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David Meghnagi*
Le origini politiche, religiose e sociali dell’antisemitismo di matrice religiosa e razzista sono state largamente studiate, i codici mentali e culturali ampiamente analizzati. Si sa che l’insegnamento del disprezzo, coltivato dal cristianesimo per secoli, ha fatto da sfondo all’affermazione e allo sviluppo nell’Europa moderna all’ideologia propriamente razzista. Si sa anche che tra le due forme d’ostilità antiebraica, quella tradizionale di matrice religiosa, e quella moderna, c’è stato un salto logico, costituito dal razzismo moderno.
Ben diversa è la situazione di fronte ad un antisemitismo, che ha come sfondo un’ostilità irriducibile nei confronti degli ebrei come “Stato”, se non come “nazione”: un antisemitismo che non scaturisce necessariamente dall’ostilità verso gli ebrei come singoli (anche se poi alla fine è contro di loro che si rivolge), ma gli ebrei in quanto comunità “politica”, simbolicamente rappresentata dall’esistenza di uno Stato che assume su di sé tutte le simbologie negative che un tempo erano rivolte contro gli ebrei e l’ebraismo.
L’antisemitismo affonda le sue radici in stereotipi che si sono formati lungo l’arco di secoli. Nelle nuove versioni può anche ammantarsi di una versione idealizzata della diaspora e della sua cultura, che gli ebrei facendosi Stato avrebbero “tradito”, diventando come “gli altri”, se non “peggio”. Un gioco di spostamenti simbolici in cui l’ambivalenza e l’ostilità antiebraica possono dispiegarsi liberamente, riscoprendo una falsa innocenza perduta.
In questa perversa logica, quello che un tempo era lo scandalo di un'esistenza singola o comunita- ria, considerata “anormale”, fa posto allo “scandalo” di uno Stato che in quanto tale è messo in discussione nei suoi presupposti storici, etici e ideologici: Lo “Stato degli ebrei”, nato per soccorrere gli ebrei e offrire loro un luogo sicuro in cui vivere liberamente, diventa l’Ebreo degli Stati, giudicato secondo parametri che nessuno si sognerebbe di applicare ad altri Stati.
Sia ben chiaro. Non è qui in discussione la politica di governi che si sono succeduti in Israele, con cui si può essere d’accordo o dissentire nella gestione di un processo complesso e difficile, di cui nessuno possiede interamente le chiavi. Tale premessa è necessaria onde evitare fraintendimenti ed equivoci. Il diritto alla critica è il sale della democrazia e in Israele.
Sono in discussione le forme che assume l’accusa, i diversi pesi e misure utilizzati per argomentarla, i luoghi comuni che animano la scena del discorso, l’uso perverso delle figure retoriche e delle immagini. Per non parlare della falsificazione dei fatti, la demonizzazione di una parte rispetto l’altra, quando tutti invece avrebbero bisogno in quei tormentati luoghi di essere aiutati a riscoprire la comune tragedia che li affligge; il doppio standard di cui si alimenta il pregiudizio, e che fa da sfondo alla delegittimazione dell’esistenza di uno Sato e di una società.
Doverlo Il fatto però di doverlo ogni volta riaffermare per evitare di essere fraintesi, è di per sé il sintomo di qualcosa che non funziona nel dibattito pubblico. Vuol dire che gli stereotipi e i luoghi comuni, per non parlare dell’antisemitismo vero e proprio, hanno fatto molta strada.
Che a formulare l’accusa di apartheid siano regimi in cui le donne vengono lapidate, se si ribellano alla violenza patriarcale, e che alle persone possano essere mozzati mani e piedi, se ritenuti colpevoli, in cui dalle prigioni difficilmente si esce vivi e dove, in nome del “socialismo arabo”, si sono consumate stragi di innocenti (il caso delle popolazioni animiste nel Sudan, all’epoca del nasserismo), tutto questo è considerato secondario. Per non parlare del fatto che parallelamente alla dolorosa fuga dei palestinesi nella guerra di distruzione scatenata dagli eserciti arabi per impedire la nascita di Israele, centinaia di migliaia di ebrei di ogni parte del mondo arabo, abbiano abbandonato in massa i loro paesi di origine, trovando rifugio in Israele.
Nel primo caso si trattava delle conseguenze di una guerra scatenata per distruggere uno Stato riconosciuto dalle Nazioni Unite. Nel secondo caso si trattava di una violenza contro una popolazione vessata e indifesa, che viveva da millenni nel paese e che da un giorno all’altro si era vista trasformata in ostaggio.
In una situazione meno inquinata dal pregiudizio, le discussioni che ancora si svolgono sulla legittimità o meno del sionismo e del diritto di Israele all’esistenza, non si porrebbero nemmeno. Nessuno discuterebbe oggi del Risorgimento italiano e degli altri movimenti nazionali nati in Europa nell’Ottocento, come se dal giudizio su questo o quell’aspetto della loro visione della realtà, discendesse o meno il diritto all’esistenza delle nazioni che si sono storicamente formate. Se ciò accade per l’esistenza di Israele, è perché qualcosa di irrisolto ancora avvolge il dibattito. In questa zona grigia del discorso si gioca il confronto più difficile contro un antisemitismo di tipo nuovo che in un gioco di rovesciamenti simbolici proietta sul conflitto arabo israeliano le categorie dell’antirazzismo, trasformando arbitrariamente le vittime di ieri nei “carnefici” di oggi. Siamo ben oltre la semplificazione e la banalizzazione di una storia complessa. Siamo di fronte ad un pericolo più grave che ha come sfondo la riscoperta di una falsa innocenza che rompe con i tabù del passato.
Quando nei primi anni del 2000 il Presidente Chirac reagiva con irritazione, se qualcuno gli ricordava che in Francia non c’era giorno in cui non si verificasse un attentato contro le persone e le istituzioni ebraiche, confermava con il suo atteggiamento quanto si fosse appannata nelle istituzioni democratiche europee la consapevolezza del pericolo. Di fronte a questo cumulo di dinieghi non c’era da meravigliarsi se il Consiglio d’Amministrazione di una prestigiosa università francese potesse chiedere di boicottare le istituzioni universitarie israeliane; né ci si poteva stupire se il direttore di una rivista inglese si potesse sentire autorizzato ad espellere due ricercatori dal comitato, per il solo fatto d’essere cittadini israeliani (per i cittadini arabi israeliani il problema non si poneva).
Per venire all’Italia, diversi anni fa, un autorevole accademico dell’Ateneo di Bologna aveva comunicato la sua indisponibilità a partecipare ad un convegno sulle espulsioni dei docenti ebrei dalle università durante il fascismo, fintanto che gli ebrei italiani non avessero espresso un’identica solidarietà verso i palestinesi. L’autore di questa sciocchezza non era dichiaratamente antisemita, ma la sua reazione andava in quella direzione, mostrando come il pregiudizio antiebraico possa ricongiungersi, attraverso un’arbitraria ricostruzione (che è in realtà è una costruzione storica e politica) alla diffusione di un antisemitismo falsamente declinato come “antirazzismo” e “anticolonialismo”. Non per caso gli ebrei che hanno contestato la decisione del Consiglio d’Amministrazione dell’Università Parigi VI, nel 2003, di boicottare le istituzioni accademiche israeliane, hanno dovuto ricordare che il boicottaggio colpiva istituzioni impegnate per la pace. Utile sul piano politico questo rilievo, è la spia di quanta strada abbiano fatto i pregiudizi e gli stereotipi. Basti pensare agli articoli di Baget Bozzo negli anni ottanta su “Il Manifesto”, in cui l’eco di pregiudizi teologici preconciliari, si mescolava al rifiuto di Israele e alla sua delegittimazione. Per non parlare dell’esplosione di risentimento antiebraico seguìto alla guerra del Libano.
Eppure all’indomani della strage di Sabra e Chatila, compiuta dai falangisti maroniti per vendicare l’assassinio del loro leader, oltre quattrocento mila persone (su una popolazione che ammontava all’epoca a poco più di 4 milioni) scesero in piazza a Tel Aviv, per protestare contro la politica del loro governo. Solo per fare un paragone, era come se in USA fossero sfilati per le vie di Washington circa 30 milioni di persone, e in Italia per le vie del centro di Roma circa 6 milioni di persone.
Per non parlare del fatto che in una manifestazione sindacale del 1982, un gruppo staccatosi dal corteo, non trovò di meglio che depositare una bara accanto al cippo che ricorda i martiri della retata nazista a Roma del 16 ottobre 1943. L’onda cominciò a placarsi solo dopo l’attentato alla Sinagoga di Roma e la morte di un bambino. Oppure della derubricazione degli attentati contro i civili israeliani, arbitrariamente e strumentalmente apparentati alle azioni esemplari condotte da alcuni esponenti del Risorgimento italiano. Come accadde nel dibattito seguito all’assassinio di un paraplegico, poi gettato in mare dall’Achille Lauro; con i dirottamenti aerei e gli attentati contro le scuole e i luoghi di culto ebraici in Europa e nel mondo. Eppure anche dando per “vera” una narrazione falsa, che si è progressivamente diffusa, non sarebbe stato difficile riconoscere la differenza abissale tra le azioni esemplari mazziniane, che furono contestate da altri esponenti del Risorgimento (per esempio Benedetto Musolino, che fu tra l’altro, uno dei precursori del sionismo), da un terrorismo stragista che colpisce indistintamente e in modo indiscriminato per fare il più alto numero di morti fra i civili.
Nel pregiudizio europeo contro lo Stato di Israele vi sono molti elementi in gioco. Nel mondo cattolico c’è un retaggio di pregiudizi, non adeguatamente elaborato. Basti pensare che l’instaurazione di relazioni diplomatiche con lo Stato di Israele avvenne quasi mezzo secolo dopo la sua nascita. Quando agli inizi del suo pontificato, Paolo VI visitò i luoghi in cui predicò Gesù, non pronunciò mai le parole Stato di Israele. Giovanni Paolo II per compiere la sua storica visita al Muro Occidentale, dovette prima visitare tutti i paesi arabi della regione e attendere il suggello della fine del millennio.
L’Unione Sovietica fu tra i primi a riconoscere lo Stato d’Israele. I fondamenti di quella nascita erano però avvolti in una logica di eccezionalità. Com’era avvenuto prima nell’universo religioso del cristianesimo, l’esistenza d’Israele costituiva uno scandalo: segnalava una mancanza, un vuoto nel sistema di rappresentazioni simboliche e ideologiche. Uno scandalo per il totalitarismo comunista, ma, in altre forme, anche per la cultura assimilazionista di matrice liberale e socialista, che guardava al “particolarismo ebraico” come al residuo di “un fossile”, che lo sviluppo storico avrebbe contribuito a superare. Non per caso nel parlare della questione ebraica in Germania, Kant aveva utilizzato l’inquietante termine di “eutanasia dell’ebraismo”, mentre la sinistra hegeliana giustificava il suo rifiuto del diritto agli ebrei all’emancipazione. Kant non immaginava certo che un secolo e mezzo dopo qualcuno avrebbe inteso alla lettera il termine eutanasia. Ma le parole non vanno mai prese alla leggera. Affondano in sedimentazioni storiche del linguaggio che hanno una loro logica.
La costruzione del nuovo antisemitismo à avvenuta per fasi, portando al rovesciamento speculare delle immagini positive, che negli anni Cinquanta e Sessanta avevano nutrito l’immaginario giovanile in Occidente. Basti pensare alla fortuna del film Exodus, alla canzone Israel, cantata da Morandi e al fascino esercitato dal Kibbutz. Il rovesciamento in negativo dell’immagine dei sopravvissuti che fanno rinascere il deserto, si è affermata nella sinistra occidentale e terzomondista dopo la guerra dei Sei giorni.
Sullo sfondo della polarizzazione fra gli opposti schieramenti internazionali del Patto Atlantico e del Patto di Varsavia, si . fatta strada a sinistra una narrativa che stravolge i termini stessi del conflitto. L’angoscia provata per lo Stato dei sopravvissuti nelle settimane precedenti al conflitto, tende a rovesciarsi nel suo opposto. L’immagine di un paese piccolo che in pochi giorni sbaraglia un nemico cento volte più numeroso, diventa “una conferma” che si trattava di un “inganno”. Poco importa che a far precipitare la situazione sia stata la decisione di Nasser di sbarrare il Golfo di Tiran, cacciando via i soldati dell’ONU a guardia di un armistizio precario. Né importano le violenze che si scatenano contro le minoranze ebraiche in ogni parte del mondo arabo. Nella nuova narrazione Israele non è più un paese che difende la sua esistenza. È al contrario uno “strumento”, appositamente creato dall’imperialismo occidentale per prolungare il suo dominio sul Vicino Oriente.
Il conflitto del 1967, segna dunque uno spartiacque. È l’inizio di un capovolgimento speculare d’immagini che si diffonde tra le élite europee. La tragedia che si consuma nel Vicino Oriente finirà per assumere nell’immaginario collettivo una valenza più ampia, in cui gli attori diventano dei simboli.
Basta confrontare due brani di una figura politica di primo piano, che ha fatto la storia europea, per rendersi conto del cambiamento in pochi anni. Nel 1962 parlando d’Israele, De Gaulle scrive:
«Non potrei restare insensibile alla grandezza dell’impresa diretta a ricondurre il popolo ebraico nuovamente padrone del suo destino sulla terra che porta l’impronta della sua storia favolosa e che è stata sua diciannove secoli or sono. Umanamente ritengo giusto che ritrovi il suo centro nazionale e lo considero una forma di compensazione alle sofferenze sopportate per secoli e che hanno toccato l’acme al tempo dei massacri perpetrati dalla Germania di Hitler». (De Gaulle, 1970, p. 240).
Cinque anni dopo, all’indomani della guerra del giugno 1967, il linguaggio di De Gaulle è profondamente cambiato. Gli ebrei e con loro Israele sono: “un peuple d’élite, sur de lui-meme et dominateur”. Con la rottura dei rapporti diplomatici tra gli Stati del Patto di Varsavia e Israele, in Polonia è la caccia alle streghe contro gli ultimi ebrei rimasti nel paese dopo l’ecatombe nazista. I militanti ebrei sono espulsi dal partito, gli ufficiali cacciati dall’esercito. La Primavera di Praga . l’esito di “un complotto imperialista e sionista.”
La campagna antisemita messa in atto dal regime in Unione sovietica e negli stati satelliti, non esiterà a utilizzare materiali in circolazione all’epoca degli zar. Come ha dimostrato Leon Poliakov, non ci si premurava nemmeno di eliminare gli errori di ortografia. Nel delirio il conflitto non è più tra Israele e i suoi vicini, che ne rifiutano l’esistenza. È un conflitto più ampio in cui le antinomie della politica del dopoguerra fanno massicciamente ingresso trasformandone gli attori in simboli e vettori di uno scontro più ampio tra Occidente e Oriente, imperialismo e antimperialismo, democrazia e dittatura, civiltà e barbarie, colonialismo e anticolonialismo. Per arrivare di recente, con l’ingresso in scena del terrorismo islamista, a una declinazione religiosa in cui Israele e gli ebrei sono rappresentati come simboli del male:
«Il nemico ha programmato per lungo tempo, quanto . poi effettivamente riuscito a compiere [...] ha preso il controllo dei mezzi di comunicazione del mondo [...] ha fatto scoppiare rivoluzioni [...] con lo scopo di soddisfare i suoi interessi e trarre altre forme di profitto. Questi nostri nemici erano dietro la Rivoluzione francese e la Rivoluzione russa e molte altre rivoluzioni [...] con il denaro [...] hanno formato organizzazioni segrete per distruggere la società e promuovere gli interessi sionisti. Queste organizzazioni sono la Massoneria, il Rotary, i Lions, il B’nai B’rith.
[...] I nostri nemici hanno organizzato la Prima guerra mondiale per distruggere il Califfato islamico. Il nemico ne ha approfittato finanziariamente [...] e ha ottenuto la Dichiarazione Balfour e ha fondato la Società delle Nazioni come strumento per dominare il mondo. Gli stessi nemici hanno organizzato la Seconda guerra mondiale, nella quale sono diventati favolosamente ricchi grazie al commercio delle armi, del materiale bellico e si sono preparati a fondare il loro Stato. Hanno ordinato che fosse formata l’Organizzazione delle Nazioni Unite, con il Consiglio di Sicurezza [...] per mezzo della quale dominano il mondo.
[...] Questo il piano delineato dei Protocolli dei Savi anziani di Sion, e il comportamento presente dei sionisti costituisce la migliore testimonianza di quanto era stato affermato in quel documento». (Articolo 22 della Carta di Hamas approvata nel 1988).
In questa perversa logica, che in modi diversi attraversa l’intera galassia dell’antisemitismo di matrice islamica (dall’Iran sciita ad Al Qaeda e alle forze dell’Isis), la nascita di Israele, è l’esito di un “complotto ebraico”, avente come scopo la dominazione del mondo islamico. Lo scontro non è più solo fra Israele e mondo arabo, superabile attraverso un compromesso politico che ponga fine al conflitto. È uno scontro irriducibile fra le potenze del bene e del male, che coinvolge l’intero mondo islamico dal Maghreb all’Indonesia, il cui obiettivo è di riportare l’Islam alla sua grandezza e “purezza originaria”. In questa logica l’obiettivo e gli accordi eventualmente siglati con Israele, sono solo una hudna coranica, una tregua da interrompere non appena le condizioni lo dovessero rendere possibile.
La demonizzazione di Israele e del sionismo all’interno della sinistra europea occidentale era negli anni settanta teorizzata dalle sue componenti più estreme di matrice comunista e terzomondista. Lentamente però il martellante discorso anti israeliano è penetrato anche nei movimenti giovanili di matrice socialista. I giovani che si radicalizzano a sinistra in quegli anni hanno come modelli di riferimento la rivoluzione cubana, le guardie rosse cinesi, il Vietnam, alle quali si aggiungono ora i fedayn palestinesi. Per non perdere l’elettorato giovanile, la socialdemocrazia europea finisce per subire queste derive culturali, tradendo la propria storia e i propri valori. Soprattutto nei movimenti di matrice cattolica, identificati con la causa del Terzo mondo, i pregiudizi antiebraici, mai venuti meno, finiscono per saldarsi con il rifiuto anti israeliano.
