Seconda parte di GAZA E IL RITORNO DEL COLONIALISMO.
di Michele Nobile
febbraio 2026
Sintesi
L’articolo descrive la «filosofia» dei piani per la ricostruzione e la gestione della Striscia di Gaza, elaborati in Israele e negli Stati Uniti già durante la guerra, fra cui il Comprehensive Plan to end the Gaza conflict di Donald Trump che è la base della Risoluzione S/RES/2803 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, approvata il 17 novembre 2025. La Risoluzione crea e legittima un’amministrazione coloniale, postmoderna nella rappresentazione ma che, per la sua peculiare combinazione di potere politico ed economico, ricorda sia il sistema dei mandati coloniali del primo Novecento, sia lo sfruttamento dei territori da parte di Compagnie commerciali privilegiate (come la East India Company britannica).
Più precisamente, nell’articolo si espone il modello delle charter cities, elaborato dal premio Nobel Paul Romer, su cui si basa questo nuovo colonialismo postmoderno: di nuove città costruite in uno spazio spopolato e/o distrutto, amministrate in modo tecnocratico da una sorta di Consiglio d’amministrazione, esempi ideali di mercato libero da interferenze politiche e sindacali, funzionanti come delle zone economiche speciali. La charter city è un sogno ultracapitalistico nelle sembianze di una teoria della crescita e, negando la democrazia con la tecnocrazia, nega anche l’autodeterminazione nazionale. Da questo punto di vista la sistematica distruzione della Striscia di Gaza si spiega come incoraggiamento alla «volontaria emigrazione» dei palestinesi.
La rappresentazione avveniristica della Striscia di Gaza sul modello di Abu Dhabi e Doha presentata in questi piani propone una iperrealtà coerente con l’immaginazione del postmodernismo reazionario: cancella i problemi sociali e politici, sedimentati dalla storia, con un quadro mentale «spazializzante», che Joseph Gabel avrebbe associato all’ideologia come forma di nevrosi sociale. Questa è una «filosofia» che potrà essere applicata dal Board of Peace ad altre aree del mondo che hanno subito distruzioni su ampia scala. Qui la forma estetica contribuisce a creare un particolare regime di postverità con effetti politici, a prescindere dalla realizzazione del piano rappresentato.
L’ultima parte dell’articolo pone la questione di Gaza nel contesto più ampio. Infatti, fra novembre 2025 e gennaio 2026, il Board of Peace ha mutato natura: nel suo statuto - presentato a Davos nel gennaio 2026, presuntuosamente detto Carta, come quella delle Nazioni Unite - Gaza non è nominata ma la missione del BoP è estesa genericamente ad altre «aree colpite dal conflitto»; Trump, citato decine di volte, concentra nelle sue mani poteri assoluti, potendo ammettere o espellere membri, nominare successori e controllare l’agenda del Board. Così una Risoluzione ONU viene trasformata in base pseudo-legale di un’entità che si pone al di sopra delle stesse Nazioni Unite.
Questo è un paradosso istituzionale che segnala l’emergere di una fase nuova e regressiva della politica mondiale, in cui i principi fondamentali del diritto e della civiltà internazionale - come l’autodeterminazione dei popoli - non sono più nemmeno formalmente rispettati. Al loro posto domina la volontà politica, la forza militare, l’estorsione politica e il ricatto economico, in una logica che rievoca le pratiche imperiali di fine Ottocento e che è la selvaggia affermazione del «diritto del più forte».
I responsabili principali di questa regressione sono il regime di Putin, dall’occupazione della Crimea nel 2014 e a maggior ragione con l’invasione dell’Ucraina nel 2022; le due amministrazioni Trump, in particolar modo la seconda; l’annessionismo e la condotta bellica del governo Netanyahu.
Introduzione: la Risoluzione 2803 nel contesto dell’imbarbarimento delle relazioni internazionali
La Risoluzione S/RES/2803 votata il 17 novembre 2025 dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite entrerà nella storia della diplomazia mondiale. Tuttavia, e in questo la mia persuasione si differenzia da quella degli ottimisti, ciò non accadrà perché da essa possa trarre impulso una realistica prospettiva circa la ricostruzione della Striscia di Gaza; men che mai la Risoluzione è un passo avanti verso la concretizzazione del diritto d’autodeterminazione nazionale del popolo palestinese. Al contrario. Ogni possibile dubbio a proposito è dissolto dalla lettura della Carta che definisce missione, struttura e funzionamento del Board of peace - l’organo in origine preposto a dirigere e supervisionare l’amministrazione della Striscia di Gaza - presentata in pompa magna da Trump a Davos nel gennaio 2026.
Poiché enfaticamente fondata sul Comprehensive Plan to end the Gaza conflict del presidente Trump - tanto da riportarlo allegato - la Risoluzione 2803 è già ora memorabile perché legittima una originale forma di amministrazione coloniale di un territorio sconvolto dalla guerra e occupato da una potenza straniera. Il suo centro politico è infatti la proposta del piano Trump di affidare la gestione politica ed economica della Striscia di Gaza a un nuovo istituto con personalità giuridica internazionale, il Board of Peace (BoP) o Consiglio per la pace, una sorta di chimera che combina elementi dell’amministrazione affidata a una potenza mandataria (come fu per i territori dell’Impero ottomano e per le colonie tedesche dopo la Prima guerra mondiale), con la concessione regale di un territorio esotico ad una Compagnia commerciale privilegiata, come l’olandese Sociëteit van Suriname o la britannica East India company, che nella seconda metà del XVIII giunse a dominare gran parte dell’India, fino alla rivolta del 1857 in seguito alla quale il controllo del subcontinente venne assunto dalla Corona. Le organizzazioni palestinesi per i diritti umani hanno rigettato la Risoluzione come coloniale; per i giuristi la Risoluzione è in contraddizione con la Carta delle Nazioni Unite e con il parere della Corte internazionale di giustizia di luglio 2024, per cui l’occupazione dei territori palestinesi è illegale e Israele deve ritirare le sue truppe1.
Trasmessa alla Risoluzione, la visione politico-economica del trumpiano Comprehensive Plan riprende in modo vago la logica di più corposi documenti sulla ricostruzione di Gaza già elaborati nel corso della guerra, sia dagli israeliani che dagli statunitensi. Portando alle estreme conseguenze l’imperialismo disciplinare dell’economics liberista, questi documenti condividono quella che definirei la «filosofia» politico-economica del nuovo colonialismo del XXI secolo. Nell’articolo svolgo un’analisi critica di questa «filosofia», che combina immaginazione postmoderna, urbanistica e ingegneria sociale, dominio coloniale, integrazione della Striscia di Gaza nell’India- Middle East-Europe economic corridor. Il corridoio IMEC, lanciato nella conferenza del G20 a Nuova Delhi del settembre 2023 e sottoscritto da India, Stati Uniti, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Francia, Germania, Italia, Unione Europea, vorrebbe essere l’alternativa alla Belt and road initiative, la Nuova via della seta della Cina. E poiché deve necessariamente integrare anche Israele, può considerarsi il collante economico degli Accordi di Abramo, come è palese nella stucchevole retorica «abramitica», sfacciatamente adulatoria degli autocrati arabi, del piano statunitense dell’agosto 2025
- From a demolished Iranian proxy to a prosperous abrahamic ally - il più vicino precursore del Comprehensive Plan.
Figura 1. From a demolished Iranian proxy to a prosperous abrahamic ally.
Guardando le diapositive presentate dal genero di Trump a Davos si capisce che l’amministrazione statunitense immagina l’ipotetica ricostruzione della Striscia di Gaza secondo quanto delineato in questo piano dell’agosto 2025, presentato nell’articolo. Per quanto la «filosofia» del nuovo colonialismo postmoderno sia ancor più velleitaria e contraddittoria della classica teoria della modernizzazione degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, la sua portata va ben oltre la Striscia di Gaza: vorrebbe essere la «soluzione» applicabile ad altre aree di conflitto e con distruzioni su ampia scala, possibilmente svuotate della loro popolazione originaria.
La Risoluzione 2803 è un altro importante passo nella normalizzazione degli effetti della violazione di norme che costituiscono il nocciolo ideale della civiltà mondiale, oltre che del diritto internazionale: il divieto di minacciare e utilizzare la guerra quale mezzo di soluzione delle controversie internazionali e il diritto dei popoli all’autodeterminazione. Dalle prime due norme consegue il divieto d’annessione, da far valere nei confronti di tre governi le cui azioni hanno il maggior impatto sulla politica mondiale: quello di Putin, per la guerra di conquista dell’Ucraina e le annessioni già proclamate; l’amministrazione Trump, per le sue pretese sulla Groenlandia, il Canada, Panama, la prassi estorsiva nei confronti degli ucraini, dei palestinesi e dei venezuelani; il governo Netanyahu, per la politica di annessione strisciante in Cisgiordania e l’occupazione della Striscia di Gaza.
Inoltre, la Risoluzione è notevole esempio della prassi estorsiva che si sta affermando nelle relazioni internazionali. Infatti, se si leggono con attenzione le dichiarazioni di voto dei membri del Consiglio di sicurezza, s’intende che a fronte della pressione politica dell’amministrazione Trump e della pressione militare israeliana sulla popolazione di Gaza, votare la Risoluzione era l’unico modo per por fine allo sterminio dei palestinesi e alla distruzione di Gaza2.
Ultimo ma più significativo motivo per cui la Risoluzione 2803 passerà alla storia, si può sperare come ambizione delusa: il Board of peace, mostruoso già nella sua concezione d’organo di supervisione coloniale, è mutato in qualcosa d’ancor più mostruoso, nel significato etimologico di monstrum, di essere o fatto prodigioso e portentoso, alieno all’ordine naturale del mondo. Nel suo statuto la Striscia di Gaza non è nemmeno nominata, ma agli Stati a cui Donald Trump concederà di diventare membri del BoP si chiede il «coraggio di abbandonare approcci e istituzioni che troppo spesso hanno fallito», al fine di «garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate dal conflitto»3.
Con questo ci ritroviamo in presenza di un paradosso senza precedenti nella storia della diplomazia mondiale: una Risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, chiaramente limitata quanto a finalità ed ambito d’applicazione, per monocratica volontà del Presidente degli Stati Uniti diviene, nel momento della sua attuazione, la fonte pseudo-legale della costituzione di un’entità che si pretende alternativa alle stesse Nazioni Unite! Citato per nome nella Carta del BoP per ben 35 volte, non solo Donald Trump è sia rappresentante degli Stati Uniti che Presidente del BoP ma ha attribuito a sé stesso, in quanto Presidente, i poteri di un sovrano inamovibile e assoluto: d’invitare e ammettere i membri del BoP, rinnovarne la partecipazione oppure escluderli; approvare l’ordine del giorno delle riunioni e le decisioni delle stesse; creare, modificare, dissolvere le entità subordinate al BoP; designare il Presidente successore; selezionare i membri del Consiglio esecutivo e nominarne il Presidente, che ha diritto di veto.
Questo fatto paradossale e straordinario è emblematico di un nuovo periodo della storia delle relazioni internazionali.
Relativamente alle futuristiche aspettative suscitate da Trump per la Striscia di Gaza, il BoP sarà una delusione. Il personalismo imperiale e narcisistico non giova alla legittimità, né in Palestina né sulla scena internazionale, ma questo importa poco al Presidente.
Nella storiografia e nella teoria, si è soliti discutere intorno al primato della politica interna oppure della politica estera, o delle motivazioni politiche rispetto a quelle economiche. A parer mio, politica interna e politica estera sono sempre correlate, ma il «peso» rispettivo, la definizione delle questioni, i modi di trattarle variano a seconda delle congiunture internazionali e dei regimi interni. Come per Putin e Netanyahu, le peculiarità della politica estera di Trump intesa nel senso più ampio - anche economico e militare - non sono conseguenza di vincoli o necessità internazionali. Sono invece indissolubili dall’intento di cambiare o consolidare il regime politico interno: le ragioni e gli obiettivi di politica interna hanno valore maggiore delle motivazioni e degli obiettivi dichiarati di politica estera. L’Ucraina non è mai stata una «minaccia esistenziale» per la Russia, ma l’invasione totale e le annessioni - pur essendo queste fatto che non sarà mai riconosciuto legalmente e impedimento a un trattato di pace - sono necessarie per consolidare l’identità nazional-imperiale grande-russa e la dittatura di Putin; per combattere Hamas non era necessario radere al suolo la Striscia di Gaza, ma la guerra condotta in quel modo puntellava la maggioranza parlamentare e il sionismo fanatico intorno a Netanyahu, rafforza l’annessionismo strisciante in Cisgiordania ed è conseguenza diretta della irriducibile ostinazione della destra israeliana a negare l’autodeterminazione nazionale palestinese; sbalordire con rivendicazioni assurde gli alleati e umiliarli con i toni e le minacce danneggia l’influenza o egemonia degli Stati Uniti, ma soddisfa il narcisismo nazionale e la «volontà di potenza» della psicologia MAGA, alimentati dallo pseudopopulismo nazionalista di Trump.
E dunque, quando per governi di potenze nucleari come Russia, Stati Uniti e Israele le ragioni di politica interna hanno il primato sui vincoli della politica internazionale, si va oltre la tradizionale ipocrisia pratica nei riguardi delle norme del diritto e della civiltà: queste potenze muovono verso la plateale indifferenza programmatica o il più cinico opportunismo nei confronti delle norme, usano argomenti che possono essere accolti solo da un pubblico nazionale o già schierato in un certo campo, esercitano la selvaggia affermazione del «diritto del più forte».
Una nuova forma di colonialismo vecchio stile: il modello delle città a statuto speciale per la ricostruzione di Gaza
L’autocelebrativo Comprehensive Plan prevedeva al punto 10 che: «sarà elaborato un piano economico di sviluppo Trump per ricostruire e rilanciare Gaza, convocando un gruppo degli esperti che hanno contribuito alla nascita di alcune delle moderne “città miracolo” fiorenti in Medio Oriente». Erano così evocate le fascinose immagini degli ipermoderni skyline e delle fantasiose isole artificiali delle capitali degli Stati del Golfo persico, «cattedrali nel deserto» costruite sullo sfruttamento del lavoro di una popolazione per metà o anche quattro quinti (Qatar, Emirati arabi uniti, Kuwait) costituita da immigrati dal resto dell’Asia privi di diritti sindacali. Sono operazioni d’ingegneria sociale e di strategia geoeconomica possibili grazie all’enorme concentrazione di ricchezza in petrodollari nelle mani di dinastie tribali al centro di regimi autocratici, che hanno costruito apparati statali come loro personale patrimonio, apparentemente tra i più retrogradi del pianeta ma all’avanguardia nell’utilizzo dell’urbanistica come progetto e ambiente della trasformazione delle loro economie e, non secondario, come proiezione internazionale di potenza e modernità.
Figura 2. Gaza nel contesto geopolitico IMEC, da From a demolished Iranian proxy to a prosperous abrahamic ally
In ordine cronologico, questi sono i più importanti precursori del «piano di pace» di Trump:
- A plan for resettlement and final rehabilitation in Egypt of the entire population of Gaza: economic aspects, scritto da Amir Weitman, per l’Istituto Misgav per la strategia sionista e la sicurezza nazionale, pubblicato in ebraico su X il 20 ottobre 2023. Meir Ben-Shabbat, il presidente dell’Istituto, è stato consigliere per la sicurezza nazionale dal 2017 al 2021 e ha contribuito agli Accordi di Abramo; sotto il precedente nome di Istituto Misgav per la strategia sionista, l’organismo si è distinto per l’attacco al post- sionismo nelle università israeliane e per una proposta costituzionale coerente con la linea antipalestinese e autoritaria del Likud, un ottimo esempio della vitalità e influenza del sionismo più intransigente. Il documento venne rimosso dopo poco, ma nella Rete ne sono disponibili sintesi (Elis Gjevori, «Israel-Palestine war. Proposals to push Gaza’s Palestinians into Egypt stoke fear of settler replacement», Middle East eye, 26 ottobre 2023; sito dell’Istituto Misgav consultabile all’indirizzo: https://www.misgavins.org/en/home/);
- The day after. A plan for Gaza, datato 28 febbraio 2024, 64 pagine a cura della Gaza futures, taskforce congiunta della Vandenberg Coalition e del Jewish Institute for National Security Affairs (JINSA), organismo di conservatori statunitensi (consultabile all’indirizzo: https://jinsa.org/jinsa_report/the-day-after-a-plan-for-gaza/; il precedente: http://izs.org.il);
- An economic plan for rebuilding Gaza. A BOT approach, datato 21 luglio 2024, del professor Joseph Pelzman, docente d’economia e affari internazionali presso la George Washington University, presidente e cofondatore del Center of excellence for the economic study of the Middle East and North Africa (CEESMENA, in Gerusalemme). Questo piano è la fonte diretta delle prime celebri fantasie multimediali di Trump a proposito della trasformazione di Gaza in una lussureggiante Riviera turistica, ampiamente oggetto di sarcasmo da parte dell’opinione pubblica mondiale (https://ceesmena.org/wp-content/uploads/2024/10/An-Economic-Plan-for- Rebuilding-Gaza__A-BOT-Approach-_FINAL_July-21_2024.pdf );
Figura 3. Da Pelzman, An economic plan for rebuilding Gaza. A BOT approach
- Pathways to a durable Israeli-Palestinian peace, un poderoso testo di 196 pp. a cura di Charles P. Ries et al., pubblicato il 18 gennaio 2025 per conto della californiana RAND Corporation, (www.rand.org/t/RRA3486-1);
- Gaza 2035, documento elaborato nell’ambito dell’amministrazione Netanyahu, reso noto nei primi giorni di maggio 2025 (Yuval Barnea, «From crisis to prosperity. Netanyahu’s vision for Gaza 2035 revealed online», Jerusalem Post, 3 maggio 2024; Daniel Jonas Roche, «Israel Prime Minister Benjamin Netanyahu unveils regional plan to build a “massive free trade zone” with rail service to NEOM», The architect’s newspaper, 21 maggio 2024);
- From a demolished Iranian proxy to a prosperous abrahamic ally, sotto l’egida di un proposto Gaza reconstitution, economic acceleration and transformation trust (GREAT Trust), documento pubblicato dal Washington Post il 29 agosto 2025 (Karen DeYiong- Cate Brown,«Gaza postwar plan envisions “voluntary” relocation of entire population»; il documento disponibile qui: https://www.washingtonpost.com/documents/f86dd56a-de7f-4943-af4a-84819111b727.pdf; Gaza: dalla guerra alla distopia, ISPI, 1 settembre 2025, www.ispionline.it). Si tratta di un documento circolante nell’amministrazione Trump, il cui status non è chiaro perché la pubblicazione da parte del WaPo non ebbe risposta. Esso è però perfettamente coerente con quanto Trump aveva proclamato durante una conferenza stampa congiunta con Netanyahu, il 4 febbraio 2025: l’intenzione di occupare la Striscia di Gaza e di trasformarla nella Riviera del Medio oriente.
Le caratteristiche comuni dei documenti che prefigurano la ricostruzione della Striscia di Gaza sono discusse nelle sezioni che seguono. Qui anticipo che la visione del piano di Trump e degli altri documenti è ispirata dal modello delle charter cities - traducibile come città a statuto speciale - elaborato dall’economista premio Nobel Paul Romer e proposto con modifiche dal Charter Cities Institute, che direi essere l’ultima moda per quel che concerne la modernizzazione accelerata e la soluzione dei problemi del sottosviluppo. Attenzione, però: si consideri che durante la campagna per le presidenziali il candidato Trump propose la creazione dal nulla, su terreno federale, di almeno una decina di freedom cities, con l’intento di «riaprire la frontiera, riaccendere l’immaginazione americana e dare a centinaia di migliaia di giovani e ad altre persone, tutte famiglie lavoratrici, una nuova possibilità di diventare proprietari di una casa e, di fatto, di realizzare il sogno americano»; in questa nuova frontiera non ci si muoverebbe con i prairie schooner (così detti per la similitudine fra le vele e la tela bianca che copriva i carri dei coloni) ma con veicoli elettrici a decollo ed atterraggio verticale che, come un tempo l’automobile, restituirebbero agli Stati Uniti il primato dell’innovazione della mobilità4.
Il linguaggio della frontiera come spazio moderno dell’avventura e della realizzazione di sé è costitutivo dell’immaginario collettivo statunitense ma, nel caso delle freedom cities di Trump, l’evocazione della frontiera è usata per impacchettare il materiale mentale dello pseudopopulismo postmoderno, nel complesso l’opposto del moderno spirito della frontiera: compressione anziché espansione nello spazio; cancellazione delle conquiste sociali storiche invece della costruzione di nuove libertà; inquadramento burocratico al posto della rete di piccoli produttori indipendenti. Tuttavia, la concezione delle città a statuto speciale è talmente in sintonia con la compressione spazio-temporale di questi decenni e con la mentalità postmoderna, che la rilevanza politica e ideologica della proposta non è sminuita né dalle intrinseche contraddizioni né dai fallimentari tentativi d’attuazione5.
Il modello delle charter cities si basa su due idee fondamentali. La prima è che lo sviluppo economico, il progresso sociale, la formazione di adeguate infrastrutture fisiche e di efficienti servizi sociali richiedono che si liberi l’attività economica da norme e processi onerosi: le «buone regole» sono quelle che non intralciano gli spontanei meccanismi regolativi dei mercati. Fin qui nulla di nuovo: è la tradizionale prescrizione, liberista e neoclassica, per cui un mercato «perfettamente» concorrenziale - tale in quanto non influenzato da forze sociali esterne - utilizzerà nel migliore dei modi le risorse disponibili. Questa vecchia tesi è però aggiornata nell’ambito della teoria della crescita endogena - di cui Paul Romer fu un iniziatore nella seconda metà degli anni Ottanta del secolo scorso - che pone l’enfasi sul capitale umano, sull’importanza della spesa in ricerca e sviluppo e quindi sulla crescente produttività marginale della conoscenza e dell’applicazione tecnologica, con le esternalità positive conseguenti dalla loro diffusione. È dunque su questo che si misura l’efficienza della governance liberista che, in effetti, non è mai stata de-regolatrice ma ri-regolatrice, in questo caso subordinando diritti politici e sociali all’attrazione d’investimenti.
Quel che è specifico del modello è l’idea che, per scansare i molteplici ostacoli politici e sociali che si frappongono alla definizione dell’ambiente normativo ideale, sia preferibile creare dal nulla una nuova città a statuto speciale invece che tentare di modificare il quadro nazionale esistente. In altri termini, il modello della charter city prescinde dal passato e suggerisce un futuristico inizio assoluto, in una città dotata dei più moderni mezzi di trasporto automatico e di comunicazione digitale, un luogo del quale si possa dire che «Il Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell’assoluto, poiché abbiamo già creata l’eterna velocità onnipresente», come si legge nel Manifesto del futurismo di Marinetti. In questo inizio assoluto, che salta la trasformazione della materia preesistente, sono anche idealmente annullati i problemi della resistenza sociale e dell’opposizione politica. Il punto è esplicito in Romer, che lo indica sia come motivo genetico di formazione e crescita della comunità urbana, sia come uno dei maggiori vantaggi della città a statuto speciale:
«Storicamente, la possibilità di votare con i piedi è stata una potente forza di progresso. La fondazione di nuove città su terreni disabitati preserva questa fondamentale dinamica di scelta per tutti i residenti. Le nuove regole in una città dotata di statuto non vengono imposte a elettori riluttanti; vorranno andarvi solo le persone che scelgono attivamente di vivere e lavorare secondo le regole specificate nello statuto»6.
Dunque, l’alternativa al dar voce alla politica è la libertà di votare con i piedi: la logica del mercato è talmente intrinseca al modello che il suo buon funzionamento presuppone l’assenza di dibattitto pubblico e di confronto-scontro politico. Romer porta l’esempio positivo del notevole sviluppo di Hong Kong prima della cessione alla Cina, un caso virtuoso che presentava «residenti che non erano elettori ed elettori che non erano residenti».
Seppur solo vagamente accennata, il senso dell’architettura istituzionale della città a statuto speciale è chiaro. Nella versione di Romer una charter city nasce dalla convergenza di tre fattori, ciascuno offerto da tre Stati: la terra è data dalla nazione ospitante la città; i residenti provengono d’altra nazione con popolazione in eccesso; un terzo Stato potrebbe garantire che sia rispettato quanto stipulato nella Carta di fondazione della città. S’intende che terra e lavoro verrebbero forniti da Paesi sottosviluppati, capitale, progettazione e amministrazione verrebbero invece da un Paese a capitalismo avanzato. Tuttavia, secondo Romer uno Stato come l’India può assolvere a più funzioni, fornendo la terra e offrendo «sostanziali incentivi che indurrebbero diversi Stati a competere per creare tale zona. In qualità di garante, il governo centrale potrebbe offrire protezione a tutte le parti quando un'entità privata investe nelle infrastrutture»7.
Nella versione proposta dal Charter Cities Institute la nuova città nasce dall’accordo fra un city developer privato e il governo dello Stato ospite, che istituiscono un consiglio, a cui potrebbero eventualmente partecipare istituzioni multilaterali o gruppi comunitari, se così stabilito; il consiglio nomina un city manager - non un mayor eletto - per supervisionare l’amministrazione. Dopo alcuni decenni, solitamente si indicano 50 anni, l’amministrazione tornerebbe allo Stato.
Il modello delle charter cities trae apertamente ispirazione dalle esperienze delle zone economiche speciali, che offrono speciali incentivi fiscali e normativi per attrarre investimenti dall’estero, ma va molto oltre. Quel che qualifica la specificità della charter city versione XXI secolo è l’articolazione dei poteri economici e politici, che su scala ridotta ricorda territori coloniali del XVIII secolo: in sostanza, gli attributi della sovranità vengono ceduti ad una entità differente dallo Stato in cui è collocata la città a statuto speciale. In pratica, più che come una zona con particolari concessioni economiche, la charter city è meglio concepibile come una città-Stato indipendente, uno Stato dentro lo Stato di cui si prevede l’espansione, che esercita una molteplicità d’attività economiche e i cui servizi sociali sono integralmente gestiti da privati. Si può perciò dire che l’odierna città a statuto speciale è la spazializzazione dell’utopia della società completamente ridotta a rapporti mercantili, un sogno ultracapitalistico nelle sembianze di una teoria della crescita. Perfino i residuali «beni pubblici» - presumibilmente l’«ordine pubblico» - sono amministrati da un’entità di cui si sottolinea la natura tecnocratica. La tecnocrazia vorrebbe essere la negazione della politica e della sua nefasta influenza sullo spontaneo sviluppo degli scambi di valore, ma in effetti è un certo tipo di politica: quella che nega alla popolazione la possibilità d’essere soggetto attivo e partecipe nelle procedure e nella definizione dei contenuti delle decisioni politiche; l’unica libertà è quella d’emigrare. Il modello della charter city è quindi la negazione della democrazia e, per questo stesso motivo, dell’autodeterminazione nazionale. Si può dire che questo modello sia una nuova forma di colonialismo vecchio stile perché, a differenza del neocolonialismo negli Stati indipendenti, lo sfruttamento umano e delle risorse naturali presuppone un atto di sostanziale cessione di potere sovrano ed è gestito in un quadro istituzionale che fonde poteri politici ed economici.
L’avveniristica trasformazione postmoderna della Striscia di Gaza...
Figura 5. «From crisis to prosperity. Netanyahu’s vision for Gaza 2035 revealed online», Jerusalem Post, 3 maggio 2024.
L’israeliano Gaza 2035 e il documento statunitense per il GREAT Trust hanno in comune l’utilizzo di immagini realizzate con l’intelligenza artificiale che mostrano panorami avveniristici della Striscia di Gaza, completamente trasformata sul modello del profilo dei grattacieli del lungomare di Abu Dhabi, Dubai e Doha. A questa modalità di presentazione è associato il video pubblicato da Trump il 26 febbraio 2025, generato con l’intelligenza artificiale, in cui si può ammirare una Gaza magicamente mutata in un resort di lusso, con il Presidente e il primo ministro israeliano comodamente sdraiati in costume di bagno sullo sfondo di un paesaggio di grattacieli e altre immagini bizzarre, fra cui una gigantesca statua dorata di Trump. Il video è deliberatamente grottesco e autoironico e, come le immagini dei documenti, si può inquadrare nell’ambito di un’estetica postmodernista. La sensazione trasmessa da queste immagini è quella di guardare un opuscolo pubblicitario che esalta le sbalorditive qualità ipermoderne della merce in vendita. La forza persuasiva della proposta politica è in gran parte affidata all’estetica delle immagini avveniristiche e alla spettacolarità della visione, così aliena dalla realtà della miseria e della guerra di Gaza che sembra evocare l’operare di una onnipotente forza miracolosa.
La forma è anche sostanza e, in questo caso, sostanza assai inquietante. Proprio per la loro deliberata demenzialità, le immagini dei cosiddetti «piani» e ancor più il video trumpiano simulano una iperrealtà che confonde la distinzione fra invenzione e realtà, fra il segno significante e la cosa significata. Nell’autoironica rappresentazione statuaria di Trump nel video, nello stesso tempo demiurgo creatore e segno della rappresentazione, ritroviamo la postmoderna confusione di oggettività e soggettività, a tutto vantaggio della seconda. Fatto cruciale di questa modalità comunicativa è la distanza che crea rispetto alla realtà della sofferenza dei civili palestinesi e alla deliberata distruzione fisica della Striscia di Gaza, presupposto materiale moralmente neutralizzato nella fantasia virtuale di un radioso futuro di spettacolare ultramodernità della Striscia.
Dunque, questa forma estetica si inserisce e contribuisce a un particolare regime di postverità, utile al governo di Netanyahu, all’amministrazione Trump e ai loro sostenitori, che ha il suo apice nella perversa inversione del principio costitutivo del diritto umanitario internazionale, quello che idealmente dovrebbe regolare la condotta bellica: che il criterio della oggettiva necessità militare ammette «danni collaterali» ma secondo determinati criteri e limiti qualitativi, innanzitutto di distinzione fra combattenti e non-combattenti - e fra «oggetti» civili e militari - e poi di proporzionalità, che nel caso delle operazioni militari israeliane sono stati violati al di là d’ogni ragionevole dubbio. L’unico modo di rigettare le responsabilità per i crimini di guerra e contro l’umanità è allora costruire una narrazione totalmente alternativa alla realtà, per cui quello israeliano sarebbe «l’esercito più umano del mondo» e la responsabilità della strage di civili è ricondotta esclusivamente al rifiuto della resa da parte da Hamas.
... presuppone la deportazione o l’incoraggiamento alla «volontaria emigrazione» dei palestinesi di Gaza ...
In romanzi e film di fantascienza la colonizzazione umana richiede che l’ecologia e l’atmosfera dei pianeti alieni siano totalmente trasformate dal processo di terraformazione.
E poiché l’avveniristica trasformazione del paesaggio della Striscia di Gaza rappresentata nei «piani» prima citati ricorda i processi di terraformazione, si può concepire l’idea che Gaza sia svuotata dai molesti abitanti indigeni per fare spazio ai nuovi coloni. Infatti, in tutti i piani è presente l’esigenza di allontanare in qualche modo i palestinesi di Gaza, con la deportazione o con l’«incoraggiamento» all’emigrazione pseudovolontaria. Sotto questo aspetto il piano presentato da Trump è un’eccezione ma, poiché implicitamente riprende concetti e meccanismi che richiedono la terraformazione della Striscia di Gaza, questa è una sua incoerenza interna, in cui si esprime la fondamentale contraddizione della prospettiva «futuristica», radice del suo prevedibile fallimento: sarebbe bene che i palestinesi spariscano, ma in una proposta ufficialmente sottoposta alla comunità internazionale e alle N. U. questo non si può dire; né in pratica si può apertamente realizzare.
Già all’inizio della guerra l’Istituto Misgav vedeva nel conflitto un’opportunità senza precedenti per spostare l’intera popolazione di Gaza in due città satelliti del Cairo, le cui denominazioni intendono ricordare la guerra arabo-israeliana del 1973 - 6 ottobre e 10 Ramadan - con una disponibilità potenziale di sei milioni di abitazioni; la stima del costo finanziario totale dell’operazione era fra i cinque e gli otto milioni di dollari; il costo medio di un appartamento di tre stanze e 95 mq per una famiglia palestinese di cinque persone era stimato a 19 mila dollari. Nel complesso un’operazione poco costosa ma comunque un impulso per l’economia del regime egiziano di al-Sisi.
Nello stesso mese d’ottobre 2025, il quotidiano economico israeliano Calcalist diede notizia di uno studio di dieci pagine datato 13 ottobre 2023 e titolato - in traduzione - Policy paper: Options for a policy regarding Gaza’s civilian population, in cui il Ministero dei servizi d’informazione valutava le opzioni di Israele (questo Ministero non ha compiti operativi ma di coordinamento, supervisione, pianificazione e supporto decisionale); il documento, la cui veridicità è stata confermata, venne pubblicato integralmente dalle testate gemelle israeliane Local call il 28 ottobre, in ebraico, e poi da +972 Magazine in inglese8. Lo studio scartava entrambe le opzioni per cui i palestinesi potrebbero rimanere nella Striscia di Gaza: sotto l’Autorità Palestinese, oppure sotto una autorità araba locale sostenuta dall’occupazione militare israeliana. Il motivo per cui il documento rigetta l’opzione di porre Gaza sotto l’Autorità Palestinese è al centro della politica di lungo periodo della destra israeliana, volta a impedire a tutti i costi (anche a costo della sicurezza dei cittadini israeliani!) uno Stato palestinese:
«La divisione della popolazione palestinese fra Giudea e Samaria [la Cisgiordania o West Bank o Territori Occupati, per il resto del mondo] e Gaza è uno dei principali ostacoli che oggi impediscono la creazione di uno Stato palestinese. È inconcepibile che l’esito di questo attacco rappresenti una vittoria senza precedenti per il movimento nazionale palestinese e una via verso la creazione di uno Stato palestinese» (corsivi miei).
Inoltre, gli autori ritengono instabile il modello di governo della Giudea e Samaria, strutturato sulla separazione fra controllo militare israeliano ed amministrazione civile palestinese (ma in realtà, violando le norme internazionali sulla protezione dei territori occupati, Israele sta estendendo l’amministrazione civile in Cisgiordania, un’annessione di fatto che implica un regime simile all’apartheid). Poiché secondo il modello cisgiordano «non è fattibile un controllo militare israeliano senza la presenza di insediamenti ebraici», esso non può essere trasposto nella Striscia di Gaza perché, in questo caso, si verrebbe a determinare una situazione simile a quella «in Giudea e Samaria, ma addirittura peggiore. Lo Stato di Israele sarà considerato una potenza coloniale con un esercito occupante». Anche queste sono interessanti considerazioni di ampia portata circa la strategia d’annessione strisciante, l’asservimento degli insediamenti civili all’occupazione militare di parte della Cisgiordania, l’implicita o involontariamente logica ammissione che quella israeliana è una occupazione coloniale.
Per gli autori neanche la seconda opzione è accettabile, non solo perché - come la prima - richiede di combattere in un’area densamente popolata, «che provocherà un numero significativo di vittime» che Hamas attribuirà ad Israele, ma specialmente perché:
«un governo arabo locale fronteggerà sfide significative nell’attuare il necessario cambiamento dell’ideologia e della narrazione, principalmente perché in Gaza un’intera generazione è stata educata sotto l’influenza dell’ideologia di Hamas e ora sperimenterà anche un’occupazione militare israeliana. Lo scenario più plausibile è perciò non un cambiamento ideologico ma, invece, l’emergere di un nuovo movimento islamico, forse anche più estremo».
In definitiva, questa opzione «non offre a Israele alcun valore strategico a lungo termine. Al contrario, potrebbe trasformarsi in una debolezza strategica nel giro di pochi anni». Osservazione che potrebbe rivelarsi profetica.
La soluzione consigliata è dunque la C: l’evacuazione della popolazione civile da Gaza nel nord del deserto del Sinai, dove sarebbe prima sistemata in tendopoli e poi in nuove città. Nel momento della redazione di questo piano, la terza opzione avrebbe semplificato il bombardamento del nord di Gaza e permesso più facili e rapide operazioni militari nell’area evacuata. L’evacuazione della popolazione civile è presentata come un atto umanitario e in linea col diritto, ma questa è una beffa e una grottesca perversione della norma. Vediamo perché.
La IV Convenzione di Ginevra vieta «i trasferimenti forzati, in massa o individuali», consentendo solo lo «sgombero completo o parziale di una determinata regione occupata, qualora la sicurezza della popolazione o impellenti ragioni militari lo esigano» (art. 49). Tuttavia, questo è permesso solo sotto precise condizioni: il trasferimento può essere solo temporaneo, le persone evacuate devono poter tornare nella regione d’origine non appena cessate le ostilità; la Potenza occupante deve fare in modo che «le persone protette siano ospitate convenientemente, che i trasferimenti si compiano in condizioni soddisfacenti di salubrità, di igiene, di sicurezza e di vitto e i membri di una stessa famiglia non siano separati gli uni dagli altri».
Al contrario di quanto prescritto dal diritto internazionale umanitario e dalla civiltà, i trasferimenti previsti da questi documenti sono invece coattivi e anche definitivi: sono deportazioni od operazioni di pulizia etnica. Nel contesto della guerra di Gaza, nessuna delle condizioni a cui è subordinato lo sgombero della popolazione è stata soddisfatta. I civili palestinesi sono stati costretti alla fuga da decine e decine d’ordini d’evacuazione (47 soltanto fra il 18 marzo e il 30 giugno 2025), ammassati in aree che complessivamente non arrivano al 20% del territorio di Gaza, colpiti anche nei campi che avrebbero dovuto essere sicuri, sottoposti al blocco della fornitura di beni essenziali; hanno subito la sistematica distruzione di abitazioni, scuole, ospedali, musei e altre infrastrutture civili e aree coltivate, per un’estensione geografica che non è possibile giustificare con la «necessità militare».
Per chiarezza teorica e a futura memoria: per «necessità militare» si devono intendere vantaggi militari tattici, immediati e concretamente accertabili, nonché un comando militare che in buona fede valuti i possibili «danni collaterali» e prenda adeguate misure di precauzione relative a quel determinato obiettivo. La «necessità militare» non legittima qualsiasi azione né si può ridurre all’invocazione della buona finalità della guerra o a ipotetiche esigenze strategiche: in tal caso il fine automaticamente giustificherebbe l’utilizzo dei mezzi e la finalità protettiva del diritto internazionale umanitario verrebbe rovesciata e pervertita. I palestinesi di Gaza sono stati deliberatamente posti in condizioni invivibili, tali da «incoraggiarne» l’esodo che, tuttavia, non può comunque essere considerato volontario bensì il risultato di una lunga serie di crimini di guerra e contro l’umanità. È quanto accadde nel 1948, quando circa 700 mila palestinesi fuggirono o vennero costretti alla fuga da azioni dirette delle forze armate israeliane, circa metà durante la fase della guerra civile arabo-ebraica precedente l’intervento militare dei vicini Stati arabi, quando caddero le città della Palestina a maggioranza araba; a questi sfollati non fu più permesso di tornare, trasformandoli in rifugiati permanenti9.
I documenti citati non provano che fin dall’inizio della guerra la politica del governo israeliano sia stata orientata alla deportazione dei palestinesi di Gaza; ma è pure chiaro che quella possibilità è sempre stata presente nell’orizzonte politico, coerentemente con la specificità del sionismo della destra israeliana. Quello di Netanyahu e della destra ed estrema destra è un sionismo annessionista, che non può ammettere uno Stato palestinese, anche a costo di condannare gli israeliani a una politica coloniale che alimenta odio e degrada i diritti degli stessi cittadini israeliani. In Israele esiste anche un sionismo diverso che, proprio perché intende mantenere l’identità ebraica di Israele, vuole la separazione dei due popoli e accetta l’autodeterminazione nazionale e statale palestinese.
A inizio del 2025, l’evacuazione «volontaria» ma senza possibilità di ritorno dei palestinesi era anche la linea del presidente Trump, espressa durante una conferenza stampa con Netanyahu; a questa seguì il celebre video sulla futuristica trasformazione di Gaza in una sorta di gigantesco villaggio turistico. È una conferma del fatto che, volendo a tutti i costi impedirne l’autodeterminazione nazionale, la deportazione dei palestinesi di Gaza sia la conclusione logica, benché assai difficile da mettere in pratica, e in plateale contrasto con i criteri minimi dell’umana decenza e della civiltà, oltre che del diritto.
Fatta dal Presidente della maggiore potenza mondiale, la proposta di svuotare il territorio della Striscia di Gaza da tutta o dalla maggior parte dei palestinesi aveva il vantaggio di chiudere una gigantesca falla della strategia israeliana: l’inesistenza di un’idea circa la conclusione della guerra che andasse oltre la distruzione di Hamas. L’incapacità di definire un realistico dopoguerra nella Striscia di Gaza non era solo effetto delle divergenze fra i partiti di governo e delle pressioni internazionali, ma conseguiva direttamente dalle contraddizioni intrinseche al sionismo annessionista della destra e dell’estrema destra israeliane, che si ripresenteranno comunque nei prossimi anni. Netanyahu accolse con entusiasmo la proposta di Trump e quindi incaricò il ministro della difesa Katz di far preparare a Tsahal un piano dedicato e un direttorato per l’emigrazione volontaria10.
Tuttavia, la proposta d’evacuazione della popolazione e la politica di terra bruciata in Gaza vennero condannate con la massima determinazione dagli Stati arabi, individualmente e nel vertice straordinario della Lega araba del quattro marzo, che approvò il piano di ricostruzione dell’Egitto, molto dettagliato e con diversi importanti punti comuni a piani successivi, ma con un difetto fondamentale agli occhi del governo Netanyahu e dell’amministrazione statunitense: che la Striscia di Gaza sia considerata parte di uno Stato palestinese indipendente e sovrano, in accordo con la soluzione dei due Stati11. Fra l’altro, i governi arabi erano e sono terrorizzati dai possibili effetti interni per quel che può apparire come un tradimento dei palestinesi o come una pericolosa «esportazione» nei loro territori dello scontento e delle possibili azioni degli esuli da Gaza.
La questione non è però da considerarsi conclusa. Verso la fine di luglio 2025, nella conferenza presso la Knesset «La Riviera in Gaza: dal sogno alla realtà», alla presenza del ministro delle finanze Bezalel Smotrich l’estrema destra israeliana ha discusso un piano «che prevede la costruzione di 850.000 unità abitative, la costruzione di “città intelligenti” ad alta tecnologia che commerciano criptovalute e una rete metropolitana che attraversi il territorio»12. Evidente e voluto il richiamo alla visione futuristica di Trump e della charter city ma, in questo caso, il fatto saliente è il nesso esplicito fra «trasferimento» dei palestinesi, annessione di Gaza e colonizzazione israeliana, nell’occasione messo bene in chiaro dalla dirigente sionista di estrema destra Daniella Weiss, sottoposta a sanzioni dal Canada e dal Regno Unito in quanto dirigente di Nachala, organizzazione estremista dei coloni israeliani che promuove azioni illegali.
Lo svuotamento della Striscia di Gaza non può essere una proposta ufficiale, se ne possono però creare le condizioni materiali, tali da «incoraggiare» l’emigrazione «volontaria». Vanno in questo senso le parole di Netanyahu in una riunione a porte chiuse della Commissione Affari Esteri e Difesa del parlamento israeliano: Israele sta «distruggendo sempre più case [a Gaza, e di conseguenza i palestinesi] non hanno un posto dove tornare»; «l’unico risultato ovvio sarà che i cittadini di Gaza sceglieranno di emigrare fuori dalla Striscia (...) Ma il nostro problema principale è trovare Paesi che li accolgano»13. Questo è quanto si deve logicamente concludere dall’estensione della distruzione fisica dell’abitato di Gaza, i cui abitanti, appunto, non hanno un posto dove tornare.
...e la gestione della Striscia secondo il modello politico-economico d’una compagnia coloniale multinazionale...
In alcuni passaggi la Risoluzione 2803 ripete quasi alla lettera il Comprehensive Plan, di cui assume il punto più importante per il futuro della Striscia: l’istituzione di un’entità con personalità legale internazionale denominata Board of peace, in origine preposta soltanto alla ricostruzione di Gaza, a disarmare le milizie palestinesi e a supervisionare un «Comitato tecnocratico palestinese, apolitico, composto da competenti palestinesi della Striscia», responsabile per gli affari correnti e i servizi pubblici delle amministrazioni locali della Striscia. Il passaggio di poteri dal BoP all’Autorità Palestinese è subordinato alla valutazione di un soddisfacente completamento della riforma dell’Autorità palestinese; a quel punto «potrebbero finalmente esserci le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e la statualità palestinese». Quest’ultima frase suscitò speranze ma, come altri punti della Risoluzione e la stessa nel suo insieme, è ambigua e, in effetti, può prestarsi a legittimare il mantenimento dell’occupazione israeliana di parte della Striscia di Gaza e l’annessione strisciante della Cisgiordania, Giudea e Samaria per gli israeliani. Come già visto, nel frattempo il BoP ha cambiato natura, configurandosi come uno strumento d’intervento più ampio al servizio imperiale di Donald Trump. Questo è l’aspetto nuovo e sorprendente, ma nella definizione del Comprehensive Plan e della Risoluzione la concezione del BoP non è affatto originale: comunque lo si chiami, questo è senza dubbio l’istituto di direzione politica ed economica al centro del nascente colonialismo postmoderno, rispetto al quale il diritto d’autodeterminazione e l’indipendenza statale sono, nel migliore dei casi, non diritti ma aspirazioni subordinate alla valutazione di un potere esterno e rimandate a un futuro indeterminato.
The day after. A plan for Gaza della Gaza futures taskforce (JINSA-Vandenberg Coalition) proponeva che Gaza venisse affidata a un International Trust for Gaza relief and reconstruction: un organismo diretto da tre o sette membri nominati dagli Stati finanziatori. Il fatto più interessante è che questo Trust avrebbe dovuto avere status di diritto privato per cui, «con il sostegno e la supervisione dei suoi sponsor nazionali, il Trust avrebbe un’identità distinta e separata, agendo più come una super- organizzazione non governativa (ONG) che come una coalizione di Stati nazionali».
Superata l’emergenza, il Trust avrebbe selezionato dei capi moderati - in Gaza e tra cittadini di Gaza in Cisgiordania e nella diaspora - in grado di costituire un Consiglio consultivo con la finalità di facilitare i rapporti con la popolazione; tuttavia, potere decisionale, supervisione e controllo dei fondi sarebbero saldamente rimasti nelle mani del Consiglio di amministrazione del Trust. Questo piano prevedeva potesse nascere uno Stato palestinese, ma in un futuro imprecisato, implicitamente lontano, perché insisteva sulla subordinazione dell’autodeterminazione statale palestinese al successo della cosiddetta de-radicalizzazione, sia della Striscia sia della Cisgiordania, da valutarsi su risultati concreti, non con «riforme cosmetiche, elezioni affrettate, stratagemmi diplomatici ad alto livello o una riunificazione frettolosa della Cisgiordania e di Gaza». O, in altri termini, un diritto inderogabile, ius cogens che nessun accordo, patto o trattato può violare, è qui negato in nome di una valutazione pseudo-oggettiva fondata sulla negazione di un autonomo processo politico palestinese: della democrazia. Come concetto, molto simile al piano di Trump.
Secondo il piano israeliano Gaza 2035, la futuristica trasformazione di Gaza di cui si è detto sarebbe spettata a una Gaza Rehabilitation Authority, composta da selezionati soggetti palestinesi sotto la supervisione di Bahrain, Giordania, Marocco, Arabia Saudita; Israele avrebbe mantenuto il diritto di agire contro minacce alla propria sicurezza. Dopo cinque o dieci anni, ai palestinesi sarebbe stata concessa una modalità di auto-governo, condizionata a soddisfacente de-radicalizzazione e smilitarizzazione, tuttavia non necessariamente nella forma della riunificazione politica ed amministrativa della Striscia di Gaza e della Cisgiordania e, in ogni caso, era esclusa l’eventualità di uno Stato palestinese.
Gaza 2035 prevedeva la costituzione di una grande zona economica speciale e di collegamenti fra la città egiziana di El-Arish e il suo aeroporto e il porto israeliano di Sderot a nord di Gaza. Sarebbe stata costruita una linea ferroviaria fra Gaza e il fantascientifico progetto saudita di edificazione della città Neom (una combinazione fra greco e arabo: nuovo-futuro) del valore di 500 miliardi di dollari, nel progetto originario estesa per 170 km lungo la costa nord del Mar Rosso e con una popolazione di nove milioni, organizzata dal nulla intorno all’intelligenza artificiale e ai robot. Anche in questo caso entra in gioco la visione del modello charter city, che tuttavia è stato fortemente ridimensionato: nel frattempo il progetto Neom si è ridotto a 300.000 abitanti.
Nel piano israeliano era compreso lo sfruttamento, già in corso, dell’ingente risorsa d’energia nelle acque territoriali palestinesi, riconosciute dall’Accordo di Oslo II, che sono parte integrante di un grande bacino petrolifero e di gas naturale che dovrebbe essere gestito in modo coordinato da Cipro, Israele, Libano, Palestina, Siria e Turchia. Mettendo da parte le fantasie avveniristiche, la prospettiva della valorizzazione dello sfruttamento di questa risorsa naturale è una delle più attraenti per il capitale internazionale, sia dal punto di vista finanziario sia della sicurezza, perché si tratta di investimenti ad alta intensità di capitale che permettono attenta selezione di tecnici e forza lavoro. Data l’importanza della questione è utile un rapporto dell’UNCTAD, agenzia delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo, del 2019:
«Un nuovo assetto territoriale è emerso in seguito all’operazione militare israeliana a Gaza nel dicembre 2008, che ha comportato la militarizzazione dell’intera costa di Gaza e la confisca dei giacimenti di gas naturale palestinesi, che ha posto sotto sovranità israeliana le aree marittime di Gaza. Pertanto, in violazione del diritto internazionale, i giacimenti di gas naturale di Gaza sono stati, di fatto, integrati nelle installazioni offshore israeliane, contigue a quelle della Striscia di Gaza (mappa 2).
Queste diverse installazioni offshore sono anche collegate al corridoio di trasporto energetico israeliano, che si estende dal porto di Eilat sul Mar Rosso, che è un terminale di oleodotto, al terminale portuale di Ashqelon e verso nord fino ad Haifa, potenzialmente collegandosi, attraverso un proposto oleodotto Israele-Turchia, al porto di Ceyhan, in Turchia, che è il terminale dell'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC); “Ciò che si prevede è di collegare l’oleodotto BTC all’oleodotto trans-israeliano Eilat- Ashqelon, noto anche come ‘punta di diamante’ di Israele”.
Nel 2018, erano trascorsi 18 anni dalle trivellazioni di Marine 1 e Marine 2. Poiché l’ANP non è stata in grado di sfruttare questi giacimenti, le perdite accumulate ammontano a miliardi di dollari. Di conseguenza, al popolo palestinese sono stati negati i benefici derivanti dall'utilizzo di questa risorsa naturale per finanziare lo sviluppo socioeconomico e soddisfare il proprio fabbisogno energetico per tutto questo periodo, e il periodo è ancora in corso»14.
A metà maggio il piano israeliano venne affossato dalla condanna del Ministro degli esteri degli Emirati Arabi Uniti e anche dall’opposizione del ministro della difesa Yoav Gallant, compagno di partito di Netanyahu ma che da tempo criticava il Primo ministro per l’inesistenza di un progetto per gestire Gaza che coinvolgesse palestinesi non riconducibili ad Hamas o all’Autorità Palestinese. Secondo Gallant questa mancanza avrebbe portato a due indesiderabili possibilità: o alla continuazione del dominio di Hamas, oppure all’occupazione militare israeliana. Pochi giorni dopo, nel 76° anniversario della Dichiarazione d’indipendenza di Israele, in un raduno a Sderot migliaia di estremisti del sionismo religioso rivendicavano la creazione di insediamenti, mentre il parlamentare Zvi Sukkot si rallegrava della distruzione inflitta a Gaza, un incoraggiamento per gli arabi a lasciare la «nostra» terra. Anche di queste tensioni interne alla coalizione occorre tener conto per comprendere la condotta bellica e l’atteggiamento del governo israeliano nel dopoguerra, ma senza esagerare.
«Come la strategia di Haussmann nella Parigi del XIX secolo, questo piano mira ad affrontare una delle cause profonde dell’insurrezione in corso a Gaza: la sua progettazione urbana». È la frase chiave del piano statunitense From a demolished Iranian proxy to a prosperous abrahamic ally, svelato nell’agosto 2025. È notevole il candore con cui si afferma quanto è implicito negli altri piani: la loro finalità repressiva e di controllo sociale, combinata all’illusione che sia possibile rimuovere le cause della rivolta mediante la progettazione urbanistica come modalità d’ingegneria sociale. Benché le relazioni umane che costituiscono lo spazio fisico e sociale della Striscia di Gaza siano state brutalmente destrutturate da una determinata volontà politica, come gli altri anche questo piano intende cancellare la storia riducendo l’umanità di Gaza a oggetto manipolabile a piacere in uno spazio astratto, in effetti uno spazio strategicamente distrutto. È messo in atto un processo di reificazione fondato su una visione manichea del mondo e sul razionalismo morboso, su una logica che muove da pregiudizi e presupposti storicamente falsi, in modo da distorcere e invertire cause ed effetti. Questi sono tratti che Joseph Gabel associava alla schizofrenia e all’ideologia come forma di nevrosi sociale che può sfociare nella psicosi sociale; secondo Gabel il «tipo ideale» dell’ideologia, «spazializzante», antistorica, anti-dialettica, è lo stalinismo, sistema coerente di pensiero non-dialettico15. Con la reificazione-spazializzazione del pensiero in forma postmoderna l’alienazione ideologica scala vette ancor più alte.
From a demolished Iranian proxy to a prosperous abrahamic ally ricorda molto Gaza 2035 anche nella grafica, presumibilmente perché vi contribuirono gli stessi israeliani che si erano occupati di mettere a punto la famigerata Gaza humanitarian foundation, la fondazione «umanitaria» che detiene la palma d’oro per l’uccisione di chi cercava aiuti nei suoi siti e che, in questo piano, avrebbe continuato a fornire gli aiuti d’emergenza.
Come nel piano israeliano, in questo non c’è traccia di un possibile Stato palestinese: si accenna solo a una fumosa independent Palestinian polity con poteri limitati. Inoltre, Gaza e Cisgiordania non sarebbero realmente riunificate: infatti, perfino nello «stato finale» del processo, il documento prevede che «potenzialmente, Gaza firmerà un Patto di libera associazione (COFA) con il Trust per un sostegno finanziario a lungo termine, in cambio del mantenimento di alcuni poteri plenari da parte del Trust», mentre «resteranno in vigore misure di protezione per proteggere i beni del Trust e garantire la stabilità a lungo termine», presumibilmente prolungando il mantenimento da parte di Israele dei «diritti sovraordinati per soddisfare le proprie esigenze di sicurezza».
Tuttavia, il piano statunitense è sicuramente originale nella concezione del finanziamento del Gaza reconstitution, economic acceleration and transformation trust, che si prevedeva dovesse nascere sulla base di un accordo unilaterale fra Israele e Stati Uniti. In pratica, il finanziamento del GREAT è un gigantesco piano di privatizzazione e di cartolarizzazione del territorio di Gaza: al Trust verrebbe direttamente attribuito il 30% del territorio, in quanto terra pubblica; e i proprietari privati palestinesi dovrebbero cedere la loro terra al Trust in cambio di un titolo digitale su un appartamento. La ricostruzione sarebbe così finanziata da prestiti ottenuti usando la terra come collaterale, i cui titoli verrebbero poi immessi nel mercato secondario; rendimenti oltre un certo tasso verrebbero investiti in un Palestinian Wealth Fund «a beneficio delle future generazioni di Gaza».
Gli autori assumono che il 75% dei cittadini della Striscia di Gaza intendano restarvi, ma prevedono anche un incoraggiamento finanziario all’emigrazione: 5.000 dollari e sussidi per coprire un anno di alimenti e quattro anni di affitto, però in riduzione dal 100% del canone nel primo anno al 25%; stimano che per ogni palestinese emigrato il Trust risparmierebbe 23 mila dollari, o 500 milioni di dollari per ogni punto di percentuale della popolazione emigrata.
Come Gaza 2035, il piano statunitense prevede una zona economica speciale di libero commercio Gaza-Arish-Sderot con Stati Uniti, Paesi arabi ed Europa, che ospiterebbe dieci «megaprogetti», fra cui:
- una Gaza Trump Riviera and islands: una serie di resort di livello mondiale sul modello delle isole artificiali di Dubai;
- la costruzione dal nulla di 6-8 «città dinamiche, moderne e basate sull’intelligenza artificiale» e su servizi digitali;
- un centro logistico regionale a Rafah;
- la Elon Musk smart manufacturing zone per la produzione di veicoli elettrici, in competizione con quelli cinesi, da parte di compagnie statunitensi, con personale «skilled ma a basso costo» (sic).
Per la buona riuscita economica e politica del piano - di qualsiasi piano postbellico, nell’ottica di Trump e Netanyahu - è indispensabile attrarre capitale dai Paesi arabi esportatori di petrolio, il che spiega la piaggeria palese nella denominazione di due «megaprogetti»: dell’anello autostradale MBS intorno a Gaza, dal nome del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, e dell’autostrada MBZ, in onore di Mohammed bin Zayed, presidente degli Emirati Arabi Uniti ed emiro regnante di Abu Dhabi.
La Risoluzione 2803 continua a negare l’autodeterminazione statale palestinese, un diritto non soggetto a deroga
Il punto 2 della Risoluzione 2803 ripete quasi alla lettera il punto 19 del piano di pace» trumpiano, in parte modificando l’ordine delle parole: «Dopo che il programma di riforma dell'Autorità Nazionale Palestinese sarà fedelmente portato a termine e sarà progredita la ricostruzione di Gaza, potrebbero finalmente crearsi le condizioni per un percorso credibile verso l'autodeterminazione e la statualità palestinese».
Il fatto che si accenni a una possibile statualità palestinese è altra indispensabile foglia di fico per coprire la vergogna dell’ostilità all’unità politica ed amministrativa della Striscia di Gaza e della Cisgiordania e all’Autorità Palestinese, palese nei «piani» elaborati fino a poche settimane prima dell’approvazione della Risoluzione. Coprire almeno parzialmente tale vergogna era ed è tuttavia indispensabile per calmare l’opinione pubblica internazionale, fare omaggio alle autocrazie mediorientali e fornire un alibi ai governi che devono essere coinvolti nel dominio politico e nello sfruttamento economico della Striscia di Gaza. Tuttavia, quel che leggiamo è formula degna della neolingua totalitaria di 1984, perché l’autodeterminazione nazionale non è un’aspirazione o un desiderio soggettivo a cui si può consentire oppure non: è un diritto inderogabile che non ammette condizioni. E invece la Risoluzione 2803 affida la gestione politica ed amministrativa della Striscia di Gaza ad un organo non-nazionale, presieduto da una sorta di monarca assoluto, imposto coattivamente in conseguenza di una guerra, a condizioni sottoposte alla valutazione di chi ha fatto la macelleria di Gaza.
Il punto è che il piano di Trump, poi assunto dalla Risoluzione nel Consiglio di sicurezza, venne lanciato con gli scopi connessi di far uscire il governo Netanyahu dall’isolamento internazionale in cui si trovava nella primavera-estate del 2025, nello stesso tempo contrastando la forte spinta al riconoscimento internazionale dello Stato di Palestina e, quindi, del rilancio della soluzione dei due Stati. Infatti, nel luglio 2025 la conferenza internazionale di New York aveva adottato la Dichiarazione per la risoluzione pacifica della questione palestinese e l’attuazione della soluzione dei due Stati, il 12 settembre approvata anche dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite; con l’aggiunta di Australia, Canada, Francia, Messico, Regno Unito e altri Stati il totale dei riconoscimenti ufficiali dello Stato di Palestina saliva intanto a 157. La forza del Comprehensive plan di Trump non è assolutamente nel suo contenuto ma nella capacità estorsiva di chi l’ha proposto: o firmate o la strage dei palestinesi continua.
Nella Risoluzione 2803 non solo non c’è nessun esplicito riferimento alla soluzione dei due Stati ma, fatto insolito eppure significativo, mancano i tradizionali richiami sia a Dichiarazioni di portata universale - le Dichiarazioni sui diritti umani e per l’indipendenza dei popoli coloniali – sia a precedenti Risoluzioni sulla questione mediorientale del Consiglio di sicurezza e dell’Assemblea generale, fra cui: UNSC 242 (1967), secondo cui le forze israeliane devono ritirarsi dai territori occupati e vanno rispettati i confini e l’indipendenza degli Stati dell’area e UNSC 338 (1973); Risoluzione 67/19 (2012) dell’Assemblea generale, che riconosce lo Stato di Palestina come Stato osservatore permanente non-membro delle N. U. (138 voti a favore fra cui Francia, Grecia, Irlanda, Italia e Spagna, nove contrari, Canada, Israele, Panama, Repubblica Ceca, Stati Uniti e alcuni piccoli Stati del Pacifico); UNSC 478 (1980) che dichiara illegale ogni tentativo israeliano di alterare lo status di Gerusalemme (con astensione degli Stati Uniti); UNSC 2334 (2016), con cui il Consiglio di sicurezza condannò gli insediamenti israeliani perché illegali per il diritto internazionale e gravissimo ostacolo alla soluzione dei due Stati, chiedendo la cessazione dell’attività di colonizzazione, anche in Gerusalemme est, questa con voto favorevole degli Stati Uniti (presidente Obama). Nella Risoluzione 2803 c’è un accenno brevissimo alla Saudi-French proposal (cioè alla Dichiarazione di New York), ma si tratta di un omaggio insignificante, reso irrilevante dalla formulazione entusiastica e dalla piena adesione concettuale della Risoluzione al Comprehensive plan; essa cita addirittura il «piano di pace» di Trump del 2020, ma non le recentissime Risoluzioni dell’Assemblea generale del 17 dicembre 2024 - la 79/163 che «riafferma il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione, compreso il diritto al proprio Stato indipendente di Palestina» - né quella del 12 settembre 2025 a favore della Dichiarazione di New York e dei due Stati, approvata da 142 Stati, col voto contrario soltanto di Israele e Stati Uniti, Argentina, Ungheria, Micronesia, Nauru, Palau, Papua Nuova Guinea, Paraguay, Tonga. Queste assenze marcano una discontinuità politica di grande rilievo.
La Risoluzione 2803 è scritta in modo assai ambiguo, ma il problema di cui prima non è sfuggito a nessuno dei rappresentanti degli Stati che l’hanno approvata: nelle loro dichiarazioni tutti, tranne il rappresentante degli Stati Uniti, hanno fatto esplicito riferimento alla soluzione dei due Stati come obiettivo finale, insistendo sulla necessità di ricongiungere al più presto Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme est sotto l’Autorità Palestinese16. In diversi interventi si esprime preoccupazione, in diplomazia quanto di più vicino all’aperta espressione dello scontento. Ad esempio, il rappresentante della Somalia ha dichiarato che:
«dobbiamo esprimere la nostra seria preoccupazione per l’assenza di riferimenti espliciti alla soluzione dei due Stati, da tempo proposta come unica opzione praticabile per la pace tra Israele e Palestina. Riteniamo che sia cruciale e di critica importanza che il percorso verso una pace completa rifletta esplicitamente questi consolidati parametri internazionali. Notiamo inoltre con preoccupazione la scarsa chiarezza del testo riguardo al ruolo dell’assistenza umanitaria delle Nazioni Unite e al ruolo dell’Autorità Nazionale Palestinese nell’accordo di governance per lo Stato palestinese unificato».
E come gli altri colleghi, anche il rappresentante del Pakistan, dopo aver solennemente ringraziato per i loro sforzi il presidente Trump e gli Stati arabi che ne hanno sostenuto la proposta, ha osservato che:
«Tuttavia, alcuni suggerimenti importanti non sono stati recepiti, come un chiaro percorso politico verso l’autodeterminazione e la statualità palestinese, il ruolo centrale dell’Autorità Nazionale Palestinese nella governance e nella ricostruzione e un maggiore coinvolgimento delle Nazioni Unite, oltre a chiarimenti sul Board of Peace (BoP) e sul mandato della Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF). Questi sono tutti aspetti cruciali che incidono sul successo di questa iniziativa. Ci auguriamo vivamente che ulteriori dettagli nelle prossime settimane forniscano la necessaria chiarezza su queste questioni».
Per la Francia l’attuazione della Risoluzione 2803 deve essere in linea con le precedenti Risoluzioni del Consiglio e con la Dichiarazione di New York per la soluzione dei due Stati; in questo quadro rientra non solo il rigetto dell’occupazione o dell’annessione di Gaza ma anche la condanna degli insediamenti israeliani in Cisgiordania.
Che i vinti debbano subire determinate condizioni politiche non è certo una novità, ma questo di norma non costituisce la negazione dell’esistenza statuale, perfino in regime di occupazione militare, che è quello in cui continuerà a vivere Gaza. Quindi - e a prescindere dal pessimo giudizio sulle competenze politiche e amministrative dell’Autorità palestinese - che l’amministrazione dello Stato più potente della Terra non abbia voluto affermare che la soluzione del conflitto arabo-israeliano è la costituzione di uno Stato palestinese a fianco di Israele e non abbia voluto riconoscere lo Stato di Palestina, atto già compiuto da 157 Stati, è significativo del fatto che, per chi ha redatto il documento, i palestinesi hanno tutto il diritto di aspirare all’autodeterminazione statuale, ma dovranno farlo per l’eternità.
Non c’è da stupirsi. In nessuno dei «piani di pace» elaborati c’è spazio per la concreta e autonoma espressione dell’aspirazione palestinese all’autodeterminazione; si possono mettere al bando le organizzazioni terroristiche, ma nei «piani di pace» non c’è nulla che apra la strada a un discorso politico gestito in prima persona dai palestinesi e che possa culminare nello sviluppo di organismi politici indipendenti, in elezioni e in un governo rappresentativo. È ovvio, perché questi «piani di pace» delineano struttura ed obiettivi di un regime coloniale.
Una precisazione personale. Da mezzo secolo sono convinto che la fine del conflitto arabo-israeliano richieda la costituzione di uno stato democratico, multietnico e laico in cui palestinesi e israeliani possano convivere pacificamente. È chiaro che questo sogno potrà realizzarsi solo attraverso un processo di «rivoluzionamento» della scena politica sia israeliana sia palestinese, con la sconfitta dei rispettivi fanatismi. Non ha però senso discutere dei modi e dei problemi inerenti a una forma politica unitaria e multietnica se non si riconosce la soggettività politica e il diritto dei palestinesi di decidere liberamente in quale forma concretizzare l’autodeterminazione nazionale. La parola chiave è liberamente: quindi libera da truppe d’occupazione. Questa prospettiva è opposta a quella della destra sionista al governo, il cui l’annessionismo territoriale nega sia la possibilità di uno Stato palestinese sia i diritti politici ed umani dei palestinesi sotto occupazione, in pratica garantendo un ciclo interminabile di violenza.
La posta in gioco è la difesa di norme elementari della civiltà e del diritto
Che nel Consiglio di sicurezza si stia facendo sentire la politica volta a normalizzare le occupazioni e le annessioni di fatto si comprende anche dalla Risoluzione 2797, votata nel Consiglio il 31 ottobre 2025: questa assume come base di negoziato la proposta del Marocco di concedere l’autonomia al Sahara occidentale sotto la propria sovranità, nonostante le Risoluzioni dell’Assemblea generale delle N. U. del 1979 e del 1980 e dello stesso Consiglio di sicurezza, che riconoscono il diritto di autodeterminazione nazionale del popolo del Sahara occidentale e il Fronte Polisario come suo legittimo rappresentante17. Gli Stati Uniti iniziarono ad appoggiare il Marocco in cambio della sua integrazione negli «accordi di Abramo» con Israele. Questa tendenza a riconoscere le annessioni può ripresentarsi a proposito dei territori occupati dalla Russia in Ucraina e poi per cosa altro? Per la Moldavia? La Groenlandia? La Georgia? Oppure Panama o Taiwan?
Si dirà che nei decenni successivi alla fondazione delle Nazioni Unite non sono mancate né guerre né orrori. È vero, ma è vero anche che le guerre di conquista e le annessioni erano quasi scomparse, anche grazie a quelle norme fondamentali. Quando gli imperi coloniali crollavano sotto i colpi dei movimenti di liberazione nazionale, il diritto d’autodeterminazione nazionale dei popoli non poteva essere apertamente e formalmente violato. L’atmosfera politica e culturale richiedeva che i governi responsabili di aggressioni internazionali tentassero seriamente di legittimare politicamente le loro operazioni anche con argomenti legali: mediante il diritto d’autodifesa o con il dovere di proteggere connazionali in pericolo, mettendosi al riparo con la richiesta d’aiuto del governo legittimo o del dispositivo di un accordo di sicurezza regionale. Quindi, per quanto violate, le norme fondamentali non erano messe in discussione e, in questo modo, devono aver avuto un effetto limitativo del ricorso alla guerra fra Stati.
Fatti precursori delle tendenze odierne sono la dilatazione del concetto di autodifesa oltre la risposta ad un attacco armato in corso o imminente, fino a comprendere la prevenzione di un attacco futuro e ipotetico, e l’ampio uso della «necessità militare» durante la «guerra al terrorismo» (praticata anche dalla Russia, in particolare contro la Cecenia). Tuttavia, ritengo che la situazione dagli anni Venti del nostro secolo presenti novità tali che, nel caso riuscissero a consolidarsi, marcherebbero una fase nuova e regressiva della politica mondiale.
Norme fondamentali di civiltà sono calpestate in modo sistematico e compiaciuto, stravolte, pervertite per giustificare le stesse azioni che proibiscono oppure, semplicemente, considerate irrilevanti; parallelamente, la giustificazione basata su norme legali condivise cede il passo alla mera affermazione della volontà politica e alla esplicita minaccia estorsiva di ricorrere alla forza militare o al ricatto economico, ad assurdi argomenti pseudostorici, a pretese d’imporre la supremazia su un’area geopolitica che sembrano riproporre logiche spartitorie imperiali da fine Ottocento.
Ridere è il primo impulso che viene a chi scrive quando ascolta o legge certi argomenti di Putin, o di Trump o di Netanyahu, per quanto sono spudoratamente assurdi. L’idea di trasformare la Striscia di Gaza in una combinazione di Miami Beach e Las Vegas rientra in questa categoria. Ridere però non si può, perché quelle assurdità sono foriere di morte e distruzione. Il filo che le unisce è il ritorno della guerra come mezzo normale di soluzione di problemi politici, l’esplicita negazione del diritto d’autodeterminazione, la pretesa del riconoscimento internazionale di annessioni dichiarate e striscianti, la giustificazione dell’uccisione di civili in nome di sedicenti alte finalità, l’imposizione della politica d’estorsione come fonte di preteso diritto. Nonostante i conflitti d’interesse, le azioni del regime russo di Putin, dell’amministrazione statunitense di Trump e del governo israeliano di Netanyahu, convergono nel risultato finale: il rischio che la barbarie venga normalizzata diventa grande. Questi barbari vanno fermati.
Note
1 Position paper: Palestinian civil society condemns UNSC Resolution 2803 establishing joint US-Israel illegal occupation of Gaza, dichiarazione del 20 novembre 2025 firmata da Palestinian NGO Network (PNGO), Palestinian Human Rights Organizations Council (PHROC), Al-Haq, https://www.alhaq.org.
2 Per l’analisi teorica della coercizione nelle relazioni internazionali e, in particolare, del modello dell’estorsione, si veda Marko Milanovic, «Revisiting coercion as an element of prohibited intervention in international law», The American journal of international law, vol. 117, n. 4, 2023; e l’applicazione della teoria alla prassi della politica estera di Donald Trump: «Trump’s coercion of America’s allies and the prohibition of intervention», in EJIL: Talk!, blog dell’European Journal of International Law, 13 gennaio e 10 marzo 2025.
3 Jacob Magid, «Full text: Charter of Trump’s Board of Peace. No mention of Gaza, which bolsters ToI’s reporting that US also envisions panel helping resolve other conflicts worldwide; member countries must pay $1 billion for permanent spot», The Times of Israel, 18 gennaio 2026, tradotto in italiano da AssopacePalestina: https://www.assopacepalestina.org/2026/01/24/testo-completo-statuto-del-consiglio-di-pace-di-trump/ Sulla Carta del Board of Peace: Julian Borger, «Trump’s board of peace is an imperial court completely unlike what was proposed. The US president’s global club was endorsed by the security council on a false prospectus and seems aimed at displacing the United Nations», the Guardian, 20 gennaio 2026; Jennifer Hansle-Kylie Atwood, «Trump says Board of Peace meant to oversee Gaza reconstruction “might” replace UN», CNN, 21 gennaio 2026; Hugh Lovatt, «Welcome to the jungle: Trump’s Board of Peace goes global. The US president’s Board of Peace has less to do with peace, in Gaza or elsewhere, and more to do with enforcing a new, transactional global order. Welcome to the America-First Trumpian world», European Council on Foreign Relations, 23 gennaio 2026, https://ecfr.eu/article/welcome-to-the-jungle-trumps-board-of- peace-goes-global/; Louis Charbonneau, «Trump’s “Board of Peace” puts rights abusers in charge of global order. By sidelining the UN and human rights, the US president is proposing a club of impunity, not peace, Human rights watch, 27 gennaio 2026, https://www.hrw.org/news/2026/01/27/trumps-board-of-peace-puts-rights-abusers- in-charge-of-global-order UN director at Human Rights Watch.
4 Eric Bradner-Kristen Holmes-Alicia Eallace, «Trump proposes building 10 “freedom cities” and flying cars», CNN, 3 marzo 2023; Meridith Mcgraw, «Trump calls for contest to create futuristic “freedom cities”», Politico, 3 marzo 2023; Max D. Woodwort, «“Freedom cities”. Trump and an American global new city», Urban geography, vol. 45, n. 1, 2024.
5 Sam Wetherell, «The Book of Paul, Jacobin, 3 ottobre 2014.
6 Charter Cities: Q&A with Paul Romer,
7 ibidem.
8 Yuval Abraham, «Expel all Palestinians from Gaza, recommends Israeli gov’t ministry», +972 Magazine, 30 ottobre 2023, https://www.972mag.com/intelligence- ministry-gaza-population-transfer/. È anche una voce di wikipedia: «Options for a policy regarding Gaza’s civilian population».
9 Si vedano, di Benny Morris: The birth of the Palestinian refugee problem revisited, Cambridge University Press, 2004; 1948. A history of the first Arab-Israeli war, Yale University Press, 2008; «Revisiting the Palestinian exodus of 1948», in Eugene L. Rogan-Avi Shlaim, a cura di, The war for Palestine. Rewriting the history of 1948, Cambridge University Press, 2007.
10 Per una poetica esaltazione del piano di Netanyhau: Seth Eisenberg, «Gaza 2035. A beacon of peace and prosperity in the flourishing Middle East», blog personale presso The Times of Israel, 5 febbraio 2025; sull’emigrazione «volontaria»: Emanuel Fabian, «Katz announces new panel tasked with advancing “voluntary” emigration of Gazans», The Times of Israel, 18 febbraio 2025; Jonathan Lis-Yaniv Kubovich, «Israeli government approves bureau for “voluntary emigration” of Palestinians from Gaza», Haaretz, 23 marzo 2025.
11 Per il piano egiziano, Gaza recovery, reconstruction & development plan: https://www.un.org/unispal/wp-content/uploads/2025/03/Arab-Proposal- compressed.pdf; «Egypt’s plan for Gaza may have thwarted Trump’s “Riviera” for now. But its loopholes need to be fixed», Chatham House, The Royal Institute of International Affairs, 7 marzo 2025.
12 William Christou-Quique Kierszenbaum, «Far-right Israeli politicians and settlers discuss luxury “Gaza riviera” plan», The Guardian, 24 luglio 2025.
13 Avraham Bloch, «Main thing stopping Gaza emigration is host countries, Netanyahu says», Jerusalem Post, 11 maggio 2025; «PM said to tell MKs: Israel destroying homes in Gaza, so Palestinians have nowhere else to go but outside the Strip», The Times of Israel, 13 maggio 2025.
14 UNCTAD, The economic costs of the Israeli occupation for the Palestinian people. The unrealized oil and natural gas potential, United Nations, Ginevra 2019, pp. 22-3.
15 Joseph Gabel, La fausse conscience, Les Editions de Minuit, Parigi 1962
La falsa coscienza. Saggio sulla reificazione, Dedalo, Bari 1967; Ideologies and the corruption of thought, Routledge, Londra e New York 1997.
16 Per gli interventi nel Consiglio di sicurezza: Security Council, 10046th meeting Monday, 17 November 2025, Agenda: The situation in the Middle East, including the Palestinian question, S/PV.10046, https://docs.un.org/en/S/PV.10046.
17 Si vedano: Resolution 2797 (2025) Adopted by the Security Council at its 10030th meeting, on 31 October 2025, S/RES/2797 (2025); e la critica: Kushtrim Istrefi, «The Security Council and the Western Sahara. Between self-determination and implicit recognition of Moroccan Sovereignty, Opinio Juris, 4 novembre 2025; Dorothy Makaza-Goede, «The decolonisation that never was: Western Sahara and legalism’s colonial contiuum», Völkerrechtsblog, 27 novembre 2025; Andrea Maria Pelliconi- Victor Kattan, «The Security Council Resolutions on Western Sahara and Gaza: is decolonisation in danger?», e-International Relations, 16 dicembre 2025.





