L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

Visualizzazione post con etichetta Palestina. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Palestina. Mostra tutti i post

venerdì 13 febbraio 2026

IL COLONIALISMO POSTMODERNO NEI PIANI DI RICOSTRUZIONE DELLA STRISCIA DI GAZA

Seconda parte di GAZA E IL RITORNO DEL COLONIALISMO. 

di Michele Nobile 

febbraio 2026 

- Sintesi
- Introduzione: la Risoluzione 2803 nel contesto dell’imbarbarimento delle relazioni internazionali
- Dalla distruzione al fiorire di nuova forma di colonialismo vecchio stile: il modello delle città a statuto speciale applicato alla Striscia di Gaza
- L’avveniristica trasformazione postmoderna della Striscia di Gaza...
- ...presuppone la deportazione...
- ...o l’incoraggiamento alla «volontaria emigrazione» dei palestinesi di Gaza...
- ...e la gestione della Striscia secondo il modello politico-economico d’una compagnia coloniale multinazionale...
- La Risoluzione 2803 continua a negare l’autodeterminazione statale palestinese, un diritto non soggetto a deroga
- Conclusione: la posta in gioco è la difesa di norme elementari della civiltà e del diritto
-  Note 


Sintesi 

L’articolo descrive la «filosofia» dei piani per la ricostruzione e la gestione della Striscia di Gaza, elaborati in Israele e negli Stati Uniti già durante la guerra, fra cui il Comprehensive Plan to end the Gaza conflict di Donald Trump che è la base della Risoluzione S/RES/2803 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, approvata il 17 novembre 2025. La Risoluzione crea e legittima un’amministrazione coloniale, postmoderna nella rappresentazione ma che, per la sua peculiare combinazione di potere politico ed economico, ricorda sia il sistema dei mandati coloniali del primo Novecento, sia lo sfruttamento dei territori da parte di Compagnie commerciali privilegiate (come la East India Company britannica). 

Più precisamente, nell’articolo si espone il modello delle charter cities, elaborato dal premio Nobel Paul Romer, su cui si basa questo nuovo colonialismo postmoderno: di nuove città costruite in uno spazio spopolato e/o distrutto, amministrate in modo tecnocratico da una sorta di Consiglio d’amministrazione, esempi ideali di mercato libero da interferenze politiche e sindacali, funzionanti come delle zone economiche speciali. La charter city è un sogno ultracapitalistico nelle sembianze di una teoria della crescita e, negando la democrazia con la tecnocrazia, nega anche l’autodeterminazione nazionale. Da questo punto di vista la sistematica distruzione della Striscia di Gaza si spiega come incoraggiamento alla «volontaria emigrazione» dei palestinesi. 

La rappresentazione avveniristica della Striscia di Gaza sul modello di Abu Dhabi e Doha presentata in questi piani propone una iperrealtà coerente con l’immaginazione del postmodernismo reazionario: cancella i problemi sociali e politici, sedimentati dalla storia, con un quadro mentale «spazializzante», che Joseph Gabel avrebbe associato all’ideologia come forma di nevrosi sociale. Questa è una «filosofia» che potrà essere applicata dal Board of Peace ad altre aree del mondo che hanno subito distruzioni su ampia scala. Qui la forma estetica contribuisce a creare un particolare regime di postverità con effetti politici, a prescindere dalla realizzazione del piano rappresentato. 

L’ultima parte dell’articolo pone la questione di Gaza nel contesto più ampio. Infatti, fra novembre 2025 e gennaio 2026, il Board of Peace ha mutato natura: nel suo statuto - presentato a Davos nel gennaio 2026, presuntuosamente detto Carta, come quella delle Nazioni Unite - Gaza non è nominata ma la missione del BoP è estesa genericamente ad altre «aree colpite dal conflitto»; Trump, citato decine di volte, concentra nelle sue mani poteri assoluti, potendo ammettere o espellere membri, nominare successori e controllare l’agenda del Board. Così una Risoluzione ONU viene trasformata in base pseudo-legale di un’entità che si pone al di sopra delle stesse Nazioni Unite. 

Questo è un paradosso istituzionale che segnala l’emergere di una fase nuova e regressiva della politica mondiale, in cui i principi fondamentali del diritto e della civiltà internazionale - come l’autodeterminazione dei popoli - non sono più nemmeno formalmente rispettati. Al loro posto domina la volontà politica, la forza militare, l’estorsione politica e il ricatto economico, in una logica che rievoca le pratiche imperiali di fine Ottocento e che è la selvaggia affermazione del «diritto del più forte». 

I responsabili principali di questa regressione sono il regime di Putin, dall’occupazione della Crimea nel 2014 e a maggior ragione con l’invasione dell’Ucraina nel 2022; le due amministrazioni Trump, in particolar modo la seconda; l’annessionismo e la condotta bellica del governo Netanyahu. 


Introduzione: la Risoluzione 2803 nel contesto dell’imbarbarimento delle relazioni internazionali 

La Risoluzione S/RES/2803 votata il 17 novembre 2025 dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite entrerà nella storia della diplomazia mondiale. Tuttavia, e in questo la mia persuasione si differenzia da quella degli ottimisti, ciò non accadrà perché da essa possa trarre impulso una realistica prospettiva circa la ricostruzione della Striscia di Gaza; men che mai la Risoluzione è un passo avanti verso la concretizzazione del diritto d’autodeterminazione nazionale del popolo palestinese. Al contrario. Ogni possibile dubbio a proposito è dissolto dalla lettura della Carta che definisce missione, struttura e funzionamento del Board of peace - l’organo in origine preposto a dirigere e supervisionare l’amministrazione della Striscia di Gaza - presentata in pompa magna da Trump a Davos nel gennaio 2026. 

Poiché enfaticamente fondata sul Comprehensive Plan to end the Gaza conflict del presidente Trump - tanto da riportarlo allegato - la Risoluzione 2803 è già ora memorabile perché legittima una originale forma di amministrazione coloniale di un territorio sconvolto dalla guerra e occupato da una potenza straniera. Il suo centro politico è infatti la proposta del piano Trump di affidare la gestione politica ed economica della Striscia di Gaza a un nuovo istituto con personalità giuridica internazionale, il Board of Peace (BoP) o Consiglio per la pace, una sorta di chimera che combina elementi dell’amministrazione affidata a una potenza mandataria (come fu per i territori dell’Impero ottomano e per le colonie tedesche dopo la Prima guerra mondiale), con la concessione regale di un territorio esotico ad una Compagnia commerciale privilegiata, come l’olandese Sociëteit van Suriname o la britannica East India company, che nella seconda metà del XVIII giunse a dominare gran parte dell’India, fino alla rivolta del 1857 in seguito alla quale il controllo del subcontinente venne assunto dalla Corona. Le organizzazioni palestinesi per i diritti umani hanno rigettato la Risoluzione come coloniale; per i giuristi la Risoluzione è in contraddizione con la Carta delle Nazioni Unite e con il parere della Corte internazionale di giustizia di luglio 2024, per cui l’occupazione dei territori palestinesi è illegale e Israele deve ritirare le sue truppe1

Trasmessa alla Risoluzione, la visione politico-economica del trumpiano Comprehensive Plan riprende in modo vago la logica di più corposi documenti sulla ricostruzione di Gaza già elaborati nel corso della guerra, sia dagli israeliani che dagli statunitensi. Portando alle estreme conseguenze l’imperialismo disciplinare dell’economics liberista, questi documenti condividono quella che definirei la «filosofia» politico-economica del nuovo colonialismo del XXI secolo. Nell’articolo svolgo un’analisi critica di questa «filosofia», che combina immaginazione postmoderna, urbanistica e ingegneria sociale, dominio coloniale, integrazione della Striscia di Gaza nell’India- Middle East-Europe economic corridor. Il corridoio IMEC, lanciato nella conferenza del G20 a Nuova Delhi del settembre 2023 e sottoscritto da India, Stati Uniti, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Francia, Germania, Italia, Unione Europea, vorrebbe essere l’alternativa alla Belt and road initiative, la Nuova via della seta della Cina. E poiché deve necessariamente integrare anche Israele, può considerarsi il collante economico degli Accordi di Abramo, come è palese nella stucchevole retorica «abramitica», sfacciatamente adulatoria degli autocrati arabi, del piano statunitense dell’agosto 2025 

- From a demolished Iranian proxy to a prosperous abrahamic ally - il più vicino precursore del Comprehensive Plan

Figura 1. From a demolished Iranian proxy to a prosperous abrahamic ally. 

Guardando le diapositive presentate dal genero di Trump a Davos si capisce che l’amministrazione statunitense immagina l’ipotetica ricostruzione della Striscia di Gaza secondo quanto delineato in questo piano dell’agosto 2025, presentato nell’articolo. Per quanto la «filosofia» del nuovo colonialismo postmoderno sia ancor più velleitaria e contraddittoria della classica teoria della modernizzazione degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, la sua portata va ben oltre la Striscia di Gaza: vorrebbe essere la «soluzione» applicabile ad altre aree di conflitto e con distruzioni su ampia scala, possibilmente svuotate della loro popolazione originaria. 

lunedì 6 ottobre 2025

7 OTTOBRE 2023/ 7 OTTOBRE 2025

di Roberto Massari


ITALIANO  - ENGLISH


Sono passati due anni e s’impone un sintetico bilancio degli avvenimenti nella Striscia di Gaza.

Il 7 ottobre 2023

1) Hamas era il partito di governo di uno Staterello autonomo da Israele.

2) Trattandosi di una dittatura, non aveva concorrenti politici.

3) Aveva separato Gaza dalla Cisgiordania e cacciato con la forza i palestinesi dell’ANP.

4) Disponeva di grandi risorse finanziarie provenienti dalle Nazioni Unite, ma anche dall’Iran e da altri paesi islamici che transitavano per il Qatar.

5) Disponeva di un esercito composto da alcune decine di migliaia di combattenti.

6) Poteva contare su una rete di sostegno militare in Libano, in Siria, in Yemen, in Iran (che continuava ad arricchire l’uranio per arrivare alla bomba atomica).

7) Aveva l’appoggio di Netanyahu che favoriva in ogni modo il rafforzamento di Hamas pensando di usarlo in funzione anti-ANP.

Insomma, nello Staterello di Gaza, Hamas era una potenza assoluta e per giunta godeva di un’ampia rete di sostegno all'estero. Tutto questo prima del pogrom con cui ha dichiarato guerra a Israele.

Il 7 ottobre 2025

1) Hamas non ha più alcun potere sulla popolazione di Gaza.

2) Sono morte alcune decine di migliaia di suoi concittadini.

3) Almeno 20.000 suoi combattenti (ma probabilmente molti di più) sono morti.

4) Tutti i principali leader precedenti il 7 ottobre sono stati uccisi.

5) Ciò che resta di Hamas non può uscire allo scoperto e resiste nei tunnel sotto Gaza City. Chi può si nasconde tra i profughi.

6) Il bottino di guerra è rappresentato da una ventina di ostaggi israeliani vivi (ma ridotti in condizioni disumane) e una trentina di cadaveri. Soldi non ne arrivano più dall’estero (forse ancora dall’Iran, ma non si sa nulla al riguardo)

7) La sua rete di sostegno all’estero è distrutta: Hezbollah è stato sconfitto in Libano, il regime di Assad è crollato in Siria, gli Houti in Yemen possono solo tirare dei missili di tanto in tanto, l'Iran ha subìto dei duri bombardamenti che per il momento hanno bloccato la sua marcia verso la bomba nucleare e gli impediscono di minacciare Israele. 

8) È completamente isolato nel mondo arabo: tutti i principai paesi arabi e alcuni paesi islamici hanno chiesto il suo disarmo, cioè la sua resa (ivi compresi il Qatar, la Turchia, l’Indonesia e il Pakistan).

9) L’unico sostegno che Hamas continua a ricevere è di tipo morale, ma non militare, da parte di settori dell’opinione pubblica occidentale animata da spirito antioccidentalista, con forti componenti antiebraiche/antisemitiche.

10) Le alternative che gli rimangono sono la resa o lo sterminio definitivo.

Insomma, dichiarando guerra a Israele Hamas ha finito col perdere tutto il potere a Gaza, la rete di appoggio all'estero, tutte le risorse finanziarie e il sostegno di Netanyahu di cui disponeva. Una sconfitta totale, su tutti i fronti.

Hamas gode però di una notevole popolarità in alcuni settori dell’opinione pubblica occidentale. L’Italia è il paese dove ha il maggior numero di sostenitori: centinaia di migliaia disposti a scendere in piazza più e più volte.

Mi chiedo, quindi, se ce n’è uno, anche uno solo, che sia in grado di spiegarmi la logica di ciò che Hamas ha deciso di fare il 7 ottobre 2023. Non si è trattato infatti di un colpo di forza improvvisato, ma di un’operazione preparata in dettaglio da alcuni anni prima. Quindi non poteva non avere delle finalità precise.

Dichiarando guerra a Israele - una guerra che avrebbe potuto solo perdere - cosa voleva ottenere Hamas? C’è qualcuno che l’ha capito?

Perché se nessuno mi spiega le ragioni politiche per le quali Hamas ha lanciato un’operazione suicida (barbara quanto si vuole, ma sicuramente suicida) rimane solo una spiegazione d’ordine ideologico che, nel caso di Hamas non può che essere religiosa: l’azione del 7 ottobre 2023 potrebbe essere stata lanciata senza precisi fini politici sulla spinta esclusivamente del fanatismo religioso. In particolare per quella componente dell’integralismo islamico che predica lo sterminio degli ebrei, come minimo in Palestina, ma per l’Iran - sostenitore di Hamas - anche nel resto del mondo.

Poiché a due anni dal pogrom, Hamas si trova davanti all’alternativa di arrendersi o essere sterminato, è evidente che gli sarebbe convenuto non farlo. Magari anche solo per risparmiare ai gazawi le sofferenze alle quali sono stati e continuano ad essere sottoposti. Sofferenze che finiranno solo con la resa o con la distruzione di Hamas. I prossimi giorni faranno capire quale delle due ipotesi prevarrà..

Salam e Shalom

Roberto  


ENGLISH

lunedì 25 agosto 2025

ANTIEBRAISMO E GENOCIDIO

Una moderna «accusa di sangue»

di Roberto Massari


ITALIANO - ENGLISH


Si tratta di un quadruplice antiebraismo. Perché quadruplice? Rispondo, anticipando la conclusione.

1) Perché l’accusa di «genocidio» al governo di Netanyahu non ha fondamento né riconoscimento giuridico. La s’impiega per diffamare l’ebraismo israeliano e ostacolare la sua lotta di sopravvivenza contro vari fronti d’aggressione (all’inizio 7, ora un po’ meno...).

2) Perché sminuisce e in fondo ridicolizza i tre grandi genocidi della storia moderna: l’armeno, l’holodomor ucraino e l’Olocausto/Shoah (per il quale fu coniato appositamente il termine giuridico da un giurista ebreo).

3) Perché fornisce copertura alle reali intenzioni di chi un genocidio antiebraico lo ha in programma davvero e da tempo, e spera di attuarlo con le armi del terrorismo (Hamas, Hezbollah e altri integralisti islamici) o, appena possibile, con ordigni nucleari (Iran).

4) Perché chi la vive come trasgressione, in realtà è vittima di una moda (fad, craze in psicosociologia) destinata a estinguersi. L’eccitazione nel rovesciare l’accusa sul popolo che ne è vittima per antonomasia, è una forma di sadomasochismo. Molto diffusa in ambienti di «sinistra» reazionaria e antioccidentalista, ha conseguenze devastanti per la cultura del mondo «progressista».

Parlare di «antiebraismo» (che nell’uso corrente e internazionale, purtroppo, è anche «antisemitismo») nel primo secolo di questo terzo millennio non è facile. Quasi duemila anni di persecuzioni, manifestatesi in ère e contesti storici diversi, concorrono a rendere quasi impossibile una definizione adeguata del moderno antiebrei. Non se ne può tracciare un modello, perché nella sua struttura caratteriale sono radicati, in gradi diversi, pregiudizi del passato, mentre ne sorgono di nuovi, provocati soprattutto dalla politica dello Stato d’Israele.

Uno Stato che è ebraico per un’autoproclamazione di derivazione sionista, ma in cui, secondo dati del 2022, la componente araba è del 21,1%, altre affiliazioni religiose (cristiani, drusi ecc.) del 5,3 e quella ebraica del 73,6 (quindi poco meno di due terzi). Per giunta, dire componente « ebraica» non è facile per le grandi differenze esistenti anche tra gli ebrei, a seconda della provenienza geopolitica (sefardita, ashkenazita ecc., esteuropea, nordafricana, statunitense ecc.), ma anche della specifica corrente religiosa ebraica di appartenenza.

A ciò si aggiunga il fatto molto positivo per cui, nel 2015, circa il 65% degli israeliani si definiva non-religioso, incluso un 8% di atei (Win/Gallupp International). Successive altre fonti mostrano tendenze contraddittorie, ma non mutamenti significativi. Dati, comunque, che non hanno alcun interesse per gli antiebrei, convinti che sono pur sempre «i maledetti ebrei» (e non casomai i «maledetti israeliani») a fare le scelte del governo Netanyahu.

Ebbene, volendo aggiornare in termini di categorie politiche la definizione del nuovo antiebraismo - sintetica, ma di facile verifica pratica - si possono adottare tre criteri fondamentali:

1) L’antiebraismo/antisemitismo di chi continua a non riconoscere la legittimità dello Stato d’Israele, benché sia nato dalla ripartizione che l’Onu stabilì con la 181 nel 1947, adottata a grande maggioranza, col voto contrario quasi solo di paesi islamici. Costui nega al popolo ebraico, ma di fatto solo al popolo ebraico, il diritto ad avere un proprio Stato. Questo tipo di antiebraismo si caratterizza con mugugni del tipo «si però quella decisione non fu del tutto legittima», perché... E seguono le più varie spiegazioni che in genere denotano solo l’ignoranza storiografica di chi le formula - quando non ci si limita a rinviare ai «magici» link di Internet, quelli che risparmiano la fatica di leggere libri, documentarsi e argomentare in prima persona.

2) L’antiebraismo/antisemitismo di chi nega a Israele il diritto a difendersi. Qui il problema si complica perché l’antiebrei (che ritiene che Israele non avrebbe dovuto reagire militarmente e si sarebbe dovuto arrendere dopo il pogrom del 7 ottobre) si può confondere con chi critica (più o meno severamente) il governo israeliano per il modo in cui ha esercitato il sacrosanto diritto all’autodifesa dopo l’aggressione di Hamas.

Io, per esempio (senza essere l’unico), ho scritto più volte che per liberare gli ostaggi, invece di bombardare il povero popolo gazawi, sarebbe stato più efficace lanciare un ultimatum all’Iran - il principale Stato che sostiene Hamas - e poi bombardare uno alla volta i suoi siti strategici. Si sarebbero liberati subito gli ostaggi e probabilmente sarebbe anche caduto il peggior regime reazionario che esista al mondo. Ciò non fa di me un antiebrei, né un antisraeliano, ma solo un severo critico del governo Netanyahu per il modo in cui ha gestito la guerra contro l’aggressione di Hamas e per la necessaria e irrinunciabile liberazione degli ostaggi.

3) L’antiebraismo/antisemitismo di chi non ha capito che da quando esiste Israele sono gli israeliani (in particolare i loro governi) e non «gli ebrei» a mettere in pratica la politica nei riguardi dei palestinesi, giusta o sbagliata che sia. L’antiebrei attuale continua a prendersela con gli ebrei, se non addirittura con l’ebraismo in generale o con gli ebrei di altre parti del mondo, spesso nascondendosi dietro gli slogan ormai anacronistici dell’antisionismo. Ciò perché un blocco mentale gli impedisce di considerare gli israeliani una moderna nazione a sé, includente una forte componente ebraica, ma non identificabile con l’ebraismo israeliano e meno che mai con l’ebraismo del resto del mondo.

Basti pensare alle divergenze politiche che separano la quasi dozzina di partiti presenti nella Knesset, dall’estrema destra dell’Otzma Yehudit alla sinistra del Hadash-Ta’al, senza contare la quarantina di formazioni minori che non hanno un seggio in Parlamento, benché in Israele si voti col più democratico dei sistemi elettorali: il proporzionale. Un proliferare di partiti e partitini in uno Stato relativamente giovane, che mentre dimostra il carattere dinamico della democrazia israeliana, ne fa anche una delle democrazie più avanzate al mondo. Al punto che, mentre il paese è impegnato in una guerra per difendersi dalla minaccia di sterminio, avvengono manifestazioni antigovernative e si convocano scioperi generali. Un caso unico nella storia umana, che ha un corrispondente solo nell’odierna Ucraina, dove si può manifestare - e con successo - nonostante l’ aggressione russa.

Tuttavia, in queste tre forme moderne di antiebraismo apparentemente «politico» - attualmente in grande espansione anche a causa di alcune scelte sbagliate compiute dal governo Netanyahu dopo il pogrom del 7 ottobre - confluiscono tracce e pregiudizi di più antica provenienza, addirittura originarie dell’antiebraismo storico.


Antiebraismo teologico e biblistico

sabato 31 maggio 2025

DECLARACIÓN SOBRE ISRAEL/GAZA

por Nathan Novik y Edison Zoldan


ESPANOL - ITALIANO


1. Contexto del Conflicto y Postura Inicial

 Hemos condenado de forma categórica el ataque perpetrado por Hamas el 7 de octubre de 2023, describiéndolo como un pogromo cruel y planificado con la clara intención de eliminar al Estado de Israel y asesinar judíos, en concordancia a lo que señala su Carta Fundacional. Desde esta perspectiva, este ataque marcó el inicio de la escalada de violencia actual, y toda la cadena de sufrimiento posterior, tiene su origen en ese evento inicial.

 Subrayamos que Hamas no debe quedar impune, y criticamos a quienes exigen a Israel que abandone su defensa sin tomar en cuenta la situación de los rehenes ni la naturaleza del grupo terrorista. Criticamos que se utiliza tanto a los palestinos de Gaza, desoyendo las advertencias de la aviación israelí manteniendo a los palestinos como “carne de cañón” en las plataformas que se han usado para lanzar misiles, de manera de obtener el asesinato de los mismos, así como usar a los rehenes como moneda de cambio en negociaciones que implican liberar a criminales condenados por el terrorismo.

 Además, rechazamos las acusaciones de genocidio y crímenes de guerra contra las Fuerzas de Defensa de Israel (FDI), aunque reconocemos y lamentamos la tragedia del grado de destrucción y del alto número de víctimas civiles en Gaza, considerándolo un hecho muy  trágico, producto de esta guerra. De acuerdo a nuestros antecedentes, sostenemos que no existe evidencia de que haya habido una orden intencionada por parte de líderes israelíes para dañar a civiles de forma deliberada.

 Nosotros atribuimos la responsabilidad fundamental del conflicto actual a Hamas, Hezbolá y principalmente a Irán, quien financia y fomenta el terrorismo. También creemos que esta guerra debería haber concluido en 2024 y debió haber habido una intervención global internacional y autónoma de países amantes de la paz y del respeto a la diversidad que combine diplomacia y fuerza para establecer la paz en la región. La autonomía de esta Fuerza de Paz es fundamental a fin de mantener una visión ecuánime y neutral acerca del conflicto. No existe un Organismo Internacional para este tipo de tarea dado que la ONU muestra, en este conflicto, serías inconsecuencias  en neutralidad y ecuanimidad.

 

  2. Propuesta para un Nuevo Orden en Medio Oriente

 Creemos tener una propuesta esquemática clara para transformar la situación en Gaza y Cisjordania. Y ojalá en medio Oriente y resto del mundo. Nuestra visión incluye la creación de un “nuevo mundo” en Medio Oriente, y ojalá global, libre de terrorismo y basado en el respeto mutuo, la diversidad y la convivencia pacífica. Esta visión se apoya en la colaboración de países árabes (como los que integran los Acuerdos de Abraham) y otras naciones interesadas en la paz y estabilidad regional.

Sostenemos que es urgente alcanzar la paz con el respaldo de una Fuerza Global Internacional, Conjunta, autónoma como la señalada en el punto 1, que asuma el control de Gaza y Cisjordania, en colaboración con los palestinos locales, tanto en la gestión política como en la recuperación social y económica. Con países que consideran que el estado de guerra es insostenible y que debe cesar el lanzamiento de misiles y otros elementos de agresión   desde Gaza y de cualquier otro lado.

Proponemos además una ayuda humanitaria eficaz que garantice la entrega de alimentos y recursos esenciales directamente a la población gazatí, evitando que sean capturados por Hamas. Creemos que es muy probable que muchos palestinos desean convivir en paz con Israel, lo que refuerza la urgencia de aislar a los grupos terroristas del resto de la población.

3. Acciones Concretas y Llamado a la Comunidad Internacional

  A continuación, señalamos esquemáticamente un conjunto de seis acciones urgentes y específicas para contribuir a la resolución definitiva del conflicto:

 

1.     Suspensión de la guerra con Hamas y renovación del liderazgo israelí. Proponemos formar un cuerpo de paz internacional con países que apoyen la paz en Medio Oriente.

2.     Rendición de Hamas, desarme total y liberación incondicional de los rehenes.

3.     Establecimiento de una mesa de diálogo entre Israel y los palestinos dispuestos a vivir en paz, con mediación internacional a fin de generar la autonomía de dos países autónomos uno de mayoría musulmana y otro judía, que prioricen el respeto por la diversidad y la convivencia en paz. El de mayoría musulmana en las zonas de Cis Jordania y Gaza. El de mayoría judía el estado de Israel todo ello con los ajustes terriroriales y/o compensaciones que sean requeridas.

4.     Organización de la  ayuda humanitaria internacional controlada, para evitar que Hamas se apropie de los recursos destinados a la población civil como lo ha venido efectuando hasta ahora

5.     Desarme y reubicación controlada de los miembros de Hamas, bajo mecanismos de identificación y monitoreo, ofreciéndoles una vía hacia la reintegración a una vida pacífica.

6.     Retiro de Israel de Gaza, entregando el control a la Fuerza Global Conjunta en cooperación con representantes palestinos de Cisjordania.

  Estas propuestas buscan no solo cesar el conflicto actual, sino sentar las bases de una paz duradera. Creemos que Netanyahu es políticamente responsable del 7 de octubre. Debe haber un cambio de liderazgo urgente  en Israel que permita una renovación de los métodos diplomáticos y humanitarios.

 Finalmente, hacemos un llamado a la creación de un nuevo pacto civilizatorio, donde el terrorismo nunca más sea aceptado como medio de solución a los conflictos en la Tierra. Apelamos a la responsabilidad ética y política de la comunidad internacional para impulsar un modelo de paz, desarrollo y respeto por los derechos humanos en Medio Oriente y en el mundo y a la renovación de los sistemas socioeconómicos del mundo a fin de que se asegure “mínimos de medios” para vivir en paz  y con sentido existencial..

  Conclusión

 Nos pronunciamos con claridad en contra del terrorismo, condenamos el sufrimiento de civiles y promovemos una solución global e integral para el conflicto en Gaza, y quizás una base para la solución de otros tantos existentes en el mundo. Nuestra postura busca equilibrio:  en este caso, defender el derecho de Israel a existir y protegerse, condenar los abusos de Hamas, y exigir un trato justo y humanitario para los palestinos no involucrados en el terrorismo. Pedimos acciones urgentes, colaboración internacional y una transformación profunda tanto en Israel como en Palestina para evitar que el dolor y la violencia sigan marcando a la región.


ITALIANO

DICHIARAZIONE SU ISRAELE/GAZA

di Nathan Novik ed Edison Zoldan


1. Contesto del Conflitto e Posizione Iniziale

Abbiamo condannato in modo categorico l’attacco perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023, descrivendolo come un pogrom crudele e pianificato con la chiara intenzione di eliminare lo Stato di Israele e assassinare ebrei, in conformità con quanto affermato nel suo Statuto Fondativo. Da questa prospettiva, tale attacco ha segnato l’inizio dell’attuale escalation di violenza, e tutta la catena di sofferenza successiva trova origine in quell’evento iniziale.

Sottolineiamo che Hamas non deve restare impunito, e critichiamo coloro che chiedono a Israele di rinunciare alla propria difesa senza considerare la situazione degli ostaggi né la natura del gruppo terroristico. Critichiamo l’uso della popolazione palestinese di Gaza come “carne da cannone”, ignorando gli avvertimenti dell’aviazione israeliana e mantenendoli nelle piattaforme da cui sono stati lanciati i missili, allo scopo di causarne la morte, così come l’uso degli ostaggi come merce di scambio in negoziati che prevedono la liberazione di criminali condannati per terrorismo.

Inoltre, respingiamo le accuse di genocidio e crimini di guerra rivolte alle Forze di Difesa Israeliane (FDI), pur riconoscendo e deplorando la tragedia rappresentata dall’elevato numero di vittime civili a Gaza e dal livello di distruzione, che consideriamo un fatto estremamente tragico, conseguenza di questa guerra. Secondo le nostre informazioni, non vi sono prove che i leader israeliani abbiano dato ordini deliberati di colpire intenzionalmente i civili.

Attribuiamo la responsabilità fondamentale del conflitto attuale ad Hamas, Hezbollah e soprattutto all’Iran, che finanzia e promuove il terrorismo. Crediamo inoltre che questa guerra sarebbe dovuta terminare nel 2024, e che sarebbe dovuta intervenire una forza internazionale e autonoma, composta da paesi amanti della pace e del rispetto per la diversità, in grado di combinare diplomazia e forza per stabilire la pace nella regione. L’autonomia di tale Forza di Pace è fondamentale per mantenere una visione equa e neutrale del conflitto. Attualmente non esiste un Organismo Internazionale adatto a questo compito, poiché l’ONU, in questo conflitto, ha dimostrato gravi incongruenze in termini di neutralità ed equità.

2. Proposta per un Nuovo Ordine in Medio Oriente

Riteniamo di avere una proposta schematica chiara per trasformare la situazione a Gaza e in Cisgiordania — e, si spera, in tutto il Medio Oriente e nel mondo. La nostra visione prevede la creazione di un “nuovo mondo” in Medio Oriente, e auspicabilmente globale, libero dal terrorismo e fondato sul rispetto reciproco, la diversità e la convivenza pacifica. Questa visione si basa sulla collaborazione con paesi arabi (come quelli che hanno aderito agli Accordi di Abramo) e con altre nazioni interessate alla pace e alla stabilità regionale.

Sosteniamo che sia urgente raggiungere la pace con il sostegno di una Forza Globale Internazionale, Congiunta e Autonoma, come indicato nel punto 1, che assuma il controllo di Gaza e Cisgiordania in collaborazione con i palestinesi locali, sia nella gestione politica sia nel recupero sociale ed economico. Con la partecipazione di paesi che ritengono insostenibile lo stato di guerra e che esigono la cessazione del lancio di missili e altre forme di aggressione da Gaza o da altri luoghi.

Proponiamo inoltre un aiuto umanitario efficace che garantisca la distribuzione diretta di cibo e risorse essenziali alla popolazione di Gaza, evitando che queste vengano sequestrate da Hamas. Crediamo sia molto probabile che molti palestinesi desiderino vivere in pace con Israele, il che rafforza l’urgenza di isolare i gruppi terroristici dal resto della popolazione.

3. Azioni Concrete e Appello alla Comunità Internazionale

Di seguito, elenchiamo in forma schematica un insieme di sei azioni urgenti e specifiche per contribuire alla risoluzione definitiva del conflitto:

1. Sospensione della guerra con Hamas e rinnovamento della leadership israeliana. Proponiamo la formazione di un corpo di pace internazionale composto da paesi che sostengano la pace in Medio Oriente.

2. Resa di Hamas, disarmo totale e liberazione incondizionata degli ostaggi.

3. Istituzione di un tavolo di dialogo tra Israele e i palestinesi disposti a convivere pacificamente, con mediazione internazionale per creare due Stati autonomi: uno a maggioranza musulmana (nelle zone di Cisgiordania e Gaza) e uno a maggioranza ebraica (lo Stato di Israele), con gli aggiustamenti territoriali e/o compensazioni che si rendano necessari.

4. Organizzazione di un aiuto umanitario internazionale controllato, per evitare che Hamas si appropri delle risorse destinate alla popolazione civile, come avvenuto finora.

5. Disarmo e ricollocamento controllato dei membri di Hamas, tramite meccanismi di identificazione e monitoraggio, offrendo loro una via di reintegrazione in una vita pacifica.

6. Ritiro di Israele da Gaza, con trasferimento del controllo a una Forza Globale Congiunta, in cooperazione con rappresentanti palestinesi della Cisgiordania.

Queste proposte mirano non solo a porre fine al conflitto attuale, ma a gettare le basi per una pace duratura. Riteniamo che Netanyahu sia politicamente responsabile per quanto accaduto il 7 ottobre. È necessario un cambiamento urgente della leadership in Israele che permetta un rinnovamento dei metodi diplomatici e umanitari.

Infine, facciamo appello alla creazione di un nuovo patto civilizzatorio, in cui il terrorismo non sia mai più accettato come mezzo per risolvere i conflitti sulla Terra. Ci appelliamo alla responsabilità etica e politica della comunità internazionale affinché promuova un modello di pace, sviluppo e rispetto dei diritti umani in Medio Oriente e nel mondo, e alla riforma dei sistemi socioeconomici mondiali affinché si garantiscano “minimi mezzi” per vivere in pace e con senso esistenziale.

Conclusione

Ci esprimiamo con chiarezza contro il terrorismo, condanniamo la sofferenza dei civili e promuoviamo una soluzione globale e integrale per il conflitto di Gaza — che possa forse essere anche una base per risolvere altri conflitti esistenti nel mondo. La nostra posizione cerca l’equilibrio: difendere in questo caso il diritto di Israele ad esistere e a proteggersi, condannare gli abusi di Hamas, ed esigere un trattamento giusto e umano per i palestinesi non coinvolti nel terrorismo. Chiediamo azioni urgenti, collaborazione internazionale e una trasformazione profonda sia in Israele sia in Palestina, per evitare che il dolore e la violenza continuino a segnare la regione.


Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.