L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

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sabato 28 febbraio 2026

SU DONALD TRUMP E LA CLASSE DIRIGENTE STATUNITENSE: BONAPARTISMO IN AMERICA?

di Samuel Farber

(New York, 17 febbraio 2026)


ITALIANO-ENGLISH-ESPAÑOL


L'ascesa dell’autoritarismo di estrema destra di Donald Trump, in particolare durante il suo secondo mandato presidenziale, ha dato origine a una moltitudine di interpretazioni sulla natura sociale e politica del suo governo. Ciò è particolarmente vero tra coloro che hanno affermato che il regime di Trump rappresenti una varietà di fascismo.

Sebbene questo dibattito su Trump e il fascismo abbia, a mio avviso, in gran parte esaurito il suo corso, ci sono altre interpretazioni che potrebbero valere la pena di esaminare. Una di queste vede Trump come una versione americana del "bonapartismo" (un grado di "autonomia statale" da definire meglio in seguito).

Questa è l'interpretazione che questo articolo sottoporrà a un esame critico. Sebbene molto meno diffusa, la prospettiva del "bonapartismo" offre un'utile opportunità per analizzare diverse importanti questioni correlate, come il rapporto tra la classe dirigente statunitense e il governo federale. (Il riquadro di accompagnamento fornisce alcuni riferimenti alla discussione.)


Contesto: cos'è il bonapartismo?

Luigi Napoleone Bonaparte era il nipote del "grande" Napoleone e governò la Francia dalla sua prima elezione a Presidente della Repubblica il 10 dicembre 1848, fino al colpo di stato del dicembre 1851, che portò alla sua autoproclamazione a imperatore nel 1852. Mantenne quel titolo fino alla sua deposizione nel 1870.

Ci sono alcuni parallelismi tra lui e Trump nel loro governo chiaramente autoritario e corrotto. Soprattutto, Luigi Bonaparte e, finora in misura minore, Trump, adottarono molte misure per impegnarsi in quella che Hal Draper chiamava l'"autonomizzazione" dello Stato, collocandosi al di sopra delle principali forze e istituzioni di classe in conflitto nella società. (Vedi Karl Marx's Theory of Revolution. State and Bureaucracy, New York: Monthly Review Press, 1977, 467-8).

Nel caso di Trump, questa autonomizzazione ha incluso la sua tendenza ad assumere il controllo di quanti più processi politici e sociali possibile, fin dove può spingersi impunemente, e a subordinare tutto a se stesso. Ciò si può vedere chiaramente nel modo in cui Trump impedisce persino alla Camera dei Rappresentanti e al Senato, controllati dai repubblicani, di esercitare la loro autorità legislativa sancita dalla Costituzione, anche in materia di dazi.

Questa presa del potere esecutivo è stata vigorosamente sostenuta dallo speaker della Camera Mike Johnson, che durante lo shutdown del governo nell'autunno del 2025 si è rifiutato di condurre qualsiasi attività alla Camera, incluso il rifiuto in quel periodo di giuramentare Adelina Grijalva, una donna di origini latinoamericane dell'Arizona neoeletta.

Sulla stessa linea autoritaria, Trump ha condotto vaste offensive contro le agenzie indipendenti legalmente approvate dal Congresso, come l'Agenzia per la Protezione dell'Ambiente (EPA) e l'Ufficio per la Protezione Finanziaria dei Consumatori; ha licenziato migliaia di dipendenti pubblici federali, ignorando le norme che di solito regolano tali azioni governative; ha tentato la censura dei media nei confronti dei critici, inclusi i comici; e ha ritirato sovvenzioni federali per coercire le istituzioni di istruzione superiore.

Inoltre, ha schierato l'Immigration and Customs Enforcement (ICE) per effettuare deportazioni massive e illegali, terrorizzando le comunità in cui vivono gli immigrati; ha illegalmente e arbitrariamente bombardato imbarcazioni e ucciso i loro occupanti, presumibilmente coinvolti in traffico di droga, nei Caraibi e nell'Oceano Pacifico; ha utilizzato spudoratamente il Dipartimento di Giustizia per perseguire i nemici politici di Trump; e ha generalmente instaurato un clima di illegalità che scaturisce dalla violazione da parte di Trump delle leggi che non gli piacciono.

È importante notare in questo contesto che Trump è stato sostenuto, e in cambio ha insabbiato, gruppi di estrema destra, come manifestato nei disordini del 6 gennaio 2021 volti a impedire al Congresso di ratificare i risultati delle elezioni presidenziali del novembre 2020 che avevano visto vincitore Joe Biden.

Diverse persone furono uccise e molte ferite durante quell'attacco, ma ciò non ha impedito a Trump, dopo essere tornato in carica nel 2025, di graziare tutti coloro che erano stati giudicati colpevoli dai tribunali per le loro azioni del 6 gennaio.

Luigi Bonaparte, da parte sua, andò anche oltre Trump (finora), e tra gli altri atti di repressione distrusse la stampa rivoluzionaria, pose le riunioni pubbliche sotto sorveglianza di polizia, sciolse la Guardia Nazionale democratica, impose lo stato d'assedio, sostituì le giurie con commissioni militari e sottopose l'istruzione pubblica al clero cattolico.

Il governo di Luigi Napoleone era corrotto, come fu particolarmente evidente nel caso della ristrutturazione urbana di Parigi guidata dal barone Georges-Eugène Haussmann, piena di cattiva gestione finanziaria e speculazioni sfacciate.

Come Marx sottolineò ne Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, il sovrano francese contava sull'appoggio del lumpenproletariato, con il capo della Società del 10 Dicembre (la data dell'elezione di Bonaparte a presidente) a capo degli elementi lumpen. Luigi Bonaparte, insieme al suo seguito e a potenti membri del governo e del suo esercito, apparteneva a quella società e in quanto tale traeva vantaggio dal suo accesso al tesoro dello Stato.

Da parte sua Trump, specialmente nel suo secondo mandato, ha usato il suo potere per sponsorizzare ogni sorta di affari finanziari conclusi da membri della famiglia, specialmente nei paesi del Golfo, e ha anche usato la sua posizione di presidente per promuovere criptovalute altamente volatili. Ciò include la concessione della grazia al criminale condannato Chang Peng Zhao, il fondatore della società Crypto Exchange Binance.

Oltre alla demolitrice capricciosa di parte della Casa Bianca per assecondare il suo amore per le sale da ballo gigantesche, Trump l'ha anche usata come base per le sue operazioni di vendita al dettaglio senza licenza, come la vendita di merce, inclusi gli orologi Trump e persino le Bibbie Trump. Così la presidenza, così come la Casa Bianca, ha perso gran parte della sua presunta dignità poiché è stata convertita in un volgare punto vendita.

Inoltre, importanti figure della sua amministrazione hanno utilizzato illegalmente le loro posizioni per profitto personale, come il suo zar dei confini Tom Homan — che agenti dell'FBI arrestarono una volta mentre accettava 50.000 dollari in contanti in cambio della promessa di promuovere certe decisioni di politica governativa.

Come ci si aspetterebbe considerando la solita illegalità di Trump, le accuse contro Homan sono state ritirate non appena Trump è diventato presidente per la seconda volta. Più recentemente, è stato riferito che la Segretaria per la Sicurezza Nazionale Kristi Noem abbia ordinato alla Guardia Costiera di acquistare due jet privati, al costo di 172 milioni di dollari, per suo uso e per quello del suo staff.


Basi sociali e politiche

Tuttavia, nonostante queste allettanti somiglianze tra le loro azioni, le situazioni politiche e sociali che hanno giocato un ruolo decisivo nell'ascesa e nel mantenimento del potere di Donald Trump e Luigi Bonaparte non potrebbero essere state più diverse.

Luigi Bonaparte salì al potere all'indomani della sconfitta delle rivoluzioni francesi ed europee del 1848, che significarono un importante cambiamento nella posizione politica della borghesia nell'Europa occidentale e centrale.

Come spiegarono Marx ed Engels, durante gli eventi del 1848 divenne chiaro che la borghesia non stava più giocando un ruolo rivoluzionario, specialmente nel caso della Francia.

In quel paese, ciò che accadde quell'anno rafforzò notevolmente la paura della classe operaia che la borghesia francese aveva sviluppato. Questa paura ebbe un importante effetto conservatore sul loro stesso comportamento politico e sociale, diventando la ragione principale del loro incondizionato sostegno a Luigi Bonaparte.

Per quanto riguarda i contadini, la loro associazione di Luigi Bonaparte con la memoria di suo zio Napoleone — che era percepito come un difensore del diritto dei contadini alla loro parcella di terra — e la loro paura delle rivolte urbane, che avrebbero potuto potenzialmente mettere a repentaglio la loro sicurezza economica e il loro benessere, costituirono la principale fonte di sostegno contadino all'imperatore.

Si trattava di un ceto contadino conservatore di piccoli proprietari terrieri che Marx, famosamente, vedeva sia come una classe che non come una classe. Secondo Marx, erano una classe perché condividevano condizioni oggettive comuni a tutti i contadini francesi, ma non erano ancora una classe in quanto isolati gli uni dagli altri e quindi incapaci di agire di concerto.

Fu quindi la combinazione di una classe operaia sconfitta molto recentemente, una borghesia politicamente codarda e un ceto contadino atomizzato a permettere a Luigi Napoleone di governare per oltre 20 anni. Per ragioni diverse, nessuna di queste classi fu in grado di raggiungere l'egemonia politica e il potere da sola, consentendo così a Luigi Napoleone di elevarsi e manovrare politicamente al di sopra dello stallo di classe creato dalle specifiche circostanze politiche francesi degli anni Cinquanta dell'Ottocento.

Ma come sosteneva Hal Draper, l'esistenza di un equilibrio di classe non era di per sé la caratteristica distintiva del bonapartismo. Il punto cruciale del bonapartismo, piuttosto, era l'utilizzo di questa condizione per massimizzare la posizione autonoma dello Stato rispetto alle classi — un'autonomizzazione organizzata sotto un "governo personale di un solo uomo", un uomo solo che per di più non fungeva da presidente del "comitato esecutivo" di alcuna classe. (Hal Draper, op. cit, 426)


La scena statunitense

lunedì 23 febbraio 2026

IL GIOVANNI AMENDOLA DI ANTONIO CARIOTI

di Roberto Massari


ITALIANO - ENGLISH

Antonio Carioti, L’uomo che sfidò Mussolini. Giovanni Amendola, antifascista, liberale, Laterza, febbraio 2026, 265 pp.


È passato un secolo da quel 1926 in cui morirono due delle più insigni personalità dell’antifascismo italiano - Piero Gobetti e Giovanni Amendola - entrambi per le conseguenze fisiche di aggressioni fasciste ed entrambi animati dalla volontà di combattere strenuamente contro il fascismo e in difesa della democrazia, pur avendo di quest’ultima concezioni politicamente e culturalmente molto diverse.

Vi sono, però, altre ricorrenze fondamentali che la storia italiana del 1926 può riportare alla memoria. Con le Leggi speciali («fascistissime») del 1925-26 si aboliva ufficialmente ogni residua libertà istituzionale, e il governo mussoliniano - già fortemente avviato sulla strada della dittatura - assumeva anche formalmente il carattere di regime totalitario. Caratterizzazione che nella sostanza si ritrova nelle ultime analisi di Gobetti e di Amendola.

A gennaio del 1926 si era svolto a Lione il III congresso del Pcd’I, che aveva sancito la fine della direzione bordighiana - ma troppo tardi ormai per poter porre il benché minimo riparo ai disastri da essa provocati - e l’inizio della gramsciana. È, però, un Gramsci che sta per entrare in carcere, non prima di aver scritto a ottobre la celebre lettera di aspra critica a Togliatti. Questi è a Mosca e, abbandonato il sostegno a Bucharin, sta passando totalmente dalla parte di Stalin: parte alla quale resterà ultrafedele sino alla morte del dittatore georgiano e oltre.

Anche in Urss, del resto, la dittatura iniziata a dicembre 1917-gennaio 1918 sta assumendo le caratteristiche di un regime totalitario: le tappe di questa involuzione sono più che note, ma va comunque segnalato che nel 1926 – dopo la lettura per pochi eletti del Testamento di Lenin, così esplicito nel proporre le dimissioni di Stalin - viene sconfitta l’ultima possibilità di opposizione, mentre si prepara l’espulsione dei suoi principali esponenti (in primis Trotsky) che verrà formalizzata l’anno dopo, aprendo la strada al futuro sterminio di quasi tutta la vecchia guardia bolscevica.

Perché, dunque, iniziare questa riflessione su Amendola partendo dal 1926, cioè dalla fine sua e di ogni parvenza di libertà in Italia e in Urss, cioè nei primi due regimi totalitari della storia moderna, in attesa che si aggiunga il Terzo Reich?

In primo luogo, perché questo è anche lo schema narrativo dello stesso Carioti che apre con l’agguato in quel di Montecatini ad Amendola, principale esponente del cosiddetto Aventino successivo all’uccisione di Giacomo Matteotti, leader del Psu. Prosegue poi con la sua morte a Cannes e con gli strascichi giudiziari nel processo di Pistoia del 1947, conclusosi con otto condanne per omicidio aggravato. Il resto è un lungo flash-back che consente di ripercorrere passo a passo un ventennio decisivo della storia d’Italia, con sue proiezioni estere come la Prima guerra mondiale, l’irredentismo adriatico, il colonialismo in Nordafrica e altro.

In secondo luogo, perché una ricostruzione della biografia politica di una personalità così fortemente impegnata a dare battaglia per le proprie idee, sia con gli scritti sia con l’azione politica, non può prescindere dalla ricostruzione del quadro storico in cui si svolge tale battaglia. E i quadri, ben si sa, sono racchiusi da cornici che ne determinano i limiti. E se il 1926 è il punto d’arrivo, il punto di partenza «politico» è indicato da Carioti nel 1909, quando Amendola comincia a scrivere per La Voce, fondata nel 1908 da Giuseppe Prezzolini e Giovanni Papini.

Organo di un’ideale battaglia di rinnovamento civile e culturale, la rivista rappresenta anche una voce radicalmente critica nei confronti di una classe politica dirigente che ha dimostrato ampiamente, e continuerà a dimostrare fino al suo tragico epilogo, di non essere in grado d’interpretare le spinte innovative che la società impone nel suo tempestoso processo di trasformazione.

Il giovane Amendola (nato nel 1882) si trova immediatamente a suo agio in un ambiente segnato da grande vivacità culturale e frequentato da alcuni dei più promettenti intellettuali italiani (come Gaetano Salvemini o il pittore Ardengo Soffici, tanto per fare due nomi). Ha una forte valenza simbolica il fatto che il primo dissidio di Amendola con Prezzolini riguardi proprio un evento sismico, cioè su come intervenire dopo il tragico terremoto di Messina del dicembre 1908.

Altri dissidi seguiranno, in questa e in altre fasi della rivista fiorentina, come negli anni in cui Amendola collaborerà con il Corriere della Sera. Una collaborazione intensa e a fasi alterne, fino a quando il deputato di Democrazia liberale (eletto a Sarno, provincia di Salerno) disporrà del quotidiano da lui a lungo sognato: Il Mondo, esistito dal gennaio 1922 all’ottobre 1926.

Essenziali, nell’economia del percorso narrativo, le pagine in cui Carioti (egli stesso da tempo redattore nella pagina culturale del Corriere odierno) ricostruisce l’intensa amicizia intellettuale e politica, più che una semplice collaborazione, di Amendola con Luigi Albertini. Questo combattivo liberale conservatore (antigiolittiano e poi antifascista) fu lo storico direttore del Corriere dal 1900 fino alla sua estromissione nel 1925, dopo aver firmato tra l’altro il Manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce. 

Personalmente ho trovato toccanti le molte pagine che Carioti dedica a ricostruire questo rapporto decisamente insolito tra direttore e redattore, anche perché fu contrassegnato spesso da divergenze. E oggigiorno sarebbe impensabile non solo tanta autonomia e rispetto reciproco, ma anche che il direttore/editore di una testata addirittura aiuti la nascita di un’altra testata che finirà inevitabilmente per essere concorrenziale. Eppure Albertini lo fece nei riguardi de Il Mondo e di molte altre disavventure giornalistiche in cui il suo ex redattore fu coinvolto.

E le disavventure furono veramente tante. In una recensione non si possono nemmeno elencare. Bisogna leggere il libro e approfittare del fatto che Carioti non dà per scontata da parte del lettore la conoscenza di tutte le vicende del primo quarto di Novecento della storia italiana. Nel dare la parola ad Amendola (grazie a cospicui carteggi di vecchia e nuova pubblicazione, libri in parte autobiografici, i molti articoli su giornali e riviste) egli trova sempre un piccolo spazio per chiarire di quale evento si stia trattando, di quale corrente politica o episodio, consapevole che non tutti possono aver letto gli otto volumi di Renzo De Felice o, avendoli letti, sono in grado di collocare con immediatezza un determinato episodio nel suo contesto storico.

Dire che la figura di Amendola che emerge dalle pagine del libro fu una delle più complesse del mondo culturale italiano, è dire poco. In realtà fu complessissima, sia per la quantità di esperienze intellettuali e politiche, sia per l’incompiutezza o la mutevolezza che caratterizzarono quelle esperienze.

Volendo redigere una lista sommaria di tali esperienze (sempre ricavandole dal libro di Carioti) e lasciando intendere che ognuna di esse fu transitoria oppure contraddittoria oppure vissuta in modo del tutto personale, provo a fornire i seguenti punti di riferimento:

Cattolico modernista, ma...

Teosofo misticheggiante, ma...

Massone dal 1905 al 1908, ma... (Passaggio stranamente sfuggito a Carioti)

Libero docente in filosofia (non essendo riuscito a farsi assegnare una cattedra).

Interventista, ma... Arriverà a scrivere che l’origine della «reazione antidemocratica» va cercata proprio nella Grande guerra (p. 220).

Irredentista adriatico, ma... considerato un «rinunciatario» per sue tendenze al compromesso su Dalmazia, Fiume ecc.

Filomonarchico, ma… illuso sino alla fine che il Re potesse intervenire contro Mussolini.

Colonialista, attivo in quanto Ministro delle Colonie nel primo governo Facta, anche spietato, ma...

Anticomunista, ma non altrettanto antisocialista. Dopo la vittoria di Mussolini, aperto alle proposte di Filippo Turati e del socialismo non massimalista (p. 208), tanto da arrivare scrivere che la lotta di classe dei lavoratori avrebbe potuto porre termine all’insurrezionalismo antidemocratico.

Antifascista aventinista, senza se e senza ma, anche quando fu evidente che l’inziativa stava fallendo.

Campione dell’ideale democratico liberale, tanto da ipotizzare - in polemica con i massimalismi e gli estremismi terzinternazionalistici, e non potendo conoscere le posizioni che avrà Giustizia e Libertà, futuro Partito d’Azione - che solo una conquista delle masse a tale ideale avrebbe potuto far cadere il fascismo e aprire una nuova èra al popolo italiano.

A questo riguardo voglio concludere con una nota anch’essa in un certo senso toccante, esposta da Carioti.

Due dei figli di Giovanni sono spesso evocati nel libro a causa della loro futura storia politica: Ada e soprattutto Giorgio Amendola, il noto e ingombrante dirigente del Pci accusato a suo tempo (in parte a ragion veduta) di aver voluto mutare la linea del Partito in senso liberal-democratico. Ebbene, Carioti osserva (p. 189) che la prospettiva democratica di abbattimento del fascismo (diciamo «dall’interno» per capirci), delineata dal padre, si è realizzata un ventennio dopo nella seduta del Gran Consiglio del 25 luglio 1943, quando l’azione congiunta di una parte del fascismo con la monarchia e con settori dell’esercito portò alla caduta di Mussolini, ai due governi Badoglio e all’inserimento del Pci nella politica di unità nazionale: in un certo senso fu una vittoria postuma di papà Giovanni realizzata con il ruolo insostituibile dal Partito cui appartenevano i suoi due figli.

C’è qualcosa di vero, ma a questo quadro sicuramente intrigante manca una componente essenziale. Il fatto che il fascismo aveva subìto cocenti sconfitte in Grecia (tanto da richiedere l’intervento dei tedeschi) e in Nordafrica, mentre gli Alleati erano sbarcati in Sicilia il 10 luglio e si avviavano a risalire la Penisola.

La conclusione è ovvia: senza il fattore militare - attivo e vincente sul nazifascismo - una caduta del regime mussoliniano, democratica e pacifica, non sarebbe stata possibile. Figurarsi poi la Repubblica di Salò…


ENGLISH


THE GIOVANNI AMENDOLA OF ANTONIO CARIOTI

by Roberto Massari

sabato 21 febbraio 2026

DEBORD: LO SPETTACOLO PROSSIMO PRESENTE

La società dello spettacolo nell'era digitale: profezia, diagnosi e attualità

di Pasquale Stanziale

ITALIANO - FRANÇAIS

Abstract: Il presente saggio esamina l'attualità del pensiero di Guy Debord attraverso un'analisi della trasformazione della società dello spettacolo nell'era digitale contemporanea. Partendo dalla pubblicazione de La société du spectacle (1967), si indaga come le tesi situazioniste abbiano non solo anticipato i meccanismi di spettacolarizzazione della vita quotidiana, ma offrano ancora oggi categorie critiche indispensabili per comprendere fenomeni quali i social media, l'economia dell'attenzione, la realtà virtuale e l'integrazione capitalistica dell'intera esperienza umana. L'analisi si concentra su quattro nuclei tematici: la metamorfosi dello spettacolo da concentrato e diffuso a integrato; la colonizzazione del tempo vissuto; la produzione del sé come merce; e le possibilità di resistenza critica nell'epoca dell'iperconnessione.

Parole chiave: Guy Debord, Situazionismo, Società dello spettacolo, Social media, Capitalismo digitale, Teoria critica

1. Introduzione: Il ritorno dello spettacolo

Quando Guy Debord pubblicò La société du spectacle nel 1967, il mondo era ancora ancorato alla televisione, al cinema, alla pubblicità cartacea. Eppure, le sue 221 tesi contenevano una profezia che ha superato ogni aspettativa: «Tout ce qui était directement vécu s'est éloigné dans une représentation» (Tesi 1). Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione.

Se nel 1967 questa affermazione poteva sembrare un'iperbole polemica, oggi – nel 2026 – appare come una sobria constatazione empirica. Viviamo in un'epoca in cui miliardi di esseri umani documentano ogni momento della loro esistenza attraverso schermi, in cui l'esperienza autentica viene sistematicamente differita, mediata, spettacolarizzata. L'immagine non è più semplicemente una rappresentazione del reale, ma è diventata il reale stesso, o meglio: ciò che non è rappresentato visivamente rischia di non essere considerato reale.

Il presente saggio si propone di rileggere Debord non come oggetto di archeologia intellettuale, ma come strumento diagnostico per il presente. Non si tratta di applicare meccanicamente categorie degli anni Sessanta a fenomeni del XXI secolo, bensì di verificare se e come l'analisi situazionista conservi una forza euristica capace di illuminare le zone più oscure del capitalismo contemporaneo. Come ha osservato Agamben, «la contemporaneità è una singolare relazione col proprio tempo, che aderisce a esso e, insieme, ne prende le distanze» (Agamben, 2008: 18). Debord rappresenta proprio questo: un pensatore che aderisce al suo tempo fino a poterne cogliere il movimento profondo, e che proprio per questo può ancora parlarci.

Questo studio si articola in quattro sezioni principali: un'analisi delle trasformazioni dello spettacolo dall'epoca di Debord a oggi; un'indagine sulla colonizzazione del tempo vissuto attraverso i dispositivi digitali; un esame della produzione del sé come merce nell'economia dell'attenzione; e una riflessione sulle possibilità di resistenza critica. La tesi che guida l'intero percorso è che Debord non solo ha anticipato molti aspetti della società digitale, ma ha fornito categorie analitiche che oggi risultano più necessarie che mai per comprendere – e contrastare – la totale integrazione spettacolare dell'esistenza.

2. Dallo spettacolo concentrato allo spettacolo integrato: genealogia di una mutazione

2.1. Le tre forme dello spettacolo

Nei Commentaires sur la société du spectacle (1988), Debord distingue tre forme storiche di spettacolo: concentrato, diffuso e integrato. Lo spettacolo concentrato è quello delle dittature totalitarie del XX secolo, dove un'unica immagine (il Leader, il Partito) domina l'intera società attraverso il controllo centralizzato dei mezzi di comunicazione. Lo spettacolo diffuso è quello delle democrazie occidentali del dopoguerra, caratterizzato dalla proliferazione delle merci e dalla moltiplicazione delle immagini che celano la loro sottomissione alla logica del capitale.

Ma è la terza forma – lo spettacolo integrato – quella che ci interessa maggiormente. Debord lo definisce come la sintesi delle due forme precedenti, realizzata attraverso «una combinazione generale» (Debord, 1988: 9). Nello spettacolo integrato, la concentrazione del potere spettacolare si fonde con la diffusione capillare delle immagini, producendo un sistema totalizzante ma apparentemente pluralista, autoritario ma che si maschera da libertario.

Ciò che Debord non poteva prevedere completamente – scrivendo nel 1988, prima dell'esplosione di Internet – era il grado di integrazione che sarebbe stato raggiunto. Lo spettacolo integrato contemporaneo non si limita più a circondare l'individuo: lo attraversa, lo costituisce dall'interno. Non è più qualcosa davanti a cui ci si pone come spettatori passivi, ma un ambiente totalizzante in cui siamo immersi e che portiamo letteralmente in tasca, sempre acceso, sempre connesso.

2.2. Social media: la perfetta integrazione

I social media rappresentano l'apice dello spettacolo integrato. Piattaforme come Facebook, Instagram, TikTok, X (ex Twitter) realizzano ciò che Debord aveva intuito: la fusione totale tra produzione e consumo dello spettacolo. Ogni utente è simultaneamente spettatore e attore, consumatore e produttore di contenuti, pubblico e performer.

Come ha osservato Shoshana Zuboff nel suo studio sul «capitalismo della sorveglianza» (Zuboff, 2019), le piattaforme digitali non si limitano a offrire uno spazio per la comunicazione: esse estraggono dati comportamentali che vengono trasformati in previsioni vendute sul mercato. Ma oltre a questa dimensione economica – già ampiamente analizzata – c'è una dimensione propriamente spettacolare che Debord aiuta a comprendere.

Nella Tesi 17, Debord scriveva: «La prima fase del dominio dell'economia sulla vita sociale aveva determinato nella definizione di ogni realizzazione umana un'evidente degradazione dell'essere in avere. La fase presente dell'occupazione totale della vita sociale da parte dei risultati accumulati dell'economia conduce a uno slittamento generalizzato dall'avere all'apparire» (Debord, 1967: Tesi 17).

Questo slittamento – essere avere apparire – trova nei social media la sua realizzazione perfetta. L'esistenza non vale più per ciò che è (dimensione ontologica), né solo per ciò che ha (dimensione economica), ma esclusivamente per come appare (dimensione spettacolare). Un viaggio, un pasto, un'esperienza acquisiscono realtà solo quando fotografati, filtrati, postati, liked. L'essere umano si trasforma in curatore della propria immagine, in regista della propria rappresentazione.

Ma c'è di più. Mentre nello spettacolo classico analizzato da Debord esisteva ancora una distinzione – per quanto labile – tra vita vissuta e rappresentazione, tra backstage e palcoscenico, oggi questa distinzione tende a collassare. Non esiste più un fuori dello spettacolo da cui osservare criticamente. Anche i momenti di presunta autenticità (il selfie "al naturale", la foto "senza filtri") sono già interamente spettacolarizzati, sono già performance calcolate per produrre un certo effetto.

3. La colonizzazione del tempo vissuto

3.1. Tempo spettacolare e tempo vissuto

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.