di Roberto Massari
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Antonio Carioti, L’uomo che sfidò Mussolini. Giovanni Amendola, antifascista, liberale, Laterza, febbraio 2026, 265 pp.
È passato un secolo da quel 1926 in cui morirono due delle più insigni personalità dell’antifascismo italiano - Piero Gobetti e Giovanni Amendola - entrambi per le conseguenze fisiche di aggressioni fasciste ed entrambi animati dalla volontà di combattere strenuamente contro il fascismo e in difesa della democrazia, pur avendo di quest’ultima concezioni politicamente e culturalmente molto diverse.
Vi sono, però, altre ricorrenze fondamentali che la storia italiana del 1926 può riportare alla memoria. Con le Leggi speciali («fascistissime») del 1925-26 si aboliva ufficialmente ogni residua libertà istituzionale, e il governo mussoliniano - già fortemente avviato sulla strada della dittatura - assumeva anche formalmente il carattere di regime totalitario. Caratterizzazione che nella sostanza si ritrova nelle ultime analisi di Gobetti e di Amendola.
A gennaio del 1926 si era svolto a Lione il III congresso del Pcd’I, che aveva sancito la fine della direzione bordighiana - ma troppo tardi ormai per poter porre il benché minimo riparo ai disastri da essa provocati - e l’inizio della gramsciana. È, però, un Gramsci che sta per entrare in carcere, non prima di aver scritto a ottobre la celebre lettera di aspra critica a Togliatti. Questi è a Mosca e, abbandonato il sostegno a Bucharin, sta passando totalmente dalla parte di Stalin: parte alla quale resterà ultrafedele sino alla morte del dittatore georgiano e oltre.
Anche in Urss, del resto, la dittatura iniziata a dicembre 1917-gennaio 1918 sta assumendo le caratteristiche di un regime totalitario: le tappe di questa involuzione sono più che note, ma va comunque segnalato che nel 1926 – dopo la lettura per pochi eletti del Testamento di Lenin, così esplicito nel proporre le dimissioni di Stalin - viene sconfitta l’ultima possibilità di opposizione, mentre si prepara l’espulsione dei suoi principali esponenti (in primis Trotsky) che verrà formalizzata l’anno dopo, aprendo la strada al futuro sterminio di quasi tutta la vecchia guardia bolscevica.
Perché, dunque, iniziare questa riflessione su Amendola partendo dal 1926, cioè dalla fine sua e di ogni parvenza di libertà in Italia e in Urss, cioè nei primi due regimi totalitari della storia moderna, in attesa che si aggiunga il Terzo Reich?
In primo luogo, perché questo è anche lo schema narrativo dello stesso Carioti che apre con l’agguato in quel di Montecatini ad Amendola, principale esponente del cosiddetto Aventino successivo all’uccisione di Giacomo Matteotti, leader del Psu. Prosegue poi con la sua morte a Cannes e con gli strascichi giudiziari nel processo di Pistoia del 1947, conclusosi con otto condanne per omicidio aggravato. Il resto è un lungo flash-back che consente di ripercorrere passo a passo un ventennio decisivo della storia d’Italia, con sue proiezioni estere come la Prima guerra mondiale, l’irredentismo adriatico, il colonialismo in Nordafrica e altro.
In secondo luogo, perché una ricostruzione della biografia politica di una personalità così fortemente impegnata a dare battaglia per le proprie idee, sia con gli scritti sia con l’azione politica, non può prescindere dalla ricostruzione del quadro storico in cui si svolge tale battaglia. E i quadri, ben si sa, sono racchiusi da cornici che ne determinano i limiti. E se il 1926 è il punto d’arrivo, il punto di partenza «politico» è indicato da Carioti nel 1909, quando Amendola comincia a scrivere per La Voce, fondata nel 1908 da Giuseppe Prezzolini e Giovanni Papini.
Organo di un’ideale battaglia di rinnovamento civile e culturale, la rivista rappresenta anche una voce radicalmente critica nei confronti di una classe politica dirigente che ha dimostrato ampiamente, e continuerà a dimostrare fino al suo tragico epilogo, di non essere in grado d’interpretare le spinte innovative che la società impone nel suo tempestoso processo di trasformazione.
Il giovane Amendola (nato nel 1882) si trova immediatamente a suo agio in un ambiente segnato da grande vivacità culturale e frequentato da alcuni dei più promettenti intellettuali italiani (come Gaetano Salvemini o il pittore Ardengo Soffici, tanto per fare due nomi). Ha una forte valenza simbolica il fatto che il primo dissidio di Amendola con Prezzolini riguardi proprio un evento sismico, cioè su come intervenire dopo il tragico terremoto di Messina del dicembre 1908.
Altri dissidi seguiranno, in questa e in altre fasi della rivista fiorentina, come negli anni in cui Amendola collaborerà con il Corriere della Sera. Una collaborazione intensa e a fasi alterne, fino a quando il deputato di Democrazia liberale (eletto a Sarno, provincia di Salerno) disporrà del quotidiano da lui a lungo sognato: Il Mondo, esistito dal gennaio 1922 all’ottobre 1926.
Essenziali, nell’economia del percorso narrativo, le pagine in cui Carioti (egli stesso da tempo redattore nella pagina culturale del Corriere odierno) ricostruisce l’intensa amicizia intellettuale e politica, più che una semplice collaborazione, di Amendola con Luigi Albertini. Questo combattivo liberale conservatore (antigiolittiano e poi antifascista) fu lo storico direttore del Corriere dal 1900 fino alla sua estromissione nel 1925, dopo aver firmato tra l’altro il Manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce.
Personalmente ho trovato toccanti le molte pagine che Carioti dedica a ricostruire questo rapporto decisamente insolito tra direttore e redattore, anche perché fu contrassegnato spesso da divergenze. E oggigiorno sarebbe impensabile non solo tanta autonomia e rispetto reciproco, ma anche che il direttore/editore di una testata addirittura aiuti la nascita di un’altra testata che finirà inevitabilmente per essere concorrenziale. Eppure Albertini lo fece nei riguardi de Il Mondo e di molte altre disavventure giornalistiche in cui il suo ex redattore fu coinvolto.
E le disavventure furono veramente tante. In una recensione non si possono nemmeno elencare. Bisogna leggere il libro e approfittare del fatto che Carioti non dà per scontata da parte del lettore la conoscenza di tutte le vicende del primo quarto di Novecento della storia italiana. Nel dare la parola ad Amendola (grazie a cospicui carteggi di vecchia e nuova pubblicazione, libri in parte autobiografici, i molti articoli su giornali e riviste) egli trova sempre un piccolo spazio per chiarire di quale evento si stia trattando, di quale corrente politica o episodio, consapevole che non tutti possono aver letto gli otto volumi di Renzo De Felice o, avendoli letti, sono in grado di collocare con immediatezza un determinato episodio nel suo contesto storico.
Dire che la figura di Amendola che emerge dalle pagine del libro fu una delle più complesse del mondo culturale italiano, è dire poco. In realtà fu complessissima, sia per la quantità di esperienze intellettuali e politiche, sia per l’incompiutezza o la mutevolezza che caratterizzarono quelle esperienze.
Volendo redigere una lista sommaria di tali esperienze (sempre ricavandole dal libro di Carioti) e lasciando intendere che ognuna di esse fu transitoria oppure contraddittoria oppure vissuta in modo del tutto personale, provo a fornire i seguenti punti di riferimento:
Cattolico modernista, ma...
Teosofo misticheggiante, ma...
Massone dal 1905 al 1908, ma... (Passaggio stranamente sfuggito a Carioti)
Libero docente in filosofia (non essendo riuscito a farsi assegnare una cattedra).
Interventista, ma... Arriverà a scrivere che l’origine della «reazione antidemocratica» va cercata proprio nella Grande guerra (p. 220).
Irredentista adriatico, ma... considerato un «rinunciatario» per sue tendenze al compromesso su Dalmazia, Fiume ecc.
Filomonarchico, ma… illuso sino alla fine che il Re potesse intervenire contro Mussolini.
Colonialista, attivo in quanto Ministro delle Colonie nel primo governo Facta, anche spietato, ma...
Anticomunista, ma non altrettanto antisocialista. Dopo la vittoria di Mussolini, aperto alle proposte di Filippo Turati e del socialismo non massimalista (p. 208), tanto da arrivare scrivere che la lotta di classe dei lavoratori avrebbe potuto porre termine all’insurrezionalismo antidemocratico.
Antifascista aventinista, senza se e senza ma, anche quando fu evidente che l’inziativa stava fallendo.
Campione dell’ideale democratico liberale, tanto da ipotizzare - in polemica con i massimalismi e gli estremismi terzinternazionalistici, e non potendo conoscere le posizioni che avrà Giustizia e Libertà, futuro Partito d’Azione - che solo una conquista delle masse a tale ideale avrebbe potuto far cadere il fascismo e aprire una nuova èra al popolo italiano.
A questo riguardo voglio concludere con una nota anch’essa in un certo senso toccante, esposta da Carioti.
Due dei figli di Giovanni sono spesso evocati nel libro a causa della loro futura storia politica: Ada e soprattutto Giorgio Amendola, il noto e ingombrante dirigente del Pci accusato a suo tempo (in parte a ragion veduta) di aver voluto mutare la linea del Partito in senso liberal-democratico. Ebbene, Carioti osserva (p. 189) che la prospettiva democratica di abbattimento del fascismo (diciamo «dall’interno» per capirci), delineata dal padre, si è realizzata un ventennio dopo nella seduta del Gran Consiglio del 25 luglio 1943, quando l’azione congiunta di una parte del fascismo con la monarchia e con settori dell’esercito portò alla caduta di Mussolini, ai due governi Badoglio e all’inserimento del Pci nella politica di unità nazionale: in un certo senso fu una vittoria postuma di papà Giovanni realizzata con il ruolo insostituibile dal Partito cui appartenevano i suoi due figli.
C’è qualcosa di vero, ma a questo quadro sicuramente intrigante manca una componente essenziale. Il fatto che il fascismo aveva subìto cocenti sconfitte in Grecia (tanto da richiedere l’intervento dei tedeschi) e in Nordafrica, mentre gli Alleati erano sbarcati in Sicilia il 10 luglio e si avviavano a risalire la Penisola.
La conclusione è ovvia: senza il fattore militare - attivo e vincente sul nazifascismo - una caduta del regime mussoliniano, democratica e pacifica, non sarebbe stata possibile. Figurarsi poi la Repubblica di Salò…
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THE GIOVANNI AMENDOLA OF ANTONIO CARIOTI
by Roberto Massari


