L'associazione Utopia Rossa lavora e lotta per l'unità dei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo in una nuova internazionale: la Quinta. Al suo interno convivono felicemente - con un progetto internazionalista e princìpi di etica politica - persone di provenienza marxista e libertaria, anarcocomunista, situazionista, femminista, trotskista, guevarista, leninista, credente e atea, oltre a liberi pensatori. Non succedeva dai tempi della Prima internazionale.

sabato 30 aprile 2011

UN MESSAGGIO PER DOUGLAS BRAVO, di Humberto Vázquez Viaña

Compañero Douglas Bravo, 
desde Santa Cruz, la locomotora economica de Bolivia, le envío un cordial saludo revolucionario.
Recuerdo que en mi primer trabajo acerca de la guerrilla del Che en Bolivia, "Bolivia: Ensayo de Revolución Continental" París 1970, pág 161, incluí como anexo un artículo suyo "Notas Acerca de la Concepcion de los Instrumentos de Lucha", como una admiración que le teníamos y seguimos teniendo por su consecuencia revolucionaria.
Un abrazo.
Humberto Vázquez Viaña


APPENDICE TURCA ALLE RIVOLTE ARABE (XI), di Pier Francesco Zarcone

Vola ancora l’aquila bicipite sotto la mezzaluna bianca

In precedenza, a corredo delle corrispondenze sulle rivolte arabe, abbiamo parlato anche dell’Iran, paese musulmano ma non arabo, a motivo della sua importanza strategica nel Golfo Persico e dei i suoi legami con le minoranze sciite arabe. Ultimamente si è dovuto accennare frammentariamente al ruolo della Turchia riguardo a Siria e Libia. Il ruolo turco nell’area è appena agli inizi, ma per seguirlo con l’adeguato livello di comprensione ci è sembrato non superfluo dedicare un’esposizione più organica alla sua attuale politica estera. D’altro canto le rivolte arabe non si svolgono in un ambito geopolitico separato da tutto il resto che gli sta attorno, bensì rientrano in uno spazio euro/afro/asiatico che la storia – sia pure attraverso lotte terribili – ha in un certo senso riunito mediante una serie di interrelazioni solo apparentemente interrotte dalla fase coloniale iniziata ai primi del XIX secolo. Di questo spazio i Turchi sono sempre stati parte integrante, e domani lo saranno ancor di più. La mezzaluna bianca fa parte della bandiera turca, e l’aquila bicipite – prima ancora di essere simbolo zarista e asburgico – è stato emblema dell’Impero bizantino, di cui i Turchi si sono posti come eredi con la conquista di Costantipopoli nel 1453. Questa aquila rappresenta la proiezione verso Occidente e Oriente nello stesso tempo, e ben esprime l’attuale corso della politica estera turca, e la metafora del volo dell’aquila sembra calzante perché il discorso sulla politica estera della Turchia di oggi investe i suoi rapporti con mondo arabo, Russia, Balcani e Israele, in una sorta – per usare l’espressione di Kipling – di “grande gioco” neo-ottomano.
Spesso i mass-media parlano di Turchia che ora guarda a oriente: ciò è vero solo in parte, poiché guarda anche a occidente, cioè ai Balcani. In questo quadro diventa un dettaglio secondario l’eventuale ingresso della Turchia nell’Unione Europea, poiché in ogni caso gli Stati di un’Europa stanca e priva di progetti unificanti dovranno fare i conti con l’inatteso dinamismo turco a tutela dei propri interessi globali, non collimanti con quelli di Francia, Germania, Gran Bretagna (e Stati Uniti).
In relazione ai problemi e ai subbugli del mondo arabo, la Turchia ha di recente rafforzato il proprio prestigio e la propria influenza innanzi tutto nel ruolo di mediatrice. Ruolo già svolto nel 2008 dal Primo Ministro turco Recep Tayyip Erdoğan (si legge “Regep Tayyip Erdooan”) con un intenso sforzo diplomatico fra Siria e Israele; e nello stesso anno in occasione dell’operazione “Piombo Fuso” scatenata dagli Israeliani a Gaza. Ci sono pure vari segnali che fanno intendere che i gruppi politico-religiosi islamici di Egitto e Tunisia vedono di buon occhio l’acquisizione del “modello turco” quale possibile sbocco per una transizione di tipo democratico. Disponibilità alla mediazione ha mostrato Erdoğan anche in relazione al conflitto libico, e in una recente intervista al britannico Guardian ha rivelato l’esistenza di contatti sia con Gheddafi sia con i ribelli, e che la Turchia si sta preparando a gestire aeroporto e porto di Bengasi per favorire la distribuzione di aiuti umanitari. Ha pure ribadito l’interesse della Turchia al mentenimento dell’unità territoriale della Libia.
Per quanto riguarda la Siria il premier turco ha tempestivamente telefonato ad Assad per consigliargli di imparare la lezione e introdurre riforme per l’avvio di un tranquillo processo di democratizzazione; e del suo interesse per la stabilità siriana si è detto in una precedente corrispondenza. Inoltre Erdoğan si è recato a Baghdad per incentivare la cooperazione turco-irachena. Anche sull’Iraq la Turchia in prosieguo avrà qualcosa di dire e fare.
L’Impero zarista non esiste più, e pure l’Unione Sovietica; di modo che in un gioco diplomatico – politico ed economico - a tutto campo la Russia, ormai palesemente priva della plurisecolare velleità di conquistare Costantinopoli-Istanbul, può essere un proficuo partner per la Turchia (e viceversa per la Russia, che guarda pure all’Iran). Già nel 2009 la Turchia aveva concluso con Mosca un accordo per il passaggio del gasdotto South Stream nelle sue acque territoriali, in cambio della partecipazione russa al progetto di un oleodotto dal Mar Nero al Mediterraneo che, partendo dal porto turco di Samsun, attraverserà l'Anatolia fino Ceyhan.
Il South Stream è un progetto congiunto della russa Gazprom e dell’Eni: da costruirsi sul fondo del Mar Nero, partirà dalla Russia fino alla Bulgaria per portare il gas russo in Italia attraverso la Grecia e in Austria attraverso la Serbia e l’Ungheria. L’accordo del 2009 è significativo politicamente ed economicamente perché in concorrenza con quello per il gasdotto Nabucco (anch’esso con partecipazione turca), il quale con un percorso di 3.300 chilometri dovrà trasportare gas dall’Asia Centrale e dal Caspio, attraverso Azerbajgian, Georgia, Turchia, Bulgaria, Ungheria, Romania e Austria, fino al resto d’Europa, ma aggirando la Russia, con la chiara finalità di fare uscire l’Europa dalla dipendenza dal gas russo. In tale questione energetica la Turchia ha giocato palesemente su due fronti politicamente antitetici a proprio vantaggio.
Non si può dire cosa accadrà a seguito del disastro di Fukushima, ma la Turchia aveva deciso di realizzare entro il 2023 almeno 2 centrali nucleari: la costruzione dell’impianto di Akkuyu (Büyükeceli), nel sud dell’Anatolia, sulla costa mediterranea è stato affidato alla Russia senza previa gara di appalto. La Russia ne sosterrà il costo (almeno 20 miliardi di dollari), sarà titolare del 51% della relativa quota azionaria e lo gestirà per 60 anni.
Nel suo riorientamento strategico la Turchia non si limita ad aprirsi ai rapporti con la Russia, né si muove solo per diventare un punto di riferimento per il mondo musulmano del Vicino Oriente e dell’Africa settentrionale: proietta ed estende la sua azione anche sui Balcani. E qui si vanno a deteriorare ulteriormente i suoi rapporti con Israele già guastatisi per la questione palestinese. Prima di procedere facciamo una considerazione a mo’ di inciso: tra cadute di dittature arabe filo-occidentali, protagonismo diplomatico turco e ostilità turco-israeliana, gli Stati Uniti corrono il serio rischio del totale sgretolamento del loro fronte strategico nel Mediterraneo orientale.
L’attacco israeliano alla nave turca Mavi Marmara (Marmara blu) nel 2010, causa della morte di 7 cittadini turchi e qualificato da Erdoğan come “terrorismo di Stato” e il conseguente ritiro dell’ambasciatore turco a Gerusalemme hanno segnato una svolta nei rapporti fra i due paesi; svolta che non sembra proprio superata. Israele ha cercato una compensazione instaurando rapporti con paesi balcanici (Macedonia, Grecia, Bulgaria, Slovenia, Bosnia-Erzegovina, Albania), proprio in una zona di immediato interesse turco; in più sta cercando di attizzare i tradizionali contrasti fra i Balcani di religione cristiana e i Turchi, per secoli dominatori della penisola. Uno degli intuibili intendimenti di Israele è quello di sfruttare tali contrasti nei paesi balcanici membri dell’Ue (Slovenia, Grecia, Romania e Bulgaria) per ostacolare vieppiù l’ingresso della Turchia nell’Unione come rappresaglia.
Ovviamente Ankara non sta a dormire, anzi si può dire che dopo la fine delle guerre balcaniche del 1912 è ritornata in quella zona  – che è la porta di ingresso alla Turchia - sfruttando tutte le opportunità. Una di esse è data dal contesto globale dell’area, particolarmente nei territori della ex Jugoslavia, frammentatisi in staterelli dotati di micromercati un po’ asfittici e suscettibili di finire sotto il protettorato di qualcuno, foss’anche il vecchio dominatore. Perché seppure la Turchia possa essere vista con sospetto e magari con astio, a motivo della storia passata, necessità concrete e inerenti interessi esistono e pesano; talché non è detto in assoluto che le manovre israeliane alla fine riescano.
Nell’ottobre del 2009 la Turchia ha firmato accordi commerciali ed economici nientepopodimeno che con la Serbia – la grande “appestata dei Balcani” - che durante il conflitto bosniaco si era presentata (per propaganda) come antemurale difensivo dell’Europa contro i musulmani. Addirittura il presidente serbo Boris Tadić parlò di necessità di collaborazione stategica con la Turchia per favorire la stabilità della regione. E infatti con la Serbia la Turchia ha instaurato una vera e propria cooperazione strategica, realizzando un grande successo diplomatico nel superare l’ostilità di Belgrado per il riconoscimento turco dell’indipendenza kossovara. Si pensi che a maggio del 2009. il ministro della Difesa turco, Vecdi Gönül, e quello serbo Dragan Šutanovac hanno stipulato un’intesa per lo scambio di informazioni riservate e per la produzione congiunta di materiale militare. In più i due Stati hanno concluso un accordo di libero scambio che in tre tappe avrà effetto integrale nel 2015, ed è tarato in base alle necessità serbe. Il giovamento per la Turchia consiste nella possibilità di realizzare investimenti e attività commerciali in Serbia. La cooperazione bilaterale si è estesa alla cooperazione nei trasporti e nelle infrastrutture, di cui la turca Eksim Bank assumerà il finanziamento all’85%, con un credito suppletivo di 30 milioni di dollari. Altri accordi si riferiscono alla cooperazione tecnica, finanziaria, economica e nel settore della sicurezza sociale.
Anche con il Kóssovo e con la Bosnia si vanno instaurando proficui rapporti, grazie al proficuo dinamismo del ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoğlu (si legge “Davutoolu). La cosa interessante è che in questa politica di penetrazione la Turchia astutamente opera in una sorta di concerto con Mosca.
Oltre all’interesse economico Ankara persegue anche obiettivi politici creandosi degli alleati utili a contrastare le manovre ai suoi danni: infatti le grandi manovre turche oggi sono orientate prevalentemente verso Macedonia, Montenegro, Bosnia Erzegovina, Albania e Serbia. Tutti paesi in predicato – prima o poi – per entrare nell’Ue (se questa non si sfascia prima). Naturalmente per i circa 8 milioni di musulmani della penisola la Turchia è tornata a essere un punto di riferimento.
Tuttavia nell’area le resta il grosso e irrisolto problema dato dalla questione cipriota. Qui la soluzione è difficile, ma non sarebbe impossibile, soprattutto se Ankara giocasse le sue carte con la dovuta duttilità. 


martedì 26 aprile 2011

DOUGLAS BRAVO INCONTRA UTOPIA ROSSA - Sabato 30 aprile ore 16


[da una lettera di Roberto Massari]




Bolsena, 24 aprile 2011

Cari compagni e care compagne,
(...)
L'altra notizia di questo mio messaggio pasquale è che non habemus papam, ma habemus Douglas Bravo - il celebre dirigente della guerriglia venezuelana, animatore dell'organizzazione Tercer Camino (vedere la sua biografia in: http://es.wikipedia.org/wiki/Douglas_Bravo) che oltre a venirmi a trovare a Bolsena in quanto suo vecchio "commilitone subalterno" (sono stato membro e rappresentante delle Faln venezuelane nel 1969-70), incontrerà i compagni romani di Utopia rossa, sabato 30 aprile, ore 16-19,30, nella sede di UR vicino a Ciampino (S. Maria delle Mole, v. S. Paolo Apostolo 19).
Parleremo ovviamente del Venezuela di Chávez (Douglas è stato critico acerrimo del compagno-presidente fin dal primo momento - figuriamoci ora), di Tercer Camino, della conclusione del congresso del Pc cubano e del movimento rivoluzionario odierno. L'incontro è semipubblico, nel senso che può partecipare anche chi è veramente interessato ma non frequenta UR.
Capisco l'emozione di voler conoscere personalmente un pezzo di storia rivoluzionaria come Douglas (che ebbe anche l'onore di incontrare il Che e di essere oggetto di un vergognoso attacco pubblico da parte di Fidel Castro nel 1970, dopo che Cuba ebbe fatto la svolta prosovietica), ma pregherei di astenersi dal partecipare chi è mosso solo da curiosità. Meglio pochi, ma buoni, specie di questi tempi di globalizzazione psicologica stradominata dalla società dello spettacolo.
(…)
R. M.

lunedì 25 aprile 2011

«PULIZIA DI CLASSE: IL MASSACRO DI KATYN» DI VICTOR ZASLAVSKY, di Andrea Furlan

Il 23 agosto 1939 fu firmato il Patto di collaborazione fra Germania nazista e Unione Sovietica (accompagnato dai protocolli segreti sulla spartizione della Polonia e altri territori) che determinerà un cambiamento dei rapporti di forza all'interno dell'Europa a favore della Germania, consentendo a Hitler di invadere la "sua" parte di Polonia e a Stalin la "sua", dando avvio in tal modo al più grande massacro della storia, cioè la Seconda guerra mondiale.
Il Patto, meglio conosciuto con il nome dei ministri degli Esteri Molotov e Ribbentrop, stabiliva la spartizione della Polonia e delle Repubbliche Baltiche in zone d'influenza tra la Germania di Hitler, che invaderà la Polonia il 1° settembre 1939, e l'Unione Sovietica di Stalin, che occuperà il 52% del territorio polacco assegnatole dal Patto due settimane più tardi, esattamente il 17 settembre 1939. A causa di questo accordo scellerato, il popolo polacco conoscerà sulla propria pelle, pagando prezzi altissimi in perdite di vite umane, l'occupazione militare da parte delle due dittature più feroci che la storia dell'umanità abbia mai prodotto.
Nel contesto delle vicende militari che accompagnarono la duplice invasione della Polonia, nella foresta di Katyn - località situata presso la città di Smolensk, nell'estrema Russia occidentale - si consumò nel marzo 1940 l'eccidio di 21.847 persone, fra militari e civili polacchi, per mano del Nkvd, la famigerata polizia politica sovietica. L'eccidio è stato documentato in varie pubblicazioni, ma qui ci limitiamo a presentare un libro prodotto in Italia da un grande storico di origini russe, in cui si descrive in modo documentato quanto accadde a Katyn e si chiarisce quali siano state le responsabilità politiche, etiche e morali di quell'orrendo massacro: è un libro edito da il Mulino nel 2006 - Pulizia di classe: Il massacro di Katyn (pp. 144, € 11,00) - scritto dallo storico e sociologo Victor Zaslavsky.
L'autore, nato a San Pietroburgo il 26 settembre 1937, è uno storico russo naturalizzato canadese che si è specializzato nello studio dei rapporti tra Italia e Unione Sovietica, e in particolare tra Pci e Pcus, dal 1945 al 1989. Laureato in Storia presso l'Università di San Pietroburgo, ha insegnato Sociologia politica alla Luiss di Roma, è autore di numerosi libri storici riguardanti l'Urss e una delle sue ricerche principali è contenuta nel libro Togliatti e Stalin. Il Pci e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca, edito sempre da il Mulino nel 1997 e scritto in collaborazione con la moglie Elena Aga Rossi. Zaslavsky si è spento a Roma il 26 novembre 2009, all'età di 72 anni.
La vicenda narrata nel libro di Zaslavsky è stata descritta recentemente molto bene anche dal film del celebre regista polacco Andrzej Wajda - Katyn - distribuito in Italia nel 2009.

domenica 24 aprile 2011

FRANCIA E TURCHIA TORNANO RIVALI (Mondo arabo in rivolta X) di Pier Francesco Zarcone


Da non molto la Turchia è uscita dal ripiegamento su se stessa dovuto alla rivoluzione kemalista e al suo sforzo di costruire un paese moderno e laico a imitazione dell’Europa. Al massimo le proiezioni all’esterno si concentravano nel ricorrente conflitto con la Grecia per Cipro e le acque territoriali dell’Egeo. Il kemalismo, però, dietro di sé aveva secoli e secoli di passato ottomano, con Costantinopoli diventata capitale del mondo turco/arabo, di un Impero che andava dal confine orientale del Marocco fino a quello orientale della Mesopotamia, includendo la Penisola araba. Questo passato unico dei Turchi – a parte quello ormai perduto dei secoli di permanenza nelle steppe asiatiche – nella nuova Turchia era rimasto solo addormentato in un sonno profondo, ma non era morto. E ora si assiste a un inusuale dinamismo della sua politica estera che si proietta sia verso le aree musulmane balcaniche (fino al 1911 parte dell’Impero ottomano) sia verso la “Mezzaluna Fertile” (ovvero il Vicino Oriente, fino al 1918 inserito anch’esso nell’Impero ottomano).

Paese euroasiatico e ponte fra due mondi, dopo lungo e inutile bussare alla porta dell’Unione Europea la Turchia - pur restando con un piede davanti alla soglia della vilmente sdegnosa Europa “cristiana” - con l’altro si è decisa a muovere verso oriente e verso sud, con una possibilità d’influenza e di mediazione non indifferente, anche per la sua oggettiva forza militare, che è di tutto rispetto. Se vogliamo dare un inizio approssimativo all’autonomia della politica estera turca rispetto agli Stati Uniti, alleati nella Nato, va probabilmente collocato nel momento del rifiuto di Ankara a concedere agli Stati Uniti l’uso delle basi aeree anatoliche per la seconda guerra contro l’Iraq.

sabato 16 aprile 2011

LA CRISI DELL’IRLANDA, UN ESEMPIO DELLE CONTRADDIZIONI DELL’UNIONE EUROPEA, di Michele Nobile

[Nota 5 sulla crisi - Aprile 2011] 

1. Le «storiche» elezioni irlandesi del febbraio 2011.
2. Gli anni della «tigre celtica» e dell’Irlanda come caso esemplare del «neoliberismo».
3. Dal boom delle costruzioni all’accordo-capestro con l’Unione Europea e il Fmi.
4. L’Irlanda come specchio delle contraddizioni dell’economia mondiale.
5.  Conclusione  politiche sull’Irlanda, e sulla feroce determinazione dei padroni e dei politici di eurolandia.


1. Le «storiche» elezioni irlandesi del febbraio 2011.

Mentre imponenti rivolte popolari facevano tremare la costa meridionale del Mediterraneo e cacciavano a viva forza i despoti, al di là della massa continentale e del canale della Manica, nell’isola detta di smeraldo, si verificava una piccola scossa d’assestamento. Si trattava delle elezioni politiche tenutesi in Irlanda il 25 febbraio, poco appariscenti sulle pagine dei giornali (italiani in particolare), ma qualificate, in modo pressoché unanime, come «storiche».
È importante capire se e per quali ragioni le recenti elezioni abbiano un reale valore «storico» per l’Irlanda; ma, poiché negli anni tra il 1994 e il 2007 quella irlandese fu la storia di maggior successo economico sia tra i paesi europei sia nell’intero gruppo dell’Ocse, e un esempio internazionale dei benefici del «neoliberismo» e dell’appartenenza all’area dell’euro, ad essere in causa nella crisi irlandese sono anche il significato e, potenzialmente, l’esistenza, dell’attuale costruzione europea.
Per comprendere perché si attribuisce tanta importanza a queste elezioni si consideri che il partito che le ha perse, il Fianna Fáil, ha governato per quasi i quattro quinti del periodo che inizia dal 1932 e sempre da solo fino al 1989, ottenendo alle elezioni risultati per lo più ben superiori al 40% (il 51% nel 1938 e il 50% nel 1977) anche quando costretto all’opposizione, scendendo al 39% solo nel 1992 e nel 1997. Fondato nel 1926 da Éamon de Valera, che tra il 1932 e il 1957 fu capo del governo per complessivi 19 anni, il controllo esercitato dal Fianna Fáil sull’apparato statale della Repubblica irlandese è paragonabile, quanto a durata, solo a quello della socialdemocrazia svedese, della Democrazia cristiana italiana e del Partito Liberaldemocratico giapponese. Profondissimo fu il segno originariamente impresso sulla società e sulla cultura politica irlandese nei primi decenni di potere, grazie ad un nazionalismo interclassista con tinte popolari che poté farsi forte, negli anni Venti, dell’opposizione di de Valera al Trattato con l’Inghilterra, in base al quale cinque contee del nord erano state escluse dal nuovo Stato libero, del rifiuto di giurare fedeltà alla Corona nell’ambito del Commonwealth, e dell’ambiguità nei confronti dell’Irish Repubblican Army. Il Fianna Fáil, in altri termini, si poneva come il legittimo erede della lotta armata contro il colonialismo inglese e come il custode dell’indipendenza della cattolica Irlanda.

venerdì 15 aprile 2011

Che bei giorni di sole e profumata libertà!, di Peppe Fontana


Carissimi Amici e Compagni
Rieccomi dai fumi evaporati di Bacco... che bei giorni di sole e profumata libertà !
questa volta ho avuto tempo per godermeli con più serenità.
Inutile dirvi quanto mi hanno felicitato i vostri auguri in tutte le lingue, trasmettendomi pensieri pregni di solidarietà e affettuosa amicizia e facendomi sentire il vostro esserci con immutata carica umana, da ogni dove, sullo stesso filo d’Arianna che continua a  nutrirmi di quella energia per resistere , lottare e sognare.
Siete davvero dei cari e speciali compagni di cui mi  onoro esservi amico.
Ora mi preparo alla parte più dura e crudele di questa vacanza....il rientro con i propri piedi all’inferno......non so con quale forza potrò piegare il mio spirito a voler portare questo corpo dentro il lager di Badu 'e Carros,  ma so che dovrò farlo e lo farò perché questo è al momento l’unico modo per ritornare in libertà fino a quando non si renderanno conto che continuare a tenermi in cella al costo di euro 400 al giorno, per poltrire gravando sulle tasche dei lavoratori, è ridicolo e un'ingiustizia, mentre chi ci dovrebbe stare si garantisce l’impunità col il processo breve ovvero con l’ennesima legge personale.
Spero di darvi buone notizie nei prossimi mesi, nel frattempo vi abbraccio tutti caramente 
   Peppe

mercoledì 13 aprile 2011

PEPPE FONTANA È LIBERO!










Giuseppe Fontana (nato a Castelvetrano - Trapani - il 13 aprile 1957 - residente a Selinunte) è stato arrestato a settembre del 1994, processato e infine condannato con l'accusa di aver partecipato a un traffico di droga dagli Stati Uniti all'Italia, in concorso con più di dieci persone. Fontana si è sempre dichiarato innocente da tale accusa, ha sempre cercato di far riaprire il processo (visto che nel precedente era stata fatta scomparire una prova a suo favore e da allora sono emerse testimonianze che lo scagionerebbero), ma ha sempre anche lottato in difesa dei propri diritti e degli altri reclusi. E questo non gliel'anno mai perdonato, obblgandolo spesso a isolamenti punitivi o al trasferimento in carceri tristemente celebri, come quello di Cerinola.

lunedì 11 aprile 2011

E L'IRAN?, di Pier Francesco Zarcone

«MONDO ARABO IN RIVOLTA» IX

Per quanto non si tratti di arabi, gli iraniani sempre musulmani sono (nella specie sciiti); ne parliamo per questo e perché l'Iran - pur essendo al di fuori del mondo arabo per lingua e cultura - tuttavia vi si proietta come ingombrante vicino e per i legami con gli sciiti arabi. Non ci limitiamo a parlare di questo paese solo nell'ottica delle rivolte che stanno agitando Nordafrica e Vicino Oriente (per inciso, l'ormai abituale concetto di Medio Oriente è una fesseria inventata dai colonialisti anglo-francesi, perché un minimo di logica vorrebbe che a ovest poi ci fosse territorialmente qualcosa di orientale: che invece non c'è). Qui cerchiamo di effettuare un minimo di introduzione al problema-Iran, utile a futura memoria.
In questa fase l'Iran sta quieto, deludendo quanti magari si aspettavano, come in effetti era avvenuto di recente, una discesa delle masse popolari nelle piazze contro il regime degli Ayatollāh sciiti (pur non essendo la culla dello Sciismo, da qualche secolo l'Iran ne è la casa-madre). C'è da pensare che, dopo varie inutili manifestazioni, duramente represse dai servizi di sicurezza, gli oppositori non se la sentano di rischiare di nuovo, per obiettiva mancanza di sbocchi.
La consistenza dell'opposizione al regime nelle grandi città e l'immunizzazione di buona parte dei giovani rispetto all'integralismo religioso, nessuno li discute; ma resta il fatto che le grandi città non sono esponenziali di tutto l'Iran, e non tutti nelle grandi città sono contro il regime; come del resto non lo sono tutti i giovani (almeno metà della popolazione ha meno di 25 anni). Il regime à ancora repressivamente troppo forte per essere rovesciato da manifestazioni di piazza, la società iraniana resta nazionalista e tradizionalista e non vi sono segnali idonei a far ritenere che al riguardo vi siano modificazioni di rilievo. Non c'è bisogno del senno di poi per poter dire (per quanto possa dispiacere) che il partito comunista Tudeh - filosovietico e di ortodossia marxista-leninista - non ce l'avrebbe mai fatta a prendere il potere: fenomeno comune a tutto il mondo islamico. A dire il vero, prima dell'avvento del khomeinismo c'era stato in Iran - con le elaborazioni sia di ‘Alī Shariati che del gruppo armato Mujaheddin del Popolo (o Mujaheddin-e Khalq) - un tentativo di sintesi tra islamismo ed elementi desunti dal marxismo; tuttavia, Shariati morì nel 1977 e i Mujaheddin del Popolo sono stati sanguinosamente repressi da Khomeini all'interno del paese.
Capire l'Iran attuale è importante per evitare gli stereotipi erronei che portano a fare di ogni erba un fascio (come invece fanno sovente i grandi organi di informazione), e quindi a commettere errori di valutazione e comportamento. È basilare, quindi, non guardare alla realtà iraniana con la lente deformante desunta da realtà islamiche differenti. Questo non significa affatto dare un giudizio positivo sul regime clericale instaurato nel 1979.

domenica 10 aprile 2011

FOTOGRAFIA SITUAZIONISTA DELLA RIVOLTA, il nuovo libro di Pino Bertelli


Pino Bertelli è nato in una città-fabbrica della Toscana, tra Il mio corpo ti scalderà e Roma città aperta. Dottore in niente, giornalista, fotografo di strada, film-maker, critico di cinema e fotografia. I suoi lavori sono affabulati su temi della diversità, della libertà, dell'emarginazione, dell'amore dell’uomo per l’uomo e per la difesa del Pianeta Azzurro come utopia possibile. È uno dei punti centrali della critica radicale neo-situazionista. 


Questo pamphlet ereticale (ateologico, agnostico, libertario) è scritto secondo i dettati (orali) della lingua argot di François Rabelais, François Villon, Louis-Ferdinad Céline… di Lazarillo de Tormes, Jules Bonnot, il boia di Londra… di Capo Giuseppe (della tribù dei Nasi Forati), del dinamitardo di tutte le morali (Friedrich W. Nietzsche) e delle pétroleuses della Comune… di sconosciuti cavalieri erranti dell’Utopia che fecero l’impresa, di folli bruciati dall’amour fou, di coraggiosi poeti di strada che hanno sparato prima di strisciare… e, più ancora, si richiama alla gioia dei bambini con i piedi scalzi nel sole e la pioggia sulla faccia che hanno continuato a tirare i sassi alle stelle... è un pastiche irriverente che intreccia motti di spirito, paradossi, bestemmie propri al calembour, al witz ebraico, alla lingua non scritta dei gitani… che — come gli indiani d’America — consideravano a ragione che la verità non va mai detta che nella propria lingua, poiché in quella del nemico regna la menzogna.


I. SULLA FOTOGRAFIA DELLA RIVOLTA
La fotografia autentica è fatta dello stesso dolore o della stessa bellezza di cui sono fatti i sogni... e non importa scomodare Shakespeare per comprendere che la grazia della fotografia è disincarnata nell’immaginazione libertaria... dove la verità  della fotografia cessa di essere principio, cessa anche di essere fine... la fotografia della rivolta è sempre legata al desiderio di bellezza e di grazia che si contrappongono alla stupidità partitocratica/mercantile contemporanea... la fotografia che non si affranca all’uomo che soffre (o a quello in rivolta) non vale nulla. Soltanto la fotografia autentica ha diritto alla bellezza... si tratta di rifiutare la cultura dell’ostaggio e aderire al negativo che la spezza... l’arte senza museo è nella strada... lì si trova il divenire della conoscenza e solo un’estetica sovversiva trasfigura il vero nella poesia o nella derisione dell’arte. Il pane degli ultimi è amaro, come la violenza dei padroni che violentano i popoli impoveriti e la falsità delle chiese monoteiste che sono complici di tutti i genocidi della storia.


€ 16.-

giovedì 7 aprile 2011

SHOAH (Claude Lanzmann, 1985), di Pino Bertelli

Non è facile parlare di Shoah. C'è della magia in questo film, e la magia non si può spiegare. Abbiamo letto, dopo la guerra, un gran numero di testimonianze sui ghetti, sui campi di sterminio; ne eravamo sconvolti. Ma oggi, vedendo lo straordinario film di Claude Lanzmann, ci accorgiamo di non aver saputo niente (...) non avrei mai immaginato una simile mescolanza di orrore e di bellezza. Certo, l'una non serve a mascherare l'altro, non si tratta di estetismo: al contrario, essa lo mette in luce, con tanta inventiva e tanto rigore che siamo consci di contemplare una grande opera. Un puro capolavoro.
(Simone de Beauvoir)

I. Dei massacri di Hitler e di Stalin

La coscienza mercantile/ipocrita della macchina/cinema ha sovente parlato della Shoah... quasi sempre lo ha fatto senza toccare la paura, il terrore l’angoscia profonda del popolo ebraico umiliato e offeso nei campi di sterminio nazisti... né Il diario di Anna Frank (1959) di George Stevens, Schindler’s list (1993) di Steven Spielberg, né tantomeno La vita è bella (1997) di Roberto Benigni... hanno in qualche modo sfiorato la reale condizione di milioni di innocenti bruciati nei forni crematori hitleriani... la connivenza della chiesa cattolica con il nazismo, la cecità strategica, compromessa, interessata degli alleati,  la complicità  dei “Circoli ebraici” con i loro assassini (in principio commerciavano l’espatrio in Palestina a colpi di denaro o oro che solo i ricchi potevano permettersi, come racconta il filosofo Hans Jonas)... hanno permesso l’attuazione della “soluzione finale” degli ebrei secondo quanto aveva scritto nel libro La mia battaglia, Adolf Hitler, un caporale pazzo asceso al potere con il sostegno della “buona borghesia” germanica e delle industrie tedesche (Siemens, Krupp, Thyssen, Bayer...). Ricordiamolo. La mia battaglia è stato un bestseller, quasi una Bibbia per i tedeschi del tempo, ed è ancora molto venduto alle nuove generazioni di imbecilli con la svastica in testa e il manganello nel culo. Gli scritti/proclami di Stalin, per i comunisti dissidenti (con l’approvazione del più grande e bastardo partito comunista europeo, il Pci), hanno sortito la stessa devastazione di anime e le galere siberiane si ingoieranno oltre venti milioni di persone.
Un’annotazione. Gli alleati sapevano dei campi di sterminio già nel 1941/42 e mai hanno bombardato un metro di rotaia per impedire che i treni carichi di ebrei arrivassero alle camere a gas. La chiesa cattolica (eccetto quale prete che aveva preso il Vangelo sul serio) ha benedetto i cannoni nazisti e a fine guerra, per mezzo della Croce Rossa, ha permesso a molti assassini di espatriare in Sud America. I “Circoli ebraici”, eccetto le insurrezioni eroiche di Varsavia, Treblinka, Auschwitz, Sobibor... (ma ce ne sono state altre a Lodz, Vilnius, Cracovia)... non hanno favorito le rivolte in armi... e nemmeno i centri della resistenza tedesca, polacca, ungherese, francese, italiana... si sono molto spesi per impedire la catastrofe ebraica... la “resistenza ebraica”, cioè gli ebrei che hanno fatto la lotta armata ci sono stati ma (come dice lo storico ebreo Raoul Hilberg) erano una minoranza coraggiosa che la l’odio nazista ha tentato invano di cancellare dalla storia.

sabato 2 aprile 2011

LIBIA E YEMEN (MONDO ARABO IN RIVOLTA VIII), di Pier Francesco Zarcone


Riflessioni dubbiose sull’intervento in Libia

Diciamo subito che i dubbi non riguardano la Francia, poiché il suo diretto interesse economico e politico in quell’area è palese: sotto certi aspetti è come se facesse nella ex colonia italiana un gioco analogo a quello che fu di Enrico Mattei con l’Fln algerino. Semmai i dubbi riguardano Gran Bretagna e Stati Uniti. Il ruolo del petrolio ha forse abbacinato un po’ tutti apparendo determinante. La cosa però convince meno se, “staccando la spina”, si riflette con calma secondo il vecchio metodo di mettere in discussione tutto. E allora i conti non tornano, anche in rapporto alle spese enormi che questi due paesi vanno sostenendo e all’assunzione delle incognite di un eventuale dopo-Gheddafi. In effetti, chiunque abbia il potere in Libia dovrà necessariamente vendere il petrolio all’estero, perché è grazie agli inerenti introiti che la popolazione gode del più alto reddito pro capite nel mondo arabo dopo l’Arabia Saudita, dispone di sistemi scolastico e sanitario migliori di quelli dei vicini e di una bassa pressione fiscale. Ma anche se, per assurdo, lo volesse lasciare dove sta, secondo gli esperti la produzione libica non sarebbe tale da incidere in modo rilevante sui prezzi di mercato.
Le motivazioni appaiono oscure nei limiti in cui si dovesse escludere davvero il ruolo del petrolio, e quindi altresì la conseguenza di voler legare a sé i ribelli col vincolo della gratitudine e dell’aiuto materiale, per il successivo ottenimento di proficue concessioni energetiche; sempre ammesso che si abbatta Gheddafi (fermo restando che un tale risultato sentimental/materiale non si è avuto né in Afghanistan con Karzai, né in Iraq con gli sciiti (anzi!), né in Kossovo con l’Uck).
In alternativa ci si può chiedere se si sia voluto rilanciare la Nato, dall’immagine effettivamente appannata per le recenti imprese bellico/pseudoumanitarie tutte prive di successi, ma solo di morti e distruzioni. Può anche essere, ma sembra un po’ poco. Pensare allora alla spartizione di un proficuo business per la ricostruzione di costose infrastrutture distrutte dai bombardamenti? Può essere anche questo, ma anche per tale ipotesi l’uscita di scena del raís è indispensabile.
Tuttavia, c’è davvero questa intenzione? Non sembra che muoversi nei limiti della risoluzione del Consiglio di Sicurezza sia la cosa militarmente più idonea per farlo. Tant’è che dopo tanti bombardamentio i ribelli sono di nuovo alle corde. La Lega Araba è contraria ad armarli, le potenze imperialiste ancora non li armano e i paesi arabi nemmeno. Se qualche politico confida che Gheddafi se ne vada spontaneamente, è meglio che cambi mestiere, sia per la natura del nostro, sia perché gli stessi governi interventisti hanno fatto il possibile per chiudere al raís la via della ritirata. Attenzione: Ben ‘Alī e Mubārak hanno “mollato” non solo al vacillare dei pilastri del loro dominio, ma anche avendo garanzie che non gli sarebbe stato presentato il conto delle malefatte compiute. Con Gheddafi tanto si è detto e fatto da far aprire su di lui addirittura un procedimento penale internazionale. E ora si cerca il paese che potrebbe accoglierlo!
Si affacciano poi altre domande: esiste un piano d’azione per la fase successiva ai bombardamenti? cosa faranno le potenze imperialistiche se Gheddafi - fra una controffensiva e l’altra - effettivamente fosse in procinto di prendere Bengasi? Uno specifico intervento aereo/navale dall’effetto di bloccare i governativi presso i confini della Cirenaica vorrebbe dire divisione della Libia in due entità. Riguardo a una tale ipotesi ci si chiede a chi converrebbe davvero. Mandare truppe di terra? Per il momento l’Onu l’ha vietato.
Inoltre, siamo sicuri che l’appoggio ai ribelli è supportato da un’effettiva conoscenza? Sta di fatto che su di essi circolano le voci più disparate, e poi vi è un altro aspetto: anche i ribelli libici possono finire con l’essere una novità rispetto al precedente quadro globale, pur non venendo da un altro pianeta i membri del Consiglio rivoluzionario (anzi sono persone che facevano parte del regime); tuttavia accade abbastanza sovente in politica che gli ex collaboratori – una volta autonomi – pratichino linee d’azione diverse o opposte da quelle per cui avevano lavorato sotto l’egida di un leader (si pensi al passaggio del potere a Sadat, che operò in senso contrario alla linea nasseriana da lui mai contestata prima). Ma finora le novità non sono politicamente tutte positive per le potenze occidentali; per quanto da noi non se ne parli. Invece sulla stampa turca si è rimarcato che oggi europei e statunitensi trovano difficoltà a negoziare con i nuovi vertici tunisini ed egiziani, e la cosa non migliora in rapporto alle popolazioni locali, non dimentiche degli ancora recenti rapporti di amicizia fra i loro deposti tiranni e l’Occidente.   
Rimane la domanda: per quali concrete e utilitaristiche ragioni Gran Bretagna e Stati Uniti intervengono in Libia? A questo punto perché non  azzardare dando la propria interpretazione? Chi scrive è sospettoso, soprattutto delle interpretazioni unilaterali. Ragion per cui vediamo gli elementi alla base dell’ipotesi che verrà formulata alla fine:
a)      gli eventi tunisini ed egiziani – una sorpresa per gli imperialisti occidentali – si sono svolti in tempi relativamente brevi a opera di soggetti attivi locali: in Tunisia il potere di Ben ‘Alī si è sgretolato appena è stata evidente l’incapacità della polizia a fare fronte alla piazza, e l’esercito – per quanto non sia una rilevante forza armata – ha abbandonato il dittatore; anche in Egitto è stata la presa di posizione dei militari a costringere a cedere Mubārak;
b)      al di là del bel discorso tenuto tempo fa da Obama al Cairo, sta di fatto che l’Occidente ha dovuto ingoiare un rospo pieno di incognite, non avendo avuto la possibilità di mettere le mani sugli eventi in modo da pilotarli; quello stesso Occidente che chiude gli occhi sul Bahrain e l’Oman, che per ora reputa controproducente infilarsi nel pasticcio yemenita, ma che invece interviene in Libia;
c)      in Libia la rivolta è diventata guerra civile e appena i ribelli si sono trovati alle corde c’è stato l’intervento aggressivo di Francia e Gran Bretagna – per quanto non sottolineato dai mass-media il ruolo degli Usa è secondario, come inconfutabilmente dimostra il fatto che gli aerei operativi contro postazioni, mezzi e uomini di Gheddafi sono in pratica quelli francesi e britannici (ecco anche perché le cose vanno per le lunghe: questi aerei sono pochi);
d)     il programma da poco predisposto dal Consiglio rivoluzionario di Bengasi per la nuova Libia risulta improntato ai princìpi di una regolare democrazia nazionale borghese ma non scevra di orgoglio nazionale;
e)      il forzato abbandono degli imperi coloniali ha dimostrato ancora una volta che il lupo perde solo il pelo, e infatti Francia e Gran Bretagna hanno conosciuto le stagioni del neo-colonialismo;
tutto questo fa sospettare (è un’ipotesi, d’accordo, però ...) che in realtà almeno in Libia – un bel cuneo fra Tunisia, Algeria ed Egitto - se si riesce a eliminare quella scheggia impazzita che è Gheddafi, Francia e Gran Bretagna vogliano imporre politicamente il loro peso, per evitare effetti “sovversivi” nel caso (ancora una volta) che qualcuno voglia prendere sul serio i princìpi di libertà e democrazia rappresentativa per i quali le masse sono scese in strada, e comunque possa affiancarsi a tunisini ed egiziani nel ruolo di interlocutore scomodo. È infatti consistente il rischio che le agitazioni del mondo arabo (dal Marocco al Golfo Persico) portino a una mappatura politica di quell’area in buona parte diversa da quella che ha consentito di lucrare su tanti intrecci negoziali, non sempre puliti. Col dominio politico anche gli interessi economici sono assicurati, e nell’area nordafricana Francia e Gran Bretagna hanno interessi di rispetto; forse più degli Stati Uniti. Inoltre nella nostra ipotesi si inquadra perfettamente – e si motiva – l’eventualità che dietro la rivolta cirenaica ci sia stato un “attizzamento” francese. E allora cade anche il giudizio negativo/ironico, da noi dato in una precedente corrispondenza, sulla cattiva organizzazione della rivolta: era anzi opportuno che così fosse, altrimenti come sarebbero potuti arrivare i salvatori?         

Siria e Yemen: due gravi e pericolose incognite
Tanto la Siria quanto lo Yemen (in arabo è Yaman) hanno un’importanza geostrategica enorme (basta guardare la carta geografica); in più nello Yemen c’è il petrolio (scoperto nel 1984 nelle regioni settentrionali, e nel 1986 nel meridione) e – particolare non secondario - entrambi i paesi sono molto più esposti di altre regioni arabe (a parte l’Algeria, forse) a un consistente pericolo di avanzata dell’estremismo islamico più estremista. Talché prima di entusiasmarsi per le opposizioni locali bisogna fare almeno qualche ragionamento, che purtroppo non incide sul negativo giudizio sui regimi siriano e yemenita. Dopo di che, se si vuole, via libera ai sentimenti, ricordando però che anche il nazifascismo era nemico delle democrazie borghesi, ma non per questo le sue vittorie andavano a scapito solo di queste ultime. La storia insegna che non vi è modifica di assetto priva di squilibri; che questi ultimi creano vuoti di potere, buoni se colmati da forze o entità ostili alla reazione e all’imperialismo; ma che quando invece esiste il rischio concreto (e non la propaganda che gonfia e deforma i fatti) di vittoria delle forze più oscure dell’integralismo islamico – nemiche di tutto e tutti, ma in concreto disposte a fare affari col capitalismo (Bin Laden e governo talibano dell’Afghanistan docent) – allora c’è davvero da preoccuparsi. Una vittoria dell’islamismo radicale in Siria e Yemen sarebbe una catastrofe enorme per le sue implicazioni a vasto raggio.
La delicata situazione siriana – a cui si è accennato in una precedente corrispondenza – è resa ancora più pericolosa dalla presenza di una Fratellanza Musulmana (clandestina per la spietata repressione governativa, di modo che la sua reale entità odierna non è percepibile) con posizioni più radicali della casa-madre egiziana. Tuttavia con un’avvertenza riguardo a quest’ultima: in Egitto oggi la Fratellanza ostenta moderazione, per non dire democraticità, ma resta da vederne l’effettiva portata, e il dubbio che a ciò non corrispondano le vere scelte strategiche effettivamente si pone. Riguardo ai Fratelli Musulmani di Siria non è inutile ricordare che il loro massacro nella città di Hama, disposto negli anni ’80 dal governo di Hafiz al-Assad, non fu la “strage degli innocenti” voluta da un emulo di Tamerlano. In precedenza la Fratellanza, decisa a prendere il potere con la violenza, aveva dato il via ad azioni armate culminate con la mattanza di allievi dell’Accademia Militare di Aleppo: i Fratelli Musulmani vi entrarono, separarono i cadetti di confessione alauita dagli altri, e li riempirono di pallottole in nome dell’Islam. Poi ci fu l’attacco a Hama. Ovvio che oggi Bashar al-Assad riceva la solidarietà dei re di Giordania e Arabia Saudita (un tempo arcinemici della Siria). 
In teoria la cosa meno traumatica e più utile consisterebbe in una transizione alla democrazia borghese secondo il modello egiziano, ma ferma poi restando l’incognita di ciò che verrebbe fuori dalle urne alle prime elezioni, e di come reagirebbe l’esercito in caso di vittoria della Fratellanza Musulmana. Perchè qui l’esercito non è una realtà distinta dal regime, e quindi fa parte del problema. Con tutta probabilità questa transizione morbida non ci sarà, e fra breve si vedrà quali margini di resistenza abbia al-Assad. La turbolenza siriana però travalica le frontiere del paese: ci sono almeno 800 km di confine con la Turchia a nord, e a sud c’è Israele. Nessuno di questi Stati resterebbe inerte di fronte a una Siria pericolosamente integralista: Israele per ovvi motivi, e il governo turco perché effettivamente combatte le infiltrazioni di al-Qaida sul suo territorio con la stessa durezza con cui combatte il curdo Pkk. E peggio che mai se una Siria integralista volesse riaprire con Ankara il dormiente contenzioso sull’ex sangiaccato di Alessandretta (Iskenderun; dopo la Grande guerra mandato francese, la regione fu poi annessa dalla Turchia nel 1939).
Prima del suo discorso alla nazione dopo vari giorni di sommosse a Latakia, Bashar al-Assad si è sentito telefonicamente con il premier turco Erdoğan, ma non sembra che gli specialisti della materia abbiano prestato la giusta attenzione al contenuto della conversazione. Una cosa colpisce della posizione assunta dal premier turco: egli non ha invitato al-Assad a farsi da parte prima che sia troppo tardi, bensì a dare il via a riforme che in qualche modo calmino la piazza. Il perché è chiaro: Ankara non ha alcun interesse alla caduta del regime siriano e anzi ne vuole il mantenimento, sia per ragioni di politica interna, sia perché intende svolgere un proprio ruolo di mediazione/influenza nell’area araba, anche autonomamente da quella Ue che nei fatti ne rifiuta l’ingresso. Cosa, del resto, che la stampa turca non ha mancato di rimarcare.    
Lo Yemen è un’altra complicata e pericolosa polveriera. Verrebbe da introdurre il discorso su di esso con un “benvenuti in quanto resta di un Medioevo arabo periferico e non particolarmente brillante”. Qui – oltre ai problemi di cui si dirà fra poco - la forte presenza di al-Qaida (o chi per lei) è una realtà indiscutibile, e inoltre, per la sua posizione nella penisola, l’assetto politico yemenita rientra fra gli interessi degli Stati Uniti nell’area.
La storia di questo paese per molti versi fa ricordare la frase coniata più di un secolo fa sugli Afghani: “un popolo che non si governa e non si fa governare”. Anche durante i molti secoli di monarchia non vi è mai stato un potere politico in grado di incidere su una realtá sociale fatta da gruppi tribali in lotta fra di loro, e ancora oggi dotati di un potere molto consistente. Se tra loro ci fosse unione, il governo di Sana‘a potrebbe passare momenti terribili. Lo Yemen è quindi fatto da “tessere di mosaico” con collant molto tenue, e a tratti inesistente. Né gli Ottomani, né la monarchia degli Imām, né il giovane Stato repubblicano ci hanno potuto fare granché. E una cosa è certa: chi si installa nello Yemen solo da yemeniti può essere eliminato; provarci dall’esterno è di una difficoltà così estrema da convertirsi in impossibilità. 
È legittimo porre un grosso punto interrogativo sugli orientamenti politici prevalenti fra le masse che protestano contro il regime del presidente ‘Alī ‘Abdallāh Salāh; ed è difficile negare un certo buon senso politico - per lo meno sotto un dato profilo - alle sue dichiarazioni sulla propria disponibilità a dimettersi purché il potere non finisca in mano a una “piazza” dai dubbi contenuti; per quanto ciò equivalga al tentativo di chiudere la stalla dopo la fuga dei buoi. Infatti negli anni ’90 del secolo scorso agli integralisti islamici del ramo salafita era stato consentito di costituire, nella regione settentrionale di Sa‘da, un sistema educativo parallelo a quello nazionale, confidando il governo repubblicano che la loro influenza facesse da contrappeso alle tendenza di estrema sinistra esistenti nel sud del paese (Aden e dintorni). Addirittura nel ’93-’94 i salafiti hanno creato un’università (la al-Iman, la fede) per la formazione di quadri superiori da inserire nei campi educativo e religioso.
Da qualche mese il presidente Salāh è sotto il violento attacco di una parte della popolazione, e in più a febbraio era stato abbandonato dalla sua stessa confederazione tribale, gli Hashid. Eppure non si tratta del peggiore capo di Stato avuto dallo Yemen, né del peggiore fra i dittatori arabi. In rapporto all’incancrenita situazione yemenita, dove mancano le condizioni anche per la democrazia borghese, dargli la croce addosso per il fatto di essere un dittatore pare quanto meno ingenuo. Su tutto grava una nera ombra: in nessuna delle possibili ipotesi per il dopo-Salāh c’è la garanzia che alla fine seguaci o emuli di Bin Laden (suo padre era nato yemenita) non riescano a impadronirsi del paese. Ipotesi catastrofica quant’altre mai, giacché entrerebbero in campo anche interessi iraniani, appartenendo il 40-45% della popolazione a una corrente dello sciismo (gli zayditi).
Il paese è passato dalla monarchia assoluta più medievale a una repubblica autoritaria nel 1962, mediante un colpo di stato di ufficiali filonasseriani; ha subito conosciuto una selvaggia guerra civile fra repubblicani e tribù fedeli all’Imām, con interventi militari egiziani e sauditi. Dopo la finale – ma non schiacciante - vittoria repubblicana, fra uccisioni di presidenti, conflitti interni e con la parte meridionale del paese (ex colonia britannica), lo Yemen è stato un esempio di grande caos politico, a causa del quale il processo di formazione di strutture statali è stato assai lento. L’ascesa al potere di Salāh (un altro militare) nel 1978 ha obiettivamente aperto una nuova fase nella vita del paese. Innanzi tutto egli passerà alla storia come artefice della riunificazione fra lo Yemen del nord e quello del sud. Nel 1967, sotto la spinta di un’insurrezione, i Britannici avevano abbandonato Aden e il resto della loro colonia yemenita, dove nel 1970 presero il potere elementi comunisti, costituendo la Repubblica Democratica Popolare dello Yemen. Nel 1990 si arrivò alla riunficazione fra i due Yemen; unione difficile, però, tant’è che nel 1994 si ebbe un tentativo di secessione del Sud da parte di ufficiali e politici di orientamento marxista, che costituirono la Repubblica Democratica dello Yemen con capitale Aden. Ciò durò solo due settimane e finì sotto i colpi delle forze governative di Salāh. Egli però non si abbandonò a rappresaglie (come altresì aveva fatto nel 1978 in occasione di un fallito colpo di stato contro di lui), ma anzi amnistiò i secessionisti (tranne i loro capi, che tuttavia erano riusciti a fuggire all'estero).
Le recenti e continue contestazioni di piazza per lo Yemen equivalgono al piovere sul bagnato, poiché aggravano – ma senza la proposizione di una reale alternativa - una situazione generale in cui la frammentazione tribale fa da lievito alle imprese terroristiche del radicalismo islamico (non privo di complicità negli stessi centri del potere statale) e alla lotta armata sciita degli Huthi nella provincia di Sa‘da, presso il confine saudita. Questo conflitto, per niente risolto, è di estrema pericolosità per Salāh, sia perché anch’egli ha tratto parte della sua legittimazione dall’essere zaydita come gli Huthi, sia per il rapido intervento iraniano che ha fornito armamenti ai ribelli. La reazione di Salāh è avvenuta (a parte l’appoggio saudita) grazie anche all’invio statunitense di armi e di “consiglieri” militari, con il risultato di fare schierare contro gli Usa gli Huthi ponendoli di fatto al lato dei nemici sunniti di al-Qaida o a essa vicini. E non basta. Nel sud del paese – dove è presente 80% delle riserve petrolifere – i venti di secessione sono tornati a soffiare con una certa intensità, tanto che una Ong statunitense (National Endowment for Democracy) a gennaio del 2010 ha sostenuto che la secessione avrebbe l’appoggio di  circa il 70% degli abitanti meridionali.
La situazione sta palesemente precipitando, poiché il governo nell’ultima settimana ha perso il controllo di ben 6 delle 18 provincie del paese, e in più i ribelli Huthi hanno conquistato la città di Sa‘da, capitale dell’omonimo distretto. La cosa strana è che – per quanto questo territorio, confinante con l’Arabia Saudita, sia considerato un bastione di al-Qaida – il governo saudita ha rifiutato di inviare truppe in appoggio di Salāh, al contrario di quanto è avvenuto nel Bahrain.

RED UTOPIA ROJA - Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

(January 2010)

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad

(Enero de 2010)

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo.

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

(Gennaio 2010)

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

(Janvier 2010)

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

(Janeiro de 2010)