L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

venerdì 13 febbraio 2026

IL COLONIALISMO POSTMODERNO NEI PIANI DI RICOSTRUZIONE DELLA STRISCIA DI GAZA

Seconda parte di GAZA E IL RITORNO DEL COLONIALISMO. 

di Michele Nobile 

febbraio 2026 

- Sintesi
- Introduzione: la Risoluzione 2803 nel contesto dell’imbarbarimento delle relazioni internazionali
- Dalla distruzione al fiorire di nuova forma di colonialismo vecchio stile: il modello delle città a statuto speciale applicato alla Striscia di Gaza
- L’avveniristica trasformazione postmoderna della Striscia di Gaza...
- ...presuppone la deportazione...
- ...o l’incoraggiamento alla «volontaria emigrazione» dei palestinesi di Gaza...
- ...e la gestione della Striscia secondo il modello politico-economico d’una compagnia coloniale multinazionale...
- La Risoluzione 2803 continua a negare l’autodeterminazione statale palestinese, un diritto non soggetto a deroga
- Conclusione: la posta in gioco è la difesa di norme elementari della civiltà e del diritto
-  Note 


Sintesi 

L’articolo descrive la «filosofia» dei piani per la ricostruzione e la gestione della Striscia di Gaza, elaborati in Israele e negli Stati Uniti già durante la guerra, fra cui il Comprehensive Plan to end the Gaza conflict di Donald Trump che è la base della Risoluzione S/RES/2803 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, approvata il 17 novembre 2025. La Risoluzione crea e legittima un’amministrazione coloniale, postmoderna nella rappresentazione ma che, per la sua peculiare combinazione di potere politico ed economico, ricorda sia il sistema dei mandati coloniali del primo Novecento, sia lo sfruttamento dei territori da parte di Compagnie commerciali privilegiate (come la East India Company britannica). 

Più precisamente, nell’articolo si espone il modello delle charter cities, elaborato dal premio Nobel Paul Romer, su cui si basa questo nuovo colonialismo postmoderno: di nuove città costruite in uno spazio spopolato e/o distrutto, amministrate in modo tecnocratico da una sorta di Consiglio d’amministrazione, esempi ideali di mercato libero da interferenze politiche e sindacali, funzionanti come delle zone economiche speciali. La charter city è un sogno ultracapitalistico nelle sembianze di una teoria della crescita e, negando la democrazia con la tecnocrazia, nega anche l’autodeterminazione nazionale. Da questo punto di vista la sistematica distruzione della Striscia di Gaza si spiega come incoraggiamento alla «volontaria emigrazione» dei palestinesi. 

La rappresentazione avveniristica della Striscia di Gaza sul modello di Abu Dhabi e Doha presentata in questi piani propone una iperrealtà coerente con l’immaginazione del postmodernismo reazionario: cancella i problemi sociali e politici, sedimentati dalla storia, con un quadro mentale «spazializzante», che Joseph Gabel avrebbe associato all’ideologia come forma di nevrosi sociale. Questa è una «filosofia» che potrà essere applicata dal Board of Peace ad altre aree del mondo che hanno subito distruzioni su ampia scala. Qui la forma estetica contribuisce a creare un particolare regime di postverità con effetti politici, a prescindere dalla realizzazione del piano rappresentato. 

L’ultima parte dell’articolo pone la questione di Gaza nel contesto più ampio. Infatti, fra novembre 2025 e gennaio 2026, il Board of Peace ha mutato natura: nel suo statuto - presentato a Davos nel gennaio 2026, presuntuosamente detto Carta, come quella delle Nazioni Unite - Gaza non è nominata ma la missione del BoP è estesa genericamente ad altre «aree colpite dal conflitto»; Trump, citato decine di volte, concentra nelle sue mani poteri assoluti, potendo ammettere o espellere membri, nominare successori e controllare l’agenda del Board. Così una Risoluzione ONU viene trasformata in base pseudo-legale di un’entità che si pone al di sopra delle stesse Nazioni Unite. 

Questo è un paradosso istituzionale che segnala l’emergere di una fase nuova e regressiva della politica mondiale, in cui i principi fondamentali del diritto e della civiltà internazionale - come l’autodeterminazione dei popoli - non sono più nemmeno formalmente rispettati. Al loro posto domina la volontà politica, la forza militare, l’estorsione politica e il ricatto economico, in una logica che rievoca le pratiche imperiali di fine Ottocento e che è la selvaggia affermazione del «diritto del più forte». 

I responsabili principali di questa regressione sono il regime di Putin, dall’occupazione della Crimea nel 2014 e a maggior ragione con l’invasione dell’Ucraina nel 2022; le due amministrazioni Trump, in particolar modo la seconda; l’annessionismo e la condotta bellica del governo Netanyahu. 


Introduzione: la Risoluzione 2803 nel contesto dell’imbarbarimento delle relazioni internazionali 

La Risoluzione S/RES/2803 votata il 17 novembre 2025 dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite entrerà nella storia della diplomazia mondiale. Tuttavia, e in questo la mia persuasione si differenzia da quella degli ottimisti, ciò non accadrà perché da essa possa trarre impulso una realistica prospettiva circa la ricostruzione della Striscia di Gaza; men che mai la Risoluzione è un passo avanti verso la concretizzazione del diritto d’autodeterminazione nazionale del popolo palestinese. Al contrario. Ogni possibile dubbio a proposito è dissolto dalla lettura della Carta che definisce missione, struttura e funzionamento del Board of peace - l’organo in origine preposto a dirigere e supervisionare l’amministrazione della Striscia di Gaza - presentata in pompa magna da Trump a Davos nel gennaio 2026. 

Poiché enfaticamente fondata sul Comprehensive Plan to end the Gaza conflict del presidente Trump - tanto da riportarlo allegato - la Risoluzione 2803 è già ora memorabile perché legittima una originale forma di amministrazione coloniale di un territorio sconvolto dalla guerra e occupato da una potenza straniera. Il suo centro politico è infatti la proposta del piano Trump di affidare la gestione politica ed economica della Striscia di Gaza a un nuovo istituto con personalità giuridica internazionale, il Board of Peace (BoP) o Consiglio per la pace, una sorta di chimera che combina elementi dell’amministrazione affidata a una potenza mandataria (come fu per i territori dell’Impero ottomano e per le colonie tedesche dopo la Prima guerra mondiale), con la concessione regale di un territorio esotico ad una Compagnia commerciale privilegiata, come l’olandese Sociëteit van Suriname o la britannica East India company, che nella seconda metà del XVIII giunse a dominare gran parte dell’India, fino alla rivolta del 1857 in seguito alla quale il controllo del subcontinente venne assunto dalla Corona. Le organizzazioni palestinesi per i diritti umani hanno rigettato la Risoluzione come coloniale; per i giuristi la Risoluzione è in contraddizione con la Carta delle Nazioni Unite e con il parere della Corte internazionale di giustizia di luglio 2024, per cui l’occupazione dei territori palestinesi è illegale e Israele deve ritirare le sue truppe1

Trasmessa alla Risoluzione, la visione politico-economica del trumpiano Comprehensive Plan riprende in modo vago la logica di più corposi documenti sulla ricostruzione di Gaza già elaborati nel corso della guerra, sia dagli israeliani che dagli statunitensi. Portando alle estreme conseguenze l’imperialismo disciplinare dell’economics liberista, questi documenti condividono quella che definirei la «filosofia» politico-economica del nuovo colonialismo del XXI secolo. Nell’articolo svolgo un’analisi critica di questa «filosofia», che combina immaginazione postmoderna, urbanistica e ingegneria sociale, dominio coloniale, integrazione della Striscia di Gaza nell’India- Middle East-Europe economic corridor. Il corridoio IMEC, lanciato nella conferenza del G20 a Nuova Delhi del settembre 2023 e sottoscritto da India, Stati Uniti, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Francia, Germania, Italia, Unione Europea, vorrebbe essere l’alternativa alla Belt and road initiative, la Nuova via della seta della Cina. E poiché deve necessariamente integrare anche Israele, può considerarsi il collante economico degli Accordi di Abramo, come è palese nella stucchevole retorica «abramitica», sfacciatamente adulatoria degli autocrati arabi, del piano statunitense dell’agosto 2025 

- From a demolished Iranian proxy to a prosperous abrahamic ally - il più vicino precursore del Comprehensive Plan

Figura 1. From a demolished Iranian proxy to a prosperous abrahamic ally. 

Guardando le diapositive presentate dal genero di Trump a Davos si capisce che l’amministrazione statunitense immagina l’ipotetica ricostruzione della Striscia di Gaza secondo quanto delineato in questo piano dell’agosto 2025, presentato nell’articolo. Per quanto la «filosofia» del nuovo colonialismo postmoderno sia ancor più velleitaria e contraddittoria della classica teoria della modernizzazione degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, la sua portata va ben oltre la Striscia di Gaza: vorrebbe essere la «soluzione» applicabile ad altre aree di conflitto e con distruzioni su ampia scala, possibilmente svuotate della loro popolazione originaria. 

lunedì 9 febbraio 2026

LA SITUAZIONE PRECARIA DI CUBA

di Samuel Farber

ITALIANO - ESPAÑOL


Cuba si trova nel mezzo di quella che è forse la sua situazione più difficile dal gennaio 1959. La situazione politica continua a peggiorare con la repressione sistematica di tutte le proteste collettive, siano esse spontanee, come quelle dell'11 luglio 2021 e le numerose proteste locali che si sono verificate da allora, o quelle che coinvolgono gruppi più piccoli, come le proteste organizzate da Alina Barbara López Hernández, represse persino per il semplice reato di esporre un cartello bianco in un parco di Matanzas.


L'economia continua la sua spirale discendente, dal forte calo del turismo alla quasi totale scomparsa dell'industria dello zucchero. Ciò è in gran parte colpa del governo cubano, che dà priorità alla costruzione di hotel da affittare come immobili a compagnie alberghiere internazionali a scapito di altri investimenti essenziali. Allo stesso tempo, il regime continua, tra i suoi numerosi abusi economici, a maltrattare sistematicamente l'agricoltura attraverso l'agenzia statale per gli appalti Acopio e a fornire insufficiente autonomia e sostegno ai piccoli agricoltori privati. A tutto ciò, dobbiamo aggiungere che il sistema politico altamente autoritario è di per sé un importante fattore economico, che crea sistematicamente apatia, indifferenza e irresponsabilità economica a causa della scarsità di incentivi, siano essi economici o politici, come il controllo democratico dal basso, promosso da sindacati indipendenti e dai meccanismi di controllo democratico creati dai lavoratori nei loro uffici e officine.


L'embargo o blocco statunitense ha contribuito in modo significativo alla precaria situazione economica prevalente sull'isola. Oltre ai divieti esistenti fin dai primi anni '60, come quelli relativi alla vendita di zucchero cubano nei mercati de Nord e al divieto di investimenti statunitensi nell'isola, l'amministrazione Trump ha notevolmente peggiorato la situazione con i divieti di viaggio per gli americani a Cuba e, cosa ancora più importante, con la forte pressione esercitata sulle banche internazionali affinché evitassero qualsiasi tipo di relazione economica con Cuba. Di fatto, l'Unione Europea ha da tempo formalmente denunciato Washington per aver introdotto una politica illegale di extraterritorialità quando ha sanzionato le attività economiche delle imprese europee a Cuba.


Le conseguenze dell'invasione del Venezuela


Gli eventi del 3 gennaio, quando le forze militari statunitensi sono sbarcate a Caracas e hanno rapito il dittatore Maduro, hanno ovviamente trasformato la situazione in Venezuela, così come a Cuba. L'importanza di questo evento non risiede solo nel fatto che il Venezuela non fornirà più petrolio a Cuba (le forniture di petrolio erano già diminuite prima del 3 gennaio), ma anche nell'importanza che lo stesso Trump ha attribuito a questo intervento. Nella realtà politica successiva al 3 gennaio, l'invasione e il rapimento del dittatore Maduro hanno avuto un'importanza politica e giuridica fondamentale. Trump ha sfacciatamente proclamato che la sua amministrazione a Washington avrebbe governato il Venezuela e, per giustificare storicamente la sua invasione, ha ripetutamente invocato il presidente filo-imperialista McKinley e nientemeno che la Dottrina Monroe in tutta la sua pienezza colonialista.


Oltre alla conquista del Venezuela attraverso il controllo indiretto del suo governo, come dimostra la recente clausola che impone al governo venezuelano di sottoporre periodicamente i propri bilanci a Washington per l'ispezione, Trump ha nuovamente puntato alla conquista della Groenlandia per consolidare le sue credenziali alla Monroe, dato che la Groenlandia appartiene alla Danimarca – esattamente il tipo di potenza europea che Monroe cercava di eliminare dal suo banchetto coloniale. Vale la pena notare che in tutta questa vicenda imperiale e coloniale c'era anche qualcosa di completamente nuovo. Mi riferisco al fatto che Trump ha disdegnato la tradizionale foglia di fico utilizzata per così tanto tempo da Washington e non ha detto assolutamente nulla per giustificare la sua politica nei confronti del Venezuela in termini di democrazia, libertà e tutti gli altri temi ideologici tradizionali della politica estera statunitense. Invece, ha parlato apertamente di recuperare il "nostro" petrolio, che diversi governi venezuelani avevano apparentemente avuto l'audacia e l'incoscienza di considerare parte del patrimonio naturale e storico del loro Paese.


È molto deplorevole che molti cubani, sia a Cuba che all'estero, abbiano approvato le misure di Trump, ma ciò non significa che dovremmo essere complici di questo sostegno, che ci compromette moralmente e politicamente e danneggia la nostra causa democratica, anche a breve termine, soprattutto in America Latina, e certamente con quei cubani che, come è loro dovere di cittadini, prendono sul serio l'indipendenza del loro Paese.


Tuttavia, la conseguenza più grave per il nostro popolo è che, a seguito della loro "vittoria" in Venezuela, Trump e i suoi consiglieri, come Marco Rubio, sono diventati arroganti. Per tutto gennaio, i principali media statunitensi hanno riferito che Washington sta seriamente valutando l'idea di attuare diverse azioni contro il governo cubano entro la fine dell'anno. Il più allarmante di questi piani sarebbe l'istituzione di un blocco marittimo di Cuba con lo scopo specifico di impedire l'esportazione di petrolio a Cuba da qualsiasi paese straniero. Ovviamente, ciò significherebbe, ben oltre l'attuale crisi a Cuba, un collasso quasi totale dell'economia cubana, facendo precipitare il paese in una situazione caotica simile a quella di paesi come la Libia e la Siria.


Un blocco totale del petrolio in entrata a Cuba e altre tattiche di questa natura, come l'attuale embargo/blocco, rappresenterebbero un'aggressione non solo contro il governo, ma anche contro il popolo cubano in generale. Pertanto, un'azione del genere richiederebbe che l'opposizione democratica si opponga a questa tattica politico-economica del governo degli Stati Uniti. Ciò non significa affatto che l'opposizione democratica debba esprimere la propria opposizione con gli stessi obiettivi, termini e retorica del governo. Anzi, questa sarebbe una grande opportunità politica, sebbene purtroppo nel mezzo di una grande tragedia, per l'opposizione democratica di dimostrare nei fatti la natura fraudolenta delle rivendicazioni patriottiche del sistema politico autoritario monopartitico.


Allo stesso tempo, queste proposte potrebbero rappresentare un'altra strategia, qualcosa come un invito a settori del regime cubano a stringere un accordo con Trump sullo stile venezuelano. In effetti, non è difficile immaginare, ad esempio, che i generali che gestiscono GAESA prendano in considerazione questa "soluzione" per proteggere i propri interessi. È stato riferito che, nei giorni scorsi, Alejandro Castro Espín, figlio di Raúl Castro, ha incontrato rappresentanti di Trump per raggiungere un accordo sulle relazioni tra Cuba e gli Stati Uniti. Se questi negoziati dovessero portare al rilascio dei prigionieri politici cubani, sarebbe un'ottima notizia, ma dobbiamo essere molto vigili riguardo alla possibilità di un accordo in stile venezuelano che mantenga al potere l'attuale regime, sostenuto dall'intervento degli Stati Uniti.


Cosa significa il principio di autodeterminazione?

sabato 7 febbraio 2026

RANIERO PANZIERI DA MONDO OPERAIO AI QUADERNI ROSSI (Parte I di 3)

di Giorgio Amico

Il presente lavoro si propone di ricostruire il percorso teorico e politico di Raniero Panzieri nel periodo1957–1961, una fase spesso considerata di mera transizione ma che, in realtà, costituisce un momento decisivo non solo nella biografia intellettuale dell’autore, bensì nella storia complessiva del marxismo italiano del secondo dopoguerra. Questi anni precedono la fondazione dei Quaderni Rossi e rappresentano il laboratorio in cui si formano, attraverso un confronto serrato con la crisi del movimento operaio internazionale e con le trasformazioni del capitalismo avanzato, i presupposti teorici dell’operaismo italiano.

In questo arco temporale Panzieri attraversa una profonda trasformazione intellettuale e politica. Proveniente da una solida militanza nel Partito Socialista Italiano e da una formazione marxista attenta al tema della democrazia, egli giunge progressivamente a una critica radicale delle forme tradizionali della politica di sinistra, del ruolo del partito e delle strategie riformiste. Questo processo non assume mai i caratteri di una rottura improvvisa o puramente ideologica, ma si sviluppa come una costante riflessione sui mutamenti in atto nei rapporti di produzione, nell’organizzazione del lavoro e nelle forme indite che sta assumendo di pari passo con il progresso tecnologico il dominio del capitale. È in questi anni che prendono forma alcuni nodi teorici destinati a segnare in profondità il dibattito successivo: l’azione autonoma della classe operaia, l’inchiesta come metodo politico e conoscitivo, la critica della razionalità tecnologica e della pianificazione capitalistica.

L’interesse per questa fase del pensiero panzieriano non è esclusivamente di natura storica o filologica. Le questioni affrontate da Panzieri — la crisi dello stalinismo e del modello sovietico, le trasformazioni del capitalismo maturo, il rapporto tra democrazia e socialismo, il ruolo del partito e degli intellettuali, la centralità della fabbrica come luogo di conflitto e di produzione di soggettività politica — conservano una sorprendente attualità. Esse continuano a interrogare il rapporto tra lavoro e potere, tra tecnica e dominio, tra istituzioni politiche e conflitto sociale, ponendo problemi che restano aperti nel dibattito contemporaneo sulla democrazia, sul socialismo e sulle forme della rappresentanza. Comprendere il percorso di Panzieri in questi anni significa, dunque, misurarsi con un marxismo che non si riduce a una vuota ripetizione di formule o al ricordo nostalgico di eventi passati, ma tenta di pensare il superamento del capitalismo senza separare teoria e prassi, analisi economico-sociale e lotta politica. Così come con l'attenzione costante alle forme nuove del conflitto di classe che costringono chi, come Panzieri, intende confrontarsi con la realtà in rapido divenire dell'Italia di quegli anni, a rimettere in discussione le concezioni del sindacato e del partito proprie della sinistra e di conseguenza a scontrarsi con un PCI ancora monolitico e con un PSI incerto fra un classismo meramente verbale e un riforrmismo che di fatto rappresenta un accodamento al neocapitalismo. 

Il punto di partenza dell’analisi è il Congresso di Venezia del 1957, che segna l’avvio di una fase di profonda ristrutturazione del PSI. La vittoria politica di Pietro Nenni, la progressiva marginalizzazione della sinistra interna e il rafforzamento delle correnti moderate evidenziano come il partito stia abbandonando, seppur in modo non lineare, una prospettiva classista per orientarsi verso un modello socialdemocratico e istituzionale. In questo contesto, la posizione di Panzieri appare peculiare e difficilmente assimilabile alle correnti esistenti: egli non si limita a difendere una linea minoritaria, ma tenta di elaborare una prospettiva autonoma, capace di tenere insieme la critica allo stalinismo con l’esigenza di una strategia socialista radicale, non riducibile né al riformismo né a un ritorno dogmatico al passato.

La direzione di Mondo Operaio tra il 1957 e il 1958 rappresenta il momento più intenso e fecondo di questa elaborazione. Sotto la guida di Panzieri, la rivista si trasforma in un vero e proprio laboratorio teorico e politico, nel quale vengono affrontati alcuni dei nodi centrali del socialismo del tempo: la crisi del movimento comunista internazionale, la natura e i limiti della democrazia socialista, il ruolo degli intellettuali, le trasformazioni del capitalismo avanzato e della pianificazione economica. In particolare, la riflessione sulla razionalità tecnica, sulla pianificazione capitalistica e sulla sussunzione reale del lavoro al capitale anticipa temi che diventeranno centrali nell’operaismo degli anni Sessanta, segnando una netta discontinuità rispetto al marxismo tradizionale di matrice economicistica o statalista. Un momento di svolta decisivo è rappresentato dal XX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Panzieri ne coglie con grande lucidità tanto le potenzialità quanto i limiti: da un lato, la destalinizzazione apre la possibilità di un rinnovamento profondo del socialismo e di una critica dell’autoritarismo burocratico; dall’altro, essa rischia di tradursi in un processo di normalizzazione politica che rafforza il riformismo, legittima la “via pacifica al socialismo” e indebolisce la dimensione conflittuale e rivoluzionaria del movimento operaio. La critica panzieriana alla coesistenza pacifica come strumento di conservazione dell’ordine mondiale anticipa una riflessione che troverà piena maturazione negli anni dei Quaderni Rossi.

Il concetto di controllo operaio, elaborato insieme a Lucio Libertini, costituisce forse il contributo più originale di Panzieri al marxismo italiano di questo periodo. Esso non si configura come una semplice rivendicazione economica o sindacale, ma come una vera e propria teoria del potere operaio, capace di unire l’analisi del capitalismo avanzato e la critica al riformismo con la proposta di una democrazia socialista fondata sulla partecipazione diretta dei lavoratori ai processi produttivi. Il controllo operaio si presenta così come una forma alternativa alla razionalità tecnologica del capitale, in grado di contestare dall’interno sia la pianificazione capitalistica che il dominio della tecnica.

Le Tredici tesi sul partito di classe rappresentano il tentativo di tradurre questa riflessione in una proposta politica complessiva. Pur segnate da ambiguità e limiti teorici, esse costituiscono un passaggio fondamentale nella critica alla forma-partito tradizionale e nella ricerca di una strategia socialista non subordinata alle compatibilità istituzionali. Tuttavia, la vittoria definitiva della linea nenniana al Congresso di Napoli del 1959 sancisce l’impossibilità di proseguire questa battaglia all’interno del PSI, rendendo evidente l’esaurimento di quella fase politica.

La rottura con il partito non coincide, tuttavia, con un ritiro dalla politica militante. Al contrario, essa segna l’inizio di un nuovo percorso teorico e pratico che troverà espressione nella fondazione dei Quaderni Rossi nel 1961. Con essi, Panzieri inaugura una stagione radicalmente nuova del marxismo italiano, fondata sull’inchiesta operaia, sull’analisi dei mutamenti nella composizione di classe, sulla critica della razionalità tecnica e sulla centralità della fabbrica come luogo privilegiato del conflitto sociale.


L’Italia del “boom” e la crisi del Partito Socialista

Alla metà degli anni Cinquanta l’Italia si trova al centro di un processo di trasformazione economica, sociale e politica di straordinaria portata, che segna in modo irreversibile il passaggio  alla piena integrazione nel capitalismo occidentale. La fase della ricostruzione postbellica può dirsi ormai conclusa: le principali infrastrutture sono state ripristinate, l’apparato industriale riorganizzato e il paese si avvia verso quella rapida crescita economica che verrà successivamente definita il “miracolo economico”. Questo processo non si limita a un aumento quantitativo della produzione, ma comporta una profonda ristrutturazione della struttura produttiva, delle forme del lavoro e dell’organizzazione sociale.

L’industrializzazione conosce una forte accelerazione, concentrandosi soprattutto nel triangolo industriale del Nord-Ovest. Settori come la siderurgia, la meccanica, l’automobile e la chimica diventano i motori dello sviluppo, mentre l’introduzione di nuove tecnologie e di modelli organizzativi ispirati al fordismo e al taylorismo trasforma radicalmente il lavoro salariato. La fabbrica si configura sempre più come uno spazio razionalizzato, regolato da tempi, mansioni e gerarchie rigidamente definite, in cui il controllo sul processo produttivo è sempre più concentrato nelle mani di un management tecnico emanazione diretta del capitale. Parallelamente, l’espansione del lavoro salariato, le migrazioni interne dal Sud al Nord e dalle campagne alle città industriali modificano profondamente la composizione sociale del paese, dando origine a nuove figure operaie e a inedite forme di conflitto.

Queste trasformazioni economiche si accompagnano a un processo di ridefinizione complessiva della società italiana. Sul piano politico, la Democrazia Cristiana consolida la propria egemonia, presentandosi come il perno della stabilità istituzionale e come garante dell’inserimento dell’Italia nel blocco occidentale, all’interno di un quadro segnato dalla Guerra fredda. Attraverso un sistema di alleanze centriste e il controllo di ampi settori dell’amministrazione e del consenso sociale, la DC costruisce un modello di sviluppo che combina non senza contraddizioni crescita economica, assistenzialismo parassitario, moderazione dei conflitti e progressiva integrazione delle masse in uno Stato che sotto l'etichetta della “Repubblica nata dalla Resistenza” tanto cara al PCI, tende sempre più a occultare il proprio carattere di classe.

Il Partito Comunista Italiano, pur mantenendo una forte presenza sociale e organizzativa, soprattutto nel mondo del lavoro e nelle amministrazioni locali, si trova in una posizione ambivalente. Da un lato rappresenta il principale punto di riferimento per la classe operaia e per ampi settori popolari; dall’altro è vincolato, sul piano teorico e strategico, alla linea sovietica e alle compatibilità imposte dal quadro internazionale. Questa tensione si riflette in una politica che tende a privilegiare la difesa della democrazia repubblicana e delle conquiste costituzionali, limitando la possibilità di una strategia capace di mettere realmente in discussione gli equilibri politici e sociali su cui si regge il sistema di potere democristiano.

Il Partito Socialista Italiano occupa una posizione ancora più problematica. Reduce dalla scissione del 1947 e dalla lunga fase di subordinazione al PCI, il PSI è attraversato negli anni Cinquanta da profonde tensioni interne, che riflettono il più ampio dibattito internazionale sul socialismo, sullo stalinismo e sulle vie di transizione al socialismo nei paesi occidentali. La ricerca di una “via autonoma” tra comunismo e socialdemocrazia si traduce in un confronto spesso aspro tra correnti, nel quale emergono divergenze profonde sul rapporto con il PCI, sulla collocazione internazionale del partito e sul significato stesso della democrazia socialista.

È in questo contesto complesso e contraddittorio che si colloca l’esperienza teorica e politica di Raniero Panzieri. Egli coglie con particolare lucidità il nesso tra le trasformazioni del capitalismo italiano, l’evoluzione delle forme del lavoro e la crisi delle tradizionali strategie della sinistra. Di fronte a un paese che cambia rapidamente, Panzieri rifiuta tanto l’adattamento riformista quanto la riproposizione dogmatica di schemi ormai obsoleti. Il suo tentativo è quello di elaborare una risposta teorica e politica capace di misurarsi con il capitalismo avanzato, con la nuova organizzazione della fabbrica e con le forme di integrazione del conflitto, ponendo le basi per una critica radicale che troverà pieno sviluppo negli anni successivi.

La crisi dello stalinismo e il XX Congresso del PCUS

Il 1956 rappresenta un anno di svolta nella storia del movimento comunista internazionale e del marxismo novecentesco. Il XX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, segnato dalla presentazione del celebre “rapporto segreto” di Nikita Chruščëv sui crimini di Stalin, inaugura ufficialmente il processo di destalinizzazione e mette fine al mito dell’infallibilità del modello sovietico. Pur attribuendo le principali responsabilità alle scelte personali di Stalin e senza mettere radicalmente in discussione il sistema sovietico nel suo complesso, il rapporto rompe la narrazione ufficiale del socialismo reale e costringe i partiti comunisti di tutto il mondo a confrontarsi con il proprio passato, le proprie strategie e la legittimità della loro linea politica.

La destalinizzazione si configura fin dall’inizio come un processo profondamente contraddittorio. Da un lato, introduce elementi di rinnovamento: la critica al culto della personalità, una parziale liberalizzazione culturale e l’apertura a una riflessione sulle ingiustizie del passato. Dall’altro, mantiene forti elementi di continuità: la centralità del partito, la pianificazione burocratica e la repressione di ogni forma di autonomia politica, come dimostra la repressione della rivolta ungherese del 1956. Questa ambivalenza tra riforma e consolidamento del potere burocratico costituisce il nodo centrale del dibattito politico e teorico che si sviluppa dopo il Congresso.

In Italia, le ripercussioni del XX Congresso sono particolarmente rilevanti per il peso del Partito Comunista Italiano e per il radicamento della cultura comunista. Il PCI, guidato da Palmiro Togliatti, accoglie la destalinizzazione con prudenza: riconosce le deviazioni del periodo staliniano, ma evita una rottura radicale con l’URSS e con il proprio passato. La dirigenza comunista enfatizza la “via italiana al socialismo”, valorizzando i temi della democrazia, della legalità costituzionale e dell’autonomia nazionale, ma senza mettere in discussione le strutture fondamentali del partito e del modello sovietico. La revisione rimane dunque parziale, finalizzata più alla stabilità organizzativa e al consenso sociale che a un ripensamento profondo dell'esperienza del socialismo reale.

Per il Partito Socialista Italiano, il XX Congresso assume un significato diverso ma altrettanto decisivo. La crisi dello stalinismo viene utilizzata da ampi settori della dirigenza, in particolare dalla corrente guidata da Pietro Nenni, per giustificare un progressivo allontanamento dal PCI e un riavvicinamento alla socialdemocrazia europea e alla Democrazia Cristiana. La denuncia dei crimini staliniani diventa così uno strumento politico per legittimare una svolta riformista e moderata, fondata sull’integrazione nel sistema occidentale, sulla centralità dell'azione parlamentare e sulla mediazione istituzionale. 

All’interno della sinistra socialista, la destalinizzazione produce una profonda frattura. Da un lato, vi sono coloro che vedono nel XX Congresso un’opportunità storica per rilanciare una riflessione autentica sulla democrazia socialista, sul rapporto tra partito e masse e sulla necessità di superare le forme autoritarie del socialismo reale. Dall’altro, emerge il timore che la critica a Stalin venga strumentalizzata per abbandonare la prospettiva rivoluzionaria e accettare le compatibilità del capitalismo avanzato e dell’ordine internazionale esistente. Le divisioni interne – tra massimalisti, democratici radicali e correnti classiste – indeboliscono progressivamente la sinistra del PSI, che non riesce a costruire un’alternativa unitaria alla linea riformista dominante.

È in questo contesto che si colloca l’interpretazione di Raniero Panzieri, caratterizzata da grande originalità e profondità teorica, anche se in parte viziata da un'eccessiva fiducia nelle tesi del Partito comunista cinese. Panzieri coglie nel XX Congresso una possibilità reale di riaprire il discorso sul socialismo come progetto di emancipazione, fondato sulla partecipazione democratica e sull’autonomia della classe operaia. La critica allo stalinismo, ai suoi apparati burocratici e alla separazione tra partito e classe rappresenta, ai suoi occhi, un passaggio necessario per restituire centralità al conflitto sociale e alla soggettività operaia.

Al tempo stesso, Panzieri è pienamente consapevole dei limiti della destalinizzazione. Egli mette in guardia contro il rischio che essa si risolva in una riforma dall’alto, funzionale alla stabilizzazione dei rapporti di potere esistenti sia nei paesi socialisti sia nel movimento operaio occidentale. In particolare, la teorizzazione della “via pacifica al socialismo” e della coesistenza pacifica tra i blocchi gli appare come una strategia che tende a neutralizzare il conflitto di classe, subordinando la trasformazione socialista alle esigenze dell’equilibrio internazionale.

Secondo Panzieri, la critica allo stalinismo non può limitarsi alla denuncia dei crimini di Stalin, ma deve investire l’intero modello di socialismo che ne ha reso possibile il dominio: la concentrazione del potere nel partito, la burocrazia centralizzata, la subordinazione dei lavoratori allo Stato e una pianificazione tecnocratica che esclude il controllo dal basso. Da qui il rifiuto dell’idea del partito-guida, la critica alla pianificazione burocratica e l’insistenza sulla necessità di un’autonomia reale della classe operaia nei processi produttivi e politici.

Un punto centrale della sua riflessione riguarda la dottrina della coesistenza pacifica. Panzieri ne coglie il carattere potenzialmente conservatore: la priorità assegnata alla stabilità internazionale rischia di trasformare la competizione tra blocchi in una gara economica e tecnologica, riducendo la dimensione rivoluzionaria della lotta politica e indebolendo l’autonomia della lotta di classe. In questo scenario, il socialismo rischia di diventare difensivo, istituzionalizzato e privo di capacità trasformativa.

Per Panzieri, il XX Congresso non rappresenta dunque un punto di arrivo, ma un terreno di scontro teorico e politico. Esso apre uno spazio che può condurre tanto a un rinnovamento radicale del marxismo quanto a una sua integrazione nell’ordine esistente. La posta in gioco è la possibilità stessa di pensare una democrazia socialista non come semplice estensione delle forme istituzionali borghesi, ma come trasformazione profonda dei rapporti di produzione e delle forme del potere.

Nel PSI, tuttavia, questa prospettiva rimane largamente isolata. La linea nenniana rafforza il riformismo, riduce la centralità della lotta operaia e marginalizza le posizioni critiche. Panzieri trova spazio per sviluppare le proprie analisi soprattutto nell’esperienza di Mondo Operaio, che diventa un laboratorio teorico autonomo rispetto alla politica ufficiale del partito e in forte contrasto con le posizioni che Nenni va via via assumendo.


Il Congresso di Venezia del PSI (1957)

Il Congresso di Venezia del 1957 rappresenta uno snodo cruciale nella storia del Partito Socialista Italiano del secondo dopoguerra. Più che un ordinario appuntamento congressuale, esso segna il momento in cui esplodono apertamente le contraddizioni accumulate nel decennio successivo alla scissione del 1947, rendendo evidente l’impossibilità di mantenere indefinitamente un equilibrio tra unità d’azione con il PCI, ricerca di autonomia politica e ridefinizione dell’identità socialista nel contesto della Guerra fredda.

Il Congresso si colloca in un quadro profondamente mutato, tanto sul piano internazionale quanto su quello nazionale. La crisi dello stalinismo, aperta dal XX Congresso del PCUS, mette in discussione i riferimenti teorici tradizionali del movimento operaio; parallelamente, la stabilizzazione del sistema politico italiano e l’avvio del ciclo di sviluppo capitalistico pongono nuove questioni sul rapporto tra riforme, conflitto sociale e prospettiva socialista. In questo contesto, il PSI è chiamato a ridefinire la propria strategia complessiva, ma lo fa in modo conflittuale e privo di una sintesi condivisa.

Alla vigilia del Congresso, il partito appare attraversato da fratture politiche profonde, che non riflettono soltanto divergenze tattiche, ma concezioni differenti del socialismo, del rapporto con il movimento comunista e della funzione stessa del partito. È possibile individuare tre grandi aree politiche, nessuna delle quali riesce a imporsi come sintesi egemonica.

La sinistra socialista costituisce l’area numericamente più consistente ed è fortemente radicata nelle strutture di base e nel mondo del lavoro. Essa raccoglie figure centrali della tradizione classista del PSI e si richiama all’eredità marxista e resistenziale del partito. Tuttavia, questa forza quantitativa non si traduce in una reale capacità di direzione politica. Al suo interno convivono posizioni massimaliste, orientamenti classisti e sensibilità democratico-radicali, spesso divisi sul rapporto con il PCI e incapaci di elaborare una risposta unitaria alla crisi dello stalinismo. L’eterogeneità teorica e strategica indebolisce la sinistra, impedendole di presentarsi come un’alternativa credibile alla direzione esistente.

La corrente autonomista guidata da Pietro Nenni emerge invece come l’asse portante del nuovo equilibrio congressuale. La sua forza non risiede tanto in una elaborazione teorica compiuta, quanto nella capacità di costruire un equilibrio tattico tra le diverse anime del partito. La linea autonomista combina la presa di distanza dal PCI senza una rottura immediata, la valorizzazione dell’autonomia socialista, l’apertura verso la socialdemocrazia europea e il dialogo con le forze democratiche italiane, in particolare la Democrazia Cristiana. Questa posizione, presentata come realistica e moderata, intercetta il bisogno di rinnovamento senza fratture traumatiche e si rivela politicamente vincente.

Accanto a queste due aree si colloca la cosiddetta “alternativa democratica” di Lelio Basso, che rappresenta il tentativo di elaborare una sintesi teorica tra marxismo e democrazia che non comporti un accomodamento al capitale come era accaduto in Germania con la svolta di Bad Godesberg. Basso pone al centro il tema delle istituzioni, dei diritti e della partecipazione popolare, concependo il socialismo come processo di trasformazione democratica radicale. Tuttavia, questa proposta fatica a tradursi in una linea politica egemonica: la sua posizione intermedia, critica ma non antagonista rispetto all’autonomismo, contribuisce paradossalmente a rafforzare la leadership di Nenni.

All’interno di questo quadro si colloca la posizione singolare di Raniero Panzieri. Pur provenendo dall’area della sinistra socialista, egli non si riconosce pienamente in nessuna delle correnti esistenti. La sua riflessione si muove su un piano diverso rispetto al confronto prevalentemente tattico che domina il dibattito congressuale: più che sulle alleanze parlamentari o sulla collocazione internazionale, Panzieri insiste sulla necessità di ripensare radicalmente la strategia socialista alla luce delle trasformazioni del capitalismo e della composizione di classe, ponendo al centro il conflitto nella fabbrica. Questa distanza teorica e strategica lo rende difficilmente inquadrabile negli equilibri interni e ne determina la progressiva marginalizzazione.

L’esclusione di Panzieri dalla direzione del PSI, decisa al termine del Congresso, non rappresenta soltanto una sconfitta personale, ma riflette una frattura più profonda tra la sua elaborazione teorica e la direzione che il partito va assumendo. Al tempo stesso, l’affidamento della direzione di Mondo Operaio gli offre uno spazio relativamente autonomo di elaborazione, sottratto alle mediazioni della vita di partito, nel quale può sviluppare una critica radicale tanto allo stalinismo quanto al riformismo. In questo senso, il Congresso di Venezia segna per Panzieri l’inizio di una nuova fase del suo percorso politico e teorico, che condurrà pochi anni dopo all’esperienza dei Quaderni Rossi.

Il Congresso si conclude con la vittoria politica di Nenni e della linea autonomista. Questo esito è determinato da diversi fattori convergenti: la debolezza strategica della sinistra interna, incapace di elaborare una proposta unitaria; la capacità di Nenni di presentarsi come garante dell’unità del partito in un contesto segnato dal timore di nuove scissioni; il mutamento della base sociale del PSI, sempre più incline a soluzioni riformiste; e l’uso politico della destalinizzazione come legittimazione di una svolta moderata.

La vittoria di Nenni non rappresenta soltanto un successo tattico, ma segna l’inizio di una nuova fase nella storia del PSI. Essa apre la strada a un progressivo avvicinamento alla socialdemocrazia europea e a un dialogo sempre più stretto con la Democrazia Cristiana, ridefinendo in modo duraturo l’identità del partito. Parallelamente, sancisce la crisi della sinistra interna, che esce dal Congresso non solo sconfitta, ma priva degli strumenti teorici e politici necessari per contrastare efficacemente la trasformazione in atto. Il Congresso di Venezia appare così come un vero punto di non ritorno nella storia del socialismo italiano.

(Fine I parte di tre. Continua)



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RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.