L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

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lunedì 23 febbraio 2026

IL GIOVANNI AMENDOLA DI ANTONIO CARIOTI

di Roberto Massari


ITALIANO - ENGLISH

Antonio Carioti, L’uomo che sfidò Mussolini. Giovanni Amendola, antifascista, liberale, Laterza, febbraio 2026, 265 pp.


È passato un secolo da quel 1926 in cui morirono due delle più insigni personalità dell’antifascismo italiano - Piero Gobetti e Giovanni Amendola - entrambi per le conseguenze fisiche di aggressioni fasciste ed entrambi animati dalla volontà di combattere strenuamente contro il fascismo e in difesa della democrazia, pur avendo di quest’ultima concezioni politicamente e culturalmente molto diverse.

Vi sono, però, altre ricorrenze fondamentali che la storia italiana del 1926 può riportare alla memoria. Con le Leggi speciali («fascistissime») del 1925-26 si aboliva ufficialmente ogni residua libertà istituzionale, e il governo mussoliniano - già fortemente avviato sulla strada della dittatura - assumeva anche formalmente il carattere di regime totalitario. Caratterizzazione che nella sostanza si ritrova nelle ultime analisi di Gobetti e di Amendola.

A gennaio del 1926 si era svolto a Lione il III congresso del Pcd’I, che aveva sancito la fine della direzione bordighiana - ma troppo tardi ormai per poter porre il benché minimo riparo ai disastri da essa provocati - e l’inizio della gramsciana. È, però, un Gramsci che sta per entrare in carcere, non prima di aver scritto a ottobre la celebre lettera di aspra critica a Togliatti. Questi è a Mosca e, abbandonato il sostegno a Bucharin, sta passando totalmente dalla parte di Stalin: parte alla quale resterà ultrafedele sino alla morte del dittatore georgiano e oltre.

Anche in Urss, del resto, la dittatura iniziata a dicembre 1917-gennaio 1918 sta assumendo le caratteristiche di un regime totalitario: le tappe di questa involuzione sono più che note, ma va comunque segnalato che nel 1926 – dopo la lettura per pochi eletti del Testamento di Lenin, così esplicito nel proporre le dimissioni di Stalin - viene sconfitta l’ultima possibilità di opposizione, mentre si prepara l’espulsione dei suoi principali esponenti (in primis Trotsky) che verrà formalizzata l’anno dopo, aprendo la strada al futuro sterminio di quasi tutta la vecchia guardia bolscevica.

Perché, dunque, iniziare questa riflessione su Amendola partendo dal 1926, cioè dalla fine sua e di ogni parvenza di libertà in Italia e in Urss, cioè nei primi due regimi totalitari della storia moderna, in attesa che si aggiunga il Terzo Reich?

In primo luogo, perché questo è anche lo schema narrativo dello stesso Carioti che apre con l’agguato in quel di Montecatini ad Amendola, principale esponente del cosiddetto Aventino successivo all’uccisione di Giacomo Matteotti, leader del Psu. Prosegue poi con la sua morte a Cannes e con gli strascichi giudiziari nel processo di Pistoia del 1947, conclusosi con otto condanne per omicidio aggravato. Il resto è un lungo flash-back che consente di ripercorrere passo a passo un ventennio decisivo della storia d’Italia, con sue proiezioni estere come la Prima guerra mondiale, l’irredentismo adriatico, il colonialismo in Nordafrica e altro.

In secondo luogo, perché una ricostruzione della biografia politica di una personalità così fortemente impegnata a dare battaglia per le proprie idee, sia con gli scritti sia con l’azione politica, non può prescindere dalla ricostruzione del quadro storico in cui si svolge tale battaglia. E i quadri, ben si sa, sono racchiusi da cornici che ne determinano i limiti. E se il 1926 è il punto d’arrivo, il punto di partenza «politico» è indicato da Carioti nel 1909, quando Amendola comincia a scrivere per La Voce, fondata nel 1908 da Giuseppe Prezzolini e Giovanni Papini.

Organo di un’ideale battaglia di rinnovamento civile e culturale, la rivista rappresenta anche una voce radicalmente critica nei confronti di una classe politica dirigente che ha dimostrato ampiamente, e continuerà a dimostrare fino al suo tragico epilogo, di non essere in grado d’interpretare le spinte innovative che la società impone nel suo tempestoso processo di trasformazione.

Il giovane Amendola (nato nel 1882) si trova immediatamente a suo agio in un ambiente segnato da grande vivacità culturale e frequentato da alcuni dei più promettenti intellettuali italiani (come Gaetano Salvemini o il pittore Ardengo Soffici, tanto per fare due nomi). Ha una forte valenza simbolica il fatto che il primo dissidio di Amendola con Prezzolini riguardi proprio un evento sismico, cioè su come intervenire dopo il tragico terremoto di Messina del dicembre 1908.

Altri dissidi seguiranno, in questa e in altre fasi della rivista fiorentina, come negli anni in cui Amendola collaborerà con il Corriere della Sera. Una collaborazione intensa e a fasi alterne, fino a quando il deputato di Democrazia liberale (eletto a Sarno, provincia di Salerno) disporrà del quotidiano da lui a lungo sognato: Il Mondo, esistito dal gennaio 1922 all’ottobre 1926.

Essenziali, nell’economia del percorso narrativo, le pagine in cui Carioti (egli stesso da tempo redattore nella pagina culturale del Corriere odierno) ricostruisce l’intensa amicizia intellettuale e politica, più che una semplice collaborazione, di Amendola con Luigi Albertini. Questo combattivo liberale conservatore (antigiolittiano e poi antifascista) fu lo storico direttore del Corriere dal 1900 fino alla sua estromissione nel 1925, dopo aver firmato tra l’altro il Manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce. 

Personalmente ho trovato toccanti le molte pagine che Carioti dedica a ricostruire questo rapporto decisamente insolito tra direttore e redattore, anche perché fu contrassegnato spesso da divergenze. E oggigiorno sarebbe impensabile non solo tanta autonomia e rispetto reciproco, ma anche che il direttore/editore di una testata addirittura aiuti la nascita di un’altra testata che finirà inevitabilmente per essere concorrenziale. Eppure Albertini lo fece nei riguardi de Il Mondo e di molte altre disavventure giornalistiche in cui il suo ex redattore fu coinvolto.

E le disavventure furono veramente tante. In una recensione non si possono nemmeno elencare. Bisogna leggere il libro e approfittare del fatto che Carioti non dà per scontata da parte del lettore la conoscenza di tutte le vicende del primo quarto di Novecento della storia italiana. Nel dare la parola ad Amendola (grazie a cospicui carteggi di vecchia e nuova pubblicazione, libri in parte autobiografici, i molti articoli su giornali e riviste) egli trova sempre un piccolo spazio per chiarire di quale evento si stia trattando, di quale corrente politica o episodio, consapevole che non tutti possono aver letto gli otto volumi di Renzo De Felice o, avendoli letti, sono in grado di collocare con immediatezza un determinato episodio nel suo contesto storico.

Dire che la figura di Amendola che emerge dalle pagine del libro fu una delle più complesse del mondo culturale italiano, è dire poco. In realtà fu complessissima, sia per la quantità di esperienze intellettuali e politiche, sia per l’incompiutezza o la mutevolezza che caratterizzarono quelle esperienze.

Volendo redigere una lista sommaria di tali esperienze (sempre ricavandole dal libro di Carioti) e lasciando intendere che ognuna di esse fu transitoria oppure contraddittoria oppure vissuta in modo del tutto personale, provo a fornire i seguenti punti di riferimento:

Cattolico modernista, ma...

Teosofo misticheggiante, ma...

Massone dal 1905 al 1908, ma... (Passaggio stranamente sfuggito a Carioti)

Libero docente in filosofia (non essendo riuscito a farsi assegnare una cattedra).

Interventista, ma... Arriverà a scrivere che l’origine della «reazione antidemocratica» va cercata proprio nella Grande guerra (p. 220).

Irredentista adriatico, ma... considerato un «rinunciatario» per sue tendenze al compromesso su Dalmazia, Fiume ecc.

Filomonarchico, ma… illuso sino alla fine che il Re potesse intervenire contro Mussolini.

Colonialista, attivo in quanto Ministro delle Colonie nel primo governo Facta, anche spietato, ma...

Anticomunista, ma non altrettanto antisocialista. Dopo la vittoria di Mussolini, aperto alle proposte di Filippo Turati e del socialismo non massimalista (p. 208), tanto da arrivare scrivere che la lotta di classe dei lavoratori avrebbe potuto porre termine all’insurrezionalismo antidemocratico.

Antifascista aventinista, senza se e senza ma, anche quando fu evidente che l’inziativa stava fallendo.

Campione dell’ideale democratico liberale, tanto da ipotizzare - in polemica con i massimalismi e gli estremismi terzinternazionalistici, e non potendo conoscere le posizioni che avrà Giustizia e Libertà, futuro Partito d’Azione - che solo una conquista delle masse a tale ideale avrebbe potuto far cadere il fascismo e aprire una nuova èra al popolo italiano.

A questo riguardo voglio concludere con una nota anch’essa in un certo senso toccante, esposta da Carioti.

Due dei figli di Giovanni sono spesso evocati nel libro a causa della loro futura storia politica: Ada e soprattutto Giorgio Amendola, il noto e ingombrante dirigente del Pci accusato a suo tempo (in parte a ragion veduta) di aver voluto mutare la linea del Partito in senso liberal-democratico. Ebbene, Carioti osserva (p. 189) che la prospettiva democratica di abbattimento del fascismo (diciamo «dall’interno» per capirci), delineata dal padre, si è realizzata un ventennio dopo nella seduta del Gran Consiglio del 25 luglio 1943, quando l’azione congiunta di una parte del fascismo con la monarchia e con settori dell’esercito portò alla caduta di Mussolini, ai due governi Badoglio e all’inserimento del Pci nella politica di unità nazionale: in un certo senso fu una vittoria postuma di papà Giovanni realizzata con il ruolo insostituibile dal Partito cui appartenevano i suoi due figli.

C’è qualcosa di vero, ma a questo quadro sicuramente intrigante manca una componente essenziale. Il fatto che il fascismo aveva subìto cocenti sconfitte in Grecia (tanto da richiedere l’intervento dei tedeschi) e in Nordafrica, mentre gli Alleati erano sbarcati in Sicilia il 10 luglio e si avviavano a risalire la Penisola.

La conclusione è ovvia: senza il fattore militare - attivo e vincente sul nazifascismo - una caduta del regime mussoliniano, democratica e pacifica, non sarebbe stata possibile. Figurarsi poi la Repubblica di Salò…


ENGLISH


THE GIOVANNI AMENDOLA OF ANTONIO CARIOTI

by Roberto Massari

sabato 21 febbraio 2026

DEBORD: LO SPETTACOLO PROSSIMO PRESENTE

La società dello spettacolo nell'era digitale: profezia, diagnosi e attualità

di Pasquale Stanziale

ITALIANO - FRANÇAIS

Abstract: Il presente saggio esamina l'attualità del pensiero di Guy Debord attraverso un'analisi della trasformazione della società dello spettacolo nell'era digitale contemporanea. Partendo dalla pubblicazione de La société du spectacle (1967), si indaga come le tesi situazioniste abbiano non solo anticipato i meccanismi di spettacolarizzazione della vita quotidiana, ma offrano ancora oggi categorie critiche indispensabili per comprendere fenomeni quali i social media, l'economia dell'attenzione, la realtà virtuale e l'integrazione capitalistica dell'intera esperienza umana. L'analisi si concentra su quattro nuclei tematici: la metamorfosi dello spettacolo da concentrato e diffuso a integrato; la colonizzazione del tempo vissuto; la produzione del sé come merce; e le possibilità di resistenza critica nell'epoca dell'iperconnessione.

Parole chiave: Guy Debord, Situazionismo, Società dello spettacolo, Social media, Capitalismo digitale, Teoria critica

1. Introduzione: Il ritorno dello spettacolo

Quando Guy Debord pubblicò La société du spectacle nel 1967, il mondo era ancora ancorato alla televisione, al cinema, alla pubblicità cartacea. Eppure, le sue 221 tesi contenevano una profezia che ha superato ogni aspettativa: «Tout ce qui était directement vécu s'est éloigné dans une représentation» (Tesi 1). Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione.

Se nel 1967 questa affermazione poteva sembrare un'iperbole polemica, oggi – nel 2026 – appare come una sobria constatazione empirica. Viviamo in un'epoca in cui miliardi di esseri umani documentano ogni momento della loro esistenza attraverso schermi, in cui l'esperienza autentica viene sistematicamente differita, mediata, spettacolarizzata. L'immagine non è più semplicemente una rappresentazione del reale, ma è diventata il reale stesso, o meglio: ciò che non è rappresentato visivamente rischia di non essere considerato reale.

Il presente saggio si propone di rileggere Debord non come oggetto di archeologia intellettuale, ma come strumento diagnostico per il presente. Non si tratta di applicare meccanicamente categorie degli anni Sessanta a fenomeni del XXI secolo, bensì di verificare se e come l'analisi situazionista conservi una forza euristica capace di illuminare le zone più oscure del capitalismo contemporaneo. Come ha osservato Agamben, «la contemporaneità è una singolare relazione col proprio tempo, che aderisce a esso e, insieme, ne prende le distanze» (Agamben, 2008: 18). Debord rappresenta proprio questo: un pensatore che aderisce al suo tempo fino a poterne cogliere il movimento profondo, e che proprio per questo può ancora parlarci.

Questo studio si articola in quattro sezioni principali: un'analisi delle trasformazioni dello spettacolo dall'epoca di Debord a oggi; un'indagine sulla colonizzazione del tempo vissuto attraverso i dispositivi digitali; un esame della produzione del sé come merce nell'economia dell'attenzione; e una riflessione sulle possibilità di resistenza critica. La tesi che guida l'intero percorso è che Debord non solo ha anticipato molti aspetti della società digitale, ma ha fornito categorie analitiche che oggi risultano più necessarie che mai per comprendere – e contrastare – la totale integrazione spettacolare dell'esistenza.

2. Dallo spettacolo concentrato allo spettacolo integrato: genealogia di una mutazione

2.1. Le tre forme dello spettacolo

Nei Commentaires sur la société du spectacle (1988), Debord distingue tre forme storiche di spettacolo: concentrato, diffuso e integrato. Lo spettacolo concentrato è quello delle dittature totalitarie del XX secolo, dove un'unica immagine (il Leader, il Partito) domina l'intera società attraverso il controllo centralizzato dei mezzi di comunicazione. Lo spettacolo diffuso è quello delle democrazie occidentali del dopoguerra, caratterizzato dalla proliferazione delle merci e dalla moltiplicazione delle immagini che celano la loro sottomissione alla logica del capitale.

Ma è la terza forma – lo spettacolo integrato – quella che ci interessa maggiormente. Debord lo definisce come la sintesi delle due forme precedenti, realizzata attraverso «una combinazione generale» (Debord, 1988: 9). Nello spettacolo integrato, la concentrazione del potere spettacolare si fonde con la diffusione capillare delle immagini, producendo un sistema totalizzante ma apparentemente pluralista, autoritario ma che si maschera da libertario.

Ciò che Debord non poteva prevedere completamente – scrivendo nel 1988, prima dell'esplosione di Internet – era il grado di integrazione che sarebbe stato raggiunto. Lo spettacolo integrato contemporaneo non si limita più a circondare l'individuo: lo attraversa, lo costituisce dall'interno. Non è più qualcosa davanti a cui ci si pone come spettatori passivi, ma un ambiente totalizzante in cui siamo immersi e che portiamo letteralmente in tasca, sempre acceso, sempre connesso.

2.2. Social media: la perfetta integrazione

I social media rappresentano l'apice dello spettacolo integrato. Piattaforme come Facebook, Instagram, TikTok, X (ex Twitter) realizzano ciò che Debord aveva intuito: la fusione totale tra produzione e consumo dello spettacolo. Ogni utente è simultaneamente spettatore e attore, consumatore e produttore di contenuti, pubblico e performer.

Come ha osservato Shoshana Zuboff nel suo studio sul «capitalismo della sorveglianza» (Zuboff, 2019), le piattaforme digitali non si limitano a offrire uno spazio per la comunicazione: esse estraggono dati comportamentali che vengono trasformati in previsioni vendute sul mercato. Ma oltre a questa dimensione economica – già ampiamente analizzata – c'è una dimensione propriamente spettacolare che Debord aiuta a comprendere.

Nella Tesi 17, Debord scriveva: «La prima fase del dominio dell'economia sulla vita sociale aveva determinato nella definizione di ogni realizzazione umana un'evidente degradazione dell'essere in avere. La fase presente dell'occupazione totale della vita sociale da parte dei risultati accumulati dell'economia conduce a uno slittamento generalizzato dall'avere all'apparire» (Debord, 1967: Tesi 17).

Questo slittamento – essere avere apparire – trova nei social media la sua realizzazione perfetta. L'esistenza non vale più per ciò che è (dimensione ontologica), né solo per ciò che ha (dimensione economica), ma esclusivamente per come appare (dimensione spettacolare). Un viaggio, un pasto, un'esperienza acquisiscono realtà solo quando fotografati, filtrati, postati, liked. L'essere umano si trasforma in curatore della propria immagine, in regista della propria rappresentazione.

Ma c'è di più. Mentre nello spettacolo classico analizzato da Debord esisteva ancora una distinzione – per quanto labile – tra vita vissuta e rappresentazione, tra backstage e palcoscenico, oggi questa distinzione tende a collassare. Non esiste più un fuori dello spettacolo da cui osservare criticamente. Anche i momenti di presunta autenticità (il selfie "al naturale", la foto "senza filtri") sono già interamente spettacolarizzati, sono già performance calcolate per produrre un certo effetto.

3. La colonizzazione del tempo vissuto

3.1. Tempo spettacolare e tempo vissuto

venerdì 13 febbraio 2026

IL COLONIALISMO POSTMODERNO NEI PIANI DI RICOSTRUZIONE DELLA STRISCIA DI GAZA

Seconda parte di GAZA E IL RITORNO DEL COLONIALISMO. 

di Michele Nobile 

febbraio 2026 

- Sintesi
- Introduzione: la Risoluzione 2803 nel contesto dell’imbarbarimento delle relazioni internazionali
- Dalla distruzione al fiorire di nuova forma di colonialismo vecchio stile: il modello delle città a statuto speciale applicato alla Striscia di Gaza
- L’avveniristica trasformazione postmoderna della Striscia di Gaza...
- ...presuppone la deportazione...
- ...o l’incoraggiamento alla «volontaria emigrazione» dei palestinesi di Gaza...
- ...e la gestione della Striscia secondo il modello politico-economico d’una compagnia coloniale multinazionale...
- La Risoluzione 2803 continua a negare l’autodeterminazione statale palestinese, un diritto non soggetto a deroga
- Conclusione: la posta in gioco è la difesa di norme elementari della civiltà e del diritto
-  Note 


Sintesi 

L’articolo descrive la «filosofia» dei piani per la ricostruzione e la gestione della Striscia di Gaza, elaborati in Israele e negli Stati Uniti già durante la guerra, fra cui il Comprehensive Plan to end the Gaza conflict di Donald Trump che è la base della Risoluzione S/RES/2803 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, approvata il 17 novembre 2025. La Risoluzione crea e legittima un’amministrazione coloniale, postmoderna nella rappresentazione ma che, per la sua peculiare combinazione di potere politico ed economico, ricorda sia il sistema dei mandati coloniali del primo Novecento, sia lo sfruttamento dei territori da parte di Compagnie commerciali privilegiate (come la East India Company britannica). 

Più precisamente, nell’articolo si espone il modello delle charter cities, elaborato dal premio Nobel Paul Romer, su cui si basa questo nuovo colonialismo postmoderno: di nuove città costruite in uno spazio spopolato e/o distrutto, amministrate in modo tecnocratico da una sorta di Consiglio d’amministrazione, esempi ideali di mercato libero da interferenze politiche e sindacali, funzionanti come delle zone economiche speciali. La charter city è un sogno ultracapitalistico nelle sembianze di una teoria della crescita e, negando la democrazia con la tecnocrazia, nega anche l’autodeterminazione nazionale. Da questo punto di vista la sistematica distruzione della Striscia di Gaza si spiega come incoraggiamento alla «volontaria emigrazione» dei palestinesi. 

La rappresentazione avveniristica della Striscia di Gaza sul modello di Abu Dhabi e Doha presentata in questi piani propone una iperrealtà coerente con l’immaginazione del postmodernismo reazionario: cancella i problemi sociali e politici, sedimentati dalla storia, con un quadro mentale «spazializzante», che Joseph Gabel avrebbe associato all’ideologia come forma di nevrosi sociale. Questa è una «filosofia» che potrà essere applicata dal Board of Peace ad altre aree del mondo che hanno subito distruzioni su ampia scala. Qui la forma estetica contribuisce a creare un particolare regime di postverità con effetti politici, a prescindere dalla realizzazione del piano rappresentato. 

L’ultima parte dell’articolo pone la questione di Gaza nel contesto più ampio. Infatti, fra novembre 2025 e gennaio 2026, il Board of Peace ha mutato natura: nel suo statuto - presentato a Davos nel gennaio 2026, presuntuosamente detto Carta, come quella delle Nazioni Unite - Gaza non è nominata ma la missione del BoP è estesa genericamente ad altre «aree colpite dal conflitto»; Trump, citato decine di volte, concentra nelle sue mani poteri assoluti, potendo ammettere o espellere membri, nominare successori e controllare l’agenda del Board. Così una Risoluzione ONU viene trasformata in base pseudo-legale di un’entità che si pone al di sopra delle stesse Nazioni Unite. 

Questo è un paradosso istituzionale che segnala l’emergere di una fase nuova e regressiva della politica mondiale, in cui i principi fondamentali del diritto e della civiltà internazionale - come l’autodeterminazione dei popoli - non sono più nemmeno formalmente rispettati. Al loro posto domina la volontà politica, la forza militare, l’estorsione politica e il ricatto economico, in una logica che rievoca le pratiche imperiali di fine Ottocento e che è la selvaggia affermazione del «diritto del più forte». 

I responsabili principali di questa regressione sono il regime di Putin, dall’occupazione della Crimea nel 2014 e a maggior ragione con l’invasione dell’Ucraina nel 2022; le due amministrazioni Trump, in particolar modo la seconda; l’annessionismo e la condotta bellica del governo Netanyahu. 


Introduzione: la Risoluzione 2803 nel contesto dell’imbarbarimento delle relazioni internazionali 

La Risoluzione S/RES/2803 votata il 17 novembre 2025 dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite entrerà nella storia della diplomazia mondiale. Tuttavia, e in questo la mia persuasione si differenzia da quella degli ottimisti, ciò non accadrà perché da essa possa trarre impulso una realistica prospettiva circa la ricostruzione della Striscia di Gaza; men che mai la Risoluzione è un passo avanti verso la concretizzazione del diritto d’autodeterminazione nazionale del popolo palestinese. Al contrario. Ogni possibile dubbio a proposito è dissolto dalla lettura della Carta che definisce missione, struttura e funzionamento del Board of peace - l’organo in origine preposto a dirigere e supervisionare l’amministrazione della Striscia di Gaza - presentata in pompa magna da Trump a Davos nel gennaio 2026. 

Poiché enfaticamente fondata sul Comprehensive Plan to end the Gaza conflict del presidente Trump - tanto da riportarlo allegato - la Risoluzione 2803 è già ora memorabile perché legittima una originale forma di amministrazione coloniale di un territorio sconvolto dalla guerra e occupato da una potenza straniera. Il suo centro politico è infatti la proposta del piano Trump di affidare la gestione politica ed economica della Striscia di Gaza a un nuovo istituto con personalità giuridica internazionale, il Board of Peace (BoP) o Consiglio per la pace, una sorta di chimera che combina elementi dell’amministrazione affidata a una potenza mandataria (come fu per i territori dell’Impero ottomano e per le colonie tedesche dopo la Prima guerra mondiale), con la concessione regale di un territorio esotico ad una Compagnia commerciale privilegiata, come l’olandese Sociëteit van Suriname o la britannica East India company, che nella seconda metà del XVIII giunse a dominare gran parte dell’India, fino alla rivolta del 1857 in seguito alla quale il controllo del subcontinente venne assunto dalla Corona. Le organizzazioni palestinesi per i diritti umani hanno rigettato la Risoluzione come coloniale; per i giuristi la Risoluzione è in contraddizione con la Carta delle Nazioni Unite e con il parere della Corte internazionale di giustizia di luglio 2024, per cui l’occupazione dei territori palestinesi è illegale e Israele deve ritirare le sue truppe1

Trasmessa alla Risoluzione, la visione politico-economica del trumpiano Comprehensive Plan riprende in modo vago la logica di più corposi documenti sulla ricostruzione di Gaza già elaborati nel corso della guerra, sia dagli israeliani che dagli statunitensi. Portando alle estreme conseguenze l’imperialismo disciplinare dell’economics liberista, questi documenti condividono quella che definirei la «filosofia» politico-economica del nuovo colonialismo del XXI secolo. Nell’articolo svolgo un’analisi critica di questa «filosofia», che combina immaginazione postmoderna, urbanistica e ingegneria sociale, dominio coloniale, integrazione della Striscia di Gaza nell’India- Middle East-Europe economic corridor. Il corridoio IMEC, lanciato nella conferenza del G20 a Nuova Delhi del settembre 2023 e sottoscritto da India, Stati Uniti, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Francia, Germania, Italia, Unione Europea, vorrebbe essere l’alternativa alla Belt and road initiative, la Nuova via della seta della Cina. E poiché deve necessariamente integrare anche Israele, può considerarsi il collante economico degli Accordi di Abramo, come è palese nella stucchevole retorica «abramitica», sfacciatamente adulatoria degli autocrati arabi, del piano statunitense dell’agosto 2025 

- From a demolished Iranian proxy to a prosperous abrahamic ally - il più vicino precursore del Comprehensive Plan

Figura 1. From a demolished Iranian proxy to a prosperous abrahamic ally. 

Guardando le diapositive presentate dal genero di Trump a Davos si capisce che l’amministrazione statunitense immagina l’ipotetica ricostruzione della Striscia di Gaza secondo quanto delineato in questo piano dell’agosto 2025, presentato nell’articolo. Per quanto la «filosofia» del nuovo colonialismo postmoderno sia ancor più velleitaria e contraddittoria della classica teoria della modernizzazione degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, la sua portata va ben oltre la Striscia di Gaza: vorrebbe essere la «soluzione» applicabile ad altre aree di conflitto e con distruzioni su ampia scala, possibilmente svuotate della loro popolazione originaria. 

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.