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di Edison Zoldan R. («Nano»)
Cari Roberto [Massari] e Nathan [Novik]:
Ho letto con molta attenzione tutto lo scambio e, in particolare, la proposta di Roberto su come avrebbe affrontato lui, dal governo di Israele, il problema degli ostaggi e di Hamas attaccando direttamente l’Iran.
Apprezzo sinceramente lo sforzo di entrambi di analizzare una tragedia straordinariamente complessa senza cadere in semplificazioni. Proprio per questo vorrei aggiungere alcuni elementi che, a mio avviso, sono fondamentali per comprendere quanto accaduto dal 7 ottobre 2023 e, soprattutto, per discutere correttamente la responsabilità per le vittime civili palestinesi.
Sono d’accordo con Roberto su una questione fondamentale: Hamas ha utilizzato — e utilizza — la popolazione civile di Gaza come scudo umano. Ma credo che dobbiamo portare questa affermazione fino alle sue ultime conseguenze.
Non si tratta semplicemente di dire che Hamas “utilizza i civili come scudi umani” e poi attribuire al governo israeliano una responsabilità equivalente per le morti provocate durante la guerra.
La domanda essenziale è un’altra:
Chi ha iniziato questa guerra, con quale obiettivo e quale alternativa reale aveva Israele dopo il 7 ottobre per impedire che Hamas potesse ripetere un attacco di quella natura?
1. Non possiamo iniziare la storia dall’8 ottobre
La tragedia di Gaza non è iniziata l’8 ottobre 2023.
È iniziata, dalla prospettiva israeliana, il 7 ottobre, quando Hamas e altri gruppi armati palestinesi lanciarono un attacco massiccio contro Israele, uccidendo deliberatamente civili, attaccando comunità, rapendo persone e portando centinaia di ostaggi a Gaza.
Ma, in realtà, non è iniziata neppure quel giorno.
Per anni Israele aveva subito attacchi con razzi e mortai provenienti da Gaza. Il ritiro israeliano da Gaza nel 2005 non pose fine alla violenza. Al contrario, dopo la presa del potere da parte di Hamas nel 2007, Gaza si trasformò in una piattaforma dalla quale furono lanciati migliaia di proiettili contro Israele.
Questo è importante perché permette di comprendere quale fosse l’obiettivo israeliano dopo il 7 ottobre.
Israele non è entrato a Gaza per conquistare Gaza né per sterminarne la popolazione. È entrato per distruggere o neutralizzare la capacità militare di Hamas e impedire che potesse verificarsi un altro 7 ottobre.
E qui emerge una differenza fondamentale tra Israele e Hamas.
Israele ha dichiarato come obiettivo l’eliminazione di una minaccia militare concreta: Hamas e la sua infrastruttura militare.
Hamas, invece, non ha nascosto il proprio obiettivo di attaccare Israele e il fatto che il 7 ottobre costituisse un modello che poteva essere ripetuto.
Per questo considero non corretto analizzare la guerra esclusivamente sulla base del numero di palestinesi uccisi, senza considerare come e perché tali morti si siano verificate.
2. Esisteva una politica israeliana di massacrare i civili?
Il termine “massacro” viene utilizzato molto dai media. È necessario attribuirgli un significato preciso, affinché il contesto di questo conflitto non venga interpretato erroneamente.
È molto importante dare al termine “massacro” il suo significato esplicito: un massacro implica un’azione deliberata e sistematica volta a uccidere in massa civili indifesi. In questo caso, non esistono elementi sufficienti per affermare che questa fosse la politica di Israele a Gaza.
Occorre inoltre avere chiaro che, secondo il diritto internazionale, se da scuole, ospedali, moschee, ecc. vengono lanciati missili, tali luoghi possono diventare obiettivi militari, purché vengano rispettati i principi di distinzione, proporzionalità e precauzione e si cerchi di evitare il più possibile i danni ai civili.
Al contrario, Israele ha effettuato numerosi avvertimenti prima delle operazioni militari, attraverso messaggi, telefonate, volantini, mappe, avvisi e ordini di evacuazione, chiedendo alla popolazione di abbandonare determinate zone prima degli attacchi.
Ciò non significa che tali avvertimenti siano stati sempre sufficienti, né che tutti i civili abbiano potuto evacuare, né che non siano morti civili innocenti. Sono morti molti civili e ciò costituisce una tragedia umana che nessuno dovrebbe minimizzare.
Ma una cosa è riconoscere queste morti e un’altra, molto diversa, è definirle automaticamente un “massacro” deliberato commesso da Israele.
In una guerra urbana — come quella che Hamas ha di fatto dichiarato attraverso le proprie azioni — e particolarmente in una città densamente popolata come Gaza, le conseguenze possono essere terribili anche quando l’obiettivo militare è legittimo.
E, di fronte alle continue aggressioni di Hamas contro la popolazione civile israeliana e contro la popolazione palestinese che vive a Gaza, culminate nel pogrom del 7 ottobre 2023 all’interno di Israele, le possibilità di evitare completamente le conseguenze di una guerra erano estremamente limitate.
E qui emerge l’elemento che, a mio avviso, spesso scompare dal dibattito internazionale:
Hamas non combatte come un esercito convenzionale che separa le proprie installazioni militari dalla popolazione civile. I suoi combattenti, depositi di armi, centri di comando, lanciatori di razzi e tunnel sono deliberatamente inseriti all’interno o al di sotto di aree civili.
3. Il problema degli scudi umani
Questo punto è essenziale.
Quando un gruppo armato installa un’infrastruttura militare sotto un’abitazione, accanto a una scuola, vicino a un ospedale o all’interno di un’area densamente popolata, crea deliberatamente una situazione nella quale qualsiasi operazione militare avrà un enorme costo umano.
E quando, inoltre, i suoi combattenti si mescolano alla popolazione civile, diventa estremamente difficile distinguere tra combattenti e civili.
Ma c’è qualcosa di ancora più grave.
Hamas ha costruito per anni un’enorme infrastruttura sotterranea.
La domanda che dobbiamo porci è:
Perché questi tunnel erano destinati fondamentalmente a proteggere i combattenti, immagazzinare armi, spostarsi e mantenere l’apparato militare, ma non furono concepiti come rifugi destinati a proteggere la popolazione civile?
Israele ha costruito sistemi come la Cupola di Ferro per proteggere la propria popolazione.
Hamas ha investito enormi risorse nei tunnel militari.
Non sembra ragionevole pretendere che Israele ignori una struttura militare perché si trova sotto un’area civile, mentre allo stesso tempo si omette la responsabilità di chi ha deliberatamente collocato quella struttura proprio lì.
La popolazione palestinese di Gaza merita protezione.
Proprio per questo è così grave che un’organizzazione armata che ha governato il territorio per anni abbia utilizzato quella popolazione come parte della propria strategia militare e comunicativa.
I civili uccisi producono immagini terribili.
Queste immagini suscitano legittimamente indignazione e compassione nel mondo. Ma possono anche trasformarsi, intenzionalmente o meno, in un potente strumento di propaganda.
E qui dobbiamo distinguere tra l’utilizzo della popolazione civile come scudo militare e l’utilizzo successivo delle vittime civili come strumento di propaganda internazionale. Le due cose possono coesistere.
4. Israele avvertiva prima di attaccare
Anche questo elemento non dovrebbe scomparire dal dibattito.
Quando Israele annuncia che una determinata zona sarà attaccata e chiede ai civili di abbandonarla, introduce una differenza sostanziale rispetto a un’operazione il cui obiettivo fosse uccidere deliberatamente i civili.
Naturalmente, un avvertimento non rende automaticamente legittimo qualsiasi attacco successivo. Ma costituisce un elemento rilevante per determinare l’intenzione.
Se l’obiettivo fosse stato semplicemente quello di uccidere la popolazione, quale senso avrebbe avuto avvertire preventivamente i civili di abbandonare una determinata zona?
Israele si trovava di fronte a un dilemma terribile: combattere contro un’organizzazione che aveva deliberatamente costruito la propria infrastruttura militare in mezzo alla popolazione civile.
Questo non elimina l’obbligo di Israele di rispettare il diritto internazionale umanitario e di evitare una tragedia.
Ma neppure consente di trasferire a Israele tutta la responsabilità per le conseguenze, ignorando la condotta di Hamas.
5. Che cosa avrebbe fatto un altro Paese?
Questa è, per me, la domanda alla quale nessuno ha risposto in modo soddisfacente.
Immaginiamo che un gruppo armato fosse entrato in un Paese europeo, avesse ucciso centinaia o migliaia di civili, rapito centinaia di persone e fosse tornato con loro in un territorio dal quale aveva lanciato missili per anni.
Immaginiamo inoltre che quel gruppo dichiarasse che lo avrebbe fatto nuovamente.
Che cosa avrebbe fatto qualsiasi governo?
Avrebbe accettato che quell’organizzazione continuasse a esistere con capacità militare?
Avrebbe aspettato passivamente una nuova incursione?
Avrebbe lasciato i propri cittadini rapiti nelle mani del gruppo responsabile?
Israele doveva rispondere a queste domande. E doveva farlo sapendo che l’infrastruttura militare di Hamas era profondamente integrata nella popolazione civile.
Per questo non è convincente dire semplicemente che Israele avrebbe dovuto cercare “un’altra soluzione”.
Naturalmente, tutti avremmo voluto un’altra soluzione.
Tutti avremmo voluto liberare gli ostaggi senza una guerra.
Tutti avremmo voluto che nessun palestinese morisse.
Tutti avremmo voluto che nessun soldato israeliano morisse.
Ma la vera questione politica non consiste nell’immaginare una soluzione ideale dopo aver conosciuto le conseguenze. La questione è determinare quale alternativa reale e praticabile avesse Israele nell’ottobre 2023.