di Nathan Novik
(6 marzo 2026)
ITALIANO- ESPAÑOL
Mantengo una convinzione che ho ripetuto in diverse occasioni: il problema non è l'Iran come nazione, né il suo popolo millenario, né la sua cultura. Il problema è il regime fanatico ed estremista che lo governa dal
1979. Non siamo di fronte a una democrazia liberale, ma a un sistema dove il potere reale risiede in un clero radicale che non si sottopone allo scrutinio cittadino. Quando osservo l'attuale guerra che coinvolge gli Stati Uniti, Israele e l'Iran, la intendo come un punto di svolta.
Non si tratta solo di geopolitica. Si tratta della necessità di neutralizzare un progetto che ha fatto della violenza, del terrorismo e della destabilizzazione regionale una politica di Stato. Il regime iraniano finanzia e sostiene organizzazioni come Hezbollah, Hamas e gli Houthi in Yemen, oltre a milizie in Iraq e Siria. Dove interviene, si installa
una guerra per procura.
L'Iran è tra i paesi con il più alto numero di esecuzioni nel mondo. Si punisce la dissidenza politica, la protesta e i cosiddetti reati religiosi. Dopo la morte di Mahsa Amini nel 2022, il mondo è stato testimone della repressione contro le donne che hanno messo in discussione il velo obbligatorio. Le donne non hanno piena libertà sul loro abbigliamento né sulla loro espressione pubblica.
Mentre l'economia iraniana soffre inflazione e povertà, il regime investe risorse in missili balistici e nell'arricchimento di
uranio. Il rifiuto di fermare quel processo, base per la fabbricazione di armi atomiche, ha portato la tensione al limite. Quando un regime proclama "Morte a Israele" e "Morte all'America" come slogan ufficiali, non siamo di fronte a retorica isolata. Siamo di fronte a una dottrina.
La chiusura o la minaccia sullo Stretto di Hormuz, gli attacchi a interessi sauditi ed emiratini, la censura di internet e la persecuzione ai bahá'í e ai cristiani convertiti mostrano un modello che non tollera pluralismo. Di fronte a ciò, la guerra attuale tra Stati Uniti,
Israele e Iran deve essere analizzata partendo dalla responsabilità di impedire che un regime non affidabile acceda a capacità nucleare militare.
Contrasto istituzionale
Paragono questo modello con quello di Israele. Israele ha elezioni, stampa critica, Corte Suprema e rappresentanza parlamentare araba. In Israele protestare è legale. In Iran può costare la vita. Difendere il
popolo iraniano è giusto. Difendere gli ayatollah che reprimono e finanziano il terrore non lo è.
Non parlo dalla negazione dei diritti di altri popoli. Il diritto di Israele a esistere non annulla il diritto degli arabi o musulmani a
vivere nella regione con autonomia e rispetto. La condizione è reciproca: riconoscere e lasciar vivere l'altro.
La guerra in corso non è un capriccio espansionista. È la conseguenza di decenni di finanziamento del terrorismo e di una corsa nucleare che minaccia la stabilità globale. Quando il regime iraniano rifiuta accordi e continua l'arricchimento di uranio, colloca la regione sull'orlo di una conflagrazione maggiore. Ignorare questo fatto sarebbe irresponsabile.
Un intervento da ricordare: la storia e la legittimità
A febbraio 2026, il cancelliere israeliano Gideon Sa'ar è intervenuto dinanzi al Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Le sue parole sono state dirette: la presenza ebraica nella Terra di Israele non è cessata nemmeno durante l'esilio. Ha ricordato che quattromila anni fa Abramo camminò per Ebron e Be'er Sheva, e che più di tremila anni fa il re Davide stabilì Gerusalemme come capitale.
Sa'ar ha evocato l'imperatore Adriano, che rinominò la regione come Siria-Palestina dopo aver distrutto Gerusalemme e costruito Aelia Capitolina, tentando di cancellare la memoria ebraica. Ha chiesto chi ricordi oggi quel nome, e chi non conosca Gerusalemme.
Oltre la retorica, il punto centrale è stata l'affermazione di diritti storici documentati e la difesa della sovranità israeliana come
garanzia di libertà di culto per ebrei, cristiani e musulmani. Più di due milioni di cittadini arabi vivono in Israele con rappresentanza parlamentare e diritti civili.
Guerra e arricchimento dell'uranio
Nello stesso contesto, il rifiuto iraniano a frenare l'arricchimento di uranio è stato indicato come una minaccia diretta. La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran non sorge nel vuoto. Sorge dall'accumulo di avvertimenti disattesi, di accordi non rispettati e dall'espansione di milizie finanziate da Teheran.
Si difende il diritto degli arabi a vivere in pace. Si esige la stessa chiarezza riguardo al diritto del popolo ebraico. La diversità in Medio Oriente richiede inclusione e rispetto reciproco. Tuttavia, quando un regime dichiara l'eliminazione di un altro Stato come obiettivo strategico, la convivenza diventa impraticabile.
Israele non affronta solo un avversario militare. Affronta un progetto ideologico che esporta violenza. La stabilità regionale dipende dal fermare quel progetto. L'intervento militare, in questo contesto, mira a impedire una capacità nucleare che cambierebbe l'equilibrio di potere in tutta la regione.
Gaza e una lettera aperta per la pace
Nel maggio 2025 è stata pubblicata sul blog dell'Associazione Utopia Rossa una dichiarazione su Israele e Gaza, firmata da me, Nathan Novik, e dal mio amico, Edison Zoldan. Quel testo, precedente al piano presentato poi da Donald Trump per Gaza, ha condannato in modo categorico l'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e lo ha descritto come un pogrom pianificato.
La dichiarazione ha respinto accuse di genocidio contro le Forze di Difesa di Israele, sebbene abbia riconosciuto la tragedia delle vittime civili a Gaza. Ha attribuito la responsabilità principale a Hamas, a Hezbollah e all'Iran come finanziatore del terrorismo. Ha proposto una forza globale congiunta, autonoma, che assuma il controllo di Gaza e Cisgiordania in collaborazione con palestinesi disposti a convivere in pace.
Tra le misure proposte sono incluse: resa e disarmo totale di Hamas; tavolo di dialogo per due entità autonome; aiuti umanitari controllati; disarmo e reintegrazione supervisionata di combattenti; ritiro israeliano da Gaza sotto il controllo di una forza internazionale.
Il documento sostiene anche che la leadership israeliana deve rinnovarsi e attribuisce responsabilità politica a Benjamin Netanyahu per il 7 ottobre. La proposta mira a un nuovo patto di civiltà dove il terrorismo non sia accettato come mezzo.
Condivido l'idea che il fine non giustifichi i mezzi. L'etica deve riflettersi nell'azione politica. Sostengo anche che la pace non possa costruirsi ignorando la radice del conflitto attuale: il finanziamento e la direzione strategica che l'Iran ha concesso a organizzazioni armate nella regione.
Guerra, responsabilità e futuro
La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran segna un momento decisivo. Se il regime iraniano accedesse a capacità nucleare militare, l'equilibrio regionale cambierebbe in modo irreversibile. Non si tratta di una confrontazione religiosa tra popoli. Si tratta di fermare un regime che ha fatto dell'estremismo uno strumento di potere.
Difendo il diritto di Israele a esistere e proteggersi. Condanno il terrorismo di Hamas e l'utilizzo di civili come scudi umani.
Esigo trattamento umanitario per i palestinesi non coinvolti nel terrorismo. Sostengo che la comunità internazionale deve agire con coerenza e senza doppi standard.
Aspiro a un processo di rinnovamento culturale e politico dove le armi si trasformino in strumenti di sviluppo. Ma questa aspirazione richiede condizioni minime di sicurezza. La pace non si decreta; si costruisce sulla base della responsabilità.
Oggi, più che mai, è necessario distinguere tra un popolo e un regime. Tra la critica legittima e la negazione del diritto a esistere. Tra la difesa e l'aggressione.
La storia insegna che ignorare i segnali precoci ha costi alti. La guerra attuale è un segnale che il tempo degli avvertimenti è terminato ed è iniziato quello delle decisioni.
ESPAÑOL
ANTE LA AMENAZA NUCLEAR IRANÍ
por Nathan Novik
(6 de Marzo 2026)
Sostengo una convicción que he repetido en distintas instancias: el problema no es Irán como nación, ni su pueblo milenario, ni su cultura. El problema es el régimen fanático y extremista que lo gobierna desde 1979.
No estamos frente a una democracia liberal, sino ante un sistema donde el poder real reside en un clero radical que no se somete al escrutinio ciudadano. Cuando observo la actual guerra que involucra a Estados Unidos, a Israel y a Irán, la entiendo como un punto de inflexión.
No se trata solo de geopolítica. Se trata de la necesidad de neutralizar un proyecto que ha hecho de la violencia, el terrorismo y la desestabilización regional una política de Estado. El régimen iraní financia y auspicia a organizaciones como Hezbolá, Hamás y los hutíes en Yemen, además de milicias en Irak y Siria. Donde interviene, se instala una guerra por delegación.
Irán está entre los países con mayor número de ejecuciones en el mundo. Se castiga la disidencia política, la protesta y los llamados delitos religiosos. Tras la muerte de Mahsa Amini en 2022, el mundo fue testigo de la represión contra mujeres que cuestionaron el velo obligatorio. Las mujeres no tienen libertad plena sobre su vestimenta ni sobre su expresión pública.
Mientras la economía iraní sufre inflación y pobreza, el régimen invierte recursos en misiles balísticos y en el enriquecimiento de uranio. La negativa a detener ese proceso, base para la fabricación de armas atómicas, llevó la tensión a un límite. Cuando un régimen proclama “Muerte a Israel” y “Muerte a América” como consignas oficiales, no estamos ante retórica aislada. Estamos ante una doctrina.
El cierre o la amenaza sobre el Estrecho de Ormuz, los ataques a intereses saudíes y emiratíes, la censura de internet y la persecución a bahá’ís y cristianos conversos muestran un modelo que no tolera pluralismo. Frente a eso, la guerra actual entre Estados Unidos, Israel e Irán debe analizarse desde la responsabilidad de impedir que un régimen no confiable acceda a capacidad nuclear militar.
Contraste institucional
Comparo este modelo con el de Israel. Israel tiene elecciones, prensa crítica, Corte Suprema y representación parlamentaria árabe.
En Israel protestar es legal. En Irán puede costar la vida. Defender al pueblo iraní es justo. Defender a los ayatolás que reprimen y financian terror no lo es.
No hablo desde la negación de los derechos de otros pueblos. El derecho de Israel a existir no anula el derecho de los árabes o musulmanes a vivir en la región con autonomía y respeto. La condición es recíproca: reconocer y dejar vivir al otro.
La guerra en curso no es un capricho expansionista. Es la consecuencia de décadas de financiamiento del terrorismo y de una carrera nuclear que amenaza la estabilidad global. Cuando el régimen iraní rechaza acuerdos y continúa el enriquecimiento de uranio, coloca a la región al borde de una conflagración mayor. Ignorar ese hecho sería irresponsable.
Una intervención para recordar: la historia y la legitimidad
En febrero de 2026, el canciller israelí Gideon Sa’ar intervino ante el Consejo de Seguridad de la ONU. Sus palabras fueron directas: la presencia judía en la Tierra de Israel no ha cesado ni siquiera durante el exilio. Recordó que hace cuatro mil años Abraham caminó por Hebrón y Beersheva, y que hace más de tres mil años el rey David estableció Jerusalén como capital.
Sa’ar evocó al emperador Adriano, quien renombró la región como Siria-Palestina tras destruir Jerusalén y construir Aelia Capitolina, intentando borrar la memoria judía. Preguntó quién recuerda hoy ese nombre, y quién desconoce Jerusalén.
Más allá de la retórica, el punto central fue la afirmación de derechos históricos documentados y la defensa de la soberanía israelí como garantía de libertad de culto para judíos, cristianos y musulmanes. Más de dos millones de ciudadanos árabes viven en Israel con representación parlamentaria y derechos civiles.
Guerra y enriquecimiento de uranio
En el mismo contexto, la negativa iraní a frenar el enriquecimiento de uranio fue señalada como una amenaza directa. La guerra entre Estados Unidos, Israel e Irán no surge en el vacío. Surge de la acumulación de advertencias desoídas, de acuerdos incumplidos y de la expansión de milicias financiadas por Teherán.
Se defiende el derecho de los árabes a vivir en paz. Se exige la misma claridad respecto del derecho del pueblo judío. La diversidad en Medio Oriente requiere inclusión y respeto mutuo. Sin embargo, cuando un régimen declara la eliminación de otro Estado como objetivo estratégico, la coexistencia se vuelve inviable.
Israel no enfrenta solo a un adversario militar. Enfrenta un proyecto ideológico que exporta violencia. La estabilidad regional depende de frenar ese proyecto. La intervención militar, en este contexto, busca impedir una capacidad nuclear que cambiaría el equilibrio de poder en toda la región.
Gaza y una carta abierta por la paz
En mayo de 2025 se publicó en el blog de la Asociación Utopía Rossa una declaración sobre Israel y Gaza, firmada por mi, Nathan Novik y mi amigo, Edison Zoldan. Ese texto, anterior al plan presentado luego por Donald Trump para Gaza, condenó de forma categórica el ataque de Hamás del 7 de octubre de 2023 y lo describió como un pogromo planificado.
La declaración rechazó acusaciones de genocidio contra las Fuerzas de Defensa de Israel, aunque reconoció la tragedia de las víctimas civiles en Gaza. Atribuyó la responsabilidad principal a Hamás, a Hezbolá y a Irán como financista del terrorismo. Propuso una fuerza global conjunta, autónoma, que asuma el control de Gaza y Cisjordania en colaboración con palestinos dispuestos a convivir en paz.
Entre las medidas planteadas se incluyen: rendición y desarme total de Hamás; mesa de diálogo para dos entidades autónomas; ayuda humanitaria controlada; desarme y reintegración supervisada de combatientes; retiro israelí de Gaza bajo control de una fuerza internacional.
El documento también sostiene que el liderazgo israelí debe renovarse y atribuye responsabilidad política a Benjamin Netanyahu por el 7 de octubre. La propuesta apunta a un nuevo pacto civilizatorio donde el terrorismo no sea aceptado como medio.
Comparto la idea de que el fin no justifica los medios. La ética debe reflejarse en la acción política. También sostengo que la paz no puede construirse ignorando la raíz del conflicto actual: la financiación y dirección estratégica que Irán ha otorgado a organizaciones armadas en la región.
Guerra, responsabilidad y futuro
La guerra entre Estados Unidos, Israel e Irán marca un momento decisivo. Si el régimen iraní accediera a capacidad nuclear militar, el equilibrio regional cambiaría de forma irreversible. No se trata de una confrontación religiosa entre pueblos. Se trata de frenar a un régimen que ha hecho del extremismo un instrumento de poder.
Defiendo el derecho de Israel a existir y protegerse. Condeno el terrorismo de Hamás y la utilización de civiles como escudos humanos. Exijo trato humanitario para los palestinos no involucrados en el terrorismo. Sostengo que la comunidad internacional debe actuar con coherencia y sin dobles estándares.
Aspiro a un proceso de renovación cultural y política donde las armas se transformen en instrumentos de desarrollo. Pero esa aspiración requiere condiciones mínimas de seguridad. La paz no se decreta; se construye sobre la base de la responsabilidad
Hoy, más que nunca, es necesario distinguir entre un pueblo y un régimen. Entre la crítica legítima y la negación del derecho a existir. Entre la defensa y la agresión.
La historia enseña que ignorar las señales tempranas tiene costos altos. La guerra actual es una señal de que el tiempo de las advertencias ha terminado y comenzó el de las decisiones
