L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

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sabato 26 settembre 2015

LA VICENDA DI SYRIZA, IL FALLIMENTO DEL PARLAMENTARISMO E LA NECESSARIA RIVOLUZIONE COPERNICANA, di Michele Nobile

Al lettore che volesse approfondire il contesto economico/politico greco del 2015, a partire dall'elezione del governo Tsipras a fine gennaio, si consiglia di consultare i precedenti articoli di Michele Nobile pubblicati su questo blog: «Syriza, un successo elettorale», «Le lezioni della Grecia e le prospettive» e «Grecia: bilancio (provvisorio) e prospettive di un riformismo onesto», oltre all'analisi di Roberto Massari apparsa poco dopo il Referendum di luglio: «Per i Greci: unica soluzione la rivoluzione (ovviamente contro la propria borghesia)». [la Redazione]

Sarà la coincidenza del mese, ma molti commenti sui risultati dell'ultima elezione in Grecia mi hanno fatto scattare un'associazione con l'originale lezione che Enrico Berlinguer trasse dalla tragedia del golpe cileno. Ragionando a partire dal colpo di Stato in Cile, tra settembre e ottobre del 1973 il segretario del Pci mise a punto la linea del «compromesso storico», in effetti già delineata da un anno a quella parte e che altro non era se non una versione aggiornata della strategia togliattiana dell'«avanzata dell'Italia verso il socialismo nella democrazia e nella pace». Come è noto, la lezione che Berlinguer traeva dalla terribile tragedia cilena consisteva nella asserita necessità, per i comunisti italiani, di giungere a un «nuovo grande "compromesso storico" tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano». Non si trattava, dunque, di alimentare e concentrare le possibilità di radicalizzazione politica ancora esistenti nella società italiana, ma di piegare la forza contrattuale del movimento operaio all'alleanza con la piccola e media borghesia e con il padronato; non si trattava di colpire la Democrazia cristiana, allora nel momento di massima crisi, ma di riabilitarla come «forza popolare» costituzionale e con essa collaborare strettamente.

Implicitamente, Berlinguer affermava che per la «via democratica al socialismo» non era sufficiente, in termini istituzionali, neanche conseguire il 51% dei suffragi.
La tragedia cilena costituiva una conferma, di portata mondiale, dei limiti insuperabili della via elettorale e parlamentare al socialismo; eppure Berlinguer ne trasse la lezione opposta, rovesciando le ragioni che avevano permesso la riuscita del golpe, viste non nel moderatismo di Unidad Popular e nell'illusione di Allende della fedeltà alla Costituzione di Pinochet e dei militari, ma in un eccesso di radicalità, nella frattura con un partito «popolare» come la Democrazia cristiana.
Questo travisamento della realtà aveva però una sua logica: di fronte a un fatto che smentisce un'ipotesi, o si abbandona l'ipotesi o si deve reinterpretare il fatto. Un partito politico (o un'area politica) che fonda la propria esistenza e il proprio apparato di professionisti della politica e di rappresentanti istituzionali su una strategia più che decennale, non può abbandonarla se non mutandosi in qualcosa d'altro. Piuttosto, l'abilità della direzione politica consiste nel riuscire a forzare il fatto nel proprio quadro strategico e mentale, magari richiamandosi alla tradizione, a sua volta inventata o reinterpretata. Da quel compromesso storico scaturì, in capo a pochi anni, la repressione dell'ultimo grande movimento anticapitalistico di massa in Europa, quello giovanile e studentesco del 1977; i licenziamenti di massa della Fiat e il rilancio su ampia scala della controffensiva padronale; la messa ai margini del Pci e, in ultimo, l'inizio della sua trasformazione in quello che infine è diventato il Pd di Renzi. Eppure, ancor oggi Enrico Berlinguer è un'icona di un certo «comunismo italiano»: lo stesso che ora continua a schierarsi, comunque, a fianco di Tsipras.

giovedì 16 luglio 2015

PER I GRECI: UNICA SOLUZIONE LA RIVOLUZIONE (OVVIAMENTE CONTRO LA PROPRIA BORGHESIA), di Roberto Massari

Atene, piazza Syntagma, 15 luglio 2015 © Reuters
Nei giorni precedenti il Referendum greco e nell'ebbrezza delle ore successive alla vittoria del no, sembrò avverarsi finalmente il noto verso di Orazio appreso sui banchi di scuola: Graecia capta ferum victorem cepit: «la Grecia conquistata ha conquistato il selvaggio vincitore» (purché si sostituisca «ferum victorem» con Italicum laevum suffragatorem, cioè l'italiano bravo elettore di sinistra di bontempelliana memoria). Rappresentati ai loro massimi livelli nella gerarchia di partito, si può dire che ad Atene erano presenti come entusiastici sostenitori di Syriza e soprattutto di Tsipras gli elettori di Sel, di Rifondazione, del Movimento 5Stelle, oltre a qualche scheggia del Pd. Insomma, quella che per una convenzione linguistica, poco fondata storicamente, viene ancora chiamata «la sinistra a sinistra del Pd». Escludendo per ora il movimento di Grillo (che vive ormai una schizofrenia quasi quotidiana, visto che qualche mese fa rifiutò di affiancarsi a Syriza nel gruppo parlamentare europeo, preferendo un gruppo inglese della destra razzista e sciovinista, mentre ora inneggia a Tsipras attribuendogli intenzioni antieuropeiste che il poveretto non ha mai avuto) possiamo dire che in piazza a gioire di una vittoria altrui - come già in Spagna con Podemos - erano presenti le correnti politiche che a suo tempo, guidate da Bertinotti, erano andate al governo con Prodi (i famigerati Forchettoni rossi), sostenendolo in ogni sua bisogna: dal proseguimento dell'attacco allo stato sociale in Italia fino alle missioni di guerra all'estero.
La svolta improvvisa di Tsipras (che ha fatto campagna per il No, ma ha scelto di realizzare le proposte del Sì) ha sconvolto la festa per tutti costoro e magari i più eruditi tra loro andranno a riscoprire i luoghi comuni antigreci diffusi da un'antica cultura mediterranea e latina (dal virgiliano appello a diffidare dei doni dei Danai alla vituperata Graeca fides, dal Graecus impostor all'invito a temere il fallacem Graeculum ecc.).

lunedì 6 luglio 2015

GRECIA: BILANCIO (PROVVISORIO) E PROSPETTIVE DI UN RIFORMISMO ONESTO, di Michele Nobile

1. Lo scontro tra il governo di Tsipras e i creditori internazionali della Grecia si svolge sul terreno economico ma, in effetti, è tutto politico; e se oggetto dei negoziati è la politica economica e sociale della Grecia, in prospettiva ad essere in gioco è l'intero sistema delle politiche e delle istituzioni europee o, meglio, il limite a cui esse possono spingersi nel confronto col governo di uno Stato membro la cui prospettiva è diversa da quella sedicente liberista. Infatti, non esiste alcuna presunta legge o necessità economica per imporre alla Grecia la feroce austerità che ha dovuto sopportare e a cui pare destinata ancora per anni, stando alla volontà della troika dei creditori, ribattezzata «le istituzioni»; anzi, sono proprio l'austerità e la conseguente depressione dell'economia che impediscono di ridurre il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno. A fronte dell'iniquità della politica neoliberista della troika, la vittoria elettorale di Syriza e la formazione del governo Tsipras sono eventi di enorme importanza per la sinistra europea:
«Per la prima volta dalla formazione dell'area dell'euro, nel negoziato tra il governo Tsipras e la troika (Banca centrale europea, Commissione europea, Fondo monetario internazionale) si sono opposte in modo chiaro due linee realmente alternative, sul piano istituzionale e del confronto fra governi»1.
La mia personale valutazione è che il governo Tsipras abbia operato nel migliore dei modi, per quanto umanamente possibile e date le circostanze. Ha mostrato saldezza di nervi, dignità e determinazione, caratteristiche non frequenti, per essere gentili, nella politica europea, in particolar modo in Italia.
Tuttavia, è veramente miope confondere il sostegno a chi lotta, come può, contro la postdemocrazia con l'adesione alla sua strategia politica. Al contrario, non solo replicare il successo di Syriza altrove in Europa è difficile, ma tutta la più recente vicenda greca dimostra, a parere di chi scrive, i limiti di una prospettiva elettorale di riforma delle istituzioni e della politica della postdemocrazia europea.
Se non si vuole chiudere gli occhi o indulgere nel propagandismo, peraltro contraddicendo quanto affermano gli stessi Tsipras e Varoufakis, si deve prendere atto che il governo Tsipras è costretto a contrattare non la fine, ma i modi e il peso e la distribuzione dell'austerità. Anche la convocazione del referendum è una carta giocata, abilmente ma non senza rischi, per forzare, per quanto possibile, la rete in cui il governo è avvinto. La vittoria del no al referendum allarga le maglie della rete e sposta nel tempo le contraddizioni, non le risolve.

sabato 7 marzo 2015

LE LEZIONI DELLA GRECIA E LE PROSPETTIVE, di Michele Nobile

«Ma non posso chiudere l'argomento come se il giudizio in merito dipendesse unicamente dal rispetto di precedenti impegni o da fattori economici. Una politica che riducesse la Germania in servitù per una generazione, o che degradasse milioni di esseri umani, o che privasse di gioia un intero popolo, sarebbe da rifuggire e con paura: da rifuggire anche se fosse attuabile, anche se ci facesse più ricchi, anche se non preparasse il crollo di tutta la civiltà europea».
[John Maynard Keynes, «Le riparazioni di guerra e la capacità di pagamento della Germania» (1919), in Esortazioni e profezie, Garzanti, Milano 1975, p. 22.]

1. Per la prima volta dalla formazione dell'area dell'euro, nel negoziato tra il governo Tsipras e la troika (Banca centrale europea, Commissione europea, Fondo monetario internazionale) si sono opposte in modo chiaro due linee realmente alternative, sul piano istituzionale e del confronto fra governi. Da una parte alcuni dei governi e delle istituzioni più potenti del mondo, che da anni scaricano i costi della crisi capitalistica interamente sui lavoratori e sui comuni cittadini; dall'altro lato del tavolo, il governo di un paese devastato dall'austerità e in depressione si è fatto portavoce della necessità di provvedere urgentemente alla gravissima condizione in cui versano i lavoratori e i comuni cittadini greci. Non c'è alcun dubbio che in questa contrattazione si siano confrontate e scontrate la democrazia e la postdemocrazia, gli interessi immediati del popolo greco e gli interessi immediati del capitale europeo. Per la sua logica e per ciò che potrebbe implicare per gli orientamenti della politica economica e sociale del continente, il programma di Syriza è suonato alle orecchie delle caste politiche della postdemocrazia europea come un delitto di lesa maestà. Inoltre, la visione implicita nella proposta di Syriza è quella di un'Europa autenticamente federale; la troika, invece, intende l'unione monetaria alla stregua di un accordo di cambi fissi, con ciò minando la coesione europea.

Vista l'importanza della posta in gioco, è comprensibile che, al termine di questo primo giro negoziale, si sia scatenata una discussione internazionale intorno al tema: nella contrattazione con la troika Syriza ha vinto o perso? Capitolazione o buon compromesso? Tanto rumore per nulla o avvio di un difficile percorso di rinnovamento della politica europea?

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.