L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

Visualizzazione post con etichetta Hitler. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Hitler. Mostra tutti i post

domenica 1 febbraio 2026

HITLER E LA PSICANALISI. TRA JUNG E HILLMAN

(da un carteggio tra Aldo Giuliani e James Hillman)

a cura di Roberto Giuliani


ITALIANO - ENGLISH


Transtoria vs Storia. Wotan e il Seme


James Hillman, in “Il codice dell’anima”, cap X, espone  la sua teoria del “cattivo seme”, che risulta sostanzialmente identica alla teoria esposta da C.G.Jung per spiegare il fenomeno Hitler.

Ambedue postulano l’azione di un fattore astorico quale principio, che ha determinato sia il comportamento criminale di Hitler, sia gli eventi cruciali nel periodo del nazionalsocialismo. Jung parla, a tale proposito, del ritorno del vecchio Dio nordico Wotan, cioè dell’archetipo razziale germanico, il quale avrebbe dapprima agito su Hitler con la forza della sua possessione demonica infettandone la psiche. Così contaminato,, il Fuehrer avrebbe poi a sua volta trasmesso il miasma al popolo tedesco, spingendolo alla guerra ,e si presume, allo sterminio degli ebrei.

Nella teoria di J.Hillman, il daimon del cattivo seme prende il posto di Wotan e, similmente a quest’ultimo, esercita la sua influenza psicopatica su Hitler , inflazionandolo. Anche in questo caso gli eventi della Germania dopo il 1933, data dell’ascesa al potere di Hitler , sono visti come l’effetto dell’azione del daimon sul capo tedesco. Il tratto più appariscente comune alle due teorie è l’indifferenza  nei confronti della Storia e, in particolare, il silenzio in cui viene lasciata l’ideologia della razza.

Jung non dà rilievo al razzismo nella sua analisi di Hitler forse perché il suo intero discorso  è chiuso  in partenza nella rete dell’ideologia  razziale del Volk e lui stesso, con i suoi profili della psiche razziale  ebraica e germanica  si era già abbondantamente  sporcato le mani nel 1934. In quel caso , egli aveva agitato senza mezze misure lo spettro del pericolo ebraico  per la Germania, incarnato in Freud e Adlr nelle loro psicologie, le quali minacciavano di derubare i tedeschi nientedimeno che del bene più prezioso, cioè della creatività e profondità della loro anima. Jung giungeva  a queste conclusioni sia perché spintovi da motivi di rivalità e potere, sia a causa delle premesse teoriche  della sua visione psicologica. Il risultato fu che, nel 1945, quando si preoccupò di offrire ai tedeschi un “rite de sortie” dal miasma della guerra e della Shoa, si limitò a parlare di colpa collettiva senza però indicare quale fosse  il contenuto di quella colpa, vale a dire la generale adesione  all’ideologia razziale e il consenso allo sterminio degli ebrei. A questo va aggiunto che indicando in Wotan, cioè nell’archetipo razziale tedesco, il fattore inconscio da cui dipendeva quanto stava accadendo in Germania, Jung non ha fatto altro che riprendere la nozione di metapolitica dal circolo razzista dei Wagner a Bayreuth, il quale lo aveva a sua volta mutuato da Gobineau. La metapolitica scrive G.L. Mosse, “concepisce il processo politico come scaturente dal subconscio del Volk e della razza per cui la politica viene trasformata in una religione laica che cerca la salvezza del Volk mediante la sconfitta dei suoi nemici”. E Wotan, per Jung, era appunto l’archetipo razziale del popolo germanico che ritornava dopo molti secoli dal suo esilio nell’inconscio, dove era stato sospinto dal cristianesimo.

J.Hillman come Jung in “Dopo la catastrofe”, agita lo spettro della colpa collettiva e di “complicità inconscia della psiche occidentale nelle azioni di Hitler”, senza, però, specificare a quale colpa alluda e nel caso che intenda il razzismo, allora non si tratta di complicità inconscia, bensì di una connivenza del tutto esplicita sia nelle sue formulazioni teoriche, sia per quanto riguarda la sua espansione in Europa. Infatti, fu attraverso un’abile gestione dei diffusissimi sentimenti antisemiti in Germania che Hitler riuscì a prendere il potere nel 1933 e, in seguito, a dare coesione e unità d’intenti all’intero popolo tedesco. L’antisemitismo, in Germania come altrove in Europa, significava sicurezza. Gli ebrei, portatori di sangue non ariano, erano un popolo che non aveva radici nel BODEN, ed era composto di rivoluzionari bolscevichi e di grandi banchieri, che assieme congiuravano a livello mondiale per impadronirsi del potere su tutta la terra.

Teorici dell’ideologia nazionalpatriottica del VOLK, come J.Langbehen e H.S. Chamberlain, oltre ad altri, avevano teorizzato  prima di Hitler lo sterminio degli ebrei quale esito della lotta mortale tra questi ultimi e gli ariani.

La teoria della ghianda afferma che Hitler era un criminale psicopatico, che faceva il male sotto l’influsso del “daimon” del cattivo seme, che egli non era in grado di mettere in discussione. Tuttavia, in una prospettiva storica, le azioni di Hitler assumono un senso diverso, sebbene altrettanto disastroso. La teoria della ghianda e altre interpretazioni correnti descrivono Hitler come il male assoluto; ma per Hitler e per gli ideologi del VOLK a cui si ispirava, il male assoluto erano gli ebrei, mentre lui stesso era il loro irriducibile nemico. Prima delle camere a gas, Hitler aveva tentato senza riuscirci di liberarsi degli ebrei tedeschi mediante l’emigrazione forzata e a tal fine aveva anche stipulato degli accordi con alcuni Paesi sudamericani. Egli e il suo staff avevano persino accarezzato, poco prima della guerra, il cosiddetto “progetto Madacascar”, il cui scopo era quello di costringere gli ebrei di tutto il mondo a emigrare nella grande isola africana. Ambedue i piani si rivelarono però impraticabili. Questi tentativi di risolvere il problema ebraico mediante l’emigrazione coatta sembrano dire che la SHOA, con il suo immane bagno di sangue, fu la fase finale di un processo che aveva visto fallire altre strategie, senz’altro meno distruttive anche se poco realistiche. In ogni caso, se per Hitler  e per l’ideologia “VOLKISH” gli ebrei erano il male assoluto, allora, almeno nel suo caso, il “DAIMON” ha agito dissimulando se stesso sotto le vesti del paladino che difende la civiltà occidentale dalla degenerazione.

In questa luce, è difficile sostenere che Hitler traesse piacere dalla distruzione come tale, cioè che il suo scopo fosse l’esercizio della malvagità fine a se stessa. Piuttosto, per lui la distruzione era funzionale all’annientamento della mortale minaccia che decenni di propaganda ideologica e politica avevano finito per identificare col popolo ebraico. La sua mancanza di scrupoli verso la distruzione fisica di milioni di persone può essere spiegata senza ricorrere alla psicopatia. In realtà, gli ebrei erano non-persone o sottouomini, più prossimi agli animali che alla specie umana. Uccidere un ebreo, oltre che essere un dovere e un motivo di merito, non era un vero assassinio, giacchè l’assassinato non era un uomo.

Hitler non aveva, per altro, la tipica personalità asociale degli psicopatici, bensì stando al parere d’un testimone come Walter Benjamin, condiviso da Joachim Fest, era dotato in larghissima misura di una “personalità sociale”, rifletteva cioè in se stesso i tratti dell’uomo medio tedesco e, al di là di una notevole scaltrezza politica non possedeva alcunchè di eccezionale. Era lontanissimo dal “medicine-man” descritto da Jung prima della guerra, così come da ogni ritratto agiografico che ne faccia un individuo posseduto da potenze divine.

In fin dei conti, senza il contesto storico in cui Hitler si trovò ad operare in Germania, cioè in assenza dell’ideologia nazionalpatriottica del VOLK e del razzismo, l’azione del cattivo seme non avrebbe mai potuto fare di Hitler “il supremo criminale psicopatico di tutti i tempi”. Di conseguenza , senza nulla togliere al rito psicologico della propiziazione del demone che abitò Hitler, ciò che può veramente tutelarci contro il ripetersi di quegli eventi rovinosi sono soltanto le Costituzioni e le leggi dello Stato. Soltanto affermando e difendendo l’astratta universalità dell’essere umano contro particolarismi quali la razza, religione, nazionalità, ecc. siamo al riparo del ritorno del razzismo, perché il razzismo, non altro, è la malattia di cui sono morti sei milioni di ebrei e anche la principale ragione che indusse Hitler alla guerra.

La pervasiva presenza dell’ideologia razziale in Hitler è testimoniata in più di un punto anche nello scritto di J.Hillman. Le spese stanziate per i campi di sterminio mentre la Germania  stava perdendo la guerra dicono che per Hitler l’eliminazione degli ebrei in quanto razza era il principio guida delle sue azioni.

L’eugenetica nazista, con l’indistinzione tra la letterale deformità fisica e la sua valenza metaforica quale segno del demonio e la corrispondenza tra l’aspetto fisico, fisiognomico e la presunta realtà dell’anima sono idee mutuate da Lavater e Lombroso, che unitamente a quella della cospirazione mondiale ebraica, hanno fatto da base all’ideologia razzista e preparato il terreno per le camera a gas.

Per finire, una breve riflessione sulla teoria psicologica adottata da Jung e Hillman, cioè che la marginalizzazione  della storia in queste teorie non tenendo conto del tremendo contesto storico, porta  a sopravalutare i fattori transtorici – Dèi, archetipi, daimones – mettendo ai margini gli storici, la politica, l’economia, la psicologia: secondo Jung la Germania nazionalsocialista si può capire solo nell’ottica di Wotan e, allo stesso modo Hillman ritiene che le azioni di Hitler possono essere capite solo alla luce del cattivo seme e della sua natura trascendente rispetto alla realtà storica, immersa e limitata nel tempo.

Rifiutando l’approccio multidisciplinare se ne limita la comprensione e si mette in pericolo quanto c’è di valido nella psicologia archetipica.



ENGLISH

domenica 6 ottobre 2024

L’ANTISEMITISMO DEI NIPOTI DI HITLER

di Roberto Massari


ITALIANO - ENGLISH - ESPANOL - FRANÇAIS


I nipoti di Hitler sono tanti, troppi, e comunque molto più di quanti l’umanità si sarebbe aspettata di dover tollerare nel Terzo millennio. Anch’essi vogliono lo sterminio degli ebrei, ma «solo» di quelli che vivono in Israele, a differenza del «nonno» che, all’epoca del Patto nazi-sovietico, preparava la «soluzione finale», cioè lo sterminio degli ebrei nel mondo intero.

In Medio oriente tale proposito era rappresentato da un campione dell’antisemitismo, molto popolare nel mondo arabo: Muhammad Amin al-Husseini, il Gran Muftī di Gerusalemme e una delle più alte autorità dell’Islam sunnita. Oltre a combattere gli ebrei, questi reclutava soldati mussulmani (arabi e bosniaci) per le SS naziste e per il Regio esercito fascista italiano. Nell’incontro con lui, del 28 novembre 1941 a Berlino, Hitler dichiarò che avrebbe fatto di tutto per impedire la nascita di uno Stato ebraico (come viene chiesto oggigiorno dai suoi «nipoti») e lo rassicurò sulla propria intenzione di sterminare tutti gli ebrei anche nella regione palestinese (idem come sopra).

L’esito della Guerra impedì che tali propositi si avverassero, ma il feroce antisemitismo di al-Husseini sopravvisse nella figura del primo presidente dell’OLP - Ahmad al-Shuqayrī - che rivestì la carica dal 1964 al 1967, prima d’essere sostituito da Arafat.

Qui però non voglio  parlare dell’antisemitismo di matrice islamica (sunnita, sciita ecc.) né di quello dei nostalgici del nazismo e nemmeno dell’antisemitismo di Stalin negli ultimi anni del suo regno. Voglio invece stabilire dei criteri (il più possibile semplici e schematici) per definire la nuova ondata di antisemitismo dilagata nel mondo giovanile e nelle università occidentali, dopo il pogrom antiebraico di Hamas (7 ottobre 2023), nel sud di Israele, e dopo l’ennesima aggressione di Hezbollah (8 ottobre 2023), nel nord: entrambe le aggressioni concordate con l’Iran che a un certo punto ha aggredito Israele a sua volta, con valanghe di lanci di missili sulla popolazione civile. Lanci respinti dalla difesa israeliana, col concorso per la prima volta di alcuni Stati arabi: un fatto che rende ottimista chi crede nella pace, perché indica un calo dell'antisemitismo «storico» nel mondo arabo-mussulmano (vedi le reazioni di consenso per l’uccisione di Assan Nasrallah nel mondo sunnita), a differenza di ciò che accade nei campus e nelle manifestazioni dell’antioccidentalismo europeo e americano. Nel mondo arabo  cala l’antisemitismo, mentre nell’Occidente cresce. Vallo a spiegare…


[In realtà io una spiegazione l'avrei, anche se un po’ azzardata sul piano storico.

L'isteria del nuovo antisemitismo - quello antioccidentalista, di «sinistra», universitario, da Internet, di moda ecc. - deriva dal fatto che le vittorie militari di Israele stanno rompendo lo stereotipo classico del povero ebreo, umiliato e sofferente, al quale la cultura «cristiana» dominante aveva abituato l’umanità per oltre 20 secoli dopo aver dato il massimo contributo alle persecuzioni antiebraiche (accusa di deicidio, Inquisizione ecc.). Nella cultura «cristiana»  (cattolica, protestante e ortodossa)  gli ebrei apparivano storicamente come un popolo destinato ad essere sempre sconfitto e perseguitato: dalla Guerra giudaica di Pompeo nel 63 a.C., passando per il 70 d.C., i pogrom medievali e moderni,  e arrivando all’Olocausto nazifascista.

Dal 1948, però, i sopravvissuti dell’Olocausto e i loro figli, nipoti ecc. hanno rovesciato lo stereotipo, dimostrando al  mondo di essere i migliori combattenti che ci siano, i più efficaci nel respingere le aggressioni, e i più motivati e decisi a difendere la sopravvivenza della propria nazione, pronti questa volta a farsi uccidere fino all’ultimo ebreo israeliano se necessario. Questo rovesciamento dello schema classico - del povero ebreo sofferente e perseguitato - ha innescato una reazione isterica in parte del mondo culturale che con quello schema mentale (una tipica proiezione sadomasochistica) era cresciuto e aveva persino elaborato un proprio modo di condannare l’Olocausto: un modo fatto di pietas cristiana verso chi ha tanto sofferto, con il relativo invito alla rassegnazione e la certezza che il tentativo di sterminare gli ebrei non si sarebbe più ripetuto… almeno fino al 7 ottobre 2023.

Ecco, alla base della nuova esplosione di antisemitismo «occidentale» c’è il rifiuto di rassegnarsi al loro destino di umiliazioni e sofferenze da parte degli ebrei d’Israele (quali che siano le differenze etniche e politiche tra loro). Dal 1948 essi hanno detto «basta» a duemila anni di persecuzioni, e da allora si hanno avute tutte le prove che continueranno a dirlo con sempre maggiore efficacia militare, passando dalla parte dei vincitori e non degli sconfitti. Al momento, per es., gli sconfitti sono chiaramente l’Iran e le sue organizzazioni terroristiche che purtroppo fanno pagare agli abitanti di Gaza e del Libano il prezzo in vite umane della loro follia genocida.

Può anche accadere, invece, che nell’antisemitismo «occidentale» (in particolare nelle sue componenti sadomasochistiche) si verifichi a un certo punto la classica svolta a favore di chi sta vincendo. Svolta che in embrione si può già cogliere in certi ambienti sunniti, ostili peraltro al regime iraniano: le masse pecorone che oggi inneggiano allo sterminio degli ebrei, potrebbero sentire nel futuro il fascino della superiorità militare israeliana, cioè di un popolo che usa la forza in forma vincente, e diventare così ultrafiloisraeliane, alla ricerca di altre fonti di persecuzione-rassegnazione (secondo lo schema rovesciato del «sacro carnefice», magistralmente descritto da Hyam Maccoby). Un processo analogo si era verificato su scala molto più vasta con l’amore di massa per lo stalinismo di Stalin e per il maoismo di Mao. Di quest’ultima follia fui testimone, osservatore diretto e tenace avversario fin dal suo nascere, e riscontro enormi analogie con la moda antisemita attuale. Spero di parlarne in altra occasione.]      


Quanto segue, lo si può considerare un prontuario che riassume le posizioni che circolano negli ambienti del nuovo antisemitismo. È utile per coloro che, protestando contro Israele e inneggiando ad Hamas o Hezbollah, lo fanno in buonafede, senza sospettare di essere a loro volta degli antisemiti, eredi per l’appunto dell’antisemitismo nazista, fascista, ustascia, staliniano (dell’ultimo Stalin), o forse semplicemente vittime inconsapevoli delle falsità circolanti nel Web. Queste sono camuffate da antisionismo, antimperialismo, antioccidentalismo, antiamericanismo, terzomondismo ecc., anche se spesso rispondono semplicemente a stati psichici alterati.

Nell’esaminare i punti seguenti, chi dovesse riconoscersi anche in un solo di essi, farebbe bene a fermarsi, riflettere, informarsi meglio, leggere qualche buon libro e magari chiedere consiglio a chi ha dedicato la propria vita a combattere contro il nazismo, il fascismo, gli ustascia, lo stalinismo, l’hitlerocomunismo e altri nemici della civiltà umana. Ma soprattutto farebbe bene ad ascoltare liberamente la voce della propria coscienza, al momento sommersa dalla moda antisemita dilagante.


Le affermazioni che seguono sono tutte false. La vulgata antisemita invece le contrabbanda come vere. A volte però è anche grossolana ignoranza che spinge a crederle vere. Del resto antisemitismo e ignoranza hanno una lunga storia di convivenza simbiotica.


1) Il popolo ebraico (inteso in senso etnico-culturale e non necessariamente religioso) non esiste e forse non è mai esistito. È tutta un’invenzione pseudobiblica del sionismo, e le stesse cifre dell’Olocausto sono state gonfiate artificialmente. (Del resto, come avrebbe potuto Hitler sterminare 6 milioni di un popolo inesistente?).

2) Al termine della Seconda guerra mondiale non c’era alcun bisogno di trovare una collocazione terrritoriale in cui i sopravvissuti della Shoah potessero vivere come nazione indipendente e creare un proprio Stato.

3) Gli ebrei da tempo non erano più presenti in Palestina, sia pure come minoranza etnica. Dalla fine dell’Ottocento in poi non vi erano state ondate ebraiche immigratorie. Queste non continuarono a crescere sotto il Mandato britannico e in seguito alla vittoria del nazismo in Germania.

4) Gli arabi palestinesi si consideravano una nazione autonoma e in grado di costruire un proprio Stato, prima che nascesse Israele.

5) I Paesi arabi circonvicini fecero sempre di tutto per aiutare il mondo dei beduini, dei fellah e dei mercanti arabi palestinesi a sentirsi nazione e a creare un proprio Stato. Non avevano alcuna intenzione di appropriarsi, ognuno nel proprio interesse, di fette di territorio palestinese.

6) Nel 1947 le Nazioni Unite non decisero veramente di creare uno Stato degli ebrei nei territori palestinesi. O, ammesso che lo fecero, esse non rappresentavano la voce maggioritaria dell’umanità (Urss di Stalin compresa). Lo Stato d’Israele, invece, fu creato con la violenza armata ed espropriando con la forza i terreni agricoli dei fellah arabo-palestinesi. Esso non ha alcuna base legale.

7) Ogni Stato membro delle Nazioni Unite è libero di fare quel che vuole, incluso opporsi con la forza armata a delle decisioni che considera ingiuste e senza per questo dimettersi. 

8) Il 15 maggio 1948 (giorno dopo la dichiarazione dello Stato d’Israele) non furono gli eserciti della Lega araba e di Egitto, Libano, Siria, Transgiordania e Iraq (alcuni di essi membri delle UN) ad aggredire Israele. Fu Israele che li aggredì.

9) I circa 700.000 palestinesi che uscirono da Israele tra il settembre 1947 e il 1948, non lo fecero perché spaventati dalla guerra che la Lega Araba aveva cominciato a preparare prima del voto all’Onu e che esplose il 15  maggio 1948, ma perché furono cacciati dal nuovo governo israeliano.

10) I circa 6-700.000 ebrei che nel 1948 uscirono in massa dagli Stati arabi ed emigrarono in gran parte in Israele, lo fecero per propria scelta e spirito sionista, non perché spinti da pogrom e altre rappresaglie antigiudaiche.

11) Il fatto che Israele vinse la guerra nel 1948 è stata una tragedia per il Medio oriente. Sarebbe stato meglio far scomparire subito l’«entità sionista».

12) Non è vero che Urss e Cecoslovacchia contribuirono con armi alla vittoria di Israele nel 1948, e che poi l’Urss cambiò linea diventando antisionista. L’Urss era stata sempre contraria alla nascita d’Israele.

13) Gli arabi palestinesi che furono costretti a fuggire furono accolti solo temporaneamente in campi profughi, ben presto sostituiti da civili abitazioni, scuole, servizi ecc. I Paesi arabi circonvicini fecero sempre di tutto per assicurare l’assimilazione dei profughi palestinesi e non vi fu mai traccia di ostilità nei loro confronti. Al contrario di ciò che ha fatto Israele con gli arabi palestinesi rimasti in Israele, che vivono un regime di apartheid e sono sottoposti a continue umiliazioni politiche. La loro rappresentanza parlamentare nella Knesset è solo una copertura propagandistica.

14) In Medio oriente non c’è alcun bisogno di regimi democratici. La democrazia d'Israele è solo una finzione: finte le elezioni, finto il pluripartitismo, finte anche le attuali manifestazioni antigovernative e finto addirittura il recente sciopero generale convocato nonostante la guerra. Tutto un paravento democratico finto che va distrutto il prima possibile.

15) Le stragi di palestinesi operate dal governo giordano nel 1970-71 (il cosidddetto «Settembre nero») sono un’invenzione del sionismo. 

16) La guerra dei Sei giorni a giugno del 1967 fu un atto deliberato di aggressione da parte d’Israele e non un attacco preventivo contro un'aggressione che si preparava da parte di Egitto, Siria e Giordania.

17) Non è vero che il territorio d’Israele è oggetto di lanci missilistici ormai da decenni e da varie parti.

18) Chi si sacrifica per uccidere dei civili israeliani non è un terrorista, ma un partigiano (ANPI italiana).

19) Il progetto iraniano di sterminare il popolo ebraico d’Israele non è genocidio, così come non lo sono i progetti analoghi di Hamas e di Hezbollah.

20) È invece genocidio la risposta armata d’Israele al pogrom di Hamas, ai missili di Hezbollah, Iran, Houti e sciiti siriani.

21) Israele non ha diritto a difendersi come qualsiasi altro Stato della terra.

22) Israele deve rispettare rigorosamente il diritto internazionale di guerra perché così fanno i suoi avversari del fronte iraniano.

23) È giusto che le Nazioni Unite e altri organismi internazionali (Amnesty, Unicef, Croce rossa, Ong varie…) usino un trattamento particolare per Israele, denunciando ogni sua violazione della legalità in stato di guerra e tacendo sistematicamente su quelle dei suoi nemici.

24) Il pogrom del 7 ottobre, lo stupro di donne, gli squartamenti, la cattura di ostaggi civili e la loro eliminazione rappresentano la punta più avanzata della Resistenza palestinese.

25) È giusto lo slogan centrale di tale Resistenza - «dal fiume al mare» - che intende liberare il Medio oriente dalla presenza degli ebrei.

26) Gli «occidentali» che ripetono lo slogan «dal fiume al mare» non sono complici di genocidio, ma sono antimperialisti e antisionisti.

27) Manifestare per lo sterminio degli ebrei israeliani è un atto rivoluzionario, antimperialista e antisionista.

28) Lo sterminio degli ebrei israeliani non ha niente a che vedere con i progetti di Hitler e con l’antisemitismo storico.

29) Israele sta perdendo la guerra.


Vorrei aggiungere un 30° punto, ma non saprei come formularlo al negativo. Vorrei dire che nonostante la barbarie dei suoi avversari, la democrazia israeliana vince da oltre 70 anni e continuerà a vincere finché il regime degli ayatollah non sarà caduto e il popolo iraniano sarà liberato. Su questo ho grandi speranze. Ma resta il fatto che, comunque vadano le cose, oggi Israele rappresenta non solo  l’unico baluardo della democrazia in Medio oriente, ma anche l’unica barriera concreta contro l’armamento atomico dell’Iran. Il coraggio del popolo israeliano e soprattutto la sua superiorità militare stanno evitando al mondo la catastrofe atomica che sicuramente deriverebbe dal possesso di bombe nucleari da parte del regime fanatico, medievale e ultareazionario degli ayatollah.

Ebbene, ecco il punto 30°: il non riconoscimento del ruolo fondamentale che sta avendo il popolo israeliano in difesa dell’umanità è un altro tragico esempio di antisemitismo (oltre che di cecità politica).


5/7 ottobre 2024


  ENGLISH 

lunedì 20 maggio 2024

UN FILOSOFO FASCISTA PER PUTIN

di Jurij Dunaev

(con questo articolo inizia la collaborazione del compagno Jurij Dunaev con Utopia Rossa) 


BILINGUE: ITALIANO - РУССКИЙ


Mosca - Nel grigiore del dibattito intellettuale in Russia di questi ultimi anni, ha destato un certo interesse nei giorni scorsi una polemica sulla figura del filosofo russo Ivan Il’in, sostenitore dei Bianchi durante la guerra civile russa, esule in Occidente in epoca sovietica e poi diventato negli anni 2000 “il pensatore più apprezzato” da Vladimir Putin. Fin qui nulla di male: non è un delitto essere stati anticomunisti, vieppiù in URSS. Tuttavia Il’in non fu solo acerrimo nemico di Lenin e di Stalin, ma anche un aperto simpatizzante prima di Hitler e Mussolini e poi, nel dopoguerra, dei dittatori della penisola iberica Franco e Salazar che glorificò più volte nei suoi scritti. 

Mostrò aperto sostegno anche al nazismo in Germania al momento della sua ascesa con un articolo pubblicato sulla rivista Vozraždenija il 17 maggio 1933, Il nazionalsocialismo, la via russa. In questo saggio il filosofo si lamentava che «l’Europa non capisce il movimento nazionalsocialista» e chiedeva agli ebrei di «farsi da parte»: «Mi rifiuto categoricamente di vedere gli eventi degli ultimi tre mesi in Germania dal punto di vista degli ebrei tedeschi, che hanno perso la loro posizione giuridica in pubblico, sofferto finanziariamente o addirittura sono fuggiti dal Paese». Il nazismo andava invece valutato come «un movimento di passione nazionale e politica, concentrata in dodici anni, che per anni, sì, anni, ha versato il sangue dei suoi aderenti nelle battaglie con i comunisti». Il nazismo non sarebbe stato altro che «una reazione agli anni del dopoguerra. di decadenza e sconforto, una reazione di dolore e rabbia... Che cosa ha fatto Hitler? Ha fermato il processo di bolscevizzazione in Germania e ha reso un grande servizio a tutta l’Europa».

Recentemente il governo russo ha deciso di dedicare a questa figura Il centro di formazione dell'Università statale russa per le discipline umanistiche, provocando l’irata reazione del Partito Comunista.

La polemica per tale discutibile decisione è apparsa patetica da una parte ma, da un altro punto di vista, paradigmatica. Patetica perché promossa dai comunisti di Gennady Zjuganov che non sapendo ormai come distinguersi da Putin, utilizzano argomenti di carattere culturale pur di far parlare di sé. Un partito che rivendica i gulag e il totalitarismo e ritiene giustificabile ancora oggi il patto Ribentropp-Molotov del 1939, dovrebbe avere ben pochi titoli per parlare di antifascismo. Anche perché più volte lo stesso Zjuganov ha sostenuto nei suoi scritti (pubblicati in Italia dalla casa editrice di estrema destra “All’insegna del Veltro”) “la necessità di un piano per unire le correnti storiche rosse e bianche nella lotta al Mondialismo”. 

La diatriba quindi avrebbe potuto essere lasciata, per dirla con Marx, alla “critica roditrice dei topi” se non avesse incontrato la reazione piccata delle massime autorità del Cremlino. Il Presidente della Duma Vjačeslav Volodin, ha affermato che “non è questo il momento di iniziare dispute di questo tipo quando i nazisti di Washington e Bruxelles hanno scatenato una guerra contro la Russia, prefiggendosi il compito di infliggere una sconfitta strategica al nostro Paese”. Ha citato a questo proposito lo stesso Il’in, affermando che "gli stranieri sosterranno e inciteranno ogni tipo di odio, mentre la Russia deve purificarsi e liberarsi da queste forze distruttive e spegnere, sradicare da sé questo spirito di guerra civile che la minaccia". 

Il portavoce di Putin, Dmitrij Peskov, ha sentito anche lui il bisogno di intervenire nella contesa, sottolineando che “il Presidente ha effettivamente citato ripetutamente Ilyin ed è inaccettabile che si attacchi in questo contesto anche Aleksander Dugin”, l’ideologo neofascista russo che più si impegna per far conoscere l’opera del filosofo cultore della “Russia sovrana”. 

È un caso che l’entourage del Presidente russo si accalori così tanto per promuovere e difendere una figura così controversa? No di certo. Come a Roma i sostenitori più o meno aperti del regime di Putin utilizzano ogni genere di argomenti per la loro crociata antioccidentale, a Mosca si mettono insieme il diavolo di Stalin con l’acqua santa di Il’in pur di attaccare “le plutocrazie occidentali”.


РУССКИЙ

sabato 27 gennaio 2024

HITLERO-COMMUNIST ROOTS OF TODAY’S «LEFT-WING» ANTISEMITISM

by Roberto Massari


(January 27, 2024, Holocaust Memorial Day)


BILINGUE: ENGLISH - ESPAÑOL

link all'italiano: http://utopiarossa.blogspot.com/2024/01/radici-hitlerocomuniste-dellattuale.html#more


The first Hitlero-communism

By «Hitlero-communism» one should mean the political thought that emerged in the summer/fall of 1939 when the Nazi and Soviet totalitarian regimes allied to invade Poland and annex various countries in Eastern Europe, thereby triggering the Second World War. The followers of Hitlero-communism (in Russia and worldwide) then endorsed all subsequent Russian invasions (Baltic countries, Finland, Czechoslovakia, Afghanistan, etc.) up to the current one in Ukraine. At the core of Hitlero-communism, both old and new, lies the pre-modern (if not medieval) idea that Russia was and still is legitimized in carrying out such annexations because it exercises a historical right by reclaiming territories that belonged to the Tsarist Empire. This position - reactionary in the fullest sense of the term - is found expressed more or less unconsciously in current justifications for Putin’s aggression in Ukraine and will likely apply to any potential future aggressions (starting with the Baltic countries).

The Soviet alliance with Nazism lasted from August 1939 to June 1941, the nearly two years during which the project of anti-Jewish extermination took definite shape, initiated even before the Pact and culminating in the so-called «Final Solution», systematized in the Wannsee Conference of January 1942. One of the «necessities» addressed by this extreme choice of Nazism was that about 1.7 million Jews lived in the part of Poland assigned to the Third Reich by the Pact with Stalin: a Jewish population that Nazism intended to annihilate, following plans and guidelines implemented long before, well-known to Stalin and the Soviet leadership.

To establish some dates: the first Auschwitz Konzentrationslager became operational in June 1940, in the midst of collaboration between Nazis and Soviets; the one in Chełmno (considered the first extermination camp) in December 1941, six months after the Nazi breach of the Pact. These and other Polish extermination camps (like Treblinka, Sobibór, Bełżec) began to operate «late» (in 1942, «Aktion Reinhard») because their planning became possible only after the joint invasion of Poland in September 1939. However, their construction took place during the almost two years of alliance with the Ussr: indeed, that alliance made them possible. It would be a serious error in historical perspective to date the beginning of the Holocaust from there because anti-Jewish persecutions had begun in Germany in the 1930s; for example, the Buchenwald camp, located in the German Thuringia, was operational from July 1937.

RADICI HITLEROCOMUNISTE DELL’ATTUALE ANTISEMITISMO «DI SINISTRA»

di Roberto Massari


(27 gennaio 2024, Giornata della Memoria)


Il primo hitlerocomunismo

Per «hitlerocomunismo» deve intendersi la corrente di pensiero politico che sorse nell’estate/autunno 1939, quando i totalitarismi nazista e sovietico si allearono per invadere la Polonia e annettere vari paesi dell’Europa orientale, scatenando così la Seconda guerra mondiale. Gli adepti dell’hitlerocomunismo (in Russia e nel resto del mondo) hanno poi approvato tutte le successive invasioni russe (Paesi Baltici, Finlandia, Cecoslovacchia, Afghanistan ecc.) fino a quella odierna dell’Ucraina. Alla base dell’hitlerocomunismo, vecchio e nuovo, vi è l’idea premoderna (per non dire medievale) che la Russia fosse e sia ancora legittimata nel compiere tali annessioni perché eserciterebbe un suo diritto storico riprendendosi i territori appartenuti all’Impero zarista. Questa posizione - reazionaria nel più pieno senso del termine - la si ritrova espressa più o meno inconsapevolmente nelle giustificazioni attuali per l’aggressione putiniana all’Ucraina e varrà ancora per eventuali possibili future aggressioni (a cominciare dai Paesi baltici).

L’alleanza sovietica col nazismo durò da agosto 1939 a giugno 1941: sono i quasi due anni che videro prendere forma definitiva al progetto di sterminio antiebraico, avviato ancor prima del Patto e che sfocerà nella cosiddetta «soluzione finale», sistematizzata nella Conferenza di Wannsee di gennaio 1942. Una delle «necessità» alle quali rispondeva questa scelta estrema del nazismo fu che nella parte di Polonia assegnata al Terzo Reich dal Patto con Stalin vivevano circa 1.700.000 ebrei: una massa di popolazione ebraica che il nazismo intendeva sterminare, secondo progetti e linee guida messe in opera già da tempo, e ben note a Stalin e al gruppo dirigente sovietico.

Per fissare delle date: il primo dei Konzentrationslager di Auschwitz divenne operativo dal giugno 1940, cioè nel pieno della collaborazione tra nazisti e sovietici; quello di Chełmno (considerato il primo lager di sterminio) nel dicembre 1941, cioè sei mesi dopo la rottura del Patto da parte nazista. Questi e altri campi di sterminio polacchi (come Treblinka, Sobibór, Bełżec) cominciarono a operare «tardi» (cioè nel 1942, «Aktion Reinhard») perché la loro progettazione fu possibile solo dopo l’invasione congiunta della Polonia nel settembre 1939; ma la loro costruzione si realizzò nel quasi biennio dell’alleanza con l’Urss: anzi, fu proprio quell’alleanza che li rese possibili. Sarebbe, però, un grave errore di prospettiva storica datare di lì l’inizio dell’Olocausto perché le persecuzioni antiebraiche erano iniziate in Germania negli anni ‘30: il lager di Buchenwald, per es., situato nella Turingia tedesca, era operativo dal luglio 1937.

Insomma, rispetto alla politica di sterminio antiebraico del nazismo, almeno tre cose furono subito chiare a chi voleva vederle allora (o che speriamo voglia cominciare a vederle chiare oggi): 1) Nello stringere il Patto con Hitler, ai sovietici non interessò minimamente il destino degli ebrei in Germania e nel resto d’Europa: delle persecuzoni antiebraiche non parlarono in documenti, atti ufficiali e sulla stampa. 2) I sovietici non ebbero la benché minima esitazione ad abbandonare quasi due milioni di ebrei polacchi nelle mani di chi intendeva sterminarli. 3) La fraternizzazione staliniana col Terzo Reich richiese che anche sull’Olocausto polacco calasse il silenzio stampa (oltre all’avvio della collaborazione delle rispettive polizie nelle consegne reciproche di prigionieri o nelle deportazioni di interi gruppi etnici).

martedì 11 luglio 2023

PIUS XI AND PIUS XII BETWEEN OPPORTUNISM AND COLLABORATION WITH HITLER AND MUSSOLINI

Antijudaismus versus Antisemitismus?


Part 2. BILINGUE: ENGLISH - DEUTSCH

 

by Peter Gorenflos(Berlin)

 

In March 2020, the Vatican secret archives on Pacelli's pontificate were opened. Pulitzer Prize winner David Kertzer, whose new work The Pope at War has just been published in Germany, made some spectacular discoveries that further deepen the insight into Pacelli's politics. Immediately after his enthronement, the Nazi prince and close confidante of the Führer, Philipp von Hessen, was asked by Hitler to enter into secret negotiations with the Holy See in order to improve the difficult relationship between the Vatican and the Reich. The Nazi prince was great-grandson of Queen Victoria, nephew of Wilhelm II and son-in-law of King Victor Emmanuel III of Italy.
The face-to-face meetings that then took place were so secret that not even the German Embassy at the Holy See found out about them, and they were suppressed in the twelve-volume documentation on Vatican activities in World War II published by Jesuits between 1965 and 1981. In short, it was what Pacelli called a truce. He complained about the closure of Catholic schools, books critical of the Church and cuts in state funds in Austria. The Nazi prince asked if the Pope was prepared to stay out of German politics. He also mentioned the sexual misconduct of priests, including child abuse. Pacelli said that if such cases were reported, "We would take immediate action." Indeed, while Cardinal Secretary of State, he ordered the destruction of archival material on cases of immorality among monks and priests in Austria to prevent prosecution.

The strictly confidential contact between Hitler and the Holy Father through the middleman showed results. The anti-clerical Foreign Minister Ribbentrop now also supported an agreement, the German press was ordered to cease its attacks and Hitler demanded information on the state of the church in order to negotiate with the Vatican about its concerns. In another secret conversation, Hitler let it be known that the “racial question”, his greatest concern, could be avoided if the new Pope did not comment on it.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.