L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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venerdì 9 gennaio 2026

LEZIONI SCONVOLGENTI DELL'INTERVENTO NORDAMERICANO IN VENEZUELA

di Alina Bárbara López Hernández


ITALIANO - ESPAÑOL


Professoressa, saggista ed editrice. Laureata in Scienze Filosofiche e membro corrispondente dell'Accademia di Storia di Cuba


L'intervento lampo del governo degli Stati Uniti in Venezuela, avvenuto nelle prime ore del 3 gennaio 2026, consente di trarre diverse lezioni significative. La prima è che nessun governo che rovini il proprio paese, impoverisca il suo popolo, reprima i suoi cittadini, generi un esodo di massa, si erga a élite corrotta, ignori la volontà popolare e si mantenga al potere con la forza, potrà disporre di una base di appoggio sociale, per quanto se ne vanti. Al momento giusto, il popolo non lo difenderà. E questo permette di capire la gioia di tantissimi venezuelani per la fine del loro dittatore; anche se non della loro dittatura.


I giornalisti residenti a Caracas riferiscono che la gente si è preoccupata più di comprare generi alimentari nei supermercati che di organizzare proteste. Questo non mi sorprende. Durante la sua campagna elettorale, María Corina Machado aveva ricevuto il sostegno di persone umili che erano state chaviste, probabilmente molte di quelle che impedirono il golpe dell'11 aprile 2002 uscendo a difendere Chávez. Quelle persone, che scesero dai cerros di Caracas e da altri quartieri popolari in diversi stati del Venezuela, furono quelle che custodirono i seggi elettorali, denunciarono le irregolarità e scesero in piazza a protestare quando il CNE dichiarò Maduro vincitore nelle elezioni rubate del luglio 2024. Quelle persone, ora, non hanno nemmeno battuto ciglio.


Le forze militari nordamericane sono arrivate in Venezuela, hanno eluso i missili costieri, sono entrate «come Pedro a casa sua», hanno avanzato come se fossero nati a Caracas, si sono dirette direttamente al luogo dove si trovava Nicolás Maduro, lo hanno catturato e trasferito verso gli Stati Uniti. La resistenza di un gruppo di militari che lo custodiva non ha potuto impedirlo; tra di loro sono morti trentadue cubani di una truppa di cui ignoriamo il numero totale, poiché il governo dell'Isola aveva negato enfaticamente per anni la presenza delle sue truppe in quel paese.


Quelle morti fanno scattare altri allarmi e diversi dubbi. Secondo le dichiarazioni di Trump e del suo Segretario alla Guerra, solo due militari statunitensi hanno riportato lievi ferite alle gambe salendo sugli aerei. In quali circostanze sono morti allora i militari cubani? Secondo il governo cubano: «sono caduti dopo una ferrea resistenza in combattimento». Combattimento contro chi? Contro i Delta Force o contro militari venezuelani che hanno facilitato l'operazione contro Maduro? Perché è evidente che i nuovi arrivati conoscevano il labirintico forte Tiuna come il palmo della loro mano.


Mente Trump? Mente Caracas? Mente L'Avana? La certezza che ho è che i connazionali deceduti, provenienti alcuni dalle zone più impoverite di Cuba, sono, non c'è dubbio, altre vittime della politica interventista di un gruppo di potere che, in eterna posa da martire, rivive il sogno della Guerra Fredda ogni volta che può e gioca a dadi geopolitici alle nostre spalle invece di concentrarsi su quest'Isola rovinata da loro.


Detto successo indica più un'operazione coordinata dall'interno che il fattore sorpresa, poiché per mesi, e soprattutto nelle ultime settimane, Donald Trump aveva detto chiaramente che avrebbe usato la forza diretta; nel frattempo, Maduro assicurava che le milizie popolari e l'esercito bolivariano erano pronti al combattimento e disposti a tutto. Si ingannava o veniva ingannato? Anche se sembra che non gli sia dispiaciuto troppo; è arrivato a New York ammanettato, sorridente, e augurando «felice anno nuovo» nel suo migliore inglese.


Più atti di ripudio abbiamo visto all'Avana che a Caracas. Mentre il presidente Díaz-Canel, quasi afono, esigeva la restituzione immediata di Nicolás Maduro; la vicepresidente Delcy Rodríguez passava da una tiepida protesta iniziale a un messaggio conciliatore rivolto al presidente Trump, nel quale, tra l'altro, non menzionava nemmeno il rapito. Un amico venezuelano mi racconta che i canali televisivi trasmettono telenovelas e programmi di intrattenimento. Parafrasando l'Amleto di Shakespeare: «c'è del marcio in Venezuela». Se i professionisti della salute cubani iniziano a tornare, questo indicherebbe un livello di articolazione significativo tra coloro che stanno decidendo le cose in Venezuela e il governo di Trump.


Ciò che risulta innegabile è questa verità: i cicli storici sono implacabili. Nessun governo mantiene eternamente l'appoggio popolare se non se lo guadagna. Governare non è un assegno in bianco, sebbene alcuni governanti lo credano. Su questo dovrebbe prendere nota il governo cubano, e non perché pensi che i nordamericani faranno lo stesso qui, dove non c'è petrolio né zucchero né industria né nulla di attraente che stimoli un intervento imperialista; ma, vedendosi nello specchio di Maduro, dovrebbero imparare a essere meno prepotenti; né hanno più la base sociale che avevano decenni fa. Sono soli quanto la dittatura di Maduro.


-II-


Molte persone non si spiegano l'enorme gioia di gran parte dei venezuelani di fronte all'intervento ordinato da Donald Trump. Esigono patriottismo da un popolo braccato, che ha cercato come pochi di partecipare alla politica del suo paese e utilizzare i meccanismi legali. Che ha vinto in buona fede ed è stato spogliato da un governo che non ha accettato la sua sconfitta. È molto facile assumere posizioni di superiorità morale ora, quando avrebbero dovuto accompagnare in tempo le denunce di quello stesso popolo.


I popoli di Venezuela e Cuba, repressi in modo sistematico e palese dai loro governi, e violati nei loro diritti, sono state altresì abbandonati dagli organismi internazionali e regionali, da numerosi governi, da alcuni settori della sinistra e da un settore dell'intellettualità globale. Questo è il risultato. Fa molto male che si accolgano forze straniere in chiara azione interventista come salvatori; ma, mentre ora sì c'è una mobilitazione globale «mani fuori dal Venezuela», nel luglio 2024, quando gli rubarono la vittoria, marciarono soli. Così marciano le comunità di cubani nel mondo quando chiedono la libertà dei nostri prigionieri politici e denunciano il governo poliziesco di questo paese.


Succede che condannare l'imperialismo è di buon gusto politico e visto come sintomo di progresso; ma non lo è altrettanto condannare dittature che si fanno scudo dietro travestimenti di sinistra e slogan popolari per esercitare il terrore di stato contro i propri cittadini. Manca coerenza. A Cuba lo sappiamo molto bene. Cosa ci fa il governo cubano occupando un seggio nella Commissione per i Diritti Umani dell'ONU? In quale cassetto è finito il rapporto Gilmore? Quali elementi di giudizio sostengono le dichiarazioni dell'Alto Rappresentante dell'Unione Europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza al Parlamento Europeo quando ha riconosciuto «progressi significativi» e ha alluso a «disposizioni progressiste nella Costituzione del 2019», ma senza menzionare il termine di prigionieri politici nonostante a Cuba ce ne siano a migliaia?


Le tensioni in Venezuela continuano a essere presentate erroneamente come un conflitto tra prospettive ideologiche: capitalismo vs socialismo del XXI secolo. Ma il socialismo del XXI, come il suo predecessore, è diventato dittatura, e in questo momento si manifesta come una lotta tra la volontà popolare e un potere che si crede impermeabile ad essa. Un potere che durante il quarto di secolo della sua esistenza ha generato una classe politica unita al governo da legami clientelari e legata soprattutto al petrolio e all'estrazione dell'oro. A Cuba è stato molto più di un quarto di secolo.


Valga la lezione. Non è giusta la selettività delle campagne globali che appoggiano questi governi e abbandonano i loro popoli; perché i popoli allora possono vedere come salvatrice l'artiglio che si estende avvolto in un guanto di velluto. La solitudine non è buona consigliera per nessuno. Premonitrice risulta questa frase, posta alla fine della grande opera letteraria che descrive il destino tragico di Macondo, e che può essere quello dei nostri paesi: «perché le stirpi condannate a cent'anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra».


-III-


Imperialismo non è sinonimo di capitalismo; come antimperialismo non è sinonimo di comunismo né un «invenzione della sinistra». L'imperialismo è la politica di certe nazioni diretta a controllare, mediante la coercizione o l'intervento diretto, i territori, le risorse e i mercati di ciò che considera il suo ambito di egemonia regionale. Gli Stati Uniti sono un paese imperialista; anche la Russia lo è. Sono due esempi, ce ne sono altri.


E qui opera la specie tanto comune degli «antimperialisti selettivi», quelli che definiscono «operazione militare speciale» l'intervento di Putin in Ucraina, ma deplorano l'imperialismo prepotente di Donald Trump; o viceversa, condannano l'aggressione al paese slavo, ma presentano il presidente nordamericano come salvatore del Venezuela. Manca coerenza, come già ho detto.


Da quando ascoltai il discorso di Donald Trump del 20 gennaio 2025, al suo insediamento, pubblicai un post in cui avvertivo dell'imperialismo aggressivo che, senza dissimulazione alcuna, pulsava nelle sue parole. Alcune persone mi accusarono di allarmismo, ma Trump fu chiaro:


«L'ambizione è l'anima di una grande nazione, e proprio ora la nostra nazione è più ambiziosa di qualsiasi altra. Come la nostra nazione, gli americani sono esploratori, costruttori, innovatori, imprenditori e pionieri. Lo spirito della frontiera è inscritto nei nostri cuori. Il richiamo della prossima grande avventura risuona nelle nostre anime. I nostri antenati americani trasformarono un piccolo gruppo di colonie sul bordo di un vasto continente nella potente repubblica dei cittadini più straordinari. Nessuno si avvicina a loro».


E furono proprio quell'ambizione e lo spirito della frontiera ad arrivare in Venezuela a bordo di diversi aerei nelle prime ore del 3 gennaio. Per capirlo basta prendere nota di quanto detto da Trump e dal suo Segretario alla Guerra nella conferenza stampa. In essa non si rivolgevano tanto ai venezuelani quanto all'Europa, alla Cina, al mondo...


«Sotto la nostra nuova strategia di sicurezza nazionale il dominio degli Stati Uniti sull'emisfero occidentale non sarà mai più messo in discussione. Sotto il governo Trump, noi stiamo riaffermando il potere statunitense in modo molto potente nella nostra stessa regione. E la nostra regione è molto diversa da com'era poco tempo fa. E noi lo facemmo durante il nostro primo governo. Noi dominammo e ora dominiamo ancora di più. Tutti stanno tornando da noi. Il futuro sarà determinato dalla capacità di proteggere il commercio, il territorio e le risorse che sono essenziali per la nostra sicurezza nazionale. Ma queste sono le leggi incrollabili che hanno sempre sostenuto il potere globale e lo manterremo così».


Da parte sua, le rotonde frasi dell'euforico Pete Hegseth non permettono fraintendimenti: «I guerrieri americani sono i migliori del mondo. Nessun altro paese sulla terra può eseguire questo tipo di operazione. Gli Stati Uniti possono esercitare la loro volontà in qualsiasi luogo, in qualsiasi momento. Questo è l'America First. Questa è la pace attraverso la forza. Nel 2026 e attraverso il presidente Trump, gli Stati Uniti sono tornati».


Nessuno di loro ha menzionato termini come «democrazia», «giustizia» «diritti umani» o «prigionieri politici». Anche se non credo che difendere la democrazia sia qualcosa che interessi in particolare a Trump. Se nemmeno negli Stati Uniti gli preoccupa, cosa resterà per altri «angoli oscuri».


I termini più ripetuti nella conferenza furono: «petrolio», «dominio», «la nostra sicurezza nazionale» «interessi emisferici». Queste frasi non permettono dubbi: «Noi governeremo quel paese finché potremo fare una transizione sicura... Noi amministreremo quel paese... Le più grandi compagnie petrolifere degli Stati Uniti entreranno... L'industria petrolifera venezuelana è stata costruita con il talento americano e il regime socialista ce l'ha rubata... L'embargo sul petrolio venezuelano rimarrà in vigore. La nostra marina è pronta e disposta e noi siamo pronti a far sì che tutte le nostre esigenze siano soddisfatte... Venderemo tanto petrolio!!».


A coloro che confidano che il Venezuela si sia liberato della dittatura perché Trump ha rapito Maduro, e che stia appena iniziando un processo di transizione, ho cattive notizie. Non importa quello che dicono le analisi di Chat GPT che ho visto in giro, gli Stati Uniti non hanno mai fatto schifo a una dittatura che difenda i suoi interessi emisferici. Proprio sotto un'altra dittatura, quella di Juan Vicente Gómez, fu che le compagnie nordamericane arrivarono a controllare la produzione e la vendita dell'idrocarburo venezuelano.


Juan Vicente Gómez fu un dittatore criminale, che riformò la costituzione ogni volta che lo desiderò per perpetuarsi al potere; zittì l'opposizione; soppresse le libertà di espressione e di stampa, così come le garanzie giudiziarie, e rese illegali i partiti politici. Negli stessi USA risiedette una delle figure più importanti della resistenza venezuelana in esilio, l'intellettuale e giornalista Carlos López Bustamante, che editava da New York, dove oggi è prigioniero Maduro, la rivista Venezuela Futura, con la quale collaborarono articolisti che erano riusciti a fuggire dalle prigioni di Gómez e denunciavano i suoi orrori.


Ventisette anni rimase il caudillo sudamericano al potere, fino alla sua morte, avvenuta nel 1935. Nonostante un governo così lungo, non ci fu da parte delle amministrazioni nordamericane un'evidente ostilità verso di lui, cosa che si spiega con l'atteggiamento sempre benevolo del dittatore verso gli investimenti stranieri. Conoscendo il potenziale petrolifero del Venezuela, il regime gomecista definì un quadro legale mediante il quale consegnò gran parte del territorio nazionale in concessioni, in base agli interessi dei consorzi petroliferi nordamericani.


Coloro che siano tanto ingenui da dimenticare la storia del nostro continente, che credano allora nelle intenzioni di Trump verso il Venezuela. Ma nessuno che conosca e valorizzi il passato può appoggiare una politica di intervento che non farebbe altro che rafforzare l'egemonia del Nord e destabilizzare le nostre nazioni, viste da Trump come riserve di risorse verso cui rimanderà i migranti che vivevano su suolo nordamericano affinché servano da manodopera a basso costo per le sue future espansioni.


Il modo peggiorativo in cui Trump si è riferito a María Corina Machado («sarebbe molto difficile per lei essere leader, è una donna molto gentile, ma non ha rispetto all'interno del paese»), indica che preferiscono negoziare con strutture di potere autoritarie che garantiscano in modo immediato i loro interessi. Meglio il male conosciuto che il bene da conoscere. Non dimentichiamo neanche che, sebbene Trump affermi che «il regime socialista» sia stato a «rubare» loro l'industria petrolifera; in realtà la nazionalizzazione del petrolio venezuelano e la creazione di PDVSA avvennero nel 1976 durante il governo di Carlos Andrés Pérez. Sarebbe rischioso per la politica imperialista di Trump, che María Corina Machado ponga qualche limite nazionalista ai suoi interessi egemonici.


Una dittatura non è una persona; non è Maduro là né Díaz-Canel qua. Una dittatura è un insieme di istituzioni, leggi e pratiche che si devono smantellare con grande cura. È vero che questo richiede un periodo di tempo, ma dev'essere un processo interno, che compete alle società coinvolte. Dall'esterno non si può tutelare un processo di giustizia transizionale, ma sì dittature che convengano agli interessi dei tutori. Dall'esterno ciò che si deve fare è accompagnare quel processo di transizione interno: con pressioni negli organismi internazionali, con denunce, con risorse affinché, al momento giusto, le forze del cambiamento possano condurre un processo di transizione ordinato.


Si afferma che i popoli che non imparano dalla loro storia sono obbligati a ripeterla. Parafrasando una grande cubana che è appena scomparsa: dovremmo imparare da questo e assumere come prioritaria, una volta per tutte, la causa della democratizzazione di Cuba, invece di scavare trincee ideologiche che sarebbero appropriate in uno scenario diverso. Dovremmo, inoltre, capire che nessun attore straniero farà il lavoro per noi, questa causa è nostra. Vediamo la lezione del Venezuela.


ESPAÑOL


LECCIONES INCÓMODAS DE LA INTERVENCIÓN NORTEAMERICANA EN VENEZUELA

por Alina Bárbara López Hernández


Profesora, ensayista y editora. Doctora en Ciencias Filosóficas y miembro correspondiente de la Academia de la Historia de Cuba

domenica 14 gennaio 2024

LA RUSSIA COME IMPERIALISMO AGGRESSIVO

UN CONFRONTO COL TERZO REICH E L’UNIONE SOVIETICA 1939-40

di Michele Nobile

 

Questo articolo riprende il discorso del precedente «Gli obiettivi di guerra di Putin e la Grande guerra patriottica 1941-5», http://utopiarossa.blogspot.com/2023/08/gli-obiettivi-di-guerra-di-putin-e-la.html 

 

1. È giustificabile il confronto fra la politica estera nazista e quella di Putin?

2. Estendere il confronto: il Patto Hitler-Stalin come base delle aspirazioni geopolitiche sovietiche.

3. Hitler, Stalin, Putin: catastrofi geopolitiche e genocidio.

4. L’utilizzo strumentale dei «compatrioti» e la colpevolizzazione delle vittime. 

 

1. È giustificabile il confronto fra la politica estera nazista e quella di Putin?

Dopo l’invasione russa, nel 2022 il socialista ucraino Taras Bilous scrisse che,

                                                 

«Piaccia o no, la Russia oggi ha più cose in comune con il Terzo Reich che con l’Unione Sovietica. Non considero fascista il regime di Putin, ma in questo caso è davvero difficile evitare parallelismi. In entrambi i casi abbiamo un impero che perse il confronto globale, con il quale, dopo la vittoria, il nemico si comportò in modo arrogante e in cui si radicarono sentimenti revanscisti. Una società che non accettò le perdite territoriali e sostenne l’uso della forza militare bruta per riconquistare territorio.

Nonostante il suo autoritarismo, le deportazioni e i massacri, l’Unione Sovietica offrì al mondo un preciso progetto progressista. Il regime di Putin promuove solo il conservatorismo, il nazionalismo aggressivo e la divisione del mondo in sfere di influenza delle “grandi potenze”. In questo senso, nonostante tutte le differenze, il Terzo Reich è l’analogia più vicina alla Russia di Putin»1

 

Ovviamente, accostare la politica di Putin a quella di Hitler ha un immediato valore polemico. Ad esempio, per caratterizzare il regime russo, in Ucraina hanno coniato il termine rašizm (раши́зм) che combina la pronuncia inglese di Russia con fascismo (фашизм), evocando così non solo il fascismo russo (російський фашизм) ma anche il razzismo. Il che è pure ironico, considerando che l’aggressione all’Ucraina iniziò con l’invasione e l’occupazione della Crimea nel 2014, in risposta a quello che il Cremlino definiva un «colpo di Stato» messo in atto da «neonazisti». Tuttavia, al di là della rabbia e della polemica, esistono motivi reali per cui possa essere utile mettere a confronto Russia e Terzo Reich? 

Oltre che nella propaganda bellica russa contro l’Ucraina, l’uso strumentale degli epiteti «fascista» e «nazista» è assai frequente nella propaganda di giustificazione degli interventi militari occidentali del dopo-guerra fredda. Tuttavia, per caratterizzare come fascista o nazista un regime o un partito non bastano militarismo, nazionalismo e autoritarismo, altrimenti le categorie fascismo e nazismo perdono significato e si degradano a meri insulti. 

venerdì 1 settembre 2023

LA NUEVA PRESENCIA RUSA EN CUBA

por Samuel Farber


ESPAÑOL - ENGLISH 


 

A principios de este año, Rusia firmó un acuerdo con el gobierno cubano comprometiéndose a aumentar significativamente su participación en la economía de la mayor de las Antillas, más de treinta años después que colapsó la URSS y por ende de su gran influencia y estrecha asociación que tuvo ésta con Cuba. Sin duda alguna, esto constituye otro esfuerzo de Putin y sus asociados para expandir el poder de la Federación Rusa, una potencia que ha perdido hegemonía en el tablero internacional, en parte por el surgimiento de China como la rival principal de los Estados Unidos. 

Durante las últimas décadas, Rusia ha tratado de expandir su poder e influencia en los países fronterizos como Chechenia, Georgia, Bielorrusia, Kazajistán y Moldavia, y en algunos países más distantes como Siria y Libia. Sus recientes acuerdos con Cuba son quizás el producto de la gran resistencia de Ucrania a la invasión rusa iniciada en el 2022 y de las sanciones impuestas en su contra por los Estados Unidos y otras potencias occidentales que han dañado su economía--aunque no al grado tan extenso que muchos observadores habían anticipado. Estos pueden haber sido un nuevo incentivo y motivación para extender al hemisferio occidental los planes de Putin para incrementar la influencia rusa en el exterior.

Pero la invasión de Ucrania ha resultado sumamente costosa para Rusia, con bajas masivas sufridas por sus tropas con estimados que varían de 40 a 70 mil soldados muertos (The Economist, 18 de julio de 2023). A estas pérdidas de estos soldados, hay que sumar las cuantiosas pérdidas de armamentos incluyendo más de dos mil tanques entre muchos otros tipos de armas y equipos militares. Estas pérdidas han debilitado significativamente la estabilidad del sistema político ruso encabezado por Vladimir Putin, lo cual quedó ampliamente demostrado por el frustrado golpe de estado organizado por Yevgeny Prigozhin, dirigente del ejército mercenario Wagner con su largo historial de combate no solamente en el este de Ucrania sino también en varios países de África. La ausencia de una resistencia militar significativa al golpe organizado por Prigozhin puede considerarse como un síntoma del malestar que reina entre la oficialidad militar rusa causado por los problemas y las fallas que la invasión de Ucrania ha expuesto con respecto a la dirección militar y la falta de preparación y coordinación entre las tropas rusas. Así, por ejemplo, el General Mayor Iván Popov, ex comandante del 58 ejército de las Fuerzas Armadas de Rusia que opera en la región suroriental de Zaporiyia, públicamente criticó los graves errores del mando militar ruso que resultó en un gran número de bajas entre sus tropas.   


giovedì 10 agosto 2023

Ucraina 25: GLI OBIETTIVI DI GUERRA DI PUTIN E LA GRANDE GUERRA PATRIOTTICA 1941-5


di Michele Nobile

 

«E se tutti gli altri accettavano la menzogna che il Partito imponeva - se tutti i documenti ripetevano la stessa narrazione -, allora la menzogna entrava nella storia e diventava verità. “Chi controlla il passato,” recitava lo slogan del Partito, “controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato.” Eppure il passato, benché per sua natura alterabile, non era mai stato alterato. Qualunque cosa fosse vera adesso era vera da sempre e per sempre. Era molto semplice. Era necessaria solo una infinita serie di vittorie sulla memoria. “Controllo della realtà,” lo chiamavano: in parlanuovo, “bipensare”».

George Orwell, 1984.

 

Putin e la retorica nazional-imperiale della Grande guerra patriottica 1941-5

Per giustificare l’aggressione al popolo d’Ucraina, Putin ha delineato un quadro storico e ideale di «scontro di civiltà» che in Russia ha radici profonde. Innanzitutto, ha utilizzato una sorta di presupposto «teologico» d’antica data, che fonda l’identità nazionalista-imperiale russa: l’idea che, come la santa Trinità, la nazionalità russa sarebbe una nella sua natura e trina nelle sue persone che, in questo caso, sarebbero quelle dei grandi-russi, dei piccoli-russi (gli ucraini) e dei russi bianchi (i bielorussi). Tuttavia, nella realtà storica questo ha sempre significato la subordinazione di piccoli-russi e russi bianchi alla signoria grande-russa e l’assimilazione alla cultura russa. Sicché si può dire che, in pratica, essendo il «Padre» grande-russo la superiore verità delle altre «persone» trinitarie, la concezione «cristologica» della nazionalità russa è più vicina all’eresia dell’arianesimo che al credo niceno-costantinopolitano.

La mistica idea «teologica» della nazionalità russa è un presupposto necessario ma tuttavia non sufficiente a legittimare la guerra all’Ucraina. A questo scopo Putin utilizza l’eredità ideologica e psicologica staliniana e post-staliniana circa la Grande guerra patriottica (in russo: Великая отечественная войнаcontro l’invasore durante la Seconda guerra mondiale, tedesco ancor prima che nazista. 

Il richiamo alla Grande guerra patriottica è esplicito negli obiettivi di guerra dichiarati dal Presidente russo nel febbraio 2022. In effetti, il riferimento all’invasione subita nel 1941 costituisce la motivazione dell’aggressione su vasta scala (dopo quella iniziata nel 2014) all’Ucraina nel 2022: si tratta di un attacco preventivo per conseguire gli obiettivi della smilitarizzazione e della «denazificazione» dell’Ucraina, uno Stato in cui «i neonazisti di oggi che hanno preso il potere», gli eredi delle «bande dei nazionalisti ucraini, i complici di Hitler, che uccisero persone indifese durante la Grande Guerra Patriottica», costituiscono un pericolo esistenziale per la Russia. 

Inoltre questi obiettivi bellici, che potremmo definire locali, sono da Putin posti in un contesto più ampio: innanzitutto di polemica contro «i principali Paesi della Nato [che], al fine di raggiungere i propri obiettivi, sostengono in tutto i nazionalisti estremisti e i neonazisti in Ucraina» e hanno voluto l’espansione della Nato in Europa orientale, addirittura colonizzando i «territori a noi adiacenti, nei nostri stessi territori storici», così minacciando «l’esistenza stessa del nostro Stato, la sua sovranità». La polemica si completa con l’affermazione che «i risultati della Seconda guerra mondiale, così come i sacrifici fatti dal nostro popolo sull’altare della vittoria sul nazismo, sono sacri»1. In questi passaggi Putin implicitamente rievoca anche l’accusa sovietica a Francia e Regno Unito di non aver voluto allearsi con l’Unione Sovietica nel 1939 e di aver invece inteso spingere Hitler ad attaccare l’URSS, argomento portato come giustificazione del Patto di non-aggressione fra Hitler-Stalin dell’agosto 1939, in effetti il detonatore dell’esplosione della Seconda guerra mondiale. 


Al tempo dell’Unione Sovietica, la celebrazione della vittoria sull’invasore tedesco saldava la legittimazione interna del potere del Partito unico alla fondazione del dominio sovietico nell’Europa centrale ed orientale e, quindi, allo status di grande potenza mondiale dell’Unione Sovietica, consacrato dal seggio permanente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Mentre la rivoluzione del 1917 arretrava gloriosamente nel passato remoto, nel dopoguerra crebbe progressivamente l’importanza della mitografia e della ritualità commemorativa della Grande guerra patriottica, con apogeo nei decenni tra il 1964 e il 1982, quando al potere era Leonid Brežnjev2. Specialmente quando declinata come lotta per l’esistenza nazionale e guerra in difesa della civiltà contro la barbarie, del socialismo sovietico come forma più alta di umanismo, era fondamento attuale ed efficace, in quanto più ampiamente vissuto e condivisibile, della legittimità interna ed internazionale del potere della burocrazia sovietica e dei partiti comunisti dei Paesi satelliti.  

La mitografia della Grande guerra patriottica era per l’imperialismo sovietico l’equivalente funzionale di quel che negli Stati Uniti del XIX secolo si diceva il «Destino manifesto» - la missione civilizzatrice dell’espansione continentale - e di quel che divenne la dottrina Monroe (il cui significato originario era tutt’altro3): la pretesa di una legittima sfera d’influenza nel Mediterraneo americano, tra il bacino caraibico e l’America centrale, considerato come il «cortile di casa» degli Stati Uniti. L’Ucraina è la parte più importante del «cortile di casa» dell’imperialismo russo. 

Tuttavia, esiste una basilare differenza politico-ideologica tra l’imperialismo sovietico e il nuovo imperialismo russo, coerente con le differenti matrici sociali, in un caso basate sull’integrale statalizzazione dell’economia, nell’altro sul capitalismo oligarchico. La dottrina Brežnjev della sovranità limitata dei Paesi dell’Europa centrale-orientale (in realtà già operante prima di Brežnjev) presupponeva i risultati geopolitici della Seconda guerra mondiale ma fondava la pretesa d’intervento armato sovietico nei membri Paesi del Patto di Varsavia e del Comecon sulla difesa della «democrazia popolare» dalle (presunte) forze della controrivoluzione (per l’invasione dell’Ungheria nel 1956), o sul contrasto delle deviazioni dalle (presunte) «leggi generali dello sviluppo socialista» - cioè dalla riforma del sistema, sgradita a Mosca – che, così sostenevano, avrebbero portato a restaurare il capitalismo (per l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968)4.        

Dopo il crollo dello pseudosocialismo sovietico e della sua religione di Stato marxista-leninista, per giustificare l’interventismo negli affari interni dei nuovi Stati ex-sovietici la nuova Russia del capitalismo oligarchico non può più ricorrere ad argomenti che, in qualche modo, possano dirsi universalisti e orientati verso il futuro, come le suddette deviazioni dalle «leggi generali dello sviluppo socialista». Al contrario, le risorse da valorizzare sono quelle etnico-culturali evocative della passata grandezza statale, militare e geopolitica degli imperi russo e sovietico: del cosiddetto «mondo russo», coincidente con le aree della colonizzazione russa e della russofonia, a suo tempo imposta ai popoli colonizzati; della pretesa speciale missione geopolitica della civiltà della Russia, a cavallo tra Europa ed Asia; della mistica «trinitaria» della nazionalità russa, che nega l’indipendenza delle nazionalità bielorussa e ucraina. 

Emozioni, miti e riti della Grande guerra patriottica sono ancora oggi l’ancoramento più forte per definire un senso generale dell’esistenza individuale e di un’identità russa, tuttavia nella sua versione più nazionalista ed etnico-culturale, svuotata di contenuto sociale e universale, che nella tradizione sovietica era la dimostrazione della superiorità del socialismo e del leninismo, respinto da Putin come causa delle tendenze nazionaliste che portarono alla disgregazione dell’Unione Sovietica. Combinando la legittimazione dei «sacri risultati» geopolitici della Grande guerra patriottica mediante il sangue versato nella guerra contro l’invasore (nazista ma anche germanico e «occidentale») con la mistica «trinitaria» della nazionalità, il risultato è un pasticcio ideologico tra simbologia militarista sovietica e qualcosa che ricorda il motto nazista Blut und Boden. E, benché durante la Seconda guerra mondiale gli ucraini abbiano versato più sangue (das Blut) dei russi, è un pasticcio che si presta alla giustificazione della riconquista delle presunte «terre ancestrali» (der Boden) della Russiae che può riscuotere consenso tanto tra i nostalgici dello zarismo e tra i fascistoidi quanto tra gli antiamericanisti nostalgici dell’Unione Sovietica di Stalin e Brežnjev. 

Fanatici e imbecilli a parte, il fatto veramente importante è che la Grande guerra patriottica e i suoi «sacri risultati» sono ora il fondamento ideologico del tentativo di ricostruire una identità nazionale russa di tipo imperiale, di un «centrismo conservatore»5 di massa che si è fatto progressivamente più ambizioso e aggressivo, ideologicamente reazionario e politicamente repressivo, il campo ideologico in cui si fondono politica interna e internazionale, legittimazione interna del potere dell’odierna oligarchia statale ed economica russa e interessi espansionistici dell’imperialismo russo.      

Il modo in cui Putin ha formulato i suoi obiettivi di guerra non è mera retorica. Va preso molto sul serio perché ha conseguenze molto concrete per la condotta della guerra, per definire le condizioni della pace dal punto di vista russo, per la politica interna della Federazione Russa.  

 

 

giovedì 8 giugno 2023

A PROPOSITO DI TRAVAGLIO, VERO SCEMO DI GUERRA

di Roberto Massari

 

Caro compagno O., voglio felicitarmi per l’articolo «Scemi di guerra e ipocriti di pace» (www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=7466) che il Pcl ha dedicato al principale scemo di guerra in campo pubblicistico italiano: com'altro andrebbe considerato Marco Travaglio, traghettato col tempo dalla giusta lotta contro l’antidemocrazia italiana al sostegno propagandistico per il totalitarismo di Putin e la sua guerra coloniale in corso? Più scemo di così...

Sarei ipocrita anch’io, però, se tra le tante cose buone del vostro articolo, non dicessi che non tutto mi appare buono e qualcosa è anche bruttino, frutto di pezzi di analisi che mi sembrano abborracciati.

Quindi, tralasciando tutto ciò che mi trova d’accordo con l'articolo (che il lettore potrà leggere, avendo io premesso il link), devo dire che in particolare dissento sulla parte incomprensibile riguardante l’invio delle armi. Invio che, come sai benissimo, rappresenta qui in Italia il nodo centrale delle divergenze nel coacervo di ciò che difficilmente possiamo chiamare ancora «sinistra», pseudosinistra o ex sinistra, inclusi 5stelle, pacifisti autentici  e pacifinti. Lascio fuori ovviamente gli hitlerocomunisti in quanto irrimediabili inquilini della pattumiera della storia.

È l'interrogativo, al di là delle analisi possibili e condivisibili, al quale cercano quasi tutti di sottrarsi e che rimane la questione concreta di fondo: i paesi della Nato (gli unici che possono farlo) devono o non devono inviare armi all’Ucraina?

Se la risposta è un netto sì (come dovrebbe essere), scaturisce la seconda domanda cruciale: chi si colloca dalla parte della resistenza ucraina deve aiutare il proprio governo capitalistico (imperialistico) a inviare tali armi? Oppure deve ostacolarlo o al massimo restare indifferente (cioè «neutrale»)?

Se si è dalla parte dell’autodeterminazione ucraina non si può che rispondere sì alla prima di queste altre due domande, quale che sia l’antagonismo che si nutre nei confronti della propria classe dominante e del proprio imperialismo. Ciò significa, sia pure in termini astratti, che si deve operare di conseguenza e in coerenza, anche se alla fin fine si ha la forza di agire solo sul piano propagandistico.

lunedì 18 febbraio 2019

CINA E STATI UNITI: IMPERIALISMI A CONFRONTO

di Michele Nobile

Articoli precedenti: 

- «Sul «socialismo con caratteristiche cinesi», ovvero del capitalismo realmente esistente in Cina»10 settembre 2018,http://utopiarossa.blogspot.com/2018/09/sul-socialismo-con-caratteristiche.html

- «La Cina e la questione dell’egemonia. Il Mar cinese meridionale come banco di prova: attori e scenario», 10 dicembre 2018, http://utopiarossa.blogspot.com/2018/12/la-cina-e-la-questione-dellegemonia.html

- «La Rpc nel mar cinese meridionale. Dalle battaglie tra Cina e Vietnam al 2008», 20 dicembre 2018,

- «La Cina, Gli Stati Uniti, e gli altri.Verso la guerra fredda nel Mar cinese meridionale?», 6 gennaio 2019, http://utopiarossa.blogspot.com/2019/01/la-cina-gli-stati-uniti-e-gli-altri.html



I discorsi in merito all’ascesa della Repubblica popolare cinese (Rpc) sono troppo spesso viziati da astratti schemi storici e da pregiudizi ideologici, da generalizzazioni basate sulla cronaca o su dichiarazioni ufficiali e propositi propagandistici. È per questo motivo che ho preferito evitare un discorso generico ed esaminare in modo puntuale le vicende storiche e lo scenario politico contemporaneo del Mar cinese meridionale, l’area del mondo che meglio si presta verificare l’idea di una possibile transizione dell’egemonia regionale (e in prospettiva mondiale) dagli Stati Uniti alla Cina e all’analisi della coerenza dei diversi aspetti della politica estera della Rpc. E non mi stancherò di ripetere che qui il termine egemonia è inteso nell’unico modo (gramsciano) che ne giustifica l’uso specifico: non come mero dominio e prevalenza della potenza ma come unione di forza consenso, con enfasi sul consenso e la capacità di costruire alleanze, sia tra i governi e le classi dominanti di Stati diversi sia, almeno in certa misura, all’interno dei singoli Stati. 
Quindi, tenendo ferma l’analisi regionale, in questo articolo cerco di trarre delle conclusioni più ampie, anche attraverso la comparazione delle varie dimensioni della politica estera della Rpc e degli Stati Uniti. 

domenica 6 gennaio 2019

LA CINA, GLI STATI UNITI, E GLI ALTRI (Terza parte)

 VERSO LA GUERRA FREDDA NEL MAR CINESE MERIDIONALE? 
di Michele Nobile

1. 2008-2011: cresce la tensione nel Mar cinese meridionale
2. 2012-2018: l’offensiva marittima della Rpc 
3. 2016: il giudizio del tribunale d’arbitrato internazionale, sfavorevole per la Rpc
4. La reazione cinese al giudizio d’arbitrato
5. Estate del 2018: la fragilità di una possibile terza fase delle relazioni fra la Cina e i Paesi dell’Asean 


1. 2008-2011: cresce la tensione nel Mar cinese meridionale
A partire dall’inizio della Grande recessione nel 2008 e dai primi mesi del 2009 la politica marittima della Rpc nella regione del Mar cinese meridionale è stata caratterizzata da un atteggiamento fortemente nazionalista, dall’intensificazione dei controlli e della repressione di attività che considera illegali nelle acque di cui rivendica la sovranità, da misure amministrative e dichiarazioni politiche considerate provocatorie dalla maggior parte dei governi della regione, da azioni coercitive e confronti fisici a rischio di degenerare in scontri armati con le Filippine e il Vietnam. Obiettivamente un insieme di fatti in contrasto con l’idea di costruire un «mondo armonioso» e con la proposta di una nuova «via della seta» marittima, che dovrebbe concretizzarsi in iniziative di «sviluppo congiunto»; insieme allo sviluppo delle capacità di interdizione d’area ciò ha generato l’idea che la Rpc punti a controllare stock e flussi del Mar cinese. La preoccupazione si è estesa a tutta l’area del Pacifico, dall’Indonesia fino all’India. I primi effetti politici si manifestarono nel 2009 e, poco dopo, nella «svolta» verso l’Asia e il Pacifico di Obama. 
Ricostruendo la successione degli eventi si possono distinguere due periodi: il primo coincide con gli ultimi anni della presidenza di Hu Jintao (Segretario generale del Pcc dal 2002 al 2012 e Presidente della Rpc dal 2003 al 2013), e del primo ministro Wen Jiabao; il secondo corrisponde ai primi anni della presidenza di Xi Jinping (Segretario generale del Pcc dal novembre 2012 e Presidente della Rpc dal marzo 2013; ma già vice Presidente dal 2008) e del primo ministro Li Keqiang. Volendo essere ottimisti è possibile che nell’estate del 2018 sia iniziato un terzo periodo di conciliazione tra Rpc e Asean, dagli esiti assai incerti. 

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.