di Michel Antony
ITALIANO - FRANÇAIS - ESPANOL
Nonostante le molteplici critiche anti-utopiche avanzate da alcuni anarchici, occorre qui prendere l'utopia in modo valorizzante: un pensiero o un'azione necessaria che mette in discussione una società condannabile e condannata, e che tende a offrire un mondo altro, una reale alternativa. L'utopia, più o meno libertaria, rifiuta la costrizione e pone la libertà di pensare e di vivere al primo piano. E «il senso fondamentale di questa libertà è l'autonomia» [1] della persona; e questa autonomia della persona «comporta l'autogoverno, la democrazia diretta» [2] (autonomia delle comunità).
Questa forma di utopia teme la perfezione e si vuole quindi pragmatica e incompiuta (per natura e per scelta): è proprio «un progetto sempre parziale che si ri-proietta costantemente» [3]. L'umanesimo vi è più conseguente, poiché l'uomo vi è accettato tanto per i suoi vizi quanto per le sue virtù. L'apertura verso un futuro migliore è sempre possibile; spetta agli uomini, alle società testare e tentare altre avventure, anche nella diversità (cfr. la scuola italiana MALATESTA, Luigi FABBRI o Camillo BERNERI, senza contare la compianta Luce FABBRI). I mezzi utilizzati devono essere il più possibile in accordo con il fine atteso, questa è la coerenza essenziale dell'etica libertaria. Questa descrizione rivela quindi che l'utopia libertaria (se non anarchica) è "a-storica" come le ricerche di Francesco CODELLO [4] cercano di dimostrare in Italia. L'utopia libertaria apre una strada, ma non chiude alcuna porta.
Abbiamo quindi a che fare qui con la totale antitesi «dell'utopia tradizionale» o «classica». Quest'ultima è quasi sempre una descrizione di un mondo o un progetto di società che mette in primo piano l'organizzazione statale, caratterizzata da «un dirigismo rigoroso e un totalitarismo imperioso» [5] e da «un implacabile controllo sociale e mentale» [6]. Una «regolamentazione forsennata» della vita pubblica e privata e un livellamento onnipresente si accompagnano spesso a un urbanismo maniaco e coercitivo. «La libertà rivendicata in linea di principio non vi ha in realtà senso». La perfezione rivendicata permette di bloccare l'evoluzione, poiché, siccome tutto è perfetto, perché cambiare? Tutto è quindi messo in opera per «disinnescare un individualismo anarchico e temibile» ed eliminare «tutto ciò che è perturbatore» [7], il sogno, l'amore, il caso, l'immaginazione, la vita privata e quindi l'utopia stessa.
È l'enorme paradosso dell'atto o dello scritto utopico, realizzazione libera, liberatrice, libertaria, espressione di un volontarismo vitale, e del suo risultato più spesso pre-totalitario («modello di sogno totalitario» dice PESSIN). È un Fëdor DOSTOEVSKIJ, citato da Gilles LAPOUGE, che, tornato dal suo fourierismo giovanile, l'avrebbe capito per primo, o comunque con la massima lucidità, mettendo in scena ne I demoni (1871-1872), l'utopista estremista e nichista CHIGALEV, ma molto onesto tra l'altro poiché dice: «Devo dichiarare che il mio sistema non è ancora del tutto a punto, che la mia conclusione è in diretta contraddizione con l'idea che mi è servita da punto di partenza. Partendo dalla libertà illimitata, arrivo al dispotismo senza limiti». [8]
Anche se è poco studiato, e raramente messo in evidenza, è importante ricordare che i libertari hanno praticamente tentato tutto in materia di utopia:
- Hanno elaborato progetti o proposte per tracciare le linee possibili di un mondo migliore: tutti i grandi teorici dal britannico William GODWIN allo statunitense Murray BOOKCHIN, passando ovviamente per il russo Pierre KROPOTKIN o il francese Élisée RECLUS, si arrischiano, qua e là, a dare consigli o idee utopiche;
- Hanno scritto poesie, romanzi, racconti, opere teatrali... hanno realizzato talvolta film o video... che evocano un'esperienza o una tematica utopica;
- Hanno partecipato a vasti movimenti di cambiamento: sindacalismo, rivolte, insurrezioni, rivoluzioni (la mitica Spagna del 1936 del «breve estate dell'anarchia» [9], ma non solo)... per tentare di vivere in un'altra società;
- Hanno creato o si sono integrati in comunità di ogni tipo, sindacati, cooperative, colonie e comuni, kibbutzim e squat, centri sociali e atenei, imprese autogestite o "caracoles" neozapatiste... per mettere in pratica alcuni dei loro pensieri, praticare l'utopia immediatamente nel quotidiano e vivere in modo coerente con il fine sperato...
Se come fa Caroline GRANIER, prendiamo solo l'esempio della letteratura, si potrebbero distinguere tre grandi insiemi:
