L'associazione Utopia Rossa lavora e lotta per l'unità dei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo in una nuova internazionale: la Quinta. Al suo interno convivono felicemente - con un progetto internazionalista e princìpi di etica politica - persone di provenienza marxista e libertaria, anarcocomunista, situazionista, femminista, trotskista, guevarista, leninista, credente e atea, oltre a liberi pensatori. Non succedeva dai tempi della Prima internazionale.

domenica 12 agosto 2012

GRECIA II - ANALISI DEI RISULTATI DELLE ELEZIONI DEL 17 GIUGNO 2012, di Michele Nobile

Leggi GRECIA I - FORMAZIONE E CRISI DEL REGIME POSTDEMOCRATICO IN GRECIA

Summary

L’analisi del voto delle elezioni greche e il mito di Syriza - L’analisi del risultato elettorale sulla base dell’insieme dei cittadini con diritto di voto: la realtà - Il Kke, il Synaspismós e Syriza - La crisi di un regime postdemocratico - Elezioni o organizzazione dal basso?

Análisis de las elecciones y el mito de Syriza - Análisis de los resultados de las elecciones sobre la base de todos los ciudadanos con derecho de voto: la realidad - Kke, Synaspismós y Syriza - La crisis de un régimen post democrático - ¿Elecciones u organización desde la base?

Analysis of the Greek elections and the myth of Syriza - The analysis of the electoral result on the base of the citizens with right to vote: the reality - Kke, Synaspismós and Syriza - The crisis of a postdemocratic regime - Elections or popular organization?

L'analyse des élections et le mythe de Syriza - L'analyse des résultats des élections sur la base de tous les citoyens ayant le droit de vote: la réalité - Kke, Synaspismós et Syriza - La crise d'un régime post-démocratique - Elections ou organisation par le bas?

A análise do voto nas eleições gregas e o mito de Syriza – A análise do resultado
eleitoral baseado no conjunto dos cidadãos com direito de voto: a realidade - O
Kke, o Synaspismós e Syriza – A crise dum regime post-democrático – Eleições ou
organização a partir de baixo?

L’analisi del voto delle elezioni greche e il mito di Syriza

Nelle elezioni di giugno 2012 il voto per la coalizione della sinistra radicale Syriza (7) ha compiuto un salto in avanti gigantesco.
Riassumo l’analisi dei risultati elettorali fatta da Vernardakis (8) per fasce d’età, sesso, professioni e geografia, leggibile nelle tabelle e negli ideogrammi dell’allegato:

- Il voto per Nea Dimokratia  si concentra nella fascia d’eta dai 65 anni in avanti (49%), ovviamente corrispondente ai pensionati (45%); è il partito che mostra di gran lunga il più ampio consenso tra imprenditori e managers (35,9%) e agricoltori e pescatori (35,3%). 
- Il voto per Syriza è caratterizzato innanzitutto dalla gioventù: il 45,5% nella fascia tra i 18-24 anni e il 51% tra gli studenti: in queste categorie le percentuali di Syriza sono enormemente superiori a quelle degli altri partiti; ma è anche il partito che ottiene le percentuali più alte tra i lavoratori salariati pubblici e privati (32%), i disoccupati (32,7%) e i pensionati in anticipo (32,9%; percentuali dimezzate invece per il resto dei pensionati).
- La struttura del voto per il Pasok è quella di un partito pigliatutti ampiamente ridimensionato. Riscuote i consensi maggiori tra i pensionati del settore pubblico (23%) e privato (17,5%, alla pari con Syriza) e tra imprenditori e managers (17%); al 10% o poco meno il consenso tra i dipendenti pubblici, artigiani e commercianti, lavoratori autonomi; l’8,9% tra i salariati del settore privato: fatto notevole per un partito che aveva la maggioranza nei sindacati.
- Il Kke ha il consenso maggiore nella fascia d’età 55-64 anni (6,3%), a cui corrisponde un modesto 6% tra gli studenti. La categoria nella quale ottiene i consensi maggiori è quella dei pensionati in anticipo (6,8%); il voto dei salariati del settore privato è il 6%, del settore pubblico il 4,4%, un decimo sopra quello dei disoccupati; ottiene percentuali superiori al 4% anche tra agricoltori, artigiani, pensionati del settore privato, lavoratori non qualificati e saltuari. Ridimensionata, conferma la tradizionale base elettorale.
- Il partito di estrema destra Alba Dorata presenta una alta percentuale tra gruppi sociali opposti: imprenditori e managers (20%) e i lavoratori non qualificati e saltuari (24,5%): in queste due categorie è secondo soltanto, rispettivamente, a ND e a Syriza.

La conclusione di Vernardakis è che Nea Dimokratia ha ricostituito un’alleanza borghese ma pagando un prezzo nei confronti dei ceti medi e degli strati tradizionali della piccola proprietà, mentre il Pasok è in piena crisi di rappresentatività, nel senso che non rappresenta alcuna classe o categoria sociale particolare. Inoltre ritiene che la Syriza e il Synaspimos centrati elettoralmente sulla piccola borghesia siano cosa del passato e che ora Syriza rappresenti un’alleanza di salariati, disoccupati e sottoccupati, professionisti e piccoli imprenditori, avendo così la possibilità di divenire il partito più rappresentativo dei lavoratori in Grecia (peraltro con una buona presenza tra imprenditori e quadri intermedi del settore privato e pubblico). 

La dinamica di Syriza potrebbe dunque essere quella di un partito popolare e di sinistra nel quale confluisce elettoralmente una stagione di grande scontento e di opposizione sociale.
Senza essere falsa, questa è però solo parte della storia, quella che può essere raccontata considerando le percentuali ottenute sulla base dei cittadini che hanno votato e dell’analisi della distribuzione del voto per gruppi sociali. I risultati elettorali sulla base dei voti validi, eventualmente corretti in modo non-proporzionale, sono quelli pertinenti per decretare chi viene eletto e quindi le possibili maggioranze istituzionali. Fermarsi a questi risultati può servire a creare un mito, ma non corrisponde necessariamente alla realtà.


L’analisi del risultato elettorale sulla base dell’insieme dei cittadini con diritto di voto: la realtà

Occorre prestare la massima attenzione al fatto che l’astensionismo è in aumento in tutti i paesi a capitalismo avanzato. Quando l’astensionismo oltrepassa il 10-15% degli elettori basarsi sui soli votanti e sui voti validi produce un’immagine distorta degli orientamenti dell’opinione pubblica, tanto più falsa più ampia è l’ampiezza dell’astensione. Ne consegue che per un ragionamento realistico sulle dimensioni del consenso ai partiti occorre ricalcolare le percentuali di voto sull’insieme dei cittadini che hanno diritto di voto, astensionisti compresi.

Il 17 giugno 2012 Syriza ha ottenuto 1 milione e 600 mila voti, moltiplicando di un fattore superiore a cinque il risultato delle legislative del 2009, quando raccolse il consenso di 315 mila elettori (con 46 mila voti in meno sulle legislative del 2007 e 13 deputati, uno in meno). Sull’insieme dei cittadini con diritto di voto questo significa che tra il 2009 e il 2012 la percentuale di consenso per Syriza è aumentata dal 3% (4,6% dei votanti) al 16,6% degli elettori. Un risultato elettorale sbalorditivo, ma pur molto lontano da quel 26,8% calcolato sui votanti che, con una spintarella dell’immaginazione, suggerisce l’idea che dei cittadini greci uno su tre sia con Syriza. Non è così. La matematica dice che Syriza ha attratto il consenso di una minoranza dell’elettorato, che è certamente ampia ma pur sempre minoranza; e che in termini di consenso reale non ha alcuna possibilità di formare un governo monocolore né di essere l’asse portante di un governo delle sinistre. Data la preesistente forte tendenza alla crescita dell’astensionismo non era impossibile prevedere un risultato simile e valutare in modo diverso l’opportunità della presentazione elettorale; sicuramente era possibile e necessario non alimentare l’aspettativa della costituzione per via parlamentare di un governo che ponesse fine alle politiche antipopolari.

Tra le due ultime elezioni politiche il Kke ha quasi dimezzato i voti (circa -240 mila voti, scendendo al 2,8% sul totale degli elettori) e anche le altre formazioni di sinistra hanno perso consenso nelle elezioni del 17 giugno rispetto a quelle del 6 maggio (9). All’ingrosso è ragionevole pensare che questi voti si siano diretti verso Syriza: un processo analogo, ferme restando le differenze tra i partiti, al sorpasso del Partito comunista francese da parte del Partito socialista di Mitterand e delle due principali formazioni di origine trotskista (Lutte Ouvrière e Ligue Communiste, ora Npa – Nouveau parti anticapitaliste). Il Kke ha (meritatamente) perso un’occasione storica ed è probabile che in futuro rimanga una formazione marginale, più preoccupata di attaccare Syriza che il governo.

Sull’opposto versante è palese che i circa 290 mila voti persi dal Laos costituiscano quasi il 70% dei voti ottenuti da Alba Dorata. La crescita dei voti di questa formazione di estrema destra rispetto alle elezioni 2009 è molto superiore a quella di Syriza, ma deve essere relativizzata tenendo conto del rimescolamento interno all’estrema destra (i votanti per Alba dorata sono ora il 4,3% dell’elettorato, quelli del Laos nel 2009 erano il 3,8%). È interessante il fatto che, per la prima volta dal 1974, il Laos fosse entrato nel governo di coalizione di Lucas Papademos, formato dopo le dimissioni di Papandreou il 6 novembre 2011, con un ministro e due viceministri. Evidentemente stare al governo fa male anche ai forchettoni neri.
Tra le legislative del 2009 e giugno 2012 Nea Dimokratia ha perso circa 470 mila voti, ma è il Pasok il grande perdente: oltre due milioni e due centomila voti in meno. Insieme questi partiti hanno ora il consenso del 26% degli elettori (da contrastare col 42% dei votanti), contro il 52% del 2009 (da contrastare col 77% dei votanti; nelle politiche tra il 1977 e il 2007 i due partiti totalizzavano tra l’80% e l’86% dei voti): il che la dice lunga sulla crisi di rappresentanza dei partiti dominanti e sul grado di rappresentatività dell’attuale governo di coalizione. Di questo è giusto dire che rappresenta un cittadino greco su quattro, essendosi gli altri pronunciati contro, o apertamente col voto o con l’astensione.

Il lettore avrà notato lo scarto tra risultati elettorali espressi come percentuali dei votanti o come percentuali dell’intero corpo elettorale. Naturalmente non è detto che i risultati elettorali esprimano fedelmente il ruolo politico nella lotta sociale, che può essere qualitativamente maggiore o minore di quanto appaia dal volume dei voti; ma se si ragiona a partire da questi risultati, allora sarà bene farlo nel modo corretto.
Nel caso delle elezioni greche i cittadini astensionisti sono aumentati dai 2,3 milioni del 2009, il 29% del corpo elettorale, ai 3,7 milioni, il 37,5%. È questo degli astensionisti il più grande «partito» della Grecia, il cui successo non-elettorale nel 2012 è il risultato della massiccia astensione degli ex elettori del Pasok. E non si può neanche ridurre quest’ampia parte dei cittadini greci alla categoria degli indifferenti e degli apatici: stante l’ampiezza della mobilitazione, si tratta in gran parte di persone che hanno scioperato, manifestato e magari partecipato agli scontri di piazza. È anche probabile che una parte degli astensionisti sia non meno, forse anche più radicale, dell’elettore medio di Syriza: nel senso che, prescindendo dall’ideologia, sarebbe disposta a mettere in atto il motto della rivolta argentina del 2001 ¡que se vayan todos!, ad andare fino alla radice dei problemi, a farla finita col capitalismo greco e la sua casta politica.
La verità è che nel 2012 Syriza ha ottenuto poco più di metà del consenso che ebbe il Pasok nel 2009: gli sono sfuggiti circa 1,2 milioni di cittadini che avevano votato per i socialisti.
Al di là dei trionfalismi propagandistici (che indubbiamente possono far leva su un successo reale) o autoconsolatori e della sterile discussione se Syriza abbia perso oppure moralmente vinto le elezioni, è questo il dato obiettivo importante per il futuro: Syriza ha assorbito meno di metà degli ex elettori del Pasok e non ha spostato verso sinistra quei settori dell’elettorato popolare e piccolo borghese di Nea Dimokratia  che pure sono stati duramente colpiti dalla crisi economica e hanno anche partecipato alle manifestazioni di protesta, le quali hanno avuto carattere amplissimo e veramente nazional-popolare; è noto che molti piccoli imprenditori e commercianti hanno spinto i dipendenti a scioperare. In termini elettorali Syriza ha mietuto solo una frazione del raccolto potenziale cresciuto sulla grave crisi di  legittimità e di rappresentatività dei partiti di governo (circa ¼ sull’astensione totale, circa 1/3 sui voti persi tra il 2009 e il 2012 dal Pasok e Nea Dimokratia ).

La conclusione è che non è obiettivamente corretto parlare di polarizzazione tra Syriza e i partiti di governo. I risultati del voto sono più ambigui. Quel che è sicuro, invece, è che la stragrande maggioranza degli elettori greci ha espresso una decisa opposizione alle misure d’austerità e una forte alienazione nei confronti dei partiti che hanno dominato la scena politica greca dalla caduta della dittatura. A 38 anni da quell’evento le vicende del 2010-2012 sono periodizzanti per la storia greca del secondo dopoguerra. È un momento rivelatore di come i lunghi anni di governo del Pasok abbiano sovrapposto al capitalismo greco, relativamente sottosviluppato dal punto di vista industriale ma con un forte carattere commerciale, marinaresco e turistico, un sistema clientelare, assistenziale e corrotto.

La crisi di un regime postdemocratico

La crisi politica greca è infatti innanzitutto la crisi del regime postdemocratico formatosi negli anni Novanta, centrato sulla pretesa di modernizzare il paese secondo i criteri definiti dal Trattato di Maastricht e dagli orientamenti delle istituzioni europee.
Come negli altri paesi europei, in Grecia la postdemocrazia non è qualcosa che viene imposto dall’esterno: al contrario, le misure modernizzatrici e l’adesione all’eurosistema sono state fortemente volute dalla casta politica greca, al punto che essa ha ripetutamente manipolato i bilanci pubblici pur di conseguire l’obiettivo. D’altra parte, proprio per la sua criticità  il caso greco illustra bene cosa sia quel fenomeno internazionale che è la postdemocrazia.
Come gli altri regimi postdemocratici europei, quello greco non è una dittatura o una forma di bonapartismo o d’altro regime d’eccezione che sospenda i diritti e le garanzie fondamentali: il sistema politico rimane parlamentare e pluripartitico, le libertà politiche e sindacali restano in vigore, per quanto lese. Come il governo Monti in Italia, il governo Papademos era sostenuto dai due partiti maggiori; anzi, per la prima volta comprendeva il Laos e questa fu l’unica ragione per cui Papademos non ottenne la fiducia anche da Dimokratiki Aristera e dai verdi (il ministro del Laos che decise di rimanere nel governo venne espulso dal partito nel febbraio 2012, passando poi a ND: un esempio di forchettonismo «nero»); e nell’attuale governo presieduto da Antonis Samaras, leader di ND che a suo tempo appariva come un outsider, Pasok e Dimokratiki Aristera sono presenti con indipendenti designati.
La postdemocrazia non è affatto antiparlamentare o antipartitica come può esserlo un regime dittatoriale o bonapartista, per il semplice motivo che il parlamento è già da tempo subordinato ai vertici della burocrazia partitico-statale e i partiti sono oramai integralmente statizzati, sia nel senso dell’interpenetrazione tra apparati politici e alta burocrazia statale che per la loro dipendenza dal finanziamento pubblico; le funzioni di governo sono assolutamente prevalenti rispetto a quelle rappresentative, l’immagine domina sulla sostanza dei programmi e il sistema dei partiti diviene fortemente auto-referenziale nell’elaborare le politiche pubbliche.
Per di più, questi sistemi di partito hanno ampiamente dimostrato una grande capacità di incorporare i nuovi partiti «alternativi» (esemplare il caso di Rifondazione comunista) o, nel migliore dei casi, di saper esercitare una fortissima attrazione gravitazionale nei loro confronti, tanto da separarne, anche a più riprese, le frazioni di «destra» volta a volta disponibili a sostenere i governi (in Italia esemplari i casi degli ingraiani, del Pdci e di Sel e in Grecia di Dimokratiki Aristera).
Al di là del vicendevole incolparsi per l’eccesso di spesa e i conti truccati e di temporanee polemiche nazionalistiche (da parte di ND), in Grecia i partiti di governo sono concordi nell’attacco ai diritti economico-sociali della cittadinanza: questo è il contenuto sociale della postdemocrazia, la sostanza della convergenza programmatica tra i partiti e dell’obsolescenza della distinzione destra/sinistra sul piano istituzionale (in particolare nelle politiche economiche e sociali e in politica estera).
Ora, e nonostante i cittadini greci gli abbiano urlato in tutti i modi che non ci stanno, Pasok e ND stanno realizzando quella «modernizzazione» preconizzata a metà anni Novanta, nei tempi e nelle condizioni peggiori, con il sostegno e il pungolo dei governi esteri, della Bce e del Fmi.
È un chiaro esempio della riduzione della democrazia a procedura formale di designazione dell’élite di governo: e scrivo designazione perché dati il consenso a governare insieme e la sostanziale omogeneità dei programmi non si può neanche intendere il rito elettorale come selezione tra gruppi elitari alternativi. All’oligarchia postdemocratica è sufficiente eseguire correttamente la procedura elettorale, arrivando a disporre di una maggioranza parlamentare nonostante questa sia evidentemente minoranza nel paese. Tuttavia, la divaricazione tra la legittimazione istituzionale attraverso la procedura elettorale e il rigetto da parte dei cittadini delle politiche dei governi e dei partiti che li sostengono è un grave fattore destabilizzante per la postdemocrazia greca: concretamente esso si esprime attraverso la lotta sociale.

Tornando alla questione posta all’inizio dell’articolo circa la differenza delle risposte popolari in Grecia rispetto agli altri paesi europei, penso che la ragione fondamentale sia il fatto che in Grecia la transizione alla postdemocrazia sia iniziata più tardi e senza una preliminare sconfitta sul campo dei salariati. Certamente il Pasok, che a lungo rappresentò i ceti popolari, ha tradito le grandi speranze di democratizzazione e giustizia sociale del cambiamento di regime dopo la dittatura militare o metapolitefsi ma, mentre in Italia o nel Regno Unito nella prima metà degli anni Ottanta i salariati subivano pesanti sconfitte, in Grecia - sia pur a fini e in modi clientelari -  si estendevano la protezione sociale e il pubblico impiego. Benché declinante, fino a metà del decennio successivo Papandreou padre incarnava il populismo interclassista e nazionalista di sinistra, non il cosiddetto neoliberismo. La linea modernizzatrice di Simitis e la convergenza postdemocratica di Pasok e ND iniziò a erodere le acquisizioni della metapolitefsi, ma generando una crisi strisciante di rappresentatività e, specialmente con i governi di ND, conflitto sociale. Questo anche a causa del relativo sottosviluppo del capitalismo greco, dal quale sono particolarmente colpiti i giovani, che certamente hanno contribuito alla politicizzazione dello scontro mantenendo viva nel tempo la rivolta del Politecnico ateniese del 1973, l’inizio della fine della dittatura.
L’altra faccia di questo sottosviluppo relativo è l’ampiezza della corruzione combinata all’inefficienza: una miscela pericolosa, che alimenta la rabbia e che in determinate circostanze può fare da detonatore di crisi politiche, come nell’attacco al governo Karamanlis per la gestione degli incendi nell’estate del 2007, o aggravare le tensioni, come fu per le rivelazioni circa le menzogne sull’ampiezza del deficit pubblico.

Il Kke, il Synaspismós e Syriza

La principale organizzazione di Syriza è il partito Synaspismós che anch’esso era in origine un cartello elettorale fra i due partiti comunisti della Grecia, il Kke completamente dipendente dall’Unione Sovietica, e l’erede del partito eurocomunista detto «dell’interno». Fu attraverso il Synaspismós (cartello elettorale) che nel 1989 il Kke fece parte di governi di coalizione, prima con Nea Dimokratia  e poi con la destra e il Pasok. Il Kke segue una logica staliniana «frontista»: negli anni Ottanta appoggiò a singhiozzo i governi del Pasok (in funzione della politica estera sovietica), dimostrando poi di poter collaborare, in certe condizioni, anche con la destra. È un partito estremamente settario nei confronti delle organizzazioni alla sua sinistra e che possono incidere sulla sua nicchia elettorale. Come reazione di autodifesa identitaria il settarismo della direzione del Kke si inasprì dopo il crollo sovietico: ruppe con il cartello elettorale e da allora Synaspismós divenne organizzazione autonoma.
La prima presidentessa del Synaspismós fu Maria Damanaki (1991-1993), che era stata la voce della radio installata nel Politecnico ateniese durante la rivolta del 1973 e che aveva iniziato una lunga carriera parlamentare nel 1977, a 25 anni: in seguito al fallimento totale del partito nelle elezioni del 1993 passò al Pasok ed è ora Commissaria europea per gli Affari marittimi e pesca. Una storia indicativa di quanto fossero forti le tendenze partito a collaborare con il Pasok.
Nei dieci anni in cui presidente fu Nikos Konstantopoulos, già ministro degli interni nel governo Synaspismós-ND del luglio-ottobre 1989, il Synaspismós rimase schiacciato tra il Kke e il Pasok. Nelle elezioni del 1996 il partito ottenne quello che rimase il suo migliore risultato fino al 2012 (comprendendo nei suoi voti anche quelli di Syriza): 347 mila voti, il 5% dei votanti o il 3,8% degli elettori (poco meno del Kke) e 10 eletti; ma nelle politiche del 2000 perse 128 mila voti (e 4 deputati; costante invece il Kke) di cui solo 22 mila vennero recuperati in quelle del 2004 (mentre il Kke aumentava i voti e i deputati portandoli a 12, il doppio del Synaspismós): in entrambe le elezioni il Synaspismós rischiò di non superare lo sbarramento del 3% dei voti (ottenne il 3,2% dei voti, pari al 2,4% dell’elettorato del 2004). Fu in seguito a questa situazione critica che la direzione venne assunta dalla componente (relativamente) di sinistra, prima con Alekos Alavanos e dal 2008 con Alexis Tsipras, e che il Synaspismós operò una svolta movimentista, analoga a quella contemporanea di Rifondazione comunista in Italia, proponendo un ampio cartello elettorale, Syriza appunto. È da tener presente che fino al 2012 nelle elezioni il Kke ebbe sempre risultati significativamente migliori di Syriza: è solo nella fase più acuta della crisi che i rapporti si sono invertiti. 
Scambiare il settarismo ideologico e organizzativo del Kke con un orientamento rivoluzionario è come prendere per vero un miraggio. Il settarismo di questo partito, tutto volto a proteggere e possibilmente estendere il proprio orto, è uno dei fattori che hanno impedito ai movimenti di lotta di questi anni di fare un salto di qualità nell’autorganizzazione. Il crollismo economico e politico, il dogmatismo ideologico, il settarismo politico e sindacale e il bollare come piccolo-borghese la rivolta degli studenti contro la polizia, attaccando Syriza perché indulgente con i «provocatori», sono tra le ragioni per cui è stata Syriza a trarre maggior beneficio dalle lotte sociali, specialmente tra i giovani. Molto meglio dell’arcaico Kke, la coalizione della sinistra radicale può far da catalizzatore di un’opposizione sociale ampia e variegata, politicizzata ma non legata a identità nostalgiche ed ideologiche.
A suo merito, il Synaspismós comprese l’importanza dei giovani e delle campagne no-global e contro la guerra dell’inizio del nuovo secolo. A differenza del Kke, Tsipras e Syriza non hanno bollato le proteste giovanili e gli scontri con la polizia come azioni di «incappucciati»; né hanno qualificato come antipolitico il movimento di occupazione delle piazze. Al contrario, pur pagando un iniziale prezzo elettorale e con qualche oscillazione politica e tensioni interne, Syriza è riuscita a identificarsi col movimento complessivo antigovernativo e con quanto di nuovo in esso si esprimeva. Questo e l’inequivoca rottura con il Pasok hanno permesso al cartello di giovarsi elettoralmente della crisi politica, non dall’inizio ma a partire dal 2010, dopo l’ultimo e sfrontato voltafaccia di Papandreou.

Elezioni o organizzazione dal basso?

Non è affatto detto, però, che il percorso a venire di Syriza debba essere lineare.
Innanzitutto, e questo è il meno, il successo del 2012 potrebbe non replicarsi in un’altra tornata elettorale. La protesta elettorale è stata forte, ma forte può essere anche la volatilità del voto.
Mi pare che la direzione di Syriza, in sostanza il Synaspismós, abbia compreso meglio degli apologeti esteri il significato dei limiti del consenso elettorale segnalati prima. Il punto è: in quale direzione muovere?
In autunno probabilmente Syriza non sarà più una coalizione ma si trasformerà in partito. L’intento è coinvolgere i nuovi elettori, in gran parte ex Pasok, capitalizzando nell’organizzazione parte del consenso elettorale. Stando alle dichiarazioni di Panos Skourletis (Athens News, 8 luglio 2012) il cambiamento dovrebbe permettere a una base ideologicamente diversa di potersi esprimere meglio. Vedremo se e come si realizzerà questa operazione; tuttavia si può prevedere che l’allargamento quantitativo vada a scapito della qualità politica. 
A parte questo si pongono altre questioni. Una è che l’eventuale unificazione in partito ridurrà la dialettica tra le organizzazioni che costituiscono l’attuale cartello. Per quanto aperto e democratico possa essere un partito, l’unificazione organizzativa non può avere che un effetto disciplinante, limitando anche la libertà d’azione, tanto più se la fusione è tra organizzazioni di peso molto diverso, come sarebbe in questo caso.
Non si deve dimenticare che la matrice originaria del Synaspismós è il Partito comunista dell’interno, eurocomunista, non dogmatico e stalinista come il Kke, ma pur sempre un partito riformista. Le tendenze inclini a collaborare col Pasok (e anche a liquidare Syriza) sono sempre state forti, anche in piena crisi politica ed economica: tanto che nel 2010 poco meno di un quarto dei delegati abbandonò il congresso del Synaspismós per poi costituire Dimokratiki Aristera, presieduta da Fotis Kouvelis, già segretario del Kke dell’interno e ministro della giustizia nel governo ND-Synaspismós del 1989.
Nelle elezioni di giugno 2012 Dimokratiki Aristera ha ottenuto il 6% dei voti ed è ora al governo con ND e il Pasok. E non tutta la destra è uscita dal Synaspismós.
Occorre tempo perché l’effetto «corruttore» (in senso politico, non personale) del parlamentarismo e del finanziamento pubblico maturi i suoi frutti; è chiaro, però, che il successo elettorale e i fondi conseguenti accelerano il processo...

Intanto, l’opposizione di Syriza in parlamento sembra si possa caratterizzare come «responsabile», in linea con l’atteggiamento mantenuto durante la campagna elettorale.
Il punto critico non è la disponibilità a votare per provvedimenti specifici del governo che possano alleviare il peso delle manovre attuate. Sarebbe cinico e assurdo che una forza presente in parlamento perseguisse la logica del tanto peggio tanto meglio e non cercasse di ottenere qualche successo parziale, purché questo non sia parte di un mercanteggiamento politico. Per le ragioni indicate in altri articoli su questo blog non ritengo neanche sbagliato che Syriza non abbia sostenuto la necessità a priori di uscire dall’eurosistema (10).

Il discorso a mio parere va spostato a monte. Proprio le recenti elezioni greche dovrebbero spingere a chiedersi molto seriamente, invece di darlo per scontato, se in regime postdemocratico partecipare alle elezioni serva ancora a qualcosa. Non è una domanda che nasca solo sul terreno teorico: quando milioni di cittadini rispondono negativamente, astenendosi o annullando la scheda, e quando molti altri nell’occupazione delle piazze esprimono un bisogno radicale di poter decidere, questa domanda è urgente. Si potrà obiettare che quello degli astensionisti è il settore meno cosciente e politicizzato dei lavoratori e della cittadinanza greca, ma è sbagliato: i veri illusi o demoralizzati o cinici sono quelli che hanno continuato a votare per ND e il Pasok o per Dimokratiki Aristera. L’alienazione nei confronti del sistema dei partiti è invece significativa di un livello più alto di coscienza, che deve essere valorizzato con scelte coerenti, che non diano adito a dubbi sulla volontà di contrapporsi frontalmente allo Stato esistente in quanto esso non è riformabile.
Già in passato molte illusioni e molte tragedie sono state consumate sul terreno elettorale o anche della conquista parlamentare del governo lasciando però intatto l’insieme dello Stato e in particolare l’apparato repressivo. Ma quando l’astensione raggiunge e supera il 40% degli elettori, di cui una gran parte ha partecipato in qualche modo alle proteste di strada e alle lotte sociali, obiettivamente cade l’argomento più forte che un tempo giustificava la partecipazione alle elezioni: la concentrazione dell’opposizione sociale sul terreno politico e la verifica dei rapporti di forza tra le classi. Ora, in regime postdemocratico, questo non è più vero: il caso della Grecia dimostra che in una situazione critica la partecipazione alle elezioni divide l’opposizione e trasforma una maggioranza reale in una minoranza legale. Un partito che si è conquistato credibilità nel movimento di massa può avere l’autorevolezza per conferire esplicito significato politico all’astensione di massa, tanto più se muove nel senso dell’organizzazione di un’alternativa.
Non senza ragione, Tsipras sostiene che è proprio la strada intrapresa con i Memorandum  che può portare al default dello Stato greco: ma ha consigliato il proprio governo e quelli esteri di seguire una via più ragionevole, meno pericolosa nei suoi effetti di destabilizzazione politica e sociale. Di certo Syriza non rinuncia alla mobilitazione: ma se la lotta sociale è intesa come uno strumento di pressione piuttosto che il modo per rovesciare il governo e il potere capitalistico allora non è necessario impegnarsi per costruire organismi dei movimenti di massa che espandano la democrazia e diano vita a un coordinamento o antiparlamento da contrapporre al teatro degli attori postdemocratici. Questa è una strada più lunga e difficile di quella elettorale. 

NOTE
7) Oltre al Synaspismós, di gran lunga il partito più importante, fanno parte di Syriza una dozzina di organizzazioni, tra cui: la maoista Koe (5 eletti nel 2012), Akoa (Sinistra rinnovatrice comunista ecologista, scissione del Kke dell’interno), i trotskisti di Dea e Kokkino (scissione della prima), Dikki (scissione del Pasok del 1995), Ecosocialisti di Grecia (scissione di fine 2007 di altra organizzazione ecologista), Keda (Movimento per l’unità d’azione della sinistra, costituito da ex del Kke), Cittadini attivi, di cui Manolis Glezos è l’esponente più noto. Xekinima ha dato indicazione di voto per Syriza ma ne era uscita nel 2011. Anche Antarsya è una coalizione di una decina di organizzazioni, tra cui maoisti e due trotskiste. Nel quadro di una sinistra con la passione della scissione la ricomposizione intorno a Syriza è un fenomeno in controtendenza, alla quale è estraneo il Kke, il più stalinoide tra partiti comunisti vecchi e nuovi europei.
8) Xristoforos Vernardakis, «The June 17 elections and new alignments in the party system», luglio 2012, versione in inglese http://www.marxist.com/revealing-study-clases-and-parties-greek-electiosn.htm
9) Ad esempio, a maggio 2012 la radicale Antarsya ha ottenuto 51 mila voti in più sulle elezioni del 2009, ma ne ha persi 55 mila il 17 giugno, totalizzando in definitiva lo 0,2% dell’elettorato; Oikologoi prasinoi è stato votato da 185 mila elettori a maggio (12 mila più del 2009) ma da 54 mila a giugno, lo 0,5% dell’elettorato. Invece Dimokratiki Aristera, scissione di destra del Synaspismós realizzata nel 2010, è rimasta stabile tra le due elezioni del 2012.
10) «Tornare alla lira e cancellare il debito? Quando si vuole gestire il capitalismo meglio della propria borghesia e si finisce invece nel più ingenuo nazionalsciovinismo», http://www.utopiarossa.blogspot.it/2011/09/tornare-la-lira-e-cancellare-il-debito.html

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

RED UTOPIA ROJA - Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

(January 2010)

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad

(Enero de 2010)

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo.

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

(Gennaio 2010)

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

(Janvier 2010)

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

(Janeiro de 2010)