XXI secolo. Nell’articolo svolgo un’analisi critica di questa «filosofia», che combina immaginazione postmoderna, urbanistica e ingegneria sociale, dominio coloniale, integrazione della Striscia di Gaza nell’India- Middle East-Europe economic corridor. Il corridoio IMEC, lanciato nella conferenza del G20 a Nuova Delhi del settembre 2023 e sottoscritto da India, Stati Uniti, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Francia, Germania, Italia, Unione Europea, vorrebbe essere l’alternativa alla Belt and road initiative, la Nuova via della seta della Cina. E poiché deve necessariamente integrare anche Israele, può considerarsi il collante economico degli Accordi di Abramo, come è palese nella stucchevole retorica «abramitica», sfacciatamente adulatoria degli autocrati arabi, del piano statunitense dell’agosto 2025
- From a demolished Iranian proxy to a prosperous abrahamic ally - il più vicino precursore del Comprehensive Plan.
Figura 1. From a demolished Iranian proxy to a prosperous abrahamic ally.
Guardando le diapositive presentate dal genero di Trump a Davos si capisce che l’amministrazione statunitense immagina l’ipotetica ricostruzione della Striscia di Gaza secondo quanto delineato in questo piano dell’agosto 2025, presentato nell’articolo. Per quanto la «filosofia» del nuovo colonialismo postmoderno sia ancor più velleitaria e contraddittoria della classica teoria della modernizzazione degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, la sua portata va ben oltre la Striscia di Gaza: vorrebbe essere la «soluzione» applicabile ad altre aree di conflitto e con distruzioni su ampia scala, possibilmente svuotate della loro popolazione originaria.



