L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

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sabato 7 febbraio 2026

RANIERO PANZIERI DA MONDO OPERAIO AI QUADERNI ROSSI (Parte I di 3)

di Giorgio Amico

Il presente lavoro si propone di ricostruire il percorso teorico e politico di Raniero Panzieri nel periodo1957–1961, una fase spesso considerata di mera transizione ma che, in realtà, costituisce un momento decisivo non solo nella biografia intellettuale dell’autore, bensì nella storia complessiva del marxismo italiano del secondo dopoguerra. Questi anni precedono la fondazione dei Quaderni Rossi e rappresentano il laboratorio in cui si formano, attraverso un confronto serrato con la crisi del movimento operaio internazionale e con le trasformazioni del capitalismo avanzato, i presupposti teorici dell’operaismo italiano.

In questo arco temporale Panzieri attraversa una profonda trasformazione intellettuale e politica. Proveniente da una solida militanza nel Partito Socialista Italiano e da una formazione marxista attenta al tema della democrazia, egli giunge progressivamente a una critica radicale delle forme tradizionali della politica di sinistra, del ruolo del partito e delle strategie riformiste. Questo processo non assume mai i caratteri di una rottura improvvisa o puramente ideologica, ma si sviluppa come una costante riflessione sui mutamenti in atto nei rapporti di produzione, nell’organizzazione del lavoro e nelle forme indite che sta assumendo di pari passo con il progresso tecnologico il dominio del capitale. È in questi anni che prendono forma alcuni nodi teorici destinati a segnare in profondità il dibattito successivo: l’azione autonoma della classe operaia, l’inchiesta come metodo politico e conoscitivo, la critica della razionalità tecnologica e della pianificazione capitalistica.

L’interesse per questa fase del pensiero panzieriano non è esclusivamente di natura storica o filologica. Le questioni affrontate da Panzieri — la crisi dello stalinismo e del modello sovietico, le trasformazioni del capitalismo maturo, il rapporto tra democrazia e socialismo, il ruolo del partito e degli intellettuali, la centralità della fabbrica come luogo di conflitto e di produzione di soggettività politica — conservano una sorprendente attualità. Esse continuano a interrogare il rapporto tra lavoro e potere, tra tecnica e dominio, tra istituzioni politiche e conflitto sociale, ponendo problemi che restano aperti nel dibattito contemporaneo sulla democrazia, sul socialismo e sulle forme della rappresentanza. Comprendere il percorso di Panzieri in questi anni significa, dunque, misurarsi con un marxismo che non si riduce a una vuota ripetizione di formule o al ricordo nostalgico di eventi passati, ma tenta di pensare il superamento del capitalismo senza separare teoria e prassi, analisi economico-sociale e lotta politica. Così come con l'attenzione costante alle forme nuove del conflitto di classe che costringono chi, come Panzieri, intende confrontarsi con la realtà in rapido divenire dell'Italia di quegli anni, a rimettere in discussione le concezioni del sindacato e del partito proprie della sinistra e di conseguenza a scontrarsi con un PCI ancora monolitico e con un PSI incerto fra un classismo meramente verbale e un riforrmismo che di fatto rappresenta un accodamento al neocapitalismo. 

Il punto di partenza dell’analisi è il Congresso di Venezia del 1957, che segna l’avvio di una fase di profonda ristrutturazione del PSI. La vittoria politica di Pietro Nenni, la progressiva marginalizzazione della sinistra interna e il rafforzamento delle correnti moderate evidenziano come il partito stia abbandonando, seppur in modo non lineare, una prospettiva classista per orientarsi verso un modello socialdemocratico e istituzionale. In questo contesto, la posizione di Panzieri appare peculiare e difficilmente assimilabile alle correnti esistenti: egli non si limita a difendere una linea minoritaria, ma tenta di elaborare una prospettiva autonoma, capace di tenere insieme la critica allo stalinismo con l’esigenza di una strategia socialista radicale, non riducibile né al riformismo né a un ritorno dogmatico al passato.

La direzione di Mondo Operaio tra il 1957 e il 1958 rappresenta il momento più intenso e fecondo di questa elaborazione. Sotto la guida di Panzieri, la rivista si trasforma in un vero e proprio laboratorio teorico e politico, nel quale vengono affrontati alcuni dei nodi centrali del socialismo del tempo: la crisi del movimento comunista internazionale, la natura e i limiti della democrazia socialista, il ruolo degli intellettuali, le trasformazioni del capitalismo avanzato e della pianificazione economica. In particolare, la riflessione sulla razionalità tecnica, sulla pianificazione capitalistica e sulla sussunzione reale del lavoro al capitale anticipa temi che diventeranno centrali nell’operaismo degli anni Sessanta, segnando una netta discontinuità rispetto al marxismo tradizionale di matrice economicistica o statalista. Un momento di svolta decisivo è rappresentato dal XX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Panzieri ne coglie con grande lucidità tanto le potenzialità quanto i limiti: da un lato, la destalinizzazione apre la possibilità di un rinnovamento profondo del socialismo e di una critica dell’autoritarismo burocratico; dall’altro, essa rischia di tradursi in un processo di normalizzazione politica che rafforza il riformismo, legittima la “via pacifica al socialismo” e indebolisce la dimensione conflittuale e rivoluzionaria del movimento operaio. La critica panzieriana alla coesistenza pacifica come strumento di conservazione dell’ordine mondiale anticipa una riflessione che troverà piena maturazione negli anni dei Quaderni Rossi.

Il concetto di controllo operaio, elaborato insieme a Lucio Libertini, costituisce forse il contributo più originale di Panzieri al marxismo italiano di questo periodo. Esso non si configura come una semplice rivendicazione economica o sindacale, ma come una vera e propria teoria del potere operaio, capace di unire l’analisi del capitalismo avanzato e la critica al riformismo con la proposta di una democrazia socialista fondata sulla partecipazione diretta dei lavoratori ai processi produttivi. Il controllo operaio si presenta così come una forma alternativa alla razionalità tecnologica del capitale, in grado di contestare dall’interno sia la pianificazione capitalistica che il dominio della tecnica.

Le Tredici tesi sul partito di classe rappresentano il tentativo di tradurre questa riflessione in una proposta politica complessiva. Pur segnate da ambiguità e limiti teorici, esse costituiscono un passaggio fondamentale nella critica alla forma-partito tradizionale e nella ricerca di una strategia socialista non subordinata alle compatibilità istituzionali. Tuttavia, la vittoria definitiva della linea nenniana al Congresso di Napoli del 1959 sancisce l’impossibilità di proseguire questa battaglia all’interno del PSI, rendendo evidente l’esaurimento di quella fase politica.

La rottura con il partito non coincide, tuttavia, con un ritiro dalla politica militante. Al contrario, essa segna l’inizio di un nuovo percorso teorico e pratico che troverà espressione nella fondazione dei Quaderni Rossi nel 1961. Con essi, Panzieri inaugura una stagione radicalmente nuova del marxismo italiano, fondata sull’inchiesta operaia, sull’analisi dei mutamenti nella composizione di classe, sulla critica della razionalità tecnica e sulla centralità della fabbrica come luogo privilegiato del conflitto sociale.


L’Italia del “boom” e la crisi del Partito Socialista

Alla metà degli anni Cinquanta l’Italia si trova al centro di un processo di trasformazione economica, sociale e politica di straordinaria portata, che segna in modo irreversibile il passaggio  alla piena integrazione nel capitalismo occidentale. La fase della ricostruzione postbellica può dirsi ormai conclusa: le principali infrastrutture sono state ripristinate, l’apparato industriale riorganizzato e il paese si avvia verso quella rapida crescita economica che verrà successivamente definita il “miracolo economico”. Questo processo non si limita a un aumento quantitativo della produzione, ma comporta una profonda ristrutturazione della struttura produttiva, delle forme del lavoro e dell’organizzazione sociale.

L’industrializzazione conosce una forte accelerazione, concentrandosi soprattutto nel triangolo industriale del Nord-Ovest. Settori come la siderurgia, la meccanica, l’automobile e la chimica diventano i motori dello sviluppo, mentre l’introduzione di nuove tecnologie e di modelli organizzativi ispirati al fordismo e al taylorismo trasforma radicalmente il lavoro salariato. La fabbrica si configura sempre più come uno spazio razionalizzato, regolato da tempi, mansioni e gerarchie rigidamente definite, in cui il controllo sul processo produttivo è sempre più concentrato nelle mani di un management tecnico emanazione diretta del capitale. Parallelamente, l’espansione del lavoro salariato, le migrazioni interne dal Sud al Nord e dalle campagne alle città industriali modificano profondamente la composizione sociale del paese, dando origine a nuove figure operaie e a inedite forme di conflitto.

Queste trasformazioni economiche si accompagnano a un processo di ridefinizione complessiva della società italiana. Sul piano politico, la Democrazia Cristiana consolida la propria egemonia, presentandosi come il perno della stabilità istituzionale e come garante dell’inserimento dell’Italia nel blocco occidentale, all’interno di un quadro segnato dalla Guerra fredda. Attraverso un sistema di alleanze centriste e il controllo di ampi settori dell’amministrazione e del consenso sociale, la DC costruisce un modello di sviluppo che combina non senza contraddizioni crescita economica, assistenzialismo parassitario, moderazione dei conflitti e progressiva integrazione delle masse in uno Stato che sotto l'etichetta della “Repubblica nata dalla Resistenza” tanto cara al PCI, tende sempre più a occultare il proprio carattere di classe.

Il Partito Comunista Italiano, pur mantenendo una forte presenza sociale e organizzativa, soprattutto nel mondo del lavoro e nelle amministrazioni locali, si trova in una posizione ambivalente. Da un lato rappresenta il principale punto di riferimento per la classe operaia e per ampi settori popolari; dall’altro è vincolato, sul piano teorico e strategico, alla linea sovietica e alle compatibilità imposte dal quadro internazionale. Questa tensione si riflette in una politica che tende a privilegiare la difesa della democrazia repubblicana e delle conquiste costituzionali, limitando la possibilità di una strategia capace di mettere realmente in discussione gli equilibri politici e sociali su cui si regge il sistema di potere democristiano.

Il Partito Socialista Italiano occupa una posizione ancora più problematica. Reduce dalla scissione del 1947 e dalla lunga fase di subordinazione al PCI, il PSI è attraversato negli anni Cinquanta da profonde tensioni interne, che riflettono il più ampio dibattito internazionale sul socialismo, sullo stalinismo e sulle vie di transizione al socialismo nei paesi occidentali. La ricerca di una “via autonoma” tra comunismo e socialdemocrazia si traduce in un confronto spesso aspro tra correnti, nel quale emergono divergenze profonde sul rapporto con il PCI, sulla collocazione internazionale del partito e sul significato stesso della democrazia socialista.

È in questo contesto complesso e contraddittorio che si colloca l’esperienza teorica e politica di Raniero Panzieri. Egli coglie con particolare lucidità il nesso tra le trasformazioni del capitalismo italiano, l’evoluzione delle forme del lavoro e la crisi delle tradizionali strategie della sinistra. Di fronte a un paese che cambia rapidamente, Panzieri rifiuta tanto l’adattamento riformista quanto la riproposizione dogmatica di schemi ormai obsoleti. Il suo tentativo è quello di elaborare una risposta teorica e politica capace di misurarsi con il capitalismo avanzato, con la nuova organizzazione della fabbrica e con le forme di integrazione del conflitto, ponendo le basi per una critica radicale che troverà pieno sviluppo negli anni successivi.

La crisi dello stalinismo e il XX Congresso del PCUS

Il 1956 rappresenta un anno di svolta nella storia del movimento comunista internazionale e del marxismo novecentesco. Il XX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, segnato dalla presentazione del celebre “rapporto segreto” di Nikita Chruščëv sui crimini di Stalin, inaugura ufficialmente il processo di destalinizzazione e mette fine al mito dell’infallibilità del modello sovietico. Pur attribuendo le principali responsabilità alle scelte personali di Stalin e senza mettere radicalmente in discussione il sistema sovietico nel suo complesso, il rapporto rompe la narrazione ufficiale del socialismo reale e costringe i partiti comunisti di tutto il mondo a confrontarsi con il proprio passato, le proprie strategie e la legittimità della loro linea politica.

La destalinizzazione si configura fin dall’inizio come un processo profondamente contraddittorio. Da un lato, introduce elementi di rinnovamento: la critica al culto della personalità, una parziale liberalizzazione culturale e l’apertura a una riflessione sulle ingiustizie del passato. Dall’altro, mantiene forti elementi di continuità: la centralità del partito, la pianificazione burocratica e la repressione di ogni forma di autonomia politica, come dimostra la repressione della rivolta ungherese del 1956. Questa ambivalenza tra riforma e consolidamento del potere burocratico costituisce il nodo centrale del dibattito politico e teorico che si sviluppa dopo il Congresso.

In Italia, le ripercussioni del XX Congresso sono particolarmente rilevanti per il peso del Partito Comunista Italiano e per il radicamento della cultura comunista. Il PCI, guidato da Palmiro Togliatti, accoglie la destalinizzazione con prudenza: riconosce le deviazioni del periodo staliniano, ma evita una rottura radicale con l’URSS e con il proprio passato. La dirigenza comunista enfatizza la “via italiana al socialismo”, valorizzando i temi della democrazia, della legalità costituzionale e dell’autonomia nazionale, ma senza mettere in discussione le strutture fondamentali del partito e del modello sovietico. La revisione rimane dunque parziale, finalizzata più alla stabilità organizzativa e al consenso sociale che a un ripensamento profondo dell'esperienza del socialismo reale.

Per il Partito Socialista Italiano, il XX Congresso assume un significato diverso ma altrettanto decisivo. La crisi dello stalinismo viene utilizzata da ampi settori della dirigenza, in particolare dalla corrente guidata da Pietro Nenni, per giustificare un progressivo allontanamento dal PCI e un riavvicinamento alla socialdemocrazia europea e alla Democrazia Cristiana. La denuncia dei crimini staliniani diventa così uno strumento politico per legittimare una svolta riformista e moderata, fondata sull’integrazione nel sistema occidentale, sulla centralità dell'azione parlamentare e sulla mediazione istituzionale. 

All’interno della sinistra socialista, la destalinizzazione produce una profonda frattura. Da un lato, vi sono coloro che vedono nel XX Congresso un’opportunità storica per rilanciare una riflessione autentica sulla democrazia socialista, sul rapporto tra partito e masse e sulla necessità di superare le forme autoritarie del socialismo reale. Dall’altro, emerge il timore che la critica a Stalin venga strumentalizzata per abbandonare la prospettiva rivoluzionaria e accettare le compatibilità del capitalismo avanzato e dell’ordine internazionale esistente. Le divisioni interne – tra massimalisti, democratici radicali e correnti classiste – indeboliscono progressivamente la sinistra del PSI, che non riesce a costruire un’alternativa unitaria alla linea riformista dominante.

È in questo contesto che si colloca l’interpretazione di Raniero Panzieri, caratterizzata da grande originalità e profondità teorica, anche se in parte viziata da un'eccessiva fiducia nelle tesi del Partito comunista cinese. Panzieri coglie nel XX Congresso una possibilità reale di riaprire il discorso sul socialismo come progetto di emancipazione, fondato sulla partecipazione democratica e sull’autonomia della classe operaia. La critica allo stalinismo, ai suoi apparati burocratici e alla separazione tra partito e classe rappresenta, ai suoi occhi, un passaggio necessario per restituire centralità al conflitto sociale e alla soggettività operaia.

Al tempo stesso, Panzieri è pienamente consapevole dei limiti della destalinizzazione. Egli mette in guardia contro il rischio che essa si risolva in una riforma dall’alto, funzionale alla stabilizzazione dei rapporti di potere esistenti sia nei paesi socialisti sia nel movimento operaio occidentale. In particolare, la teorizzazione della “via pacifica al socialismo” e della coesistenza pacifica tra i blocchi gli appare come una strategia che tende a neutralizzare il conflitto di classe, subordinando la trasformazione socialista alle esigenze dell’equilibrio internazionale.

Secondo Panzieri, la critica allo stalinismo non può limitarsi alla denuncia dei crimini di Stalin, ma deve investire l’intero modello di socialismo che ne ha reso possibile il dominio: la concentrazione del potere nel partito, la burocrazia centralizzata, la subordinazione dei lavoratori allo Stato e una pianificazione tecnocratica che esclude il controllo dal basso. Da qui il rifiuto dell’idea del partito-guida, la critica alla pianificazione burocratica e l’insistenza sulla necessità di un’autonomia reale della classe operaia nei processi produttivi e politici.

Un punto centrale della sua riflessione riguarda la dottrina della coesistenza pacifica. Panzieri ne coglie il carattere potenzialmente conservatore: la priorità assegnata alla stabilità internazionale rischia di trasformare la competizione tra blocchi in una gara economica e tecnologica, riducendo la dimensione rivoluzionaria della lotta politica e indebolendo l’autonomia della lotta di classe. In questo scenario, il socialismo rischia di diventare difensivo, istituzionalizzato e privo di capacità trasformativa.

Per Panzieri, il XX Congresso non rappresenta dunque un punto di arrivo, ma un terreno di scontro teorico e politico. Esso apre uno spazio che può condurre tanto a un rinnovamento radicale del marxismo quanto a una sua integrazione nell’ordine esistente. La posta in gioco è la possibilità stessa di pensare una democrazia socialista non come semplice estensione delle forme istituzionali borghesi, ma come trasformazione profonda dei rapporti di produzione e delle forme del potere.

Nel PSI, tuttavia, questa prospettiva rimane largamente isolata. La linea nenniana rafforza il riformismo, riduce la centralità della lotta operaia e marginalizza le posizioni critiche. Panzieri trova spazio per sviluppare le proprie analisi soprattutto nell’esperienza di Mondo Operaio, che diventa un laboratorio teorico autonomo rispetto alla politica ufficiale del partito e in forte contrasto con le posizioni che Nenni va via via assumendo.


Il Congresso di Venezia del PSI (1957)

Il Congresso di Venezia del 1957 rappresenta uno snodo cruciale nella storia del Partito Socialista Italiano del secondo dopoguerra. Più che un ordinario appuntamento congressuale, esso segna il momento in cui esplodono apertamente le contraddizioni accumulate nel decennio successivo alla scissione del 1947, rendendo evidente l’impossibilità di mantenere indefinitamente un equilibrio tra unità d’azione con il PCI, ricerca di autonomia politica e ridefinizione dell’identità socialista nel contesto della Guerra fredda.

Il Congresso si colloca in un quadro profondamente mutato, tanto sul piano internazionale quanto su quello nazionale. La crisi dello stalinismo, aperta dal XX Congresso del PCUS, mette in discussione i riferimenti teorici tradizionali del movimento operaio; parallelamente, la stabilizzazione del sistema politico italiano e l’avvio del ciclo di sviluppo capitalistico pongono nuove questioni sul rapporto tra riforme, conflitto sociale e prospettiva socialista. In questo contesto, il PSI è chiamato a ridefinire la propria strategia complessiva, ma lo fa in modo conflittuale e privo di una sintesi condivisa.

Alla vigilia del Congresso, il partito appare attraversato da fratture politiche profonde, che non riflettono soltanto divergenze tattiche, ma concezioni differenti del socialismo, del rapporto con il movimento comunista e della funzione stessa del partito. È possibile individuare tre grandi aree politiche, nessuna delle quali riesce a imporsi come sintesi egemonica.

La sinistra socialista costituisce l’area numericamente più consistente ed è fortemente radicata nelle strutture di base e nel mondo del lavoro. Essa raccoglie figure centrali della tradizione classista del PSI e si richiama all’eredità marxista e resistenziale del partito. Tuttavia, questa forza quantitativa non si traduce in una reale capacità di direzione politica. Al suo interno convivono posizioni massimaliste, orientamenti classisti e sensibilità democratico-radicali, spesso divisi sul rapporto con il PCI e incapaci di elaborare una risposta unitaria alla crisi dello stalinismo. L’eterogeneità teorica e strategica indebolisce la sinistra, impedendole di presentarsi come un’alternativa credibile alla direzione esistente.

La corrente autonomista guidata da Pietro Nenni emerge invece come l’asse portante del nuovo equilibrio congressuale. La sua forza non risiede tanto in una elaborazione teorica compiuta, quanto nella capacità di costruire un equilibrio tattico tra le diverse anime del partito. La linea autonomista combina la presa di distanza dal PCI senza una rottura immediata, la valorizzazione dell’autonomia socialista, l’apertura verso la socialdemocrazia europea e il dialogo con le forze democratiche italiane, in particolare la Democrazia Cristiana. Questa posizione, presentata come realistica e moderata, intercetta il bisogno di rinnovamento senza fratture traumatiche e si rivela politicamente vincente.

Accanto a queste due aree si colloca la cosiddetta “alternativa democratica” di Lelio Basso, che rappresenta il tentativo di elaborare una sintesi teorica tra marxismo e democrazia che non comporti un accomodamento al capitale come era accaduto in Germania con la svolta di Bad Godesberg. Basso pone al centro il tema delle istituzioni, dei diritti e della partecipazione popolare, concependo il socialismo come processo di trasformazione democratica radicale. Tuttavia, questa proposta fatica a tradursi in una linea politica egemonica: la sua posizione intermedia, critica ma non antagonista rispetto all’autonomismo, contribuisce paradossalmente a rafforzare la leadership di Nenni.

All’interno di questo quadro si colloca la posizione singolare di Raniero Panzieri. Pur provenendo dall’area della sinistra socialista, egli non si riconosce pienamente in nessuna delle correnti esistenti. La sua riflessione si muove su un piano diverso rispetto al confronto prevalentemente tattico che domina il dibattito congressuale: più che sulle alleanze parlamentari o sulla collocazione internazionale, Panzieri insiste sulla necessità di ripensare radicalmente la strategia socialista alla luce delle trasformazioni del capitalismo e della composizione di classe, ponendo al centro il conflitto nella fabbrica. Questa distanza teorica e strategica lo rende difficilmente inquadrabile negli equilibri interni e ne determina la progressiva marginalizzazione.

L’esclusione di Panzieri dalla direzione del PSI, decisa al termine del Congresso, non rappresenta soltanto una sconfitta personale, ma riflette una frattura più profonda tra la sua elaborazione teorica e la direzione che il partito va assumendo. Al tempo stesso, l’affidamento della direzione di Mondo Operaio gli offre uno spazio relativamente autonomo di elaborazione, sottratto alle mediazioni della vita di partito, nel quale può sviluppare una critica radicale tanto allo stalinismo quanto al riformismo. In questo senso, il Congresso di Venezia segna per Panzieri l’inizio di una nuova fase del suo percorso politico e teorico, che condurrà pochi anni dopo all’esperienza dei Quaderni Rossi.

Il Congresso si conclude con la vittoria politica di Nenni e della linea autonomista. Questo esito è determinato da diversi fattori convergenti: la debolezza strategica della sinistra interna, incapace di elaborare una proposta unitaria; la capacità di Nenni di presentarsi come garante dell’unità del partito in un contesto segnato dal timore di nuove scissioni; il mutamento della base sociale del PSI, sempre più incline a soluzioni riformiste; e l’uso politico della destalinizzazione come legittimazione di una svolta moderata.

La vittoria di Nenni non rappresenta soltanto un successo tattico, ma segna l’inizio di una nuova fase nella storia del PSI. Essa apre la strada a un progressivo avvicinamento alla socialdemocrazia europea e a un dialogo sempre più stretto con la Democrazia Cristiana, ridefinendo in modo duraturo l’identità del partito. Parallelamente, sancisce la crisi della sinistra interna, che esce dal Congresso non solo sconfitta, ma priva degli strumenti teorici e politici necessari per contrastare efficacemente la trasformazione in atto. Il Congresso di Venezia appare così come un vero punto di non ritorno nella storia del socialismo italiano.

(Fine I parte di tre. Continua)



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domenica 1 febbraio 2026

HITLER E LA PSICANALISI. TRA JUNG E HILLMAN

(da un carteggio tra Aldo Giuliani e James Hillman)

a cura di Roberto Giuliani


ITALIANO - ENGLISH


Transtoria vs Storia. Wotan e il Seme


James Hillman, in “Il codice dell’anima”, cap X, espone  la sua teoria del “cattivo seme”, che risulta sostanzialmente identica alla teoria esposta da C.G.Jung per spiegare il fenomeno Hitler.

Ambedue postulano l’azione di un fattore astorico quale principio, che ha determinato sia il comportamento criminale di Hitler, sia gli eventi cruciali nel periodo del nazionalsocialismo. Jung parla, a tale proposito, del ritorno del vecchio Dio nordico Wotan, cioè dell’archetipo razziale germanico, il quale avrebbe dapprima agito su Hitler con la forza della sua possessione demonica infettandone la psiche. Così contaminato,, il Fuehrer avrebbe poi a sua volta trasmesso il miasma al popolo tedesco, spingendolo alla guerra ,e si presume, allo sterminio degli ebrei.

Nella teoria di J.Hillman, il daimon del cattivo seme prende il posto di Wotan e, similmente a quest’ultimo, esercita la sua influenza psicopatica su Hitler , inflazionandolo. Anche in questo caso gli eventi della Germania dopo il 1933, data dell’ascesa al potere di Hitler , sono visti come l’effetto dell’azione del daimon sul capo tedesco. Il tratto più appariscente comune alle due teorie è l’indifferenza  nei confronti della Storia e, in particolare, il silenzio in cui viene lasciata l’ideologia della razza.

Jung non dà rilievo al razzismo nella sua analisi di Hitler forse perché il suo intero discorso  è chiuso  in partenza nella rete dell’ideologia  razziale del Volk e lui stesso, con i suoi profili della psiche razziale  ebraica e germanica  si era già abbondantamente  sporcato le mani nel 1934. In quel caso , egli aveva agitato senza mezze misure lo spettro del pericolo ebraico  per la Germania, incarnato in Freud e Adlr nelle loro psicologie, le quali minacciavano di derubare i tedeschi nientedimeno che del bene più prezioso, cioè della creatività e profondità della loro anima. Jung giungeva  a queste conclusioni sia perché spintovi da motivi di rivalità e potere, sia a causa delle premesse teoriche  della sua visione psicologica. Il risultato fu che, nel 1945, quando si preoccupò di offrire ai tedeschi un “rite de sortie” dal miasma della guerra e della Shoa, si limitò a parlare di colpa collettiva senza però indicare quale fosse  il contenuto di quella colpa, vale a dire la generale adesione  all’ideologia razziale e il consenso allo sterminio degli ebrei. A questo va aggiunto che indicando in Wotan, cioè nell’archetipo razziale tedesco, il fattore inconscio da cui dipendeva quanto stava accadendo in Germania, Jung non ha fatto altro che riprendere la nozione di metapolitica dal circolo razzista dei Wagner a Bayreuth, il quale lo aveva a sua volta mutuato da Gobineau. La metapolitica scrive G.L. Mosse, “concepisce il processo politico come scaturente dal subconscio del Volk e della razza per cui la politica viene trasformata in una religione laica che cerca la salvezza del Volk mediante la sconfitta dei suoi nemici”. E Wotan, per Jung, era appunto l’archetipo razziale del popolo germanico che ritornava dopo molti secoli dal suo esilio nell’inconscio, dove era stato sospinto dal cristianesimo.

J.Hillman come Jung in “Dopo la catastrofe”, agita lo spettro della colpa collettiva e di “complicità inconscia della psiche occidentale nelle azioni di Hitler”, senza, però, specificare a quale colpa alluda e nel caso che intenda il razzismo, allora non si tratta di complicità inconscia, bensì di una connivenza del tutto esplicita sia nelle sue formulazioni teoriche, sia per quanto riguarda la sua espansione in Europa. Infatti, fu attraverso un’abile gestione dei diffusissimi sentimenti antisemiti in Germania che Hitler riuscì a prendere il potere nel 1933 e, in seguito, a dare coesione e unità d’intenti all’intero popolo tedesco. L’antisemitismo, in Germania come altrove in Europa, significava sicurezza. Gli ebrei, portatori di sangue non ariano, erano un popolo che non aveva radici nel BODEN, ed era composto di rivoluzionari bolscevichi e di grandi banchieri, che assieme congiuravano a livello mondiale per impadronirsi del potere su tutta la terra.

Teorici dell’ideologia nazionalpatriottica del VOLK, come J.Langbehen e H.S. Chamberlain, oltre ad altri, avevano teorizzato  prima di Hitler lo sterminio degli ebrei quale esito della lotta mortale tra questi ultimi e gli ariani.

La teoria della ghianda afferma che Hitler era un criminale psicopatico, che faceva il male sotto l’influsso del “daimon” del cattivo seme, che egli non era in grado di mettere in discussione. Tuttavia, in una prospettiva storica, le azioni di Hitler assumono un senso diverso, sebbene altrettanto disastroso. La teoria della ghianda e altre interpretazioni correnti descrivono Hitler come il male assoluto; ma per Hitler e per gli ideologi del VOLK a cui si ispirava, il male assoluto erano gli ebrei, mentre lui stesso era il loro irriducibile nemico. Prima delle camere a gas, Hitler aveva tentato senza riuscirci di liberarsi degli ebrei tedeschi mediante l’emigrazione forzata e a tal fine aveva anche stipulato degli accordi con alcuni Paesi sudamericani. Egli e il suo staff avevano persino accarezzato, poco prima della guerra, il cosiddetto “progetto Madacascar”, il cui scopo era quello di costringere gli ebrei di tutto il mondo a emigrare nella grande isola africana. Ambedue i piani si rivelarono però impraticabili. Questi tentativi di risolvere il problema ebraico mediante l’emigrazione coatta sembrano dire che la SHOA, con il suo immane bagno di sangue, fu la fase finale di un processo che aveva visto fallire altre strategie, senz’altro meno distruttive anche se poco realistiche. In ogni caso, se per Hitler  e per l’ideologia “VOLKISH” gli ebrei erano il male assoluto, allora, almeno nel suo caso, il “DAIMON” ha agito dissimulando se stesso sotto le vesti del paladino che difende la civiltà occidentale dalla degenerazione.

In questa luce, è difficile sostenere che Hitler traesse piacere dalla distruzione come tale, cioè che il suo scopo fosse l’esercizio della malvagità fine a se stessa. Piuttosto, per lui la distruzione era funzionale all’annientamento della mortale minaccia che decenni di propaganda ideologica e politica avevano finito per identificare col popolo ebraico. La sua mancanza di scrupoli verso la distruzione fisica di milioni di persone può essere spiegata senza ricorrere alla psicopatia. In realtà, gli ebrei erano non-persone o sottouomini, più prossimi agli animali che alla specie umana. Uccidere un ebreo, oltre che essere un dovere e un motivo di merito, non era un vero assassinio, giacchè l’assassinato non era un uomo.

Hitler non aveva, per altro, la tipica personalità asociale degli psicopatici, bensì stando al parere d’un testimone come Walter Benjamin, condiviso da Joachim Fest, era dotato in larghissima misura di una “personalità sociale”, rifletteva cioè in se stesso i tratti dell’uomo medio tedesco e, al di là di una notevole scaltrezza politica non possedeva alcunchè di eccezionale. Era lontanissimo dal “medicine-man” descritto da Jung prima della guerra, così come da ogni ritratto agiografico che ne faccia un individuo posseduto da potenze divine.

In fin dei conti, senza il contesto storico in cui Hitler si trovò ad operare in Germania, cioè in assenza dell’ideologia nazionalpatriottica del VOLK e del razzismo, l’azione del cattivo seme non avrebbe mai potuto fare di Hitler “il supremo criminale psicopatico di tutti i tempi”. Di conseguenza , senza nulla togliere al rito psicologico della propiziazione del demone che abitò Hitler, ciò che può veramente tutelarci contro il ripetersi di quegli eventi rovinosi sono soltanto le Costituzioni e le leggi dello Stato. Soltanto affermando e difendendo l’astratta universalità dell’essere umano contro particolarismi quali la razza, religione, nazionalità, ecc. siamo al riparo del ritorno del razzismo, perché il razzismo, non altro, è la malattia di cui sono morti sei milioni di ebrei e anche la principale ragione che indusse Hitler alla guerra.

La pervasiva presenza dell’ideologia razziale in Hitler è testimoniata in più di un punto anche nello scritto di J.Hillman. Le spese stanziate per i campi di sterminio mentre la Germania  stava perdendo la guerra dicono che per Hitler l’eliminazione degli ebrei in quanto razza era il principio guida delle sue azioni.

L’eugenetica nazista, con l’indistinzione tra la letterale deformità fisica e la sua valenza metaforica quale segno del demonio e la corrispondenza tra l’aspetto fisico, fisiognomico e la presunta realtà dell’anima sono idee mutuate da Lavater e Lombroso, che unitamente a quella della cospirazione mondiale ebraica, hanno fatto da base all’ideologia razzista e preparato il terreno per le camera a gas.

Per finire, una breve riflessione sulla teoria psicologica adottata da Jung e Hillman, cioè che la marginalizzazione  della storia in queste teorie non tenendo conto del tremendo contesto storico, porta  a sopravalutare i fattori transtorici – Dèi, archetipi, daimones – mettendo ai margini gli storici, la politica, l’economia, la psicologia: secondo Jung la Germania nazionalsocialista si può capire solo nell’ottica di Wotan e, allo stesso modo Hillman ritiene che le azioni di Hitler possono essere capite solo alla luce del cattivo seme e della sua natura trascendente rispetto alla realtà storica, immersa e limitata nel tempo.

Rifiutando l’approccio multidisciplinare se ne limita la comprensione e si mette in pericolo quanto c’è di valido nella psicologia archetipica.



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martedì 27 gennaio 2026

PROMEMORIA NEL GIORNO DELLA MEMORIA A USO DELLE NUOVE GENERAZIONI

(26° Giorno della Memoria in Italia e 21° nel mondo)


di Roberto Massari


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Dedicato alle vittime del pogrom genocidario del 7 ottobre 2023 e agli ostaggi fatti morire disumanamente da Hamas nell’indifferenza di gran parte del mondo

Lettera ai giovani militanti proPal che non vorrebbero essere i nuovi antisemiti/antiebrei


Ignoti e giovani proPal, vi scrivo questa lettera senza sapere se mai arriverà a voi o a qualcuno della vostra generazione.

So bene che il principio di condotta dominante tra voi nativi digitali è che «l’importante non è aver ragione, ma non farsi convincere». So però altrettanto bene che siete privi di difese intellettuali, disarmati di fronte alle mode indotte dai social e quindi pronti a farvi convincere dalle tante fake-news in circolazione, purché abbiano un carattere di massa, sia pure solo virtuale. Eppure, se anche un solo giovane o una sola giovane nel mondo troverà in questo mio Promemoria lo stimolo a rivedere le proprie posizioni antiebraiche e a orientare quindi diversamente la propria vita futura, morale e intellettuale, sarà valsa per me la pena di avervi dedicato una parte del mio tempo. Ciò non sarà sufficiente a includermi nel numero dei Giusti fra le nazioni, ma rafforzerà la mia fiducia nel fatto che con argomenti razionali e i dovuti riferimenti storici è ancora possibile convincere dei giovani sinceri.

Ho deciso di scrivervi perché - dopo la passione con cui, in Italia e in altre parti del mondo occidentale, siete scesi nelle strade a manifestare contro Israele, in preda alla commozione per le stragi del popolo gazawi - non ho visto niente di simile per le recenti stragi dei cittadini iraniani. Eppure si è trattato di uno dei più grandi crimini contro l’umanità dell’èra moderna, del quale vi siete trovati ad essere contemporanei: un governo teocratico e animato da fanatismo religioso che ha sparato a mitraglia, uccidendo migliaia e migliaia di manifestanti, per lo più giovani, disposti a morire per la democrazia e il progresso.

Forse ha pesato anche il fatto che chi vi aveva mobilitato contro Israele si è ben guardato dal dirvi che molte di queste giovani vittime appartenevano a formazioni di sinistra come i Mujaheddin del Popolo, i Fedai (Fedayin) del Popolo, il Partito Tudeh (comunisti, clandestini dal 1988, ma non dal 1979), altre associazioni laiche e democratiche. Insomma: progresso contro  barbarie. E anche per questo Trump non è intervenuto in aiuto.

Nessuna commozione da parte vostra, nemmeno un senso di solidarietà generazionale, visto che di comune amore per la democrazia sarebbe difficile parlare, dopo il sostegno morale che avete dato alle aggressioni antiebraiche di altri fanatismi religiosi come Hamas, Hezbollah, Houthi e lo stesso Iran.

Per motivi religiosi, questa mia lettera difficilmente sarà utile a quelli tra voi che sono musulmani, giovani, ma pur sempre cresciuti nel rispetto della teologia coranica. Col tempo questa è divenuta unilateralmente antiebraica, a differenza del Corano che in parte elogiava esageratamente gli ebrei e in parte li condannava, prevedendo una loro punizione nel fuoco della Geenna: ma non nel secolo XXI, bensì alla Fine dei tempi.

E invece tu, giovane musulmano, in teoria sei cresciuto recitando quotidianamente o ritualmente il versetto conclusivo (7°) della prima Sura coranica (al-Fātiḥa, l’Aprente). Si tratta di un’imprecazione rivolta ad Allah contro «quelli che sono nella [Tua] collera, quelli che si sviano». Per te, giovane musulmano, il versetto è quasi incomprensibile, ma per l’interpretazione islamica tradizionale i primi sarebbero gli ebrei e i secondi i cristiani. E il guaio è che non può essere altrimenti, viste le spiegazioni fornite nella 2ª Sura (al-Baqara), prima e dopo il versetto 142.

Per motivi molto più complicati da spiegare (ma qualcuno di voi potrà anche frugare in miei precedenti libri per trovare i riferimenti necessari), questa lettera non è rivolta a chi l’antisemitismo (che io preferisco chiamare antiebraismo) lo pratica da prima della guerra di Gaza: cristiani e cattolici da quasi duemila anni, integralisti islamici da vari secoli, nazifascisti vari da circa un secolo (inclusi ex ustascia croati, croci frecciate ungheresi, guardie hlinka slovacche ecc.), negazionisti, stalinisti, correnti slavofile e fondamentalisti di vario genere. 

Non è rivolta nemmeno a chi vi ha accompagnato fisicamente o moralmente nelle vostre manifestazioni antisraeliane (spesso addirittura convocandole e dirigendole), appartenendo a gruppi settari e fortemente ideologizzati, di provenienza  hitlero-comunistoide, trotskoide, anarcoide, ecologista apocalittica, wokista, antieuropeista e antioccidentalista in genere.

A differenza di voi, che vi siete mobilitati spinti dalla commozione per i civili di Gaza, i membri di queste sètte - in grado a volte di arrivare alle dimensioni di gruppo politico - non sono recuperabili a un discorso razionale e civile. Le loro presunte certezze ideologiche mascherano la profonda insicurezza caratteriale dei loro membri, che li spinge a cercare figure paterne protettive e possibilità di autoesaltare il proprio narcisistico Ego nei ristretti circoli di appartenenza. Nelle manifestazioni antisraeliane, la loro instabilità psicologica ha trovato l’occasione preziosa per sfogare il sottofondo sadomasochistico che sta alla base del razzismo in genere, ma dell’antiebraismo in modo particolare.

Spero che non sia il vostro caso o almeno non lo sia in forma cronica, inguaribile. Vi invito quindi a superare lo stato di giovanile inconscienza, finché siete in tempo, sperando anche che abbiate occasione di leggere questa mia lettera.

Non mi metto qui a ricostruire tutto il discorso sulla nascita dello Stato d’Israele, delle aggressioni continue ed extrapalestinesi dal 1948 in poi, l’inconsistenza della teoria dei Due Stati, l’invenzione sovietica del nazionalismo palestinese, lo spudorato antiebraismo di chi si è inventato e poi ha propagandato la nuova «accusa di sangue», cioè il «genocidio, e tutto il resto.

Volendo approfondire, troverete tutto ciò esteso e documentato in un mio recente libro (Deliri del nuovo antiebraismo. Accuse di sangue, mode e disinformazione) oltre che in più recenti articoli in Utopia rossa. Qui richiamerò schematicamente solo alcuni punti significativi, ipotizzando che voi li ignoriate. Ciò non sarà vero per tutti voi e non sarà vero per tutti i punti del Promemoria; ma forse, anche chi già li conosce trarrà giovamento dal richiamarli alla mente nel giorno della Memoria.


PROMEMORIA


1. Il Terzo Reich prese ufficialmente il potere il 30 gennaio 1933. Il primo Stato estero a riconoscerlo fu il Vaticano e, nonostante il suo programma esplicitamente antiebraico, il 20 luglio 1933, il segretario di Stato Eugenio Pacelli (futuro Pio XII) si precipitò a redigere e firmare, per conto di Pio XI, il Reichskonkordat - il Concordato, col nazismo - sul modello di quello elaborato col fascismo italiano da Francesco Pacelli (fratello di Eugenio). Si ignora in genere che quel Konkordat è ancora in vigore.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.