L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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mercoledì 17 agosto 2016

MICHEL BURNIER, di Roberto Massari

IN DUE LINGUE (Italiano, Francese)

Michel Burnier è morto dopo la mezzanotte tra il 3 e 4 agosto nell'ospedale Georges Pompidou di Parigi, al termine di una lunga battaglia contro il cancro. È stato cremato al Père Lachaise l'11 agosto. Era nato 67 anni fa, il 3 aprile 1949 a Ginevra.
Con lui ho perso uno dei miei più cari e più antichi amici. Ma va detto anche che il mondo del pensiero eversivo ha perso una mente lucida, un sociologo multifacetico, una di quelle intelligenze che purtroppo siamo ormai costretti a definire «di altri tempi». Quando il figlio Félix mi ha comunicato la notizia, sono scoppiato a piangere, come non mi accadeva da tempo. In fondo anche un pezzo di me se n'è andato con Michel.
Ricordo ancora la prima volta, quando ci conoscemmo. Si affacciò sulla soglia del mio ufficio all'Università di Paris Jussieu (dove lavoravo nel Groupe de Sociologie du travail), con fare esitante e sbarazzino: un po' come nella foto che allego. Era il 1974, mentre la foto è di qualche anno dopo. All'epoca lavoravo nell'équipe di una ricerca europea (franco-anglo-italo-tedesca) sulle nuove forme di lotta operaia e lui era reduce da uno dei suoi primi soggiorni a Torino dove stava completando uno studio sui consigli operai che uscirà in forma di libro - Fiat: conseils ouvriers et syndicat (con la prefazione di Pierre Naville, Les éditions ouvrières) - solo nel 1980. A partire da quel momento finirà del tutto il dubbio abbastanza diffuso che Michel-Antoine Burnier (autore con Frédéric Bon del celebre Classe ouvrière et révolution, Seuil 1971, e soprattutto de Les nouveaux intellectuels, 1966/1971) e lui fossero la stessa persona.
In quei lontani giorni del 1974 io militavo ancora nella Quarta internazionale (sia nella sezione francese che in quella italiana), dalla quale sarei stato espulso circa un anno dopo; mentre Michel aveva già fatto la sua breve esperienza nella Quarta (nella sezione svizzera, una delle peggiori e più grossolanamente burocratiche) e si aggirava con spirito critico e beffardo nei meandri della gauche alternative francese e soprattutto parigina. I suoi referenti teorici contemporanei erano personaggi e gruppi nati dalla dissoluzione di Socialisme ou barbarie (Cornelius Castoriadis, Claude Lefort, il consigliarismo più recente - quindi anche inglese e italiano), con simpatie molto più effimere per correnti comuniste di sinistra sorte per lo più dalla diaspora del trotskismo francese (Jacques Camatte, Roger Dangelville, Invariance ecc.), e ovviamente con attenzione a Guy Debord (di cui forse fu lui a parlarmi per la prima volta).
A me, che cercavo vie d'uscita dall'«ortodossia» trotskoide (un tragitto già intrapreso nel mio Le teorie dell'autogestione, apparso proprio nel 1974), l'incontro con Michel portò una ventata d'aria fresca. Con lui mi si spalancava un mondo nuovo, eterodosso e intrinsecamente eversivo, ideologicamente «peccaminoso» per un marxista serio quale credevo d'essere stato fino a quel momento; un mondo del quale avevo solo sentito parlare vagamente e nel quale invece avrei trovato in futuro gli stimoli necessari per proseguire la mia ricerca teorica, tutt'ora in corso, dopo la grande delusione di «gioventù» nei confronti del trotskismo quartinternazionalistico (cioè quello dogmatico e ortodosso, incapace di vedere i grandi errori di Trotsky accanto ai suoi indiscutibili meriti storici).

giovedì 13 agosto 2015

MIA MADRE (Nanni Moretti, 2015), di Pino Bertelli

Siamo abbastanza chiaroveggenti da essere tentati di deporre le armi; nondimeno il riflesso della ribellione trionfa sui nostri dubbi; e benché potremmo diventare degli stoici perfetti, l'anarchico rimane desto in noi e si oppone alla nostra rassegnazione.
(E.M. Cioran)

I. LE CARNEVALATE DEI FESTIVAL DEL CINEMA E GLI ORSETTI LAVATORI DELLA CRITICA IN FRAC

L'amore per la verità, la gioia o la rivolta pura e semplice dell'ordine costituito non alberga nelle anime morte del cinema italiano. Di lodi sperticate su film non sempre pregevoli sono lastricate le platee (le storie) della macchina/cinema… la civiltà dello spettacolo, come sappiamo, poggia i propri deliri di onnipotenza non solo sulle guerre, sugli indici della Borsa o sul consenso generalizzato dei mercati globali, ma anche e soprattutto sulla dittatura mediatica (cinema, fotografia, internet, televisione, pubblicità, carta stampata…). Lo spettacolo è il compendio di tutte le forme alienate della merce, della politica, dei saperi, e determina i rapporti sociali. La società spettacolare riproduce la schizofrenia delle coscienze addomesticate e l'organizzazione dominante del caos trova il proprio statuto nel controllo dei cittadini, con il rafforzamento di apparati di polizia sempre più sofisticati. I sovversivi del desiderio devono saper tracciare sentieri dell'indignazione o alzare il conflitto a uno stadio più elevato, dove la rivoluzione o la critica radicale di tutti gli aspetti della vita quotidiana diventa un momento creativo, e dove la libertà dell'immaginario si trasforma nell'immaginario della libertà.
Il film di Nanni Moretti, Mia madre, tratta di cose serie, come gli ultimi giorni di vita di una madre, e l'impegno del regista che aderisce al racconto (con venature autobiografiche) è davvero encomiabile… il film però è brutto. A momenti anche di una banalità da fine del mondo, che farebbe pensare che non bisogna mai vedere per forza un film fino in fondo. Meglio una passeggiata sul mare con la pioggia sulla faccia, che affondare nell'intimità cine-televisiva del dolore. Naturalmente, la critica in frac e il pubblico dello spettacolare integrato (nella cultura da centri commerciali, che è la medesima delle buffonate elettorali) sono di diverso avviso. L'apprezzamento manierato della critica è quasi sgradevole… si cerca e si scrive del film di Moretti quello che non c'è… gli incassi vanno in cordata con gli elogi e i premi arriveranno dopo le carnevalate di Cannes e altri tappeti rossi… che bello! una manica di idioti parla di cinema! di vestiti griffati! di scarpe con i tacchi alti! di puttane rifatte! gli applausi si sprecano… e il cinema? Il cinema è morto nella noia come percezione dell'esistente. Pura merda.

domenica 28 settembre 2014

150º ANNIVERSARIO DELL'ASSOCIAZIONE INTERNAZIONALE DEI LAVORATORI, di Pier Francesco Zarcone

Riflessione sul contrasto Marx/Bakunin

La I Internazionale (il suo nome esatto era Associazione Internazionale dei Lavoratori) fu costituita a Londra il 28 settembre del 1864 da sindacalisti britannici e francesi e da esponenti dell’emigrazione rivoluzionaria europea dell’epoca [1], a margine di un incontro per la difesa dell’indipendenza polacca. Dietro questa occasionalità, peraltro, esisteva l’ormai maturata consapevolezza dell’ineludibile esigenza di dare vita a un’organizzazione unitaria del proletariato che, al di là delle barriere nazionali, si contrapponesse all’internazionale sfruttamento capitalista. Che ancor prima di quell’atto fondativo la correlativa idea fosse già nell’aria, lo dimostrano le varie «leghe», «società» e «federazioni», palesi o segrete, e sovente effimere, sorte in precedenza e con prospettive palesemente transnazionali.
Il progressivo radicalizzarsi dello scontro sociale - nelle aree in cui la rivoluzione borghese o si era ben affermata o si andava sviluppando – e la crescente consapevolezza dell'inconciliabilità degli interessi di classe proletari con quelli borghesi, facevano sì che dall’originario associazionismo operaio di tipo assistenziale/solidaristico (in fondo innocuo per i padroni) si andassero sviluppando forme di agglutinazione maggiormente idonee all’innalzarsi del livello di scontro; e parallelamente negli ambienti delle società operaie aumentasse l’attenzione per i problemi economici e politici. Così alla fase di resistenza – implicante la contrattazione dei minimi salariali e la lotta ai licenziamenti – si andò accompagnando la spinta all’abbattimento del sistema socio/economico. Da qui il successo dell’Internazionale, su un terreno in cui l’associazionismo operaio assumeva caratteristiche sociali e anche politiche più radicali. Tant’è che varie organizzazioni sindacali di categoria si trasformarono in sezioni dell'Internazionale.

venerdì 3 gennaio 2014

SUL DOCUMENTO CGIL ALTERNATIVO

Ne discutono Andrea Furlan e Lorenzo Mortara

Caro Lorenzo,

innanzitutto ti ringrazio per la polemica politica civile che hai rivolto alle mie considerazioni critiche da me espresse al documento congressuale della Rete 28 Aprile.
Purtroppo, è da anni che va avanti un certo andazzo nella ex estrema sinistra italiana dove o le elaborazioni critiche vengono ignorate, oppure vengono sbeffeggiate o ricoperte di veri e propri insulti, e soltanto perché ritenute non conformi ad un modo politico di pensare e analizzare.
Questo comportamento impolitico, distrugge ogni possibilità di dialogo e confronto che invece andrebbe sempre di più sviluppato con la necessaria chiarezza in un rapporto dialettico.
Per fortuna non è il tuo caso e quindi eccomi qua a confrontarmi con quanto da te addotto.
Intanto sono contento che hai colto la questione dell'errore commesso sull'Europa, e, il fatto che su questo aspetto politico ritieni importante fare autocritica rispetto a quanto sostenuto dal documento, rafforza ulteriormente i miei convincimenti teorici sul tema.
Però, allo stesso tempo, vorrei che l'errore commesso dagli estensori del documento congressuale, ti servisse per fare alcune considerazioni critiche sulle esperienze Trotskoidi che popolano la Rete 28 Aprile, le quali, hanno commesso un errore madornale nell'elaborare un analisi politica che sostiene la subalternità della borghesia italiana nei confronti delle strutture sovranazionali, sulla proposta del no pagamento del debito e sulla conseguenza inevitabile dell'uscita dall'euro, schierandosi di fatto col sostenere la propria borghesia pensando invece di combatterla.

mercoledì 18 dicembre 2013

"TEMPI NUOVI" e oltre..., di Miguel Martinez

La lettera e l'articolo di Miguel mi hanno dato una sensazione complessa: c'è, soprattutto nell'articolo, tutta la tragicità del presente espressa con un'angolazione molto particolare, direi umanista. Sembrerebbe talmente tragico e ineludibile questo presente da rendere impensabile un qualsiasi futuro appena vivibile per i non-Privanti, cioè per tutti noi "comuni mortali". Pure, soprattutto nella lettera, aleggia una sorta di curiosa speranza, che non so se possa essere seriamente riconducibile al ricominciare dalle Comunità, come dice Miguel. Forse c'è, sospesa sul nuovo nulla che si presenta, la speranza che davvero l'utopia positiva dell'amore - inteso come leva potenziale a positivo dei cambiamenti interiori ed esteriori che soli potrebbero far risalire la china - possa essere il tramite verso un futuro ancora vivibile, soprattutto per la parte sempre più sofferente della nostra umanità, individuale e collettiva. In conclusione, una lettura che può suscitare molte riflessioni, su piani diversi. 
Antonella Marazzi


Caro Roberto, 
se ha senso quello che ti scrivo adesso, pubblica pure...
Sei tra le molte persone verso cui mi sento in colpa in questo periodo.  Intanto, provo verso di te una colpa di assenza, di silenzio, di mancate risposte, pur nella profonda affinità delle diverse vie che abbiamo percorso nella vita.
E' facile parlare a nome di Dio, della Classe Operaia o della Nazione, ma alla fine, possiamo parlare, ciascuno di noi, solo a nome nostro... e quindi qui vedrai tante volte il pronome, "io", che spero sia più un io di modestia che un io di vanto.

giovedì 17 ottobre 2013

PER LO SCIOPERO DI VENERDÌ 18 OTTOBRE volantino del Coordinamento CUB Pirelli Bollate

Riceviamo dal compagno-delegato Fabrizio Portaluri e volentieri pubblichiamo, invitando a far circolare:




Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

giovedì 25 luglio 2013

VOLANTINO DIFFUSO DAI LAVORATORI CUB DELLA PIRELLI DI BOLLATE, di Fabrizio Portaluri

DA DIFFONDERE
 
Ciao a tutti,
ecco il fronte del volantino che alcuni lavoratori della Pirelli di Bollate hanno diffuso davanti ai cancelli di Settimo Torinese. Come vedete non ci fermiamo alle parole. Qualche delegato sindacale confederale della nostra fabbrica ci continua a dire che se ci muoviamo solo noi della Pirelli di Bollate possiamo fare poco, non siamo in molti nel nostro stabilimento, non possiamo incidere. Cosa fanno però per allargare il fronte, per cercare di unirsi ad altri. Niente.
Abbiamo avuto anche delle informazioni su Settimo che sono comunque da verificare. Il contratto di solidarietà è gia stato fatto a Settimo Torinese nel passaggio dal vecchio al nuovo stabilimento. Quindi non è niente di nuovo nel mondo Pirelli. Stanno cercando ancora di liberarsi di qualche dipendente offrendo un incentivo. Quindi non ci sono grosse possibilità di collocazione di lavoratori di Bollate in quello stabilimento in prospettiva. Tra non molto aumenteranno in modo abbastanza consistente la produzione anche con una nuova confezionatrice.
Fabrizio
LAVORATORI PIRELLI UNITEVI !!!!

Siamo lavoratori e lavoratrici dello stabilimento Pirelli di Bollate, dove abbiamo costituito un comitato di lavoratori che cerca di impedire la perdita di diritti, di salario e del posto di lavoro. E’ da più di un anno che siamo in campo. Siamo riusciti ad eleggere un delegato Rsu con la Allca-Cub. Ormai siamo tutti iscritti a questo sindacato che ci appoggia nella nostra attività quotidiana e che ci vede intervenire sia all’interno dello stabilimento, ma anche fuori. In questo anno la nostra attività ci ha visto protagonisti in diversi fronti. 

martedì 2 luglio 2013

IN FIAMME LA SEZIONE TRIONFALE DELL'EX PCI (ora Pd e Sel), di Roberto Massari

Foto segnaletica di Otello di Peppe D'Alcide, comunista, 
martire delle Fosse Ardeatine. La foto è stata presa 
durante la prigionia a Regina Coeli, dopo le torture a via 
Tasso e prima del suo assassinio da parte dei nazifascisti.
Vorrei condividere con i compagni e le compagne cui sto mandando questa lettera, l'esperienza provata giovedì 27 a Roma, davanti alla celebre ex sezione Pci di Trionfale, ora sezione Pd e Sel.
Fin dalle origini quella sezione è stata dedicata a mio nonno materno (Otello di Peppe D'Alcide, comunista, ebanista e martire delle Fosse Ardeatine) - come ricordava anche il Corriere della Sera di mercoledì in cronaca romana, pur storpiando il nome di Otello in Oreste - e una grande lapide con il ritratto di nonno in un tondo ha sempre accolto all'ingresso chi entrava in quella sezione.
Quando da bambino (prima e durante le elementari) mi capitava di accompagnare mia madre a fare la spesa al mercato di via Andrea Doria, passavamo apposta davanti alla sezione, ci fermavamo sulla soglia ed io dicevo il mio "Ciao nonno".
Quanto la vicenda di mio nonno mi abbia condizionato nelle successive scelte politiche è sotto gli occhi di tutti. Meno noto è invece quanto io abbia fatto per conservarne e diffonderne la memoria: facendo appello (inascoltato) alle autorità di Chieti - dove nonno nacque - perché gli dedichino una strada; percorrendo tutti e tre i gradi del processo contro Priebke, compreso un quarto grado preliminare (il ricorso alla Corte costituzionale perché si accettasse per la prima volta la costituzione di parti civili in un processo militare); donando alcune memorie di nonno al Museo di via Tasso dove egli fu torturato; pubblicando il bel libro di Giuseppe (Pino) Mogavero I muri ricordano; collaborando con lo stesso Mogavero alla preparazione di un libro apposito su nonno Otello.

sabato 9 febbraio 2013

ACCIAIO (Stefano Mordini, 2012), di Pino Bertelli

Io sono passato dall’odio e dal disprezzo per gli sfruttatori a un’indifferenza che, escludendoli dal mio campo visivo, schiarisce l’orizzonte della mia creazione quotidiana.
Quanto più sapremo costruire la nostra vita di ogni giorno a misura dei nostri desideri, tanto più saremo in grado di ricostruire un mondo libero dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
(Raoul Vaneigem)

I. I figli della classe operaia vestono Armani
   
I partiti sono macchine per fabbricare passioni collettive…
Lo spirito del partito acceca, rende sordi alla giustizia, spinge anche le persone oneste all’accanimento più crudele contro gli innocenti.
(Simone Weil)

Di Acciaio e la città dalle rosse bandiere (tradite)…
Il film di Stefano Mordini, Acciaio (2012), ci ha lasciati perplessi e un po’ stupiti… sullo schermo gli operai (temprati nella fede politica di sempre, quella “comunista”) sembrano veri (figurati!), i sindacalisti appaiono dei combattenti coraggiosi e non la cinghia di trasmissione di padroni sempre più feroci (esperti in connivenze oscure o prezzolate)… i loro figli griffati Armani (un ex-vetrinista della Rinascente, si dice a Milano) - o vestiti di stracci cinesi copiati anche male… appena possibile fuggono da qualche parte in cerca di una vita diversa, forse nuova e ciò che più conta non vogliono fare la fine dei loro padri… molti dei quali, esposti all’ambiente di lavoro non proprio protetto e alla conseguente situazione ecologica drammatica nella quale la città-fabbrica versa da decine di anni, non sono riusciti nemmeno a raggiungere la pensione. Il dolore chiede solo la fine del dolore. Il resto è menzogna.
La città dalle rosse bandiere (tradite) dove si racconta Acciaio è Piombino (dove siamo nati e dove viviamo, che conosciamo bene e ci è nota la sua storia politica)... città Medaglia d’oro della Resistenza, che è stata intrecciata con la classe operaia da sempre ed ha combattuto soprusi e violenze dei poteri dominanti a viso scoperto, anche. Non tutte le rose però sono rosse né profumano di libertà. La libertà non si concede, ci si prende! E il profumo delle rose può mutare il corso delle costellazioni. L’abitudine a servire, per quanto pazientemente inculcata da politici, preti & padroni... non ha mai impedito agli uomini dotati di una certa utopia egualitaria, di disobbedire e insorgere contro il sopruso.

sabato 30 giugno 2012

UN’AUTOCRITICA DI GIORGIO CREMASCHI, di Michele Nobile e Gino Potrino


Riportiamo questa dichiarazione di Giorgio Cremaschi perché dice la verità. E la verità, per una volta tanto, viene detta da qualcuno che ha fatto parte integrante dell’apparato Cgil e Fiom. Ci piace anche il fatto che finalmente si senta una voce autocritica, anche se solo per i tempi più recenti (cioè per la speranza infondata che la revisione governativa e parlamentare del diritto del lavoro sarebbe stata fermata da un moto popolare). Per un’autocritica sul passato della Fiom/Cgil – per lo meno dal 1969 in poi - vale la pena di attendere ancora. Ma prima o poi bisognerà arrivarci.

Che in Italia si faccia autocritica è un fatto notevole per la sua rarità, se non sconosciuto. Siamo invece abituati a scivolare sul ghiaccio di svolte e svoltine la cui sola motivazione è tenere a galla chi dovrebbe affondare; e siamo nell’ambiguità di due ex ministri e molti sostenitori dell’ultimo governo di centrosinistra che pretendono di costruire Syriza in Italia. Questi ministeriali sarebbero più credibili se almeno facessero «un passo indietro» prendendosi una lunga vacanza. 
Cremaschi descrive come le direzioni di Cisl, Uil e anche Cgil abbiano contribuito a costruire una sconfitta storica per i lavoratori. Tuttavia non si tratta della sconfitta delle direzioni sindacali perché esse non rappresentano gli interessi dei lavoratori bensì quelli del capitale sopra i lavoratori. Oramai la posizione istituzionale della burocrazia sindacale non deriva più dalla sua capacità di mediare tra gli interessi dei lavoratori e quelli del capitale, ma dalla gestione delle batoste destinate ai loro iscritti
Lo stesso vale per il PD, i cui meriti precedenti presso il capitale nazionale e internazionale, a partire dallo smantellamento dell’Iri fino alle manovre per l’entrata nell’eurozona, offuscano quelli di Berlusconi, ora narratore di barzellette sulla possibile uscita dall’euro e il ritorno alla lira.
Cremaschi promette di non avere più niente a che fare col PD e siamo disposti a credergli. Temiamo, però, che altri nella sua area mentano facendo la stessa promessa.
Si tratta ora di riflettere sull’interrogativo posto da Cremaschi e capire perché la risposta non sia stata neanche lontanamente all’altezza della sfida, traendone delle indicazioni per il presente. Certamente le direzioni sindacali hanno le loro responsabilità. Ma non si tratta solo di questo. Di sconfitta in sconfitta, dal meno peggio al sempre peggio è il quadro di un’epoca e di un’intera casta politica (inclusa la sottocasta dei Forchettoni rossi) che entra in gioco. Fin dove sarà disposto a spingersi Cremaschi in questo riesame del quadro? E fino a dove sono disposte ad autocriticarsi le correnti politiche sulle quali si appoggia al momento? Anch’esse hanno fatto parte, più o meno continuativamente, del miraggio elettoralistico che continua ad avvelenare l’atmosfera politica dell’antagonismo sociale.
Michele Nobile

È paradossale che nel periodo di massima crisi da molti decenni a questa parte del capitalismo internazionale e di quello nostrano in particolare - perché in Italia la crisi  economica si avvita con quella del sistema politico inetto e corrotto della cosiddetta “Seconda repubblica” - la borghesia possa adottare le misure più drastiche senza trovare la benché minima resistenza nel mondo del lavoro e nelle organizzazioni politiche e sindacali che dovrebbero rappresentarlo. Il paradosso però è solo apparente, se si guarda alle condizioni attuali valutando la linea di tendenza almeno degli ultimi due decenni e si rifugge da una valutazione impressionistica e statica.
La sinistra politica come l’abbiamo conosciuta sino alla fine del secolo scorso non esiste più: quella maggioritaria - di provenienza Pci, Psi -  è passata ormai da tempo armi e bagagli al liberismo più smaccato, alla difesa delle compatibilità del capitalismo, se non alla reazione vera e propria in varie questioni sociali, culturali, religiose, giudiziarie.
Mentre la grossa parte di ciò che restava dell’ex-estrema sinistra (dalla gruppettistica degli anni ’70 a Democrazia proletaria arrivando a Rifondazione e alla cristallizzazione della sottocasta dei Forchettoni rossi) ha tristemente concluso il suo declino imbarcandosi nell’ultimo governo Prodi del 2006, per essere poi punita dal suo stesso elettorato nelle elezioni del 2008.
Cremaschi ha conosciuto tutto ciò e ne ha fatto parte integrante, anche se “nobile”. Diciamo che ne è stato a suo modo un’espressione ideologica in campo soprattutto sindacale.
Ciò va ricordato perché spesso ci si dimentica di tenere adeguatamente conto dell’involuzione del sindacato, di anni e anni di accordi a perdere, di scioperi senza costrutto o senza obiettivi e di concertazione subalterna che lo hanno portato a trasformarsi in ciò che è al momento: un carrozzone burocratico che imbriglia tutte le spinte al conflitto che vengono dalla sua base per spostarle sul terreno della mediazione politica finalizzata al mantenimento dei propri privilegi di apparato – vedi partecipazione a una marea di commissioni paritetiche assieme alle controparti, vedi distacchi sindacali pagati dagli enti, vedi l’enorme giro di affari che ruota intorno ai centri di assistenza fiscale  e ai patronati che sbrigano “gratuitamente” le montagne di scartoffie che la burocrazia fa gravare ad arte  sulla testa dei cittadini.
Anche il sindacalismo di base - che dalla fine degli anni ’80 aveva cercato di dare una risposta alla capitolazione del sindacalismo confederale - si dibatte in una crisi senza sbocco fra tentazioni di adeguamento all’andazzo corrente e resistenze generose ma minoritarie che al massimo incidono - e non potrebbe essere altrimenti, viste le forze in campo - solo su situazioni locali. E comunque, anche questo tipo di sindacalismo ha fatto propria la prassi di convocare gli scioperi (a volte fintamente “generali”) indipendentemente dal conseguimento concreto di risultati, sia pure modesti o modestissimi. Questa prassi, che col tempo contribuisce a demoralizzare il fronte dei lavoratori in lotta, ha in genere delle finalità propagandistiche, di concorrenza tra sindacati di base e di esibizionismo dei gruppi dirigenti (che non a caso sono inamovibili, sempre gli stessi ormai da decenni e in saldo controllo dei rilspettivi apparatini).
Per non parlare dei piccoli gruppi politici collocabili nell’area dell’ex-estrema sinistra che, con tutto il rispetto per i singoli militanti, non incidono per nulla (e anche loro con gruppi dirigenti inamovibili per decenni, nei casi storicamente più antichi), mentre presentano un’immagine caricaturale della prospettiva rivoluzionaria, della sua elaborazione teorica, dell’apparato partitico, del concetto stesso di militanza politica.
Ed ecco l’utilità che mi sento di riconoscere nella dichiarazione di Cremaschi, perché essa afferma più o meno esplicitamente che sarebbe ora di cominciare a chiedersi che cosa si possa fare, se non sia necessario un passo indietro da parte di chi ancora vuole resistere all’offensiva borghese e costruire qualcosa che abbia la massa critica per far ripartire le mobilitazioni dei lavoratori, difendere i gruppi sociali falcidiati dalla crisi ecc. Non sarà la demagogia o gli scioperelli convocati senza obiettivi precisi e irrinunciabili a cambiare la situazione, il rapporto di forze: il debito pubblico, i profitti degli speculatori e la crisi delle banche continueremo a pagarli noi, eccome. Marchionne potrà continuare a irridere le rare sentenze che difendono qualche residuo diritto del mondo del lavoro chiamandole “folcloristiche”, la ministra Fornero potrà continuare col suo fare sprezzante a sgretolare pezzo per pezzo quello che si era faticosamente ottenuto con decenni di lotte e la borghesia nel suo complesso continuerà ad ingrossare le file dell’esercito industriale di riserva  che userà per rimpinguare i suoi profitti quando la congiuntura tornerà favorevole.
Gino Potrino

La costituzione esce dalle fabbriche
di Giorgio Cremaschi
(28 giugno 2012)
[redazione del sito www.rete28aprile.it]

Il 20 maggio 1970 veniva approvato lo statuto dei lavoratori. Allora si disse, usando una frase di Di Vittorio, che la Costituzione varcava finalmente i cancelli dei luoghi di lavoro.  Oggi ne esce, con la controriforma del lavoro suggellata dalle dichiarazioni tecnicamente reazionarie della ministra Fornero. Il lavoro non ha più diritti e non e' più un diritto, può solo essere il premio di chi vince la competizione selvaggia nel mercato e nella vita.
Di fronte a questa drammatica sconfitta sento prima di tutto il bisogno di scusarmi per la parte che ho in essa. Tempo fa avevo scritto e detto che di fronte all' attacco all'articolo 18 avremmo fatto le barricate. Pensavo ancora alla Cgil guidata da Cofferati dieci anni fa e alle rivolte dei sindacati e del popolo greco oggi. Non e' stato così, mi sono sbagliato sono stato troppo ottimista. E ora subiamo la più dura sconfitta sindacale dal dopoguerra senza aver combattuto in maniera adeguata.
Colpa dei lavoratori impauriti e ricattati dalla disoccupazione e dalla precarietà? No colpa dei dirigenti di quello che una volta definivamo movimento operaio ed in particolare di quelli della Cgil.  Non e' vero infatti che su questo tema non ci fossero spinte alla mobilitazione. E' vero anzi il contrario. A primavera era cresciuto un movimento diffuso nelle fabbriche con adesioni agli scioperi anche di iscritti a Cisl e Uil. C'era stata la manifestazione Fiom del 9 marzo a Roma e quella promossa dal NoDebito a Milano. La Cgil aveva proclamato 16 ore di sciopero. Certo erano ancora avanguardie di massa quelle che si mobilitavano, ma il loro consenso era diffuso e trasversale, maggioritario nel paese. Uno sciopero generale della portata delle lotte del 2002 era alla portata ed avrebbe aperto un fronte complessivo con il governo, mettendo in gravi difficoltà Cisl e Uil e ancor di più il partito democratico. Ed e' per questo che non si e' fatto. La squallida mediazione definita tra i partiti di governo si e' trasferita sul progetto di legge, Cisl e Uil hanno accettato e la Cgil ha finito di opporsi. E, fatto ancor più grave, ha accettato la mediazione che cancellava l'articolo 18 facendo finta di aver vinto. A quel punto la prospettiva di una unificazione delle lotte e' saltata e anche la Fiom ha drasticamente ridimensionato la propria iniziativa. Il movimento si é quindi ridotto a singole azioni di lotta, da ammirare ringraziare, ma insufficienti a pesare sul quadro politico. Tante fabbriche metalmeccaniche, prime la Same e la Piaggio han continuato eroicamente a scioperare. I  sindacati di base hanno generosamente scioperato il 22 scorso. Ma non poteva bastare, tenendo conto anche del terribile regime informativo che censura ogni dissenso mentre ossessivamente grida: viva  monti, viva l'euro, viva il rigore.
La giornata del voto ha così rappresentato la sconfitta. Con poche centinaia di persone davanti Montecitorio divise a metà', e con gli organizzatori della Cgil che mettevano la musica rock ad alto volume per coprire le voci dell'assemblea spontanea che si stava svolgendo in una parte della piazza.
Sì io sento il bisogno di scusarmi per questa sconfitta e per come e' maturata, anche se credo di aver fatto tutto quello di cui sono capace per impedire che le cose andassero così.
Ora abbiamo il modello Marchionne esteso a tutto il mondo del lavoro e dobbiamo ricostruire potere e forza. Non sarà facile ma ci dobbiamo provare, ancor di più noi che siamo consapevoli della portata di questa sconfitta. Senza fare sconti a chi ne e' più responsabile nel sindacato, e senza dimenticare mai più la colpa di monti  e del Pd che lo sostiene. Dei  quali dovremo essere solo intransigenti avversari.

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

mercoledì 29 febbraio 2012

LA GESTIONE POLITICA POSTDEMOCRATICA DELLA CRISI ECONOMICA. (Riflessioni su postdemocrazia e statalizzazione dei partiti della sinistra, 1), di Michele Nobile


1. Un esempio del processo decisionale postdemocratico: la garanzia del governo irlandese sulle banche.
Tra la sera del 29 e il primo mattino del 30 settembre 2008, giusto a due settimane dalla bancarotta della Lehman Brothers e dall’inizio del terremoto finanziario, il governo irlandese prese la decisione di offrire una garanzia pubblica su tutte le passività di tutte le banche del paese. L’urgenza era determinata dall’imminente tracollo della Anglo Irish Bank, che fu poi nazionalizzata a metà dicembre 2009.

Secondo il giornalista Simon Carswell che ne ha ricostruito la vicenda, quella fu «la più importante decisione politica presa da un governo irlandese» (1), tale da impegnarlo per l’equivalente di circa tre volte il prodotto interno e dieci volte il debito pubblico del momento. Iniziava così il processo di socializzazione dei costi del salvataggio del sistema finanziario privato dell’Irlanda, nonché dei creditori esteri, che ha ipotecato il futuro dell’intero paese, come sancito dall’accordo internazionale stipulato nel 2010. Più precisamente, ad essere ipotecati sono l’occupazione, i salari, le pensioni e i servizi pubblici dei comuni cittadini irlandesi, per molti anni a venire (2).
Nonostante la sua straordinaria importanza la decisione di garantire tutte le passività venne presa da un gruppo ristretto, in tutto una dozzina di persone: il primo ministro, il ministro delle finanze, l’attorney general, il governatore della banca centrale, alcuni alti funzionari; nelle stesse ore questo gruppo ebbe consultazioni con l’agenzia di rating Merrill Lynch e i massimi dirigenti (presidenti e Ceo) della Anglo Irish Bank e della Bank of Ireland. L’approvazione degli altri membri del governo venne ottenuta telefonicamente. Prima delle sei del mattino venivano informati il primo ministro del Lussemburgo, allora presidente del Eurogruppo, e il ministro delle finanze francese Christine Lagarde, a capo dell’Ecofin dell’Unione europea, ora direttore generale del Fmi. La decisione venne resa pubblica alle 6,45 e poi ratificata dal parlamento, con 124 voti a favore e 18 contrari: a favore votarono anche il principale partito d’opposizione, il Fine Gael, e il Sinn Féin, paladino dell’indipendenza irlandese.

Questo è solo un esempio di come, nelle moderne «democrazie rappresentative», decisioni politiche di grande impegno possano essere prese prescindendo dalla consultazione dei rappresentanti del «popolo (presunto) sovrano» e mettendo le istituzioni parlamentari di fronte a fatti compiuti e ad accordi internazionali che, si dice, non possono che essere accettati. Per quanto riguarda il processo decisionale si tratta del risultato della combinazione di due tendenze storiche, di lungo periodo.
Cronologicamente, la prima è quella della disciplina di partito nella sua applicazione ai gruppi parlamentari. Più degli altri, di essa erano specialmente orgogliosi i socialisti, almeno come ideale normativo: era uno dei modi di essere del partito «di massa» proletario opposto al partito parlamentare e borghese di notabili. L’esperienza storica dice però che la disciplina di partito può essere lo strumento attraverso il quale viene rovesciato il rapporto tra mezzi e fini: fu il senso sacrale della disciplina a far sì che il 4 agosto 1914 la frazione parlamentare socialdemocratica del Reichstag votasse all’unanimità i crediti di guerra. A favore votarono anche Karl Liebknecht, che presto divenne l’emblema della lotta alla guerra, e altri che nella riunione preliminare della frazione avevano espresso contrarietà e dubbi. 
La seconda tendenza emerse nella guerra mondiale, si consolidò durante la gestione politica della depressione degli anni Trenta e la guerra mondiale, e si sviluppò energicamente con la crescita delle funzioni economiche e sociali dello Stato nel corso del secondo dopoguerra: si tratta dello spostamento dei rapporti tra esecutivo (e apparati burocratici specializzati) e assemblee parlamentari a netto favore del primo e della dislocazione della formulazione, mediazione e decisione politica in sedi diverse da quelle elettive. Da notare che questo processo fu simultaneo all’età d’oro della moderna «democrazia rappresentativa», alla più frequente e lunga partecipazione dei partiti socialisti al governo, al riconoscimento formale dei diritti socioeconomici, all’estensione reale (benché ineguale) del welfare State.
Si può dunque dire che lo sviluppo della tendenza al dislocamento della decisione politica fuori delle istituzioni elettive e verso la burocrazia statale sia coeva a quella che appariva (e a molti ancora appare tale) come la «democratizzazione» politica e sociale dello Stato, da intendersi come l’introduzione in esso di aspetti non-capitalistici o protosocialisti. Ma che partiti e Stato si compenetrassero, con gravi effetti a lungo termine per la loro stessa identità e le istituzioni elettive, non era che il necessario complemento della funzionalità dell’interventismo statale alla riproduzione allargata del capitale; ragion per cui non deve stupire che lo stesso fenomeno di statalizzazione dei partiti (e dei sindacati) si sia poi volto contro i precedenti diritti sociali, quando sono mutate le condizioni dell’accumulazione del capitale.

giovedì 12 gennaio 2012

LAS LECCIONES DE LA CRISIS, por Michele Nobile


Lección 1.
La primera lección es que no existe ningún nexo automático entre crisis, inclusive una crisis grave, y la salida de la mal llamada globalización neoliberal (lo correcto sería en todo caso «neomercantilista»); y no existe tampoco ningún nexo automático entre la crisis y un nuevo despertar de la lucha de clases.

Lección 2.
Los poderes de intervención económica y social de los Estados capitalistas avanzados no se han reducido sino que en los últimos treinta años han sido redefinidos los términos y las prioridades de la política económica y monetaria.

Lección 3.
Las diferentes políticas económicas de tipo neomercantilista no son simplemente el fruto de una hegemonía política y cultural de la derecha. El neomercantilismo es, en cambio, la expresión política de una determinada evolución estructural de la economía mundial capitalista y de las relaciones de fuerza entre las clases a nivel mundial.

Lección 4.
Si se acepta lo anterior es preciso entonces abandonar la noción de globalización. La cuarta lección a extraer de la crisis es que se hace necesario volver a discutir en términos de desarrollo desigual y combinado del capitalismo como relación social contradictoria y como realidad mundial de los capitalismos en competición. En otros términos: es necesario continuar a razonar en términos de imperialismo (o volver, para quien hubiese dejado de hacerlo).

Lección 5.
Ya sea que se interprete la crisis como expresión de contradicciones estructurales del capitalismo contemporáneo o como consecuencia de una determinada hegemonía política e ideológica «neoliberal», la quinta lección es que de la crisis no se sale solamente con la fuerza de la política económica.

Lección 6.
Como consecuencia directa de lo anterior y de las más recientes decisiones en política económica, la sexta lección es que una crisis capitalista es siempre una ocasión para un nuevo asalto patronal y estatal contra la clase dominada.

Lección 7.
La séptima lección a extraer de la historia de los últimos veinte o treinta años y de las posiciones expresadas en esta fase es que se ha verdaderamente concluido - y de la peor manera posible - la historia de los partidos políticos cuyas raíces en otros tiempos tenían como referencia al movimiento obrero, ya sea que fueran de matriz socialdemócrata o de relacionados con la Tercera Internacional estalinista.

Conclusiones

El valor anticapitalista de un objetivo no es una cualidad intrínseca del mismo. No existe conquista de los trabajadores que no pueda ser absorbida en la reproducción del sistema, o neutralizada, deformada o derribada a la mejor ocasión. Cualquier conquista de los trabajadores que no sea el derribamiento de los poderes estatales y patronales constituye una reforma del sistema. Obviamente debemos luchar por conquistas parciales y sectoriales, pero sin encumbrar ningún objetivo a fetiche anticapitalista.
El efectivo valor anticapitalista de un objetivo reside en su capacidad de ser motivo de contraposición entre las clases, de agudizar tal contraste: es decir en la dinámica de lucha y de autoorganización que el mismo pone en movimiento.
No es difícil elaborar desde un escritorio una lista de objetivos sectoriales y parciales anticapitalistas. Pero se trataría solamente de un ejercicio formal y de mera propaganda.
Los grandes movimientos sociales como los que harían falta en este momento detonan (cuando lo hacen) no por decisiones de una vanguardia política sino como consecuencia de procesos espontáneos de radicalización que se transforman en lucha. Por eso hablamos de movimientos sociales y no de manifestaciones nacionales simbólicas, demostrativas,  más o menos espectaculares, que pueden ser promovidas y organizadas por partidos, asociaciones o sindicatos. Manifestaciones que seguimos periódicamente desde hace años, inclusive de dimensiones enormes, sin que hayan conducido a ningún resultado concreto.
Entre las ilusiones actuales corrientes está la de pretender formular un programa de política económica alternativa o someter a examen la deuda soberana para decidir si se deba pagar o no, o inclusive salir de la eurozona, o más modestamente, apuntar a un improbable plebiscito. Para esto habría que tener ya el poder político o contar con un «gobierno amigo». Entre paréntesis, es necesario hacer notar que las propuestas de política económica «alternativa» a nivel nacional entran en contradicción con la tesis de la «globalización» y de la obsolescencia de la capacidad de intervención económica de los Estados.
Ponerse además a dar consejos a la burguesía sobre como resolver la propia crisis y suavizar las contradicciones del sistema, o inclusive querer imponerles algún tipo de compromiso progresista, social y ecológico entre capital y trabajo, es exactamente lo que no hay que hacer.

NO DEBEMOS PAGAR NOSOTROS LOS COSTOS SOCIALES DE LA CRISIS Y DE LA DEUDA CONTRAÍDA POR LOS PATRONES, LOS BANCOS Y LOS GOBIERNOS. PERO TAMPOCO DEBEMOS DEJAR QUE POR NOSOTROS LA PAGUEN LOS TRABAJADORES DE OTROS PAISES.

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

domenica 2 ottobre 2011

INTERVENTO ALL’ASSEMBLEA DEL 1º OTTOBRE «NOI IL DEBITO NON LO PAGHIAMO» (Roma, teatro Ambra Jovinelli), di Andrea Furlan

(per ragioni di tempo – troppi iscritti a parlare – non ho potuto fare il mio intervento. Questa è la sintesi scritta)

Come sarebbe "non remo più"? Insomma, siamo o non siamo sulla stessa barca?
Considero importante l'aver promosso questa giornata politica di discussione tra soggetti diversi in seno a ciò che resta della ex estrema sinistra italiana per verificare la possibilità della costruzione di un movimento anticapitalistico nel nostro paese che si dimostri capace di fronteggiare l'attacco ai diritti e alle condizioni materiali dei lavoratori, scatenato dalla Confindustria e dal Governo italiano.
Questa possibilità è il solo motivo che mi indusse a firmare l'appello promotore della giornata odierna. Sostengo questo perché nutro seri dubbi su varie questioni contenute nell'appello originario, e sue due in modo particolare. E poiché considero fondamentale la costituzione di un movimento politico che riattivi nel nostro paese il conflitto di classe,  ritengo che tale processo si debba fondare su basi politiche e teoriche solide.
Quando si asserisce che bisogna lottare contro il "Governo Unico delle Banche" (che è un’astrazione inesistente e non corrispondente alla realtà), si afferma in pratica la fine dell'autonomia politica ed economica degli Stati nazionali che compongono l'unione Europea i quali avrebbero perso loro sovranità in favore della BCE. Questa opererebbe come il grande fratello che impone alle singole borghesie nazionali e agli Stati la propria politica economica e sociale. Non è così.
Anzi, su questo versante, la questione è diametralmente opposta. La Comunità Europea continua ad essere la pura sommatoria – ancora nemmeno federativa - delle singole borghesie nazionali più forti le quali, mantenendo la piena autonomia politica, decidono in quella sede le misure comuni da adottare nella situazioni di crisi economica del sistema capitalistico, mantenendo un accordo di fondo sul fatto che le misure di austerity o i costi sociali della crisi vadano gravati sulle spalle dei lavoratori, paese per paese. Per quanto riguarda l’Italia, ognuno può vedere che non vi è alcuna contraddizione importante fra le posizioni della Confindustria e la BCE, vale a dire la portavoce sul piano economico-finanziario degli Stati imperialistici europei, ma vi è invece una sostanziale convergenza riguardo ai soggetti sociali che devono pagare i costi principali della crisi (lavoratori, pensionati, precari, migranti ecc), le strategia di risanamento del bilancio ecc.
Ne abbiamo avuto una conferma recente con la lettera della BCE firmata congiuntamente da Trichet e Draghi pubblicata dal Corriere della Sera cioè dal quotidiano della grande borghesia italiana (ed è quindi risibile che qualcuno ancora la chiami “lettera segreta”), nella quale emerge in tutta la sua chiarezza la totale assonanza di idee e obbiettivi che accomunano la Confindustria italiana e la BCE. Divergenze potevano esservi, forse, sui tempi di realizzazione della manovra economica, ma non certo sulla natura dei tagli e sulla sostanza antipopolare e antisindacale.
Da questo punto di vista dobbiamo constatare che la borghesia è l'unica classe che dimostra storicamente di saper fare tesoro degli errori commessi. Mentre nel passato, in momenti di grave crisi economica, le singole economie capitalistiche venivano lasciate a se stesse o addirittura si cercava di approfittarne in termini di concorrenza e accaparramento di fette di mercato, ora si assiste a una politica di “concertazione” e anche di relativo aiuto reciproco, allo scopo di mitigare la violenza esplosiva delle contraddizioni interimperialistiche. Diciamo per brevità che è una ricaduta della cosiddetta “globalizzazione” (termine non più di moda, al contrario di quanto accadeva ancora una decina di anni fa). Lo si vede chiaramente nell'aiuto che l’Unione Europea garantisce agli Stati che sono in maggiori difficoltà (come nel caso della Grecia) con prestiti e altre forme d’intervento concordato. La lettera di Trichet-Draghi ne è un altro esempio sul piano delle “direttive” piuttosto che sul piano dell’intervento finanziario diretto.   
L'altra questione concerne la cancellazione del debito o la sua moratoria. Su questo argomento tra di noi non devono esserci ambiguità. La crisi economica è la crisi del capitalismo e dello Stato borghese. E’ la borghesia italiana che ha contratto il debito con le banche estere ed è lei e solo lei che deve pagarlo se vuole o non pagarlo se non vuole o se le viene concesso. Non è un debito dei lavoratori, non è un nostro debito e non abbiamo ragione di intervenire (a parole, perché nei fatti l’impotenza è d’obbligo) sui tempi, i modi, il pagamento o il non-pagamento del debito.
E' ovvio che al momento, visti i rapporti di forza esistenti tra le classi e lo stato arretrato (men che difensivo) del conflitto sociale, questa posizione può esprimersi solo sul piano ideologico, stando ben attenti a non cadere nel nazionalismo filoborghese come fanno quei compagni o gruppi della ex estrema sinistra che si mettono a dare consigli alla borghesia italiana su come deve muoversi in questo o quel problema finanziario. I guai della borghesia italiana non ci riguardano direttamente. Noi possiamo solo tentare di contrastare il suo tentativo di far pagare i costi della crisi ai lavoratori italiani, stando anche bene attenti a quelle proposte politiche nazionalscioviniste che vorrebbero scaricare i costi della crisi italiana sui lavoratori di altri Paesi. Sostenere invece come faceva l'appello originario di questa assemblea (poi nettamente modificato nei comunicati successivi e nel titolo della giornata odierna, anche grazie alle critiche contenute nel testo di Michele Nobile, che Cremaschi ha positivamente ricordato nella sua relazione introduttiva pur non nominando l’autore) – e cioè che lo Stato italiano dovrebbe smettere di pagare il debito nei confronti della banche private, degli Stati esteri o delle agenzie internazionali - equivale a caricare la classe lavoratrice di un problema che non è il suo: e cioè il salvataggio del capitalismo e della propria borghesia nazionale dalle sue crisi. Forse del tutto ingenuamente non ci si accorge che così facendo ci si colloca in pieno all’interno delle compatibilità capitalistiche, tante volte a voce condannate.
Inoltre, non lo si dice esplicitamente ma è implicito che, se si chiede alla propria borghesia o Stato imperialistico di non pagare il debito pubblico, e quindi si suggerisce il non-rispetto sotto questo profilo di uno dei dettami più importanti di Maastricht, di fatto si sta chiedendo di essere espulsi dall'eurozona, con conseguente abbandono dell’euro per tornare alla lira o comunque a un’espressione monetaria nazionale. Anche qui l’“ingenuità” demagogica porta a non saper prevedere quali e quanti duri contraccolpi si avrebbero sul piano economico e sociale, con chiusura delle fonti di credito, crisi di settori produttivi, autarchia nel senso peggiore, nazionalistico e mussoliniano del termine.
In questo caso, non si comprende come qualcuno possa considerare la lira una moneta meno capitalistica dell'euro. O forse si pensa che in un sistema economico integralmente fondato sulla circolazione monetaria (è il caso del capitalismo e lo è ogni giorno di più), la cosiddetta economia produttiva possa essere separata dal finanziamento dell'investimento e dallo sviluppo del circuito finanziario mondiale? Si pensa veramente di poter liberare l’economica capitalistica italiana dai condizionamenti del mercato, in primo luogo del mercato dei capitali? Nella società del capitale (Italia compresa) la moneta racchiude in sé l’essenza del rapporto sociale dominante, la forma dello sfruttamento del lavoro salariato: ieri la lira, oggi l’euro, domani chissà… Durante la vigenza della lira, sempre con la scusa di dover far fronte alla crisi economica (seconda metà degli anni ‘70), il padronato italiano non è riuscito forse a togliere ai lavoratori la scala mobile dei salari e attaccato pesantemente i diritti che i lavoratori avevano conquistato con le lotte del 1968-69 e poco oltre? E il debito economico, il deficit di bilancio, le disavventure della lira ecc., non erano forse anche allora il pretesto per esigere, come nel 1992 sotto il governo Amato, i sacrifici ai lavoratori per ripianare il debito? Sacrifici che i governi democristiani e socialisti imposero con il consenso esterno del Pci e della Cgil e che poi il Pci-Pds-Ds applicò in prima persona con i governi Prodi-D’Alema-Prodi e con l’aiuto di Verdi, Comunisti italiani, Prc e l’intera casta dei Forchettoni rossi? In questa sala sono presenti vari esponenti della ex estrema sinistra che acconsentirono a quelle politiche di sacrificio dei lavoratori in nome della salvezza dell’economia italiana e che attendono solo la prima occasione possibile per provarci di nuovo. E a costoro farebbe certamente piacere che il mondo dell’opposizione sociale si avventurasse sul terreno dei “consigli” alla borghesia, invece che su quello della lotta accanita e capillare, ultradifensiva oggi che ci stanno togliendo proprio tutto, forse nuovamente aggressiva domani.
La fase politica attuale vede il movimento dei lavoratori sulla difensiva. Ma in realtà il fronte è ancora più arretrato visto ciò che sta accadendo sul piano dell’occupazione, dei diritti del lavoro, delle pensioni, della sanità, delle scuola ecc. senza che vi sia una risposta generale da parte di alcune categorie lavorative importanti, che invece avrebbero i numeri e le forze per contrastare il piano del capitale italiano (benedetto dalla BCE) ma non lo fanno perché a questo si oppongono le direzioni sindacali (oltre al PD e ai partiti limtrofi). Non viene fatto nulla di concreto per fermare l'attacco governativo e padronale, a parte alcuni inutili scioperi (inutili perché privi di obiettivi concreti da raggiungere, puramente dimostrativi), alcuni cortei e qualche fiammata di collera popolare. La verità è che i lavoratori italiani si trovano in netta difficoltà a fronteggiare l'attacco padronale a causa della scelta politica operata dal più grande sindacato italiano, la CGIL, avendo questa alle spalle decenni di politica concertativa e avendo ormai deciso di accettare la sostanza dell’attacco padronale come hanno dimostrato gli accordi sottoscritti il 28 giugno e il documento economico redatto insieme alla Confindustria il 4 agosto.
 A fronte di tale situazione, la nostra azione politica non può essere demagogica. E quanta demagogia si è sentita oggi in questa sala… Non ci vuole niente a spararle grosse, ricevere gli applausi e sentirsi così esonerati dall’indicare i passi concreti con cui avviare una vera lotta difensiva, concreta, autogestita e di massa, dei lavoratori e delle lavoratrici italiane. Nella fase attuale non c’è posto per i sogni e i grandi proclami su cosa debba fare o non fare la BCE, la borghesia italiana o i suoi governi. Se non riparte la lotta rivendicativa dal basso in alcuni settori importanti, ci si dovrà limitare al terreno della propaganda che, per essere efficace, dovrà essere costruita su pochi ma qualificanti punti comprensibili all’intero mondo del lavoro, immigrati compresi: 1) difesa della contrattazione nazionale, 2) difesa dello Statuto dei lavoratori, 3) difesa dello stato sociale (sanità in primo luogo), 4) difesa dei beni pubblici (acqua, servizi, territorio), 4) difesa del potere d’acquisto del salario, 5) autorganizzazione di massa contro il precariato, 6) difesa della democrazia a partire dai luoghi di lavoro (come si può venire a spararle grosse su presunte “Repubbliche” indipendenti in Sardegna o in Val di Susa quando un importante sindacato di base - i Cobas della scuola - da anni non riesce nemmeno ad avere il diritto di assemblea nell’orario di lavoro?) In poche parole bisogna lottare contro gli effetti immediati della crisi cercando di costruire una prospettiva all’interno di tale lotta. Il resto sono chiacchiere, demagogia.
Per quanto concerne invece la proposta organizzativa del movimento, sono convinto che ci dobbiamo dotare di una struttura realmente aperta e democratica, dove vi sia il rispetto totale delle varie sensibilità politiche presenti al suo interno, ma dove le decisioni siano realmente discusse e prese collettivamente indipendentemente dalla corrente politica d’appartenenza. Vi è l'esigenza ormai molto diffusa di uscire una volta per tutte dalla dinamica degli intergruppi in cui le singole soggettività politiche utilizzano il movimento per la crescita interna del proprio gruppo o miniapparato. A questo riguardo sono molto pessimista, anche in considerazione di come si sono svolte le ultime iniziative di lotta, le convocazioni di scioperi scriteriati e l’iter che ha preceduto questa stessa assemblea. Sappiamo quali gruppi politici sono prevalenti al suo interno e la cosa non ci tranquillizza affatto.
Nella situazione attuale, che vede la democrazia diretta in continuazione violata, concretamente e ideologicamente, dobbiamo reagire e dimostrare ai giovani, al mondo del lavoro fisico e mentale, agli immigrati, alle donne e alle comunità in lotta che siamo portatori di una nuova maturità politica: la maturità di chi vuole realmente costruire un movimento antagonistico che si dimostri all'altezza dello scontro di classe in atto in Italia e nel mondo, che si accrediti come un valido punto di riferimento per le lotte attuali e quelle future che prima o poi riprenderanno con o senza di noi.
Ovviamente, tutto ciò potrà essere possibile solo se si sgombra il campo dalle velleità elettoralistiche che hanno provocato le più grandi sconfitte di questi ultimi anni, in primo luogo sul piano etico, ma poi anche sul piano dell’analisi teorica e della formulazione di prospettive. Anche in questa assemblea c’è chi già pensa a come si riuscirà a votare ancora una volta per il Centrosinistra o per appendici del centrosinistra. E magari chi non ci pensa oggi, finirà col farlo – all’insegna della famigerata politica del meno peggio – alle prossime elezioni politiche. E a queste derive non c’è antidoto possibile al di là della crescente radicalizzazione delle lotte, la massima democrazia diretta e, diciamolo, anche l’egemonia di un’intelligenza politica in grado di capire quali siano i compiti della borghesia, quali dei lavoratori e l’abisso che passa tra i due.
Andrea Furlan
(RSA Filcams – CGIL)

mercoledì 19 gennaio 2011

IL BILANCIO DEL REFERENDUM, di Matteo Frigerio

È altamente opportuno riflettere su quanto è successo il 13 e il 14 gennaio allo stabilimento Fiat di Mirafiori. Il risultato finale, la vittoria del Sì all'accordo imposto da Marchionne, e le frasi altisonanti dei dirigenti dei "sindacati" firmatari, di Fiat, di Confindustria e del Governo, non devono trarre in inganno: l'analisi dei fatti non può prescindere dai dati reali che emergono dalle urne e dal clima particolare in cui si è svolta la votazione.
I voti ottenuti dal Sì sono stati il 54,7%, sensibilmente meno dei "consensi" che la Fiat ha ottenuto al referendum analogo tenuto qualche mese fa nello stabilimento di Pomigliano. A Mirafori circa il 50% dei dipendenti non ha tessere sindacali e la Fiom-Cgil valeva alle ultime elezioni della rappresentanza sindacale circa il 20-25% dei voti. Nonostante questo, la maggioranza degli operai era contraria all'accordo! Al riequilibrio dei conti hanno pensato i "colletti bianchi", gli impiegati della Fiat che non lavorano in catena di montaggio. Questo nonostante la forte pressione cui erano sottoposti tutti i dipendenti, con la prospettiva di vedersi licenziati, in una situazione in cui il mercato del lavoro è praticamente inesistente, con pochissime voci a sostegno della loro posizione. Se non ci fosse stato il diktat di Marchionne, l'accordo non sarebbe passato all'esame dei lavoratori, e probabilmente non sarebbe passato nemmeno se ci fosse stata una direzione politica seria da parte della principale forza di opposizione al governo di Berlusconi, il Partito Democratico, che si è tenuto in una posizione altamente centrista, come d'altra parte aveva fatto in un primo momento anche la Cgil. La Fiom si è ritrovata da sola (o quasi) contro il muro di Marchionne e dei "riformisti contro il conservatorismo degli operai ideologizzati". Con buona pace di quella parte dell'elettorato del Pd, che nella sua maggioranza si sente ancora "di sinistra.
Ancora una volta è chiaro che senza una direzione politica adeguata (o comunque un sostegno adeguato se non una direzione), solo una parte degli operai è in grado di andare sino in fondo nel tentativo di mettere un freno al capitalismo finanziario più becero. Ciò di cui si sente più la mancanza (a un livello politico "mainstream" per così dire) è però una visione, un progetto per la società, per il Paese che sia alternativo al neoliberismo della globalizzazione finanziaria, cioè al capitalismo dei nostri giorni.
La sinistra dovrebbe lanciare l'alternativa a questo regime che incarna in Italia i meccanismi della globalizzazione finanziaria e che ormai regna incontrastata da più di due decenni.
Tornando nello specifico dell'accordo di Mirafiori, non bisogna dimenticarsi che questo accordo è seguito a quello di Pomigliano (e alla chiusura de facto di Termini Imerese, nonostante gli accordi presi escludessero questa possibilità). La dirigenza Fiat e i dirigenti "sindacali" firmatari avevano detto che l'accordo di Pomigliano era un caso speciale, dovuto alle particolari condizioni di Pomigliano (assenteismo ecc.). La Fiom, oltre ad essere contraria all'accordo nello specifico, aveva avvertito che una simile situazione si sarebbe potuta ripetere in futuro. Ciò che è successo è ormai storia, il buon risultato dei No al referendum è senza dubbio dovuto in parte anche alla giusta lettura che la Fiom ha fornito della situazione.
La vicenda dimostra che gli operai allo stremo capiscono che ormai non possono più vivere con le sempre meno briciole che i finanzieri e gli speculatori lasciano cadere loro a terra. Negli stessi sindacati firmatari si nota uno scollamento tra la dirigenza (che elogia l'accordo "che crea le relazioni sindacali del futuro") e i militanti di base, che capiscono che l'accordo è regressivo per i lavoratori (è addirittura prevista nell'accordo la possibilità di turni di 10 ore, a più di un secolo dalla conquista delle 8 ore da parte del movimento operaio di vari paesi!); “fascista” nella misura in cui in cui distrugge all'interno della fabbrica le organizzazioni operaie che dissentono; ricattatorio, visto che costringe i lavoratori ad accettarlo (votando sì) per salvaguardare il posto di lavoro, pagare il mutuo, poter dar da mangiare alle proprie famiglie in un momento di crisi drammatico: in questo contesto molti (anche se poi non così molti come ci si sarebbe potuto aspettare) hanno ceduto al diktat di Marchionne. Questi operai sperano che la Fiat sia in grado di presentare un piano di rilancio adeguato per lo stabilimento (dopo un anno sicuro di cassa integrazione straordinaria pagata da tutti noi, altro che i vanti di Marchionne per cui la FIAT non gode di sostegno pubblico): ho paura che questa speranza si tramuti in una drammatica illusione.
Dobbiamo perciò salutare il voto di protesta dei lavoratori come la prima bella sorpresa politica del 2011 e come uno dei due fatti politico-sociali più rilevanti dell'ultimo periodo. L'altro è sicuramente il movimento studentesco, che peraltro ha già dichiarato che sosterrà gli operai, la Fiom e la loro lotta, scioperando con loro a fine gennaio. Pur nei loro limiti "spontaneistici" bisogna riconoscere un primo piccolo ri-sollevamento sociale dopo anni di evidente riflusso di tutti i movimenti sociali. Questi due movimenti se proveranno a mantenere quanto dicono, si vedranno costretti a lottare per un ideale di società alternativo a quello della globalizzazione capitalistica. Si dovranno scontrare, quindi, con l'impossibilità di raggiungere dei risultati concreti e duraturi nel quadro dello Stato borghese italiano. Ma ancora una volta, per impedire che il movimento si dissolva, le vere forze rivoluzionarie dovranno essere pronte a proporre la loro visione socialista del mondo, sperimentando ogni possibile metodo per attrarre gli elementi più coscienti alla causa del progresso e della libertà per l'umanità intera.

  

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.