L'associazione Utopia Rossa lavora e lotta per l'unità dei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo in una nuova internazionale: la Quinta. Al suo interno convivono felicemente - con un progetto internazionalista e princìpi di etica politica - persone di provenienza marxista e libertaria, anarcocomunista, situazionista, femminista, trotskista, guevarista, leninista, credente e atea, oltre a liberi pensatori. Non succedeva dai tempi della Prima internazionale.

lunedì 13 agosto 2012

SIRIA II - UNA RESA DEI CONTI INTRAISLAMICA FRA SUNNITI E SCIITI, di Pier Francesco Zarcone

Leggere SIRIA I - RIFLESSIONI SULLA SIRIA (ALLO STATO DELLE COSE)

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La premessa
La Siria è ormai parte di un grande gioco imperialista che va oltre il problema del regime dittatoriale degli Assad e di un potere interno occupato da minoranze religiose. In questo gioco internazionale sono soggetti attivi elementi fondamentali dell’Islamismo maggioritario sunnita, che operano nel quadro di una mai interrotta guerra all’Islamismo sciita. Quest’ultimo aveva ripreso una politica di riscossa dopo la rivoluzione khomeinista in Iran. L’intento sunnita – con azioni anche sanguinose  dall’Iraq alla Siria, dal Qatar all’Arabia Saudita e al Bahrain, dall’Afghanistan al Pakistan – è palesemente di riassoggettare (eliminare sarebbe il massimo) le componenti sciite fuori dall’Iran privandole della possibilità di essere soggetti attivi, e quindi di ridurre lo Sciismo a mero fenomeno iraniano stante l’estrema difficoltà di sradicarlo da quel paese.

Purtroppo si deve lamentare ancora una volta l’inadeguatezza informativa dei media italiani, proni alla propaganda statunitense, di modo che il lettore medio capisce poco o niente degli avvenimenti in atto. L’esempio tipico è dato dal modo di presentare l’integralismo islamico: di esso non si capisce mai la matrice ideologico/religiosa e inoltre gli allarmi che suscita lasciano sempre indenne l’Arabia Saudita (a tutt’oggi coccolata dagli Usa), proprio il paese che finanzia e appoggia l’integralismo, pur giocando col fuoco, giacché la cosa prima o poi si ritorcerà contro la monarchia dei Saud. Circa la matrice ideologico/religiosa dell’integralismo islamico non capita quasi mai di vedere sottolineato il suo sunnismo originario o, se lo si dice, si glissa subito. È facile e comodo fare di ogni erba un fascio, ma allora si ha propaganda politica e/o bellica, non informazione, e proprio sulla scia di questa facilità è diventato “normale” assimilare anche l’Iran alla realtà dell’integralismo islamico. Errore pratico e teorico.
Una attenta statistica mostrerebbe innanzi tutto che la prassi terrorista e sanguinaria dell’integralismo islamico appartiene al 99,9% al gruppi sunniti, e non a quelli sciiti. A meno che non si voglia considerare terrorismo l’azione militare dell’Hezbollah libanese contro l’entità sionista israeliana, negandole il carattere di lotta di liberazione e difesa. Quando si parla degli attentati in Iraq in genere non si specifica che i massacratori sono gruppi sunniti e le vittime sono sciite; e lo stesso dicasi per i similari casi in Pakistan. Infine la lotta di liberazione degli Sciiti del Qatar e dell’Arabia Saudita viene ridotta a questione politica debordata in questione di ordine pubblico, e il naturale appoggio di Hezbollah al regime di Assad appare più come espressione di comune malvagità che non di coesione di fronte a un nemico mortale comune.
Sul piano teorico si evita di evidenziare aspetti importanti che differenziano una società sciita dal modello perseguito invece dagli estremisti sunniti. Il tutto potrebbe ridursi alla frase “gli sciiti e i talibani o i salafiti non sono la stessa cosa”, ma non basterebbe; non si trascuri di comparare le diversità in campo. La rivoluzione iraniana ha creato un assetto statale in buona parte improntato all’esperienza costituzionale dell’Occidente, addirittura con una Costituzione che proclama la sovranità popolare (seppure coniugandola con la cornice islamica), elezioni, previsione di diritti per le minoranze, e quant’altro. Importante il fatto che nelle Università la presenza femminile è maggiore di quella maschile, mentre l’integralismo sunnita non manderebbe nemmeno alle elementari le bambine.
Sugli aspetti per noi negativi si potrebbe scrivere un libro, ma è pur vero che dallo Sciismo provengono tentativi di costituire una società islamica dei secoli XX e XXI, mentre l’integralismo sunnita vorrebbe riportare tutto al suo modo di intendere i primordi dell’Islam; modo che la storia di quel periodo smentisce globalmente svelando per quello che è la truffa integralista: trasformazione in mito di un passato mai esistito. Ma questa invenzione la si vuole realizzare con qualsiasi mezzo contro chiunque, oppositori islamici compresi, i quali, se visti come apostati, possono essere ammazzati a cuor leggero. Il poco promettente motto che circola oggi nelle zone siriane in mano ai “liberatori” anti-Assad – “gli Alauiti nella bara e i Cristiani a Beirut” – è sunnita, e non c’è l’inverso di matrice sciita.


Lo Sciismo in estremissima sintesi
Di fronte al fenomeno Islam l’uomo medio è culturalmente disarmato, poiché la scuola al riguardo gli dà assai poco e l’informazione dominante privilegia stereotipi e banalità. Non che sull’altro fronte la situazione sia migliore: e se da noi emerge sempre l’immagine del Moro con la scimitarra in mano, sensuale e saccheggiatore, sul versante musulmano è diffusa l’immagine del Crociato assetato di sangue e di donne islamiche, magari modernizzata nella versione del colonialista avido e oppressore.
In questa generale scarsa conoscenza di un mondo di cui si ha paura spicca la totale ignoranza dello Sciismo, fin dai primordi componente minoritaria dell’Islam; minoritaria ma importantissima. Storicamente i contatti con lo Sciismo – anche come nemico musulmano - si sono interrotti abbastanza presto.  Il califfato fatimida (sciita) che aveva dominato gran parte del Nordafrica (Egitto compreso), la Sicilia e la Grande Siria finì con l’avvento di Saladino. Poi lo scontro è avvenuto con i Sunniti, che nell’Impero ottomano trovarono il maggior baluardo offensivo e difensivo. Lo Sciismo è poco conosciuto anche nel resto dell’Occidente, seppure nei paesi di lingua francese la monumentale opera di Henry Corbin abbia cercato di colmare la lacuna. La grande importanza dianzi attribuita allo Sciismo è motivabile molto semplicemente. Se oggi gli storici parlano della grande civiltà islamica fiorita durante il Medio Evo europeo lo si deve essenzialmente ad alcuni fattori: la liberale civiltà musulmana della penisola iberica originata con il califfato omayyade di Córdoba, e poi proseguita dai regni islamici nati dalla sua disgregazione; il primo periodo del califfato abasside di Baghdad, prima cioè che l’intolleranza sunnita vi facesse cadere una cappa di mortifero totalitarismo culturale; la produzione teosofica e filosofica degli Sciiti.  
Nata dai contrasti in ordine ai diritti di ‘Alī, genero del profeta Muhāmmad, a succedergli quale Califfo a capo della comunità islamica (addirittura c’è stata l’accusa dei seguaci di ‘Alī ai Sunniti di aver soppresso passaggi del Corano attestanti la primazia di ‘Alī), la divaricazione fra Sunniti (da sunnah, tradizione) e Sciiti (da shi’ia, partito, di ‘Alī) si è progressivamente trasformata da politica in conflitto anche religioso, a motivo della formazione di una teologia sciita a sé stante, in cui è parte fondamentale l’elaborazione della figura dell’Imām in termini metafisici – nello Sciismo prende il posto del Califfo, ma con grande pregnanza esoterica. Se si volesse fare uno stravagante parallelo con il mondo cristiano – pur con tutte le possibili stravaganze, insufficienze ed erroneità dell’iniziativa – si potrebbe azzardare un l’accostamento da un lato fra i Sunniti e il Cristianesimo europeo occidentale (Cattolici e Protestanti), e da un altro lato fra Sciiti e Ortodossi. Ma questo serve solo a intenderci in linea di massima.
Per l’approfondimento di come si siano diversificate, e diventate nemiche, due realtà entrambe nate dall’Islam originario, esiste una vasta bibliografia[1], utilissima per capire le diverse mentalità di esse, ed è meglio farvi riferimento giacché addentrarsi nei meandri della teologia islamica esula dai nostri fini specifici. Qui possiamo contentarci del prendere atto che sia gli Sciiti sia i Sunniti si considerano incarnazione del vero Islam e vedono nella rispettiva controparte il radicamento dell’eresia.
Non tutte le eresie sono però uguali sul piano delle potenzialità. Per capire perché gli Sciiti siano stati sempre perseguitati dal potere sunnita e dalle masse fanatiche da esso mobilitate, bisogna guardare all’insieme della storia sciita, e non polarizzarsi su forme e modalità assunte dallo Sciismo iraniano dopo che – nel sec. XVIII – con la vittoria delle dinastia dei Savafidi diventò in Iran una specie di Chiesa di Stato, con l’egemonia di ayatollah e mullah diventati un corpo parasacerdotale. Rispetto al Sunnismo, lo Sciismo – nelle sue varie componenti ideologiche – ha operato come portatore di una carica non legalista, spiritualista, ricercatrice dei significati profetici e spirituali nel Corano, originando il fenomeno del Sufismo (penetrato anche in certi settori del Sunnismo) con i suoi caratteri eclettici e anche libertari sul piano spirituale. Non a caso l’eresia ultraspiritualista dei Bahai è nata in ambiente sciita iraniano.  
In aggiunta a questa pericolosità ne sono esistite altre due, non del tutto venute meno: le tendenze – anomale per i Sunniti – alla radicalità sociale e all’autorganizzazione anche sotto un potere non sciita e nemico. Significativo il fatto che i Sultani ottomani (che erano anche Califfi) dovettero dare luogo a vaste campagne militari per sottomettere nei loro territori gli Sciiti (i cosiddetti “berretti rossi”).

I frutti dell’imperialismo franco/britannico e la riscossa sciita

Dopo la Grande Guerra, con l’occupazione e la divisione imperialista dei territori arabi appartenuti all’Impero ottomano i dominatori autoctoni – sia pure subordinati alle potenze occidentali – furono Sunniti, anche dove gli Sciiti erano maggioranza, come in Iraq e nel Qatar. In Libano i Francesi si comportarono come se questi fastidiosi eretici musulmani non esistessero. Nell’immaginario collettivo, non solo degli occidentali, lo Sciismo appariva un fenomeno iraniano, quindi periferico e trascurabile. E nulla mutò fino alla rivoluzione khomeinista. Lo spartiacque nella storia dello Sciismo contemporaneo sta lì. In Iran gli Sciiti (non solo loro a dire il vero, ma questo ha finito col diventare trascurabile) hanno abbattuto un regime occidentalizzato e costruito il loro Stato islamico: criticabile dal punto di vista sunnita, ma comunque nel panorama mondiale era sorta la Repubblica Islamica dell’Iran. E se ce l’avevano fatta gli Sciiti …
Parallelamente si svilupparono due fenomeni destinati a scontrarsi: l’espansionismo ideologico iraniano verso le aree del mondo arabo occupate da Sciiti e il rinvigorirsi dell’estremismo sunnita grazie anche allo sconsiderato appoggio fornitogli dagli Usa in funzione antisovietica in Afghanistan.
Il primo fenomeno non poteva non preoccupare i governi sunniti del Vicino Oriente, giacché era cominciato con la contestazione della custodia dei luoghi santi dell’Islam tenuta dai Saud, sunniti estremisti in quanto wahabiti. E che gli Sciiti arabi non fossero più dormienti lo aveva dimostrato in Libano  – con le armi e con l’organizzazione sociale – il movimento sciita Amal di Nabih Berry, a cui poi avrebbe fatto seguito, più poderosamente, l’Hezbollah. In concreto per l’Iran si apriva una potenziale e vasta area suscettibile di esserne influenzata (vedi mappa).


In questo contesto diventava strategica per la riscossa sciita la Siria: per quanto a governo laico (il Natale, per esempio, è festa nazionale) è un paese gestito dagli Alauiti ovvero – senza tanto entrare nel dettaglio teologico – da una minoranza, in precedenza perseguitata, suscettibile di essere considerata un ramo eterodosso dello Sciismo. E difatti il regime siriano ha poi fatto carte false per ottenere da Teheran la “patente” ufficiale di Sciismo.  
Per i governi arabi, e in particolare per quelli del Golfo Persico, da subito la rivoluzione iraniana – al di là di ogni plauso di facciata – fu considerata un pericolo, in termini sia religiosi sia politici, e questo sentimento si è espresso nel rilevante appoggio saudita dato all’Iraq di Saddam Hussein nella guerra contro l’Iran, pur essendo il regime di Baghdad un nemico altrettanto palese. Per quanto l’esito di quella guerra possa essere visto in base alla metafora della bottiglia per metà vuota ma per metà piena, sta di fatto che il regime di Khomeini non era affatto caduto, e per i regimi sunniti era questo a contare, al di là delle fanfaluche propagandistiche. In più il libanese Hezbollah si sarebbe poi aureolato di gloria nello scontro militare con l’entità sionista. Mentre restavano una bomba a tempo le vessate  minoranze sciite del Bahrain, del Qatar e anche dell’Arabia Saudita (lì, ahimè, concentrate proprio nelle maggiori zone petrolifere). Nel contesto in tal modo costituitosi diventava quindi essenziale intervenire per l’indebolimento dell’asse Teheran-Damasco, vitale per entrambi i paesi in causa.
Come al solito, si è intervenuti (o è stato possibile farlo) sul partner più debole: la Siria, oltre tutto colpevole di essersi alleata con l’Hezbollah. Per conseguenza, l’egemonia siriana sul Libano, tanto apprezzata in precedenza quando c’era da far finire la guerra civile libanese - ormai incancrenita senza vincitori, e di ostacolo ai lucrosi investimenti per la ricostruzione - diventava all’improvviso da demonizzare, nonché causa di tutti i mali libanesi. Visto l’andazzo, e l’assenza di risultati ottenuti, il vecchio Hafez al-Assad avrebbe fatto meglio a salvarsi l’anima e non dare alcun appoggio alla coalizione che scatenò la Prima guerra del Golfo. Poi – e all’improvviso; cioè in assenza di significativi mutamenti nella situazione siriana che lo facessero presagire – si sono sviluppate manifestazioni di piazza con iniziali e ineccepibili rivendicazioni di stampo democratico a cui il regime ha dato un’autolesionista e spropositata risposta armata. Quando erano iniziate le manifestazioni il regime siriano – al momento con una forza ancora intatta – avrebbe potuto giocare le carte della politica, tra cui quella della divisione del fronte avverso. Non avendolo fatto, ora parliamo di uno scenario diverso da quello che purtroppo si sarebbe potuto avere.    

I Sunniti giocano a carte scoperte
Un passo biblico nella versione latina dice “Quos Deus perdere vult eos dementat”. Probabilmente Dio vuole perdere quanti fanno finta di non vedere in ordine alla rivolta siriana. Eppure anche aderenti a essa dimostrano di avere ben chiaro il pericolo che li accompagna. Prendiamo un personaggio fino a ieri ignoto, e oggi ricercato da molti media occidentali: il giovane generale Manaf Tlass, bello, colto, playboy affermato, esponente della ricca burgoisie dorée di Damasco fino a ieri integrata nel regime, e oggi il più alto in grado fra i disertori dell’Esercito Siriano. Nella loro sindrome di semplificazione varie testate lo presentano come il potenziale nuovo uomo forte della Siria dopo l’eventuale caduta di Assad. La cosa non è certa alla luce sia in base alle caratteristiche e alle origini del personaggio (mai dire mai, tuttavia), sia per certe sue dichiarazioni. Quando proclama (giustamente) la necessità di una soluzione della crisi tale da garantire da divisioni e lotte settarie, egli esprime un auspicio nato da una preoccupazione concreta. D’altro canto Tlass non può non sapere che nell’autoproclamatosi Esercito Siriano Libero i disertori sunniti dell’esercito regolare sono solo una componente, con tutta probabilità non maggioritaria, e che il resto è fatto da jihadisti siriani e mercenari musulmani (si dice legati alla rete di al-Qaida) finanziati da Arabia Saudita, Qatar e Usa, con basi in Turchia e addestramento della Cia. Su questa base non pare proprio che la situazione si stia evolvendo in modo da dissipare quei timori.
E poi ci sono le esternazioni di membri jihadisti della rivolta, che potrebbero essere raggruppate sotto il titolo “Alla faccia della chiarezza!”. Fulgido esempio ne è quanto dichiarato di recente al giornale libanese L’Orient le Jour dal salafita Muhāmmad Sensaui, il quale al posto di frontiera di Bab al-Hawa, tra Siria e Turchia ha espresso in termini inequivocabili il progetto per cui combatte: «Noi faremo uno Stato islamico fino al Libano, dove ci sono puttane e casinò».
Del pari l’ex dentista Muhāmmad Firas, convertitosi in capo di un gruppo di miliziani di Allah, ha detto francamente quel che tutti sanno e tutti temono: «Si vedrà dopo la caduta del regime chi è il più forte sul terreno e chi potrà governare il paese». Traduzione libera: la lotta per il potere sarà sanguinosa e prevarranno le armi. Speriamo che abbia ragione Hassan Abu Haniyeh, esperto giordano di gruppi islamisti, secondo il quale l’attuale apporto militare dei jihadisti avrebbe carattere secondario; e speriamo che poi continui così. Ma sta di fatto che i mezzi d’informazione non-italiani sottolineano il costante afflusso di estremisti islamici da Kuwait, Qatar, Libia, Arabia Saudita, e addirittura da Gran Bretagna, Belgio e Stati Uniti.

Come fa il regime di Assad a resistere ancora
Nel precedente articolo sulla Siria si accennava al fatto che una parte della borghesia sunnita ancora sostiene il regime. Esso perde pezzi singoli (da ultimo nientemeno che un Primo Ministro, Riad Hijab), ma le diserzioni individuali, di civili come di militari, sono solo relativamente pericolose, al contrario di quanto accadrebbe con le defezioni di intere unità, che porterebbero dalla parte degli insorti armamenti e catene di comando. Finora non ci sono state defezioni di particolare entità da parte delle Forze Armate, in cui sono presenti anche militari di origine sunnita. Che lo zoccolo duro delle Forze Armate sia fatto da Alauiti è fuori discussione, ma è pur vero che 2/3 degli ufficiali sotto il grado di colonnello non lo sono, e finché il 20-30% di questi ultimi resterà fedele, le Forze Armate saranno in grado di funzionare. A tutt’oggi Assad può contare – oltre che sulle fedelissime forze d’èlite – Guardia Repubblicana e Quarta Divisione Blindata – su un esercito regolare maggioritariamente non alauita, sui servizi di sicurezza e sull’alta gerarchia militare.
Il fatto (già accennato nel precedente articolo) dell’essersi progressivamente trasformato il conflitto interno siriano in lotta soprattutto di tipo religioso, secondo Aram Nerguizian, analista dello statunitense Strategic and International Studies, potrebbe anche costituire un elemento di forza per Assad, ma nei limiti in cui egli riesca a porsi politicamente in maniera tale da non alienarsi definitivamente la componente maggioritaria della popolazione; altrimenti diverrebbe fonte di debolezza.

Teheran è nel mirino, e per questo deve mantenere l’appoggio ad al-Assad
Per Teheran non solo è di primario interesse strategico il mantenimento dell’attuale regime siriano, ma è di interesse tattico che la sua resistenza non venga meno prima delle nuove elezioni presidenziali statunitensi. Il perché è semplice: se ci sarà un attacco aereo israeliano contro le installazioni nucleari iraniane esso avverrà prima di quella data, giacché obiettivo del governo di Netaniahu è che Obama non venga rieletto, e tutti sono convinti che l’intervento armato dell’entità sionista sarebbe un colpo assai duro per l’attuale politica di Washington e potrebbe ridare forza e vigore alla destra statunitense. Ovviamente se questo attacco avvenisse dopo un cambio di regime a Damasco, o in contemporanea con ciò, anche Teheran ne riceverebbe un colpo durissimo. A ciò si aggiunga che vi sono apprendisti stregoni sionisti, con appoggio a Washington, che sperano in una risposta iraniana così forte contro Israele da costringere gli Stati Uniti a intervenire militarmente: cioè nella guerra fra Usa e Iran. 
Poiché il tempo non scorre a favore dell’asse sciita, ecco che l’Iran lo scorso 9 agosto ha ospitato a Teheran una riunione internazionale sulla crisi siriana, presieduta dal Ministro degli Esteri Ali Akbar Salehi, a cui hanno partecipato rappresentanti di 29 paesi e degli organismi Onu esistenti nel paese. Si tratta degli Stati che non appoggiano i ribelli: Afghanistan, Algeria, Armenia, Bielorussia, Benin, Cina, Cuba, Ecuador, Georgia, India, Indonesia, Iran, Iraq, Kazakistan, Kirghisistan, Maldive, Nicaragua, Oman, Pakistan, Russia, Sri Lanka, Sudan, Tagikistan, Tunisia, Turkmenistan, Venezuela e Zimbabwe.
Il Ministro iraniano Salehi dopo l’incontro collettivo ha invitato governo e ribelli siriani a un colloquio da tenersi in Iran, e alcune organizzazioni dei ribelli hanno già dichiarato la propria volontà di prendervi parte. Inoltre l’Iran ha proposto una tregua nei combattimenti dopo la fine del Ramadan, vale a dire dal 19 agosto, per la creazione di un clima più favorevole a colloqui fra le parti L’Iran, quindi, sta dando vita a una manovra diplomatica a vasto raggio per una soluzione della crisi siriana non devastante nell’area del Vicino Oriente e riaffermare il proprio ruolo in questo scacchiere. Ci riuscirà?
Intanto si stanno alterando le relazioni con la Turchia da parte dell’Iran, innanzi tutto: il Capo di Stato Maggiore iraniano Hassan Firouzabadi ha formalmente accusato Ankara di incoraggiare il bagno di sangue in Siria fornendo armi ai ribelli, avvertendo che dopo la Siria l’estremismo (indoviniamo quale?) potrebbe rivolgersi contro la Turchia. Ankara ha reagito, Teheran ha sospeso l'esenzione dei visti per i cittadini turchi. Ma dulcis in fundo il governo di Baghdad, a guida sciita, ha annunciato una rivalutazione delle relazioni con la Turchia.

[1] Qui ne ricordiamo solo due: P.F. Zarcone, Islam, Quaderni di Utopia Rossa, Massari Editore, Bolsena 2009, e Leonardo Capezzone-Marco Salati, L'Islam sciita. Storia di una minoranza, Edizioni Lavoro, Roma 2006).

 ENGLISH 
SYRIA II -SUNNITES AND SHIITES ARE RENDERING THEIR ACCOUNTS, by Pier Francesco Zarcone
(English translation by the Author)

Preliminary remarks
Actually Syria is an  important part of a great imperialist game, which goes beyond the problem of Bashar al-Assad’s dictatorship supported by religious minorities. Active subjects in this game are fundamental members of the Sunnite Islamic majority. They carry on an uninterrupted war against the Shiite Islamism. After a long time this Islamic minority (10-12%) began again a strategy of counter-attacks after the Khomeinist revolution in Iran, and now the Sunnite intentions aim at subjugating again the Shiite communities out of Iran (to eliminate them would be the best), if necessary through bloody actions from Iraq to Syria, from Qatar do Saudi Arabia and Bahrain, from Afghanistan to Pakistan. In this manner Shiism would be a purely Iranian phenomenon (it is almost impossible to extirpate it from Iran).

Once more, unfortunately, we must regret the inadequacy of the information provided by the whole of Italian mass-media, excessively prone to United States propaganda; so that a common reader understands next to nothing about the present events in the Islamic world. We find a typical example in the manner of representing the Islamic radicalism: it is always impossible to understand its ideological and religious dimension; moreover we notice that if the public opinion is kept on the alert (being really dangerous this form of radicalism), never in the alarm it is underlined the role of Saudi Arabia. Nevertheless this country (but it’s allied of the United States) is the most important financing and supporter of the Islamic radicalism.  A very dangerous game, because sooner or later the “monster” will turn its actions against the Saudi monarchy; but it will be another history .
When also important media spoke about the Islamic radicalism hardly ever they underline its Sunnite ideological and religious roots; and in the exceptional contrary cases this reality is only mentioned. It is easy to saw the tares with the wheat, but in this manner we have only political propaganda, not information: so that it became “normal” to present Iran as part of the Islamic radicalism. A practical and theoretical great error.
Statistics show that the sanguinary terroristic praxis of the Islamic radicalism is of Sunnites groups (99,9% ), and not Shiites. Unless we consider terrorism the military action of Hezbollah against the Zionist entity, not considering the character of liberation and defensive struggle. Appearing news about attempts in Iraq or Pakistan generally it is not stressed that the slaughterers are Sunnite groups and the victims are Shiites. The liberation struggle of the Shiites in Bahrain and Saudi Arabia becomes a political problem changed into matter of public order, and the obvious Hezbollah’s support to al-Assad appears expression of a shared evil, and not cohesion against a common and deadly enemy.
On the theoretic plane the media avoid to underline the important aspect distinguishing a Shiite society from the typical models wanted by the radical Sunnites. We could cut down the description saying “Shiites and Talibans or Salafis are not the same thing”, but it would not be sufficient. Obviously, nobody of us would like to live in Teheran o Baghdad to-day, but on the other side we must consider the differences with the Taliban Kabul, for example. The Iranian revolution created an Islamic Republic based on the western constitutionalism, and really its Costitution proclames the popular sovereignty (although under the superiority of the Islamic religion); besides in Iran we have elections, juridical protection of minority rights and so on. It is important that are studying  in the Iranian University more women than men (on the contrary under the Sunnite radicalism not even little girls would go to school. Too easy to write e book on the negative elements of such a society, but it is true that Shiism is engaged in the effort to build an Islamic society for the XXI century, and the Sunnite radicalism has the purpose of moulding every Islamic society according to it vision of the first Islamic centuries. It is possible to add that this particular vision of a return to the past is a nasty trick, because the historical studies on that period disclose a past completely different: so that we find the myth of a never existed past. Unfortunately the radical groups want to realize this invention by all means, also against Muslim opponents: they are considered apostates and may be killed light-heartedly. The sinister slogan to-day recurring in the Syrian territories occupied by the “freedom fighters” against al-Assad – “the Alawites to the coffin, and the Christians to Beirut” – is Sunnite, but an inverse one on the Shiite side does not exist.

Shiism extremely synthetized
In front of Islam common people in Europe are rather culturally disarmed, because at school do not learn anything useful, and in the predominant information stereotyped images and banalities are privileged. On the other side the situation is not better: if in the centre of western fantasies there is the image of a Moore with a scimitar in his hand, sensual and pillager, on the Muslim side a Crusader eager for gain, blood and Islamic women or the more modern version of an exploiting colonialist are the ordinary images.


In a situation of general poor knowledge about Islamism the ignorance concerning the Shiism (from the origins a very important Islamic minority) is total. Europe had few possibilities to know this peculiar muslim enemy in the Middle Age. In fact, the great Fatimid caliphate (Shiite), dominator in a part of Northern Africa (with Egypt), in Sicily and Syria, ended when the famous Salah ad-Din took the power. Afterwards the hostilities went on between European and Sunnites only (the Ottoman Empire was the stronger Sunnite offensive and defensive bulwark. In the French speaking countries the monumental work by Henry Corbin gave the possibility of a deeper knowledge of this Islamic component. Simply are the reasons why Shiism is worth of a great consideration. If to-day we can speak about the magnificent Islamic civilization of the Middle Age, it is due to three factors: 1° the liberal Muslim civilization flourished in the Iberian peninsula, from the Umayyad caliphate of Córdoba to the last Islamic kingdoms born from the breaking up of that caliphate; 2° the caliphate of Damask and the initial period of the Abbasid caliphate of Baghdad - that is before the Sunnite intolerance introduced a lethal cultural totalitarianism into the Islamic societies; 3° the theosophical and philosophic production of the Shiism.    
The opposition between the Sunnites (from sunnah, tradition) and the Shiites (from shi’ia, party - obviously of ‘Alī) was born from the dissidence in order to the rights of ‘Alī (son-in-law of Muhāmmad) to succeed the Prophet as Caliph, that is guide of the Islamic community (the followers of ‘Alī indicted the Sunnites to have suppressed parts of Koran testifying the primacy of ‘Alī).  The controverse - born as political struggle - became progressively also religious because of the development of an autonomous Shiite theology, whose fundamental centre is the metaphysical and esoteric figure of Imām (in the Shiism tooke the place of the Caliph). If we would realize a queer parallel with the Christian world (surely insufficient and wrong) we could put side by side Sunnites and Western Christians (Catholics and Protestants) on one hand; Shiites and Eastern Christians on the other hand.
To go into the theological labyrinth of the Islamic theology is out of our aims, and in any case an enormous library exists for understanding how and when two realities, both born from the primary Islam, became different and enemies. Here it is sufficient to have clear that either the Shiites or the Sunnites consider themselves incarnation of the true Islam and their counterpart are expression of heresy.
But the heresies are not potentially equals. In order to understand why the Shiites have been always  persecuted by the Sunnite powers helped by fanaticized masses, it is necessary to look at the whole Shiite history, ad not only at the Iranian Shiism from the 18th century. In that period, after the victory of the Safavid dynasty the Shiism became a sort of “State Church”, ayatollāh and mullāh became a sort of priestly order. Along the time the Shiism (and not the Sunnism) has been animated by a non-legalistic and spiritualist charge, acting in consequence; besides looked for the prophetic and spiritual senses hidden in the Koran, gave life to the Sufism (afterwards influenced also Sunnite sectors), eclectic and spiritually libertarian. It is not accidental that the extremely spiritualist Bahai heresy was born in Shiite Iranian milieu.  
In addition, we find two other dangerous elements – not existing in the Sunnites societies: a disposition to social radicalism and the defence of a self-organization also under a not Shiite and enemy power.  It is meaningful that the Ottoman Sultans (they were Caliphs as well) were obliged to resort to many military campaigns for subjecting the Shiites (the so-called Qizilbashis, or Red Caps) in their territories.

The consequences of French and Britain imperialism and the Shiite counter-attack
After the Great War the imperialist occupation and the division of the Arabic territories belonged to the Ottoman empire used local Sunnites dominators - even though subordinated to the western powers - also where existed Shiite majorities, as in Iraq and Bahrain. In Lebanon the French power acted as if these troublesome Moslem heretics didn't exist. In the collective imaginary, not only in Europe, the Shiism appeared an Iranian phenomenon, therefore peripheral and negligible.
Nothing changed till the Khomeinist revolution. The watershed in the history of the contemporary Shiism is there. In Iran the Shiites (not only by themselves, to say the truth but, considering the outcome, it becomes negligible) overthrew a westernized regime and built their Islamic State: a criticizable State from a Sunnite point of view, but in any case an Iranian Republic had been created among the other nations. And if such a result were been realized by the Shiites… 
In parallel two phenomenons developed, and they were destined to encounter themselves strongly: the Iranian ideological expansionism toward the areas of the Arabic world occupied by Shiites, and the new force gained by the Sunnite extremism, also by the grace of the inconsiderate support furnished by Usa for the struggle in Afghanistan against Urss. 
The first phenomenon necessarily worried the Sunnites governments of the Near East, because one of its first manifestation was since starts with the confrontation about holy places of the Islam guardianship’s held by the Sauds, radical Sunnites as Wahabis. And in Lebanon the Shiite movement Amal guided by Nabih Berry – using weapons and social organization - showed the existence of Shiite Arabs no more sleeperers; afterwards it was the turn of the Hezbollah, more mightily. In concrete Iran found opened many possibilities of influences in a vast area. In such a context for the Shiite counter-attack it became strategic to form an alliance with Syria, in spite of her secular government (Christmas, for example, is a Syrian national festivity) held by Alawis, a religious minority, in precedence persecuted and  - without entering in complexes theological details - susceptible to be considered a heterodox branch of the Shiism. And in fact the Syrian regime made  all the possible to get from Teheran the official "patent" of Shiism.    
The Arabic governments (particularly those in the Persian Gulf), beyond every formal applause, immediately considered a danger the Iranian revolution; a danger in terms both religious both political, and this feeling was expressed by the remarkable Saudi support to Saddam Hussein in the war against Iran, in spite of being the regime of Baghdad a clear enemy also for the Saudi monarchy. That war had a result that can be seen according to the metaphoric bottle half empty but half full:  Khomeini’s regime still existed, and beyond every propagandist nonsense it was the important thing for the Sunnite regimes. Moreover the Lebanese Hezbollah afterwards would be circumfused with of military glory struggling against the Zionist entity. Besides, a time bomb were the oppressed Shiite minorities in the Bahrain and even in the Saudi Arabia (where the Shiites are concentrated just in the most important oil zones). In this global situation it became essential to weaken the Teheran-Damask axe, vital for both the countries in cause. 
As usual, the aim has been the weakest partner: Syria, after all guilty to be allied with the Hezbollah. Consequently, the Syrian hegemony in Lebanon - so much appreciated in precedence, when the important thing was to end the Lebanese civil war (a civil war lasting without winners, and obstacle to the lucrative investments for the country’s reconstruction) – suddenly became worth to be demonized and considered the real cause of all Lebanese troubles. If we look at the results, it is possible to say that the old Hafez al-Assad would have done better to save his soul and not to give any support to the western coalition in the first war against Saddam Hussein.
In Syria – suddenly and in absence of any meaningful change in the local political situation -  demonstrations of plaza are developed with initial and unexceptionable claims of die democrat to which the regime has given a violent and self-defeating answer. At the beginning of the demonstrations the Syrian regime – still having at the moment an intact strength - would have been able to play the papers of the politics, and first of all to cause divisions inside the adverse front. Not having done, now we have to speak about a different scenery.       

The Sunnites act above board
A biblical verse says in the Latin version "Quos Deus perdere vult eos dementat". Probably God wants to lose everyone wants not to see in order to the Syrian revolt. Also adherents to it now show to have well clear the danger accompanying them. Let us take a man in precedence unknown, but to day sought by many western media: the young general Manaf Tlass, beautiful, cultured, affirmed playboy, exponent of the rich burgoisie dorée of Damask, up to yesterday integrated in the regime, and today the tallest in degree among the deserters of the Syrian Army. In a typical journalistic syndrome of simplification various headings introduce him as the potential new strong man of Syria, after the possible fall of al-Assad. It is not sure, just in the light of the characteristics and origins of this man (but never say never), and of certain his declarations whose objective character is beyond any doubt. Speaking Tlass about the necessity to solve the Syrian crisis with guarantees against divisions and sectarian struggles, he expresses an auspice born by a concrete worry, considering the situation on the field. In any case Tlass necessarily knows that in the self-named Free Syrian Army the deserters (Sunnites) of the regular Army are only a component in the whole, and in all probability not the majority, being the rest made of Syrian jihadists and Moslem mercenaries (eventually tied up to the franchising of al-Qaida),  financed by Saudi Arabia, Qatar and Usa, with bases in Turkey and training organized by the Cia. Son that the situation do  not appear capable to dissipate the fears of Tlass.  
And last but non least we have the declarations of jihadists part in the revolt, that could be gathered under the title "This is clarity! ". Radiant example is what recently declared to the Lebanese newspaper “L’Orient Le Jour” by the Salafi Muhāmmad Sensaui; this man at the frontier place of Bab al-Hawa, between Syria and Turkey, expressed unequivocally the project for which he fights: "We will make an Islamic State up to Lebanon, where are bitches and casinos". 
Of the peer the ex dentist Muhammad Firas, converted him in head of a group of militiamen of Allah, you/he/she has frankly said that that all know and all fear: "You will see after the fall of the regime who is the strongest on the ground and who can govern the country". Free translation: the struggle for the power will be bloody and they will prevail the weapons". we Hope that is right Hassan Abu Haniyeh, Jordan expert of Islamic groups according to which the actual one brings military of the jihadists would have secondary character; and we hope that then continuous this way. But it is sure what the non Italian mass-media underline the constant influx of Islamic extremists from KuwaitQatarLibyaSaudi Arabia, and even from Great BritainBelgium and United States.  

How it is possible the actual Syrian Government resistance
In the precedent article on Syria we remembered that a part of the Sunnite middle class still sustains the regime, in spite of this one is losing single “pieces” (recently  nothing less than that a Prime Minister, Riad Hijab). But individual desertions, of civilians as of soldiers, are only relatively dangerous; the contrary would be in case of desertions of whole unities of the Army, that would bring to the rebels armaments and chains of command. Till now no defection of particular entity from the Armed happened, and in the Army many militaries of Sunnite origin acts. The Alawites are surely the hard core in the Army, but not 2/3 of the officers. In any case until the 20-30% of the no Alawites officers will stay faithful, the Syrian Armed will be able to struggle. Actually al-Assad can trust the elite forces - Republican Guard and Fourth Armoured Division – and a regular Army in majority not Alawi, the intelligence services and the high military hierarchy. 
As already mentioned in the precedent article, the Syrian conflict progressively turned into religious and ethnic struggle type, but according to Aram Nerguizian, analyst in the American "Strategic and International Studies" of the United States, this change  could also constitute a positive element for Assad. Naturally in the limits of Assad’s capacity to not turn against him definitely the majority of Syrian population; otherwise the same element would become source of weakness. 

Teheran is in the target, and for this reason must support al-Assad  
For Teheran the maintenance of the actual Syrian regime has not only a fundamental strategic interest, but it is of tactical interest that the Syrian government’s resistance lasts till the new presidential elections in United States. The reason is simple: a Zionist attack against the Iranian nuclear installations will happen before that date, because an objective assumed by Netaniahu’s government is the defeat of Obama. In fact the Zionist government is convinced that the its intervention in Iran would be cause a hard hit to the actual politics of Washington, and it could give again strength and vigour to the political right in Usa. Obviously if this attack would happen after a change of regime in Damask, or at the same time, Teheran as well would receive a second hard hit.  We have also to consider that in the Zionist entities are sorcerer’s apprentices, supported by political circles in Washington, that are waiting an Iranian military answer against Israel so strong  to force an United States’ intervention:  that is a war between Usa and Iran.   
The time doesn't work for the Shiite axis, as the Iranian government knows well. So that in the last August 9 Iran gave hospitality in Teheran to an international reunion on the Syrian crisis, presided by the Minister of Foreign Affairs ‘Ali Akbar Salehi. Representatives of 29 countries and the U.N. organisms existing in that country participated; That is the States not supporting the Syrian  rebels: Afghanistan, Algeria, Armenia, Belarus, Benin, China, Cuba, Ecuador, Georgia, India, Indonesia, Iran, Iraq, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Maldives, Nicaragua, Oman, Pakistan, Russia, Sri Lanka, Sudan, Tajikistan, Tunisia, Turkmenistan, Venezuela and Zimbabwe.  
The Iranian Minister Salehi after the collective meeting invited government and Syrian rebels to a meeting in Iran, and some organizations of the rebels have already declared its wish to participate.  Besides Iran proposed a truces in the fights after the end of the Ramadan (it means since August 19) so that to create an atmosphere more favourable to contacts between the parts. Iran, therefore, is developing a large diplomatic action to solve the Syrian crisis taking care of avoiding devastating effects in the area and reaffirming its own role in the same zone. Will Iran succeed in this enterprise? 
Meanwhile the relationships between Iran and Turkey are changing even more. First of all: the Iranian Chief of Staff, general Hassan Firouzabadi has formally accused Ankara to encourage the bath of blood in Syria furnishing weapons to the rebels, warning Turkey that, after Syria, the Islamic extremism (can we guess which is?) could address its operations against Turkey. Ankara has reacted, Teheran has suspended the exemption of the visa-free travels for Turkish citizens. Dulcis in fundo the government of Baghdad, guided by a Shiite, has announced a revaluation of  its the relationships with Turkey.

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RED UTOPIA ROJA - Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

(January 2010)

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad

(Enero de 2010)

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo.

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

(Gennaio 2010)

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

(Janvier 2010)

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

(Janeiro de 2010)