L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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sabato 13 maggio 2023

MAFIA RUSSA

di Andrea Furlan

 

[Voce tratta dall’edizione italiana  - a cura di R. Massari & M. Nobile - dell’abbecedario realizzato collettivamente dalle Brigate editoriali di solidarietà,  Ucraina dalla A alla Z, fresco di stampa e in arrivo in libreria, in vendita al prezzo politico di 7 €.] 


Della criminalità organizzata nel territorio russo abbiamo traccia a partire dall’èra dei primi zar: il vorovskoj mir (mondo criminale) consisteva in bande di professionisti che imperversavano nel vasto territorio zarista commettendo vari tipi di reati. Forme di criminalità organizzata sopravvissero anche alla Rivoluzione del 1917 e in seguito esse furono utilizzate dal regime staliniano per fare la guerra ai kulaki. Ma una volta raggiunto lo scopo, Stalin fece relegare nel Gulag intere bande di criminali. A questi, come sappiamo dalle molte memorie, fu affidato anche il compito di mantenere l’ordine nei lager (come a Vorkuta e a Kolyma) e di sorvegliare i detenuti politici.

Durante la Seconda guerra mondiale molti criminali ebbero la possibilità di uscire dai lager per arruolarsi nell’esercito, dove erano ricattabili e potevano fungere anche da informatori della polizia. Si può dire che da quel momento cominciò la collaborazione organica tra la criminalità organizzata e il regime sovietico che proseguirà nell’èra brezneviana, cominciando via via ad assumere anche connotati economici.

Il salto di qualità, tuttavia, sarà compiuto dalla malavita russa con le privatizzazioni iniziate sotto la presidenza di Gorbačëv, col passaggio all’economia di mercato. Sorse una leva di nuovi imprenditori che in gran parte provenivano dai ranghi del Pcus e dal Kgb, ma anche dal mondo della criminalità organizzata. Questa era dotata di risorse finanziarie di dubbia provenienza, ma era detentrice di capitali da investire nelle aziende privatizzate, nella creazione di nuove banche e nella speculazione finanziaria. La serie di crisi politiche e istituzionali successive al 1991 consentì lo sviluppo di reti criminali (anche di clan in concorrenza tra loro) che poterono stringere alleanze e accordi con gli oligarchi dell’economia e i nuovi dirigenti, ex funzionari dei vecchi apparati, bisognosi in forma crescente di protezioni di natura extralegale. 

La mafia russa è strutturata in clan alla maniera della camorra, senza una gerarchia sovraordinata, in modo che ogni clan finisce col decidere per conto proprio. La gerarchia esiste invece all’interno del singolo clan, a partire dal boss (avtoritet o pachan), a seguire con i capitani (brigadier), un consigliere anziano (sovietnik) e il contabile (obščak). Ognuna di queste figure svolge precisi compiti nell’organizzazione, sia in relazione all’attività del clan, sia nei rapporti con le istituzioni politiche (cioè con lo Stato di Putin), sia con gli oligarchi, le cui fortune economiche sono spesso di origine malavitosa.



Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

mercoledì 3 maggio 2023

NICARAGUA CON PUTIN

por Pagayo Matacuras

BILINGUE: ESPAÑOL - ITALIANO


[Voce tratta dall’edizione italiana  - a cura di R. Massari & M. Nobile - dell’abbecedario realizzato collettivamente dalle Brigate editoriali di solidarietà,  Ucraina dalla A alla Z, fresco di stampa e in arrivo in libreria, in vendita al prezzo politico di 7 €.] 


En el diciembre de 2008, por invitación del presidente Daniel Ortega, buques de guerra rusos «visitaron» Nicaragua. Luego de las conversaciones en Moscú entre el dictador nicaragüense y el entonces presidente Dmitry Medvedev, en el mismo diciembre de 2008 Rusia y Nicaragua concluyeron varios acuerdos bilaterales, incluido el suministro muchas veces en forma de «donación», de granos y cereales, a cambio de la instalación en Managua de un sistema de observación teóricamente espacial. En abril de 2009, Nicaragua eliminó el requisito para los turistas rusos de la visa de entrada.
El 12 de julio de 2014, pocos meses después de la anexión rusa de Crimea, Putin realizó una brevísima visita oficial a Nicaragua y se reunió con el presidente Ortega en el aeropuerto de Managua. En noviembre de 2020, Nicaragua abrió un consulado honorario en la península de Crimea, además de reconocer oficialmente a Osetia del Sur y Abjasia (dos repúblicas pseudoautónomas, estrictamente dependientes de Moscú).
Mientras continuaba con la retórica de la soberanía nacional, en junio de 2022 Ortega invitó a las fuerzas armadas rusas a ingresar a Nicaragua y a principios de febrero, durante una visita oficial del canciller iraní Hossein Amir-Abdollahian, deseó que todos los países amenazados por el imperialismo estadounidense se dotaran de una pequeña arma nuclear... defensiva.

En los mismos días del inicio de la “operación militar especial”, una alta delegación rusa fue recibida en Nicaragua con todos los honores y luego se firmó un acuerdo con Russia Today (hoy RT) para transmitir en la veintena de canales controlados por la familia Ortega-Murillo los servicios periodísticos producidos en español por esta emisora vinculada al Kremlin.

El 12 de octubre de 2022, Nicaragua fue uno de los cuatro países que votaron en contra de la condena de Rusia por la invasión de Ucrania, único país del continente latinoamericano, puesto que Venezuela y Cuba se abstuvieron.

 

ITALIANO

domenica 23 aprile 2023

ITALIANI DI CRIMEA

di Giorgio Amico

[Voce tratta dall’edizione italiana  - a cura di R. Massari & M. Nobile - dell’abbecedario realizzato collettivamente dalle Brigate editoriali di solidarietà,  Ucraina dalla A alla Z, fresco di stampa e in arrivo in libreria, in vendita al prezzo politico di 7 €.]

La presenza italiana in Crimea è attestata dal 1204, quando  Venezia approfittò della conquista crociata di Costantinopoli per occupare i porti nel sud della penisola. Ai veneziani si sostituirono i genovesi e, dopo la caduta di Costantinopoli, l’Impero ottomano. Ma la presenza genovese non scomparve e una parte della popolazione trovò rifugio presso i tatari dell’entroterra.
Con le campagne di popolamento avviate durante il regno di Caterina II, vi fu un’ondata migratoria anche dall’Italia e un migliaio di coloni liguri, corsi, sardi e toscani si insediarono nella regione di Cherson. Fra il 1820-1870 giunsero nel territorio di Kerč migranti italiani provenienti soprattutto dalla Puglia, insieme con una migrazione più ristretta ma più qualificata - che si concentrò nella città di Odessa - composta da architetti, notai, medici, ingegneri e artisti, ma anche da esuli antiborbonici. Secondo dati ufficiali, nel 1897 gli Italiani sarebbero stati l’1,8% della popolazione della provincia di Kerč, percentuale passata al 2% nel 1921; alcune fonti parlano di una minoranza variante da 3 a 5mila persone.
Negli anni dello stalinismo, con la collettivizzazione forzata delle campagne, anche gli italiani, per lo più proprietari di terre, furono obbligati a creare un kolchoz («Sacco e Vanzetti») e a sottostare alle campagne di «rieducazione socialista» organizzate da militanti comunisti rifugiatisi in Urss e di sicura fede staliniana. Fra questi Paolo Robotti e Giuliano Pajetta, che ne hanno parlato nei loro libri. Durante le «purghe» del 1933-37 molti di questi italiani, accusati di essere spie fasciste, furono arrestati e sparirono nell’inferno dei lager staliniani. (La tragedia degli italiani in Urss è stata ricostruita dettagliatamente da Dante Corneli, che trascorse 24 anni tra il Gulag e la Siberia e, tornato in Italia, denunciò nei suoi libri i crimini di Stalin e della dirigenza italiana comunista che ne fu complice. La sua insostituibile opera storica è ora tutta raccolta nella trilogia pubblicata da Massari editore nel 2017.)
Dopo la rottura del Patto di Stalin con Hitler gli italiani furono considerati potenziali agenti del nemico e nel 1942, dopo la riconquista della Crimea da parte dell’Armata rossa,  accusati di collaborazione coll’occupante nazista, anche gli italiani, come altre minoranze nazionali, furono deportati.
Il 29 gennaio 1942 l’intera comunità italiana di Crimea, compresi i rifugiati antifascisti stabilitisi a Kerč, venne radunata e inviata in carri bestiame nel Gulag siberiano (soprattutto verso il Kazakistan), potendo ognuno portare non più di 8 kg di bagaglio. Un’odissea di 8mila chilometri durata quasi due mesi in condizioni terribili, con temperature di oltre 30° sottozero, durante la quale la maggioranza dei bambini e dei vecchi morirono di malattia, fame e freddo. Le deportazioni continuarono fino a giugno del 1944.

Dante Corneli parla del dramma di oltre duemila italiani della Colonia agricola di Kerč. Una testimonianza confermata dalle stesse autorità sovietiche secondo cui solo durante il viaggio e il primo anno di deportazione morì un deportato su cinque. 
Nei lager la comunità italiana fu quasi annientata dalla fame, il freddo, le malattie e la durezza dei lavori forzati. Si calcola che i sopravvissuti, in totale, non furono più del 10 per cento dei deportati. Dopo il 1956 con la chiusura di gran parte dei lager, ciò che restava degli italiani di Crimea tornò a casa. Nel 1957 risultavano rientrati 460 esuli; ridottisi nel 1989 a 316 per lo più residenti a Kerč. Qui nel 2008 è stata costituita l’associazione «Cerkio» (Comunità degli emigrati in regione di Crimea, Italiani di origine) che tramanda l’uso della lingua italiana.
È una piccola minoranza che la russificazione forzata, imposta da Putin dopo l’occupazione della Crimea nel 2014, rischia di far scomparire definitivamente, benché le autorità russe abbiano votato un decreto di riabilitazione come minoranza perseguitata e deportata per motivi etnici.

• Dante Corneli, Ritorno dal Gulag, a cura di Andrea Furlan, Massari ed., Bolsena 2017.
• Dante Corneli, Italiani vittime di Togliatti e dello stalinismo, a cura di Antonella Marazzi, Massari ed., Bolsena 2017.
• Dante Corneli, Dal leninismo allo stalinismo, a cura di Roberto Massari, Massari ed., Bolsena 2017.


Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

venerdì 14 aprile 2023

BENALTRISMO [WHATABOUTISM]

di Laris Massari 


[Voce tratta dall’edizione italiana  - a cura di R. Massari & M. Nobile - dell’abbecedario realizzato collettivamente dalle Brigate editoriali di solidarietà,  Ucraina dalla A alla Z, fresco di stampa e in arrivo in libreria, in vendita al prezzo politico di 7 €.]

 

Dizionario Hoepli: «Tendenza a rimandare pretestuosamente la spiegazione di problemi contingenti a fumose cause di carattere più generale». L’equivalente in inglese è whataboutism.

Il fenomeno del benaltrismo, già emerso in àmbito giornalistico a partire dagli anni ’80, ai giorni nostri è ampiamente diffuso nelle discussioni riguardo alla guerra in Ucraina. Nello specifico, questo modo peculiare di eludere i problemi reali che si ha paura di affrontare, è comune alla stragrande maggioranza delle persone che non appoggiano la lotta difensiva ucraina, e che trovano di conseguenza complicato costruirsi un’opinione. Costoro sono soliti elencare minuziosamente tutte le colpe delle altre nazioni più o meno coinvolte nel conflitto, purché si eviti di analizzare le responsabilità più evidenti dell’invasore Putin. Anzi, sul banco degli imputati spesso viene messo addirittura il governo ucraino, dandoci così un primo paradossale esempio di benaltrismo.

Gli Stati Uniti, però, sono il bersaglio favorito dei nostri benaltristi. E dato che gli Usa di colpe per il passato ne hanno a bizzeffe, l’argomento principe del benaltrista di turno è: «E allora gli Usa…?» (what about the Usa?). Domanda retorica cui segue la «spiegazione»: «gli Stati Uniti (o la Germania o la Francia o l’Italia) hanno fatto ben altro».

A ciò segue una lista potenzialmente infinita di colpe dell’imperialismo, un’escalation nell’elencazione dei crimini di guerra e contro l’umanità (peraltro tutti ultranoti e universalmente riconosciuti come tali), anche perché, volendo, si potrebbe risalire alla nascita del capitalismo se non proprio alle origini dell’umanità. Mentre è facile prevedere che nel futuro l’odierno benaltrista, dovendo giustificare qualche altra aggressione imperialistica, includerà nel paniere anche gli attuali crimini di Putin contro l’umanità. Ciò gli servirà a deviare l’attenzione da qualche altro fatto grave che starà avvenendo in quel momento.

È evidente la natura psicopatologica del benaltrismo: si tratta in fondo di una forma molto primitiva di fuga dalla realtà (bisogno di voltare lo sguardo davanti alle sciagure altrui), coniugata con una narcisistica autocelebrazione: «io non me la bevo», «solo io conosco questi crimini precedenti degli Usa», «ben altro si nasconde dietro questo sostegno al popolo ucraino»... C’è il rischio inoltre del contagio, reso oggi molto più facile dalla circolazione delle fake-news in Rete.

Nota: Il benaltrismo non va confuso con l’analisi storica, seria e dettagliata, delle cause che hanno portato all’odierno conflitto in Ucraina. I due atteggiamenti non si assomigliano nemmeno alla lontana, facendo essi riferimento a motivazioni etiche e a strumenti teorici incompatibili tra loro.


Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

martedì 4 aprile 2023

LIBRO NERO DI PUTIN

di Roberto Massari

 

[Voce tratta dall’edizione italiana  - a cura di R. Massari & M. Nobile - dell’abbecedario realizzato collettivamente dalle Brigate editoriali di solidarietà,  Ucraina dalla A alla Z, fresco di stampa e in arrivo in libreria, in vendita al prezzo politico di 7 €]


Il Libro nero di Putin (opera di vari autori e autrici, coordinato da Galia Ackerman e Stéphane Courtois) fornisce utili materiali di lavoro e importanti elementi storiografici per definire la natura dell’attuale regime moscovita. 

Fondamentale, per es., è la descrizione di come Putin riuscì a imporre un compromesso agli oligarchi plurimiliardari (in dollari) che sotto El’tsin si erano appropriati di imprese e settori dell’economia russa, influenzando direttamente le istituzioni politiche: essi poterono continuare a prosperare purché subordinati al potere politico. Il primo strato del nucleo di potere dell’élite di Putin è formato da ex colleghi e amici del Kgb, i cosiddetti siloviki (cиловики: i funzionari della sicurezza, spionaggio, forze armate). Questi, a loro volta, costituiscono un’altra frazione dell’oligarchia russa, il cui potere economico risiede nel controllo delle imprese statali, innanzitutto del settore dell’energia e del complesso militare-industriale.

Importante è anche tutta la parte sull’omofobia organica del regime putiniano che col passare degli anni, invece di attenuarsi, sta diventando sempre più esclusivista e integralista. Essa si avvia ad essere l’ideologia più antigay (anti-Glbt) e più sessuofobica (contro la libertà sessuale nel senso più generale e moderno del termine) che esista al mondo, dopo quelle molto più reazionarie di origine islamica (Iran, Afghanistan, Uganda ecc.).

Terzo tema fondamentale è l’analisi dell’integralismo religioso di Kirill e della Chiesa ortodossa russa che, nel suo sostegno fanatico alla guerra in Ucraina, sembra una copia della Chiesa cattolica ultrafascista durante la guerra d’Abissinia (Etiopia) o della Chiesa protestante nella Germania nazista. Ma sotto certi profili è peggio di entrambe perché c’è l’aggravante del tempo trascorso da allora, la crescita di coscienza civile nelle altre due principali correnti del Cristianesimo e anche perché le guerre coloniali non si fanno più tanto alla leggera come nel passato. (Considero «coloniali» le guerre di conquista territoriale, distinte da quelle «imperialistiche», miranti cioè ad ampliare le aree d’influenza, ad aprire nuovi mercati, a ostacolare potenze concorrenti. Quella di Putin è ancora una guerra coloniale.)

Nel libro sono riportate molte prove sulla riabilitazione di Stalin che è in atto e che cresce ogni giorno di più. Non certo lo Stalin presunto «comunista», ma il dittatore totalitario, erede dello zarismo e dei suoi miti euroasiatici, invasore di popoli circonvicini, autore di alcuni dei peggiori crimini contro l’umanità. Putin si colloca ormai apertamente sulla sua scia, rinnegando apertamente il poco di democratizzazione che la Russia aveva vissuto dopo il 1991. Rientra in tale quadro la sua decisione di chiudere Memorial, sia per impedire che continui ad emergere tutto l’orrore del passato stalino-brezneviano, sia per liberarsi di potenziali scomodi testimoni che potrebbero un giorno collaborare con il tribunale internazionale che dovrà giudicare i suoi crimini di guerra.

Molti altri temi sono toccati con imponente documentazione  storiografica e, se ancora vi fossero dei dubbi sul carattere criminale dell’aggressione russa all’Ucraina, questo libro li distrugge definitivamente. 

Gli hitlerocomunisti ovviamente non leggeranno mai nemmeno questo libro, come hanno sempre evitato di leggere tutti gli altri, prodotti nell’arco di quasi un secolo. Se lo facessero, forse smetterebbero d’essere hitlerocomunisti. Così invece non rischiano d’essere sfiorati nemmeno dall’ombra del dubbio.

Il guaio è che anche i finti pacifisti non lo leggeranno, perché scatenerebbe in loro un tremendo complesso di colpa nel rendersi finalmente conto di quali crimini si stanno rendendo moralmente complici rifiutando di aiutare la resistenza ucraina.

Leggendo tra le righe, dal libro si può ricavare anche un filo di speranza, benché paradossale. Essa è dovuta al fatto che Putin e gli oligarchi stanno veramente esagerando con le loro mire da Impero zarista in pieno sec. XXI. Si vede chiaramente che essi non sono in grado di leggere (capire) la situazione internazionale in cui sono immersi, non sono in grado di misurarsi con le opposizioni se non reprimendole e non danno l'impressione di poter reggere a un’eventuale esplosione di collera popolare. Insomma, a differenza del capitalismo postdemocratico degli Usa, della Germania, della Gran Bretagna ecc., il capitalismo oligarchico e  totalitario di Putin sembra essere rappresentato da uno di quei regimi che, quando crollano, il giorno dopo non ne rimane più nulla.

Solo il ricorso alla minaccia nucleare purtroppo fa la differenza coi regimi totalitari del passato. E forse questa è la cosa più nera in questo libro su Putin già nerissimo per conto suo...

 

• Galia Ackerman-Stéphane Courtois (a cura di), Il libro nero di Putin, Mondadori, Milano febbraio 2023 [Le livre noir de Vladimir Poutine, Robert Laffont, Paris 2022.]


Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

martedì 28 marzo 2023

IL REGIME DI PUTIN: DITTATURA O TOTALITARISMO?

di Roberto Massari

 

(Anticipiamo questa voce tratta dall’abbecedario in corso di stampa - Ucraina dalla A alla Z– la cui edizione italiana è stata curata da R. Massari e M. Nobile, con contributi di Giorgio Amico,  Andrea Furlan, Antonella Marazzi, Laris Massari, Pagayo Matacuras.)


All’inizio dell’aggressione all’Ucraina discussi con compagni russi se il regime di Putin fosse da definire semidittatura (come all’epoca ritenevo) o dittatura integrale (come ritenevano alcuni di loro).Da allora però si sono susseguiti processi di trasformazione autoritaria sempre più rapidi e onnipervasivi, tali da far sembrare un po’ poco  anche definire solo «dittatura» il regime di Putin.

Lo si potrebbe caratterizzare, infatti, come un regime intrinsecamente reazionario, cioè reazionario nella sua essenza, oltre che nelle manifestazioni esterne (istituzionali e operative), che sono comunque antidemocratiche e dittatoriali anche secondo parametri classici. Il connotato di «reazionario» per la Russia che Putin governa ininterrottamente da quasi un quarto di secolo (dal 1999) si può invece intendere in un senso medievale del termine. Occorre cioè far riferimento al «lungo medioevo» dell’autocrazia zarista - etnicamente russa ben prima dell’avvento di Ivan IV il Terribile nel 1547 - che era sembrato concludersi nel 1917, ma poi riaffiorò in tratti caratteristici del «neozarismo» staliniano.

Fatte le debite distinzioni, alcuni fondamenti ideologici del putinismo sono sostanzialmente analoghi con quelli dell’Impero zarista: 1) potere personale assoluto del sovrano; 2) suo attorniamento con una corte di boiardi (gli oligarchi e i siloviki) la cui «fedeltà al sovrano» è mantenuta con ricatti e concessioni extraistituzionali; 3) mito etnico dell’euroasiatismo impregnato di misticismo geopolitico (col conseguente antioccidentalismo, xenofobo e antimoderno); 4) integralismo religioso (fondato su una Chiesa ortodossa rimasta in sostanziale continuità anche liturgica con le origini nel Patriarcato della Rus’ di Kiev); 5) fanatismo escatologico con l’etica del sacrificio patriottico (garanzia di salvazione, secondo il Patriarca moscovita, per chi muore in battaglia); 6) utilizzo della polizia segreta e ricorso al delitto (anche col medievalissimo veleno) per la soluzione delle contraddizioni politiche interne; 7) il disprezzo per le donne e un’arcaica omofobia assolutamente anacronistica nel mondo capitalistico moderno.

lunedì 26 dicembre 2016

IL DISCORSO DI MOLOTOV DEL 31 OTTOBRE 1939 CHE PROCLAMA LA VOLONTÀ DI PACE DI HITLER, di Michele Nobile

Molotov tracciò un quadro organico della politica estera sovietica il 31 ottobre 1939, durante la quinta sessione (straordinaria) del Soviet supremo1. L'analisi di questo discorso è utile per chiarire una questione di grande rilievo storiografico e teorico: e cioè se la politica estera dell'Urss dell'epoca staliniana fosse ideologicamente dettata da una prospettiva politica leniniana oppure da criteri diversi. Il primo caso rimanda all'interpretazione liberale del Patto d'agosto fra Hitler e Stalin come convergenza fra i totalitarismi, motivata dalla condivisa ostilità alla democrazia e, più in particolare, dall'intento staliniano di trar profitto dalla guerra imperialista per estendere il sistema sovietico al resto d'Europa. Un'alternativa è l'interpretazione per cui la politica estera sovietica non differiva qualitativamente dalla Realpolitik delle grandi potenze e che nel 1939-41 avrebbe avuto l'obiettivo di rimanere fuori del conflitto. Questa grande corrente interpretativa assume la sostanziale dicotomia fra politica interna ed esterna e una logica geopolitica in cui lo spazio socio-politico è una sorta di dato naturale nel quale gli attori fondamentali sono gli Stati, nelle versioni più semplici intesi come blocchi internamente omogenei. Nonostante la sua apparente naturalità e astoricità - in quanto indifferente alle peculiarità sociali e ideologiche dei paesi in questione - anche questa classe di interpretazioni è figlia della modernità westfaliana e capitalistica. Trovo entrambi gli approcci insoddisfacenti in quanto entrambi, sia pur per opposti motivi, sottovalutano la specificità sociale della dittatura burocratica staliniana e le sue implicazioni circa i metodi e gli obiettivi di politica estera. Occorre spiegare la strategia discorsiva di Molotov e i suoi argomenti nel quadro di un'interpretazione che leghi le decisioni di politica estera all'ordine sociale e politico interno dell'Unione Sovietica.

Il discorso di Molotov si presenta strutturato in tre parti: nella prima Molotov trattò i grandi cambiamenti nella politica internazionale intervenuti nei due mesi seguiti alla quarta sessione del Soviet supremo, presentò un'interpretazione della guerra in corso fra le potenze liberali e la Germania nazista e delineò l'atteggiamento internazionale dell'Unione Sovietica nel contesto della guerra europea; nella seconda motivò in modo più specifico l'intervento in Polonia; nella terza fornì un quadro dei rapporti tra l'Urss e alcuni Stati per essa di particolare rilievo strategico: gli Stati baltici, la Finlandia, la Turchia, il Giappone.
È molto significativo che il primo dei grandi cambiamenti nella scena internazionale indicati da Molotov fosse il Patto d'agosto con la Germania nazista, «che ha posto fine alle anormali relazioni fra Germania e Unione Sovietica», seguito dal trattato di amicizia firmato il 28 settembre; nei documenti sovietici e del Comintern dell'epoca scomparvero l'antifascismo e la differenziazione fra i regimi politici delle potenze capitalistiche. Questo cambiamento precedeva nell'elenco il «collasso dello Stato polacco» e la «grande guerra divampata in Europa»: forse un errore perché, per una volta, la dirigenza staliniana diceva la verità. Infatti, con questo lapsus nell'ordinamento degli eventi recenti, Molotov ammise involontariamente il Patto che aveva firmato con Ribbentrop quale necessaria condizione strategica della detonazione della guerra da parte della Germania nazista, in quanto la liberava dal pericolo di dover condurre simultaneamente una guerra su due fronti con potenze industriali e bene armate. Si può inoltre notare come Molotov presentasse come fatto normale che «la patria del socialismo» intrattenesse buoni rapporti con il più bestiale nemico del movimento operaio, del socialismo e di tutto ciò che può dirsi civile e umano. Traspare così una visione del mondo gretta, statalista e nazionalista che dava il tono a tutto il discorso. Assumere come dato positivo la normalizzazione dei rapporti con il Terzo Reich era necessario per giustificare il brusco rovesciamento della linea della sicurezza collettiva e dei fronti popolari antifascisti. Si tratta di un argomento che si colloca nella secolare tradizione, risalente alla pace di Westfalia del 1648, al termine della Guerra dei Trent'anni, secondo la quale i corretti rapporti fra gli Stati europei escludono l'ingerenza negli affari interni.

lunedì 31 ottobre 2016

SETTEMBRE 1939: CONQUISTA E SPARTIZIONE DELLA POLONIA FRA TERZO REICH E UNIONE SOVIETICA. ALL'ORIGINE DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE, di Michele Nobile

A Stalin, Mosca
La prego di accettare i miei più sinceri complimenti per il suo sessantesimo compleanno. Colgo l'occasione per farle i miei migliori auguri. Le auguro personalmente buona salute e un futuro felice per i popoli dell'amica Unione Sovietica.
(Adolf Hitler, 21 dicembre 1939)

A Stalin, Mosca
Ricordando le storiche ore al Cremlino, che hanno inaugurato la svolta decisiva nei rapporti tra i nostri due grandi popoli, così creando le basi per una duratura amicizia, vi prego di accettare le mie più vive felicitazioni per il suo compleanno.
(Joachim von Ribbentrop, ministro degli Affari esteri del Reich)

A Ribbentrop, Berlino
Grazie, Signor Ministro, per i suoi auguri. L'amicizia di sangue sigillata tra i popoli della Germania e dell'Unione Sovietica mostra tutti i segni di essere forte e duratura.
[Iosif Stalin (Pravda, 25 dicembre 1939)]

Camuffata sotto forma di trattato di non aggressione (con annesso protocollo segreto), l'alleanza di fatto fra l'Unione Sovietica di Stalin e il Terzo Reich di Hitler stipulata il 23 agosto 1939 risolse il fondamentale problema strategico della Germania: evitare la guerra su due fronti.
Il Patto d'agosto fu quindi la condizione politica e militare per l'invasione nazista della Polonia, perché ne rendeva impossibile la difesa mediante la costituzione di un forte fronte orientale contro la Wehrmacht1, e per questa stessa ragione fu anche la necessaria condizione strategica della sconfitta degli Alleati nel 1940 e dei successi politici e militari del nazismo in Europa fino al 1941. Che fra Hitler e Stalin si fosse stabilita un'alleanza di fatto è confermato dagli eventi successivi.
Nel settembre 1939 non fu solo la Wehrmacht ad aggredire la Polonia: all'attacco nazista del 1° settembre fece seguito l'invasione dell'Armata rossa da oriente, il 17 dello stesso mese. Nel secondo articolo del Protocollo segreto allegato al Patto di non aggressione era stato stabilito, fra l'altro, che «nel caso di una nuova sistemazione politico-territoriale nell'area dello Stato polacco, le sfere d'influenza della Germania e dell'Urss saranno definite all'incirca dalla linea dei fiumi Narew, Vistola e San». Inoltre, la decisione circa il «mantenimento di uno Stato polacco indipendente» venne rimandata al corso «degli ulteriori sviluppi politici»2. È quindi indubbio che ad agosto Hitler e Stalin concordarono la divisione delle sfere d'influenza in Polonia e nell'area baltica. Il Patto d'agosto venne rafforzato il 28 settembre da un Trattato di amicizia fra Germania e Urss che ridefinì le frontiere fra i due Stati nella conquistata Polonia, e accompagnato da un altro Protocollo segreto con cui le due potenze si impegnarono a scambiarsi popolazioni e prigionieri di guerra e a collaborare nella repressione della resistenza polacca; iniziarono anche i negoziati per la crescita degli scambi commerciali e la collaborazione militare, con la messa a disposizione del porto di Murmansk per le navi tedesche e della «Base nord» per i sommergibili, nella grande base navale di Zapadnaya Litsa, non lontana da Murmansk.
Tuttavia, una corretta e completa valutazione della duplice invasione e della spartizione della Polonia richiede che si risponda a diverse domande. Innanzitutto a queste: se il Protocollo allegato al Patto d'agosto definiva le sfere d'influenza, da questo scaturivano necessariamente oppure no anche l'invasione sovietica e la spartizione della Polonia? E poi: come si combinarono le prospettive di lungo periodo e l'improvvisazione tattica nelle decisioni sovietiche di invadere la Polonia, di annettere i Paesi baltici e di dichiarare guerra alla Finlandia? Quali erano e che valore avevano le giustificazioni sovietiche dell'invasione della Polonia? Corrisponde al vero che l'entrata dell'Armata rossa in Polonia aveva lo scopo di proteggere i bielorussi e gli ucraini, sui quali «incombeva il pericolo di cadere sotto il dominio tedesco», e che essa fu una «campagna di liberazione, per proteggere la vita e i beni della popolazione della parte occidentale della Bielorussia e dell'Ucraina occidentale», come sostenuto dalla pubblicistica e dalla propaganda sovietica3? È vero che senza l'intervento sovietico «l'Ucraina occidentale e la Bielorussia sarebbero diventate teste di ponte per aggredire l'Unione Sovietica»? Corrisponde al vero che «il governo polacco non era in grado di difendere il paese, abbandonò il popolo polacco al suo destino e fuggì all'estero»4? Per quale ragione e in che modo Stalin e Hitler decisero di cancellare del tutto la Polonia dalla mappa politica d'Europa, non concedendo neanche uno Stato polacco residuale? Quali erano i rapporti tra Mosca e le cancellerie degli Stati liberali in guerra con la Germania nazista? Quale significato politico e militare reale assunse la posizione di formale neutralità dell'Unione Sovietica nella guerra continentale? E quindi: qual era la situazione nel teatro di guerra al momento dell'invasione sovietica e quali furono per l'esercito polacco le conseguenze dell'attacco dell'Armata rossa? Come interagirono nel teatro polacco l'Armata rossa e la Wehrmacht? Come forze tra loro potenzialmente ostili o come alleate di fatto? E ancora: corrisponde o no a verità l'immagine della Wehrmacht tanto potente ed efficace, per armamento e per dottrina operativa, da risultare una macchina da guerra invincibile? È vero o no che con i Patti d'agosto e di settembre l'Unione Sovietica guadagnò tempo e spazio per prepararsi adeguatamente alla guerra con il Terzo Reich? A prescindere dalla valutazione politica ed etico-politica e considerando la questione in base ai criteri dell'approccio «realistico» alla politica internazionale, il calcolo strategico di Stalin nell'estate 1939 era ben fondato? Considerando i rapporti di forza, non sarebbe forse stato preferibile per l'Unione Sovietica battersi nel 1939 invece che subire l'attacco nel 1941?

giovedì 1 settembre 2016

77 ANNI DA QUANDO HITLER E STALIN ALLEATI DIEDERO INIZIO ALLA SECONDA GUERRA MONDIALE: ATTUALITÀ POLITICA E PROBLEMI STORIOGRAFICI E TEORICI DEL PATTO NAZI-SOVIETICO, di Michele Nobile

Nella notte del 23 agosto 1939 la Germania nazista e l'Unione Sovietica firmarono un Patto di non aggressione con il quale
«Le due parti contraenti s'impegnano ad astenersi da ogni atto di violenza, da ogni atteggiamento aggressivo e da ogni attacco contro l'altra parte, e questo sia da sole sia assieme ad altre potenze»1.
Così, nell'imminenza dell'aggressione nazista alla Polonia, Stalin si impegnò per dieci anni a intrattenere relazioni pacifiche e amichevoli con il Terzo Reich. Noto come patto Molotov-Ribbentrop, preferisco indicare il trattato del 23 agosto 1939 fra Germania e Unione Sovietica come patto fra Hitler e Stalin, perché questa denominazione rende meglio la sostanza dell'accordo e ben altra è la risonanza emotiva e politica suscitata dall'associazione di quei due nomi.
Al patto era allegato un Protocollo segreto. Nel poscritto alla bozza di trattato di non aggressione trasmessa il 19 agosto da Vjačeslav Michajlovič Molotov - presidente del governo sovietico, il Sovnarkom, e ministro degli Esteri – all'ambasciatore tedesco Friedrich-Werner von der Schulenburg, si specificava che il trattato sarebbe entrato in vigore «soltanto con la firma simultanea di un Protocollo speciale, includente i punti d'interesse delle parti contraenti nell'ambito della politica estera. Il Protocollo sarà parte integrante del Patto»2.
Il poscritto di Molotov fornisce l'interpretazione autentica dell'accordo con Hitler: Protocollo e Patto sono inseparabili. È importantissimo prendere nota di questo fatto perché quella della separabilità o meno del Patto e del Protocollo è ancora oggi questione politicamente scottante. L'affermazione di Molotov è pure indispensabile per comprendere il motivo che spinse Stalin ad accordarsi con Hitler e per stabilire quando venne presa questa decisione a Mosca.
Il Protocollo è inseparabile dal Patto perché ne fu la condizione e la sostanza: fu la disponibilità nazista a concordare con la dirigenza sovietica le sfere d'interesse tra Polonia e Baltico e fino al Mar Nero che convinse Stalin a firmare un patto di non-aggressione con Hitler. Il primo articolo del Protocollo segreto recita infatti che
«Nel caso di una nuova sistemazione politico-territoriale nell'area degli Stati baltici (Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania), il confine settentrionale della Lituania segnerà il limite tra la sfera d'influenza della Germania e quella dell'Urss; col che le due parti riconosceranno che il territorio di Vilna rientra nella sfera d'interesse della Lituania».
Il secondo articolo stabilì che «nel caso di una nuova sistemazione politico-territoriale nell'area dello Stato polacco, le sfere d'influenza della Germania e dell'Urss saranno definite all'incirca dalla linea dei fiumi Narew, Vistola e San». Le parti contraenti decisero di rimandare al corso «degli ulteriori sviluppi politici» il problema del «mantenimento di uno Stato polacco indipendente». Infine, l'Unione Sovietica faceva presente di avere interessi in Bessarabia e la Germania dichiarava di non avere alcun interesse politico in questa zona»3.

venerdì 29 gennaio 2016

Giorni della Memoria: IL FASCISMO OGGI, di Roberto Massari

Dopo l'articolo sul Gulag e per contribuire ulteriormente alla riflessione dei lettori in queste giornate dedicate alla memoria della Shoah - che per noi significa denuncia e riflessione su tutti i genocidi, grandi o piccoli, su tutti i crimini contro l'umanità commessi nel corso del secolo precedente, ma anche nell'attuale - pubblichiamo questo vecchio testo di Massari, scritto nel 1994 come introduzione alla nuova edizione del celebre libro di Daniel Guérin Fascismo e gran capitale. Il lettore dovrà solo sostituire qualche data e il nome di qualche organizzazione politica e vedrà che il discorso di Massari sul «piccolo uomo comune represso» conserva intatta, purtroppo, la sua attualità. Anzi, si va estendendo, coinvolgendo ambienti e personalità politiche che un tempo si sarebbero dette «di sinistra». [la Redazione]

a mio nonno materno
Otello di Peppe D'Alcide
falegname ebanista
amante della lirica
e di filosofia orientale
militante comunista
torturato a via Tasso
imprigionato a Regina Coeli
assassinato alle Fosse Ardeatine

Una squadra fascista durante la marcia su Roma
È il testo più celebre di Daniel Guérin, comunista libertario, antifascista, antistalinista e anticonformista, sopravvissuto alle demoralizzazioni del dopoguerra, imbevuto di cultura rivoluzionaria - dall'arte al sesso, dall'economia alla storia - schierato con i neri antillani e con quelli nordamericani, con il popolo algerino contro la madrepatria coloniale, dalla parte dei giovani, del Maggio francese e del movimento della sinistra rivoluzionaria di quegli anni, internazionalista e cosmopolita, diffusore del pensiero di Reich in Francia e del marxisme libertaire (termine da lui coniato) ovunque, difensore degli omosessuali, degli immigrati, dei diversi, antistatalista e antirazzista fino alla morte.
Emblema della cultura radicale di questo morente ventesimo secolo.

Personalmente considero un privilegio aver potuto conoscere Guérin a Parigi nei primi anni '70, quando - entrambi nella redazione di Autogestion et socialisme - ci trovammo a collaborare nella diffusione di studi e ricerche sulla democrazia diretta: era il filo conduttore di quella rivista ed era il problema dei problemi all'indomani della grande ascesa rivoluzionaria verificatasi in Francia, in Europa e nel mondo.
Guérin ci ha lasciato qualche anno fa e la democrazia diretta continua ad essere il problema dei problemi, anche se c'è sempre chi s'illude di averlo definitivamente sepolto.
Questo libro fa rivivere entrambi.

martedì 16 dicembre 2014

NEL 20º DELLA MORTE (30 novembre 1994) - Debord: da «La società dello spettacolo» ai «Commentari». Note di lettura, di Roberto Massari

Massari editore, 2002
Nella Tesi 32, vale a dire nella penultima tesi dei Commentari sulla società dello spettacolo (scritti nel 1984, pubblicati nel 1988, ed. italiana della Sugarco del 1990), Debord ci offre alcuni cenni di sintesi, lasciando completamente libero il lettore - come da tradizione situazionista - di considerarli più o meno conclusivi rispetto alla lunga analisi dipanata in questo volume e nel precedente del 1967.
Il dominio della società spettacolare, ci viene detto, ha ormai raggiunto pienamente l’obiettivo dal quale aveva preso le mosse a partire dal secondo-terzo decennio del Novecento (secondo la datazione proposta a p. 13), avendo assunto le caratteristiche di autentica «trasformazione sociale». E qui il lettore non può non riandare con la memoria alle pagine del precedente volume dedicate alla descrizione del processo formativo della società dello spettacolo, a partire dalla sua forma di merce fino alla sua trasformazione in merce suprema che condiziona la produzione e la circolazione di tutte le altre merci (vi torneremo tra breve).
Ma la trasformazione sociale di cui parla Debord - avendo già fatto esplicito riferimento in più parti del suo nuovo lavoro all’integrazione delle spinte di ribellione prodotte dai movimenti del ‘68 (alle quali si potrebbe applicare, storicizzandola, la bella distinzione debordiana tra «invano» e «inutilmente») - ha acquisito una tale profondità da consentire l’affermazione poco rassicurante secondo cui essa avrebbe «cambiato radicalmente l’arte di governare» (p. 79). Nel nostro alienato futuro non sarà un «dispotismo illuminato» a regolare la vita sociale, ma un sistema totalitario integrato vero e proprio.
Nella Tesi 3 si era già detto che la profondità della trasformazione è stata determinata fondamentalmente dalla «continuità» (p. 16) nel processo di estensione del dominio della società spettacolare; ma anche dal fatto che i movimenti del ‘68 avevano fallito nel tentativo (a sua volta spettacolarmente determinato) di infrangere la catena del dominio mediatico. E si era constatato amaramente che ormai - a meno di un ventennio da quell’evento (per Debord che scrive) - il sistema di dominio era riuscito ad «allevare una generazione sottomessa alle sue leggi». Il che significa dire che, avendo il sistema integrato nel proprio processo di formazione ed estensione i potenziali oppositori del dominio stesso, la chiusura del circolo totalitario di dominio assoluto è stata ormai raggiunta.
Debord ci dice che non ci si dovrà lasciar ingannare dai ritardi o sfasature che caratterizzano il processo da un paese all’altro, né dalla contraddittorietà con cui i sudditi sottomessi si lasciano integrare. E non si presti fede ai libri che, per emergere e farsi notare a loro volta, praticano correntemente la «critica spettacolare della società dello spettacolo». Attenzione alle «vane generalizzazioni» e agli «ipocriti rimpianti» (p. 14), perché il sistema di dominio spettacolare che domina il mondo domina non solo i grandi mezzi spettacolari, ma anche le istanze critiche, le considerazioni più o meno scientifiche sul loro sviluppo e, soprattutto, sul loro uso.
A questo riguardo, nella stessa Tesi 3, Debord mette in guardia contro la possibile mistificazione insita nell’utilizzo del nuovo termine - «mediale» - con il quale si vorrebbe far credere a una veste di neutralità, d’imparziale professionalità, una sorta di concessione illimitata di fiducia nello sviluppo degli stessi strumenti del dominio spettacolare (i mass media), accantonando bellamente il problema di chi li domina, di chi li utilizza e di chi riesce per il loro tramite a controllare anche il mondo della critica antispettacolare.

mercoledì 9 maggio 2012

VICTOR SERGE: MEMORIA DI MONDI PERDUTI, di Claudio Albertani

In ricordo di Vladimir Kibal'čič (1920-2005),
meglio conosciuto come Vlady,
che dipinse le ossessioni di suo padre,
Viktor Kibal'čič (1890-1947),
meglio conosciuto come Victor Serge.

Victor Serge nei primi anni '20
A oltre sessant'anni dalla prima edizione, pubblicata a Parigi nel 1951, le Mémoires d'un révolutionnaire hanno superato la prova del tempo. Ecco un testo indispensabile per capire la tragedia delle rivoluzioni sconfitte che è, al tempo stesso, un classico della letteratura e una commovente testimonianza umana. Fin dalle prime pagine, quando emerge quel «mondo senza evasione possibile, dove l'unico rimedio era lottare per un'evasione impossibile», le tappe del dramma si succedono in un ordine implacabile. Il finale era implicito nel principio? Serge crede di no e non accetta il ruolo di vittima: «Una necessità che assomiglia alla complicità - annota - lega frequentemente la vittima al torturatore, il martire al carnefice». Come Nietzsche, sua passione di gioventù, e come Benjamin, che conobbe di sfuggita, l'Autore esprime la necessità di tornare al passato per raccoglierne l'eredità e le speranze perdute. La parola «destino», da lui spesso usata, non implica la fatalità, né esclude la volontà. Quando parla di «noi» non annulla l'individuo, ma si riferisce a un «io» molteplice e collettivo che riassume le passioni e le speranze della sua generazione, oltre ogni espressione di parte. Il risultato è una scrittura polifonica, volta a riscattare la «memoria di mondi perduti», come recitava il titolo originale pensato da Serge, troppo modesto per arrogarsi l'attributo di «rivoluzionario». Alla fine il libro fu pubblicato postumo con il titolo scelto da suo figlio Vlady, autore del magnifico quadro che figura in copertina dell'edizione curata dal mio vecchio amico Roberto Massari.

Le radici libertarie
Scrittore francese di sangue e russo di spirito, romanziere, poeta, storico, giornalista e traduttore, Viktor-Napoléon L'vovič Kibal'čič - alias Victor Serge, Le Rétif, Le Masque, Ralph, R. Albert, Victor Stern, Viktor Klein, Aleksej Berlowskij, Sergo, Siegfried, Gottlieb, V. Poderewskij e qualche altro pseudonimo - nacque in esilio, a Bruxelles, il 30 dicembre 1890, e morì, sempre in esilio, a Città del Messico, il 17 novembre 1947. Visse il mondo ipocrita della Belle Époque, l'esaltazione comunista degli anni Venti e l'incubo totalitario della «mezzanotte del secolo». Attraversò le correnti più importanti del movimento operaio: il socialismo riformista, il comunismo anarchico, l'individualismo, l'anarcosindacalismo, il bolscevismo e il trotskismo, senza mai abbandonare una spiccata sensibilità libertaria. Trascorse una decina d'anni di prigionia in diversi paesi, partecipò a tre rivoluzioni - la spagnola (1917), la russa (1919-20) e la tedesca (1923) - e fu attivo anche in Belgio, Francia, Austria e Messico. Sopravvisse al Gulag e alla barbarie nazista, e fu tra i primi a qualificare l'Urss come un regime totalitario.
Autore di culto, benché quasi sconosciuto al grande pubblico, non sviluppò un sistema dottrinale né lasciò una scuola di pensiero. Non fu neppure un intellettuale nel senso tradizionale; in ogni tappa critica cercò di dare alle esigenze dello spirito uno sbocco nell'azione. La sua attualità risiede nella riflessione traboccante, letteraria e poetica ancor più che teorica sulla tragedia di una rivoluzione che divora se stessa. Nelle centinaia di pagine che dedicò a questo tema mantenne la freddezza dell'analista distaccato conservando, al contempo, la passione militante e la certezza di un avvenire migliore.

giovedì 22 settembre 2011

L'UTOPIA ROSSA DI VICTOR SERGE, di Roberto Massari

Victor Serge a Orenburg, 20 marzo 1936
C'è un Victor Serge anarchico che, reduce dal carcere e dall'internamento, raggiunge il movimento rivoluzionario nella Russia del 1919, divenendo il Serge «bolscevico» che nell'estate del 1920 scrive un panegirico molto poco libertario del processo ivi in corso:
«Chi dice rivoluzione dice violenza. Ogni violenza è dittatoriale. Ogni violenza impone una volontà che spezza le resistenze… Ammetto di non concepire che si possa essere rivoluzionari (se non in modo puramente individualistico) senza riconoscere la necessità della dittatura del proletariato… Pena la morte, pena cioè l'essere immediatamente messi a morte dalla vittoria di una dittatura reazionaria, bisognerà che i rivoluzionari instaurino subito la dittatura».
E c'è un Victor Serge - sfuggito eccezionalmente allo sterminio dei vecchi bolscevichi, dopo un triennio d'internamento siberiano (Orenburg negli Urali), esule in Messico e conquistato ormai all'idea che sia indispensabile una sintesi rivoluzionaria di pensiero marxista e libertario - che scrive nell'estate del 1947, a pochi mesi dalla morte:
Massari editore, 2011
«Il totalitarismo, così come si è instaurato in Urss, nel Terzo Reich e debolmente abbozzato nell'Italia fascista e altrove, è un regime caratterizzato dallo sfruttamento dispotico del lavoro, dalla collettivizzazione della produzione, dal monopolio burocratico e poliziesco (meglio sarebbe dire terroristico) del potere, dal pensiero asservito, dal mito del capo-simbolo…
In questo senso, la rivoluzione proletaria non è più, ai miei occhi, il nostro fine; la rivoluzione che intendiamo servire non può essere che socialista, nel senso umanistico del temine, e più esattamente socialisteggiante, democraticamente, libertariamente compiuta».
In mezzo ci sono le grandi vicende del Novecento (burrascoso dopoguerra, Rivoluzione russa, ascesa dello stalinismo, tentativi insurrezionali in vari Paesi, fronti popolari, guerra civile in Spagna, patto Hitler-Stalin, Seconda guerra mondiale, spartizione del mondo in due blocchi, sconfitta storica del movimento operaio organizzato) vissute in prima persona da un grande scrittore belga-russo, naturalizzato… apolide.

domenica 3 ottobre 2010

CONTRO L'EDITORIA O EDITORIA CONTRO?, di Roberto Massari (editore)

A PARTIRE DALLE RIFLESSIONI AD ALTA VOCE FATTE IN OCCASIONE DELL'INIZIATIVA DEL 5 GIUGNO A SATURNIA: «INDICAZIONI DI V(U)OTO»

SOMMARIO: Una disgiuntiva e vari predicati - Dall'antichità al monopolio medievale del clero - Intermezzo poetico-musicologico - Rivoluzione editoriale umanistica e rinascimentale - La prima grande impresa editoriale moderna e antagonistica - La trasformazione del libro in merce (capitalistica) - Il feticismo caratteristico del libro - Modifiche nel dominio dell'editoria sistemica - Due romanzi di editoria distopica + uno - Tre livelli di controllo totalitario editorial-spettacolare - L'editorial-spettacolare integrato nella società spettacolare di massa - La metafora della mappa - L'assenza di un'editoria critica delle pseudopposizioni - Che (non) fare?

Una disgiuntiva e vari predicati

Partiamo dalla differenza di significato tra i due poli della disgiuntiva proposta dal titolo: «Contro l'editoria» o «Editoria contro». In effetti, entrambe le formulazioni rinviano a qualcosa di eversivo o antagonistico, evocando vagamente anche un contesto «combattivo» e militante. Ma ciò è dovuto più alla preposizione «contro», che non al concetto di «editoria». Tant'è vero che si potrebbe tranquillamente sostituire quest'ultimo termine (per es. «contro la letteratura o letteratura contro», «contro la fotografia o fotografia contro») senza che si abbia la sensazione di cambiare spalla al fucile. Ma se è vero che non cambia la spalla, e quindi nemmeno il bersaglio preso di mira, il tipo di arma con cui s'intende sparare cambia, eccome…
Sarebbe senz'altro un ottimo esercizio (una sorta di «scuola di tiro» in senso metaforico) elencare la più ampia serie di attività intellettuali umane - di nuovo concepimento o ereditate dal passato - in cui lo scambio di collocazione sintattica dei termini nella disgiuntiva sopracitata consenta ugualmente di restare in un ambito eversivo e combattivo: la musicologia? la linguistica? la critica cinematografica? la psicoanalisi? l'informatica? l'architettura? e perché non addirittura un termine abusato e in crescente processo degenerativo come la politica?
Possiamo quindi convenire su un primo punto fermo, da cui ripartire con il nostro discorso: nel concetto di «editoria» storicamente determinato (e aggiornato agli standard mediatici della contemporaneità) non vi è nulla di così specifico né alcuna connotazione così esclusiva di tale «arte» che ci consenta di dire che essa sia o naturalmente predestinata a svolgere una funzione reazionaria (e quindi semplicemente da combattere) o che essa sia in sé (in quanto tale) un prezioso strumento per la lotta antisistemica (eversiva, rivoluzionaria ecc.). E possiamo dire anche che ciò si verifica più o meno o alla pari di altre «arti» che l'umana progenie ha affinato nel tempo e ha trasformato in strumenti fondamentali di comunicazione, di trasmissione di idee, di elaborazione culturale individuale o collettiva.
Per procedere occorrerà pertanto ricorrere all'uso di predicati che consentano di stabilire contro quale tipo di editoria e con quali strumenti editoriali s'intenda combattere. Ciò allo scopo di enucleare alcuni «perché» e alcuni «come», «dove» e «quando» senza i quali il nostro discorso resterebbe appeso nel limbo delle pure astrazioni, anche… editoriali.
Volendo specificare i poli della disgiuntiva enunciati in apertura con dei predicati semplici e sintetici che qualifichino contro chi combattiamo in campo editoriale e con quali strumenti, potremmo formulare le frasi di cui sopra dicendo che siamo (sono) «contro l'editoria dominante» e sentiamo (sento, come editore) il bisogno (e quindi cerco) di promuovere «un'editoria antagonistica» nei confronti del sistema di potere che ci sovrasta: un'editoria antisistemica, quindi, per combattere l'editoria del potere.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.