di Antonella Marazzi
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Si sta verificando, e non da oggi, un fenomeno a mio avviso molto pericoloso nel neofemminismo odierno, che ormai lo sta caratterizzando globalmente soprattutto in Occidente. Si è operata una sorta di cesura, anzi di vera e propria censura nella mente e nell'agire concreto di queste femministe moderne: per loro le donne non sono più tutte uguali, tutte ugualmente oppresse e degne dunque di essere sostenute e difese. Ci sono quelle "buone" e quelle "cattive", quelle degne di essere difese e quelle non meritevoli di attenzione, non degne di essere sostenute. Mai nella storia del femminismo si era verificata una simile differenza!
Ai miei tempi, negli anni Settanta del secolo scorso, noi donne eravamo tutte diverse nella nostra individualità di persone, ma tutte assolutamente uguali nel nostro essere appartenenti al cosiddetto «secondo sesso», al sesso giudicato inferiore e debole dalla cultura patriarcale dominante, tutte assolutamente degne di lottare per i nostri diritti su un piano di totale parità tra noi e nei confronti del maschilismo che tanto ci opprimeva sul piano sia privato che pubblico. Esercitavamo il nostro sacrosanto diritto al separatismo nei confronti degli uomini, che ci permetteva di confrontarci tra noi in totale libertà fuori da ingerenze maschili.
Oggi, invece, una sorta di separatismo viene applicato verso alcuni gruppi di donne con una tale violenza e intransigenza che appaiono ai miei occhi al tempo stesso tragiche e paradossali, e che rappresentano una specie di tragicommedia purtroppo molto reale e concreta.
Rimaniamo nell'àmbito del panorama italiano, ma ripeto, il fenomeno è purtroppo più ampio. Qui si assiste da vari anni - in particolare dal 7 ottobre 2023, cioè dal pogrom messo in atto dal feroce e cinico fondamentalismo islamico di Hamas - da parte soprattutto del movimento «Non una di meno» che si autodefinisce femminista, al concretizzarsi di lotte a difesa delle donne gazawi e in generale di tutta la popolazione omonima (ci riferiamo al cosiddetto movimento Pro Pal). Si denunciano le aggressioni militari attuate dal governo di destra israeliano senza nominare mai gli stupri e gli oltraggi mortali ai corpi delle donne israeliane indifese, barbaramente trucidate nel pogrom. No, le donne israeliane morte non hanno il diritto di essere ricordate e difese, non ne sono degne. Forse perché sono ebree?
E ancora, le donne iraniane. Quelle stesse donne arrestate, torturate, impiccate per aver gridato il loro diritto alla libertà di rifiutare il burka, di non coprirsi il capo col velo. Non sono degne di essere difese, sostenute, portate a esempio, osannate per la loro tragica coerenza? E ancora le donne iraniane che nel gennaio scorso si sono opposte al brutale e barbaro regime dittatoriale degli ayatollah insieme a molta parte della popolazione soprattutto giovanile, tutte e tutti tragicamente uccisi con lucido cinismo dal criminale fondamentalismo religioso. Non hanno nessun diritto al ricordo, al cordoglio, al rimpianto, alla pietas?
Che significato dunque dare a quel nome: «Non una di meno»? Evidentemente non una di meno tra quelle che piacciono a loro, che sono politicamente corrette, quelle in pratica che sono nate in terra palestinese. Evidentemente solo a loro viene assegnato oggi il diritto alla dignità femminile e alla loro difesa. Domani... chissà...
Certo, è giustissimo ricordare le povere donne gazawi uccise dalle bombe e dai missili israeliani, nella tragica illusione del governo di Netanyahu di distruggere in questo modo completamente e definitivamente Hamas! Ed è giusto ricordare e dolersi per tutto il popolo gazawi, compresi uomini, vecchi e vecchie, bambine e bambini usati in realtà come scudo umano dai terroristi di Hamas che si sono nascosti e ancora si nascondono tra la popolazione civile, nelle case, nelle scuole, addirittura negli ospedali!
Ma il femminismo storico si sarebbe mobilitato per tutte le donne oppresse, stuprate, torturate, straziate, uccise, senza alcuna distinzione.
Quanto oggi le cose siano cambiate ce lo sta ricordando di continuo una giornalista italoisraeliana, Deborah Fait. Deborah è nata a Trieste nel 1941. Alcuni membri della sua famiglia nel 1943 furono catturati dai nazisti e poi deportati e uccisi ad Auschwitz. Negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso ha militato nel movimento per i diritti civili e contro la guerra in Vietnam prima negli Usa e poi in Italia, divenendo una convinta militante femminista. Qui di seguito riportiamo un suo articolo che ci sembra particolarmente pregnante e significativo. E che inoltre descrive correttamente quella che ci appare come una reale degenerazione che sta colpendo l'attuale neofemminismo, purtroppo non solo in Italia.
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LE IRANIANE CACCIATE DALLE FEMMINISTE DI «NON UNA DI MENO»
di Deborah Fait
Le iraniane cacciate dalle femministe di «Non Una di Meno», che sono tutte pro-Pal. Lotta dura col patriarcato, sempre, tranne quando il patriarcato è islamico e si fa Stato nella Repubblica Islamica.
C’è un momento in cui le maschere cadono e il femminismo militante occidentale mostra il suo vero volto: non la difesa delle donne, ma una militanza ideologica selettiva e ipocrita.
L'8 marzo dovrebbe essere il giorno in cui le donne stanno insieme. Così era ai miei tempi, quando ero una giovane piena di ideali e lottavo con le miei compagne per i diritti di tutti, senza etichette, senza tu si, tu no, non sei degna! Senza distinzioni ideologiche o tribali. Senza chiedere di che partito sei e, se le tue idee sono diverse dalle mie, allora: fuori, questo non è il tuo corteo! In altri tempi, ai miei tempi, ogni donna poteva manifestare, senza restrizioni o pregiudizi.
L'8 marzo dovrebbe essere il giorno in cui la solidarietà femminile diventa universale ma è evidente che oggi le cose sono cambiate. Nei corteidell'8 marzo di quest'anno, organizzati da Non Una di Meno le donne iraniane sono state escluse non perché non fossero donne , ma perché non erano le donne giuste.
Fuori, dunque!
Nel 2024, pochi mesi dopo il massacro del 7 ottobre 2023. In diversi cortei dell’8 marzo in Italia, sempre organizzati dal famigerato movimento "Non una di meno", gruppi di donne ebree o sostenitrici di Israele che volevano ricordare le vittime degli stupri e delle violenze compiute dai palestinesi e da Hamas, si sono trovate davanti un muro di ostilità e di odio puro. "Andatevene" sibilavano con rabbia le sedicenti femministe. "Andatevene", urlavano.
Fuori!