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sabato 11 agosto 2012

GRECIA I - FORMAZIONE E CRISI DEL REGIME POSTDEMOCRATICO IN GRECIA, di Michele Nobile

Summary

Statizzazione e convergenza programmatica di Pasok e Nea Dimokratia: la lunga crisi di rappresentatività e legittimazione dei partiti di governo - Dati sul finanziamento statale dei partiti - Il relativo sottosviluppo del capitalismo greco - Lotta sociale e fasi della crisi economica e politica

La estatalización y la convergencia programática del PASOK y Nueva Democracia: la larga crisis de la representatividad y de legitimidad de los partidos gobernantes - Datos sobre la financiación estatal de los partidos políticos - El relativo subdesarrollo del capitalismo griego - Lucha social y etapas de la crisis económica y política

Nationalization and programmatic convergence of Pasok and Nea Dimokratia: the long crisis of political representation and legitimation of the parties of government - Data on the public financing of the parties - The relative underdevelopment of the Greek capitalism - Social struggle and phases of the economic and political crisis

La nationalisation et la convergence programmatique du PASOK et de Nouvelle Démocratie, la longue crise de représentation et de légitimité des partis au pouvoir - Les données sur le financement public des partis politiques - Le sous-développement relatif du capitalisme grec - Lutte sociale et étapes de la crise économique et politique

Estadismo e convergência programática de Pasok e Nea Dimokratia: a longa crise de representatividade e legitimação dos partidos de governo - Dados sobre o financiamento estatal aos partidos - O subdesenvolvimento relativo do capitalismo grego - Luta social e fases da crise económica e política

In questi anni di crisi economica il conflitto sociale e politico ha raggiunto in Grecia livelli senza paragone negli altri paesi europei, giustamente attraendo l’attenzione della sinistra e le preoccupazioni dei governanti.
Per qualche settimana tra maggio e giugno del 2012 è balenata la possibilità di una piena vittoria elettorale del cartello elettorale di Syriza e quindi di un governo di sinistra: in Syriza sono state riposte le speranze di una rivincita contro la feroce politica antisociale dell’Europa del capitale e dai suoi miserabili e immiserenti ricatti. Nelle elezioni del 2012 Nea Dimokratia (ND) e Pasok, i due partiti che hanno governato la Grecia dalla caduta della dittatura dei colonnelli, hanno dimezzato i voti mentre Syriza ha strappato al Pasok gran parte del suo elettorato popolare, così divenendo il secondo partito greco e il rappresentante dell’opposizione sociale in parlamento. Fatti che esprimono la più grave crisi di rappresentatività e legittimazione di un sistema partitico in Europa.
È ovvio spiegare la gravità di questa crisi politica con quella della crisi economica e con un riflesso di rigetto nei confronti dei partiti dominanti che hanno sottoscritto i «programmi di aggiustamento economico» (i Memorandum con la Commissione europea, la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale), che appaiono come un’imposizione straniera; ed è anche facile collegare il successo elettorale di Syriza a una particolare qualità politica di questo cartello.
Tuttavia, pur facendo le proporzioni tra le diverse situazioni, nel resto d’Europa non si vede nulla d’equivalente a quanto accaduto in Grecia: è vero che la crisi economica danneggia i partiti al governo, aumenta l’instabilità politica e favorisce gruppi politici di outsider (di sinistra ma anche di destra), ma i cambi della guardia sono avvenuti all’interno del sistema dei partiti dominanti; né esiste un nesso meccanico tra crisi economica, mobilitazione sociale e radicalizzazione politica. I movimenti degli Indignados e di Occupy esprimono (o hanno espresso, se come pare sono in fase calante) la rabbia di una generazione e un bisogno radicale di democrazia e di controllo dal basso delle condizioni della vita sociale. Sono un’esperienza necessaria e una promessa di ciò che potrà essere ma, a differenza delle primavere arabe da cui hanno tratto ispirazione, non costituiscono una forza in grado di incidere materialmente sui rapporti di potere sociali e politici né, come tali, sono in grado di farlo.
Come spiegherò in altro articolo, «fare Syriza» in Italia è il sogno dei nostri forchettoni rossi, che tale rimarrà perché a questi mancano le qualità politiche e etico-politiche minime per realizzarlo, segnati come sono dal sostegno e dalla diretta partecipazione nei governi di centrosinistra dell’imperialismo italiano e dall’aspirazione a sedere su poltroncine imbottite. Nondimeno, Syriza non presenta aspetti programmatici o politico-culturali che siano qualitativamente diversi da quelli degli altri partiti postcomunisti europei. La differenza deve risiedere altrove.
Il fatto è che la crisi politica greca ha radici profonde e una gestazione lunga, rivelatrici dei limiti del processo di democratizzazione dopo la dittatura dei colonnelli (1967-74) e, infine, dell’entrata a pieno titolo del sistema politico greco nella grande famiglia delle postdemocrazie europee.

Per comprendere cosa è accaduto nel 2012 in Grecia occorre partire dalla formazione e dalla crisi strisciante del regime postdemocratico già prima dell’esplodere della Grande recessione e cogliere il modo in cui un cartello elettorale di sinistra, che fino alle elezioni di maggio e giugno aveva ottenuto un consenso elettorale di modeste proporzioni, sia riuscito a capitalizzare buona parte dell’opposizione sociale. Ma proprio analizzando i risultati delle elezioni intorno ai quali ruotavano le speranze e si è formato il mito di Syriza è chiaro che la via attraverso la quale l’opposizione sociale può ottenere risultati concreti non è quella elettorale e parlamentare. E da questo dipenderà anche il futuro di Syriza.

Statizzazione e convergenza programmatica di Pasok e Nea Dimokratia: la lunga crisi di rappresentatività e legittimazione dei partiti di governo

Fondato nel 1974, nei suoi primi anni il Pasok sosteneva l’uscita della Grecia dalla Comunità economica europea (tradizione ora ripresa da formazioni «rivoluzionarie») e dalla Nato; per la fraseologia antimperialista e socialisteggiante all’inizio degli anni Ottanta era apparentemente il più a sinistra tra i partiti socialisti europei. Una volta al governo quelle parole d’ordine finirono nel dimenticatoio, tuttavia i governi di Papandreou padre (1981-89, 1993-96) si distinsero per i rapporti molto buoni con l’Unione sovietica, un atteggiamento «combattivo» nella Cee (nella quale la Grecia entrò proprio all’inizio del 1981, pochi mesi prima della vittoria elettorale del Pasok) l’appoggio alla causa palestinese e l’amicizia con i regimi dell’Algeria, Siria e Iraq, questo mentre imperava la seconda guerra fredda e Israele distruggeva l’Olp in Libano. In realtà l’atteggiamento verso l’Unione sovietica si fondava su rapporti commerciali e d’investimento (il più grande investimento dall’estero in Grecia fu quello sovietico nell’estrazione di bauxite), sulla necessità di contenere a sinistra il Partito comunista greco «dell’esterno» Kke (assolutamente dipendente dall’Urss, l’atteggiamento del partito nei confronti del governo oscillava con le posizioni di Papandreou in politica estera), e sull’ostilità nei confronti della Turchia, pilastro del fianco meridionale della Nato (dopo il colpo di Stato voluto dai colonnelli contro l’arcivescovo Makarios, la Turchia invase la parte settentrionale di Cipro, sfiorando la guerra con la Grecia).
Il rozzo keynesismo orientato alla crescita del consumo dei primi anni di governo venne abbandonato, ma il Pasok sovrappose ai tradizionali canali clientelari quelli derivanti dall’espansione (relativa) del welfare State, dalla proliferazione delle istituzioni statali e dalla gestione della spesa pubblica in funzione elettorale (1).
La centralizzazione del potere intorno a Papandreou e la gestione verticistica dall’alto era senza eguali, tanto che il primo congresso del partito ebbe luogo nel maggio 1984, a dieci anni dalla fondazione. Alle misure progressiste corrispondevano l’interpenetrazione tra apparato di partito e Stato e la corruzione. Nel 1989 il Pasok perse le elezioni e Papandreou venne imputato per corruzione, risultando però assolto nel 1991 e di nuovo primo ministro nel 1993.

Nella seconda metà degli anni Novanta, durante le manovre di convergenza economica per l’adesione della Grecia all’unione monetaria europea iniziò la convergenza politica tra Pasok e ND. Quale fosse la novità del nuovo orientamento politico del Pasok si può rappresentare con la fortuna di Kostas Simitis: già ministro dell’agricoltura dal 1981, come ministro dell’economia nel 1985-87 questi attuò la svalutazione della dracma e un piano di stabilizzazione dell’economia che marcò il rovesciamento del precedente keynesismo (2) ma che per la sua impopolarità gli costò il posto di ministro all’approssimarsi delle elezioni. Tuttavia, Simitis fu presidente del Pasok e primo ministro dal 1996 al 2004, governando all’insegna di una «modernizzazione» che rompeva con la tradizione del partito e che allineava il Pasok ai partiti social-liberisti di «terza via»: ad esempio privatizzando la metà delle imprese statali. Per quanto alla fine del secolo la crescita economica della Grecia nel contesto europeo fosse sostenuta (e crescesse anche il salario reale), la crescita dell’occupazione era un decimo della media europea e nella seconda metà del decennio la disoccupazione crebbe fino al 12% del 1999 (con un tasso di disoccupazione giovanile al 31%, quasi il doppio della media europea). Inoltre, più che un compromesso neocorporativo tra governo, padronato e sindacati le leggi di riforma del mercato del lavoro del 1998 e del 2000 furono un pasticcio che generò tensioni fra le parti sociali e anche nel governo, mentre la disoccupazione rimase intorno al 10% fino al 2005.
La convergenza tra i partiti maggiori non avveniva solo attraverso lo spostamento del Pasok da sinistra verso il centro, concretizzatosi con l’adesione alla «terza via» e l’abbandono della retorica nazional-popolare tipica di Papandreou padre a favore del pragmatismo tecnocratico; nello stesso tempo anche ND muoveva da destra verso il centro. L’identità ideologica di destra venne raccolta all’inizio del nuovo secolo dal Laos, partito nazionalista fondato dal giornalista ed ex parlamentare di ND Giorgios Karatzaferis. Europeizzazione e modernizzazione erano il terreno comune nel quale si confondevano le tradizionali identità ideologiche dei partiti maggiori.
Pur vincendo le elezioni, il cambiamento social-liberista degli anni Novanta determinò una crisi strisciante del Pasok. All’inizio del nuovo secolo la disoccupazione aumentava insieme alla corruzione e alla quota del profitto sul reddito nazionale, mentre diminuivano la parte dei salariati e il valore del salario minimo. Nell’immediato questo andò a vantaggio di ND: il Pasok vinse le elezioni del 2000 per soli 72 mila voti e perse alla grande quelle del 2004 e del 2007.
Tuttavia, tra la metà degli anni Novanta e i primi anni del nuovo secolo si delineava una crisi strisciante di rappresentatività e di legittimazione per entrambi i partiti: la partecipazione alle elezioni cadde di sette punti tra il 1993 e il 1996, anni dell’ultimo governo di Papandreou padre, e complessivamente di dieci tra il 1989 (84,5%, il massimo della partecipazione del dopoguerra) e il 2000 (e di nuovo nel 2007).
Inoltre, se nel 2000 e nel 2004 il Pasok e ND avevano monopolizzato l’86% dei voti, in linea con i risultati di un ventennio, nelle politiche del 2007 la percentuale di consenso congiunto scese di sei punti. Pur vincendo le elezioni del 2007 ND perse più di 400 mila voti relativamente a quelle del 2004 (e 4 punti di percentuale sui voti validi); lo stesso anno il Pasok ne perse 300 mila. Sotto la leadership di Giorgios Papandreou, già ministro dell’agricoltura nel governo del papà e ministro degli esteri con Simitis, il minimo che si possa dire è che l’opposizione del Pasok fu debole e inconcludente se non complice a proposito di riforma delle pensioni, privatizzazioni, riforma universitaria.

Dati sul finanziamento statale dei partiti

La convergenza programmatica del Pasok e di Nea Dimokratia è il risultato della compiuta statizzazione di questi partiti, di cui un aspetto emblematico è l’assoluta dipendenza della loro attività dal finanziamento statale (a partire dal 1984 e per partiti oltre la soglia del 3% dei voti), chiarissima nella tabella che segue.

Finanziamento dei partiti greci: % di contributi statali (A) e della base (B), 1997-2007 

Pasok
ND
KKE
SYN

A
B
A
B
A
B
A
B
1992

12,2

3,7

54,7

22,6
1997
64,8
-
76,8
0,03
48,3
6,2
74,2
0,55
1998
-
-
80
0,02
50
?1
78,5
0,15
1999
76,8
10,6
69,4
0,01
53,1
3,7
74,2
0,12
2000
83,5
9,7
64,7
0,00
58,6
4,1
82,6
0,04
2001
86,5
2,5
82,2
0,01
52,2
2
87,2
0,00
2002
79,1
5,6
63,2
0,00
50,9
2,9
82,3
0,00
2003
77
-
84,6
0,00
53,3
4,8
82,4
0,00
2004
-
-
72,4
0,00
63,4
6,3
85,1
0,08
2005
-
-
87,9
0,00
55,8
4,2
85
0,00
2006
92,6
1,1
90,5
0,00
56,5
5,9
592
-
2007
92,3
3,0
50,5
0,00
55,3
2,6
-
-
Media
81,6
5,4
74,7
0,00
55
4,1
81,3
0,00
Fonte: Xristoforos Vernardakis, 2012, tabelle 1 e 2. Legenda: sotto A e B rispettivamente le % dei contributi dello Stato e della base al finanziamento dei partiti; la fonte riporta anche una tabella dei prestiti delle banche ai partiti; ND indica Nea Dimokratia, SYN il Synaspismós.
1) Nel bilancio pubblicato dal Kke nel 1998 la somma dei contributi dei membri del partito includeva anche quelli dei parlamentari, degli ex parlamentari e degli amici del partito; successivamente le categorie vennero differenziate.
2) La riduzione del contributo statale nel reddito del Synaspismós nel 2006 è fittizia perché dal totale è stata dedotta la parte destinata alle altre componenti di Syriza. Dei 3.044.609,21 euro del finanziamento pubblico, 2.587.917,83 andarono al Synaspismós e 456.691,38  agli altri membri della coalizione. 

Nel saggio del politologo greco Xristoforos Vernardakis (3) da cui è ripresa la tabella si cita uno studio secondo il quale le quote del finanziamento statale negli anni 1985-92 erano il 45% per Pasok e ND, il 12,6% per il Kke e per il Synaspismós, al tempo cartello elettorale e ora il partito maggiore della coalizione Syriza, il 35% nel 1986-92. È da notarsi che durante gli anni Novanta il peso del finanziamento statale per i due partiti di governo raddoppiò: in questo caso esprimeva l’assoluta prevalenza della funzione di governo su quella rappresentativa, la centralizzazione del potere di partito nella cerchia più ristretta della sua direzione e nei membri con incarichi istituzionali, l’obsolescenza della militanza di base. Per il Kke e il Synaspismós non si può parlare di statizzazione in senso politico, ma il peso schiacciante del finanziamento pubblico e dei prestiti delle banche private e l’irrilevanza dei contributi dei militanti sono fattori che promuovono la professionalizzazione della politica e il potere dell’apparato, vincolando anche la strategia politica al successo istituzionale. Come fattore casuale nella definizione dell’orientamento politico e indice della burocratizzazione dei partiti il rilievo del finanziamento pubblico non può essere trascurato, anche se non può essere applicato meccanicamente (4).
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Il relativo sottosviluppo del capitalismo greco

Nella crisi strisciante della rappresentanza politica si esprimevano le contraddizioni sociali accumulate dopo la caduta della dittatura. Meglio, penso possa dirsi che si esprimeva la disillusione per la non-risoluzione delle contraddizioni di fondo della società greca, trasformate e complicate da una modernizzazione reale ma che riproduceva il relativo sottosviluppo del capitalismo greco nel contesto europeo. Ne elenco alcuni aspetti.

Ancora negli ultimi anni Cinquanta del XX° secolo l’80% delle esportazioni della Grecia era costituita da prodotti alimentari: un chiaro indice del relativo sottosviluppo del capitalismo. L’economia greca era caratterizzata dalla forte concentrazione del capitale finanziario in due banche, una statale l’altra privata, e dal rilievo del capitale investito nella marina mercantile. La forza lavoro liberata dallo spopolamento delle campagne aveva come prospettiva l’emigrazione, la marineria, il piccolo commercio, l’artigianato, l’edilizia oppure imprese manifatturiere microscopiche. I ricchissimi armatori da una parte e i milioni di emigrati all’estero che costituiscono l’ampia diaspora greca sono emblemi rappresentativi della dialettica di modernità e sottosviluppo della società greca.
Negli anni Sessanta l’investimento diretto estero promosse l’industrializzazione, estendendola alla metallurgia, alla chimica, alla produzione di beni capitale e di beni di consumo durevoli. Si accentuavano però i dualismi della struttura economica e sociale: impianti industriali moderni coesistevano con l’eccezionale frammentazione del settore in piccole e piccolissime imprese tecnologicamente arretrate; aumentava la concentrazione del capitale; l’agricoltura rimaneva arretrata; le condizioni di vita miglioravano, ma nello stesso aumentava l’ineguaglianza sia tra i salariati sia tra le categorie della piccola borghesia vecchia e nuova. Persistevano o si aggravavano gli squilibri territoriali, di cui una manifestazione è la forte concentrazione della popolazione, circa 1/3 del totale, e dell’industria, nell’area metropolitana Atene e del Pireo: un fenomeno di cui tener conto per intendere gli scioperi e le manifestazioni ateniesi di questi ultimi anni.
A metà degli anni Settanta, Mouzelis (5) scriveva che, pur differenziandosi dai paesi periferici quanto a condizioni di vita, l’economia greca mostrava una limitata complementarietà tra i settori capitalistici e quelli non-capitalistici, e tra settori capitalistici avanzati e arretrati; notava anche la difficoltà, conseguenti dalla struttura sociale, di organizzare i partiti in modo diverso da quello clientelare e fortemente personalistico. Nonostante il forte consenso nei ceti popolari, i governi del Pasok hanno confermato questa tesi: l’aggiornamento consiste nell’affiancarsi delle reti clientelari tradizionali a quelle create dal più moderno intervento pubblico (e le famiglie Karamanlis e Papandreou sono state per decenni una costante del panorama politico nazionale).
Durante e dopo la dittatura dei colonnelli la modernizzazione è continuata ma senza eliminare gli squilibri. 

Nonostante le pretese di modernizzazione del social-liberismo e la crescita economica, all’inizio del XXI secolo i tassi di partecipazione femminili e giovanili al mercato del lavoro erano molto bassi: tra i paesi dell’Ocse quest’ultimo era inferiore solo a quello dell’Ungheria e della Corea del Sud; elevata era la quota dei giovani né al lavoro né nell’istruzione e a rischio di emarginazione sociale.
La quota del lavoro autonomo nel 2003 era poco inferiore era al 39% (35% nel 2010), la più alta tra i paesi a capitalismo avanzato, e ampio il lavoro stagionale (specialmente diffuso tra i giovani nei settori del turismo, costruzioni e agricoltura), estendendo la povertà ben oltre il salariato e la disoccupazione; anche l’incidenza dell’economia informale (la paraoikonomia) sul prodotto interno, valutata intorno al 30%, era elevatissima e superiore anche a quella dell’Italia.
Ancora nel 2007 il 92% delle imprese greche aveva meno di 10 dipendenti, con una media per le imprese nel settore non-finanziario di 1,7 contro una media europea di 5,2: in assoluto la più bassa, seguita dal Portogallo e dall’Italia (Oecd Survey 2011, pp. 41-2); il 90% delle imprese nel settore manifatturiero rientrava nella classe 0-4 addetti e complessivamente il 94% nelle classi dimensionali fino a 9 dipendenti. In sostanza le stesse proporzioni di trent’anni prima.
Tra la metà degli anni Novanta e il 2006 la quota dei generi alimentari e «altri» nelle esportazioni industriali si ridimensionò dall’80% al 64%: comunque altissima, segno della scarsa competitività nei settori ad alta e media tecnologia. Mentre la quota delle esportazioni sul Pil rimane la più bassa in Europa (1/3 della media), a causa della crescita delle importazioni è aumentata l’esposizione del paese al commercio internazionale. L’adesione della Grecia all’eurosistema ha ulteriormente ridotto la competitività delle esportazioni, ma il ritorno alla dracma non risolverebbe affatto il problema della collocazione del paese nella divisione internazionale del lavoro. Il carattere fortemente commerciale del capitalismo greco è confermato dal margine di profitto sul prodotto del settore, quasi il doppio della media europea, seguito da vicino solo da quello della Polonia.

L’entrata della Grecia nella Cee (1981) e nell’eurozona (2001) comportò alcuni vantaggi per l’economia greca, stante la direzione prevalente degli scambi commerciali, la possibilità di valersi dei fondi strutturali e di coesione europei (nel 2000-2006 equivalenti quasi al 3% del Pil per Grecia e Portogallo, all’1,3% per la Spagna), una maggiore integrazione finanziaria.
È però chiaro che la convergenza reale non si è realizzata e che, già prima dei famigerati Memorandum, le «riforme» secondo le direttive europee e l’orientamento delle agenzie internazionali creavano tensioni sociali e politiche.

Lotta sociale e fasi della crisi economica e politica

Relativamente ad altri paesi europei, il livello di conflittualità sociale in Grecia era già elevato sotto il governo di Kostas Karamanlis, presidente di ND e primo ministro tra il marzo 2004 e il settembre 2009: lo testimoniano diversi scioperi generali, benché di ampiezza ineguale, in particolare contro la riforma delle pensioni e le privatizzazioni del settore pubblico, e nel 2006-2007 una grande lotta di studenti e docenti contro la riforma dell’Università, proposta dalla destra ma appoggiata anche dal Pasok, durante la quale vennero occupati i ¾ dei dipartimenti. A questa lotta si deve attribuire molta importanza come impulso alla mobilitazione e politicizzazione della gioventù, alla sperimentazione della democrazia diretta nelle assemblee. 
Cronologicamente il grande sciopero generale del 10 dicembre 2008 era dunque l’ultimo di una serie, ma con due elementi qualitativamente nuovi. Esso accadeva poco dopo l’inizio della grande recessione internazionale e mentre si salvavano le banche private con denaro pubblico: in un contesto, dunque, nel quale la retorica neoliberista si contraddiceva e arretrava sulla difensiva; il secondo elemento caratterizzante è che lo sciopero avveniva due giorni dopo l’omicidio del giovanissimo Alexandros Grigoropoulos da parte della polizia: fatto, questo, che determinò una straordinaria ondata di manifestazioni e scontri intorno ai posti di polizia da parte di decine di migliaia di studenti, cosa ben diversa dagli attentati. Un chiaro segno di radicalizzazione politica che riscuoteva ampie simpatie.
L’incapacità di gestire la crescita qualitativa del conflitto sociale e della radicalizzazione politica da parte della destra di Nea Dimokratia portò alle elezioni anticipate del 4 ottobre 2009 e alla vittoria del Pasok, che ottenne 3 milioni di voti, 300 mila in più sulle politiche del 2007, pari al 44% dei votanti o al 32% sull’intero corpo elettorale, da confrontare con i 700 mila voti persi da Nea Dimokratia, circa ¼ di quelli ottenuti nel 2007.
Evidentemente fu il Pasok a capitalizzare in termini elettorali la protesta delle piazze, ottenendo uno dei suoi migliori risultati elettorali dalla caduta dei colonnelli nel 1974. Ed è altrettanto evidente che il Pasok fu votato perché fronteggiasse quella che già era una crisi gravissima in modo da ridurne i danni per i lavoratori: e questo è quanto passava attraverso la propaganda del partito. Tuttavia, se nel 2008 la caduta del prodotto interno della Grecia (a prezzi costanti) aveva avuto portata simile a quella del Portogallo e della Spagna, a loro volta decisamente inferiori al crollo dell’economia irlandese, e se nel 2009 la caduta era stata inferiore alla metà della media dell’eurozona, nel corso del 2010 si verificò il tracollo, mentre il tasso di disoccupazione raddoppiava dal 7,7% del 2008 al 14%, continuando a crescere fino al 21,7% dell’aprile 2012.
La politica del governo di Giorgios Papandreou aveva preso tutt’altra direzione da quella auspicata dai cittadini. Appena eletto, il Primo ministro greco rivelò che il deficit pubblico per il 2009 sarebbe stato il doppio di quanto inizialmente previsto e nei primi di novembre 2009 annunciò tagli al bilancio pubblico; a metà dicembre l’agenzia di rating Standard & Poor declassò il debito pubblico del governo greco a BBB+. Nei tre mesi seguenti si susseguirono nuovi piani draconiani per ridurre il deficit pubblico al 3% del Pil, implicanti una sottrazione di circa 9 punti di percentuale sulla domanda aggregata. Il governo affermava di non volere aiuti esterni: il terzo e più pesante pacchetto venne approvato dal parlamento il 3 marzo, centrato su un forte aumento regressivo della tassazione indiretta, il congelamento delle pensioni pubbliche, il ridimensionamento dell’occupazione statale e un taglio degli stipendi dei dipendenti pubblici equivalente a più di un mese di paga.  Il 10 marzo Romano Prodi, ex presidente della Commissione europea affermò che «i problemi della Grecia sono completamente superati. Non vedo altri casi in Europa», giusto per essere smentito otto giorni dopo da una richiesta di aiuti da parte di Papandreou, a fronte di costi crescenti di finanziamento e della prospettiva di non poter pagare gli interessi sul debito in scadenza, richiesta demagogicamente osteggiata da Nd. Tra marzo e maggio 2010 le curve dei credit default swap (i prodotti derivati che indicano la possibilità di inadempienza dei crediti) sul debito dei paesi europei più indebitati crebbero molto e velocemente, ma quelli della Grecia raggiunsero livelli mastodontici; nello stesso tempo si delineava una crisi del mercato interbancario europeo, particolarmente grave per i crediti in dollari, moneta-chiave internazionale più sicura dell’euro.
Le misure messe in atto dal governo Papandreou erano ancor più gravi di quelle del governo di destra. La risposta furono gli scioperi generali del 24 febbraio e dell’11 marzo 2010 e il grande sciopero generale del 5 maggio 2010, durante il dibattito parlamentare sul Memorandum sottoscritto dal governo greco con la troika costituita da Unione europea, Fmi e Banca centrale europea. A giudicare dall’andamento dei differenziali dei Cds le misure delle autorità bancarie europee e gli accordi di «salvataggio» per la Grecia, l’Irlanda (novembre 2010) e il Portogallo (maggio 2011) hanno avuto effetti solo temporanei: a metà giugno 2011 il rating del debito pubblico greco scese al livello della spazzatura mondiale (CCC, pari solo a quello del Belize), un mese dopo seguito dal declassamento dei ratings di Irlanda e Portogallo.
A metà novembre 2010 si tennero le elezioni comunali e regionali, trasformate di fatto in un referendum sul governo del Pasok e la sua politica. Nonostante l’intensa pressione propagandistica dei mass media a favore del governo, furono un’anticipazione delle successive politiche: non solo Pasok (-10 punti sul 2009) e ND persero voti, ma l’astensione complessiva toccò il 45% degli elettori, a cui si deve aggiungere un altro 10% di schede bianche e nulle. Nei distretti di Atene l’astensione superò mediamente il 60%, con un’elevata percentuale di schede non valide. A causa della forte astensione il voto per le formazioni di sinistra rispetto al 2009 crebbe ma relativamente poco, a livelli non diversi da quelli toccati in precedenti occasioni. Il fatto politicamente interessante è che nella regione dell’Attica Syriza, ovvero il Synaspismós, sostenne un parlamentare dissidente del Pasok, ottenendo il 6,2% dei voti, e che nello stesso tempo contro questa scelta era candidato Alekos Alavanos, l’ex presidente del Synaspismós e rappresentante di fatto di Syriza in parlamento, appoggiato dalle formazioni di sinistra del cartello elettorale.
Un aspetto qualitativamente nuovo dell’ondata di mobilitazioni tra il 25 maggio e la metà di luglio 2011 fu l’occupazione delle piazze delle principali città greche e la loro trasformazione in assemblee da parte di centinaia di migliaia di persone, innanzitutto di piazza Syntagma, su cui si apre il parlamento; alla fine di giugno venne proclamato uno sciopero generale di due giorni, durante il quale ebbero luogo violenti scontri di piazza.

All’ennesimo annuncio di nuove misure d’austerità il 6 settembre seguirono scioperi di categoria (come quelli che portarono al blocco dei traghetti per le isole e delle forniture di carburante) e lo sciopero generale del 5 ottobre; momenti culminanti di questa fase della lotta furono però lo sciopero generale di 48 ore del 19-20 ottobre 2011 e la contestazione del Presidente della repubblica durante le celebrazioni della festa nazionale il 28. Dopo due anni di depressione e austerità sembrava che il governo Papandreou fosse tornato, ma in peggio, al punto del governo Karamanlis.
È questo che spiega la demagogica trovata del Premier greco di tenere un referendum sull’accordo di «salvataggio». Formulata alla fine di ottobre, la trovata venne rimangiata a causa dell’opposizione interna al governo e della dura reazione della cancelliera tedesca e del presidente francese alla riunione del G20 il 3-4 novembre. Papandreou si dimise pochi giorni dopo, una delle «vittime» mietute dalla crisi economica all’interno delle caste politiche europee: a febbraio il Fianna Fail aveva perso le elezioni anticipate in Irlanda; a marzo si era dimesso il Primo ministro portoghese socialista Socrates; a luglio Zapatero aveva indetto le elezioni in Spagna, che avrebbe perso a novembre; il 16 novembre sarebbe toccato a Berlusconi cedere il posto al governo «tecnico» e bipartitico presieduto da Mario Monti; nell’aprile 2012 cadde il governo di Mark Rutte nei Paesi Bassi.
Si può dire che il tentativo di Papandreou di deviare la mobilitazione contro l’austerità in un canale istituzionale fosse l’ultima eco del populismo paterno; e poiché a proposito della crisi greca a volte si utilizza la nozione di bonapartismo, si deve dire che quello è stato l’unico e debole gesto con qualche aroma bonapartistico. Ma, a prescindere da ulteriori considerazioni, veniva da un uomo interno alla casta e già troppo screditato per poter figurare come soggetto al di sopra delle parti «salvatore della patria». Prontamente e ingenuamente ripresa da parte della sinistra italiana carente d’idee, la proposta era comunque troppo pericolosa: governi e mercati hanno bisogno di certezza e di decisioni rapide.
Dalla doppia sconfitta politica di Papandreou, da parte della tenace resistenza popolare all’austerità e per la perdita di credibilità rispetto a governi esteri e capitale internazionale, scaturì il governo di coalizione tra Pasok e Nea Dimokratia presieduto da Lucas Papademos, ex presidente della Banca centrale greca e vice presidente della Ecb, complice nelle manipolazioni che consentirono ai governi del Pasok presieduti dal corrotto Costas Simitis (1996-2004) di aver raggiunto i parametri finanziari per l’entrata nell’eurosistema.
Neanche il governo di coalizione ebbe pace: il 12 febbraio nuovo sciopero generale, con centinaia di migliaia di persone in piazza Syntagma e violenti scontri. Nel palazzo del Parlamento venivano approvati licenziamenti nel settore pubblico, la riduzione del salario minimo e delle pensioni; più di 40 deputati vennero espulsi dai gruppi parlamentari del Pasok e di ND per non aver votato le misure proposte dal governo.

Nella primavera del 2010 prendeva corpo la seconda fase della Grande recessione, apparentemente centrata sulla questione del debito pubblico degli Stati europei, fortemente cresciuto nel biennio precedente.
Diverse sono le finalità dell’intervento statale nelle due fasi: nel 2007-2009 si trattava di sbloccare i mercati finanziari riattivando il credito, salvare le banche «intossicate» dal precedente boom speculativo, impedire la deflazione da debiti e fermare una spirale depressiva. Nella seconda fase Banca centrale europea, Unione europea, Fondo monetario internazionale, e anche la Federal Reserve statunitense con le sue aperture di credito, sono intervenuti pesantemente ma con l’obiettivo di fermare la crisi delle banche «intossicate» questa volta dai titoli di Stati con elevato debito pubblico, che nel frattempo avevano acquistato servendosi con profitto delle iniezioni di liquidità, e di salvare l’unione monetaria europea, che potrebbe essere travolta dal nesso tra debito pubblico e crisi bancaria. Fatto è che mentre il debito pubblico cresceva proprio a causa delle operazioni precedenti e delle minori entrate a causa della recessione, nello stesso tempo il debito privato in percentuale del Pil in Europa (ma non negli Stati Uniti) continuava ad aumentare: per il 2009 di 7 punti in Francia e in Germania, di 17 punti in Spagna (nel 2007 al 317% del Pil, contro il 40% del debito pubblico); in Grecia il debito privato lordo era nel 2009 il 173% del Pil, quello pubblico il 115%, ma il 145% nel 2010; in Irlanda il debito totale era all’806%, di cui il 607% imputabile al debito del settore finanziario, interamente assorbito dallo Stato (6) .
In termini più generali, nella crisi del debito sovrano si esprimono gli squilibri strutturali interni all’eurozona e alla sua architettura istituzionale; ma essa è anche il modo attraverso il quale le classi dominanti europee fanno pagare la loro crisi economica ai lavoratori.
Nella seconda fase della Grande recessione le misure di politica economica hanno agito non per moderare la crisi ma invece come impulso all’ulteriore contrazione dell’occupazione e dell’investimento, nel caso della Grecia portandola in una situazione di depressione.
Non è affatto detto che gli obiettivi di salvare l’euro come moneta internazionale (ora più che mai meno solida del re dollaro) e di far ulteriormente arretrare i diritti sociali risultino coerenti.

(Continua nella seconda parte, che sarà pubblicata in data successiva)

Note

1) Nella prima metà degli anni Ottanta la spesa pubblica crebbe dal 31% al 43% del Pil, il deficit dal 6,5% all’11,5% del Pil, essenzialmente a causa dei consumi pubblici, mentre in proporzione l’investimento statale rimaneva stazionario. Nondimeno, la quota dei salari sul valore aggiunto crebbe fortemente nei dieci anni successivi alla caduta della dittatura, essenzialmente prima del governo del Pasok, mentre tra il 1984 e il 1993 cadde a un livello inferiore a quello del 1974, ad eccezione dell’anno elettorale 1989. Per la politica economica del Pasok, in particolare negli anni Novanta del XX secolo: «The Greek experiment with the third way», di Thanos Skouras, in The economics of the Third way. Experiences around the world, a cura di Philip Arestis  e Malcolm Sawyer, Edward Elgar, Chelenham (Uk)/Northampton (Usa); «The political economy of Social democratic policies: the Pasok experiment in Greece», di Dimitris Papadimitriou, in Social democracy in neoliberal times. The Left and economic policy since 1980, a cura di Andrew Glyn, Oxford University Press, Oxford 2001.
2) Come nel caso della Francia di Mitterand, l’abbandono del keynesismo della politica economica greca non è imputabile al vincolo estero: nella bilancia dei pagamenti il deficit commerciale era compensato dalle rimesse dall’estero e dai fondi europei (voci che negli anni Ottanta ammontavano all’8% del Pil) e da altre partite invisibili. Per una prospettiva storica sui governi del Pasok e la Grecia negli anni Ottanta: Michalis Spourdalakis, «The Greek experience», Socialist Register 1985/1986; James Petras,  «The contradictions of Greek socialism», New Left Review I/163, 1987.
3) Xristoforos Vernardakis, «From mass parties to cartel parties: the evolution of the structure of political parties in Greece through changes in their statutes and systems of financing», Working paper series on the legal regulation of political parties, n. 27, 2012.
La quota dei prestiti delle banche private nel finanziamento dei partiti varia molto di anno in anno: per il Pasok raggiunse il 55% nel 2000 e il 62,7% nel 2007; per ND fu il 43% nel 2004 e il 42% nel 2007; per il Kke fu mediamente di circa il 30% nel 1997-2002, poi declinando anche a 0; per il Synaspismós i massimi furono nel 2002, con il 26,8% e nel 2005 e 2006 con il 24,5%.
4) Intanto posso dire che al momento continua ad esistere una differenza qualitativa tra Syriza e i forchettoni rossi della sinistra italiana. Su questi rimando a I Forchettoni rossi. La sottocasta della «sinistra radicale», Massari editore, Bolsena 2007, a cura di Roberto Massari e, sull’istituzionalizzazione e il finanziamento pubblico, al mio saggio nel volume, «La politica come "professione"».
5) Sull’economia della Grecia si vedano di Nicos P. Mouzelis, «Capitalism and dictatorship in post-war Greece», New Left Review I/96, marzo-aprile 1976 e Modern Greece. Facets of underdevelopment, Macmillan, London 1978. Per i dati più recenti: Panayiotis P. Athanasoglou-Constantina Backinezos-Evangelia A. Georgiou, «Export performance, competitiveness and commodity composition», Bank of Greece, maggio 2010; Rania Antonopoulos-Dimitri Papadimitriou-Taun Toay, «Direct job creation for turbulent times in Greece», Observatory of economic and social developments, labour institute, Greek General Confederation of Labour, Annandale-on-Hudson, New York, novembre 2011; Stavros Katsios, «The shadow economy and corruption in Greece», South-Eastern Europe Journal of Economics, 1, 2006; National statistical service of Greece, Statistical yearbook of Greece, Pireas 2008; OECD Economic Surveys: Greece 2011; Glenda Quintini, Jobs for youth Greece, Ocse 2010.
6) Dati in Michel Aglietta, «European vortex», New Left Review n. II/ 75, 2012, pp. 17-18; al legame tra debito sovrano e banche è dedicato International Monetary Fund, Euro area policies, selected issues, 3 luglio 2012.

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RED UTOPIA ROJA - Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

(January 2010)

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad

(Enero de 2010)

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo.

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

(Gennaio 2010)

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

(Janvier 2010)

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

(Janeiro de 2010)