L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

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domenica 20 aprile 2025

LA LOTTA ANTIMPERIALISTA E DEMOCRATICA DEL CONFEDERALISMO CURDO

di Piero Bernocchi


ITALIANO - ENGLISH


La lotta antimperialista e democratica del confederalismo curdo è la più avanzata degli ultimi decenni

Relazione di Piero Bernocchi alla Conferenza Internazionale "Libertà per Öcalan: una soluzione politica per la questione curda", Roma 11 aprile 2025 

Alcuni mesi fa ho pubblicato sul mio sito, a titolo personale e non in quanto portavoce della Confederazione Cobas, un articoletto di sentito rammarico per la scarsa, a mio avviso, mobilitazione  in solidarietà con la lotta del popolo curdo contro l'aggressione criminale di Erdoğan in Turchia e in Siria. Sottolineavo come sarebbe stato auspicabile che, sulla base del drammatico appello del Congresso Nazionale del Kurdistan di quei giorni, in particolare la sinistra conflittuale, antagonista, radicale o anticapitalista che dir si voglia, coinvolta nella sacrosanta mobilitazione permanente per i palestinesi, dedicasse analogo impegno a favore dei fratelli e sorelle curdi. Ma aggiungevo anche il mio timore che ciò non sarebbe accaduto, poichè il criminale Erdoğan e l'iper nazionalismo turco sembrava non suscitare lo stesso sdegno del Netanyahu massacratore. E segnalavo il mio stupore per questa differenza di impegno, ritenendo io i curdi/e l'espressione più luminosa di una rivoluzione politica, civile, sociale, morale e culturale,  che li dovrebbe rendere degni del massimo impegno solidale. E domandavo: perchè per i curdi "nel movimento" non si spendono energie paragonabili a quelle viste per i palestinesi egemonizzati, con le buone o le cattive, da Hamas? Perchè non era stata occupata non dico una università ma manco un'auletta scolastica in loro nome e difesa? Perchè nessun settore di studenti si è battuto per imporre l'interruzione dei rapporti culturali con le università turche, come si è fatto per quelle israeliane? O perchè non si è praticato alcun boicottaggio dei prodotti turchi come avvenuto per Israele?  

Malgrado lo scritto abbia avuto una discreta diffusione, non ho ricevuto vere risposte, se non alcuni scomposti attacchi, aggressivi e offensivi, da parte di chi vedeva nelle mie domande un attacco ai palestinesi o una pretesa di dare voti alle varie lotte popolari e di resistenza, dividendole in "buone" da premiare e "cattive" da trascurare. Per la verità un tentativo di risposta c'è stata, ma sono persino imbarazzato nel riferirvele, perchè veniva da sciagurati capaci di considerare i curdi non meritevoli di solidarietà in quanto "vassalli dell'imperialismo americano" per il loro ricevere armi e aiuti militari dagli Usa. Posizioni non meritevoli di risposta, visto che l'aiuto degli Us al curdi siriani è avvenuto solo perchè gli eroici combattenti curdi erano in primissima fila, e versavano sangue a fiumi, in difesa del Medio Oriente e del mondo in generale, contro i tagliagole massacratori del Daesh/Isis. Al punto da interrompere gli aiuti una volta che le milizie del Daesh furono sbaragliate dai combattenti curdi, per non parlare dell'assoluta indifferenza attuale dell'orrendo Trump di fronte alle aggressioni del nuovo governo siriano contro le zone amministrate dai curdi del Nord Siria.

Nella relazione che ha preceduto la mia, Emily Clancy (n.b. vicesindaca di Bologna) ha esaltato il fondamentale contributo di Öcalan e del confederalismo democratico per coloro che si battono per un municipalismo democratico, per l'ambientalismo, l'ecologia sociale e il "comunalismo". Io andrei anche oltre, perchè la teoria del confederalismo curdo, elaborata da Öcalan sulla base degli insegnamenti del filosofo socialista e libertario statunitenze Murray Bookchin è, a mio parere, l'elaborazione anticapitalista e antimperialista pià avanzata mai apparsa sulla scena politica internazionale dalla fine della Seconda guerra mondiale. Essa non si limita ad essere una teoria - che rompe con la tradizione marxista-leninista dello stesso Öcalan e del Pkk dei primordi - "dell'amministrazione politica non statale e di una democrazia senza Stato", come nell'eleborazione primaria di Bookchin. Öcalan e il suo confederalismo curdo sono andati oltre, mettendo in luce come un antiimperialismo aggiornato al 21° secolo non possa ignorare che il capitalismo ha mille facce che devono essere tutte contrastate e rovesciate se si vuole sul serio prospettare un superamento dello stesso: dal che, dunque, lo sviluppo di teorie ambientaliste aggiornate, un'elaborazione sull'energia da utilizzare per una buona economia, l'assolutà parità praticata tra uomo e donna, con l'estirpazione del patriarcato e del maschilismo strutturale; il rifiuto del nazionalismo, dell'integralismo religioso e della competizione tra etnie e fedi, l'accettazione dei diversi orientamenti sessuali, la pratica della cooperazione, del dialogo e la ripulsa dell'odio inestinguibile verso l'avversario e persino il nemico, combattuto ma non demonizzato nè brutalizzato.

venerdì 14 febbraio 2025

CONTRO LO STATO TURCO, IN DIFESA DEL POPOLO CURDO

di Piero Bernocchi (portavoce Confederazione Cobas)


Fermiamo lo Stato turco, criminale e genocida. 15 febbraio a Roma (Circo Massimo, ore 14.30) manifestazione nazionale in difesa del popolo curdo

L'UIKI (Ufficio d'informazione del Kurdistan in Italia), struttura che rappresenta in Italia la comunità curda, ha promosso per il 15 febbraio una manifestazione nazionale a Roma (e una a Milano) con un Appello, ove tra l'altro si legge: "Il 15 febbraio 2025 segnerà il 26° anniversario della cattura di Abdullah Öcalan, il leader storico del movimento curdo...Dal 1999, Öcalan è detenuto in isolamento sull’isola-prigione di Imrali. La sua prigionia rappresenta un simbolo della più ampia repressione contro le rivendicazioni curde, ma anche della difficoltà della Turchia nell’affrontare una soluzione politica e pacifica a un conflitto che perdura da decenni.La liberazione di Abdullah Öcalan non riguarda soltanto la giustizia per un uomo imprigionato in condizioni che violano il diritto internazionale e lo stesso sistema giuridico turco, ma costituisce anche un passo fondamentale per la costruzione di una pace duratura tra lo stato turco e il popolo curdo. Nel corso degli anni, Öcalan ha più volte espresso la sua disponibilità a negoziare e a promuovere la pace, avanzando proposte che prevedono il riconoscimento dei diritti dei curdi all’interno di una Turchia democratica e pluralista. In tutto il paese, le pratiche utilizzate sull’isola di Imrali sono state estese per soffocare ogni forma di dissenso e di opposizione che veda nella soluzione politica della questione curda una possibile svolta verso una trasformazione democratica dell’intero Medio Oriente".

Nel frattempo, il 5 e 6 febbraio 2025 a Bruxelles si è riunita la 54° Sessione del Tribunale Permanente dei Popoli sul Rojava.  Nella sua dichiarazione il Tribunale Permanente ha affermato che lo Stato turco sta commettendo sistematicamente crimini di guerra e crimini contro l’umanità con l’obiettivo del genocidio. La dichiarazione denuncia tra l'altro: "Le testimonianze che abbiamo ascoltato dipingono un quadro di punizione diffusa e sistematica di un popolo. I loro crimini? Essere curdi e creare una società fondata sui principi di uguaglianza, giustizia e solidarietà. L’obiettivo della punizione è lo sradicamento dell’identità, della presenza e della cultura curda. Gli abitanti di Afrin sono stati costretti ad abbandonare le loro case quando la città è stata occupata dalla Turchia nel 2018. La popolazione curda è passata da oltre il 90% al 25%, poiché le loro case sono state sequestrate e offerte ad arabi sunniti e turkmeni . Le proprietà sono state sistematicamente saccheggiate, vetrine e cartelli stradali sostituiti con nomi turchi, il turco ha sostituito il curdo come lingua di insegnamento. Terreni e proprietà sequestrati, fabbriche smantellate, l’industria olearia confiscata.... Circa 120.000 persone sono state costrette ad andarsene: il 40% bambini, un altro 40% donne e molti altri anziani. Il totale attuale degli sfollati è stimato in 300.000 unità...Abbiamo sentito di esecuzioni sommarie di attivisti politici e soccorritori, sparizioni e di come le persone potessero capire l’ora dalle urla e dai pianti delle persone torturate, dalle 9 del mattino alle 5 di pomeriggio... Ci hanno raccontato di rapimenti, aggressioni sessuali e stupri di donne e ragazze, prigioni segrete ricavate da scuole, edifici agricoli e stazioni ferroviarie, e l’incapacità dei sopravvissuti di parlare per paura della detenzione e della tortura.. Abbiamo visto prove dell’uso di fosforo bianco... Abbiamo visto prove fotografiche di ripetuti bombardamenti di impianti di gas ed elettricità e di installazioni petrolifere, il che significa niente combustibile per il riscaldamento e la cucina, ma anche niente acqua, lasciando un milione di persone senza acqua corrente pulita, portando a dissenteria e colera.... Abbiamo sentito di attacchi a strutture mediche che curano decine di migliaia di pazienti a Kobani e Qamlişo...Gli attacchi contro le donne - il “femminicidio politico” delle donne che sfidano il patriarcato e si battono per l’uguaglianza di genere, gli stupri brutali delle donne curde da parte dei servizi segreti turchi nelle prigioni segrete – sono stati presentati come un attacco diretto al modello del Rojava... I bombardamenti, attacchi con droni e atrocità contro i civili, gli spostamenti forzati e la sostituzione delle popolazioni, la distruzione dell’energia elettrica e il danneggiamento delle riserve idriche, i danni ambientali, la distruzione del patrimonio culturale e delle istituzioni educative, l’uso di stupri, torture, detenzioni segrete costituiscono crimini contro l’umanità e crimini di guerra e sono indicativi di genocidio". 

E questo infine è un brano del commento dell’Avv. Margherita D’Andrea, dell’Esecutivo GD, che con una delegazione dei Giuristi Democratici ha partecipato alla sessione: "Quello che è emerso nel corso delle audizioni dei testimoni è che dal 2018 in Rojava è in atto un  sistematico e pervicace tentativo di sradicare il popolo curdo dalla propria terra, di distruggerne non solo la vita ma l’identità, la cultura, l’economia, costringendo migliaia di persone a fuggire. Un tentativo che è stato definito dal Collegio dell’accusa proprio di una vera  ingegneria demografica, al fine di attuare una politica di sostituzione nell’area del Nord Est Siria dei curdi con popolazioni arabe sunnite e turcomanne..I giudici hanno scritto che la comunità internazionale è consapevole delle continue sofferenze del popolo curdo e dei crimini degli imputati...E' dunque fondamentale che i responsabili dei crimini di guerra e crimini contro il popolo curdo siano portati davanti alla giustizia e che la comunità internazionale assicuri immediatamente la cessazione degli attacchi della Turchia in Rojava. Questo al fine di scongiurare il rischio di un vero e proprio genocidio".

Di fronte a questa terrificante e feroce aggressione, è indispensabile che, nel quadro di una mobilitazione generale a livello europeo e internazionale per porre fine ai crimini di guerra, con scopi apertamente genocidi, nei confronti del popolo curdo nonché per ottenere quanto prima la liberazione di Abdullah Öcalan, il leader storico del movimento curdo, si garantisca la massima riuscita alle due manifestazioni nazionali di Roma e Milano, indette per sabato prossimo 15 febbraio dai rappresentanti del popolo curdo in Italia. La Confederazione COBAS è particolarmente impegnata alla riuscita della manifestazione di Roma, per la quale diamo appuntamento a tutti i difensori della causa del popolo curdo per il corteo che partirà da P. La Malfa (Circo Massimo) alle ore 14.30

Piero Bernocchi   portavoce Confederazione COBAS


Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

mercoledì 11 dicembre 2024

Annotazioni storiche in merito alla questione del Rojava - parte I

Dal ritiro delle forze governative alla promulgazione della Carta del Contratto Sociale


di Andrea Vento


I curdi del Rojava, il Kurdistan occidentale, da quando è stato disegnata la carta politica del Medio Oriente dalle potenze coloniali vincitrici della I Guerra mondiale, Regno Unito e Francia, senza concedere il diritto ad uno proprio stato alle popolazioni curde (carta 1), hanno sempre corso il rischio di scomparire, insieme ai connazionali degli altri stati limitrofi (Turchia, Iraq e Iran), soprattutto come soggettività etnica a causa delle politiche negazioniste, repressive e assimilazioniste di cui sono stati oggetto da un secolo a questa parte.

Carta 1: la definizione dei confini politici della penisola anatolica in base al Trattato di Losanna del 24 luglio 1923 che sancirono la nascita della Turchia moderna a discapito del promesso stato curdo e non solo (nota 1)


Nello specifico, la situazione dei curdi del Rojava ha registrato un profondo cambiamento a seguito della guerra civile siriana iniziata nel corso del 2011 e successivamente evolutasi in conflitto internazionalizzato. E' opportuno specificare che nel 2012, nel corso della guerra civile siriana, le forze governative siriane si sono ritirate dalle tre zone, confinanti con la Turchia, abitate dai curdi, lasciando il controllo militare alle Unità di autoprotezione del popolo (YPG), appositamente costituite l'anno precedente (2011) a scopo difensivo. L'Esercito Arabo Siriano, in difficoltà si è quindi ritirato a difesa della capitale e delle zone del Nord-ovest a maggioranza alawita (carta 2), una setta minoritaria dello sciismo che esprime il governo di Damasco compresa la dinastia degli  el-Assad, abbandonando al loro destino i territori curdi(2). 

Carta 2: composizione etnica e religiose della Siria e del Libano agli inizi della guerra civile


I curdi sono stati costretti ad organizzarsi, oltre che militarmente, anche politicamente e amministrativamente, istituendo nel  luglio del 2012, il Comitato Supremo curdo (Dbk) come organo di autogoverno della propria area. Istituzione composta in egual numero da membri del Partito dell'Unione Democratica (Pyd), principale partito curdo siriano legato al Pkk turco, il Partito de Lavoratori del Kurdistan d'ispirazione marxista, e del Consiglio Nazionale Curdo (Knc), politicamente vicino al Kurdistan iracheno(3).

Tuttavia, il Pyd dopo aver rotto con il Knc, nel novembre del 2013,  ha annunciato un governo ad interim nelle tre aree curde territorialmente non contigue, da ovest verso est, i cantoni di Afrin, Kobane e Jazira (Qamislo), dichiarando la piena autonomia e proposto un processo costituente denominato: Carta del Contratto sociale. I tre i cantoni sono stati (carta 3), quindi, dotati di assemblee popolari e di forze di autodifesa: le YPG (formazioni miste) e le YPJ (composte solo da donne). 

Carta 3: i 3 cantoni curdi del Rojava ad inizio 2014


Il modello politico-sociale del Confederalismo democratico

La Carta del Contratto Sociale, promulgata il 20 gennaio 2014, è divenuta la costituzione più democratica che la popolazione di questa regione abbia mai conosciuto. L'organizzazione politica e sociale del Rojava può essere considerata un modello di Confederalismo democratico del Medio Oriente nel quale ogni comunità, a prescindere dalle caratteristiche etniche e religiose, ha il diritto all'autodeterminazione e all'autogoverno. 

Un modello basato, appunto, sulla filosofia del "Confederalismo democratico" elaborata da Abdullah Öcalan(4) leader del Pkk che implica autosufficienza, localismo e pluralismo etnico fra «kurdi, arabi, assiri, caldei, turcomanni, armeni e ceceni», come riporta il preambolo dell'innovativa Carta della Rojava. Un testo che tratta di libertà, giustizia, dignità,  democrazia, uguaglianza e  «ricerca di un equilibrio ecologico». 

Il Partito dei Lavoratori del Kurdistan turco (Pkk), con cui il PYD è in stretti rapporti, ha così descritto il Confederalismo democratico nel proprio manifesto fondativo: «Il Confederalismo democratico del Kurdistan non è un sistema di Stato, è il sistema democratico di un popolo senza Stato ... Prende il potere dal popolo e lo adotta per raggiungere l'autosufficienza in ogni campo compresa l'economia». 

Un modello economico basato sul municipalismo e sull'ecologia sociale che riprende l'elaborazione teorica del filosofo socialista libertario Murray Bookchin e che non contempla il processo di accumulazione capitalistica.

Il Confederalismo democratico è un paradigma sociale non statuale che si basa sulla partecipazione dal basso, i cui processi decisionali avvengono all’interno delle stesse comunità. E' un progetto anti nazionalista che, basandosi sulla convivenza pacifica fra elementi diversi, rigetta l'assolutismo etnico e il fondamentalismo religioso, peraltro in fase di espansione nell'intero Medio Oriente e non solo.

Altro cardine fondamentale è costituito dalla parità di genere che è concretamente rappresentata non solo dalle guerrigliere delle Ypj (immagine 1), ma anche nel principio della partecipazione paritaria a ogni istituzione di autogoverno, che, pur tra contraddizioni e in condizioni estremamente difficili,  esprime un reale principio di cooperazione, tra liberi e uguali, in una regione particolarmente frammentata dal punto di vista etnico e religioso.

Immagine 1: le guerrigliere delle Ypj, combattono armate di soli Kalashnikov


Andrea Vento 

7 dicembre 2024

Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati


Note:

 1.Il Trattato di Losanna ribaltò l'assetto territoriale previsto dal precedente Trattato di Sevres (1920), collaterale al Trattato di Versailles per la ridefinizione degli assetti mediorientali dopo la sconfitta dell'Impero Turco-ottomano, e che prevedeva la nascita di uno stato curdo nel sud-est della penisola anatolica, una Armenia più estesa di quella attuale,  l'assegnazione alla Grecia dei territori abitati dalla popolazione ellenica nella parte occidentale della penisola anatolica e il controllo internazionale sulla parte di territorio afferente agli stetti del Bosforo e dei Dardanelli.

2. Nell’estate 2012, sedici mesi dopo lo scoppio delle rivolte in Siria, il governo di Baššār al-Asad, sotto scacco ad Aleppo, ritirò l’esercito dalle aree a maggioranza curda del Nord e del Nord-Est del paese. 

Fonte: "I Curdi in Siria: il Rojava" https://storiaestorie.altervista.org/blog/i-curdi-in-siria-il-rojava/

3. https://www.cesi-italia.org/en/articles/crisi-siriana-e-prospettive-curde-la-partita-di-barzani

4. Il libro "Il Confederalismo democratico" di  Abdullah Öcalan è scaricabile al seguente link:

https://ocalanbooks.com/downloads/it-confederalismo-democratico.pdf



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martedì 9 luglio 2024

I NOSTRI FRATELLI E SORELLE CURDI/E, FIGLI/E DI UN DIO MINORE?

di Piero Bernocchi


Sarebbe auspicabile che, sulla base del drammatico comunicato/appello del Congresso Nazionale del Kurdistan (KNK) che trovate di seguito, tutti/e coloro che sono in mobilitazione permanente per i palestinesi e in odio per Israele (certo, comprensibile a causa del criminale agire di Netanyahu, ma che buona parte di loro vorrebbe vedere spazzata via "dal fiume al mare", altro che "due popoli, due stati") dedicassero almeno un decimo del loro impegno a favore dei nostri fratelli e sorelle curdi/e, per i quali da sempre i COBAS si sono impegnati in tutte le forme e modi. 

Ma temo che non succederà, visto che il boia Erdogan e l'iper nazionalismo turco, che ha dietro di sè secoli e secoli di imperialismo feroce e bellicismo atavico, non suscita, pare, lo stesso sdegno del sionismo, che pure è l'espressione della volontà ebraica di avere una patria dopo quasi due millenni di persecuzioni e che, a differenza dell'ipernazionalismo turco, ha non più di un secolo di storia. Desiderio di avere una patria ove non essere perseguitati (esperienza che i turchi non hanno quasi mai provato in giro per il mondo) che per tanti israeliani/e e per tanti/e ebrei/e è però nel contempo ostile agli orrori di Netanyahu e dell'estrema destra israeliana i quali, senza i mostruosi crimini di Hamas il 7 ottobre, assai probabilmente sarebbero stati messi in condizioni di non nuocere per via democratica e istituzionale.

E questa incomprensibile differenza di impegno e di passione si verifica malgrado i curdi/e siano l'espressione più luminosa di una rivoluzione politica, civile, sociale, morale e culturale,  che li rende la punta mondiale più avanzata di un'idea completa e ricca di democrazia, multiculturalismo, tolleranza, femminismo ed ecologismo, e un riferimento ideologico, politico e culturale senza eguali nel mondo, mentre i palestinesi si sono dati (o sopportano) una leadership orrenda, ultrareazionaria, ultrasessista, omofoba, dittatoriale e repressiva di qualsiasi cosa fuoriesca dall'islamismo jihadista. Quell'Hamas a cui si inneggia in tanti cortei e università, nonostante usi i palestinesi come carne da macello pur di far avanzare la propria "guerra santa" contro Israele, ebrei e "infedeli vari". Avendo Hamas peraltro alle spalle, come finanziatore e sponsor, l'orripilante Iran dei boia iraniani, satrapi e dittatori simil-Erdogan.

E ciò malgrado, temo che per i curdi non verranno "nel movimento" spese energie manco pari a un decimo di quelle viste finora per la Palestina di Hamas, non verrà occupata nessuna università in loro nome e difesa, nè ci si batterà per imporre l'interruzione dei rapporti economici o culturali con la Turchia e l'Iran, o il boicottaggio dei loro prodotti come si fa per Israele. Però, che questa mia lettura risulti, come spero, troppo pessimistica o che fotografi purtroppo la realtà, almeno il nostro impegno come COBAS dovrà essere fin da subito ancor più intenso e diffuso di quanto già fatto da noi negli ultimi anni. 

(p.b.)

 

 La guerra della Turchia contro i curdi nel Nord Iraq

(Comunicato-stampa del Congresso Nazionale del Kurdistan)

Mentre i pogrom contro i rifugiati siriani in Turchia e l'esibizione di saluti fascisti del lupo da parte del giocatore della nazionale turca Demiral e di migliaia di tifosi turchi durante i Campionati europei di calcio - sostenuti dall'esercito turco e dai suoi mercenari - hanno fatto notizia in tutto il mondo, l'occupazione della Turchia della regione del Kurdistan in Iraq continua costantemente.Dal 15 giugno, la Turchia ha iniziato una nuova operazione militare di terra nella Regione del Kurdistan dell'Iraq (KRI). Da allora centinaia di veicoli blindati, carri armati e truppe turche sono stati dispiegati, istituendo posti di blocco, effettuando controlli sull'identità dei cittadini curdi e tentando di evacuare i villaggi nella regione del Kurdistan iracheno. A causa dei bombardamenti in corso sono scoppiati incendi in vaste aree. L'invasione segue la visita del presidente Recep Tayyip Erdoğan a Baghdad ed Erbil nell'aprile 2024. Erdoğan ha ottenuto il via libera all'invasione, in cambio di lucrose concessioni su petrolio, infrastrutture e acqua date al governo federale iracheno e al KRG.

Negli ultimi giorni, l'afflusso di soldati e veicoli blindati nelle città di Duhok ed Erbil, in collaborazione con il Partito Democratico del Kurdistan (KDP), indica una significativa presenza militare in luoghi strategici. Questo aumenta il timore di un'occupazione strisciante e permanente della regione da parte della Turchia, che porterà a una guerra regionale a lungo termine, con conseguenze globali.Le recenti azioni militari turche nel Kurdistan iracheno, comprese le operazioni di terra e l'istituzione di posti di blocco e basi militari, sono state monitorate da vicino dai Community Peacemaker Teams (CPT) con sede negli Stati Uniti. Le operazioni hanno provocato lo sfollamento di civili, la distruzione di terreni agricoli e il danneggiamento di infrastrutture civili, tra cui una scuola e un monastero cristiano.Secondo il CPT, tra gennaio e luglio del 2024, la Turchia ha condotto 1076 attacchi nel Kurdistan iracheno. Dall'inizio della nuova campagna militare, solo 238 bombardamenti, principalmente nel governatorato di Duhok.

Il CPT è profondamente preoccupato per l'escalation delle operazioni militari turche nel Kurdistan iracheno e per l'impatto sui civili. L'organizzazione mette in guardia da un potenziale sfollamento di massa se le operazioni dovessero persistere. Venerdì sono scoppiati intensi scontri tra la guerriglia del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) e le Forze Armate turche (Türk Silahli Kuvvetleri -TSK) nel distretto di Amedi, a Duhok nella Regione del Kurdistan in Iraq (KRI), come riportato dall'agenzia indipendente curda Peregraf. Le forze turche hanno condotto attacchi aerei sul villaggio di Guherzê, causando danni significativi a numerose case e veicoli, secondo Roj News.Nel frattempo, Vedant Patel, portavoce del Dipartimento di Stato americano, ha indirettamente segnalato l'approvazione degli Stati Uniti per l'occupazione turca di parti del KRI. Mucaşeh Tamimi, un osservatore politico che ha parlato con Roj News, ha sottolineato la vulnerabilità della difesa irachena contro gli assalti della Turchia, ha evidenziato l'influenza della Turchia sull'approvvigionamento idrico dell'Iraq, che causa siccità, e ha discusso l'impatto economico dei prodotti turchi in Iraq, minando gli sforzi di controllo delle frontiere.

Una dichiarazione dell'Unione delle comunità del Kurdistan e un portavoce dell'Unione patriottica del Kurdistan suggeriscono che la Turchia ha arruolato combattenti di Al Nusra e di altri gruppi jihadisti per sostenere le sue operazioni.Il dispiegamento dell'esercito turco nel Kurdistan meridionale continua, con recenti invii ad Amadiya nella notte di sabato. Gli abitanti della regione hanno espresso il loro disagio per i continui attacchi e hanno criticato la mancanza di risposte da parte dei partiti politici e del governo.In conclusione, il Congresso nazionale del Kurdistan esorta la comunità internazionale ad affrontare l'aggressione della Turchia contro i curdi e il suo disprezzo per il diritto internazionale e la sovranità della Regione del Kurdistan e dell'Iraq. La mancanza di risposta da parte dei media e delle istituzioni globali alle azioni militari e alle violazioni dei diritti umani della Turchia è preoccupante.

È fondamentale un intervento immediato da parte del governo iracheno, degli Stati Uniti, dell'UE, delle Nazioni Unite e del Consiglio d'Europa per fermare l'escalation di violenza. Per ulteriori informazioni e supporto per la copertura dal campo, contattateci:

press@knk-kurdistan.com


Congresso Nazionale del Kurdistan (KNK)


08.07.2024



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lunedì 12 marzo 2018

RIFLESSIONI SULLA POLITICA TURCA, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

© Shlomo Cohen
È cambiata la Turchia sotto Erdoğan? La domanda può apparire assurda solo per l’abitudine di considerare la Turchia, prima che Erdoğan salisse al potere, un Paese laico e occidentalizzato.
Tuttavia, quest’immagine consolidata si rivela falsa. Il cambiamento c’è stato, ma non nella sostanza: a cambiare è stata l’esteriorità. Infatti, pur col periodico ricorso alle elezioni, il Paese è sempre stato governato in modo autoritario, e oggi questa caratteristica è soltanto più evidente e maggiore è la sua qualità.
Mustafa Kemal e i suoi successori hanno compiuto sforzi immensi per occidentalizzare la Turchia in tempi brevi - troppo brevi - e apparentemente avevano avuto successo. La laicità kemalista non ha mai fatto proprio, per esempio, il modello francese, ma si è limitata a mettere sotto controllo politico e statale il mondo religioso turco e vietare le sue manifestazioni pubbliche.
Alla fine una plurisecolare storia nazionale, che con troppa fretta era stata destinata al museo delle cose passate, è riemersa con forza culturale, spirituale e politica.
D’altronde tutta la storia dei Turchi, dalla loro uscita dalle steppe dell’Asia centrale, si era sviluppata sotto il segno dell’Islam, e la rivoluzione kemalista - imposta anche sanguinosamente - aveva per vari aspetti violentato l’identità di quella che potremmo chiamare “anima turca”.
Se vogliamo lo stesso Atatürk, senza baffi e vestito all’occidentale, dava una certa sensazione di artificiosità. Questo non significa che non esista più un settore occidentalizzato e laico nella società turca, ma solo che esso ha perduto l’egemonia politica e culturale, rivelandosi per giunta minoritario.
Nel 2002 l’islamico Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp) vinse le elezioni e in pochi anni riuscì a penetrare nelle roccaforti laiche dell’amministrazione pubblica e della giustizia che in precedenza sembravano impossibili da conquistare. Il loro potere fu neutralizzato e la stessa sorte toccò alle Forze armate, anch’esse in teoria solido pilastro e guardiane della svolta kemalista.
In definitiva, Erdoğan e l’Akp hanno liberato il sentimento profondo della Turchia popolare e islamica, il cui islamismo - prima confinato nella sfera privata - è diventato libero e di rilevanza pubblica.
Il successo risulta tale che il ritratto di Atatürk, ancora appeso alle pareti degli uffici pubblici, ormai non fa più danni e può restare dove si trova - in fondo rappresenta un momento di vittoria nazionale per i Turchi.
La vittoria dell’Akp non ha portato a un nuovo corso di democrazia, si è semplicemente affermato un nuovo culto della personalità: quella di Erdoğan invece di quella di Mustafa Kemal. Qualcuno afferma che in definitiva la svolta islamica non è stata fine a se stessa, bensì lo strumento per l’affermazione dell’erdoğanismo.
Ormai eletto direttamente dal popolo, Erdoğan si comporta come se fosse l’incarnazione della volonté générale della nazione turca. Il suo potere è pienamente consolidato: l’Akp ha la maggioranza in Parlamento, le Forze armate sono state domate, la magistratura e la Corte costituzionale sono obbedienti, i mass media sono per lo più controllati e infine (e non da ultimo) i nuovi padroni del Paese possono distribuire in tutta tranquillità gli appalti pubblici - piccoli e grandi - fra i loro clienti.
Uno strumento in particolare ha manifestato una singolare efficacia: l’ampio uso di una retorica che fonde vittimismo, arroganza neo-ottomana, sindrome da complotto interno-esterno e caccia ai traditori.
Si tratta di uno strumento efficace, perché corrisponde a un atteggiamento diffuso soprattutto fra gli strati più popolari, specialmente anatolici, e considerato da molti osservatori esterni un residuo psicologico della travagliata storia del declino imperiale ottomano.
Ormai il tradimento è percepito come presente in chiunque e in qualsiasi settore non conforme all’Akp. Si tratta di un bacino molto eterogeneo: sinistra turca, kemalisti, liberali, Curdi e filo-curdi, minoranze religiose come gli Aleviti, i pochi Sciiti esistenti, qualche superstite Armeno e/o Greco ortodosso.
Fra i traditori sono state incluse personalità che un tempo furono autorevoli esponenti dell’Akp, poi incorse nell’imperdonabile colpa della dissidenza politica - seppur minima: Abdullah Gül, tra i fondatori dell’Akp ed ex presidente della Repubblica; Bülent Arınç, anch’egli cofondatore ed ex speaker del Parlamento; e infine Ahmet Davutoğlu, ex ministro degli Esteri e presidente del Consiglio.
Fethullah Gülen è un nemico arcinoto, ma non è inutile ricordare che senza il suo appoggio (per la vasta rete di collegamenti di cui disponeva) Erdoğan forse non sarebbe riuscito a vincere la burocrazia laica e le Forze armate nel cruciale periodo 2011-12.
In aggiunta c’è la crescente nostalgia per il periodo ottomano - cioè imperiale islamico - fonte di ispirazione della variabile e contraddittoria politica estera di Erdoğan, grazie alla quale la Turchia resta nella Nato, ma compie disinvolti “giri di valzer” con la Russia.
Infine vi sono le velleità d’espansione, oggi rivolte alla Siria prendendo a pretesto l’ossessione curda di Erdoğan.

OSCILLANDO FRA MOSCA E WASHINGTON

Sul problema curdo le iniziali “aperture” del Presidente turco sono durate poco, ed egli è tornato al più ottuso nazionalismo turco e alla sua menzogna di base: i Curdi non esistono, sono semplicemente “Turchi di montagna”.
Adesso, grazie anche alle precedenti complicità di Erdoğan con i jihadisti in Siria, si è creata una situazione per cui i Curdi siriani - collegati col Pkk di Turchia - non sono visti come nemici né dal Cremlino né da Washington; di qui l’altalena di Erdoğan fra Russia e Stati Uniti, accolta dai suoi interlocutori in modo opportunista quando conveniente, ma sempre con diffidenza.
Per inciso, il problema curdo-siriano non è l’unico ad inquinare le relazioni tra Ankara e Washington: sembra che gli investigatori del Fbi stiano lavorando a un dossier su Erdoğan, la sua famiglia e i membri del relativo entourage per una truffa che coinvolge la Banca di Stato turca in materia di commercio con l’Iran, suscettibile dell’accusa di violare le sanzioni e le leggi bancarie degli Usa.
Il problema diventerà concreto se vi saranno incriminazioni contro gli indagati, col rischio di sanzioni statunitensi alla Turchia. In tal caso la questione potrebbe anche riflettersi - teoricamente - sull’appartenenza turca alla Nato. Se questo avvenisse, un ulteriore avvicinamento turco alla Russia non dovrebbe stupire, ferma restando l’incognita della disponibilità (e possibilità) russa ad accogliere le pretese turche sui Curdi di Siria.

LA QUESTIONE AFRIN

Intanto ad Afrin le cose non vanno benissimo per le truppe di Ankara, alle prese con una resistenza accanita e difficoltà tecniche nella protezione dei propri mezzi corazzati, che difatti hanno subito perdite ingenti. Se si arrivasse alla battaglia finale, i Turchi con tutta probabilità la vincerebbero, ma a prezzo di fortissime perdite non solo in termini di mezzi materiali, ma anche di proprie vite umane.
Sulla possibilità o meno di accoglimento russo delle pretese turche in Siria bisogna fare una riflessione. In Siria, Mosca ha stipulato accordi col governo di Damasco per i propri interessi geostrategici. La presenza militare della Russia richiede che il Paese sia stabilizzato e rimanga amico; a questo fine non ci sono alternative serie ad Assad, il cui governo deve essere definitivamente rafforzato e recuperare il controllo dell’intero territorio siriano. Cosa non facile, ma nemmeno impossibile.
Alla luce di ciò, la Russia non ha alcun interesse ad appoggiare le pretese turche, poiché andrebbe ad urtare col governo damasceno per disporre unicamente di un’eventualità piuttosto aleatoria: vale a dire che Ankara, spingendosi all’estremo, finisca col rompere con la Nato. Allo stato delle cose, uno stratega accorto può soltanto attendere che il frutto, in caso di maturazione, cada da sé nella metaforica cesta.
È chiaro che l’operazione Afrin ha una duplice funzione: annientare i Curdi nelle zone di frontiera e realizzare una zona di controllo turco nella Siria settentrionale, da usare come base per i jihadisti anti-Assad sostenuti da Ankara - magari dando alla Turchia l’egemonia su quel che resta del jihadismo in Siria.
Ciò significherebbe prolungare il conflitto siriano e vanificare le vittorie governative appoggiate dai Russi. Ne consegue che l’operazione Afrin va contro gli interessi della Russia: è quanto basta per smentire certe dicerie riguardo un preventivo accordo fra Erdoğan e Putin.
Sembra che il regime di Assad abbia facilitato il trasferimento di combattenti curdi nella zona di Afrin, e la logica di tale iniziativa è palese: al momento le velleità curde non minacciano Damasco, mentre lo stesso non può dirsi per il caso di una vittoria turca.
Nel frattempo pare che i Curdi abbiano ceduto al controllo dei governativi alcuni territori nell’area di Aleppo. E se, come sostiene l’agenzia al-Masdar, i Curdi prossimamente consegneranno ai governativi la città di Manbij - un chiaro obiettivo turco - allora vorrebbe dire che per proseguire la Turchia dovrebbe mettersi contro anche la Russia.

IL DILEMMA DELLA RUSSIA

Qui le cose si fanno complicate per la politica russa, che si trova a muoversi su una specie di filo del rasoio. Da un lato, senza cooperazione turca la stabilità della Siria resta a rischio, dall’altro, le iniziative di Ankara sono in contrasto con tale cooperazione.
In più, Mosca dovrà evitare lo scontro diretto fra truppe siriane e turche, e non solo perché i Siriani avrebbero la peggio: oltre al grave deterioramento dei rapporti fra Russia e Turchia (con tanti saluti alla stabilizzazione siriana), Mosca riceverebbe da Damasco e Teheran non resistibili pressioni per un suo intervento, con possibili e pericolose contromosse statunitensi.
Ma anche la Turchia ha interesse a non deteriorare i suoi rapporti con la Russia. Sembra esservi una situazione di stallo, tuttavia Mosca disporrebbe di almeno una possibilità di trattativa - soprattutto se la resistenza curda causasse ai Turchi perdite molto pesanti.
Si tratterebbe di far leva su due fattori: il fatto che Ankara avrebbe comunque conseguito l’obiettivo di mettere in sicurezza il confine siriano bloccando i rifornimenti fra Curdi di Siria e Pkk, nonché i costi - e i pericoli - che lo spingersi oltre implicherebbe.
Parallelamente, Mosca potrebbe agire sui Curdi di Siria sottolineando la convenienza ad abbandonare le iniziative azzardate sollecitate dagli Stati Uniti - che poi con disinvoltura li abbandonerebbero al loro destino - e convincendoli, inoltre, ad ammorbidire l’atteggiamento verso il governo di Damasco, poiché un accordo con esso potrebbe avere effetti tranquillizzanti sulla Turchia.
Come corollario ci sarebbe da persuadere Damasco ad accettare al momento (e sotto protezione russa) sia una presenza turca nel nord che la concessione ai Curdi di una qualche autonomia che non risulti pericolosa per gli interessi di Ankara.

mercoledì 28 febbraio 2018

IL NEO-OTTOMANESIMO DI ERDOĞAN A UNA SVOLTA PERICOLOSA, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

© TIME Magazine/Marco Grob
Al momento i grandi media non se ne occupano, ma sembra proprio che nuovi e pericolosi venti di guerra stiano per soffiare nel Mediterraneo orientale.
Il 15 ottobre 2016, in un discorso nell’università che (modestamente) porta il suo nome, il Presidente turco ha esposto alcune linee della nuova politica estera da lui elaborata, annunciando l’intenzione di riconquistare i territori persi dall’Impero ottomano a seguito della sconfitta nella Prima guerra mondiale, con specifico riferimento alla Tracia occidentale e al Dodecanneso, tutte zone appartenenti alla Grecia, in teoria alleata della Turchia nella Nato.
Nel dicembre 2017 gli ha fatto eco il leader dell’opposizione laica neokemalista, Kemal Kılıçdaroğlu, guida del Partito Repubblicano del Popolo (Chp), annunciando che nel 2019 la Turchia avrebbe invaso diciotto isole greche - come nel 1974 l’allora primo ministro Bülent Ecevit aveva fatto con Cipro - dichiarando che «non esiste alcun documento» comprovante l’appartenenza alla Grecia di queste isole. Questo accadrebbe - e qui sta la gravità della cosa - se il suo partito (apparentemente socialdemocratico) dovesse vincere le prossime elezioni.
Un altro segnale è venuto dal discorso pronunciato da Erdoğan il 17 febbraio a un congresso del suo partito (Akp) tenutosi a Eskişehir. Parlando dell’azione militare contro i Curdi di Siria, ha proclamato:
«Coloro che pensano che abbiamo cancellato dai nostri cuori le terre da cui cent’anni fa ci siamo ritirati in lacrime si sbagliano. In ogni occasione ribadiamo che Siria, Iraq e altri luoghi della mappa dei nostri cuori non sono diversi dalla nostra stessa patria. Ovunque venga inteso l’appello alla preghiera, noi lottiamo affinché non si brandisca una bandiera straniera. Quanto fatto sinora è niente a confronto degli attacchi ancora più imponenti che prevediamo per i prossimi giorni: Dio lo vuole!».
Infine, nella sua recente visita ad Atene, Erdoğan aveva affrontato - solo sul piano diplomatico, però - il problema costituito da quelle isole egee poste vicino all’Anatolia che il trattato di Losanna del 1923 aveva assegnato alla Grecia, esprimendo l’esigenza di una revisione di quell’accordo.
Nel frattempo, è utile notarlo, veniva perfezionata la vendita alla Turchia dell’ultramoderno sistema antimissile russo S-400, iniziativa criticatissima dalla Nato anche perché non compatibile con gli altri sistemi d’arma usati dall’Alleanza Atlantica.
Va ricordato che il trattato di Losanna - superando il precedente trattato di Sèvres, leonino e vessatorio per quel che restava dell’Impero ottomano - riconosceva la riconquista di tutta l’Anatolia da parte delle forze kemaliste, e che a fronte di ciò l’attribuzione alla Grecia delle isole e dei territori traci ora contestati era accettabile.
Era anche una sorta di contentino per Atene, rovinosamente sconfitta da Atatürk dopo essersi installata con l’appoggio britannico nella zona di Smirne, nel folle sogno di ricostituire in parte l’Impero bizantino (era la cosiddetta Megali Idea).
Gli episodi preoccupanti che si inquadrano in questo clima prebellico non sono mancati, e il recentissimo scontro nell’Egeo fra due pattugliatori, il greco 090 Gavdos e il turco Umut, è stato solo un elemento della serie. Il 28 luglio 2017, per esempio, un aereo spia turco CN-235 era stato intercettato dai Greci, e il 12 agosto seguente undici aerei F-16 turchi erano sconfinati per un periodo di dodici ore nello spazio greco, determinando per tredici volte altrettanti voli d’intercettazioni da parte dell’aviazione ellenica, oltre alla formale segnalazione alla Nato. Si è trattato di sconfinamenti nei cieli di Limnos, Lesvos, Samos e Chios.
Che i bellicosi propositi revanscisti contagino anche l’opposizione turca è grave sia in sé e per sé, sia per il fatto che dai neokemalisti ci si aspetterebbe che abbiano ben chiari i motivi per cui lo stesso Atatürk aveva più volte ammonito a non farsi nemici alle frontiere: il bene e la sicurezza della Turchia.
Oggi ci sono truppe di Ankara (e altrettanti nemici) fuori dai confini della Repubblica turca nella parte occupata di Cipro, nel nord della Siria e in Iraq.
Nella zona irachena di Mosul, le truppe turche sono ancora una volta presenti senza il permesso del governo di Baghdad, che infatti parla di invasione. Proprio nella regione di Mosul, secondo quanto denunciato dall’ex capo di Stato maggiore greco, il generale Fragkos Fragkoulis, la Turchia intenderebbe assicurarsi l’accesso al locale greggio iracheno. Sarebbe una sorpresa se, prima o poi, Erdoğan rivendicasse (magari ricorrendo anche ad azioni militari) l’acquisizione di tutto il territorio dell’ex vilayet di Mosul, a cui effettivamente aspirava la Turchia kemalista ma che fu assegnato all’Iraq per volere britannico?
A questo punto l’attuale operazione in Siria presenta connotati inquietanti, che potrebbero portare a complicazioni internazionali e spargimenti di sangue. Il problema è capire contro chi, realmente, vada a operare la svolta “imperiale” di Erdoğan.
Che le porte dell’Europa siano chiuse per la Turchia è ormai così evidente che in maggioranza gli stessi Turchi hanno smesso di farci conto, e forse - col vento islamista che tira - non vogliono nemmeno più entrarci.
Un altro esempio di come la miopia politica colpisca “di rimbalzo”: se invece di chiudersi (ipocritamente, senza dirlo) nella xenofobia razzista e nell’antislamismo paranoico - disponendo tuttavia di un maggior livello culturale, chiaramente deficitario - le dirigenze europee avessero colto l’occasione per ammettere quel Paese quando ancora gli islamici assertivamente “moderati” non avevano il potere, oggi avremmo forse una situazione diversa e problemi diversi.
E probabilmente l’Akp avrebbe potuto contare su una carta in meno: il pericoloso orgoglio turco ferito, che inevitabilmente ripiega sul vecchio detto «il solo amico del turco è turco».
Oggi Erdoğan, il cui consenso popolare non sembra scemato, ce l’ha con tanti: la Germania, l’Ue, la Nato e gli Stati Uniti, in parte a causa del fallito golpe contro di lui - molto probabilmente attivato dai suoi “alleati” occidentali - e con l’aggiunta che l’arcinemico Fethullah Gülen continua a vivere tranquillo negli Usa. Non si può escludere che l’atteggiamento a dir poco ostile verso la Grecia faccia parte di un disegno per mettere in difficoltà la Nato, di cui fanno parte entrambi i Paesi.
Un articolo apparso di recente sul giornale turco Yeni Şafak (perfettamente allineato con Erdoğan), se da un lato ha aumentato le preoccupazioni greche, dall’altro può fornire elementi d’interpretazione. Il suo autore, İbrahim Karagül - un “duro” dell’Akp ritenuto portavoce ufficioso del Presidente - fa capire che l’ulteriore svolta di Erdoğan fa seguito al persistere delle ambiguità occidentali e in particolar modo degli Usa, finti amici della Turchia e complici del nemico curdo.
A questo punto, una volta ricompattato il Paese attorno a sé, egli lo condurrebbe a una nuova “guerra d’indipendenza” (dopo quella di Atatürk), facendo passare per traditori della patria quanti si azzardassero a non seguirlo. In teoria fra costoro ci potrebbero essere i neokemalisti, e forse (da sottolineare il forse) questo spiegherebbe il “fare la faccia feroce” da parte di Kemal Kılıçdaroğlu. Ma non è detto che sia questo il caso, perché al contagio ipernazionalista i Turchi sono molto sensibili.
A latere ci sono le strizzatine d’occhio del nostro alla Russia, fermo restando che a Mosca si sa bene quanto sia inaffidabile il Presidente turco. Ma anche verso la Russia egli non si sta comportando bene, come dimostra l’operazione «Ramo d’ulivo», che può anche essere vista come parte di una più ampia strategia in cui i sogni neo-ottomani dell’islamico “moderato” Erdoğan possono tramutarsi in un incubo per gli altri.
I recenti eventi sul campo di battaglia di Afrin rendono tutt’altro che irrealistiche le possibilità di un ampio scontro fra truppe turche e siriane.
Poiché non sembra che le recenti epurazioni di massa nelle Forze armate ne abbiano rafforzato l’efficienza, se la Siria reagisse aiutata da Mosca, Erdoğan potrebbe finire col chiamare in aiuto la Nato, indipendentemente dall’aver in precedenza pontificato che gli obblighi dell’Alleanza Atlantica non si estendono al Vicino Oriente.
Finora i Russi hanno mantenuto un atteggiamento prudente, ma come proficui alleati di Assad non potrebbero perdere la faccia lasciando campo libero alla Turchia. Sta di fatto che non sarebbe la Turchia ad essere aggredita - si tenga a mente che si combatte in territorio siriano e non turco - ma non ci sarebbe nulla di strano se Erdoğan, rigirando la frittata, arrivasse a sostenere (alla maniera israeliana) che la sua è stata un’azione di difesa preventiva per evitare l’aggressione curda.
Il Presidente turco si rivela un buon allievo della scuola statunitense di politica internazionale - per la quale il diritto internazionale, quando conviene, è carta straccia - nelle disinvolte violazioni dei confini altrui, come dimostra il caso dell’intromissione armata nelle prospezioni energetiche nel mare attorno a Cipro, Paese sovrano e membro dell’Ue, alla cui porta Erdoğan fa finta di continuare a bussare.
Da parecchi giorni la Turchia tiene bloccata la nave Saipem, noleggiata dall’ENI e regolarmente autorizzata dal governo cipriota, adducendo pretese destituite di ogni fondamento in base ai trattati internazionali.
Il trattato di Montego Bay (1982) stabilisce che la sovranità di uno Stato si estenda fino a 12 miglia marine dalla sua costa, tuttavia per il caso specifico dello sfruttamento esclusivo di minerali ed idrocarburi viene estesa a tutta la sua piattaforma continentale, da intendersi come naturale prolungamento della terra emersa sino a che essa si trovi ad una profondità più o meno costante prima di sprofondare. Ma la prepotenza paga sempre.
E la povera e disastrata Grecia, lasciata in braghe di tela dall’Ue? Ha chiesto protezione agli Stati Uniti! In effetti il suo destrorso ministro della Difesa, Panos Kammenos, ha offerto agli Statunitensi nuove basi nell’Egeo; mossa arrischiata per il notorio alto tasso di tradimento verso gli alleati da parte di Washington nel momento del loro bisogno, e poi perché è stata messa in atto apposta per far infuriare i Turchi.
Nel peggiore dei casi sperare non costa niente, ma in questo caso non è chiaro quale potrebbe essere l’oggetto della speranza. Sperare nell’impantanamento turco in Siria? Ma quand’anche così fosse, possiamo stare sicuri che Erdoğan non cercherebbe la rivincita sulla debolissima Grecia?
Sperare che intanto egli soddisfi i suoi appetiti imperiali nel Vicino Oriente? A parte il fatto che non è detto che ciò accada, tuttavia, se anche ciò avvenisse, niente garantisce che così si plachi il suo appetito imperiale, soprattutto se fosse davvero intenzionato a riconquistare vecchi territori ottomani perduti nel Vicino Oriente e in Europa.
Un disegno in apparenza folle, ma considerati tutti i fattori in campo - fra cui la sperimentata natura imbelle di vari soggetti in gioco - non è sicuro che lo sia veramente, anche se folli ne sarebbero le conseguenze.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.