L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

mercoledì 24 giugno 2026

RIVOLUZIONE IN GIUDEA DI HYAM MACCOBY

di Peter Gorenflos

 

ITALIANO - ENGLISH - DEUTSCH


Prefazione all'edizione mongola del libro di Hyam Maccoby

Rivoluzione in Giudea. Gesù e la resistenza ebraica (ed. italiana 2021)


Ha senso in Mongolia confrontarsi con il Cristianesimo, discutere della Chiesa cattolica, o questa religione, con i suoi vari orientamenti, non è piuttosto un fenomeno, o diciamo un problema, dell'Occidente? Nel settembre 2023, il Papa è stato in Mongolia per la prima volta nella storia del paese. Il Cattolicesimo e il Papa avanzano una pretesa universale di verità e, con questa pretesa, vogliono convertire il mondo intero. Per questo ritengo importante confrontarsi con questa religione, conoscerne la storia e i contenuti, se non si vuole esserne sopraffatti.

Sette anni fa, insieme alla casa editrice Bayarsaikhan di Ulan Bator, ho pubblicato il libro pionieristico di Karlheinz Deschner Con Dio e con i fascisti [Massari editore 2016], che tratta della stretta collaborazione di papa Pio XI e papa Pio XII con Mussolini, Hitler e altri fascisti, e dimostra che il fascismo in Europa poté nascere solo con l'appoggio della Chiesa cattolica e che lo Stato Vaticano – sciolto nel 1870 con la fondazione dello Stato nazionale italiano – riapparve sulla scena storica solo grazie al fascista Mussolini e ai Patti Lateranensi del 1929.

L'opera di Hyam Maccoby Rivoluzione in Giudea. Gesù e la resistenza ebraica [Massari editore 2021] va molto più a fondo storicamente e analizza come sia nato il Cristianesimo in generale.

 

Il Cristianesimo arriva in Asia

Il Cristianesimo si è suddiviso in molti rami diversi, di cui il Cattolicesimo è la direzione dominante. Circa 1.000 anni fa ci fu la separazione dell'Ortodossia, che si diffuse soprattutto nell'Europa orientale, in particolare in Russia, e non riconobbe l'autorità del Papa come capo supremo; e circa 500 anni fa la separazione del Protestantesimo, che anch'esso rifiutò il Papa e Roma come centro della religione e rappresentò una sorta di rivoluzione borghese primitiva, diffusasi soprattutto a nord delle Alpi con Lutero, Calvino, Hus, Zwingli come protagonisti. Ma già nell'anno 553 dopo Cristo c’era stato un primo scisma, il Nestorianesimo, che fu definito eresia dalla Chiesa cattolica perché sosteneva che il maestro divino del Cristianesimo, Gesù Cristo, avesse due nature, una divina e una umana, che Gesù cioè non fosse semplicemente un dio, ma entrambe le cose, uomo e Dio. Questa corrente del Cristianesimo si diffuse presto dal Medio Oriente fino all'Estremo Oriente, lungo le rotte commerciali, lungo la Via della Seta, e raggiunse così, come prima religione cristiana, l'altopiano mongolo e la Cina.

Così accadde che alcuni clan mongoli fossero già influenzati dal Cristianesimo nestoriano – secondo il punto di vista cattolico, apostati dalla pura dottrina – prima che Gengis Khan unisse le tribù sotto la sua guida nel 1206 e creasse, con le sue campagne militari, il più grande impero militare che sia mai esistito al mondo. I clan mongoli dei Keraiti, dei Naimani e degli Ongudi erano influenzati dai nestoriani. Ciò valeva anche per il padre adottivo di Temüjin, il futuro Gengis Khan, Tooril Khan, noto anche come Ong Khan, che era il khan dei Keraiti.

Soprattutto dopo le campagne occidentali di Ögedei Khan, il figlio di Gengis Khan, sotto la guida dell'esperto Batu dal 1236 al 1241 con un esercito di 150.000 soldati e i membri del clan Güyük e Möngke, in Europa scoppiò il panico, non solo presso il Papa, ma anche presso i sovrani secolari, come ad esempio il re di Francia Luigi IX. L'esercito mongolo non solo era avanzato fino in profondità nell'Ungheria e aveva inseguito il re cattolico-ungherese fino al Mediterraneo, a Spalato (l'odierna Croazia), da dove poté fuggire su un'isola dell'Adriatico e scampò per un pelo alla prigionia e alla morte. L'esercito mongolo penetrò anche fino a Wiener Neustadt in Austria e a Liegnitz in Polonia. Devastò vaste parti della Russia, della Bulgaria e della Romania. Solo dopo la morte di Ögedei Khan nel 1241, l'esercito di Batu si ritirò inaspettatamente sull'altopiano mongolo, poiché doveva essere eletto un nuovo khan.

Il papa Innocenzo IV, eletto nel 1243, approfittò della calma sopraggiunta per stabilire un contatto con i mongoli. Da un lato, voleva saperne di più su questo nuovo e inquietante impero militare per gli europei. Si voleva sapere se fossero previste ulteriori campagne, chi fosse il capo, il khan, e come si costituisse la società mongola. Inoltre, si voleva convertire i mongoli al cattolicesimo e renderli sudditi del Papa. Per il re di Francia Luigi IX c'era un ulteriore motivo per contattare i mongoli. Cercava alleati per le crociate contro i musulmani in Terra Santa, in Palestina, che avevano portato Gerusalemme sotto il loro dominio, e sperava in una cooperazione militare con i mongoli. Tra i vari emissari di Papa Innocenzo IV, Giovanni da Pian del Carpine fu il più famoso. Giunse nel 1246 al fiume Orchon, nell'accampamento per l'intronizzazione vicino a Karakorum, e assistette anche all'intronizzazione del nuovo khan, Güyük Khan. Sono note e visibili anche nel Museo di Gengis Khan a Ulan Bator, le due lettere di Papa Innocenzo IV al nuovo khan. Nella prima lettera, il Papa spiega al khan il Cristianesimo e sostiene che, come papa, è autorizzato da Dio a governare anche sul mondo secolare e che solo lui possiede la verità. Così voleva convincere i mongoli alla conversione al Cattolicesimo. Nella seconda lettera, il Papa si lamentava in tono aspro delle devastazioni che l'esercito mongolo aveva portato all'Europa orientale cristiana e minacciava la vendetta del dio cristiano. Naturalmente Güyük Khan respinse con arroganza la richiesta del Papa e chiarì che il suo potere derivava dal padre celeste Mongka Tengri, il vero dio, che veglia sull'Impero mongolo dal sorgere al tramontare del sole. Alla fine della sua lettera, invitò il Papa e i re europei a venire alla sua corte e a sottomettersi al khan, altrimenti avrebbe trattato l'Europa cattolica come altri ribelli già conquistati dai Mongoli. Con questo chiaro messaggio, Carpini lasciò la corte mongola e ricevette alla fine del 1246 il permesso di tornare.

Dopo la morte di Möngke Khan nel 1259, l'impero mongolo si divise in quattro khanati: la dinastia Yuan in Asia orientale sotto Kublai Khan, che fungeva ancora da Gran Khan, il Khanato Chagatai in Asia centrale, l'Orda d'Oro nella regione del Caucaso e, infine, l'Ilkhanato in Persia. Le ambizioni per ulteriori campagne occidentali erano così passate e iniziò una fase più o meno pacifica durante l'intera dinastia Yuan, che durò quasi cento anni e terminò solo nel 1368. Fu sostituita dalla dinastia Ming dopo rivolte contadine. Sotto Kublai Khan iniziò anche l'evangelizzazione cattolica della Cina, soprattutto ad opera di Giovanni da Montecorvino. La leadership mongola considerava questa evangelizzazione come parte del sistema tributario imperiale, che fu tollerata solo finché l'autorità del khan fu accettata. Con la nuova dinastia Ming, l'evangelizzazione cattolica terminò e riprese solo due secoli dopo, durante la dinastia Qing.

 

Come nacque il Cristianesimo

sabato 20 giugno 2026

DOPO IL COMUNISMO A CUBA

di Samuel Farber


ITALIANO-ENGLISH-ESPAÑOL


Recentemente sono apparse discussioni su Facebook riguardo al programma politico che una Cuba post-comunista dovrebbe adottare. Tali discussioni si sono concentrate principalmente sul futuro del Partito comunista cubano (Pcc), in particolare sulla questione se si debba o meno proibire il Pcc una volta che abbia perso il potere.

Credo, tuttavia, che la questione non possa essere risolta senza aver prima considerato il processo che avrebbe portato al rovesciamento del Pcc, e la posizione che dovremmo assumere rispetto a tali eventi. Questo processo sarà in gran parte il prodotto di una rivoluzione democratica interna al paese? Oppure sarà il risultato di un'invasione trionfante organizzata dal governo statunitense, che culmina in un'occupazione militare del paese o nella creazione di un protettorato sullo stile di quanto accaduto in Venezuela? Un protettorato statunitense a Cuba sarebbe compatibile con la creazione di un capitalismo di stato che privatizzi importanti settori dell'economia. Nel caso di un predominio statunitense, credo che, sebbene i cubani che sosteniamo la democrazia e l'autodeterminazione nazionale dobbiamo continuare a opporci al Pcc (anche se probabilmente già emarginato, se non all'opposizione), il nostro obiettivo principale dovrebbe essere la lotta democratica contro il dominio straniero. Non possiamo prestarci a consigliare o suggerire all'impero come governare Cuba, incluso il modo di trattare i sopravvissuti del Pcc.

Allo stesso modo, dobbiamo prepararci a rispondere alla possibilità che una situazione di questo tipo divida il popolo cubano. I governatori statunitensi godrebbero dell'appoggio attivo dell'estrema destra cubana della Florida del sud e dei loro equivalenti nell'isola, così come di settori significativi della popolazione all'interno di Cuba. Ma nessuna forza genuinamente democratica all'interno dell'isola, che sostenga l'autodeterminazione nazionale, presterebbe loro il minimo appoggio e si opporrebbe sia al potere straniero che a coloro che lo sostengono. Tali divisioni politiche non sarebbero nuove per Cuba. I mambisi che combatterono per l'indipendenza di Cuba alla fine del XIX secolo non furono l'unica opzione politica per i cubani. C'erano anche gli autonomisti, così come cubani che simpatizzavano con i "volontari" spagnoli e persino con i cosiddetti "guerriglieri" che combatterono molto attivamente a favore del colonialismo spagnolo.

Ma supponiamo che il governo cubano venga rovesciato dal basso da una rivoluzione genuinamente democratica. Questa potrebbe presentare una situazione molto più complessa per quanto riguarda lo status del Pcc. Ad esempio, potrebbe aprirsi una scissione significativa in cui una parte della base e persino della burocrazia del partito sostiene la rivoluzione democratica. Fu il caso della rivoluzione ungherese del 1956, quando il leader comunista Imre Nagy finì per diventare il primo ministro a capo delle forze rivoluzionarie. Non a caso Imre Nagy fu giustiziato dalla controrivoluzione dell'URSS dopo l'invasione dell'Ungheria. Fu anche il caso della Cecoslovacchia nel 1968, dove il leader comunista Alexander Dubček giocò un ruolo paragonabile a quello di Nagy, con un esito simile, sebbene meno sanguinoso di quello ungherese.

Certamente, l'appoggio della base e persino della gerarchia del Pcc a una rivoluzione democratica a Cuba influenzerebbe la rivoluzione nel senso che probabilmente risulterebbe meno sanguinosa. Ma creerebbe anche altri problemi riguardo a come gestire il possibile appoggio di elementi del Pcc impegnati con la storia di un'organizzazione antidemocratica e repressiva. Ciononostante, nel caso di una rivoluzione democratica, non bisogna proibire l'esistenza di un Pcc una volta che abbia perso il potere, a condizione che:

Primo, vengano confiscate tutte le sue proprietà, sia fisiche che finanziarie, e vengano restituite all'erario pubblico, a spese del quale furono originariamente ottenute.

Secondo, che vengano processati giudiziariamente tutti i membri e funzionari del Pcc che hanno commesso crimini, politici o comuni, utilizzando la loro appartenenza, o più probabilmente la loro alta posizione nel Pcc, per ottenere l'impunità.

Terzo, che venga convocata una nuova Assemblea Costituente per revocare tutti i poteri conferiti al Pcc nell'attuale Costituzione. Naturalmente, tale Assemblea dovrebbe anche discutere e decidere sullo status degli elementi principali dell'economia cubana, e dei sistemi di istruzione, salute e sicurezza sociale, tra gli altri. Avrebbero o no questi un carattere principalmente pubblico e democratico dal basso, invece che privato e capitalista? Sebbene solo una minoranza sostenga una costituzione di natura socialista e democratica, sarebbe molto importante che tale questione venisse discussa pubblicamente.

Una volta privato dei suoi poteri e privilegi nel sistema politico e sociale di Cuba e eliminata nella pratica l'impunità per le sue azioni, il Pcc avrebbe gli stessi diritti e doveri di tutti gli altri partiti politici. Ciò significa che potrà ottenere sostegno solo basandosi sul valore intrinseco delle sue idee e azioni, e non sui suoi poteri privilegiati. È assolutamente necessario stabilire il concetto che nessun gruppo o partito verrà dichiarato illegale in base alle sue idee, per quanto antidemocratiche queste siano, ma in base alle sue azioni, specialmente quelle che attentano all'integrità fisica e ai diritti democratici di altre persone.


ENGLISH


AFTER COMMUNISM IN CUBA

by Samuel Farber

mercoledì 10 giugno 2026

VARIETÀ E RICCHEZZA DELLE UTOPIE LIBERTARIE

di Michel Antony

ITALIANO - FRANÇAIS - ESPANOL

Nonostante le molteplici critiche anti-utopiche avanzate da alcuni anarchici, occorre qui prendere l'utopia in modo valorizzante: un pensiero o un'azione necessaria che mette in discussione una società condannabile e condannata, e che tende a offrire un mondo altro, una reale alternativa. L'utopia, più o meno libertaria, rifiuta la costrizione e pone la libertà di pensare e di vivere al primo piano. E «il senso fondamentale di questa libertà è l'autonomia» [1] della persona; e questa autonomia della persona «comporta l'autogoverno, la democrazia diretta» [2] (autonomia delle comunità).

Questa forma di utopia teme la perfezione e si vuole quindi pragmatica e incompiuta (per natura e per scelta): è proprio «un progetto sempre parziale che si ri-proietta costantemente» [3]. L'umanesimo vi è più conseguente, poiché l'uomo vi è accettato tanto per i suoi vizi quanto per le sue virtù. L'apertura verso un futuro migliore è sempre possibile; spetta agli uomini, alle società testare e tentare altre avventure, anche nella diversità (cfr. la scuola italiana MALATESTA, Luigi FABBRI o Camillo BERNERI, senza contare la compianta Luce FABBRI). I mezzi utilizzati devono essere il più possibile in accordo con il fine atteso, questa è la coerenza essenziale dell'etica libertaria. Questa descrizione rivela quindi che l'utopia libertaria (se non anarchica) è "a-storica" come le ricerche di Francesco CODELLO [4] cercano di dimostrare in Italia. L'utopia libertaria apre una strada, ma non chiude alcuna porta.

Abbiamo quindi a che fare qui con la totale antitesi «dell'utopia tradizionale» o «classica». Quest'ultima è quasi sempre una descrizione di un mondo o un progetto di società che mette in primo piano l'organizzazione statale, caratterizzata da «un dirigismo rigoroso e un totalitarismo imperioso» [5] e da «un implacabile controllo sociale e mentale» [6]. Una «regolamentazione forsennata» della vita pubblica e privata e un livellamento onnipresente si accompagnano spesso a un urbanismo maniaco e coercitivo. «La libertà rivendicata in linea di principio non vi ha in realtà senso». La perfezione rivendicata permette di bloccare l'evoluzione, poiché, siccome tutto è perfetto, perché cambiare? Tutto è quindi messo in opera per «disinnescare un individualismo anarchico e temibile» ed eliminare «tutto ciò che è perturbatore» [7], il sogno, l'amore, il caso, l'immaginazione, la vita privata e quindi l'utopia stessa.

È l'enorme paradosso dell'atto o dello scritto utopico, realizzazione libera, liberatrice, libertaria, espressione di un volontarismo vitale, e del suo risultato più spesso pre-totalitario («modello di sogno totalitario» dice PESSIN). È un Fëdor DOSTOEVSKIJ, citato da Gilles LAPOUGE, che, tornato dal suo fourierismo giovanile, l'avrebbe capito per primo, o comunque con la massima lucidità, mettendo in scena ne I demoni (1871-1872), l'utopista estremista e nichista CHIGALEV, ma molto onesto tra l'altro poiché dice: «Devo dichiarare che il mio sistema non è ancora del tutto a punto, che la mia conclusione è in diretta contraddizione con l'idea che mi è servita da punto di partenza. Partendo dalla libertà illimitata, arrivo al dispotismo senza limiti». [8]

Anche se è poco studiato, e raramente messo in evidenza, è importante ricordare che i libertari hanno praticamente tentato tutto in materia di utopia:

  • Hanno elaborato progetti o proposte per tracciare le linee possibili di un mondo migliore: tutti i grandi teorici dal britannico William GODWIN allo statunitense Murray BOOKCHIN, passando ovviamente per il russo Pierre KROPOTKIN o il francese Élisée RECLUS, si arrischiano, qua e là, a dare consigli o idee utopiche;
  • Hanno scritto poesie, romanzi, racconti, opere teatrali... hanno realizzato talvolta film o video... che evocano un'esperienza o una tematica utopica;
  • Hanno partecipato a vasti movimenti di cambiamento: sindacalismo, rivolte, insurrezioni, rivoluzioni (la mitica Spagna del 1936 del «breve estate dell'anarchia» [9], ma non solo)... per tentare di vivere in un'altra società;
  • Hanno creato o si sono integrati in comunità di ogni tipo, sindacati, cooperative, colonie e comuni, kibbutzim e squat, centri sociali e atenei, imprese autogestite o "caracoles" neozapatiste... per mettere in pratica alcuni dei loro pensieri, praticare l'utopia immediatamente nel quotidiano e vivere in modo coerente con il fine sperato...

Se come fa Caroline GRANIER, prendiamo solo l'esempio della letteratura, si potrebbero distinguere tre grandi insiemi:

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.