L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

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sabato 29 agosto 2026

GAZA. RIFLESSIONI SULLA TRAGEDIA


Italiano-English-Español


Italiano



di Edison Zoldan R. («Nano»)

 

 

Cari Roberto [Massari] e Nathan [Novik]:


Ho letto con molta attenzione tutto lo scambio e, in particolare, la proposta di Roberto su come avrebbe affrontato lui, dal governo di Israele, il problema degli ostaggi e di Hamas attaccando direttamente l’Iran.

Apprezzo sinceramente lo sforzo di entrambi di analizzare una tragedia straordinariamente complessa senza cadere in semplificazioni. Proprio per questo vorrei aggiungere alcuni elementi che, a mio avviso, sono fondamentali per comprendere quanto accaduto dal 7 ottobre 2023 e, soprattutto, per discutere correttamente la responsabilità per le vittime civili palestinesi.

Sono d’accordo con Roberto su una questione fondamentale: Hamas ha utilizzato — e utilizza — la popolazione civile di Gaza come scudo umano. Ma credo che dobbiamo portare questa affermazione fino alle sue ultime conseguenze.

Non si tratta semplicemente di dire che Hamas “utilizza i civili come scudi umani” e poi attribuire al governo israeliano una responsabilità equivalente per le morti provocate durante la guerra.

La domanda essenziale è un’altra:

Chi ha iniziato questa guerra, con quale obiettivo e quale alternativa reale aveva Israele dopo il 7 ottobre per impedire che Hamas potesse ripetere un attacco di quella natura?


1. Non possiamo iniziare la storia dall’8 ottobre

La tragedia di Gaza non è iniziata l’8 ottobre 2023.

È iniziata, dalla prospettiva israeliana, il 7 ottobre, quando Hamas e altri gruppi armati palestinesi lanciarono un attacco massiccio contro Israele, uccidendo deliberatamente civili, attaccando comunità, rapendo persone e portando centinaia di ostaggi a Gaza.

Ma, in realtà, non è iniziata neppure quel giorno.

Per anni Israele aveva subito attacchi con razzi e mortai provenienti da Gaza. Il ritiro israeliano da Gaza nel 2005 non pose fine alla violenza. Al contrario, dopo la presa del potere da parte di Hamas nel 2007, Gaza si trasformò in una piattaforma dalla quale furono lanciati migliaia di proiettili contro Israele.

Questo è importante perché permette di comprendere quale fosse l’obiettivo israeliano dopo il 7 ottobre.

Israele non è entrato a Gaza per conquistare Gaza né per sterminarne la popolazione. È entrato per distruggere o neutralizzare la capacità militare di Hamas e impedire che potesse verificarsi un altro 7 ottobre.

E qui emerge una differenza fondamentale tra Israele e Hamas.

Israele ha dichiarato come obiettivo l’eliminazione di una minaccia militare concreta: Hamas e la sua infrastruttura militare.

Hamas, invece, non ha nascosto il proprio obiettivo di attaccare Israele e il fatto che il 7 ottobre costituisse un modello che poteva essere ripetuto.

Per questo considero non corretto analizzare la guerra esclusivamente sulla base del numero di palestinesi uccisi, senza considerare come e perché tali morti si siano verificate.


2. Esisteva una politica israeliana di massacrare i civili?

Il termine “massacro” viene utilizzato molto dai media. È necessario attribuirgli un significato preciso, affinché il contesto di questo conflitto non venga interpretato erroneamente.

È molto importante dare al termine “massacro” il suo significato esplicito: un massacro implica un’azione deliberata e sistematica volta a uccidere in massa civili indifesi. In questo caso, non esistono elementi sufficienti per affermare che questa fosse la politica di Israele a Gaza.

Occorre inoltre avere chiaro che, secondo il diritto internazionale, se da scuole, ospedali, moschee, ecc. vengono lanciati missili, tali luoghi possono diventare obiettivi militari, purché vengano rispettati i principi di distinzione, proporzionalità e precauzione e si cerchi di evitare il più possibile i danni ai civili.

Al contrario, Israele ha effettuato numerosi avvertimenti prima delle operazioni militari, attraverso messaggi, telefonate, volantini, mappe, avvisi e ordini di evacuazione, chiedendo alla popolazione di abbandonare determinate zone prima degli attacchi.

Ciò non significa che tali avvertimenti siano stati sempre sufficienti, né che tutti i civili abbiano potuto evacuare, né che non siano morti civili innocenti. Sono morti molti civili e ciò costituisce una tragedia umana che nessuno dovrebbe minimizzare.

Ma una cosa è riconoscere queste morti e un’altra, molto diversa, è definirle automaticamente un “massacro” deliberato commesso da Israele.

In una guerra urbana — come quella che Hamas ha di fatto dichiarato attraverso le proprie azioni — e particolarmente in una città densamente popolata come Gaza, le conseguenze possono essere terribili anche quando l’obiettivo militare è legittimo.

E, di fronte alle continue aggressioni di Hamas contro la popolazione civile israeliana e contro la popolazione palestinese che vive a Gaza, culminate nel pogrom del 7 ottobre 2023 all’interno di Israele, le possibilità di evitare completamente le conseguenze di una guerra erano estremamente limitate.

E qui emerge l’elemento che, a mio avviso, spesso scompare dal dibattito internazionale:

Hamas non combatte come un esercito convenzionale che separa le proprie installazioni militari dalla popolazione civile. I suoi combattenti, depositi di armi, centri di comando, lanciatori di razzi e tunnel sono deliberatamente inseriti all’interno o al di sotto di aree civili.


3. Il problema degli scudi umani

Questo punto è essenziale.

Quando un gruppo armato installa un’infrastruttura militare sotto un’abitazione, accanto a una scuola, vicino a un ospedale o all’interno di un’area densamente popolata, crea deliberatamente una situazione nella quale qualsiasi operazione militare avrà un enorme costo umano.

E quando, inoltre, i suoi combattenti si mescolano alla popolazione civile, diventa estremamente difficile distinguere tra combattenti e civili.

Ma c’è qualcosa di ancora più grave.

Hamas ha costruito per anni un’enorme infrastruttura sotterranea.

La domanda che dobbiamo porci è:

Perché questi tunnel erano destinati fondamentalmente a proteggere i combattenti, immagazzinare armi, spostarsi e mantenere l’apparato militare, ma non furono concepiti come rifugi destinati a proteggere la popolazione civile?

Israele ha costruito sistemi come la Cupola di Ferro per proteggere la propria popolazione.

Hamas ha investito enormi risorse nei tunnel militari.

Non sembra ragionevole pretendere che Israele ignori una struttura militare perché si trova sotto un’area civile, mentre allo stesso tempo si omette la responsabilità di chi ha deliberatamente collocato quella struttura proprio lì.

La popolazione palestinese di Gaza merita protezione.

Proprio per questo è così grave che un’organizzazione armata che ha governato il territorio per anni abbia utilizzato quella popolazione come parte della propria strategia militare e comunicativa.

I civili uccisi producono immagini terribili.

Queste immagini suscitano legittimamente indignazione e compassione nel mondo. Ma possono anche trasformarsi, intenzionalmente o meno, in un potente strumento di propaganda.

E qui dobbiamo distinguere tra l’utilizzo della popolazione civile come scudo militare e l’utilizzo successivo delle vittime civili come strumento di propaganda internazionale. Le due cose possono coesistere.


4. Israele avvertiva prima di attaccare

Anche questo elemento non dovrebbe scomparire dal dibattito.

Quando Israele annuncia che una determinata zona sarà attaccata e chiede ai civili di abbandonarla, introduce una differenza sostanziale rispetto a un’operazione il cui obiettivo fosse uccidere deliberatamente i civili.

Naturalmente, un avvertimento non rende automaticamente legittimo qualsiasi attacco successivo. Ma costituisce un elemento rilevante per determinare l’intenzione.

Se l’obiettivo fosse stato semplicemente quello di uccidere la popolazione, quale senso avrebbe avuto avvertire preventivamente i civili di abbandonare una determinata zona?

Israele si trovava di fronte a un dilemma terribile: combattere contro un’organizzazione che aveva deliberatamente costruito la propria infrastruttura militare in mezzo alla popolazione civile.

Questo non elimina l’obbligo di Israele di rispettare il diritto internazionale umanitario e di evitare una tragedia.

Ma neppure consente di trasferire a Israele tutta la responsabilità per le conseguenze, ignorando la condotta di Hamas.


5. Che cosa avrebbe fatto un altro Paese?

Questa è, per me, la domanda alla quale nessuno ha risposto in modo soddisfacente.

Immaginiamo che un gruppo armato fosse entrato in un Paese europeo, avesse ucciso centinaia o migliaia di civili, rapito centinaia di persone e fosse tornato con loro in un territorio dal quale aveva lanciato missili per anni.

Immaginiamo inoltre che quel gruppo dichiarasse che lo avrebbe fatto nuovamente.

Che cosa avrebbe fatto qualsiasi governo?

Avrebbe accettato che quell’organizzazione continuasse a esistere con capacità militare?

Avrebbe aspettato passivamente una nuova incursione?

Avrebbe lasciato i propri cittadini rapiti nelle mani del gruppo responsabile?

Israele doveva rispondere a queste domande. E doveva farlo sapendo che l’infrastruttura militare di Hamas era profondamente integrata nella popolazione civile.

Per questo non è convincente dire semplicemente che Israele avrebbe dovuto cercare “un’altra soluzione”.

Naturalmente, tutti avremmo voluto un’altra soluzione.

Tutti avremmo voluto liberare gli ostaggi senza una guerra.

Tutti avremmo voluto che nessun palestinese morisse.

Tutti avremmo voluto che nessun soldato israeliano morisse.

Ma la vera questione politica non consiste nell’immaginare una soluzione ideale dopo aver conosciuto le conseguenze. La questione è determinare quale alternativa reale e praticabile avesse Israele nell’ottobre 2023.

sabato 22 agosto 2026

LA TRAGEDIA DEI BAMBINI DI GAZA

  per non parlare delle bambine...

       

di Roberto Massari



ITALIANO-ENGLISH-FRANÇAIS 

 

1. La tragedia dei bambini e delle bambine gazawi inizia all’atto della loro nascita, quando vengono assegnati all’islamismo integralista. In tale versione fanatica dell’islamismo saranno indottrinati  fin dai primissimi anni della loro infanzia. Il loro futuro destino sarà obbligatoriamente interno al movimento sunnita della Fratellanza musulmana che, oltre al genocidio degli ebrei d’Israele, prevede la lotta armata (jihad) come un dovere religioso. Ciò li priverà di libertà di scelta in quasi tutti gli aspetti della loro vita futura: in campo educativo, sessuale, sociale, politico e, per i maschi, anche militare. Per le femmine la prospettiva più probabile sarà il matrimonio precoce e quindi la fine precoce anche di una qualsiasi carriera scolastica - non parliamo dell’università.

L’iniziale affiliazione religiosa a una versione barbara e disumana dell’islamismo è all’origine del tragico destino che attende le loro vite (maschi e femmine) e di tutti i successivi punti che elencherò sommariamente.

2: I bambini (maschi) gazawi vengono istruiti fin dall’infanzia a considerare le bambine (femmine) come cittadine di seconda categoria, a loro sottomesse anche giuridicamente, in accordo ai princìpi più generali dell’islamismo, vissuti nella versione più estrema. L’oppressione delle bambine e delle future donne sarà considerato un fatto naturale.

3. Per il resto della loro vita i maschi saranno ossessionati dall’idea del corpo femminile - fonte di peccato e di chissà cos’altro - come del resto avviene in altre culture islamiche di tipo integralista. (La teocrazia iraniana ne è uno dei massimi esempi, fino alle aberrazioni umanamente inconcepibili dei talebani afghani.)

4. I bambini gazawi (maschi e femmine) imparano presto a considerare l’omosessualità come un fatto antinaturale e come qualcosa da punire.

5. Vengono «educati» a odiare gli ebrei di Israele e a desiderare il loro sterminio (genocidio) fin dalla più tenera età.

6. La loro formazione scolastica avviene su libri che falsificano grossolanamente la storia dell’islamismo: non verranno mai a sapere, per esempio, che la massima estensione della tratta dei neri africani è dovuta all’Islam e che essa è continuata per 13 secoli fino alle soglie del Novecento senza che mai sorgesse una corrente abolizionistica arabo-musulmana.

La produzione dei libri di testo che presentano un’immagine totalmente falsata dello sviluppo delle civiltà umane, e le scuole in cui avviene l’indottrinamento antiebraico sono una delle principali attività dell’Unrwa (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East) che, come ormai è noto dopo il 7 ottobre, nella massa dei suoi circa 30.000 dipendenti annovera anche membri di Hamas.

7. I bambini maschi vengono reclutati (più o meno forzosamente) nelle brigate combattenti di Hamas, appena sono in grado di reggere le armi. Dire che, secondo standard occidentali, sono soldati «minorenni» è dire poco.

8. I bambini gazawi sono stati incoraggiati a festeggiare per il pogrom del 7 ottobre 2023, l’eccidio in cui sono stati squartati, bruciati e barbaramente uccisi altri bambini... ebrei. Le conseguenze traumatiche per la loro salute psichica si possono anche immaginare. Ma nessuna equipe psichiatrica oserà approfondire l’argomento e predisporre le cure necessarie.

9. Durante la guerra di Gaza, dopo l’aggressione del 7 ottobre, Hamas ha utilizzato anche i bambini e non solo gli adulti come scudi umani, nelle scuole, negli ospedali e in altre sedi pubbliche in cui si nascondevano i loro militanti. L’esercito d’Israele chiedeva alla popolazione civile di allontanarsi dai luoghi in cui sarebbero cadute le bombe, mentre Hamas ordinava di restarvi, facendo così morire anche bambini e non solo adulti.

10. Hamas ha causato la morte per fame e per stenti di molti bambini gazawi, impadronendosi dei convogli con i rifornimenti alimentari provenienti da enti internazionali (in parte anche da Israele) per poi rivenderli o utilizzarli come arma di reclutamento (bambini compresi). Lo stesso ha tentato di fare nelle fasi precedenti l’assedio finale di Gaza City (che però, grazie a Trump, finale non è stato).

11. I bambini di Gaza continuano ancor oggi a morire di fame e di stenti nella parte della Striscia rimasta sotto il comando militare di Hamas. E questo perché la tregua - firmata il 9 ottobre 2025, ma entrata nella fase operativa a gennaio 2026 - prevedeva un graduale ritorno di Gaza alla vita civile, con un preliminare disarmo di Hamas. Poiché questo disarmo non c’è stato, il piano di ricostruzione non è potuto nemmeno iniziare, nessuno si avventura a investire capitali in un territorio controllato da Hamas e l’afflusso di rifornimenti è insufficiente, oltre che ancora una volta sottoposto agli espropri di Hamas. Per i bambini di Gaza, il non disarmo di Hamas continua a significare morte e sofferenze.

12. Ma non bastano morte e sofferenze a colpire le vite di questi bambini, forse tra i più diseredati al mondo. Le loro vite vengono ora utilizzate per un’ultima cinica strumentalizzazione. Non più solo da parte di Hamas, ma da parte di coloro che hanno lanciato la campagna per il Nobel ai bambini di Gaza - avendo scelto di privilegiare questa particolare etnia per addossare la colpa delle loro sofferenze su Israele. È un cinico sfruttamento dell’inevitabile emozione che la morte dei bambini provoca in normali esseri umani (ma non in chi è animato da fanatismo religioso e quei bambini li ha sempre strumentalizzati per i propri scopi - leggi Hamas).

Solo una lugubre fantasia può aver immaginato di sfruttare le sofferenze reali di questi bambini per lanciare una nuova campagna contro Israele, un’ennesima «accusa di sangue» per far credere che le attuali sofferenze siano colpa degli «ebrei israeliani» e non in primo luogo di Hamas che non vuole disarmare, e così facendo impedisce che i gazawi tornino alla vita civile.

Come già fu per la campagna sul presunto genocidio, così ora si è inventato un nuovo pretesto spettacolare e propagandistico per spingere l’emotività delle masse a odiare gli ebrei israeliani, ma per qualcuno anche gli ebrei del resto del mondo..

Una cosa è certa. I sostenitori della nuova campagna non si pongono minimamente il problema di come fermare le sofferenze dei bambini gazawi: a loro interessa fare opera di denuncia antisraeliana, così come non interessò loro di fermare concretamente il presunto «genocidio» facendo liberare gli ostaggi. L’importante è denunciare Israele e non salvare vite umane.

Io invece penso che sarebbe dovere di tutti, del mondo progressista in primo luogo, trovare il modo di salvare le vite dei bambini e di fermare tali sofferenze. E questo può accadere solo in due modi: o Hamas disarma com’era nei patti sottoscritti, oppure Israele deve riprendere le operazioni militari per terminare lo smantellamento di Hamas, come stava riuscendo a fare prima che Trump si interponesse.

Insomma, la salvezza dei bambini e delle bambine gazawi esige la scomparsa di Hamas. Quindi il vero problema è come tradurre in pratica lo slogan «Free Gaza children from Hamas».

E poi magari si darà il Nobel per la Pace a chi riesce a compiere quest’opera meritoria e indispensabile per i bambini e le bambine di Gaza, e quindi anche per l’umanità.



ENGLISH

 

venerdì 21 agosto 2026

DATI SULLA CRESCITA DEMOGRAFICA A GAZA E IN CISGIORDANIA

di Roberto Massari


ITALIANO-ENGLISH-FRANÇAIS



A ottobre del 2023 Israele fu aggredito da Hamas, nel modo che sappiamo. Di lì iniziò una guerra asimmetrica che vide l'esercito israeliano bombardare - avvisando preventivamente la popolazione per farla uscire dalle zone da colpire - città e luoghi di residenza civile. Ciò provocò inevitabilmente la morte di decine di migliaia di gazawi, in parte anche civili e non solo combattenti di Hamas che di case scuole, ospedali ecc. si faceva scudo. Ciò non assolve certo il governo israeliano responsabile delle stragi di civili, benché queste stragi intendevano costringere Hamas a liberare gli ostaggi, come di fatto avvenne, al termine però di due anni di perdite di vite umani da ambo le parti. 

Personalmente fui fautore di un'altra soluzione per liberare gli ostaggi, ma non è il caso di ripeterla qui, avendola scritta in un libro e in molti altri articoli.

Ebbene, da quei massacri di civili gazawi prese forma l'accusa di genocidio, che si diffuse rapidamente nel mondo facendo leva sull'emozione che non si poteva non provare per la morte di decine di migliaia di persone. Un'emozione che però non si è vista per le decine di migliaia di iraniani sterminati nelle strade dal loro stesso governo per il fatto di essere per la democrazia e la fine della dittatura teocratica.

La guerra asimmetrica di Gaza è terminata solo formalmente e nulla esclude che essa riprenda apertamente, giacché Hamas non intende disarmare e Israele non intende ritirarsi dalle zone occupate. Ciò fa sì che l'accusa di genocidio si vada piano piano dileguando nel tempo (a un certo punto era diventata una moda di massa), ma restano ancora molti (troppi) che continuano tenacemente a difenderla. Ciò benchè ormai, a distanza di tempo, ognuno può verificare concretamente che vi furono massacri, ma non vi fu genocidio, che il governo israeliano non ebbe alcuna intenzione di far scomparire l'etnia gazawi (cui aveva concesso l'indipendenza quasi vent'anni prima) e che a contrastare questa moderna «accusa di sangue» è ormai utilizzabile anche il dato statistico-demografico: nei tre anni di guerra la crescita demografica dei gazawi è continuata in termini assoluti, con un tasso di crescita leggermente in calo secondo una tendenza iniziata nel 1980 e che probabilmente proseguirà nel futuro.

La fonte dei dati che vedete sotto (seconda tabella) è la prestigiosa Worldmeter, usata dalle Nazioni Unite e riconosciuta come totalmente indipendente dall'American Library Association [vedi anche https://srv1.worldometers.info/about/#google_vignette]. Essa trova comunque riscontro in altre fonti statistiche.

 

I dati esposti nella seconda tabella cumulano le due entità dell'Autorità palestinese (i gazawi e i cisgiordani) e ci dicono che dal 2023 ad oggi sono state in costante crescita la popolazione assoluta, l'età media, la densità, la popolazione urbana. Tutti dati che non si discostano, come già detto, da un trend operativo perlomeno dal 1980.

 

La prima tabella, invece, è prodotta dal PCBS (Palestinian Central Bureau of Statistics), cioè dall'Autorità Nazionale Palestinese. E, benché di parte antisraeliana, è interessante perché le cifre di crescita della popolazione complessiva, dal 2023 ad oggi, sostanzialmente coincidono, e anzi, quella dell'ANP/PCBS mostra una crescita della popolazione superiore a quella della Worldmeter, per alcune decine di migliaia annue, fino alle quasi 200.000 in più (per l'esattezza 183.858) del 2026.

Ma il dato più interessante sta nella disaggregazione dei dati, per cui risulta che, secondo le statistiche del PCBS/ANP, a Gaza la popolazione è passata dai 2.226.544 del 2023, ai 2.287.558 del 2024, ai 2.349.301 del 2025, agli attuali 2.411.790: un incremento annuo corrispondente grosso modo all'incremento dell'intera popolazione dell'ANP, cioè Gaza e Cisgiordania insieme, benché insieme non stiano e si sono fatte anche la guerra una ventina d'anni fa.

Insomma, il presunto genocidio israeliano avrebbe prodotto una crescita costante della popolazione di Gaza (corrispondente a quella degli anni precedenti il pogrom) e non una sua scomparsa o drastica riduzione, come ci si dovrebbe attendere dalle menzogne di Francesca Albanese e di tutti coloro che a lei si sono associati per lanciare la nuova accusa di sangue contro l'ebraismo (israeliano, ma per molti anche mondiale) inventandosi l'accusa di «genocidio» a Gaza.

D'ora in avanti, a chi avrà il cattivo gusto di ripetere quell'accusa, si potranno citare questi dati (e tanti altri argomenti che non sto qui a riassumere).

 

Year

West Bank

            Gaza Strip

            Palestine

2026    

3,464,858

            2,411,790

            5,876,648

2025

3,395,260

            2,349,301

            5,744,561

2024

3,325,905        

            2,287,558        

            5,613,463

2023

3,256,906

            2,226,544

            5,483,450

2022

3,188,387

            2,166,269

            5,354,656

 

 

 

Anno

Popolazione

Variazione % annua

Variazione annuale

Migranti (netto)

Età media

Tasso di fecondità

Densità (ab/km²)

% Pop. urbana

2026 

5.692.790

1,85%

103.167

−20.055

20,3

3,13

946

85%

4.837.835

2025 

5.589.623

1,71%

  94.180

−23.156

20,1

3,19

929

84,2%

4.707.958

2024 

5.495.443

1,59%

 86.241

−23.145

19,9

3,25

913

83,3%

4.579.543

2023 

5.409.202

1,96%

103.932

−24.996

19,8

3,31

899

82,3%

4.452.704

2022 

5.305.270

2,3%

117.789

−5.006

19,6

3,38

881

81,6%

4.327.618

2020 

5.069.692

2,31%

109.625

−12.369

19,3

3,51

842

80,5%

4.083.476

2015 

4.521.565

2,4%

100.930

−22.903

18,6

3,98

751

77,7%

3.514.324

2010 

4.016.916

2,46%

  91.903

−26.351

17,3

4,43

667

75,1%

3.015.515

2005 

3.557.401

2,45%

  81.122

−28.161

16

4,87

591

73,4%

2.612.793

2000 

3.151.793

3,63%

103.048

−11.496

15,1

5,46

524

73,6%

2.319.571

1995 

2.636.551

4,27%

  99.497

8.763

14,5

6,16

438

69,7%

1.838.048

1990 

2.139.067

4,15%

  78.762

−476

14,4

6,81

355

66,5%

1.422.479

1985 

1.745.256

3,51%

  55.239

−31.640

14,3

6,94

290

65,6%

1.144.681

1980 

1.469.059

2,8%

  37.948

−15.067

14,1

7,18

244

64,1%

  941.55

 

ENGLISH

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.