L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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domenica 22 aprile 2018

NICARAGUA: IL POPOLO IN RIVOLTA, di Alberto Sipione

© Alfredo Zuniga
Dallo scorso 18 aprile, la protesta del popolo nicaraguense contro la riforma dell’Inss - Instituto Nicaragüense de Seguridad Social - si è trasformata in una vera e propria sollevazione contro il presidente incostituzionale Daniel Ortega, che il giorno successivo ha anche ordinato la chiusura di quattro canali televisivi indipendenti che non intendevano oscurare le immagini delle manifestazioni.
In tutto il Paese, in ogni barrio, la gente è scesa in strada al suono delle pentole mettendo in scena il cacerolazo, simbolo di pubblico dissenso contro tutte le dittature.
Forza trainante della protesta sono gli studenti, che fin da subito si sono barricati nelle università.
La Policía Nacional è passata ben presto dal semplice lancio di lacrimogeni all’uso di armi con proiettili convenzionali, persino fucili da guerra AK-47.

Giovedì 19 si sono registrati i primi 4 morti - fra questi uno studente quindicenne, Álvaro Conrado.

Venerdì 20 gli studenti di medicina hanno istituito dei posti di primo soccorso all’interno della Catedral Metropolitana di Managua, dove si sono ammassati viveri e medicinali di prima necessità. Dalla sera in poi, per creare confusione e paura, è stata interrotta l’energia elettrica in tutta la capitale.

Sabato 21 la Chiesa cattolica, per bocca del vescovo ausiliario Silvio Báez, si è schierata al fianco dei manifestanti, definendo gli studenti in lotta «la riserva morale» di cui il Nicaragua dispone.

Nella notte fra 21 e 22 aprile la Polizia ha ripreso a reprimere brutalmente, causando diversi morti e lasciando sull’asfalto vari feriti che per molte ore non si è potuto soccorrere. Fra le vittime di quest’ultimo assalto c’è pure il reporter Ángel Eduardo Gahona, ucciso nella cittadina costiera di Bluefields (come sempre succede, i giornalisti indipendenti si rivelano essere il «bersaglio prediletto» dei regimi dittatoriali).

Sinora i morti confermati ufficialmente dalla vicepresidente e primera dama, Rosario Murillo, sono 10, ma già ieri pomeriggio il Cenidh - Centro Nicaragüense de Derechos Humanos - diffondeva una lista di 25 persone rimaste uccise negli scontri. Le ultime notizie attestano almeno 26 morti, 67 feriti, 43 dispersi e 20 arresti.

Fino alla serata di venerdì 20 si sperava in un coinvolgimento solidale di una parte dell’Esercito, che si è però schierato in blocco a sostegno del Governo.
Tra le forze della repressione, composte - oltre che da Polizia ed Esercito - da squadre speciali antisommossa, c’è anche la Juventud Sandinista, di cui fanno parte gruppi paramilitari che il Governo organizza con elementi raccolti nei quartieri più poveri.
In quest’ultima organizzazione i delinquenti comuni la fanno da padrone e sono sempre in prima fila nell’attaccare quei civili sospettati di non essere allineati con Ortega e il suo «sandinismo ufficiale». La scorsa notte, per esempio, è stata impedita con la violenza la veglia funebre di uno degli studenti uccisi.

È utile ricordare qui come il tutto ha avuto inizio. Il 3 aprile passato è scoppiato un incendio devastante nella riserva biologica Indio-Maíz, uno dei grandi polmoni verdi dell’America centrale; dovendo fare i conti con l’attendismo governativo di fronte a un disastro ecologico di tale portata - dietro simili roghi si nascondono spesso gli interessi di uomini legati alla cricca di Ortega, che puntano a rivendere illegalmente i terreni privi di vegetazione o sfruttarli per i pascoli - gli studenti sono scesi pacificamente in piazza per chiedere che il Governo intervenisse con maggiore energia per porvi fine.
In un Paese come il Nicaragua, però, queste forme di libera espressione scatenano l’immediato intervento della repressione, non essendo tollerato alcun dissenso. È avvenuto così anche in questo caso: gli studenti sono stati brutalmente attaccati da Polizia e Juventud Sandinista.

Va specificato che il regime utilizza il termine sandinista per meri scopi propagandistici: la coalizione al potere, infatti, non ha nulla a che vedere con la Rivoluzione sandinista che nel 1979 cacciò dal Nicaragua il dittatore Anastasio Somoza. Per Ortega e i suoi accoliti la popolazione ha da tempo coniato l’assai più appropriato neologismo sandiratas [in castigliano ratas significa «topi»: ognuno è libero di dare all’espressione l’interpretazione generale che ritiene più opportuna (n.d.r.)].
Da anni il Governo preleva a forza dai luoghi di lavoro gli impiegati statali costringendoli a manifestare in favore del regime (insieme agli studenti delle scuole medie inferiori), pena il licenziamento: una «massa di manovra» utile per mostrare all’esterno un consenso di facciata.

Sabato 21, alle ore dodici locali, il presidente Daniel Ortega si è rivolto alla nazione dicendo che le morti sono state provocate da pandillas, tentando così di far passare l’idea che l’intero movimento di protesta sia composto da «giovani criminali di strada».
La reazione spontanea del popolo nicaraguense è stata quella di riversarsi per le strada chiedendo la sostituzione e il bando dal Paese del presidente illegittimo e della vicepresidente, sua moglie Rosario Murillo.
Gettando benzina sul fuoco, il discorso sconclusionato di Ortega potrebbe mirare a radicalizzare la protesta, così da fornire una giustificazione all’intervento massiccio dell’Ejército Nacional e all’imposizione del coprifuoco.

È necessario diffondere in Europa e in Italia quante più notizie possibile su ciò che sta avvenendo nel piccolo Stato centramericano, opponendosi alla controinformazione che già si è messa in moto per difendere contro ogni evidenza - vergognosamente «da sinistra», in un’ottusa e mal interpretata ottica antistatunitense e antimperialista - un regime politico antipopolare e liberticida ormai intollerabile.

sabato 15 aprile 2017

«NICARAGUA: ARCHITETTURA QUOTIDIANA»: LA NUOVA MOSTRA FOTOGRAFICA di Alberto Sipione


Entr'acte ospita, dal 29 aprile al 21 maggio, una personale di Alberto Sipione incentrata su un ciclo di venti "architetture quotidiane", esplorate attraverso la fotografia in taluni interni domestici del paese centroamericano.
«Esiste uno strano gioco di specchi in queste immagini di quotidianità nicaraguense - scrive Giovanni Carbone nell'introduzione al volume che accompagna la mostra - un gioco di rimandi continui tra la macchina fotografica e gli oggetti che riacquistano vita oltre il tempo del click. Un gioco in cui il ruolo statutario della fotografia di cristallizzatrice del tempo, fermo per rendere permanente la narrazione di ciò che è ritratto, è già nell'immagine che immortala. Gli oggetti ritratti, da quelli propri di una tradizione sino alle esperienze di un modernariato anacronistico e apparentemente fuori contesto, si sovrappongono diacronicamente, l'uno accanto all'altro, a costruire un racconto complesso d'un vissuto oltre il tempo».
E Pino Bertelli, fotografo sans frontières, ribadisce: «L'architettura del quotidiano del Nicaragua fotografata da Sipione, le abitazioni povere, gli interni ordinati, esprimono la dignità, i segni di un vivere elementare che debordano nelle inquadrature forti, coinvolgendo il fotografo nella storia di un popolo, nella memoria di un tempo in cui è stato protagonista di una lotta in difesa dei propri diritti».

domenica 3 luglio 2016

LETTERA SUL NICARAGUA, di Alberto Sipione

Caro Roberto [Massari],

la cosiddetta rivoluzione bolivariana e l'Alba (Alianza bolivariana para América Latina y el Caribe) hanno influenzato e dato speranza a molti compagni e compagne in Europa, la speranza di un nuovo socialismo che potesse (ri)partire dall'America latina.
Io ho fatto la mia esperienza personale e diretta in Nicaragua, paese facente parte dell'Alba tra il 2007 e il 2010, periodo di espansione e propaganda del chavismo e della rivoluzione bolivariana.
Nel 2007 sono stato in Nicaragua come infermiere volontario all'ospedale pediatrico La Mascota di Managua. Daniel Ortega e il FSLN ritornavano al potere alla fine del 2006 dopo sedici anni di governi liberisti.
Fino alla metà del 2007 era tutto un fermento di speranze e iniziative politiche per stabilizzare la vittoria del FSLN. Quello che avvertivo era già un cambio nella propaganda politica. Il colore rosa sostituiva infatti nelle strade il rosso/nero del sandinismo. La moglie e compagna di Daniel Ortega, Rosario Murillo, assumeva il ruolo di fatto di ministra della Comunicazione. Il nuovo slogan - che sopravvive finora - era quello di «Nicaragua cristiana, socialista e solidale».
L'Avenida Bolívar era in parte occupata da un accampamento costruito con grandi buste di plastica nere dove vivevano per protesta le ex lavoratrici e lavoratori delle multinazionali che producono banane, ammalati gravemente a causa del Nemagon.
Un ruolo determinante a supporto del nuovo governo lo assumevano le chiese evangeliche, mentre la Chiesa cattolica rimaneva neutrale o critica. Mi colpiva in particolare che la propaganda di Murillo ricordava quella di alcune sette cristiane: così che mi capitava spesso che all'ospedale funzionari del Frente salutassero con «sia lodato Gesù Cristo»!!!
Nel 2007 conobbi alcuni rappresentanti dell'associazione Italia-Nicaragua e cercavo di muovermi con loro per sostenere all'interno di questa «nuova epoca» i nascenti movimenti sociali vicini al Frente. Nelle riunione a cui si partecipava venivo visto con sospetto come compagno internazionalista. Direi che nelle diverse istanze, nonostante avessi l'intenzione di sostenere il Frente, non venivo calcolato minimamente. I miei contatti anche con prestigiosi personaggi critici all'interno del Frente non davano alcun frutto. Anzi, ho assistito a un repentino assorbimento acritico di molti di loro all'interno della macchina propagandistica del governo - per citare solo alcuni esempi: la radio La Primerísima (William Grigsby) e Sadrach Zeledón, oggi sindaco di Matagalpa.
Oggi fanno parte del Frente molti ex militanti e figli di militanti dell'ex Contras, che ricevono posti di comando o diventano funzionari.

lunedì 15 febbraio 2016

NICARAGUA: ARCHITETTURA DEL QUOTIDIANO, di Alberto Sipione

Il Nicaragua e l'America Latina continuano, nonostante le difficoltà della vita quotidiana, a sognare un cambiamento politico e sociale ancora possibile.
Anche le abitazioni esprimono con la loro semplicità e profondità una voglia di riscatto necessario. Qui le mura colorate e no accompagnano e riempiono la vita sociale, fatta di racconti, di sogni e di condivisioni. Alle lacrime si sostituisce necessariamente il suono della marimba, lo strumento musicale nazionale: c'è sempre tempo per ballare.
Ogni oggetto ha il suo valore fino alla sua morte, per poi trasformarsi e riadattarsi ad un nuovo uso. Niente viene buttato, niente è superfluo in uno dei paesi più poveri del mondo.
Con gli ospiti si divide tutto, anche il niente. L'ospite è ancora sacro, specialmente se straniero. Si sa che forse un giorno potrebbero anch'essi diventare stranieri: migranti, clandestini, extracomunitari. I rapporti sociali (famigliari, di amicizia, di vicinato) continuano ad essere un saldante forte in una società della sopravvivenza.

Che vantaggio c'è se uno guadagna tutto il mondo, ma poi perde la sua anima?
(Marco 8,36)

Radici che noi in Europa abbiamo definitivamente perso in questa accelerata della società globalizzata negli ultimi 30/40 anni. Abbiamo festeggiato/adorato l'indipendenza economica, il carrierismo, i beni di lusso e partecipato alla «società dello spettacolo». In questa corsa frenetica abbiamo dimenticato chi siamo e da dove veniamo. Viviamo nei «grattacieli», che si son rivelati delle prigioni del vivere adattati. Lontani dall'odore della terra, dal suo grido e dall'umanità.
Le luci, i colori e gli odori ci ricordano le nostre periferie degli anni '50 e '60, con le loro diversità, con un proletariato provvisto della propria cultura e identità.
Ciò che Pier Paolo Pasolini aveva sentito e annunciato, il processo di perdita culturale, si è pienamente realizzato. È difficile ritrovarsi in un mondo neutrale che ha perduto così velocemente le proprie tradizioni e i propri rituali.

Se insisti a sognare, insisti a ravvivare il fuoco della tua vita.
(Rubén Darío)

mercoledì 30 settembre 2015

ALBERTO SIPIONE, un nuovo fotografo in Utopia Rossa/ ein neuer Fotograph in Rote Utopie

Kleinbasel, Switzerland
Care compagne, cari compagni, caro Roberto,

è da tempo che seguo i contributi sul vostro Blog. Da una pura curiosità è diventato un grande interesse.
Vedo con Utopia Rossa alcune similitudini teoriche con i lavori fotografici che sto svolgendo negli ultimi anni. Grazie alle mie prime letture di Pino Bertelli sulla fotografia ho avuto modo di conoscere quel movimento che è stato l'Internazionale Situazionista.

Ho letto il vostro programma con i 6 punti nei quali mi rispecchio pienamente. Ho militato, come alcuni di voi, in diverse strutture di partito e di movimento. Anche se le etichette mi stanno tutte un po' strette fin'ora mi sono sempre dichiarato comunista. Negli ultimi mesi o forse anni sono cresciuti i miei dubbi sulla struttura partito avvicinandomi verso un comunismo libertario.

Sostengo la necessità di un cambiamento e abbattimento del sistema capitalista e delle sue strutture. Passaggio di un cambiamento che non può avvenire per vie parlamentari, ma attraverso il consenso e le lotte popolari. Per questo è necessaria l'Utopia di una nuova prospettiva da vivere ogni giorno. Desidero fare una parte di questo cammino insieme a voi, scambiandoci le nostre opinioni e apportando i nostri contributi sul territorio in cui viviamo.

Ho vissuto per circa 20 anni in Svizzera e da 3 anni sono rientrato nella mia regione, la Sicilia.
L'impatto con il mio territorio ha provocato in me tanta rabbia per tutto quello che il capitale-mafia ha devastato in tutti questi decenni. Le nostre coste diventate rifiuti di raffinerie e fabbriche della morte.
Ed è proprio in questo contesto che sono nati i miei primi reportage fotografici. Spero di conoscervi al più presto di presenza.

Saluti Rossi e Solidali,

ALBERTO SIPIONE

(24/09/2015)
__________

umBAU - TRA ALIENAZIONE E MEMORIA
(testo e fotografie di Alberto Sipione)

L'urbanistica non esiste: essa non è che un'ideologia, nel senso di Marx. L'architettura esiste realmente, come la Coca-Cola: è una produzione rivestita di ideologia vera e propria, ma in grado di soddisfare un bisogno distorto. Invece l'urbanistica è comparabile alla pubblicità intorno alla Coca-Cola, pura ideologia spettacolare. Il capitalismo moderno, che organizza la riduzione di tutta la vita sociale in spettacolo, è incapace di dare un altro spettacolo oltre quello della propria alienazione… Qualsiasi pianificazione urbana ha senso solo come l'àmbito della pubblicità, la propaganda di una società, vale a dire l'organizzazione della partecipazione in qualcosa a cui è impossibile partecipare.
(Raoul Vaneigem)

L'urbanistica distrugge, riqualifica, aliena intere aree del nostro vivere quotidiano. Tutto viene reso utile a favore della mobilità dell'economia e del denaro. Nella «società dello spettacolo» si distrugge per reinvestire e creare bisogni.
Qualcuno cerca di incanalare la nostra vita all'interno del falso trasformandolo in vero. Tutto viene reso utile al mercato. Le città come labirinti, laboratori per le cavie. Investimenti milionari per i pochi a scapito dei tanti.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.