L’associazione Utopia Rossa lavora e lotta per l’unità dei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo in una nuova internazionale: la Quinta. Al suo interno convivono felicemente – con un progetto internazionalista e princìpi di etica politica – persone di provenienza marxista e libertaria, anarcocomunista, situazionista, femminista, trotskista, guevarista, leninista, credente e atea, oltre a liberi pensatori. Non succedeva dai tempi della Prima internazionale.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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giovedì 18 luglio 2024

L’ANTISEMITISMO ISLAMICO PRIMA E DOPO IL POGROM DEL 7 OTTOBRE

di Roberto Sinigaglia


Caro Roberto,

ti segnalo un contributo molto importante per la comprensione del Medio Oriente da parte di Roberto Sinigaglia, che fu mio docente di storia tanto tempo fa, e che oggi è Presidente del Centro Internazionale di Studi Italiani (CISI) dell’Università di Genova.

Si compone di due parti. La prima è una sintetica descrizione dell’attuale conflitto a Gaza, ed è tratta dal sito dell’Associazione Italia-Israele, dov’è uscita a inizio luglio.

Essa funge da introduzione al suo saggio «Gaza e dintorni. Dipanare le matasse arruffate dalla propaganda», apparso questa primavera sulla rivista online European Journal of Psychoanalysis.

Mi rendo conto che ambedue i testi non sono pubblicazioni originali, cioè non sono state prodotte in area rossoutopica né per una discussione sul blog di UR; ma spero che vorrai fare un’eccezione perché penso che i lettori di Utopia Rossa potranno apprezzare un lavoro così stimolante, dove la cultura storica e giuridica è messa al servizio della ricerca della verità e della giustizia per tutti gli abitanti della regione.

La descrizione che fa Sinigaglia degli eventi successivi alla Prima guerra mondiale e del valore dei vari trattati e accordi dei vincitori (Gran Bretagna e Francia) nella spartizione delle terre dell’Impero ottomano nel determinare la nascita di vari Stati indipendenti - dalla Giordania all’Iraq, dal Libano a Israele, è fondamentale per inquadrare la situazione odierna. 

Buona lettura e buon lavoro!

Luciano [Dondero]


Caro Luciano,

ti ringrazio per la segnalazione, che è certamente preziosa e di estrema utilità. Proprio per questo faremo un’eccezione alla norma che regola la pubblicazione di materiali in UR. Credo che l’autore - studioso prestigioso - sia riuscito a sintetizzare ma anche ad analizzare nella sua complessità, l’intera problematica legata al diritto alla sopravvivenza dello Stato d’Israele e al ruolo nefando svolto dagli Stati arabi, per non parlare del più recente pogrom di Hamas. A differenza di tanti altri analisti, Sinigaglia non dimentica di sottolineare che Hamas è l’organizzazione governativa di una Gaza che, prima del pogrom, era totalmente autonoma. E inoltre ha il grande merito di fare in più punti il parallelo con l’aggressione russa all’Ucraina e alle stragi del popolo ucraino, che non suscitano la protesta indiganata di quella che io chiamo normalmente la «sinistra reazionaria». Chiunque rimanga sulle proprie posizioni antisemitiche e antisraeliane, dopo aver letto questo articolo, può farlo solo rinunciando all’uso della ragione. Ma l’antisemita non avrà mai il coraggio di leggere per intero o in parte un materiale così ben argomentato e storicamente documentato.

r.m.  


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UN’INTRODUZIONE

Ringrazio Carlo Panella che, coi suoi lavori, mi permette di inquadrare il violento scontro nel Vicino oriente in un contesto più ampio, in cui trova spazio il forte antisemitismo dell’islamismo radicale. Attingo generosamente al suo ultimo libro, Il libro nero di Hamas. L’antisemitismo islamico e il miraggio dei due Stati (Lindau, 2024) per proporvi queste poche paginette come introduzione al mio saggio «Gaza e dintorni. Dipanare le matasse arruffate dalla propaganda», apparso questa primavera sulla rivista  European Journal of Psychoanalysis.

Al momento ci si muove, a mio avviso, in un abbaglio colossale nella trattazione degli avvenimenti. I due «partiti» che si sono venuti creando, partono entrambe da una premessa sbagliata che poi chiarirò: si schierano, il primo, in un appassionato appoggio ai Palestinesi, se non, addirittura, ad Hamas, insistendo sul presunto genocidio che si starebbe consumando a Gaza. L’altro partito, pur condannando – talvolta, però, in sordina – l’eccidio bestiale del 7 ottobre, effettuato ai danni di civili ebrei inermi, e riconoscendo il diritto di Israele a difendersi, ritiene tuttavia eccessiva, non proporzionale (cosa significa?), la risposta di Israele.  Disgiunge, nel giudizio, i cattivi terroristi di Hamas dai poveri abitanti di Gaza. Presunti innocenti. Un sondaggio condotto da Arab World for Research and Development parla di un appoggio entusiasta del 63,6 % dei cittadini di Gaza all’assalto del 7 ottobre.[1] Come ho tentato di dimostrare, nel saggio sopracitato che seguirà questa breve introduzione, è fondamentale chiarire e dichiarare che l’attacco del 7 ottobre ha rappresentato l’atto iniziale della guerra scatenata da Hamas, che governa Gaza dal 2007, contro Israele. E come in tutte le guerre anche la popolazione civile viene a essere coinvolta. La questione da appurare è se i cittadini di Gaza, caduti negli scontri, abbiano rappresentato un obiettivo mirato dell’esercito israeliano o siano stati vittime accidentali.[2] Infiniti, nel passato, i casi in cui l’attacco armato di un esercito ha avuto come obiettivo primario quello di infierire sulla popolazione per fiaccare la resistenza del nemico. Vedi i bombardamenti sulla Germania (il più devastante quello anglo-americano del febbraio 1945 su Dresda), o quelli americani in Vietnam e soprattutto su Hiroshima e Nagasaki.[3] Per Gaza, al di là delle manifestazioni a livello mondiale pressoché quotidiane per condannare Israele (ma gli ostaggi ce li siamo dimenticati?),[4] qualcuno ha potuto dimostrare che ci siano o ci siano stati attacchi intenzionali contro la popolazione?[5]

martedì 9 luglio 2024

I NOSTRI FRATELLI E SORELLE CURDI/E, FIGLI/E DI UN DIO MINORE?

di Piero Bernocchi


Sarebbe auspicabile che, sulla base del drammatico comunicato/appello del Congresso Nazionale del Kurdistan (KNK) che trovate di seguito, tutti/e coloro che sono in mobilitazione permanente per i palestinesi e in odio per Israele (certo, comprensibile a causa del criminale agire di Netanyahu, ma che buona parte di loro vorrebbe vedere spazzata via "dal fiume al mare", altro che "due popoli, due stati") dedicassero almeno un decimo del loro impegno a favore dei nostri fratelli e sorelle curdi/e, per i quali da sempre i COBAS si sono impegnati in tutte le forme e modi. 

Ma temo che non succederà, visto che il boia Erdogan e l'iper nazionalismo turco, che ha dietro di sè secoli e secoli di imperialismo feroce e bellicismo atavico, non suscita, pare, lo stesso sdegno del sionismo, che pure è l'espressione della volontà ebraica di avere una patria dopo quasi due millenni di persecuzioni e che, a differenza dell'ipernazionalismo turco, ha non più di un secolo di storia. Desiderio di avere una patria ove non essere perseguitati (esperienza che i turchi non hanno quasi mai provato in giro per il mondo) che per tanti israeliani/e e per tanti/e ebrei/e è però nel contempo ostile agli orrori di Netanyahu e dell'estrema destra israeliana i quali, senza i mostruosi crimini di Hamas il 7 ottobre, assai probabilmente sarebbero stati messi in condizioni di non nuocere per via democratica e istituzionale.

E questa incomprensibile differenza di impegno e di passione si verifica malgrado i curdi/e siano l'espressione più luminosa di una rivoluzione politica, civile, sociale, morale e culturale,  che li rende la punta mondiale più avanzata di un'idea completa e ricca di democrazia, multiculturalismo, tolleranza, femminismo ed ecologismo, e un riferimento ideologico, politico e culturale senza eguali nel mondo, mentre i palestinesi si sono dati (o sopportano) una leadership orrenda, ultrareazionaria, ultrasessista, omofoba, dittatoriale e repressiva di qualsiasi cosa fuoriesca dall'islamismo jihadista. Quell'Hamas a cui si inneggia in tanti cortei e università, nonostante usi i palestinesi come carne da macello pur di far avanzare la propria "guerra santa" contro Israele, ebrei e "infedeli vari". Avendo Hamas peraltro alle spalle, come finanziatore e sponsor, l'orripilante Iran dei boia iraniani, satrapi e dittatori simil-Erdogan.

E ciò malgrado, temo che per i curdi non verranno "nel movimento" spese energie manco pari a un decimo di quelle viste finora per la Palestina di Hamas, non verrà occupata nessuna università in loro nome e difesa, nè ci si batterà per imporre l'interruzione dei rapporti economici o culturali con la Turchia e l'Iran, o il boicottaggio dei loro prodotti come si fa per Israele. Però, che questa mia lettura risulti, come spero, troppo pessimistica o che fotografi purtroppo la realtà, almeno il nostro impegno come COBAS dovrà essere fin da subito ancor più intenso e diffuso di quanto già fatto da noi negli ultimi anni. 

(p.b.)

 

 La guerra della Turchia contro i curdi nel Nord Iraq

(Comunicato-stampa del Congresso Nazionale del Kurdistan)

Mentre i pogrom contro i rifugiati siriani in Turchia e l'esibizione di saluti fascisti del lupo da parte del giocatore della nazionale turca Demiral e di migliaia di tifosi turchi durante i Campionati europei di calcio - sostenuti dall'esercito turco e dai suoi mercenari - hanno fatto notizia in tutto il mondo, l'occupazione della Turchia della regione del Kurdistan in Iraq continua costantemente.Dal 15 giugno, la Turchia ha iniziato una nuova operazione militare di terra nella Regione del Kurdistan dell'Iraq (KRI). Da allora centinaia di veicoli blindati, carri armati e truppe turche sono stati dispiegati, istituendo posti di blocco, effettuando controlli sull'identità dei cittadini curdi e tentando di evacuare i villaggi nella regione del Kurdistan iracheno. A causa dei bombardamenti in corso sono scoppiati incendi in vaste aree. L'invasione segue la visita del presidente Recep Tayyip Erdoğan a Baghdad ed Erbil nell'aprile 2024. Erdoğan ha ottenuto il via libera all'invasione, in cambio di lucrose concessioni su petrolio, infrastrutture e acqua date al governo federale iracheno e al KRG.

Negli ultimi giorni, l'afflusso di soldati e veicoli blindati nelle città di Duhok ed Erbil, in collaborazione con il Partito Democratico del Kurdistan (KDP), indica una significativa presenza militare in luoghi strategici. Questo aumenta il timore di un'occupazione strisciante e permanente della regione da parte della Turchia, che porterà a una guerra regionale a lungo termine, con conseguenze globali.Le recenti azioni militari turche nel Kurdistan iracheno, comprese le operazioni di terra e l'istituzione di posti di blocco e basi militari, sono state monitorate da vicino dai Community Peacemaker Teams (CPT) con sede negli Stati Uniti. Le operazioni hanno provocato lo sfollamento di civili, la distruzione di terreni agricoli e il danneggiamento di infrastrutture civili, tra cui una scuola e un monastero cristiano.Secondo il CPT, tra gennaio e luglio del 2024, la Turchia ha condotto 1076 attacchi nel Kurdistan iracheno. Dall'inizio della nuova campagna militare, solo 238 bombardamenti, principalmente nel governatorato di Duhok.

Il CPT è profondamente preoccupato per l'escalation delle operazioni militari turche nel Kurdistan iracheno e per l'impatto sui civili. L'organizzazione mette in guardia da un potenziale sfollamento di massa se le operazioni dovessero persistere. Venerdì sono scoppiati intensi scontri tra la guerriglia del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) e le Forze Armate turche (Türk Silahli Kuvvetleri -TSK) nel distretto di Amedi, a Duhok nella Regione del Kurdistan in Iraq (KRI), come riportato dall'agenzia indipendente curda Peregraf. Le forze turche hanno condotto attacchi aerei sul villaggio di Guherzê, causando danni significativi a numerose case e veicoli, secondo Roj News.Nel frattempo, Vedant Patel, portavoce del Dipartimento di Stato americano, ha indirettamente segnalato l'approvazione degli Stati Uniti per l'occupazione turca di parti del KRI. Mucaşeh Tamimi, un osservatore politico che ha parlato con Roj News, ha sottolineato la vulnerabilità della difesa irachena contro gli assalti della Turchia, ha evidenziato l'influenza della Turchia sull'approvvigionamento idrico dell'Iraq, che causa siccità, e ha discusso l'impatto economico dei prodotti turchi in Iraq, minando gli sforzi di controllo delle frontiere.

Una dichiarazione dell'Unione delle comunità del Kurdistan e un portavoce dell'Unione patriottica del Kurdistan suggeriscono che la Turchia ha arruolato combattenti di Al Nusra e di altri gruppi jihadisti per sostenere le sue operazioni.Il dispiegamento dell'esercito turco nel Kurdistan meridionale continua, con recenti invii ad Amadiya nella notte di sabato. Gli abitanti della regione hanno espresso il loro disagio per i continui attacchi e hanno criticato la mancanza di risposte da parte dei partiti politici e del governo.In conclusione, il Congresso nazionale del Kurdistan esorta la comunità internazionale ad affrontare l'aggressione della Turchia contro i curdi e il suo disprezzo per il diritto internazionale e la sovranità della Regione del Kurdistan e dell'Iraq. La mancanza di risposta da parte dei media e delle istituzioni globali alle azioni militari e alle violazioni dei diritti umani della Turchia è preoccupante.

È fondamentale un intervento immediato da parte del governo iracheno, degli Stati Uniti, dell'UE, delle Nazioni Unite e del Consiglio d'Europa per fermare l'escalation di violenza. Per ulteriori informazioni e supporto per la copertura dal campo, contattateci:

press@knk-kurdistan.com


Congresso Nazionale del Kurdistan (KNK)


08.07.2024



Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

venerdì 5 luglio 2024

UN ARTICOLO SULL’IMPERIALISMO ARABO SU CUI RIFLETTERE

da Luciano Dondero


BILINGUE: ITALIANO - ENGLISH


Caro Roberto,

il sito inglese Point of No Returnhttps://www.jewishrefugees.org.uk ) è dedicato a un gruppo di ebrei fin troppo dimenticati, ovvero i rifugiati dai paesi arabi e islamici del Medio Oriente.

Qualche giorno fa hanno pubblicato un articolo molto interessante di Olga Kirschbaum-Shirazki intitolato “Il Medio Oriente ha bisogno di respingere l’imperialismo arabo per raggiungere la pace”.

Fra gli elementi più interessanti dell’articolo della Kirschbaum-Shirazki, cofondatrice ed editrice della Tel Aviv Review of Books, mi pare ci siano due elementi: intanto una riflessione di fondo sulle nozioni di impero e nazione viste in un quadro europeo e mediorientale; e poi il rifiuto della nozione che gli arabi (e l’Islam) siano i soli legittimi, e antichi, abitanti del Medio Oriente.

In questo, come sottolinei tu, si nota: “la profonda cultura (storico-politica-geopolitica)” dell’autrice, e la sua capacità di porre “la questione curda nell’epicentro dell’aggressività di tre correnti imperiali: turca, iraniana e araba […] e che nelle mire imperiali turche, iraniane e arabe si veda oggi il fattore di maggior pericolo in area mediorientale”.

Condivido pienamente un’altra considerazione che fai quando dici che l’autrice: «sottolinea un “piccolo” dettaglio che sfugge a tutti coloro che affermano un’assenza di continuità degli ebrei dalla loro terra d'origine: e cioè che per quasi due millenni gli ebrei sono stati esuli perché perseguitati, ovunque, e non in conseguenza di esodi dovuti a guerre. In realtà agli inizi vi fu un primo grande esodo (Guerra giudaica del 66-70), ma poi poco a poco presero il via le persecuzioni che, come sappiamo ancora continuano».

E ne consegue che, se si vuole veramente aprire una prospettiva di pace per la regione mediorientale, occorre una iniziativa di portata internazionale per frenare le ambizioni imperiali delle tre diverse componenti islamiche. Al di là dei tentativi di attori non-statuali impegnati alla rinascita del “Califfato” (Al-Qaeda, Isis/Daesh e una miriade di altri operatori più o meno velleitari) sono veri e propri Stati come l’Iran, la Turchia e alcuni Paesi arabi che incorporano in sé intenzioni molto pericolose.

Il fatto che alcuni fra quegli Stati arabi siano orientati oggi a un’alleanza con Israele e con l’Occidente, in un’ottica volta a contrastare le mire degli ayatollah di Teheran (vedi la vicenda degli “Accordi di Abramo”), potrebbe contribuire alla ricerca di una soluzione. Ma questo non significa dimenticarsi che per decenni l’Egitto e l’Arabia Saudita sono stati in prima fila nei vani tentativi di distruggere Israele e nel diffondere in tutta Europa l’ideologia politica dell’Islam più aggressivo.

Penso che questo articolo possa essere molto utile per la riflessione di chi segue Utopia Rossa. Non da ultimo per la critica netta allo slogan “Due popoli, due Stati”.

Buon lavoro,

Luciano



Il Medio Oriente ha bisogno di respingere [ROLL BACK] l’imperialismo arabo per raggiungere la pace

 di Olga Kirschbaum-Shirazki


Nella nostra epoca di aspri dibattiti sul nazionalismo, vale la pena prendersi un momento per considerare l’origine della creazione di piccoli Stati nell’Europa continentale dopo la Prima guerra mondiale. In questo primo quarto di secolo del secondo millennio, gli Stati nazionali europei hanno dimostrato di essere più stabili e governabili, oltre che più democratici, rispetto ad altre forme politiche. Gli Stati di maggior successo del dopoguerra – se la misura è la prosperità dei loro cittadini e la trasparenza dei loro governi – sono gli Stati nazionali della Scandinavia con le loro minoranze Sami e Inuit, ora semiautonome. Il grande risultato dell’Unione Europea non è la sua unità e le sue dubbie strutture politiche con la loro mancanza di trasparenza e responsabilità, ma piuttosto la sovranità nazionale dei popoli d’Europa, uniti da lingua, cultura ed etnia, che sono i suoi membri costituenti in un continente dove un tempo governavano gli imperi.

Inoltre, gli Stati nazionali sono stati le unità di maggior successo nel mantenere il concetto di bene pubblico e nel limitare le società multinazionali e i monopoli statali. In effetti, lo Stato e le sue leggi sono probabilmente l’unica cosa che può garantire con successo che i lavoratori e i locali non subiscano orribili abusi. Le multinazionali prosperano soprattutto negli Stati in cui le rimanenti gerarchie razziali imperiali persistono nel mandare in frantumi ogni nozione di bene comune: questa è la storia di tutte le ex colonie di insediamento nelle Americhe, con la possibile eccezione dell’Uruguay, un piccolo paese che è in gran parte un amalgama fra gli immigrati spagnoli e italiani con la minuscola popolazione indigena del XIX secolo, decimata dalle malattie dopo la colonizzazione europea e una guerra genocida. In molti casi queste gerarchie fanno ancora parte dell’assetto giuridico del Paese, soprattutto con l’abrogazione dei trattati con le Prime Nazioni. Tutti questi paesi, a vari livelli, hanno una sottoclasse radicalmente impoverita, spesso composta da popolazioni indigene e in alcuni casi dalla diaspora africana.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.