L'associazione Utopia Rossa lavora e lotta per l'unità dei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo in una nuova internazionale: la Quinta. Al suo interno convivono felicemente - con un progetto internazionalista e princìpi di etica politica - persone di provenienza marxista e libertaria, anarcocomunista, situazionista, femminista, trotskista, guevarista, leninista, credente e atea, oltre a liberi pensatori. Non succedeva dai tempi della Prima internazionale.

mercoledì 30 dicembre 2015

LA «QUESTIONE PALESTINESE», di Pier Francesco Zarcone

Yerushalayim, Gerusalemme, al-Quds
PREMESSA

Trattando il presente articolo di storia e di politica vale la pena ribadire - contro un ricorrente equivoco - che non vi si troverà quel che non esiste: l'obiettività. O meglio, di essa pontificano solo le illusioni dei «benpensanti» educati dal filisteismo borghese, oppure (peggio ancora) la propaganda dolosa di quanti intendono mistificare per «obiettiva» la propria versione/interpretazione delle cose. L'obiettività è un miraggio, non foss'altro perché ciascun essere umano nel corso della sua vita affronta i problemi e le situazioni in base alle esperienze via via pregresse e inclusive di ciò che il filosofo Hans-Georg Gadamer (1900-2002) chiamò «pregiudizi», argomentandone tuttavia la non aprioristica negatività1. D'altro canto,
«chi scrive di Storia ha naturalmente concetti di natura ideologica e teorica più o meno approfonditi. Concetti di classe che rendono inevitabile il differente apprezzamento degli eventi. È lecito che chi scrive di storia abbia già in partenza un apprezzamento generale […]. Non è lecito che si cerchi e si citi, senza verificarne la verità, elementi che comprovino i suoi anteriori apprezzamenti. Tanto meno è lecito omettere, rigettare e combattere elementi di verità incontestabile, di segno contrario»2.
Altrimenti si ha partigianeria, mistificazione ben poco favorevole alla comprensione (propria e degli altri). Tuttavia si può essere di parte senza diventare partigiani. Ovviamente anche l'autore del presente articolo è di parte, in quanto nettamente ostile al sionismo (l'Ebraismo è una religione rispettabile come tante altre), il che oggi comporta l'automatica accusa di antisemitismo. Pazienza, non si muore per questo. L'autore semmai spera di non essere incorso nella partigianeria, scusandosene in anticipo qualora non ci fosse riuscito.
«Questione palestinese» è il nome ormai correntemente dato a una delle maggiori e infinite tragedie collettive dell'età contemporanea. Inutile cercarvi i «buoni» e i «cattivi», convertendosi spesso gli uni negli altri, e viceversa; più facile, invece, trovarvi le ingiustizie e le loro vittime, oltretutto mistificate dalla propaganda partigiana e manichea di matrice sionista, recepita dai grandi media come politicamente corretta e veritiera. Vittime dotate di solide ragioni, ma ancora con la dimostrazione che aver ragione senza avere la forza (compresa quella finanziaria) non serve a nulla. Vale la pena specificare la differenza fra essere vittime ed essere «giusti»; e quindi nel prosieguo dell'esposizione non ci sarà spazio per essi, dei quali d'altronde non si trova traccia in giro, per quanto sopravviva la speranza che sussistano davvero i 36 giusti di cui parla la tradizione mistica ebraica, reggitori spirituali delle sorti del mondo per evitare che sprofondi ancor di più nel caos. Ma, ahimè, costoro sono e restano in stato di mistico occultamento.
Parlare della questione palestinese e parlare della formazione dello Stato nazionale ebraico sono la stessa cosa. Questa apparente ovvietà serve per introdurre una riflessione già fatta nel lontano 1915 da quel grande studioso marxista italiano che fu Amadeo Bordiga (oggi progressivamente riscoperto, dopo decenni di damnatio memoriae)3. Vale a dire, la creazione di uno Stato nazionale - strumento fondamentale per l'ascesa economica e politica della borghesia - è sempre andata in parallelo con l'etnocidio (o comunque col tentativo di etnocidio) verso quanti non rientrino nei parametri dell'asserita nazionalità da imporre. Per esempio, la coscienza nazionale inglese è passata attraverso i tentativi di snazionalizzazione di Irlandesi, Scozzesi e Gallesi; quella ispano-portoghese ha richiesto la cacciata dei Musulmani e degli Ebrei dalla penisola iberica e gli sforzi per deculturizzare Baschi, Catalani e Galiziani; quella italiana gli etnocidi culturali a livello regionale; quella turca il massacro degli Armeni e l'eliminazione della loro cultura dall'Anatolia; dal canto loro gli Stati nazionali balcanici, oltre all'etnocidio a carico dei Turchi, hanno richiesto i tentativi di etnocidio interno contro le rispettive minoranze balcaniche. Perché in Palestina la costruzione dello Stato nazional-religioso ebraico avrebbe dovuto trattare diversamente gli Arabi di Palestina? Perché c'era stata l'atroce ingiustizia del genocidio nazista? Ma quando mai l'essere stati vittime ha migliorato individui e/o masse?4 E d'altro canto la logica della costruzione di uno Stato nazionale ha le sue esigenze.

LA «NUOVA» STORIOGRAFIA ISRAELIANA

Per molto tempo la storiografia israeliana ed ebraica si è sviluppata all'insegna della più rigida e «trinariciuta» propaganda sionista, impostandosi quindi secondo la netta contrapposizione fra «buoni»-vittime (gli immigrati sionisti) e «cattivi»-carnefici (gli Arabi). Il panorama di oggi risulta alquanto più articolato, a motivo dell'avvenuta formazione di una corrente di studiosi - definita «nuova» storiografia - dal carattere fortemente revisionista rispetto alla tradizionale propaganda sionista, tanto da suscitare ire furibonde dentro e fuori Israele, nonché l'accusa di collusione con il nemico. Tale novità è dovuta a vari fattori, tra cui in primo luogo l'avvenuta apertura degli archivi militari britannici e israeliani, prima off-limits.
Noto esponente di punta della «nuova» storiografia è Benny Morris (1948), condannato nel 1998 a tre settimane di prigione per il rifiuto di prestare servizio militare nella Cisgiordania occupata. La sua opera principale (in antitesi con le menzogne della propaganda sionista) è The Birth of the Palestinian Refugees Problem, 1947-1949 (1988). Tuttavia, le sue posizioni hanno suscitato critiche anche da parte di altri storici revisionisti proprio sul problema specifico dei profughi. Morris, infatti, presenta l'esodo degli arabi come mera conseguenza di una guerra scatenata per iniziativa delle dirigenze dei Palestinesi e degli Stati arabi confinanti; conseguenza inevitabile per lui, poiché non sarebbe potuta avvenire l'instaurazione di uno Stato ebraico in terra abitata in maggioranza da arabi contrari a questo progetto, e in fondo anche auspicabile per evitare una guerra perpetua entro i confini del nuovo Stato, finché uno dei due popoli rivali non avesse ributtato l'altro in mare o nel deserto. L'opera che ne riassume gli studi è 1948 and After, Israel and the Palestinians (1990).
In questo quadro vanno pure ricordati Ilan Pappé (1954)5, Avi Shlaim (1945)6, Tom Segev (1945)7 e - sia pure retrospettivamente - Simha Flapan (1911-1987)8. Sono in sintonia Zeev Sternhell (1935), Benjamin Beit-Hallahmi, Baruch Kimmerling (1939-2007), Yehoshua Porath, Avner Cohen, Uri Milstein (1940) e Norman G. Finkelstein (1953). Questa corrente ha influito sui lavori di vari altri ricercatori, occupando ormai un posto di rilievo nell'indagine storiografica sulla nascita dello Stato d'Israele; quand'anche sia più apprezzata fra gli studiosi che non fra i politici sionisti e la manichea opinione pubblica israeliana. Un'ultima menzione va fatta per Edith Zertal, Uri Ram e Shlomo Sand (1946). Quest'ultimo, professore all'Università di Tel Aviv, con il libro Come fu inventato il popolo ebraico9 ha riscosso un certo successo, anche di pubblico, in Israele e Francia, con la tesi centrale - peraltro già esistente nella testa di molte persone pensanti e di tanti ebrei non sionisti prima della creazione dello Stato di Israele - del diniego dell'esistenza di un'etnia ebraica, riportando così gli Ebrei al solo piano religioso10.

I PRODROMI DELLA QUESTIONE

È quanto meno dalla fine della Prima guerra mondiale che un solco sanguinoso divide il mondo arabo da quello ebraico/sionista o filosionista, con la realizzazione del passaggio da un'epoca storica ad un'altra nelle relazioni fra queste due realtà, la cui convivenza era avvenuta per secoli in termini assai diversi in Nord Africa e nel Vicino Oriente. Laddove è stata in vigore la tradizionale legge islamica11, Ebrei, Cristiani e Zoroastriani in quanto «gente del libro» (ahl al-kitāb) ebbero la possibilità di vivere sostanzialmente in pace, sia pure pagando appositi tributi e assoggettandosi ad uno speciale regime giuridico. Essi erano i muminum, i «protetti», di cui le autorità musulmane dovevano tutelare vita, beni e libertà di praticare la propria religione. In cambio, ogni titolare (dimmī) di questo statuto giuridico personale pagava annualmente una tassa fondiaria (kharāgh) e una tassa personale (gizyah), ed era soggetto - anche nelle procedure penali e civili - ai propri capi religiosi operanti come etnarchi, ma non soggiaceva all'applicazione delle leggi islamiche. Tuttavia non si poteva fare proselitismo religioso. Un tale stato di cose, sancito giuridicamente, fa certo ribellare la nostra coscienza di occidentali contemporanei ma, storicizzandolo e soprattutto rapportandolo alla situazione di plurisecolare intolleranza religiosa degli Stati europei, si capisce perché vari dissidenti religiosi (quando potevano scegliere) avessero trovato riparo nei paesi musulmani facenti parte dell'impero ottomano (in Turchia probabilmente esistono ancora famiglie ebree sefardite, da tempo ivi residenti, che conservano le chiavi delle case forzatamente abbandonate dai propri antenati in Spagna e Portogallo tra la fine del XV e l'inizio del XVI secolo).
Questo regime giuridico fu in vigore dall'epoca dei Califfi Umayyadi e Abbasidi fino a quella dei Califfi ottomani. Sotto gli Abbasidi taluni Ebrei giunsero a ricoprire incarichi di pubblica responsabilità; insieme ai Musulmani di Gerusalemme furono massacrati all'epoca della I Crociata, con i Musulmani cooperarono quando questi governavano la Penisola iberica, e insieme furono perseguitati dalla cosiddetta «riconquista» cattolica. Proprio in Nord Africa e Medio Oriente gli Ebrei ebbero la possibilità di rifugiarsi e di rifarsi una vita in tranquillità (compatibilmente con i tempi) e prosperità. In definitiva, fino al sorgere del sionismo Arabi (musulmani e cristiani) ed Ebrei vissero sostanzialmente in pace fra loro. Nell'impero ottomano, attraverso l'istituzione del millet12, le maggiori religioni godevano di ampia autonomia amministrativa e normativa, fermi restando il potere del Sultano e le superiori leggi da lui emanate.
Gruppi alquanto piccoli di Ebrei avevano continuato a vivere in Palestina anche dopo che la maggioranza dei correligionari aveva abbandonato la regione: è sicura la presenza ebraica dal XIII secolo (cioè quando finalmente la riscossa musulmana eliminò i regni crociati nel Levante) a Gerusalemme, Gaza, Hebron, Nablus, Haifa, Tiberiade e Safed (divenuto un importante centro qabbalistico). Nel secolo XIX la popolazione israelita in Palestina era passata dalle 10.000 unità del 1800 alle 24.000 del 1880. La convivenza con la maggioranza di lingua araba (Islamici e Cristiani, questi ultimi per lo più appartenenti alla Chiesa ortodossa) non presentava particolari problemi, e può essere definita abbastanza armonica, anche senza sfociare nel quadretto idilliaco. Ovviamente i casi di violenze individuali contro singoli ebrei non mancarono, tuttavia le prime vere manifestazioni di ostilità avvennero negli anni Ottanta del XIX secolo, cioè contemporaneamente con l'inizio dell'immigrazione sionista (cioè straniera) in Palestina. Comunque, nell'ambiente israelita palestinese nessuno si sognava di rivendicare la ricostruzione di uno Stato ebraico: se l'avesse fatto avrebbe incontrato l'ostilità dei correligionari e l'accusa di messianismo sacrilego. Nell'insieme erano appagati dal fatto di vivere sul «sacro suolo» di Israele. Dal punto di vista socio-culturale si trattava di un ambiente ancora di tipo medievale, con uno sviluppo economico alquanto scarso.
Di gran lunga meno cordiali erano i rapporti tra gli Ebrei palestinesi e i numerosissimi missionari cristiani di varie confessioni occidentali: essi infatti, stante la proibizione legislativa di far proselitismo tra i Musulmani, si impegnarono con non richiesto né gradito zelo nei tentativi di evangelizzazione della comunità ebraica, con un'invadenza che suscitò reazioni. Gli Ebrei palestinesi erano per lo più sefarditi, ma privi di unità linguistica; anzi, costituivano una specie di «Babele», di modo che per comprendersi fra loro usavano l'antico ebraico biblico.
Agnolo Bronzino, Dona Grácia Mendes Nasi (part.)
L'importanza del richiamo spirituale della «Terra promessa» è sempre stata una costante per gli Ebrei della Diaspora, trattandosi di una terra non solo inerente alla storia di Israele, ma anche - secondo la Bibbia - oggetto di una divina promessa ad Abramo: «Alla tua discendenza ho dato questa terra» (Genesi XI,18). Per secoli, tuttavia, l'espressione di questo legame si era ridotta al liturgico detto pasquale «l'anno prossimo a Gerusalemme» (l'shanah haba'ah b'Yerushalayim), contenente più che altro una speranza di redenzione nonostante le persecuzioni, i massacri e le discriminazioni di cui gli Ebrei erano vittime nei paesi cosiddetti «cristiani». D'altro canto, a impedire in radice ogni eventuale velleità di «ritorno alla terra dei Padri»13 c'era la proibitiva situazione politica della regione, teatro di continue guerre, invasioni devastanti e massacri, fino a che i Turchi ottomani, conquistandola, non la resero un po' più sicura (ma non tanto). Un primo tentativo di «ritorno» di Ebrei in Palestina si ebbe nel secolo XVI - a motivo dell'incremento delle persecuzioni in Europa effettuate dall'Inquisizione cattolica (in particolar modo nella Penisola iberica) - per azione di Gracia Mendes Nasi e del nipote João Miques14.
Questi due personaggi possono essere considerati gli antesignani di quello che sarà poi il progetto sionista, ma senza lo stesso esito. Va ricordato che nella cultura ebraica ha sempre operato il radicato convincimento che Israele - come entità collettiva - debba svolgere nell'umanità una missione non realizzabile senza uno stretto rapporto col suolo della Terra Santa, la quale non sarebbe un mero oggetto passivo, ma il socio attivo e vivente in un rapporto di natura religiosa. Pur tuttavia, quest'aspirazione non implicava la volontà o la previsione che tutti gli Ebrei si trasferissero in Palestina, bensì la certezza che un giorno tutti gli Israeliti perseguitati vi avrebbero potuto trovare le condizioni per una nuova vita.
Nei confronti del secolo XIX il mondo è «debitore» (ancora oggi) dell'esplosione dei nazionalismi, con il loro tragico strascico fisiologico di nazioni inventate, di persecuzioni etniche e religiose, di massacri, di pulizie etniche, di vite rubate o distrutte. Il virus nazionalista penetrò anche tra gli Ebrei europei, cominciando a fare da contraltare a quei settori (maggioritari) che - o laicizzati o caratterizzantesi per il solo profilo religioso e non per una presunta etnicità comune - puntavano alla piena integrazione nelle società dove vivevano. Un importante esponente dell'ebraismo non integrazionista, e invece nazionalista, fu il filosofo Moses Hess (1812-1875), che per primo nel 1862 propugnò la creazione di uno Stato ebraico. Le speranze di emancipazione, di integrazione nelle società di appartenenza formale, di recupero della dignità per secoli calpestata, attivate dalla Rivoluzione francese e poi dalle vittorie dei movimenti liberali in parte dell'Europa, facevano ormai parte del passato. Non solo c'era la persistenza dell'antisemitismo nell'impero russo, spesso con esiti sanguinosi, ma altresì anche in paesi liberali (in più o in meno), Francia compresa, l'atmosfera era diventata tutt'altro che rosea per gli ebrei. Doveva finire che prima o poi qualcuno cominciasse a ritenere non realizzabile il pacifico e rispettato inserimento in Europa, e migliore la ricerca di altre collocazioni. Stante il retroterra storico-culturale, oltre che religioso, era inevitabile - e anche naturale - l'orientarsi verso la Palestina. L'aggettivo «naturale» non è scelto a caso: così come, per esempio, è naturale - per quel che era stata al-Ándalus (la Penisola iberica) per la civiltà di lingua araba e islamica, e per taluni anche la Sicilia - che queste terre siano ancora oggetto di nostalgia nel mondo arabo e che nuclei radicali ne sognino (o ne progettino) la riconquista/ritorno.
Si può parlare di protosionismo con la fondazione nel 1860 dell'Alleanza Israelitica Universale, guidata da Adolphe Crémieux (1796-1880); con la costruzione di un sobborgo ebraico a Gerusalemme finanziata dal filantropo sir Moses Montefiore (1784-1885) nel 1861; con la pubblicazione nel 1862 del libro Derishat Zion, del rabbino polacco-prussiano Zvi Hirsch Kalischer (1795-1874); con l'apertura nel 1870 di Mikveh Israel, la prima scuola agraria ebraica, a cura di Charles Netter (1826-1882), dell'Alleanza Israelitica. Dal 1882, Edmond James de Rothschild (1845-1934) divenne uno dei principali finanziatori e acquistò il primo sito ebraico in Palestina (l'attuale Rishon LeZion). Il 1882 fu anche l'anno della prima ondata di immigrazione ebraica in Palestina (la prima aliyah), nel quadro del cosiddetto «programma Bilu», che puntava a incoraggiare e rafforzare l'immigrazione e la colonizzazione ebraica nella «terra promessa» (all'epoca dominio ottomano) attraverso la fondazione di colonie organizzate in forma di cooperative. Il movimento Bilu (dalle iniziali del verso biblico «Casa di Giacobbe venite e andiamo», Isaia II,5) avviò la prima colonizzazione ebraica straniera nella regione. Un gruppo di coloni, gente scampata ai pogrom russi del 1881, giunse in Palestina nel 1882 e si preparò al lavoro nella già citata scuola agricola di Mikvé Israel. I Bilu furono presto emulati dai Chovevé Zión («amici di Sion»), avviando un proprio flusso di immigrati che continuò fino al 1914.

LA NASCITA DEL MOVIMENTO SIONISTA

Alla fine del secolo il giornalista austriaco di religione ebraica Theodor Herzl (1860-1904) sviluppò una serie di riflessioni da cui concluse che assimilazione e integrazione degli Ebrei in Europa erano rimasti sogni, e a maggior ragione essi avevano bisogno di creare un proprio Stato dove vivere tranquilli senza i pregiudizi e le false accuse dell'antisemitismo. Un ruolo in questo lo giocarono i pogrom russi del 1881-82 e l'ondata emotiva causata dal famoso «caso Dreyfus» (1894), esplosione di antisemitismo proprio nella liberale Francia. Tuttavia ebbe il suo peso anche la situazione nell'impero austroungarico, in cui Herzl viveva: per quanto multinazionale, e per quanto i suoi vari popoli (austriaci, italiani, serbi, croati, ungheresi, cechi, slovacchi, polacchi galiziani, tedeschi di Boemia e di Transilvania) avessero propri rappresentanti in Parlamento, gli Ebrei invece ne restavano fuori. Non erano considerati popolo, mentre per Herzl e altri ebrei lo erano.
Theodor Herzl nel 1904
Nel 1896 egli pubblicò a Vienna il libro Judenstaadt («Lo Stato ebraico»), propugnando la creazione di uno Stato per gli Ebrei a loro tutela. L'anno successivo si svolse a Basilea il I Congresso Sionista. Il termine «sionismo» - diffuso nel 1890 dall'editore ebreo austriaco Nathan Birnbaum (1864-1908)15 - deriva dal monte Sion (Tzi-yon), nucleo originario di Gerusalemme. Già all'epoca di re Davide (1040 a.C.-970 a.C.), Sion era diventata una sineddoche per Gerusalemme e addirittura per Terra d'Israele.
Il Congresso di Basilea, sostenendo essere un popolo a sé stante gli Ebrei (un etnos), decise di costituirne la patria statale in Palestina. Il guaio (poi sempre più rivelatosi tale) fu che sia Herzl che gli altri sionisti si volgevano alla Palestina come se si trattasse di un territorio sostanzialmente privo di abitanti, ragion per cui degli interessi degli Arabi palestinesi non si preoccupò nessuno. In più c'è da rimarcare che quando la realtà costrinse a prendere atto che la Palestina era piena di Arabi in quantità e di gran lunga maggioritari, scattò un altro dei pericolosi pregiudizi illusori tipici degli europei progressisti (non solo di quel tempo): cioè a dire, si «ragionò» nel senso che, data per «arretrata» la popolazione araba palestinese, essa avrebbe «ovviamente» tratto naturale beneficio dalla presenza civilizzatrice degli Ebrei europei, i quali avrebbero modernizzato la regione. Si aggiunga pure che per i sionisti (ben nutriti di cultura occidentale) gli Arabi palestinesi erano privi di qualsiasi identità nazionale, per cui si sarebbero integrati (sempre «ovviamente») nella società costruita dagli immigrati ebrei (!). Tanto (ed era più di un retropensiero) l'impero ottomano era così vasto che in ogni caso avrebbero potuto benissimo spostarsi da un'altra parte. In questo è ben visibile l'esito della mentalità imperialista e colonizzatrice dominante da tempo nell'Europa occidentale (e nel Nord America).
Nel 1898, sempre a Basilea, si svolse il II Congresso Sionista, che accentuò il contrasto col rabbinato occidentale che non intendeva instaurare rapporti con il sionismo, considerandolo mero nazionalismo laicista, senza nessi col passato religioso ebraico. Nell'anno successivo il III Congresso di Basilea non risolse affatto i contrasti con la maggior parte degli Ebrei occidentali rimasti contrari al progetto sionista; dal canto loro, gli Ebrei dell'Europa orientale - né emancipati né integrati - per lo più restavano in attesa del Messia a venire per il ritorno a Gerusalemme.
Herzl - non privo di un certo pragmatismo - prestissimo si rese conto dell'indispensabilità dell'appoggio di una grande potenza per rendere possibile il suo progetto. Considerata la situazione dell'epoca, era ovvio che puntasse sull'appoggio della Gran Bretagna, in quanto dal Padisha ottomano Abdul-Hamid II (1842-1918), dal Kaiser Wilhelm II (1859-1941), da Vittorio Emanuele III (1869-1947) e da papa Pio X (1835-1914) non aveva ottenuto nulla. Nel 1902 convinse l'allora ministro britannico delle colonie, Chamberlain, a permettere lo studio di un piano per la sistemazione di coloni ebrei nel nord del Sinai, a quel tempo appartenente all'Egitto, che era un protettorato britannico. Il progetto si rivelò inattuabile. Herzl morì nel 1904, ma il movimento da lui fondato si diffuse sempre più, anche grazie all'appoggio concesso da Lord Rothschild, dal barone Rothschild - governatore della Banca di Francia - e da settori della finanza ebraica internazionale.
Poco prima della Grande Guerra del 1914-18 era avvenuto lo stanziamento in Palestina di circa 12.000 coloni ebrei, in aggiunta ai 44.000 Israeliti già ivi residenti e sudditi ottomani. Le organizzazioni sioniste cercarono di ottenere dal Sultano il permesso di costituire nel paese una vasta colonia autonoma, ma senza riuscirvi. Comunque le attività di consolidamento della loro presenza proseguirono: in quegli anni Giaffa divenne il centro delle industrie e dei commerci ebraici e il Congresso Sionista decise la creazione a Gerusalemme di un'Università ebraica.
Lord Arthur James Balfour
Il movimento di Herzl aveva uno spiccato carattere laico, per cui si scontrò con gli Ebrei osservanti, per i quali la ricostituzione del regno di Israele dipendeva dall'avvento del Messia, cosa ritenuta accelerabile in un solo modo: obbedire alla volontà divina adempiendo ai precetti (mitzvot) della Torah. Si opposero al sionismo anche gli Ebrei «riformati» per i quali gli Israeliti erano solo una comunità religiosa e non un popolo, e il regno messianico solo la metafora di un futuro di libertà religiosa, di giustizia e di pace da realizzare nelle varie società. Vi si opposero anche gli Ebrei di sinistra, per i quali solo lottando per il socialismo si combatteva l'antisemitismo16. Questo contrasto si manifestò anche a proposito del «problema della lingua»; cioè a dire, i sionisti tendevano a rifiutare l'yiddish e le lingue europee ed erano fautori della rinascita della lingua ebraica in una versione moderna, lasciando l'ebraico biblico alla sfera del culto sinagogale17.

LA GRANDE GUERRA E LA DICHIARAZIONE BALFOUR

Lo scoppio della guerra mondiale rese ancora più febbrile il lavorio di pressione esercitato dai sionisti sul governo britannico, sfruttando il fatto che in quei frangenti la Gran Bretagna aveva un disperato bisogno di appoggio finanziario e di aiuto scientifico, che appunto finanzieri e scienziati israeliti le fornirono. Ovvio risultato fu il progressivo rafforzarsi dei legami reciproci. Londra guardava anche alla spartizione delle spoglie dell'impero ottomano e l'amicizia da parte dei sionisti poteva essere utile anche a questo fine.
Nel novembre 1914 il dirigente sionista Herbert Samuel (1870-1963) prese contatto con il ministro degli Affari Esteri britannico Edward Gray (1862-1933), invitandolo a farsi patrocinatore della costituzione di uno Stato ebraico in Palestina, stato che sarebbe diventato alleato della Gran Bretagna, proteggendo da Oriente il canale di Suez e impedendo la formazione - con la sconfitta dell'impero ottomano - di un possibile e vasto Stato arabo in Siria e Iraq, che sarebbe stato contrario agli interessi di Londra nella zona. Gray chiese a Samuel di presentare ai membri del Gabinetto un apposito memorandum, il che avvenne nel gennaio del 1915. L'idea tuttavia non piacque al Primo ministro Asquith (1852-1928) e al generale Horatio Herbert Kitchener (1850-1916), ministro della Guerra, essendo entrambi convinti della necessità di puntare invece sull'aiuto arabo come fattore fondamentale per vincere la guerra nel Vicino Oriente contro l'impero ottomano, alleato di Germania e Austria-Ungheria.
Lo Sharif Hussayn
A motivo di immediate esigenze militari sul fronte del canale di Suez, la Gran Bretagna compì una mossa destinata a complicare in prospettiva lo scenario locale dopo il disfacimento del potere ottomano nella Mezzaluna fertile, e a impantanare la politica britannica in una rete di contraddizioni che le avrebbe fatto assumere palesi connotazioni di doppiezza, inimicandole entrambe le reali parti interessate alla Palestina: i sionisti e gli Arabi. Le autorità britanniche, vale a dire, accolsero le proposte per un'alleanza antiturca avanzate dallo Sharif della Mecca Hussayn ibn ‘Alī (1854-1931), della dinastia hashimita, discendente da Fātima, figlia del Profeta: le trattative arrivarono a buon punto. Fra Hussayn e Henry McMahon (1862-1949), Alto commissario britannico al Cairo, intercorse uno scambio di corrispondenza attraverso cui lo Sharif hashimita intendeva ottenere dalla Gran Bretagna le più ampie garanzie per costituire, dopo la guerra, uno Stato arabo unitario in tutta l'Arabia e la Mezzaluna fertile (quindi, in Siria - che all'epoca includeva Palestina, Libano e Giordania - e Iraq).
Nella corrispondenza intercorsa fra di loro non si parlò mai in modo specifico della Palestina, per cui Hussayn e i suoi la considerarono senz'altro inclusa nel nuovo Stato, mentre McMahon la pensava - senza però averlo detto - in modo diverso. Alla fine la Gran Bretagna comunicò a Hussayn che le sue condizioni erano state accettate, salvo alcune riserve riguardanti il desiderio di Londra di conservare una sfera di influenza nella regione di Baghdad e gli interessi tradizionali francesi nel Levante (Libano). Nel gennaio 1916 venne stipulato l'accordo arabo-britannico per lo scoppio della Rivolta araba, di cui il colonnello Edward Lawrence (1888-1935) sarà il più noto (e sopravvalutato) personaggio mediatico.
Chaim Weizmann
In sovrappiù, nel successivo mese di maggio le stesse autorità britanniche stipularono con la Francia l'accordo Sykes-Picot per la spartizione delle regioni a nord della Penisola arabica in due rispettive sfere di influenza. Questo patto, «naturalmente», non venne reso noto agli Arabi, fino a quando i bolscevichi non misero le mani, nel 1917, sugli archivi zaristi e ne dettero pubblica comunicazione: alle inevitabili proteste di Hussayn Londra rispose con mere garanzie generiche. A complicare la situazione intervennero nel 1916 la nomina a Primo ministro britannico di David Lloyd George (1863-1945) - personalmente convinto che Dio volesse il «ritorno» degli Ebrei in Palestina (da buon protestante probabilmente aveva un filo diretto col divino) - e il concomitante peggioramento della situazione militare sul fronte francese. A Londra prevalse l'opinione che fosse di maggior convenienza favorire in qualche modo i sionisti, tanto più che essi, come contropartita, avrebbero potuto esplicare tutta la loro influenza sulla comunità ebraica statunitense in favore dell'intervento del loro paese nella guerra a fianco degli Alleati. A tale fine Lloyd George iniziò a contattare il Comitato sionista, incontrandosi con un suo prestigioso esponente, Chaim Weizmann (1874-1952), il 7 febbraio 1917.
I dirigenti sionisti manifestarono un'irriducibile opposizione ad un'amministrazione internazionale o anglo-francese in Palestina, accettando invece di essere posti sotto protettorato inglese se fosse stata loro concessa la possibilità di un'illimitata immigrazione, di acquistare terre e di costituire poi nel paese uno Stato indipendente. In cambio promisero di esplicare ogni sforzo nel senso richiesto da Londra. Prima di prendere accordi definitivi, Lloyd George ritenne opportuno ottenere il consenso della Francia, e a tal fine i sionisti inviarono un loro emissario a Parigi per trattare con quel governo. La missione non riuscì, per l'opposizione degli Ebrei francesi ostili al progetto sionista e influenzati dal ministro degli Esteri. Alla fine, però, Parigi dette il suo consenso sotto la pressione di Londra.
I sionisti mantennero le loro promesse, e non stupiscono quindi le pressioni su Londra, fatte a propria volta dal governo statunitense dopo la sua entrata in guerra, affinché venissero resi pubblici gli impegni verso il sionismo. A questo fine intercorsero apposite trattative fra il presidente statunitense Woodrow Wilson (1856-1924), Lloyd George, il ministro degli Esteri britannico, Lord Arthur James Balfour (1848-1930), e i capi sionisti, da cui derivò la preparazione del testo della Dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917. Essa ebbe la forma di una lettera di quest'ultimo a lord Walter Rothschild (1868-1937), presidente della Federazione sionista britannica:
«Caro Lord Rothschild, sono molto lieto di inviarLe da parte del Governo di Sua Maestà la seguente dichiarazione di simpatia per le aspirazioni degli Ebrei sionisti, che è stata sottoposta e approvata dal Governo. Il Governo di Sua Maestà vede con favore lo stabilirsi in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico e userà i suoi migliori uffici per facilitare il conseguimento di questo obiettivo, essendo chiaramente comprensibile che nulla sarà fatto che possa pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche esistenti in Palestina o i diritti e gli statuti politici che gli Ebrei godono in ogni altro paese. Le sarò grato se porterà questa dichiarazione a conoscenza della Federazione sionista. Sinceramente Vostro, Arthur James Balfour».
Dal punto di vista linguistico/concettuale è interessante osservare che la stragrande maggioranza araba della popolazione palestinese vi fu definita semplicemente come «comunità non ebraica»: con la stessa delicatezza formale la si sarebbe potuta chiamare «non minoranza». Non essendoci forma senza sostanza, ecco che il lapsus di Balfour rivela un chiaro modo di pensare imperialistico, tanto suo quanto del mondo sionista.
L'iniziativa di Balfour interveniva dopo che nel 1915 McMahon (Alto commissario britannico al Cairo) si era impegnato - e non certo di sua iniziativa - a riconoscere uno Stato arabo entro la linea Mersina, Adana, 37º parallelo, confine persiano fino al Golfo, Oceano Indiano (Aden esclusa), Mar Rosso e Mediterraneo fino a Mersina. Questi confini includevano tutta la Palestina.
La Dichiarazione non ottenne l'approvazione di tutti i maggiori esponenti dell'ebraismo britannico. David Alexander, presidente del Comitato degli Ebrei britannici, e Claude Montefiore (1858-1938), presidente dell'Unione ebraica britannica, affermarono che il fine del sionismo poteva e doveva essere la creazione in Palestina di un centro spirituale e religioso ebraico, non già di uno Stato ebraico indipendente. E anche Edwin Montagu (1879-1924), ministro degli Affari dell'India ed ebreo, manifestò la sua netta opposizione in vari memorandum, basandola sull'essere gli Ebrei semplicemente i membri di una religione e non già un popolo, per cui non avrebbe avuto senso creare uno Stato per questo «popolo». Posizione condivisa nel 1917 in Italia da Luigi Luzzatti (1841-1927). D'altro canto, proseguiva Montagu, a parte che il sionismo non poteva dirsi rappresentante di tutti gli Ebrei, la Gran Bretagna non doveva violare il principio di autodeterminazione del popolo della Palestina, e il suo essere arbitro del destino del proprio paese. Ma simili atteggiamenti non erano destinati ad avere successo.
L'iniziativa di Balfour non fu il classico «atto grazioso», a motivo del debito della Gran Bretagna verso i sionisti per la loro forte mobilitazione e il loro impegno per l'intervento degli Stati Uniti nella Grande Guerra. Nel 1917 Londra pubblicò la Dichiarazione Balfour; Hussayn e i dirigenti arabi a lui legati cominciarono a diventare sospettosi, senza però recedere da una linea verso la Gran Bretagna in complesso moderata, come risulta anche da una nota presentata il 4 novembre 1918 alla Commissione per l'Oriente del governo britannico dal colonnello Lawrence. Nella nota si affermava che gli Arabi avrebbero potuto anche accettare la creazione di un focolare ebraico, a condizione che rimanesse sotto controllo inglese, nonché in cambio di una riduzione al minimo delle concessioni territoriali alla Francia e della totale libertà per la regione peninsulare dell'Hijaz. Ne risulta quindi che i dirigenti arabi dell'epoca non andarono mai oltre la linea dell'accettazione di un semplice «focolare» ebraico in Palestina, e non abbandonarono quest'atteggiamento nemmeno a seguito del cosiddetto «accordo Weizmann-Faysal» del gennaio 1919, che sarebbe diventato uno dei cavalli di battaglia della propaganda sionista. In realtà Faysal (1885-1933), figlio di Hussayn, nel suo incontro con l'esponente sionista Chaim Weizmann (futuro presidente dello Stato di Israele) accettò «l'immigrazione degli Ebrei in Palestina su vasta scala […][e] l'insediamento degli immigrati ebrei nelle terre e una coltivazione intensiva del suolo», tuttavia precisando che «i contadini arabi saranno protetti nei loro diritti e assistiti nella tutela dello sviluppo economico», e aggiungendo, prima di firmare l'accordo, un'importantissima riserva:
«Purché gli Arabi ottengano la loro indipendenza, come richiesta nel mio memorandum datato gennaio 1919 all'Ufficio Esteri del governo della Gran Bretagna, io sarò d'accordo sugli articoli di cui sopra. Ma se la più piccola violazione dovesse essere fatta io non sarò allora vincolato da una sola parola del presente Accordo, che sarà considerato nullo e di nessun conto e validità, né io sarò responsabile in alcun modo di nulla»18.
Chaim Weizmann e Faysal ibn Hussayn
Quindi, se Weizmann avesse chiarito a Faysal, capo della Rivolta araba, che in realtà l'obiettivo del sionismo era addirittura la creazione di uno Stato ebraico indipendente, in nessun modo Faysal avrebbe firmato. Invece Weizmann fu molto abile nel rassicurare il capo arabo e nel garantirgli l'esercizio di tutta la sua influenza per fare ottenere agli Arabi l'indipendenza.
Finita la guerra e iniziata a Parigi la Conferenza della Pace, gli Arabi cercarono disperatamente di ottenere dai Britannici il rispetto delle promesse fatte, ma senza alcun esito. Per calmare le proteste arabe nel 1919 gli Alleati inviarono nel Medio Oriente una Commissione guidata da Henry Churchill King e Charles Crane, che propose la creazione di una Siria unita comprendente Libano e Palestina - il che avrebbe soddisfatto una fondamentale esigenza araba - e sostenne la necessità di apportare «serie modifiche al programma estremista sionista per la Palestina concernente l'illimitata immigrazione ebraica, in vista dell'obiettivo di fare della Palestina uno Stato prettamente ebraico»19.
In più tale Commissione aggiungeva che «ripetutamente negli incontri della Commissione con esponenti israeliti è risultato che i sionisti mirano ad una estromissione praticamente completa degli attuali abitanti non ebraici mediante varie forme di acquisto»20, per cui
«la Conferenza della Pace non dovrebbe chiudere gli occhi dinanzi al fatto che il sentimento antisionista in Palestina e in Siria è intenso e non può essere preso alla leggera. Nessun ufficiale consultato dai membri della Commissione ritiene che il programma sionista possa essere attuato se non con la forza delle armi […]. Questo sta a dimostrare da parte della popolazione non ebraica della Palestina e della Siria un forte risentimento per l'ingiustizia del programma sionista. Le decisioni che per essere attuate richiedono l'intervento degli eserciti sono talvolta necessarie, ma certamente non vanno prese gratuitamente per favorire l'ingiustizia»21.
In più, la Commissione accertò la contrarietà degli Arabi palestinesi a insediamenti sionisti permanenti.
La Conferenza della Pace tuttavia non tenne in alcun conto le predette raccomandazioni, e nel Vicino Oriente la situazione precipitò. Una delegazione sionista recatasi a Parigi ottenne dalla Conferenza che alla Gran Bretagna venisse attribuito il mandato sulla Palestina, regime poi approvato nel luglio 1922 dalla Società delle Nazioni, con l'esplicita raccomandazione di rispettare il testo della Dichiarazione Balfour. Nel 1920 detta neocostituita Società aveva affidato alla Francia il mandato su Siria e Libano, proprio mentre si riuniva a Damasco un Congresso panarabo da cui Faysal era stato nominato re della Siria.
L'intervento armato francese in Siria distrusse radicalmente le speranze arabe, essendosi opposto il governo di Parigi anche alla costituzione della Siria in Stato arabo sotto protettorato, come invece era stato deciso a Sanremo dalla Suprema Conferenza Interalleata. Per cercare di ridurre il montante odio arabo nei suoi confronti, nel marzo 1921 la Gran Bretagna convocò al Cairo una Conferenza per gli affari d'Oriente, in cui Winston Churchill (1874-1965)22 - facendo proprie le proposte di Lawrence - ottenne che: a) Faysal diventasse re dell'Iraq e che il mandato su quel paese (concessogli a Sanremo) si trasformasse in alleanza anglo-irachena; b) al fratello ‘Abd Allāh (1882-1951) fosse dato il minuscolo e povero emirato di Transgiordania (solo 230.000 abitanti), sotto mandato britannico; c) la Gran Bretagna mantenesse il mandato in Palestina per controllare l'evolversi del focolare ebraico. I due nuovi regni hashimiti furono sia un contentino per i protagonisti della rivolta araba contro gli ottomani, sia uno strumento per bloccare da nord l'emiro ‘Abd al-‘Azīz as-Sa‘ūd, meglio noto come Ibn Sa‘ūd (1880-1953), che nel frattempo si era impadronito di quasi tutta la Penisola arabica e aveva cacciato dalla Mecca lo Sharif Hussayn.
Ovviamente i due figli dello Sharif accettarono le rispettive corone. Il pragmatico ‘Abd Allāh, tuttavia, ebbe l'accortezza di chiedere alla Gran Bretagna che l'intero territorio a lui assegnato restasse del tutto esente dall'immigrazione sionista. Londra accondiscese. Una iniziativa quanto mai assennata e preveggente, considerato che il mito della «grande Israele» (eretz Israel), includente le antichissime conquiste territoriali di Davide, era presente nell'ideario sionista; e in più esisteva in dato geopolitico di un certo rilievo.

IL MANDATO SULLA PALESTINA

Il territorio affidato alla Gran Bretagna col nome di Palestina originariamente includeva sia la regione che ormai chiamiamo con questo nome - cioè i territori che si estendono a ovest del Giordano fino al mare - sia il territorio dell'attuale regno di Giordania, costituente la parte maggiore della Palestina, che solo a settembre del 1922 Londra costituì in territorio dell'emirato attribuito ad ‘Abd Allāh ibn Hussayn23.
Se si gira un po' per Internet, nei siti sionisti emerge che il discorso dell'appartenenza dell'attuale Giordania alla Palestina è tutt'altro che dimenticato, e ogni tanto riemerge la tesi della «perfidia britannica» lesiva dei diritti di Israele a motivo della predetta separazione territoriale. Finora la politica ufficiale di Israele non ha rivendicato anche l'area del regno hashimita, ma negli ambienti dell'estrema destra sionista l'idea serpeggia a tutt'oggi.
Quando ancora non si era del tutto calmato il malcontento arabo-palestinese, il governo di Londra - cedendo alle ben sostenute pressioni sioniste - nominò Alto commissario per la Palestina Sir Erbert Samuel (1879-1963). Agli occhi degli Arabi, il fatto che Samuel fosse di religione ebraica lo rendeva poco adatto a garantire un'equilibrata politica. La conseguenza fu che la popolazione locale (come c'era da aspettarsi) prese la nomina come un affronto e scoppiarono torbidi sanguinosi nel paese, con la morte di parecchi Ebrei ed Arabi. La doppiezza britannica creò così un solco di odio degli Arabi nei confronti di Londra durato per parecchi decenni, e si spiega alla sua luce, per esempio, come mai il presidente egiziano Nasser sia stato subito creduto quando nel giugno 1967 accusò i britannici di aver mandato aerei in aiuto di Israele.
Alla fine dei vari giochi diplomatici, gli Arabi in genere e i Palestinesi in particolare si sentirono brutalmente traditi e abbandonati ad un'invasione di stranieri che si comportavano ben presto come padroni in base alle loro rivendicazioni «bibliche e storiche». Nel quadro di dotte quanto sterili contese non era difficile per gli Arabi controbattere la propria discendenza da Abramo attraverso suo figlio Ismaele; il loro stanziamento sul territorio da circa 1.300 anni; oppure l'opinabilità di un asserito diritto storico sulla Palestina vantato da russi, polacchi, danubiani ecc. solo perché di religione ebraica, etnicamente e culturalmente distinti dagli Ebrei palestinesi che per secoli avevano continuato, senza interruzione, ad abitare nel paese. Ma al di là delle diatribe storico-teologiche, i Palestinesi erano ben consapevoli di quanto poi si sarebbe verificato: il sionismo li avrebbe ridotti a cittadini di second'ordine se non addirittura di sudditi, alla mercé dei «veri discendenti di Abramo». D'altro canto, le prese di posizione dei maggiori rappresentanti del sionismo non erano oggettivamente tali da rassicurare. Nel 1919 Weizmann affermò a Parigi che bisognava fare della Palestina un paese ebraico così come l'Inghilterra è un paese inglese24, mentre l'illustre orientalista Sylvain Levi (1863-1935) sosteneva, essendo la Palestina troppo popolata da Arabi, l'inevitabilità per gli Ebrei di privarli dei loro beni. C'erano quindi tutte le condizioni perché il nascente - e subito deluso - nazionalismo arabo si scontrasse col nascente, baldanzoso nazionalismo sionista, ben diversamente appoggiato a livello internazionale. Inoltre, rotta l'unità della regione siriana a seguito degli accordi franco-britannici (peraltro necessaria alla realizzazione del progetto sionista), i Palestinesi si trovarono all'improvviso sotto occupazione straniera (e, per i Musulmani, di infedeli) e senza più i tradizionali collegamenti amministrativi e politici goduti fino a quando avevano fatto parte di un organismo più vasto.
Per rendersi conto dell'entità dell'immigrazione sionista basta rifarsi allo sviluppo demografico della città di Gerusalemme: nel 1844 lì vivevano 7.000 Ebrei, 3.000 Cristiani e 5.000 Musulmani. Alla fine del secolo vi si trovavano 28.000 Ebrei e solo 17.000 tra Musulmani e Cristiani. Quando fu proclamato lo Stato di Israele, gli Ebrei erano diventati 100.000, 40.000 i Musulmani e 25.000 i Cristiani.

GLI ANNI DEL MANDATO BRITANNICO

Durante gli anni del mandato in Palestina le autorità britanniche - con una sconcertante mancanza di senso della realtà - rimasero attaccate al punto di vista che gli impegni assunti con i sionisti non erano incompatibili con il precedente impegno a tutelare i diritti degli Arabi, e che la creazione del focolare ebraico era possibile senza arrecare danno alla popolazione araba, nonostante la brutale franchezza dei sionisti al riguardo; franchezza che nel 1922 e poi nel 1930 costrinse il governo britannico a due prese di posizione ufficiali sul problema. Nel 1922 Churchill dichiarò che era intenzione della Gran Bretagna creare in Palestina uno Stato ebraico, ma non di trasformare tutta la Palestina in Stato ebraico, aggiungendo però che l'immigrazione ebraica doveva essere consentita in base alla «capacità di assorbimento del paese». Nel 1930 il governo del laburista Ramsay MacDonald (1886-1937) respinse le richieste sioniste secondo cui l'obbligo di istituire il focolare ebraico doveva avere la precedenza su tutti gli altri impegni assunti dalla Gran Bretagna verso le comunità non ebraiche della Palestina (le quali, per inciso, si erano unite nella lotta contro il comune pericolo sionista). A quel punto, tuttavia, si ebbe una prova del reale potere dell'influenza della lobby sionista, in quanto MacDonald si rimangiò sostanzialmente la dichiarazione.
La creazione di nuovi Stati europei a seguito del crollo dei vecchi imperi centrali aumentò l'immigrazione ebraica in Palestina, a motivo dell'antisemitismo dilagante; e poi, con il consolidarsi del potere nazista in Germania, il numero degli immigrati ebrei crebbe a dismisura, raggiungendo il totale di 60.000 unità l'anno, mentre correlativamente si estendeva nel paese il controllo sionista sulle risorse naturali e sulle pubbliche imprese, quali l'energia elettrica, l'estrazione di materiali dal Mar Morto e l'irrigazione. Nel maggio del 1929 a Giaffa scoppiarono disordini antiebraici e furono uccisi almeno 100 Israeliti. Poi a Gerusalemme la tensione aumentò in relazione all'accesso degli Ebrei al Muro del Pianto e il 23 agosto gli Arabi presero le armi: 60 Ebrei furono uccisi a Hebron. La resistenza palestinese cominciò a organizzarsi, e uomo di punta ne fu lo shaykh Izz ad-Din ‘Abd al-Qadar ibn Mustafa ibn Yusuf ibn Muhāmmad al-Qassam (n. 1882), morto alla fine del 1935 in uno scontro con militari britannici.
Si andava verso un punto di non ritorno, e lo si ebbe con la rivolta araba del 1936, durata tre anni. Il motivo scatenante fu la vendita di terre agli immigrati europei. Queste alienazioni immobiliari erano fatte apposta per suscitare violente proteste, in un mix di astio sociale e astio antisionista: «Agli arabi la terra veniva sottratta non dagli acquisti degli ebrei, ma [soprattutto] perché, come del resto avveniva in Egitto, ne facevano incetta i grandi proprietari terrieri arabi, i quali poi a volte e con grande lucro la rivendevano proprio ai nuovi coloni»25. Costoro, per di più, si affrettavano a licenziare i lavoratori arabi per sostituirli con mano d'opera ebraica. Ovviamente, per la pesante atmosfera che si andava creando, i coloni sionisti, quand'anche vi fosse il divieto di costituire gruppi di autodifesa, cominciarono ad armarsi e organizzarsi militarmente. Da questi nuclei deriveranno l'Haganah e due gruppi terroristi, l'Irgun e la Lehi (meglio nota come Banda Stern).

COLONI SIONISTI

In seno al sionismo si formarono anche correnti di estrema destra - come quella dell'ebreo russo Vladimir Žabotinskij (1880-1940) - estremamente aggressive e con carattere fascistoide. Fra loro vi furono due personaggi che sarebbero diventati Primi ministri dello Stato di Israele: Menachem Begin (1913-1992) e Yitzhak Shamir (1915-2012). In fondo è stata questa ideologia - se non tutta, almeno in parte - a sostanziare il sionismo israeliano a scapito dell'originario sionismo socialista e anarchico. Con la guerra del 1967 la cosa è stata di assoluta evidenza. L'estremismo sionista - come già detto - propugnava la fondazione di uno Stato ebraico includente tutti i territori dell'antico regno di Davide (quindi le due sponde del Giordano), ma i settori più esagitati vagheggiavano addirittura un'Israele estesa «dal Nilo all'Eufrate»! Altre caratteristiche erano l'antimarxismo sfrenato, la mistica dello Stato autoritario e corporativo, il rifiuto della lotta di classe e l'educazione militarista della gioventù26.
Dopo la rivolta del 1936 la Gran Bretagna inviò nel paese una Reale Commissione per l'accertamento delle cause e la ricerca di una soluzione al problema palestinese. La Commissione riconobbe l'impossibilità di comporre il conflitto fra Arabi ed Ebrei sionisti e l'irrealizzabilità della politica condotta fino ad allora da Londra, e concluse indicando come soluzione la spartizione del paese in due Stati, uno arabo e uno ebraico. Gli Arabi protestarono in massa ed esplosero nuove ondate terroristiche. In termini politici, da parte araba venne reiterata l'esigenza di costituire tutta la Palestina in Stato indipendente senza forzate inclusioni nel mondo arabo di uno Stato straniero, e di porre fine all'immigrazione di colonizzatori europei di religione ebraica. La Gran Bretagna inviò allora in Palestina la Commissione Woodhead per studiare il progetto di spartizione, ma essa lo dichiarò irrealizzabile. Si decise quindi di convocare a Londra esponenti arabi ed ebrei per una Conferenza della Tavola Rotonda, estendendo l'invito a Egitto e Iraq, a questo punto riconoscendo implicitamente quella sostanziale unità del mondo arabo che era stata negata dalla pace del 1919. Poiché non si giunse a nessun accordo, il governo britannico, per dare soluzione al garbuglio da esso stesso creato, optò per una soluzione unilaterale, contenuta nel cosiddetto Libro Bianco. In esso si esprimeva il proposito di costituire entro dieci anni uno Stato indipendente palestinese in cui Arabi ed Ebrei avrebbero ugualmente partecipato al governo e, prima di allora, l'immigrazione sarebbe stata limitata ad un massimo di 150.000 unità, in modo da lasciare il rapporto numerico Arabi/Ebrei nei limiti di 3 a 1.
Furono altresì vietati nuovi acquisti di terre da parte di Ebrei. Nell'insieme gli Arabi rimasero soddisfatti, si tranquillizzarono e non si prepararono al peggio, che sarebbe inevitabilmente venuto a causa del palese contrasto fra il Libro Bianco e le intenzioni finali dell'imperialismo sionista. Dal canto loro i sionisti intensificarono gli sforzi per mettere a punto un proprio apparato militare, in maniera da disporre di una forza adeguata a costringere i Britannici - prima o poi - ad abbandonare la partita e impadronirsi di tutto il paese. Allo scoppio della Seconda guerra Mondiale, i sionisti si arruolarono in un certo numero nelle forze armate britanniche per fare una preziosa pratica militare e poter vantare un credito morale verso Londra per il contributo fornito nella lotta al comune nemico nazista.
Un anno decisivo fu quello che va dal novembre 1938 al giugno 1939, poiché il 9 novembre 1938 avvenne in Germania la Kristallnacht, la «Notte dei cristalli», cioè l'esplosione di un'orgia di violenza nazista contro gli Ebrei tedeschi, a cui fece seguito la legislazione volta a escludere completamente gli Ebrei dalla vita pubblica e sociale del paese. Le indignazioni verbali con cui i paesi occidentali reagirono a quegli eventi non si tradussero affatto in politica di accoglienza per gli Ebrei tedeschi, anzi. L'iniziativa del senatore statunitense Robert Wagner per l'accoglimento di 20.000 bambini ebrei sotto i 14 anni fu bocciata da una commissione del Congresso e non giunse nemmeno in aula27. In definitiva, solo la Repubblica Dominicana accettò di ricevere un certo numero di profughi ebrei. Tutto questo finiva col fare della Palestina l'unico possibile rifugio.
Il fatto è che due elementi convergevano per la scelta del non-accoglimento: il perdurare di una certa depressione economica, talché aprire le porte a migliaia e migliaia di rifugiati (gli Ebrei tedeschi erano circa 400.000) avrebbe aggravato le condizioni sociali e politiche, creando una concorrenza straniera alle forze lavoro locali; e poi - cosa non trascurabile - l'esistenza di un forte pregiudizio religioso e razziale, per nulla esclusivo della Germania nazista. Ovviamente aumentò l'immigrazione illegale in Palestina. La stessa situazione si avrà dopo la Seconda guerra mondiale: niente ospitalità occidentale per i superstiti dei lager nazisti.

GLI ARABI PALESTINESI DI FRONTE ALL'IMMIGRAZIONE SIONISTA

Vista dal versante sionista, la colonizzazione ebraica della Palestina costituisce indubbiamente un'impresa grandiosa, epica ed entusiasmante. Vista dal versante palestinese, il quadro cambia completamente: fu l'inizio della Nakba, della «catastrofe». Per valide ragioni storiche già l'Europeo in linea di massima non è visto dagli Arabi con eccessiva simpatia: e l'immigrazione sionista fu fatta da stranieri europei. Notoriamente, quando degli stranieri si installano in un territorio altrui, dapprima sono visti come qualcosa di esotico, almeno fino a che gli altri non si abituano alla loro presenza, e molto gioca il fatto della loro capacità di integrazione, del comportamento rispettoso o improntato a savoir faire verso un ambiente originariamente non loro. Quando però gli stranieri cominciano a essere molti, negli autoctoni si formano sempre sentimenti non positivi: sospetto, timore di non essere più padroni in casa propria, preoccupazione per il lavoro indigeno, astio, fino all'odio. Il sentimento di accoglienza benevola appartiene più al dover essere che all'essere, e il comportamento degli «accogliendi» svolge un ruolo notevole, giacché il fare di tutt'erba un fascio è facilissimo, e sono sempre pronti ad agire i professionisti del «dàgli allo straniero». Ragion per cui l'arrivo di stranieri che si sentono i veri padroni del paese accentua fino all'estremo i sentimenti negativi.
In siffatta cornice - tanto frequente da essere di portata generale - va inquadrata l'immigrazione sionista. Oltre a essere europei, questi immigrati si ponevano verso gli Arabi nel modo più adatto per suscitare reazioni di rifiuto. Non avevano nessuna intenzione di integrarsi (benché portatori di una specifica identità, erano assai più integrati gli Ebrei trovati in loco dagli immigrati sionisti), per lo più non imparavano l'arabo, tendenzialmente non assumevano mano d'opera locale, si sentivano i padroni del paese per investitura divina, consideravano gli Arabi dei barbari arretrati e quindi né li capivano né intendevano farlo, e costituivano una società «loro» nel paese che escludeva gli altri. In più c'era il fattore religioso, sfruttabile in aggiunta agli altri.
David Ben Gurion
Nell'ambiente sionista inizialmente non erano mancate le visioni romantiche e irrealistiche dell'ambiente arabo, né le rodomontate «buoniste» prive di riscontro pratico; come quando David Ben Gurion (1886-1973) dichiarò: «Il sionismo non deve nuocere neppure a un solo bambino arabo, anche a costo di sacrificare tutte le speranze dei sionisti» (sic!)28.
E difatti si è visto. Considerando le cose a posteriori, si può attribuire il diapason del ridicolo al momento in cui sempre Ben Gurion se ne uscì con la frase: «Certo, non viviamo più insieme ormai da mille e cinquecento anni, ma essi [gli Arabi] sono restati sangue del nostro sangue, carne della nostra carne, e i rapporti fra noi e loro non possono che essere fraterni […] anche perché siamo figli dello stesso popolo, siamo fratelli di razza»29.
Ma le visioni di convivenza erano mera illusione, tanto più che gli immigrati sionisti non avevano nessunissima possibilità di conquistare il cuore degli Arabi, a parte l'assenza pratica della voglia di farlo.

LA DICHIARAZIONE ONU DI SPARTIZIONE DELLA PALESTINA

Alla fine della Seconda guerra mondiale la questione palestinese tornò a essere oggetto dell'attenzione dei politici britannici, anche a causa dell'intensificarsi dell'attività terroristica delle formazioni paramilitari sioniste (che nel corso delle loro azioni realizzarono tre colpi di rilevante impatto: la distruzione dell'ambasciata britannica a Roma, a Porta Pia, la collocazione di un ordigno - fortunatamente rimasto inesploso - nella sede del Parlamento a Londra, l'attentato all'Hotel King David di Gerusalemme). In Palestina il contingente militare britannico dovette passare rapidamente a 200.000 unità, nel vano tentativo di porre fine alle azioni armate di Haganah, Irgun e Banda Stern.
Nel 1947 il disegno sionista cominciò a realizzarsi appieno. In Europa e negli Usa i sionisti ebbero buon gioco a mostrare all'opinione pubblica la questione palestinese esclusivamente alla luce del genocidio perpetrato dai nazisti, per cui gli Arabi finirono col non destare soverchie simpatie; anzi, erano facilmente presentabili come degli aspiranti emuli di Hitler nel Levante mediterraneo, in ciò facilitati dalle vere e proprie truculente rodomontate verbali di tanti loro esponenti. Di modo che, pur essendo per lo più semiti, si attirarono la taccia di antisemitismo! Pur tuttavia, nell'insieme l'Europa - peraltro distrutta e col problema di un'ardua opera di ricostruzione - rimase abbastanza indifferente alla tragedia che si consumava in Palestina, e i governi non nutrivano soverchio entusiasmo per la causa dello Stato ebraico. Per esempio, forte era l'opposizione in seno all'amministrazione statunitense, sia di Roosevelt che di Truman. D'altro canto, era facile per i conservatori yankees considerare i sionisti una banda di criptocomunisti, cavallo di Troia di Mosca nel Vicino Oriente a motivo degli esperimenti socialisti dei kibbutzim e dell'orientamento politico di sinistra di parte della dirigenza sionista dell'epoca.
Dopo avere inutilmente esperito un ultimo tentativo per comporre pacificamente la situazione, il 18 febbraio 1947 la Gran Bretagna prese la pilatesca decisione di deferire all'Onu il problema della Palestina. Il 29 novembre dello stesso anno l'Assemblea Generale (risoluzione n. 181) dispose la spartizione del paese in due Stati - uno arabo e uno ebraico - e ne furono tracciate, più che le frontiere, le zone di rispettiva competenza, ma in modo che ne avrebbe reso difficile la gestione per entrambe le parti in causa. Gerusalemme venne internazionalizzata. La risoluzione venne approvata con i richiesti 33 voti a favore, a fronte di 13 contrari e 10 astensioni. Decisivi furono i 5 voti a disposizione di Iosif Stalin (Urss, Ucraina, Bielorussia, Polonia e Cecoslovacchia). Se ne parlerà nel paragrafo successivo. I sionisti, in definitiva, ottennero il 56% della Palestina, cioè ben più della porzione effettivamente occupata.
Lo Stato ebraico proposto dall'Onu era sensibilmente più ampio (56%) di quello arabo, anche se in gran parte occupato dal territorio desertico del Negev, ma fu deciso così in previsione di una massiccia immigrazione da parte dei sopravvissuti dai campi di sterminio nazisti (almeno 250.000 persone). In questo modo le terre costiere coltivabili andarono allo Stato ebraico; vale a dire, l'80% dei terreni cerealicoli (la popolazione ebraica possedeva il 7% delle proprietà fondiarie) e il 40% dell'industria palestinese (ad ogni modo per lo più installata da immigrati sionisti). Al momento della spartizione, la popolazione della Palestina era composta per due terzi da Arabi e per un terzo da Ebrei. La zona internazionale di Gerusalemme avrebbe avuto circa 100.000 ebrei e 105.000 arabi. Erano previsti circa 90.000 beduini nella zona ebraica. All'interno della zona araba era stanziata la maggioranza dei 145.000 Arabi cristiani; il 2% degli Ebrei (circa 10.000 persone) sarebbero vissuti nella parte araba, e il 31% degli Arabi (almeno 405.000 persone) sarebbe vissuto nella parte ebraica.

IL DECISIVO RUOLO DI STALIN

Nell'Unione Sovietica l'ideologia sionista non trovava spazio alcuno, eppure Stalin decise di appoggiare la creazione dello Stato ebraico. Incongruenza senile? No, puro calcolo politico, magari un po' miope, di un uomo abituato a piegare alla tattica l'ideologia e la strategia. La svolta di Stalin fu decisiva per il successo del progetto sionista, giacché se non ci fosse stata è molto probabile che all'Onu non si sarebbe raggiunta la maggioranza necessaria per la spartizione (se i 5 voti di Stalin si fossero aggiunti a quelli contrari o astenuti, il risultato sarebbe stato di 28 a 28, quindi la proposta sarebbe stata respinta e per i sionisti di Palestina sarebbero stati dolori). Infischiandosene del tutto delle terribili conseguenze che ciò avrebbe avuto nel mondo arabo sui locali partiti comunisti, che avevano sempre propagandato il sionismo come complice dell'imperialismo, Stalin fece un ragionamento molto semplice (e, al solito, cinico): l'imperialismo occidentale era fortemente impiantato nella regione, aveva il controllo degli Stati esistenti (in buona parte monarchici e reazionari), nel mondo arabo non c'era un significativo movimento politico suscettibile di alleare con l'Urss qualche paese e di consentire l'ingresso dell'influenza sovietica nella regione; pur tuttavia esisteva un punto debole, un tallone d'Achille: la Palestina. Il movimento sionista era dominato da partiti e gruppi politici considerabili di sinistra ed era in urto con l'imperialismo britannico. Perché non appoggiarlo, battendo in breccia gli Stati Uniti, che ancora non avevano preso una posizione netta? Inoltre la diplomazia sovietica temeva fortemente che la Gran Bretagna mirasse a consegnare tutta la Palestina nella mani dell'emiro transgiordano ‘Abd Allāh per poi farsi concedere basi militari a lungo termine.
Oltre a ciò, l'aiuto di Stalin ai sionisti diventò vitale nella fase immediatamente successiva, attraverso la fornitura di armi (e volontari) mediante la Cecoslovacchia. Senza questo specifico aiuto, il neonato Stato di Israele probabilmente avrebbe potuto resistere agli attacchi degli irregolari palestinesi e arabi in genere, ma certamente non all'intervento militare degli Stati confinanti. Sarebbe forse eccessivo attribuire a Stalin la creazione di Israele, ma è certo che senza di lui lo Stato ebraico non sarebbe sorto e, soprattutto, sarebbe vissuto il classico spazio di un mattino.
Dagli Stati Uniti i sionisti - in quel momento storico - non potevano aspettarsi nulla; e difatti Washington mise l'embargo sulla vendita di armi alla Palestina. Nel Dipartimento di Stato erano in molti a nutrire sentimenti antisionisti e filoarabi, anche per le forti pressioni delle grandi compagnie petrolifere statunitensi che vedevano in pericolo i loro interessi economici; e il petrolio era vitale anche per il governo degli Stati Uniti, sia per l'economia nazionale, sia per i rifornimenti di carburante alle forze armate:
«Né Marshall, […] né il contrammiraglio Roscoe Hillenkoetter, direttore della Cia, di recente istituita, erano inclini a rifornire di armi gli ebrei palestinesi, ritenendo i dirigenti sionisti troppo ben disposti verso i comunisti, e i futuri governanti di Israele, specie Ben Gurion, ben noto per il suo orientamento filosocialista, inaffidabili. I servizi segreti americani paventavano l'eventuale presenza di truppe sovietiche in Medio Oriente, che, pensavano, avrebbe potuto favorire lo scoppio di una rivoluzione nella regione. È possibile che quelle allusioni a presunti atteggiamenti filocomunisti dei leader ebrei palestinesi fossero solo pretesti»30.

L'EMIRO ‘ABD ALLĀH GIOCA IN PROPRIO

‘Abd Allāh divenne emiro di Transgiordania, grazie alla mandataria Gran Bretagna, nel 1921, e l'anno successivo propose a Chaim Weizmann la riapertura di negoziati, sviluppatisi durante il ventennio a seguire con l'Agenzia ebraica (creata nel 1929 quale entità preposta alla direzione della comunità ebraica di Palestina e incaricata di rappresentarla dinanzi all'autorità mandataria). Ed effettivamente fu avviata una collaborazione economica31. Il passaggio dalla sfera economica a quella politica il più delle volte è semplicissimo. E così l'emiro di Transgiordania si impegnò molto nello sforzo di far cessare la rivolta palestinese del 1936. Inoltre, da Amman provennero varie ipotesi di composizione del problema palestinese, tutte in base all'esigenza (comune ai sionisti) di eliminare dai giochi il Gran Mufti di Gerusalemme: a fine luglio del 1937 ci fu una proposta di spartizione con l'assegnazione ai sionisti di una zona di 5.000 km² nel Nord e nell'Ovest del paese, l'annessione del resto alla Transgiordania e scambi di popolazione in conformità; e, a maggio del 1938, la proposta di un regno arabo unito al cui interno gli Ebrei disponessero di un governo autonomo. Diventato sovrano di uno Stato indipendente il 22 marzo del 1946, il 4 agosto dello stesso anno ‘Abd Allāh propose una federazione arabo-ebraica aperta all'immigrazione sionista e, in alternativa, di nuovo la spartizione con l'annessione alla Giordania della parte araba della Palestina. A settembre del 1947 tornò alla carica, per poi concludere il 17 novembre un accordo informale (ma non per questo meno valido per un Arabo d'onore) con Golda Meyerson (poi solo Meir; 1898-1978) a Naharayim in favore della creazione del solo Stato ebraico e dell'annessione del resto alla Giordania.
Combattenti dell'Haganah
Quando, il giorno dopo la proclamazione dello Stato di Israele, truppe degli Stati arabi confinanti penetrarono in Palestina, ovviamente anche la Legione araba dovette scendere in campo, ma il suo intervento fu volutamente poco incisivo sul piano militare: a parte l'ingresso a Gerusalemme (non assegnata dall'Onu allo Stato ebraico né facente parte dell'accordo del 17 novembre con Golda Meyerson), essenzialmente le truppe transgiordane si concentrarono nell'impedire alle formazioni armate sioniste l'occupazione anche di territori cisgiordani assegnati agli Arabi, ma mai misero in pericolo la porzione di Palestina assegnata ai sionisti (a differenza di questi ultimi, che si impadronirono della Galilea, di Lydda e Ramallāh, e cercarono di prendere Latrun). E quando alla fine del 1948 le truppe arabe cominciarono a subire sconfitte da parte dell'esercito sionista, la Legione araba non intervenne affatto.
Si è trattato di una politica che fece gridare al tradimento nel mondo arabo, e tanto odio accumulò contro di sé ‘Abd Allāh da finire ucciso nel 1951 nella moschea di al-Aqsa, a Gerusalemme. La questione tuttavia è complessa, e il miglior modo per non capirla è quello manicheo. Non si deve dimenticare la profonda disunione delle società della Mezzaluna fertile, con buona pace dei nazionalisti arabi, peraltro più propensi agli slogan che alle analisi. Le divisioni di classe ovviamente c'erano, ma di gran lunga meno importanti di quelle religiose, di tribù e di clan con i rispettivi notabili. Il basilare principio in vigore per tutti era che ciascuno pensa a sé stesso a scapito degli altri. ‘Abd Allāh era circondato da nemici, tra cui il Gran Mufti di Gerusalemme e la sua potente famiglia. Era alleato della Gran Bretagna, che gli aveva organizzato un piccolo ma poderoso esercito beduino (la Legione araba) con ufficiali britannici, senza il quale Ibn Sa‘ūd avrebbe fatto un boccone del piccolo emirato transgiordano, così come era accaduto con lo Sceriffato della Mecca del padre di ‘Abd Allāh, Hussayn.
Haj Amin al-Hussayni, Gran Mufti di Gerusalemme
Dal canto suo Londra - e lo si sarebbe visto fino all'ultimo - non voleva uno Stato arabo indipendente in Palestina, consapevole che in esso a impadronirsi del potere sarebbero stati il Gran Mufti e il suo clan, e che il mantenimento della propria presenza/influenza nella zona richiedeva un forte regno hashimita ad Amman, la cui maggior forza sarebbe venuta dall'inglobare la parte di Palestina assegnata dall'Onu allo Stato arabo. Ovviamente l'ambizioso ‘Abd Allāh non poteva non gradire ciò.
Sotto un altro profilo, poi, questi piani di Londra e di Amman si incontravano con gli interessi sionisti, alquanto compressi dalla situazione in atto: per la dirigenza sionista - costretta a piegarsi all'inevitabilità della spartizione - una volta costituito comunque uno Stato ebraico, era pragmaticamente più agevole confinare con i domini di ‘Abd Allāh, sia pure su suolo palestinese, che non con uno Stato arabo ostile e desideroso di rivincita e vendetta. Inoltre era possibile fare un ragionamento in più, cosa che del resto fecero in parecchi tra i sionisti e non: una parte di Palestina, annessa allo scarsamente popolato regno transgiordano, dove peraltro i Palestinesi sarebbero diventati automaticamente maggioranza, poteva anche fungere da Stato palestinese, in luogo cioè di quello limitato a una parte della Palestina previsto dalla decisione dell'Onu. In questo modo i Palestinesi (profughi inclusi) non avrebbero potuto dire fondatamente di essere rimasti senza patria e senza Stato. E poi, d'altro canto, ‘Abd Allāh era un gran pragmatico, con una solida forza armata composta da beduini non palestinesi. Tutti soddisfatti? Ovviamente no. Con un po' di buona volontà, tuttavia, la situazione avrebbe potuto reggere e forse evolversi; ma sta di fatto che con la guerra del 1967 e l'occupazione sionista dell'intera Palestina tutto è precipitato, e i Palestinesi hanno perso ogni cosa.

LA PRIMA GUERRA ARABO-ISRAELIANA: DAVIDE CONTRO GOLIA? UNA MERA FAVOLA SIONISTA

Il piano di spartizione dell'Onu stabiliva esplicitamente - oltre ad un'utopistica forma di unione economica di tutta la regione - che lo Stato ebraico rispettasse i fondamentali diritti umani, civili e politici degli Arabi residenti sul suo territorio, e riguardo alla questione delle proprietà arabe disponeva che «nessuna espropriazione di terreni posseduti da Arabi nello Stato ebraico sarà permessa se non per ragioni di pubblico interesse. In tutti i casi di espropriazione, inoltre, dovranno essere corrisposte prima dell'esproprio tutte le indennità nella misura fissata dalla Corte Suprema»32.
Tutto sarebbe rimasto lettera morta. Tanto ieri (quando ipocritamente si manifestava un formale ossequio al diritto internazionale) quanto oggi (in cui dal 1992 in poi l'arroganza dell'imperialismo Usa ha fatto tornare il mondo alla dimensione hitleriana del puro «diritto della forza» e del palese disprezzo per il diritto internazionale), parlare di problemi giuridici può sembrare comico. Ma vale la pena farlo, quanto meno per esigenza di chiarezza tra l'essere e il dover essere. Sull'effettiva titolarità del potere giuridico dell'Assemblea Generale dell'Onu per disporre la spartizione della Palestina, senza aver previamente interpellato le popolazioni interessate mediante apposite e controllate consultazioni, si potrebbe discutere assai, non avendo nell'ordinamento internazionale quell'organo né carattere legislativo né carattere giudiziario; di modo che la sua risoluzione tutt'al più poteva valere come semplice raccomandazione. Inoltre l'Onu in questo modo ha anche violato un principio basilare del suo stesso Statuto, cioè la tutela del diritto di autodeterminazione dei popoli: le popolazioni di Palestina - gli Arabi (Cristiani, Musulmani, Drusi, ed eventualmente atei), gli Ebrei ostili alla creazione di uno Stato di Israele prima dell'avvento del Messia per motivi religiosi e gli Ebrei sionisti, invece favorevoli - non furono interpellati.
Fawzi al-Qawuqji
Durante i sei mesi che precedettero la proclamazione dello Stato di Israele, i sionisti intensificarono le azioni terroristiche ai danni degli Arabi palestinesi (famoso il massacro del villaggio di Deir Yassin) per indurli ad abbandonare tutto il paese, e le loro forze paramilitari scorrazzarono ampiamente nella zona assegnata dall'Onu allo Stato arabo. Dal canto loro gli Arabi, animati da quel controverso personaggio che fu il Gran Mufti di Gerusalemme, Haj Amin al-Hussayni (1897-1974), organizzarono una propria forza armata sotto il patrocinio della Lega araba; il nome era pomposo: Esercito Arabo di Liberazione (Jaysh al-Inqādh al-‘Arabī) o anche Esercito Arabo di Salvezza o Esercito Popolare Arabo. In realtà si trattava di poca cosa, poiché il vero esercito stava dalla parte sionista. I Palestinesi avevano messo su una formazione di volontari comandata dall'ex ufficiale ottomano Fawzi al-Qawuqji (1890-1977) ma, formalmente, dal generale iracheno Isma’il Safwat (1896-1972), il quale però si sfilò subito dall'impresa una volta resosi conto che si trattava di una specie di «armata Brancaleone».
Questo «esercito» doveva essere composto da 10.000 uomini, ma ancora nel marzo 1948 il numero dei volontari che avessero compiuto la formazione militare si aggirava sulle 5.000-6.000 unità al massimo, mai più aumentate ma semmai diminuite, giacché a maggio erano rimasti solo in 3.830. I volontari erano Libanesi, Iracheni, Giordani, Palestinesi, militanti dei Fratelli Musulmani egiziani, e anche alcuni Jugoslavi, Tedeschi, Turchi e disertori britannici. A seguito della disastrosa battaglia di Sa'sa', alla fine di ottobre del 1948, questo raggruppamento armato dovette abbandonare la Palestina e riparare in Libano.
Dopo il ritiro delle forze armate britanniche, l'intervento militare dei paesi arabi confinanti, iniziato il 15 maggio 1948, finì col diventare necessario per la difesa dei Palestinesi vittime delle atrocità e del terrorismo sionista, e privi di un effettivo apparato paramilitare capace di stare alla pari con quello ebraico. Cominciava così il primo conflitto arabo-israeliano, che manifestò subito l'impotenza dell'Onu. Addirittura il suo mediatore, conte Folke Bernadotte (1895-1947), fu ucciso a Gerusalemme da terroristi della banda Stern (il gruppo estremista della destra sionista israeliana che, da Primo ministro britannico, Winston Churchill aveva ufficialmente gratificato con il non troppo fuori luogo epiteto di «nazisti»). La vicenda si interruppe malamente per i Palestinesi con gli accordi armistiziali del 1949 fra Israele, da un lato, e Giordania, Siria, Egitto e Libano, dall'altro. In conclusione Israele occupò il 77% della Palestina e la maggior parte di Gerusalemme, ‘Abd Allāh di Giordania occupò e annesse la Cisgiordania palestinese, e l'Egitto si prese la striscia di Gaza. Un milione e mezzo di Palestinesi finì profugo a chiedere la carità dell'Onu, mentre i regimi arabi pensavano alle cose proprie. Va detto, per quello che vale, che gli accordi di armistizio non contenevano nulla di formalmente idoneo a pregiudicare i diritti palestinesi. Ma la vera decisione stava nella forza delle armi, cioè nelle mani di Israele, che non fu mai il Davide contro Golia mistificato dalla sua propaganda (cinematografia hollywoodiana compresa), nemmeno nella prima fase della guerra, quando Egiziani e Transgiordani riscossero taluni successi e in certi casi i combattenti sionisti si trovarono sul filo del rasoio. Ma questo fu solo a maggio-luglio del 1948.
Ben Gurion, il 16 giugno del 1948, parlò propagandisticamente di 27 milioni di Arabi contro 200.000 Ebrei. Una balla, basata solo sulla rispettiva quantità di popolazione, ma non sulle forze combattenti. Per quanto non siano identici i dati contenuti nella relazione presentata a dicembre del 1947 dal presidente del Comitato militare della Lega araba, Isma‘il Safwat Pasha, e quelli forniti da Benny Morris33, risulta chiaro che le forze armate sioniste disponevano di un armamento di gran lunga superiore a quello dei Palestinesi34, col duplice vantaggio di possedere fabbriche di armi e munizioni (i Palestinesi, invece, ne erano privi) e della presenza tra le loro fila di ben addestrati veterani, reduci sia dagli scontri in Palestina che dalla Seconda guerra mondiale. In più, i sionisti ricevettero massicci aiuti militari dalla Cecoslovacchia per conto di Stalin (che preferì non impegnarsi direttamente). L'intervento dei paesi arabi vicini a difesa delle comunità palestinesi sarebbe stato decisivo se questi paesi avessero avuto eserciti decenti e comandanti capaci; e senza l'intervento della Legione araba in Cisgiordania, i sionisti avrebbero preso tutta la Palestina già in quello scorcio finale degli anni Quaranta.
Va tenuta presente la considerazione dell'ex responsabile del partito israeliano Mapam (socialista/marxista), e poi storico, Simha Flapan:
«L'Alto Comitato Arabo non godeva dell'appoggio popolare di massa e quando, a seguito della risoluzione delle Nazioni Unite, il Mufti di Gerusalemme recluta volontari per il suo esercito […] la maggioranza degli Arabi palestinesi non risponde all'appello. In verità, prima della dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte di Israele, molti dirigenti e gruppi palestinesi non volevano avere nulla a che vedere con il Mufti e il suo partito politico e avevano sviluppato vari sforzi nel senso di conseguire un modus vivendi con i sionisti. Ma la profonda resistenza di Ben Gurion alla creazione di uno Stato palestinese ridusse significativamente l'opposizione alla politica bellicista del Mufti»35.
E continua notando che,
«se c'era tra i Palestinesi una forte opposizione al Mufti e ai suoi partigiani, sarebbe stato praticamente suicida per qualsiasi dirigente palestinese opporsi pubblicamente al radicato rifiuto dell'Alto Comitato Arabo in ordine alla spartizione. Una tale posizione sarebbe stata considerata tradimento»36.
Un secondo conflitto scoppiò nel 1956 nel quadro della crisi di Suez e dell'aggressione franco-britannica all'Egitto, ma anch'esso si interruppe con un armistizio che non interferì nell'assetto precedente. Quattro questioni - foriere di ulteriori sanguinosi contrasti - erano state lasciate irrisolte da questi due armistizi, che comunque non avevano posto fine alla guerra: il problema dei profughi arabi, la navigazione nel golfo di Aqaba e attraverso gli stretti di Tiran, la navigazione nel canale di Suez, lo statuto di Gerusalemme che l'Onu aveva internazionalizzato e Israele occupato per una buona metà. Il problema dei profughi riguardava circa 1.500.000 Arabi palestinesi cacciati brutalmente, o spinti ad andarsene. La propaganda sionista dapprima ha sostenuto che essi in realtà non furono cacciati ma se ne erano andati spontaneamente, a ciò indotti dalla perfidia dei capi arabi che - fidando nel rapido esito dell'intervento degli eserciti di Egitto, Giordania e Siria - volevano avere mano libera per il massacro degli Ebrei ed evitare di fare vittime fra i propri confratelli.
Si tratta di una bugia svelata come tale dallo stesso comportamento dei sionisti prima dell'intervento degli Stati arabi confinanti. Abbiamo detto che la decisione dell'Onu fu nel novembre 1947, e l'intervento militare arabo a maggio del 1948; orbene, tanto per fare due esempi, un dirompente attentato ebraico all'Hotel Semiramis di Gerusalemme avvenne il 4 gennaio 1948, e la gratuita e terroristica strage di uomini, donne e bambini arabi a Deir Yassin fu effettuata il 9 aprile dello stesso anno.
Nel 1948 l'Onu in una sua risoluzione stabilì che
«ai profughi desiderosi di tornare alle loro case ciò fosse permesso non appena possibile, e che si dovesse corrispondere un risarcimento in cambio delle proprietà a coloro che scegliessero di non tornare; e per la perdita o il danno alle proprietà, secondo i principî della legislazione internazionale o secondo equità, il risarcimento dovesse essere corrisposto dai governi o autorità responsabili»37.
Tuttavia non si è mai fatto nulla in tal senso per indurre Israele ad ottemperare, anzi, è noto che Israele non ha mai rispettato nessuna risoluzione dell'Onu che la riguardasse, e nessuno l'ha bombardata per questo. Guardando al problema palestinese non solo retroattivamente, ma anche col «senno del prima», si deve dire che le dirigenze arabe hanno contribuito fortemente al successo del progetto sionista, a causa della loro costante miopia. Vedevano solo quel che avevano vicino: cioè le loro ragioni, che però non interessavano a nessuno. La storia e la politica insegnano che tutta la ragione del mondo non serve a niente senza forza propria o di qualcuno che aiuti. E gli Arabi avevano solo le proprie ragioni. Quando le cose stanno così, a diventare essenziali sono le mosse capaci di ridurre al massimo i danni, quand'anche si debba cedere sul piano dei principî. Risulta quindi ineccepibile il giudizio dato da Leonid Mlečin:
«Per tutto il Ventesimo secolo gli arabi, di fatto contro il proprio interesse, hanno risposto «no» a ogni proposta. Se nel 1919 non si fossero opposti alla Dichiarazione Balfour, l'esigua popolazione ebraica di Palestina non avrebbe ottenuto che una limitata autonomia e gli ebrei avrebbero dovuto accontentarsi della condizione di minoranza nazionale all'interno di uno Stato arabo, come i cristiani maroniti in Libano. Se alla vigilia della Seconda guerra mondiale gli arabi avessero accolto la proposta britannica di costituire in Palestina un minuscolo Stato ebraico e un grande Stato arabo, Israele con la sua piccolissima estensione sarebbe risultato veramente minuscolo. Nel 1947 gli ebrei palestinesi dovettero scegliere tra la possibilità concreta di creare un proprio Stato su un territorio molto circoscritto e la continuazione di una lotta senza speranza per ottenere tutta la Palestina. Non rifletterono a lungo e sulla carta del mondo comparve lo Stato di Israele. Uomini saggi, non inclini al fanatismo, non potevano fare una scelta diversa. Gli arabi palestinesi, al contrario, tra la possibilità di costituire uno Stato sul territorio assegnato loro dalle Nazioni Unite e la lotta per avere l'intera Palestina, scelsero quest'ultima. Lo Stato palestinese per il quale gli arabi si battono da tanti anni e per il quale hanno sacrificato tante vite, proprie e altrui, sarebbe potuto sorgere nel maggio del 1948. Ma a impedirlo non furono gli ebrei, bensì i governi degli Stati arabi che con le loro posizioni oltranziste impedirono di fatto agli arabi palestinesi di proclamare il loro Stato»38.
Non si deve dimenticare che tra i motivi per cui non avvenne la proclamazione di uno Stato arabo palestinese, in parallelo con la proclamazione dello Stato di Israele, c'era anche il timore che su di esso avrebbe finito col mettere le mani l'emiro ‘Abd Allāh di Giordania, alleato della Gran Bretagna. Ebbene, fino al 1967 accadde proprio questo.

LA PRIMA ONDATA DI PROFUGHI ARABI

Per quanto riguarda le fughe massicce di Arabi dalla Palestina, la vulgata sionista innocentizza le formazioni armate ebraiche e getta tutta la colpa sui Palestinesi e sui governi arabi confinanti. Né dai notabili palestinesi, né dagli altri Stati arabi provennero mai inviti alla popolazione civile affinché abbandonasse il paese. Semmai le ondate di profughi furono provocate vuoi dal terrore ingenerato da massacri di civili (uomini, donne, bambini e neonati compresi) - a Deir Yassin, ad-Dawayima, Eilabun, Jish, Safsaf, Majd al-Kurum, Lydda, Saliha, Sasa ecc.39 - vuoi da ricorrenti pratiche di espulsione mai contrastate dalle autorità sioniste. Parlare di un piano generalizzato di espulsioni non sembra storicamente esatto: risulta ampiamente, invece, l'esistenza di una politica di espulsioni. D'altro canto, al riguardo non c'era alcuna necessità di un apposito piano, trattandosi di un esito del tutto «naturale» per la logica sionista. A dicembre del 1940 Joseph Weitz (1890-1972), sionista venuto dalla Polonia, scrisse:
«Deve essere chiaro che non c'è posto nel paese per due popoli […]. Se gli arabi se ne andassero via, resteremmo con un paese ampio e spazioso per noi […]. L'unica soluzione è la Terra di Israele […] senza arabi. In relazione a questo punto non c'è compromesso possibile! […] L'unica soluzione è trasferire gli arabi da qui ai paesi vicini, trasferirli tutti, con l'eccezione forse di quelli di Betlemme, di Nazareth e della città vecchia di Gerusalemme»40.
Si tratta dello stesso Weitz che sarà poi attivissimo nella creazione di autonominati Comitati di trasferimento (degli Arabi) che con la complicità di reparti delle forze armate sioniste libereranno la Palestina da un bel po' di non ebrei, lasciando spazio libero ai futuri immigrati sionisti e facendo risparmiare un bel po' di soldi all'amministrazione israeliana. Infatti, il costo medio per costruire la casa a una famiglia di nuovi immigrati si aggirava tra i 7.500 e i 9.000 dollari; invece, in caso di installazione nella casa di esuli arabi, i costi scendevano a solo 1.500 dollari (750 per le riparazioni e altrettanti per il bestiame e l'equipaggiamento agricolo)41.
Comunque il citato pensiero di Weitz non va inteso come frutto di personali e quindi opinabili riflessioni. Gli acritici «amici di Israele» che - in buona o malafede - l'esaltano come unico Stato democratico del Vicino Oriente, omettono di far presente che si tratta di uno Stato ebraico, il che va ben al di là dell'essere uno Stato per gli Ebrei: ne discende cioè che la sua democrazia vale solo per gli Ebrei, e non anche per le minoranze che ebree non siano. Per questo il sionismo, inevitabilmente, si è espresso in forma coloniale, come ha notato lo storico israeliano (di sinistra) Ilan Pappé42.
Con la risoluzione n. 194 dell'11 dicembre 1948 all'Assemblea Generale dell'Onu, e poi col protocollo firmato tra Israele e i paesi arabi alla Conferenza di Losanna del 12 maggio 1949, fu sancito il principio del rientro dei profughi. Principio mai applicato. Orbene, dal punto di vista logico, una politica volta a impedire il rientro non si sostanzia forse in una politica di espulsione?
Indipendentemente dalle prove scoperte dai nuovi storici israeliani, esiste un ragionamento che, per così dire, «taglia la testa al toro» e impedisce di credere alla propaganda sionista: quale sensato politico e/o militare si sarebbe tenuto una popolazione nemica nei territori di cui via via si impadroniva? Se ad avanzare fossero stati gli Arabi, la sorte degli abitanti ebrei sarebbe stata la stessa, massacri inclusi. Dopo una sconfitta in cui chi vince prende tutto, gli esodi di massa sono usuali nella Storia. Sono forse tornati nei Sudeti e a Danzica i Tedeschi espulsi dopo la Seconda guerra mondiale? Ovviamente no. Semmai a indignare della posizione ufficiale israeliana è la costante ipocrisia dell'autopresentarsi come i «giusti» per definizione, anche nell'iniquità, strumentalizzando l'atroce tragedia della Shoah.
Sul versante opposto c'è la mistificazione di quei dirigenti palestinesi e in genere arabi che hanno sempre parlato, e ancora parlano, di ritorno dei profughi in Palestina, illudendo chi sia così disperato da crederci. Ne parleremo meglio nell'ultimo paragrafo.
C'è un cinico epitaffio di parte israeliana - da taluni attribuito a Ben Gurion, da altri a Moshe Dayan - sulla sorte della Palestina araba:
«Al posto dei villaggi arabi furono costruiti villaggi ebrei. Voi non sapete nemmeno i nomi di quei villaggi arabi, e non ve ne faccio una colpa, perché i libri di geografia non esistono più, e non solo non esistono più i libri, ma non esistono più nemmeno i villaggi arabi […]. Non c'è un solo luogo in questo paese che, un tempo, non sia stato popolato da arabi»43.
Risulta quindi perfettamente calzante (seppure «politicamente scorretta») l'amara considerazione di Ernst Nolte, per cui
«non è così assurdo ritenere che nessuna guerra del XX secolo sia giunta così vicino a rispecchiare l'originario carattere della guerra come forma di sradicamento forzato quanto la guerra di «indipendenza» del neonato Stato di Israele nello spirito dell'espressione: ôte-toi de là que je m'y mette»44.

LA GUERRA DEI SEI GIORNI, CAUSA DELLA SITUAZIONE ATTUALE

Nel 1950 l'Egitto, per tutelare interessi propri e dell'Arabia Saudita, occupò le isole di Tiran e Sanafir, che appartenevano a quest'ultimo paese, con il consenso di Riyad. Nel 1955 l'Egitto, perdurando lo stato di guerra con Israele, vietò il passaggio degli Stretti alle navi da guerra israeliane e ai mercantili anche di paesi terzi, se si fossero rifiutati di sottostare ai suoi controlli. La cosa costituì il «casus belli» per le guerre del 1956 e del 1967, anche se difficilmente il golfo di Aqaba potrebbe essere considerato facente parte di acque internazionali, poiché la sua larghezza non supera le 17 miglia, di modo che le sue acque rientrano nelle acque territoriali dei paesi che vi si affacciano. Anche il divieto di passaggio di navi israeliane nel canale di Suez fu motivato dall'Egitto (prima della pace fatta da Sadat) con la persistenza dello stato di guerra.
Gamal ‘Abd al-Nasser
Nell'immaginario collettivo europeo - dominato dalla propaganda israeliana, dal conformismo dei media, dall'influsso di lacrimevoli film/stereotipo come Exodus, dalla sua cattiva coscienza verso gli Ebrei - la Guerra dei sei giorni scoppiata nel 1967 è stata vista come la lotta fra il Davide sionista e il Golia arabo che lo aveva attaccato. La realtà è un po' diversa, e se il pretesto fosse stato costituito solo dal problema della libertà di navigazione nel golfo di Aqaba e attraverso gli stretti di Tiran, Israele avrebbe potuto ragionevolmente esperire un'azione presso la Corte internazionale di Giustizia. Questo non avvenne perché a un Israele ormai militarmente fortissimo le azioni di Nasser - malaccorte, con toni inutilmente e velleitariamente truculenti e non preparate diplomaticamente - davano il pretesto per coronare il sogno sionista: il controllo totale di Gerusalemme e della Palestina, un'ulteriore riduzione della popolazione araba nella regione, il controllo dei pozzi petroliferi nel Sinai giungendo fino al Canale, e inoltre consentirono al governo di Tel Aviv di fronteggiare problemi interni socio-economici che minacciavano di esplodere malamente: per la prima volta dal 1947, a seguito di una profonda crisi economica e finanziaria, in Israele si era manifestato il preoccupante fenomeno di un'emigrazione ebraica verso altri paesi, col rischio che - continuando quest'esodo - si verificasse una più o meno prossima disgregazione del tessuto sociale dello Stato.
La posizione aggressiva di Israele nella regione non si ridusse affatto per questo, anzi. Nel novembre 1966 vi furono incursioni in Giordania, e nell'aprile 1967 nel cielo di Damasco si ebbe uno scontro aereo fra aviogetti siriani e israeliani. Oltretutto era chiaro l'intento israeliano di rovesciare il regime siriano dell'epoca. Nel frattempo la penisola del Sinai era stata smilitarizzata e truppe Onu si erano disposte sul confine con Israele, anche col compito di assicurare la navigazione nel golfo di Aqaba alle navi neutrali e israeliane. Tuttavia era stato convenuto che queste truppe, stanziate con il consenso del Cairo, avrebbero dovuto lasciare il territorio egiziano se il suo governo lo avesse richiesto.
Dopo il raid israeliano su Damasco le pressioni di Israele sui paesi arabi non scemarono di intensità, per cui nel maggio 1967 lo Stato maggiore egiziano chiese che le truppe Onu si ritirassero dalla frontiera, ripiegando verso Gaza. Gli stretti di Tiran tornarono provvisoriamente sotto controllo egiziano. Tutto questo doveva avere il valore di monito verso i sionisti e di controbilanciamento della pressione di Israele sulla Siria, come chiarì Nasser al presidente statunitense Lyndon Johnson (1908-1973). Ma l'Egitto aveva solo chiarito, senza concordare nulla col grande alleato di Israele; e Israele non aspettava altro.
La mossa difensiva araba venne facilmente presentata all'opinione pubblica mondiale come un tentativo di ripetere le gesta hitleriane. In quattro giorni il presunto «Davide» spazzò via gli eserciti del povero «Golia». E si arriva così alla storia contemporanea: terribile incremento dei numero di profughi, privazione dei diritti della popolazione nella Cisgiordania occupata, guerre in Libano, creazione di armi di distruzione di massa in Israele, intifada ecc. E ancora sangue e sangue nella regione, e razzismo israeliano verso i Palestinesi. Sosteneva Pio XI che la Storia sarà pure maestra di vita, ma ha pochi allievi. Nell'insieme il giudizio appare esatto, ma è certo che il sionismo, i dirigenti e le classi politiche dello Stato di Israele costituiscono un'eccezione, dovendosi dire che hanno appreso benissimo le lezioni della storia passata degli Ebrei in Europa, organizzandosi di conseguenza: hanno cercato il dominio sulla Palestina; hanno costituito uno Stato essenzialmente razzista, sfruttatore, imperialista, dispregiatore del diritto internazionale e delle dignità dei popoli e delle persone; hanno fatto propria la filosofia della rappresaglia sproporzionata in termini che fanno apparire una bazzecola il rapporto «10 a 1» teorizzato da Hitler; hanno torturato sia in Palestina, sia dove il protettore statunitense abbia chiesto aiuto contro ribelli e sovversivi (es. America latina). Hanno dimostrato ancora una volta che il dominio nega la morale e inevitabilmente si sono resi indegni della memoria e del dolore dei morti della Shoah. Oggi il soldato israeliano, arrogante e prepotente, che uccide donne e bambini, che bombarda indiscriminatamente, che blocca per tempi lunghissimi malati e partorienti ai posti di controllo, che si sente chiamato dal suo Dio a dominare in quella terra, fa pensare - e dispiace - a quei giovani con divise d'altro colore e con altri simboli che si comportavano in modo analogo contro gli Ebrei. E il principio di base è sempre lo stesso: «Noi siamo gli eletti» (dalla razza o da Dio, non importa). Chi lo dice? «Ce lo diciamo da soli. Voi non potrete dimostrare il contrario se non quando avrete (se mai l'avrete) una forza militare capace di batterci». Se ne può prendere atto realisticamente, perché non è una novità, ma a dare fastidio sono la reiterazione del vittimismo quando le vittime ormai sono altri45, la costante strumentalizzazione del genocidio nazista, e infine l'immediata accusa di antisemitismo ai critici di Israele (ma non erano semiti anche gli Arabi del Vicino Oriente?).
La Guerra dei sei giorni ha svelato come non ci si dovesse lasciare ingannare dal fatto che Ben Gurion e altri dirigenti sionisti di centro-sinistra e di sinistra - con la situazione che si era sedimentata nel 1947-49, però - sembrassero appagati dalla creazione di uno Stato ebraico a prescindere dalla sua estensione. L'espansionismo sionista era solo in sonno, in attesa di tempi migliori, e il futuro di Israele restava pericolosamente aperto per i Palestinesi. Ne fu profeta Chaim Weizmann, quando scrisse che
«Il regno di Davide era più piccolo. Con Salomone diventò un impero. Chissà? C'est le premier pas qui compte!»46.

IL DINIEGO SIONISTA DELL'IDENTITÀ ARABO-PALESTINESE

I sionisti hanno sempre negato - e negano tutt'oggi - l’identità nazionale degli Arabi palestinesi prendendo a pretesto la ripartizione amministrativa esistente ai tempi dell'impero ottomano, la mancanza di uno Stato palestinese nel passato e di storia propria di quella regione, nonché la comunanza linguistica, religiosa e di usi con gli altri Arabi del Vicino Oriente. In definitiva, si tratterebbe semplicemente di Arabi siriani; i Palestinesi non sarebbero mai esistiti prima della costituzione dello Stato ebraico, e neppure dopo. Solo dopo la creazione di Israele questi Siriani di Palestina si sarebbero autodefiniti «palestinesi» in contrapposizione propagandistica con gli Israeliani. Si aggiunge che nemmeno il nome di questa presunta nazione è di origine araba, bensì riporta agli antichi Filistei. Questa tesi, come naturale corollario, sta a giustificare il rifiuto israeliano a riconoscere il diritto di rientro in Palestina per quanti l'abbandonarono con la Prima guerra arabo-israeliana o con la Guerra dei sei giorni: se sono Siriani, se ne vadano in Siria; se sono genericamente Arabi, se ne vadano in un paese arabo, purché si levino di torno. La tesi tende a presentarsi bene sul piano argomentativo, ma presenta talune falle. In primo luogo rimane impregiudicata la prevaricazione costituita dall'aver sradicato questi Arabi «siriani» dalla porzione di Siria geografica in cui erano stanziati da secoli e secoli. Di vero c'è l'essere dipesa dall'immigrazione sionista l'assunzione dell'endonimo «Arabi palestinesi» per riferirsi all'identità nazionale della popolazione di lingua araba della regione. Questo, tuttavia, è avvenuto ben prima della creazione dello Stato di Israele, e per la precisione nel dicembre 1920, in occasione del Terzo congresso dell'Esecutivo arabo di Palestina, tenutosi a Haifa. Questo dimostra l'esistenza di una presa di coscienza circa il fatto di essere Palestinesi. Inutile dire che, grazie a Israele e alle sue imprese, fra gli Arabi di Palestina (profughi o no) il sentimento identitario nazionale si è presto diffuso a livello di massa (ammesso e non concesso che nel 1920 appartenesse solo a un'élite); e ormai da almeno mezzo secolo si sono formati e raggruppati tutti gli elementi per potersi parlare di nazione palestinese.
Sul concetto di nazione (questa identità sorta a seguito della grande rivoluzione borghese in Europa) sono state scritte intere biblioteche, in buona parte frutto di condizionamenti ideologici; pur tuttavia una definizione delle caratteristiche fondamentali di tale concetto esiste, e ce ne appropriamo indipendentemente da chi l'abbia formulata:
«Una comunità stabile, storicamente formatasi, di lingua, di territorio, di vita economica e di conformazione psichica che si manifesta nella comune cultura»47.
Su questa base, i Palestinesi sono una nazione. Ad ogni buon conto, la tesi israeliana è pericolosa proprio per i sionisti, perché facilmente ritorcibile contro le pretese «nazionali» avanzate per ottenere lo Stato di Israele. Infatti, che gli Ebrei costituiscano un popolo - tesi già contestata da molti rabbini al sorgere del sionismo - è molto controargomentabile, mentre è indubbio che formino una comunità religiosa specifica.
Tornando al problema, c'è il fatto dell'impossibilità di stabilire ab extra e/o con criteri astratti quando si abbia o no un popolo determinato o, se si vuole, una nazione (quand'anche in sé l'etimo rimandi più al luogo di nascita che all'ethnos). Negare agli Arabi palestinesi i profili identitari per cui essi siano tali implica l'arduo compito - e l'arrogante pretesa - di stabilire dall'esterno quali siano gli elementi essenziali di questa identità. Nel ragionamento sionista è facile individuare impronte imperialiste e colonialiste: la Palestina non è mai assurta a Stato a sé stante (non conta che per secoli abbia fatto parte di un impero pluricontinentale), ergo chi la abita - in quanto privo di identità nazionale - non ha diritto all'autodecisione, non ha sovranità e sul quel territorio vi può «tranquillamente» installare e imporre la propria sovranità un terzo, magari a suo dire più «civile» rispetto alla popolazione precedente; chi non è d'accordo o si sottomette o se ne va. Lo stesso ragionamento di chi colonizzò Africa, Asia e America.
L'aspetto prevaricatorio del diniego dell'identità nazionale discende essenzialmente dall'uso di criteri non scelti dal popolo oggetto del diniego. I testi di dottrine politiche contengono elenchi dei fattori richiesti (cioè scelti dagli stessi studiosi e non senza una astrazione), salvo poi dover prendere atto dell'esistenza di identità collettive non supportate né da comunanza linguistica, né da unità religiosa, e le cui componenti reali, pur condividendo vari aspetti e fattori con altre popolazioni, tuttavia non sentono verso queste il legame identitario che invece percepiscono all'interno del proprio contesto. In realtà, il legame identitario corrisponde a un sentimento collettivo che il più delle volte nasce (quando nasce) per cause indipendenti dalla concomitante esistenza dei fattori richiesti non già dalla vita concreta, ma dai teorici della politica. Quando una comunità, per evoluzione propria e/o per cause esterne, sente di essere un quid a sé stante, allora può dirsi sorto il legame identitario interno. A proposito delle varie cause produttive del sentimento di nazionalità, John Stuart Mill considerò più forte di tutte «l'identità del passato politico, il possedere una storia nazionale in comune e conseguentemente un insieme di ricordi, di orgogli e umiliazioni comuni, di piaceri e dispiaceri, collegati dagli stessi eventi del passato»48.
Il «quando» ciò sia avvenuto, poco importa; importa invece che sia avvenuto. Cosa innegabile nel caso dei Palestinesi. Confutare tutto ciò ha la stessa mancanza di senso del voler convincere della natura illusoria della felicità una persona che si sente felice. Per lo meno se si è in buona fede; altrimenti si tratta solo di propaganda. In definitiva, quando in un aggregato umano si percepisce il predetto legame interno come elemento di identità e coesione, la verifica a posteriori fa riscontrare sempre almeno taluni elementi di comunanza: un nome proprio collettivo che è stato dato o ci si è dati, e non importa quando o perché; una propria peculiare nuova narrazione di se stessi per collegare il passato col presente e viceversa; un territorio controllato o rivendicato come proprio; il sentimento delle proprie origini collettive. Non a caso, nella Dichiarazione universale dei diritti collettivi dei popoli, varata a Barcellona il 27 maggio 1990, si afferma:
«Ogni popolo ha il diritto a identificarsi in quanto tale. Ogni popolo ha il diritto ad affermarsi come nazione».
Cioè a dire, l'autoidentificazione di un gruppo determinato è il reale elemento fondante dell'identità nazionale. Gli altri fattori individuati dagli studiosi ne sono soltanto il contorno. Non vi è dubbio che le ondate di immigrazione sionista, e l'atteggiamento assunto dai coloni, abbiano fortemente determinato il sorgere del sentimento identitario nella popolazione araba di Palestina, per giunta trovatasi isolata dal resto della Mezzaluna fertile dopo l'assetto imposto alla regione da Francia e Gran Bretagna in seguito alla Prima guerra mondiale, e in più esposta alle mire espansioniste dell'emiro ‘Abd Allāh. L'identità palestinese è stata riconosciuta (non sempre per motivi nobili) dal resto del mondo; solo i sionisti (per motivi tutt'altro che nobili) la negano.

PERSISTENDO LA MANCANZA DI PROSPETTIVE, C'È CHI PENSA A CAMBIARE STRADA

Lo storico palestinese Ibrahim Abu-Lughod (1929-2001) ebbe a scrivere:
«L'espulsione degli Arabi è cominciata il giorno in cui il primo sionista comprò una terra araba in Palestina, pertanto molto prima che Ben Gurion apparisse sulla scena politica. Quando i sionisti si appropriarono delle terre della regione di Marj Ibn A‘mer (attualmente Emek Israel) espulsero tutti i contadini palestinesi che vi lavoravano. […] Di fatto i "nuovi storici", così come l'establishment israeliano, rifiutano di ammettere che l'esodo forzato dei palestinesi è parte integrante del sionismo»49.
Questa ineccepibile considerazione fa capire innanzitutto l'inevitabilità del conflitto fra Arabi e sionisti. Per una maggiore intelligenza delle cose ci si può interrogare sulla inevitabilità anche del suo esito, che, nonostante tutto, nell'immediato secondo dopoguerra non era per nulla scontato. Ciò sulla base del principio (oggi non più tanto eretico) che considerare inevitabile un fatto storico per l'unico motivo del suo verificarsi sarà pure molto hegeliano, ma è anche semplicistico e consente una comprensione della storia solo superficiale. Infatti tali eventi sono per lo più preceduti e/o accompagnati da processi non univoci né convergenti. Il realizzarsi di uno fra essi, e poi la sua capacità di influire secondo la sua linea su eventi ulteriori, non implica che altri processi non si sarebbero potuti completare e affermare. E spesso a incidere in un senso invece che negli altri sono eventi imponderabili e apparentemente minimali50.
Per quanto riguarda le vicende palestinesi, i processi reattivi al sionismo ci furono e le rivolte del 1936 e del 1946 lo attestano. Tuttavia, avendo lasciato trascorrere il primo periodo successivo alla fine della Grande Guerra senza operare con accortezza, la dirigenza araba si trovò in balìa degli eventi e si comportò di conseguenza: cioè disorganicamente; mentre al contrario il processo sionista procedeva e - sia pure fra alti e bassi - si consolidava. Mancarono, insieme, pragmatismo e determinazione circa i fini.
Si può altresì pensare che le élite palestinesi avrebbero fatto meglio ad accettare il piano Balfour e stringere accordi di collaborazione con le autorità britanniche per ridurne i danni potenziali, in modo da avere in loco una minoranza ebraica più allargata di quella preesistente al sionismo, ma meno pericolosa di quella poi insediatasi. D'altro canto era stata la Gran Bretagna (sia pure per i suoi interessi) a salvare dal disastro Faysal ibn Hussayn, espulso dalla Siria a opera della Francia; e a dare al fratello ‘Abd Allāh l'emirato della Transgiordania. Gli Arabi avrebbero dovuto avere l'astuzia di ‘Abd Allāh, vale a dire rendersi i collaboratori indispensabili dei Britannici in modo da ridurre l'incidenza dei sionisti. Invece ci fu il colossale e diffuso errore di simpatizzare per l'Asse nella Seconda guerra mondiale (ancora una volta a differenza di ‘Abd Allāh), cioè per aspiranti padroni di gran lunga peggiori della potenza mandataria e per giunta finiti sconfitti. Né durante la Seconda guerra mondiale si è mai giocata la carta degli Stati Uniti, la cui politica all'epoca non era proprio favorevole ai sionisti. In definitiva, le disunite e incapaci dirigenze palestinesi non hanno tessuto idonee alleanze e nemmeno si sono preparate militarmente a quello scontro finale che sempre più nitidamente si affacciava all'orizzonte. Hanno reagito in modo umorale - convinti delle proprie ragioni - ma non con ponderazione. E così si sono ritrovati del tutto soli. Pur tuttavia i giochi ancora non erano fatti, come si è già rilevato, e solo l'imprevisto intervento di Stalin ha ribaltato la situazione. In fondo confermandosi quanto sostenuto prima.
Dopo tutto quel che è successo dal 1967 a oggi, c'è da chiedersi quale senso abbia ancora parlare di uno Stato palestinese indipendente - che non fu proclamato nel 1948 - e continuare a puntarvi. Un'occhiata alla mappa sottostante.
Essa è drammaticamente interessante, in quanto non solo dà il quadro dell'entità delle perdite territoriali subite dai Palestinesi nel corso degli anni, ma altresì mostra (davvero a una prima occhiata) come nelle macchie a pelle di leopardo dei territori affidati all'Autorità nazionale palestinese sia impossibile costituire un'entità statale indipendente che possa minimamente funzionare - economicamente, nei trasporti, nei servizi, nella difesa, nella prevenzione e repressione dei crimini ecc. ecc. - trattandosi di un vero e proprio bantustan per illudere i gonzi e quanti ormai non hanno altro che affidarsi alle chimere per un po' di fallace anestetico per la disperazione.
Hamas è velleitaria, Abu Mazen (1935) una figura patetica, e da anni ormai Israele si comporta come se la questione palestinese non debba più avere una soluzione, ma possa lentamente incancrenirsi sempre più nello statu quo. I ricorrenti e sterili contatti per un accordo di pace si sono trasformati in un vuoto e annoiante teatrino. E allora? Sarebbe meglio che nel mondo arabo «quelli che contano e possono» si piegassero pragmaticamente dinanzi al fatto della sconfitta nella battaglia per la Palestina, per ripartire da qui.
Sul come ripartire con un minimo di buon senso il modo ci sarebbe, e infatti da un po' di tempo qualcuno ne parla. L'argomento non è stato affrontato solo dal noto giornalista Daoud Kuttab (1955), in un articolo comparso su vari giornali arabi alla fine del 2012, ma altresì a ottobre dal principe giordano Hassan bin Talal (1947), durante un incontro organizzato da un ente caritatevole giordano a cui aderiscono anche esponenti dell'Autorità nazionale palestinese. In buona sostanza, Hassan bin Talal ha ripreso la tesi della Cisgiordania come parte del regno hashimita di Giordania al quale ritorni. Stante il totale fallimento degli accordi di Oslo, il principe - pur manifestandosi non ostile in linea di principio all'ipotesi dei «due Stati» in Palestina - l'ha considerata ormai superata dagli eventi, suggerendo che si torni all'unione tra Palestina cisgiordana e Giordania.
In realtà - se si ragiona in termini storico-geografici, e quindi a prescindere dai confini artificiali tracciati da Gran Bretagna e Francia nel primo dopoguerra - sulla base di quanto in precedenza detto sarebbe più appropriato parlare di unione fra una parte della Palestina cisgiordana e la Palestina transgiordana. Nel 1974, al vertice arabo di Rabat, il re Hussayn di Giordania (1935-1999) fu costretto a riconoscere l'Olp quale unico rappresentante legittimo del popolo palestinese e ad accettare - per implicito - la formazione di uno Stato palestinese indipendente in Cisgiordania per il solo fatto di far cessare l'isolamento della Giordania nel mondo arabo; e così, il 31 luglio, la Giordania rinunciò formalmente a ogni diritto sulla Cisgiordania.
Al discorso di Hassan bin Talal i grandi mass media non hanno dedicato il giusto spazio (tanto per cambiare), ma reazioni palestinesi ci sono state, come quella dell'importante esponente di al-Fatah Faruk al-Qadumi (1931) - strenuo avversario degli accordi di Oslo - che in un'intervista rilasciata al giornale arabo londinese Al Quds Al-Arabi ha osservato che «l'idea di un ritorno della Cisgiordania alla Giordania come ente federato o come territorio annesso non era per niente da scartare, anzi, poteva essere l'unica vera alternativa»51.
Lo stesso giornale ha poi dato notizia del fatto che all'inizio di dicembre 2012 Abu Mazen avrebbe informato i leader dell'Olp sul fatto di essere «allo studio un nuovo progetto di confederazione con la Giordania», citando studi effettuati da un gruppo la cui conclusione è che l'annessione della Cisgiordania alla Giordania sarebbe il modo migliore per la soluzione della questione palestinese. Sembra pure che un sondaggio svolto tra gli abitanti della Cisgiordania avrebbe rilevato un diffuso favore per l'annessione oppure la confederazione con la Giordania. Potrebbe rientrare in tale quadro anche la visita a sorpresa (e segreta fino all'ultimo) fatta dal Primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, in Giordania, nel senso che, pur essendo stata la Siria l'argomento principale, non si esclude che si sia parlato anche dell'ipotesi in questione.
Ebrei antisionisti
Un tale percorso, se imboccato, non sarebbe certo fatto di rose e fiori. Sul versante arabo esso comporterebbe la messa fuori gioco di Hamas dalla Cisgiordania, tanto che qualcuno ha ventilato la possibilità di un ritorno di Gaza all'Egitto. E forti reazioni dell'estremismo islamico sono da mettere in conto. Comunque sono in gioco vari interessi, e non tutti animati da nobili ideali. Si pensi alle centinaia di milioni e milioni di dollari in forma di aiuti ai palestinesi e di cui una parte resta nelle casse di cosiddette «organizzazioni pacifiste» o nelle tasche di notabili dell'Olp. E infine - last but not least - resta tutto da definire il merito degli accordi con Israele circa la ridefinizione territoriale della Cisgiordania e tutto ciò che essa implica. Che la Cisgiordania possa andare tutta ai palestinesi «rigiordanizzati» sarebbe una mera fantasia. Non si dimentichi che in questa parte di Palestina la superficie occupata da insediamenti sionisti israeliani è aumentata del 182% negli ultimi due decenni (dai 69 km² del 1990 ai 194,7 km² del 2012), e il numero dei coloni è passato dai 240 mila del 1990 agli oltre 656 mila del 2012, con un incremento del 189%. Ciò ha comportato costi materiali e aspettative umane, di modo che in teoria Israele - in cambio della pace - dovrebbe rinunciare a qualche insediamento (farlo digerire ai coloni, certo, non sarà cosa facile), ma è molto difficile che il nuovo aggregato giordano palestinese potrà avere in Gerusalemme (cioè in una parte di essa) la propria capitale. A meno che qualche buona volontà non riesca ad attribuire agli Arabi una enclave gerosolimitana destinata a fungere da capitale di rappresentanza, collegata alla Cisgiordania araba da un corridoio stradale, magari sotto controllo Onu.
Anche qui problemi dalla soluzione non agevole. Tuttavia, tra una via che ha dimostrato di non portare da nessuna parte e un'altra che invece potrebbe dare dei risultati, la scelta dovrebbe essere automatica. Ma sarà così? Comunque sia, per Israele sarebbe l'occasione per diventare finalmente uno Stato normale. Ha scritto al riguardo Joseph Algazy (1938) - in relazione al ruolo della «nuova storiografia», ma la valutazione ha un proprio valore «a prescindere» -:
«Dopo tanti anni di esistenza dello Stato di Israele, considerato una grande potenza della regione, il sionismo classico […] è superato, è tempo di "postsionismo". Nel nocciolo di questa idea c'è il progetto di normalizzazione dello Stato ebraico: normalizzazione a livello esterno, con i Palestinesi e con gli altri Stati arabi; normalizzazione anche a livello interno, con la trasformazione dello Stato ebraico in Stato di tutti i cittadini. Per molto tempo Israele ha voluto, o ha preteso, essere lo Stato di tutti gli Ebrei del mondo: un terzo di loro è venuto, gli altri hanno preferito restare nelle loro case. Invece di aspettare eternamente che tutta la diaspora si decida a fare la sua aliya52, è più importante fare di Israele uno Stato normale, vivendo in pace con se stesso e coi vicini […]. Per alcuni il sionismo aveva cessato di rappresentare, o di servire, una giusta causa. […] Appartiene alla storia, è superato: ha ormai compiuto la sua missione»53.


Pubblicato originariamente in Studi Interculturali, n. 3/2014, pp. 33-75.

1 Hans-Georg Gadamer, Verità e metodo, Bompiani, Milano 2000.
2 Álvaro Chunhal, A Verdade e a Mentira na Revolução de Abril, Avante!, Lisboa 1999, p. 14.
3 Cfr. Amadeo Bordiga, «La borghesia e il principio di nazionalità», in Avanti!, 24 gennaio 1915.
4 Per inciso, notava Bordiga che i discendenti dei cosiddetti martiri del Risorgimento impiccarono (come gli Austriaci a Belfiore) i Libici ribelli all'imposizione della «civiltà» italiana.
5 Ilan Pappé, Britain and the Arab-Israeli Conflict: 1948-1951, McMillan, New York 1988.
6 Avi Shlaim, Collusion Across the Jordan, King Abdullah, the Zionist Movement and the Partition of Palestine, Claredon Press, Oxford 1988.
7 Tom Segev, 1949: The First Israelis, Free Press McMillan, New York-London 1986.
8 Simha Flapan, The Birth of Israel: Myths and Realities, Croom Helm, London-Sidney 1987.
9 Shlomo Sand, Comment fut inventé le peuple juif, Fayard, Paris 2008.
10 Si vedano pure Ilan Greilsammer, La nouvelle histoire d'Israël, Gallimard, Paris 1998; Shlomo Sand, Les mots et la terre: Les intellectuels en Israël, Fayard, Paris 2006; Lorenzo Kamel, Israele-Palestina: Due storie, una speranza - La nuova storiografia israeliana allo specchio, Editori Riuniti, Roma 2008.
11 I Wahabbiti dell'Arabia Saudita e i loro epigoni contemporanei, fino ai Taliban del mullāh Omar o al-Qaida di Usamā bin Ladin, rappresentano più un'innovazione estremistica moderna che non un ritorno alla tradizione dell'Islām, il quale, piaccia o no, ben altri livelli di civiltà ha prodotto nel corso dei secoli.
12 Con questo termine si indicava la comunità religiosa non islamica a cui erano stati attribuiti specifici diritti nell'ambito del sistema giuridico dell'impero. Ogni comunità religiosa considerata millet godeva di propria giurisdizione autonoma relativamente allo «statuto personale» dei propri membri (con particolare riguardo al diritto di famiglia e successorio); l'autorità religiosa posta a capo di ciascun millet (i patriarchi cristiani e il Gran Rabbino di Costantinopoli) erano titolari di determinati poteri normativi e giurisdizionali, e altresì erano i rappresentanti politici della propria comunità presso il Sultano e la sua amministrazione. Si tratta di una forma perfezionata grazie a influssi bizantini del tradizionale istituto islamico della dhimma, e nell'impero ottomano fu in vigore fino al XIX secolo. Si discute fra gli studiosi se questo sistema riguardasse solo le comunità cristiane, giacché secondo alcuni fino all'Ottocento ogni comunità ebraica locale sarebbe stata sotto l'autorità del proprio rabbino, e non soggetta a un'autorità centrale sita a Costantinopoli. Cfr. Bernard Lewis, Il linguaggio politico dell'Islam, Laterza, Roma 1991, pp. 45-6 e 127; Nicola Melis, «Lo statuto giuridico degli ebrei dell'Impero Ottomano», in M. Contu, N. Melis, G. Pinna (a cura di), Ebraismo e rapporti con le culture del Mediterraneo nei secoli XVIII-XX, Giuntina, Firenze 2003, pp. 139-56.
13 Sarebbe più appropriato parlare di «terra in cui anticamente si stanziarono i Padri», dopo aver massacrato le popolazioni che a suo tempo l'abitavano.
14 Gracia Mendes Nasi (1510-1569), ricchissima ebrea nata a Lisbona in una famiglia «marrana», cioè obbligata a convertirsi al cattolicesimo ma segretamente rimasta ebrea (il suo nome ufficiale era Beatriz de Luna), fu attivissima nell'azione di salvataggio di suoi correligionari. Riparata nell'impero ottomano grazie al favore di cui lei e il nipote João Miques (noto anche come Joseph Nasi) godevano presso il Sultano e il Gran Visir, cercò di costituire nella zona di Tiberiade un focolare ebraico. Fece ricostruire insediamenti da tempo abbandonati per consentirvi l'installazione di rifugiati. Tiberiade all'epoca divenne uno dei maggiori centri ebraici per cultura e commerci. Il nipote João Miques (m. 1579) divenne un'influente figura nell'impero ottomano durante il regno di Süleyman il Magnifico (1494-1566) e di suo figlio Selim II (1524-1574). Anche lui portoghese, riparò nelle terre ottomane nel 1554. Per i servigi resi fu nominato dal Sultano Duca di Naxos e poi Conte di Andros. Nel 1561 fu nominato Signore di Tiberiade. Dopo la morte di Selim venne meno la sua influenza a corte, ma mantenne fino alla morte titoli e rendite. Anche lui fu attivo nel ripopolamento ebraico di Tiberiade e Safed avviato dalla zia. A partire dal 1561 fece ricostruire le mura di Tiberiade e promosse la produzione e lavorazione della seta, incentivando l'immigrazione di artigiani ebrei. Fallì invece il suo progetto di far venire a Tiberiade gli ebrei dello Stato pontificio, a causa dello scoppio della Guerra di Cipro (1570), peraltro da lui caldeggiata nella speranza di diventare poi in quell'isola il sovrano vassallo del Sultano. Gli ottomani la conquistarono, ma a prezzo di enormi perdite in vite umane, e questo dette inizio alla parabola discendente di Nasi.
15 Riprendendo il titolo di un libro di Leon Pinsker del 1882.
16 Dopo il genocidio nazista, con la creazione dello Stato di Israele (ci vive oggi circa il 40% degli ebrei del mondo), la grande maggioranza delle comunità ebraiche fuori dalla Palestina è filosionista. Pur tuttavia, l'opposizione al sionismo tra gli ebrei non si è annullata, e continua a esistere anche se in posizione assolutamente minoritaria, ed è diventata maggiormente visibile prima di tutto con le conseguenze della Guerra dei sei giorni, e poi con i distruttivi e sanguinosissimi interventi israeliani in Libano e a Gaza, oltre che con l'intifada. Oggi dispongono di alcuni siti internet: NKUSA.org, JewsAgainstZionism.com, JewsNotZionists.org, IsraelVersusJudaism.org.
17 A questa rinascita contribuirono Eliezer Ben Yehuda (1858-1922) e Mendele Moicher Sforim (1835-1917) per la prosa e Haim Nachman Bialik (1873-1934) per la poesia.
18 Faisal-Weizmann Agreement, 3 gennaio 1919: «Article III. In the establishment of the Constitution and Administration of Palestine all such measures shall be adopted as will afford the fullest guarantees for carrying into effect the British Government's Declaration of the 2nd of November, 1917. Article IV. All necessary measures shall be taken to encourage and stimulate immigration of Jews into Palestine on a large scale, and as quickly as possible to settle Jewish immigrants upon the land through closer settlement and intensive cultivation of the soil. In taking such measures the Arab peasant and tenant farmers shall be protected in their rights, and shall be assisted in forwarding their economic development.
«Provided the Arabs obtain their independence as demanded in my Memorandum dated the 4th of January, 1919, to the Foreign Office of the Government of Great Britain, I shall concur in the above articles. But if the slightest modification or departure were to be made [sc. in relation to the demands in the Memorandum] I shall not be bound by a single word of the present Agreement which shall be deemed void and of no account or validity, and I shall not be answerable in any way whatsoever».
19 «We recommend, in the fifth place, serious modification of the extreme Zionist program for Palestine of unlimited immigration of Jews, looking finally to making Palestine distinctly a Jewish State»: The King-Crane Commission Report, August 28, 1919.
20 «The fact came out repeatedly in the Commission's conference with Jewish representatives, that the Zionists looked forward to a practically complete dispossession of the present non-Jewish inhabitants of Palestine, by various forms of purchase» (ibidem).
21 «The Peace Conference should not shut its eyes to the fact that the anti-Zionist feeling in Palestine and Syria is intense and not lightly to be flouted. No British officer, consulted by the Commissioners, believed that the Zionist program could be carried out except by force of arms. […] That of itself is evidence of a strong sense of the injustice of the Zionist program, on the part of the non-Jewish populations of Palestine and Syria. Decisions, requiring armies to carry out, are sometimes necessary, but they are surely not gratuitously to be taken in the interests of a serious injustice» (ibidem).
22 Cfr. La questione sionista e il Vicino Oriente, con la raccolta dei documenti ufficiali.
23 Nel 1873 la regione era stata riorganizzata dal governo ottomano - a soli fini amministrativi - mediante la divisione in tre grandi aree: al nord, da Giaffa a Gerico e al Giordano, come parte del vilayet («distretto») di Beirut; da Giaffa, lungo la costa e fino al Sinai, come parte del vilayet di Gerusalemme; il resto (Penisola del Sinai e deserto del Negev) rientrava nel vilayet dell'Hijaz, esteso fino all'Arabia occidentale.
24 Margaret McMillan, Parigi 1919: sei mesi che cambiarono il mondo, Mondadori, Milano 2006, p. 529.
25 Leonid Mlečin, Perché Stalin creò Israele, Teti, Roma 2008, p. 51.
26 Massimo Massara, La terra troppo promessa: sionismo, imperialismo e nazionalismo arabo in Palestina, Teti, Roma 1979.
27 Già a giugno del '38 c'era stato il fallimento della Conferenza di Evian, convocata dal presidente Franklin Delano Roosevelt, che aveva riunito i rappresentanti di 32 paesi e di 39 organizzazioni private per aiutare il crescente numero di Ebrei tedeschi che chiedevano di poter abbandonare la Germania.
28 Perché Stalin creò Israele, cit., p. 54.
29 Ibid.
30 Ibid., p. 99.
31 Importanti le concessioni a imprese ebraiche sul potassio del Mar Morto e sulla centrale elettrica di Naharayim.
32 «No expropriation of land owned by an Arab in the Jewish State (by a Jew in the Arab State) shall be allowed except for public purposes. In all cases of expropriation full compensation as fixed by the Supreme Court shall be said previous to dispossession»: United Nations General Assembly Resolution 181, November 29, 1947.
33 Per il primo, 50.000 uomini con armi leggere, artiglieria e relative munizioni, nonché blindati e un'aviazione abbastanza fornita; per il secondo, 44.500 uomini, 10.489 fucili, 702 mitragliatrici leggere, 2.666 fucili mitragliatori, 186 mitragliatrici di medio calibro e 764 mortai. Cfr. Jon e David Kimche, A Clash of Destinies: The Arab-Jewish War and the Founding of Israel, Frederik A. Praeger, New York 1960, p. 79; Benny Morris, The Birth of the Palestinian Refugee Problem: 1947-1949, Cambridge University Press, Cambridge 1987, pp. 21-2.
34 Gli uomini di al-Qawuqji disponevano di 10.000 fucili, spesso antiquati; a ciò si aggiungevano 2.618 fucili dei volontari di Palestina.
35 The Birth of Israel: Myths and Realities, cit., p. 58.
36 Ibid., pp. 67-8.
37 «The General Assembly […] resolves that the refugees wishing to return to their homes and live at peace with their neighbours should be permitted to do so at the earliest practicable date, and that compensation should be paid for the property of those choosing not to return and for loss of or damage to property which, under principles of international law or in equity, should be made good by the Governments or authorities responsible»: United Nations General Assembly Resolution 194, December 11, 1948.
38 L. Mlečin, op. cit., p. 127.
39 Il costante rifiuto di riconoscere le atrocità, i veri e propri crimini di guerra di cui furono responsabili combattenti sionisti, risponde alla perversa logica della tohar haneshek, o purezza delle armi: ovvero, le armi israeliane restano sempre, pure nella misura in cui vengano usate per la difesa di Israele. La questione fu sollevata da esponenti del Mapam e del Partito comunista israeliano, e le proteste già all'epoca non mancarono affatto, anche da parte di membri del governo sionista, con il ministro Aharon Zisling che si espresse con queste dichiarazioni di sdegno e dolore: «Quello che sta succedendo è una ferita nella mia anima […] in questo momento anche gli Ebrei si comportano come i nazisti e una scossa agita tutto il mio essere» (citato da Tom Segev in 1949: The First Israelis, cit., p. 26). Invece il poeta nazionale Abba Kovner esaltò «serenamente» il massacro degli Arabi con i toni amorali usati dai carnefici della Shoah. Purtroppo, così va il mondo.
40 Cit. in Edward W. Said, La questione palestinese, Il Saggiatore, Milano 2011, p. 148.
41 Dominique Vidal, O pecado original de Israel, Campo da comunicação, Lisboa 2002, p. 128.
42 Ibid..
43 La questione palestinese, cit., p. 65.
44 E. Nolte, Il terzo radicalismo: Islam e Occidente nel XXI secolo, Liberal, Genova 2004, p. 159.
45 Lo iato fra le premesse e gli esiti del progetto sionista è notevole. Dirlo è politicamente scorrettissimo, ma i fatti ci sono e spesso sono proprio degli israeliani a denunciarlo. Quando, nel 1982, Menachem Begin definì i Palestinesi «bestie che camminano su due gambe» alla Knesset (il Parlamento), i deputati applaudirono calorosamente. Non fu il primo a manifestare il proprio disprezzo: Chaim Weizmann, primo presidente di Israele, non aveva esitato a dichiarare: «Gli Inglesi ci hanno detto che lì c'è qualche centinaio di negri e che non valgono niente». Nell'aprile del 2001 il Gran Rabbino Yosef Ovadia (1920-2013) pronunciò quest'invocazione: «Possa il Nome Divino castigare gli Arabi, disperdere il loro seme e annientarli. È vietato avere pietà di loro! Dobbiamo lanciare dei missili contro di loro e sterminarli. Essi sono malvagi e dannati!». Dal canto suo, il rabbino Yitzchak Ginsburgh (1944) affermò che «il sangue degli Ebrei e quello dei goy (non ebrei) non è uguale […] uccidere non è un crimine se le vittime non sono ebree». Ed Eli Yishai (1962), ministro dell'Interno, responsabile di una vera e propria caccia agli emigrati africani, dichiarò senza mezzi termini, nel giugno 2012: «Mi servirò di tutti i mezzi per espellere gli stranieri, perché Israele appartiene all'uomo bianco!».
Ma la cosa non riguarda solo certi esponenti della destra sionista. Un sondaggio pubblicato nell'ottobre 2012 dal quotidiano israeliano Haaretz dette questo risultato: «il 42% della popolazione non vuole abitare nello stesso immobile in cui vi sono Arabi israeliani e non vogliono che il loro figli frequentino scuole in cui vi siano bambini arabi; il 33% vorrebbe una legge contro il voto dei cittadini arabi alle elezioni politiche; il 69% si oppone all'idea di conferire il diritto di voto ai Palestinesi in caso di annessione della Cisgiordania; il 74% è addirittura favorevole a strade separate per Israeliani e Palestinesi in Cisgiordania (e in effetti una c'è: si tratta della Strada 60 che, da nord a sud, taglia la Cisgiordania in due); e il 58% è consapevole del regime di apartheid in vigore nei confronti degli Arabi, ma lo approva».
Esiste poi una vera e propria militarizzazione dell'educazione. Nurit Peled-Elhanan (1949), professoressa di didattica all'Università ebraica di Gerusalemme, nel suo libro La Palestina nei manuali scolastici israeliani: ideologia e propaganda nell'educazione, sottolinea che quasi tutti i temi trattati nei programmi israeliani di insegnamento sono impregnati di un nazionalismo esacerbato. Mai i Palestinesi vengono presentati come esseri umani, bensì come un «problema», la parola «palestinesi» non viene mai utilizzata ed essi sono definiti «primitivi», con pratiche tribali e arcaiche, sempre «ostili», «aggressori» o «terroristi». Zvi Ba'rel, anziano giornalista del quotidiano Haaretz, dopo il linciaggio a Gerusalemme del giovane palestinese Jamal Julani da parte di una banda di adolescenti israeliani ha riportato le parole di uno di essi: «Poteva ben morire, la cosa mi lascerebbe indifferente, perché è un Arabo».
In Israele «la carta di identità israeliana è differente a seconda che si sia Ebreo o Arabo; la popolazione dei territori "annessi" nel 1967 non ha alcuna nazionalità e i civili "non ebrei" sono sottoposti alla giurisdizione di tribunali militari; esistono discriminazioni etniche generalizzate nelle assunzioni nei confronti di quel milione e 200.000 Palestinesi che hanno nazionalità israeliana; la giustizia è discriminatoria in quanto gli israelo-palestinesi sono sistematicamente condannati a pene più pesanti di quelle inflitte ai cittadini ebrei a parità di reato; le terre ancestrali dei beduini del Negev sono state confiscate e i nomadi trasferiti nel piccolo triangolo del Siyag (Beersheva, Dimona, Arad) e confinati in vere e proprie township; solo il 2% delle terre possono essere acquistate dagli israelo-palestinesi e per legge l'Agenzia ebraica può opporsi alla vendita ad un non ebreo». Nel novembre 2011 il Tribunale Russell per la Palestina a Cape Town concluse che «Israele ha sottomesso il popolo palestinese ad un regime istituzionalizzato di dominazione considerato come apartheid secondo il diritto internazionale. Questo regime discriminatorio si manifesta con una intensità e forme variabili nei confronti delle diverse categorie di Palestinesi, a seconda del luogo di residenza. I cittadini palestinesi di Israele, benché godano del diritto di voto, non fanno parte della nazione ebraica secondo il diritto israeliano, e sono quindi privati dei vantaggi che derivano dalla nazionalità ebraica e sottoposti ad una discriminazione sistematica nell'ambito di una vasta gamma di diritti umani riconosciuti […]».
Va anche ricordato che Israele ha sempre collaborato con i peggiori regimi dittatoriali e razzisti, a cominciare dalla collaborazione militare col regime bianco del Sudafrica, anche per la realizzazione di armi nucleari. Nell'accoglienza al politico sudafricano John Vorster (1915-1983), nel 1975, Yitzhak Rabin (1922-1995) brindò «ai comuni ideali di Israele e dell'Africa del Sud, due paesi che affrontano una brutalità e una instabilità ispirata dall'estero».
Ci fu poi la collaborazione del Mossad nell'assassinio di Mehdi Ben Barka (1920-1965) durante il regno di Hassan II (1929-1999) in Marocco; l'assistenza alla famigerata Savak (la polizia politica dello Scià in Iran); l'aiuto tecnico del Mossad nella formazione degli «esaminatori negli interrogatori»; la collaborazione con diverse dittature latinoamericane (Pinochet in Cile, Stroessner in Paraguay ecc.), la stretta alleanza operativa (senza la quale Israele non avrebbe potuto costruire le sue atomiche) col regime razzista del Sudafrica. Circa dieci anni fa, Nelson Mandela scrisse: «La discriminazione razziale di Israele segna la vita quotidiana della maggior parte dei Palestinesi. […] L'apartheid è un crimine verso l'umanità. Israele ha privato milioni di Palestinesi della loro libertà e delle loro proprietà. Perpetua un sistema di discriminazione razziale e di diseguaglianza. Ha sistematicamente incarcerato e torturato migliaia di Palestinesi, violando il diritto internazionale. Ha scatenato una guerra contro la popolazione civile, soprattutto i bambini».
Il 10 novembre 1975, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite aveva adottato la risoluzione n. 3379, che definiva il sionismo «una forma di razzismo». Politicamente scorretta, per le pressioni successivamente esercitate quella risoluzione fu revocata nel 1991 dalla stessa Assemblea Generale con la risoluzione n. 86. Comunque, oggi il sionismo non è considerato una forma di razzismo solo da Israele e dai suoi sostenitori. Su tutto ciò, cfr. Rudi Barnet, «"I Palestinesi sono bestie che camminano su due gambe"», ossin.org, con le relative indicazioni bibliografiche delle fonti.
46 Citato da Michael J. Cohen, Palestine and Great Powers: 1945-1948, Princeton University Press, Princeton 1982, p. 145.
47 Iosif Stalin, Il marxismo e la questione nazionale, cap. I, Einaudi, Torino 1975, pp. 52-3.
48 J.S. Mill, Considerations On Representative Government, cap. XVI, Parker son & Boum, 1861, cit. in Giovanni Arrighi, La geometria dell'imperialismo, Feltrinelli, Milano 1978, p. 128.
49 Citato da D. Vidal, op. cit., p. 218.
50 Un solo esempio, senza andare lontano sui piani geografico e temporale: se John Philby (1885-1960) - padre del più noto spione doppiogiochista Kim (1912-1988) - inviato nel 1917 da Londra in Arabia per mettere in riga l'emiro Ibn Saud, non avesse invece deciso - di testa sua - di aiutarlo a conquistare Mecca, Medina e quasi tutta la Penisola arabica, probabilmente ci sarebbe stata una terna di regni hashimiti (Hijaz, Transgiordania e Iraq) che avrebbe avuto una maggiore possibilità di ruolo anche nelle vicende palestinesi.
51 Cfr. «Cisgiordania annessa dalla Giordania: una idea che prende sempre più corpo», rightsreporter.org, 28 dicembre 2012.
52 Significa ascensione, elevazione spirituale, e indica anche l'immigrazione in Palestina.
53 Nella sua postfazione a O pecado original de Israel, cit., pp. 207-8.

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RED UTOPIA ROJA - Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

(January 2010)

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad

(Enero de 2010)

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo.

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

(Gennaio 2010)

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

(Janvier 2010)

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

(Janeiro de 2010)