L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

Visualizzazione post con etichetta recensione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta recensione. Mostra tutti i post

mercoledì 10 gennaio 2018

BLADE RUNNER 2049 (Denis Villeneuve, 2017), di Pino Bertelli

Non è facile distruggere un idolo: richiede lo stesso tempo che occorre
promuoverlo e adorarlo. Giacché non basta annientare il suo
simbolo materiale, il che è semplice: si devono anche
annientare le sue radici nell’anima.
(E.M. Cioran)

Merda! Porcaccia della madonna! Canaccio d’un dio infame!… mi facevano male gli stivali texani (però spagnoli) nuovi e così ho pensato di andare al cinema… visto che sono portato a ridere di tutto il cinema gravido di effetti speciali e per niente interessato al cinema d’istupidimento incensato dalla macchina/cinema hollywoodiana, celebrato da tutti i cortigiani del mercato televisivo planetario, che è nelle mani di banchieri, trafficanti d’armi e politici… mi sono seduto davanti allo schermo dove passava Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve (santificato da Ridley Scott come suo erede) e sono rimasto per 152 minuti fra lo sconcerto di tanta stupidità e la voglia di passare alla distruzione del film! Così, tanto per aiutare i ragazzi a non credere e rigettare la simbologia cretina (autoritaria o, se vogliamo, qualunquista, financo fascista) sulla quale si poggia l’ultimo Blade Runner. E poi gli occhialetti del 3D… una cosa da deficienti per vedere in visione stereoscopica l’insincerità dell’arte contrabbandata col ghigno della scienza e dell’assoluto.
Va detto. Quando nel 1982 sono andato a vedere Blade Runner di Ridley Scott, a fatica sono arrivato in fondo al film… dopo dieci minuti avevo già i coglioni pieni di noia del cacciatore di replicanti, delle colonie spaziali, dei modelli Nexus-6 e dell’amore come soluzione finale… mi sembrava di assistere a una sorta di assemblaggio pubblicitario - anche fatto bene - dove i volti avvizziti degli attori s’addossavano a un’evidente adulazione pubblica… naturalmente sempre sovvenzionata da pletore di velinari di professione… a Hollywood, come dappertutto, ciò che conta sono gli incassi dell’ultimo film, magari un qualche Oscar preconfezionato o la demenza meravigliata dei tappeti rossi di tutti i festival della terra… il cinema è un’altra storia.
Con Blade Runner 2049, Scott ci riprova… del resto basta vedere la saga di Star Wars (e i suoi emuli) per comprendere che ogni culto è un tradimento dello spirito e l’entusiasmo è il sagrato repellente dell’imbecillità… tra la fabbrica delle illusioni e il cinema l’incompatibilità è totale! La gloria del mercato o il delirio del mito bastano a fare di un film il sublime da cialtroni e quelli che lo osannano i palafrenieri del ridicolo! A guisa di consolazione e al termine di film come Blade Runner 2049, non resta che rompere l’architettura dell’utilitario e il sospetto che tutto ciò che gronda dallo schermo non è che un grande spot televisivo (videogame dell’incuriosità o serie TV dell’idiozia raffinata) a favore delle forze di polizia che contrastano l’inatteso o la devianza. All’infuori della disobbedienza e del rovesciamento di prospettiva di un mondo rovesciato, tutte le iniziative (e forme di comunicazione) sono senza valore.
© Stephen Vaughan
La trama di Blade Runner 2049 (per non durare troppa inutile fatica, la riprendiamo da Wikipedia):
«Nell’anno 2049 i replicanti si sono integrati nella società, poiché le colture sintetiche si sono rivelate necessarie per la sopravvivenza del genere umano. L'agente K è un replicante di ultima generazione che dà la caccia ai vecchi replicanti Nexus ribelli. Uno di questi, Sapper Morton, vive da solo in una fattoria: K lo rintraccia e lo “ritira”, rinvenendo in seguito una scatola sepolta sotto un albero morto nei pressi dell’abitazione di Sapper. L’oggetto sepolto viene recuperato e aperto: contiene lo scheletro di un replicante Nexus femmina. Gli analisti del Los Angeles Police Department appurano che la replicante è morta a causa di complicazioni durante un taglio cesareo. Il tenente Joshi, capo di K, è sconvolta dal ritrovamento - in quanto non si pensava che i Nexus fossero capaci di riprodursi - e ordina quindi di eliminare qualsiasi prova della scoperta, dando istruzioni di trovare e “ritirare” il figlio replicante, poiché la notizia potrebbe creare un’instabilità nell’ordine tra umani e replicanti.
K, combattuto, si presenta alla sede dell’azienda che produce i replicanti moderni, la Wallace Industries: il personale identifica lo scheletro come quello di Rachael, creata dalla fu Tyrell Corporation e che ebbe una relazione con il cacciatore Rick Deckard, scomparso con lei nel 2019. Il fondatore della società, Niander Wallace, crede che i Nexus in grado di riprodursi possano essere il prossimo passo nella produzione e favorire l’espansione delle colonie extramondo, popolate da soli androidi; ordina quindi a Luv, la sua replicante tirapiedi, di rubare i resti di Rachael dalla stazione di polizia e pedinare K in modo da risalire al figlio replicante. K ritorna alla fattoria di Sapper e nota sull’albero morto un’incisione con la data 6/10/21, che coincide con quella su un cavallino di legno presente in un ricordo impiantato della sua infanzia. K risale alla fabbrica in cui si svolge questo ricordo, ritrovando il giocattolo nel posto dove lo aveva nascosto da bambino e credendo perciò che l’impianto potrebbe essere una vera reminiscenza del suo passato.
Nel controllare le nascite avvenute nel giugno del 2021, K scopre un’anomalia: Rachael ha apparentemente dato alla luce due gemelli che condividono lo stesso DNA - ma con sessi diversi - e solo il maschio è ancora vivo. Di conseguenza K si reca dalla dottoressa Ana Stelline, che lavora come creatrice di ricordi da innestare ai replicanti prodotti dalla Wallace Industries e che, dopo averlo informato che è illegale innestare ai replicanti memorie vere appartenute agli umani, gli conferma piangendo che si tratta di un ricordo reale, inducendolo così a credere di essere lui stesso il figlio della Nexus morta. Dopo aver fallito un test sulla sua natura replicante, K viene sospeso da Joshi, lasciandogli intendere che ha portato a termine la missione (cioè “ritirare” il bambino, vale a dire lui stesso). La stessa Joshi, per compassione, lo lascia andare.
K prosegue l’indagine per proprio conto, facendo analizzare il cavallino di legno: in esso vengono trovate tracce di radiazione che lo conducono alle rovine post-apocalittiche di Las Vegas. Qui K ritrova Deckard, che gli rivela di aver alterato le date di nascita per coprire le loro tracce, venendo poi costretto a lasciare Rachael, per la sua sicurezza, con un gruppo di replicanti rivoluzionari. Nel frattempo Luv uccide Joshi e rintraccia K. Nello scontro seguente Luv distrugge Joi, la compagna virtuale di K - lasciando quest’ultimo in fin di vita - e rapisce Deckard. K viene soccorso dal gruppo rivoluzionario e condotto da Freysa, che lo informa che il vero erede di Rachael e di Deckard è Stelline, in quanto solo lei poteva essere capace di impiantare i propri ricordi nella sua mente. Freysa ordina a K di uccidere Deckard affinché egli non fornisca a Wallace informazioni sul movimento.
© Stephen Vaughan
Deckard viene condotto dinanzi a Wallace, il quale ipotizza che l’amore tra lui e Rachael fosse stato unicamente un esperimento del dottor Tyrell e che i due fossero stati creati l’uno per l’altra allo scopo di verificare se i suoi Nexus fossero capaci di riprodursi. Deckard rifiuta di rispondere alle domande di Wallace o di aiutarlo - anche quando gli viene presentata una copia replicante di Rachael - e perciò Luv lo conduce in una zona extramondo per torturarlo al fine di estorcergli informazioni. K però li raggiunge e attacca il convoglio di Luv con il suo spinner, facendolo precipitare in mare vicino alla muraglia che protegge la città dalle inondazioni. Dopo un violento combattimento K riesce ad uccidere Luv, annegandola, e porta in salvo Deckard, rivelandogli che per proteggerlo lo darà per morto come vittima dello schianto. Deckard viene condotto da K al palazzo di Stelline, dove finalmente si ricongiunge con la figlia, mentre K, rimasto ferito gravemente nello scontro finale, muore sdraiato sulla scalinata della struttura con lo sguardo rivolto al cielo nevoso».
Per dire tutte queste sciocchezze edulcorate, la produzione di Scott allestisce una baracconata da 150 milioni di dollari… con il film si vendono magliette, giocattoli, saponi, modellini di auto, pistole e fucili in grado di solleticare nugoli d’imbecilli col vezzo dell’evento culturale… il marchio è Blade Runner… i fanatici sono lusingati dai fasti dell’ignoranza complice e danno lustro alla barbarie dentro e fuori lo schermo. Un popolo muore quando non ha più la forza d’abbattere gli dèi, i capi di Stato e i macellai che lo tengono a catena… il passaggio a nord-ovest dalla conoscenza alla coscienza è ancora tutto da inventare… ci sono mille rimedi alla miseria, non ce n’è nessuno per la stupidità.
In Blade Runner 2049, l’attorialità di Ryan Gosling, Harrison Ford, Ana de Armas, Sylvia Hoeks, Jared Leto e Robin Wright è davvero mortuaria… si ha l’impressione che nel bel mezzo dell’azione possa apparire lo sponsor di un profumo, l’abbacinazione di una macchina da corsa o abiti futuristi di una sfilata di moda… lo sbadiglio è universale e le rivelazioni, per niente demoniache, sono preghiere alla rovescia dove un dio e un millantatore coesistono sul calvario della farsa… l’educazione alla mediocrità continua. Gosling è davvero qualcosa di raro, non solo al cinema: lo si potrebbe vedere bene dietro il bancone di un bar a versare whisky a signore annoiate o, tutt’al più, ad infilare ghirlande di gelsomini nelle fiere di paese… non gli è di meno Ford… sembra capitato lì, in pigiama, sul set di un altro film, a sfoderare ricordi e tristezze in cumuli di convinzioni incenerite nei luoghi comuni… perfino nei primi piani si ha l’impressione di un naufragio impersonale e ciò che più conta è che sembra incarnare il rifugio della rassegnazione, senza un filo di credibilità.

mercoledì 29 novembre 2017

I COLORI DEL CIELO (Francesco Mazza, 2017), di Pino Bertelli

Pensiero meridiano vuol dire fondamentalmente questo: restituire al sud l’antica dignità di soggetto del pensiero, interrompere una lunga sequenza in cui esso è stato pensato da altri. Tutto questo non vuol dire indulgenza per il localismo, quel giocare melmoso con i propri vizi che ha condotto qualcuno a chiamare giustamente il sud un «inferno». Al contrario un pensiero meridiano ha il compito di pensare il sud con maggior rigore e durezza, ha il dovere di vedere e combattere iuxta propria principia la devastante vendita all’incanto che gli stessi meridionali hanno organizzato delle proprie terre. In questa vendita all’incanto, in questo assalto volgare e trasformistico alla modernità si sono venute affermando le due facce oggi dominanti del sud: paradiso turistico e incubo mafioso. […] l’antica spinta egalitaria è affogata nell’anomia generalizzata, nella perdita di riferimento ad un’altra forma di vita. […]
Bisogna essere lenti come un vecchio treno di campagna e di contadine vestite di nero, come chi va a piedi e vede aprirsi magicamente il mondo, […] invidiare l’anarchia dolce di chi inventa di momento in momento la strada.
(Franco Cassano, Il pensiero meridiano, 2005)

Pino Bertelli negli inediti panni di «Ismaele»…
[…] «Chiamatemi Ismaele. Qualche anno fa - non importa ch’io vi dica quanti - avendo poco o punto denaro in tasca e niente che particolarmente m’interessasse a terra»1… sono andato a girovagare in terre di briganti… lì ho conosciuto una sorta di capitano Achab che diceva: «Sia gioia, gioia eccelsa, intima gioia, a colui che contro gli dèi e i commodori superbi di questa terra oppone sempre il suo inesorabile se stesso»2. Era gradevole, intelligente quanto un arpioniere di balene bianche senza tatuaggi… un cittadino del cielo… ci siamo intesi subito… così abbiamo pensato d’imbarcarci su una nave fantastica (il Pequod, una vecchia auto rossa con la radio sempre accesa sui bollettini di guerra metropolitana) e navigare fra terre, monti e mari di Calabria e fare un film e un libro fotografico con i calabresi… della ciurma facevano parte anche Anna Maria, secondo ufficiale del Pequod, e Paola, una figlia della Tortuga, che fumava la pipa… in fondo, dissi - «Siamo uomini nel mondo, non del mondo» - e partimmo.
Non è stato facile… abbiamo affrontato venti avversi… boschi in fiamme, laghi asciutti, mari deserti… e incontrato tribù che cucinavano tenerezza e accoglienza… il vino ci ha accompagnato in tutte le nostre rotte e i canti delle lavandaie hanno scaldato i nostri sogni di fraternità ed eguaglianza… anche davanti ai brutti ceffi che volevano affondare la “nave” non abbiamo avuto paura e senza il timore di dio né del diavolo abbiamo continuato a navigare sulle nostre rotte sconosciute… ci sono state anche battaglie a viso aperto con i mostri di queste terre o cieli o mari profondi… ribelli per vocazione, marinai che fecero l’impresa, siamo sopravvissuti al naufragio nell’asciuttezza dei nostri sospiri estremi!
© Pino Bertelli
L’epilogo: ne sono usciti un libro fotografico e un film del tutto personali… del tutto fuori dai cimiteri del consenso e del successo, e più ancora, ne siamo certi, sono opere non dell’oggi né del domani, ma dell’immaginario del nostro scontento che diventa destino. Ma è del film del capitano Achab che vi voglio ora parlare… con una coppa di vino in mano, un sigaro all’anice e il canto dei gatti in amore sui tetti della città di utopia. Sia lode ora a uomini e donne di chiara fama.
I colori del cielo di Francesco Mazza [capitano Achab] è qualcosa che non ha nulla a che fare con il documentario o il film/inchiesta… forse anche con il docufilm… è una sorta di pamphlet o saggio cinematografico piuttosto anomalo… riprende le radici architetturali delle opere di Straub, Brocani, Pasolini - tanto per fare qualche nome (anche riconosciuto)… e affabula una cartografia dell’esistenza nel trapasso delle ideologie, delle fedi, dei conformismi criminali, anche… alla maniera della bandiglia situazionista (credo), il regista elabora una costruzione delle situazioni in terra di Calabria - ma a ben vedere oltre il tessuto emozionale delle persone che s’interrogano (e rispondono) sulle poche parole di un fotografo di strada (che incidentalmente sono io, Ismaele) - dette anche in maniera un po’ dialettale o selvatica… figurano spaccati profondi della loro storia e della loro vivenza. Quello che ne sortisce è un trattato di filosofia etica, non morale… l’etica segue il principio edonista della maggiore felicità per il maggior numero (Epicuro), la morale è una maledizione o una dottrina dell’abbandono che Stati, chiese e banchieri prediligono per la domesticazione sociale.
© Pino Bertelli
I colori del cielo riparte da Comizi d’amore di Pasolini, certo, riprende lo sconcerto e l’incanto di Pasolini nei confronti del sud e della Calabria, principalmente… ma si chiama fuori, come si è già detto, dal film/inchiesta pasoliniano… quello di Mazza è un rizomario di atti senza apostoli, elaborati fuori dalle preghiere raccomandate, o un portolano di emozioni disseminate su secoli di lacrime e sangue innocente versati fra l’inedia e il gemito di un popolo di antiche culture e profonde bellezze (sovente sfigurate dalla ferocia del malaffare, della politica, della Chiesa)… nelle parole dei calabresi non affiora però solo l’incertezza, la paura, il dissidio o il rispetto verso una fatalità ereditaria… nel non detto o appena accennato o nella rabbia rimasta in gola si scorgono forme di saggezza plebea e di liberazione necessaria… e non c’è da stupirsi che l’ultimo dei vagabondi o degli analfabeti valga più dei “dotti” che fanno professione di pensare… poiché la sfera della coscienza affiora sui corpi, volti, gesti degli intervistati come crescono le rose di campo - così, senza una ragione precisa, per volontà di una gioia terrena che si fa bellezza dei giorni - e approdano all’universale.
Nelle parole, negli sguardi, nelle posture grecaniche dei calabresi filmati da Mazza c’è un coinvolgimento sapienziale che si aggrappa alla radicalità dell’uomo, alla sua terra… Ismaele, che si aggira nelle strade di Calabria e incontra centinaia di persone, le fotografa secondo una visione antropologica del vissuto quotidiano, spesso piuttosto sgangherata o inopportuna per le scuole di fotografia… è una sorta di viandante delle stelle o un bracconiere di sogni che il regista filma con determinazione e pervicacia a ricordo dei fotografi ambulanti americani, quando fissavano sulle lastre la magnificenza di un popolo, quello dei Pellerossa, destinato al genocidio dall’avanzare della modernità. In apertura di un grande film western, Gli implacabili (1955) di Raoul Walsh, interpretato magistralmente da Clark Gable, Jane Russell, Robert Ryan e Cameron Mitchell - ma un po’ troppo infarcito di canzoni - Gable e il fratello, Mitchell, affiorano dal fondo della prateria… vedono un uomo impiccato ad un albero e Gable dice al fratello: «Siamo vicini alla civiltà!». Non c’è differenza tra i sogni di un macellaio e quelli di un banchiere. Il valore di ogni uomo si misura nel valore dei suoi disaccordi! Siccome viviamo nel bel mezzo di terrori eleganti, si può benissimo passare dall’oblio dell’uniformità all’onorabilità della rivolta (quale che sia), la più ancestrale delle nostre vitalità.

giovedì 2 novembre 2017

SICILIAN GHOST STORY (Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, 2017), di Pino Bertelli

Ho ucciso io Giovanni Falcone. Ma non era la prima volta: avevo già adoperato l’autobomba per uccidere il giudice Rocco Chinnici e gli uomini della sua scorta. Sono responsabile del sequestro e della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, che aveva tredici anni quando fu rapito e quindici quando fu ammazzato. Ho commesso e ordinato personalmente oltre centocinquanta delitti. Ancora oggi non riesco a ricordare tutti, uno per uno, i nomi di quelli che ho ucciso. Molti più di cento, di sicuro meno di duecento.
(Giovanni Brusca, U verru [«il porco»], collaboratore di giustizia)

Il cinema italiano non è solo commedia (e anche fatta male, lodata e premiata dagli abatini serventi della critica italiana)… c’è anche un cinema d’impegno civile che bussa agli occhi della passività generalizzata e, come nel caso di Sicilian Ghost Story, mostra che gli idolatri dell’infelicità (politici, preti, mafiosi, militari, gente comune) sono anche i depositari o i silenti complici di crimini efferati… come il rapimento e l’assassinio di Giuseppe Di Matteo, un ragazzo ucciso dalla mafia poco prima di compiere quindici anni, dopo 25 mesi di prigionia, 779 giorni di terrore. Correva l’anno 1996.
Giuseppe era il figlio di un ex mafioso e collaboratore di giustizia, Santino Di Matteo. Il ragazzo fu prima strangolato e poi disciolto nell’acido nitrico. Gli esecutori materiali del delitto furono Vincenzo Chiodo, Enzo Salvatore Brusca e Giuseppe Monticciolo, il mandante, Giovanni Brusca. (Per il sequestro e l’omicidio del piccolo Giuseppe, oltre a Giovanni Brusca sono stati condannati all’ergastolo circa cento mafiosi, tra cui Leoluca Bagarella, Salvatore Benigno, Salvatore Bommarito, Luigi Giacalone, Francesco Giuliano, Giuseppe Graviano, Salvatore Grigoli, Matteo Messina Denaro, Michele Mercadante, Biagio Montalbano, Gaspare Spatuzza.) Tutti macellai di vario taglio… compresi Matteo Messina Denaro, U siccu («il magro»), fra i latitanti più ricercati al mondo; Bernardo Provenzano, detto Binnu u’ Tratturi («Bernardo il trattore») per la violenza con cui massacrava i nemici; o Totò Riina, «La Belva»… questo è il lordume, il putrido, il lezzo… la cloaca è qui come altrove… a Roma ad esempio… nemmeno troppo celata tra i parlamentari di ogni partito e nelle Forze armate, senza scordare le trame della Chiesa… le connivenze tra politica e mafia sono al fondo della corruzione, nella quale affoga un’intera nazione. Il silenzio e l’omertà si pagano con il garantismo, solo per i potenti, s’intende.
Naturalmente sulla mafia si fanno film, miniserie televisive, si cerca di far passare che la mafia uccide solo d’estate… anche uno come Roberto Benigni ha provato a fare cassetta con Johnny Stecchino (1991)… fatte salve alcune pellicole di denuncia sociale - In nome della legge (1949) di Pietro Germi, Mafioso (1962) di Alberto Lattuada, Salvatore Giuliano (1962) di Francesco Rosi, A ciascuno il suo (1967) di Elio Petri, Il giorno della civetta (1968) di Damiano Damiani, Lucky Luciano (1973) di Francesco Rosi, Cento giorni a Palermo (1984) di Giuseppe Ferrara, Placido Rizzotto (2000) di Pasquale Scimeca, Segreti di Stato (2003) di Paolo Benvenuti, Alla luce del sole (2005) di Roberto Faenza, In un altro paese (2005) di Marco Turco o La siciliana ribelle (2009) di Marco Amenta - è davvero difficile vedere film che trattano a fondo le trattative fra Politica e Cosa Nostra… ogni generazione innalza a martiri ed eroi i carnefici che l’hanno preceduta, e le vittime vengono immolate sull’altare della Patria, della Chiesa e dell’ordine costituito.
© Giulia Parlato
Nel secondo episodio del film Tu ridi (1998) di Paolo e Vittorio Taviani si allude alla medesima vicenda di Sicilian Ghost Story… tuttavia in quest’ultimo si entra più in profondità nell’assassinio, c’è meno gradevolezza ed è meno giocoso il rapporto fra il ragazzo e i carcerieri… Sicilian Ghost Story, con dolcezza e poesia, è specchio/memoria della degradazione cultural-politica e della coscienza sociale (non solo in Sicilia)… figura la mancanza di valori nelle istituzioni, che fuori dalle promesse elettorali sono responsabili dei delitti più raffinati - o più grossolani - perpetrati ovunque in Italia… è sufficiente guardare i probi politici in faccia per distaccarsene e rigettare i loro misfatti… secoli di sofferenze - tali da innaffiare di sangue l’intero Paese - hanno impresso gli itinerari dell’odio e disseminato di cadaveri la storia di una nazione… la politica, la Chiesa, il sistema economico contano nei loro bilanci più delitti di quanti ne abbiano al loro attivo i criminali più coscienziosi… sempre fedeli alla degenerazione della legalità, a cominciare dalla sputacchiera del Parlamento.
Sicilian Ghost Story non è come in molti hanno scritto una favola, fantasy, horror, anche… vero niente… è uno dei pochi film italiani che trattano una tragedia di mafia attraverso la surrealtà del cinema… non ha niente a che vedere con le serie televisive (fabbricate per attentare o educare l’immaginario giovanile ai fatalismi del mercato globale), né ha a che fare con le furbate melliflue di molto cinema del sospetto e dell’utilitarismo… quello, per intenderci, che fa dell’estetismo del sangue o della cronaca manipolata l’inganno continuato contro i sud della Terra. Il crimine costituito distrugge la conoscenza, la conoscenza ridestata disvela il crimine e qualche volta lo sconfigge.

giovedì 22 giugno 2017

LA TENEREZZA (Gianni Amelio, 2017), di Pino Bertelli

Il realismo, per me, non è che la forma artistica della verità.
Quando la verità è ricostituita, si raggiunge l’espressione.
Oggetto vivo del film realistico è il “mondo”, non la storia, non il racconto.
(Roberto Rossellini)

Il cinema italiano, lo sappiamo bene, o sprofonda nell’universo della banalità in cui è battezzato dalla commedia provinciale o finisce nel ribrezzo della borghesia, sempre pronta ad affascinare soltanto le anime esulcerate di una civiltà esausta… così, con buona pace per l’intelligenza, si passa dal disgusto dell’occasionale al senso della semplicità letteraria che investe tutti, specie a sinistra… un cinema che esiste e si afferma soltanto grazie a film che intrattengono l’universo demente di consumatori affogati nel formalismo o educati dai mezzi d’informazione ad essere serventi personaggi in cerca di un capo, di un politico, di un criminale o soltanto di un buffone che possa solleticare la pochezza con la quale affrontano tanto un’urna elettorale o il cappio del boia (che sono la medesima cosa), quanto nel sostenere una qualsiasi forma di cultura, con la convinzione di aver capito che quello che hanno visto è qualcosa d’importante e non una cosa impigliata nei merletti della merce filmica! Dio d’un cane boia! Figlio d’un prete ladro! Madonnaccia della miseria zozza! Proprio non si riesce a vedere che questo cinema ha perduto tutto dei maestri (Rossellini su tutti), e in cambio ha conservato storie che si creano nel delirio e si disfano nella noia. Il vero, il giusto e il buono sono una creazione dei nostri eccessi, delle nostre dismisure e delle nostre sregolatezze, diceva… oppure è un sottoprodotto della tristezza che non conosce l’infanzia del mondo.
La tenerezza è un film abbastanza brutto - o quantomeno funebre - diretto da Gianni Amelio, tratto dal romanzo di Lorenzo Marone La tentazione di essere felici (Longanesi, 2015), vincitore del premio Strega (autore di successo, ha vinto anche il premio Scrivere per Amore 2015 e il Premio Letterario «Caffè Corretto - Città di Cave» 2016). La scrittura non è proprio quella del filosofo E.M. Cioran ne La tentazione di esistere (Adelphi, 1984), né si pone l’accostamento… Cioran qui scriveva: «Chi è troppo lucido per adorare lo sarà anche per demolire, oppure non demolirà che le proprie… rivolte». Con Marone siamo dalle parti delle terrazze milanesi col Martini, le olive e il maggiordomo - di colore, s’intende. Il film è ambientato nella Napoli borghese e gli attori protagonisti sono Elio Germano, Giovanna Mezzogiorno, Micaela Ramazzotti, Renato Carpentieri e Greta Scacchi… è la storia di un padre (ammalato di cuore) e dei suoi figli che non ama (un fratello e una sorella che attendono la morte del padre per dividersi l’eredità), e di una giovane coppia - apparentemente serena - avvolta nel limbo della “Napoli bene”… che non conosce le periferie (né vuole conoscerle) dove il giovane ingegnere sceglie la morte e non la vita.
E qui potremmo anche chiudere il discorso. A stento non siamo usciti dal cinema. Dovevamo forse finire il pop-corn e un chinotto che sapeva di petrolio… poi ci è venuto in mente cosa aveva detto Amelio del suo film durante una conferenza stampa a Roma (24 aprile 2017), e siamo stati assaliti da conati di vomito: «La tenerezza nel film è una mano che afferra un’altra», e ha citato il momento in cui in Ladri di biciclette di Vittorio De Sica «il bambino tiene stretta la mano di suo padre, proprio nel momento in cui viene umiliato». Ladri di biciclette? De Sica?… c’è di che ridere! Anche nel film più brutto di De Sica ci sono almeno i cinque minuti del Meraviglioso di cui parlavano i surrealisti… ne La tenerezza c’è la convinzione che, finché viviamo in mezzo a tragedie eleganti, ci possiamo anche accontentare benissimo di Dio o dello Stato: sono le due facce dello stesso conformismo. Senza saper mai che la stanchezza intellettuale riassume i vizi e le deformità di un’umanità alla deriva.

domenica 30 aprile 2017

LA LA LAND (Damien Chazelle, 2016), di Pino Bertelli

Per raggiungere non tanto la felicità quanto l'equilibrio,
dovremmo liquidare una buona parte dei nostri simili,
praticare quotidianamente il massacro,
sull'esempio dei nostri fortunatissimi avi.
(E.M. Cioran)

Che bello! La notte degli Oscar 2017 ancora una volta ci ha fatto ridere a crepapelle! Il baraccone circense che rappresenta può piacere soltanto all'imbecillità conclamata della critica italiana e a un pubblico abituato alle sagre festivaliere da "tappeto rosso" (qui puttanelle col vezzo dell'avanspettacolo e cialtronetti vestiti Armani fanno i selfie con tutti, perfino con gli straccioni di colore)… le televisioni ne parlano, i giornalisti fanno finta di aver compreso quel film o quell'altro… spesso li confondono o parlano di un film che nemmeno hanno visto (le veline dell'azienda vengono riprodotte fedelmente da amanuensi serventi)… tutti sono proni alla macchina delle illusioni (Hollywood) e alla domesticazione dell'immaginario assoggettato che ne consegue… ma tutti i film e tutti gli Oscar del mondo non valgono un bicchiere di rosso con un amico! C'è più verità nelle lacrime dei bambini morti per fame (o sotto le guerre) che in tutte le storie del cinema! Il cinema autentico non salva il mondo, è vero… però può aiutare a diventare uomini e donne migliori che dicono sì alla realtà e affrontano a viso aperto la filosofia libertaria dell'uomo in rivolta (quello che sostituisce il genio dell'artista con quello del ribelle e mette fine alla sozzura splendente della civiltà dello spettacolo).
Il film di Damien Chazelle, La La Land, di Oscar ne ha ottenuti sei (era candidato a quattordici premi)… ha fatto incetta di Golden Globes, BAFTA Awards e diversi altri riconoscimenti e sembra davvero continuare ad essere amato e premiato da critica e pubblico… quando in preda all'estasi del vuoto ci si abbandona a quella del mito ogni stupidità è permessa, basta che porti la gente al botteghino… I fucilieri del Bengala (un brutto film di László Benedek, 1954, sulle rivolte indiane) non saranno mai lodati abbastanza per aver cercato di spegnere come si deve le lune dei luna park (di finti politici, finti artisti, finti clown) di fine Ottocento… avevano compreso, forse, che qualunque ordine sociale è nefasto e va combattuto, a principiare dai linguaggi multimediali sui quali ogni potere fonda i propri deliri. Le ideologie, come le merci, sono il sottoprodotto, usando un'espressione un po' volgare, delle puttanate messianiche o dei mercati globali… sono loro che forniscono il pasto quotidiano alle iene di Wall Street.
La La Land è un'accozzaglia di citazioni, molto malamente ricostruite, dei musical americani degli anni Cinquanta e Sessanta… il titolo sembra riferirsi alla città di Los Angeles (il mondo dei sogni o fuori dalla realtà)… ma il film di Chazelle è tutt'altro che fuori dalla realtà e dai sogni… è una confezione (nemmeno pregiata) della macchina/cinema hollywoodiana che prefigura una vita di successo per tutti gli sfigati di ogni forma d'arte… un'idea di felicità possibile che solo nella città degli angeli di celluloide può diventare vera… ma al cinema e dappertutto il servo respira e si emancipa soltanto alla morte del padrone, sempre. Nulla è più sospetto della gioia mercantile… la rassegnazione e la stanchezza collettiva determinano un universo di carogne soddisfatte… un cinema senza banalità sarebbe altrettanto noioso di un parlamento senza stupidi.

venerdì 17 marzo 2017

LA BATTAGLIA DI HACKSAW RIDGE (Mel Gibson, 2016), di Pino Bertelli

Posso credere soltanto a degli dèi morti,
angeli banditi dalle ali infrante,
vergini di legno dipinto che si scrostano,
e cristi in pietra a cui le intemperie hanno cancellato
i lineamenti alle porte delle chiese.
(Jean-Michel Maulpoix)

La battaglia di Hacksaw Ridge di Mel Gibson è un'operazione commerciale furba… molto furba… racconta la vera storia di Desmond T. Doss (con molta audacia cartolinesca), primo obiettore di coscienza a ricevere la medaglia d'onore del Congresso degli Stati Uniti (la più alta onorificenza militare statunitense). Delle vicende biografiche di Doss si sono occupati riviste, fumetti, libri e ora il film di Gibson… si tratta di un ragazzo della Virginia, cresciuto secondo la fede della Chiesa cristiana avventista del settimo giorno (un movimento religioso, vegetariano, che osserva il riposo del sabato e prega la seconda venuta di Gesù Cristo), che, dopo l'attacco dei giapponesi alla base militare di Pearl Harbor (7 dicembre 1941, ore 7.58), va volontario sotto le armi (spinto dalla forza in Dio e dal Patriottismo, che come sappiamo è l'ultimo rifugio delle carogne con o senza divisa). Però non vuole impugnare il fucile, ma aiutare i feriti sul campo… viene imprigionato e subisce un processo per vigliaccheria, ma il tribunale gli dà ragione (con la mediazione di un generale amico del padre, combattente decorato nella Prima guerra mondiale) e lo invia in prima linea come aiuto medico (prima di partire ha una licenza e si sposa)… riesce a salvare 75 soldati durante la battaglia di Okinawa, nel giugno 1945, e sarà coperto di medaglie (Bronze Star, Purple Heart) e celebrato come un eroe fino alla sua scomparsa (23 marzo 2006).
La battaglia di Hacksaw Ridge è candidato a una messe di premi (Oscar, Critics’ Choice Movie Award, AACTA International Award, Golden Globe, BAFTA Award ecc.)… non c'importa niente quanti ne potrà ricevere né c'importa se critica e pubblico si trovano in accordo sull'intrattenimento guerrafondaio e religioso di questo film ampolloso di sangue e spettacolo dispensati con particolare attenzione a corpi bruciati, gambe tagliate, braccia mozzate, teste piene di vermi e topi che pasteggiano con le viscere dei soldati… gli affari sono affari… il box-office conferma il successo e la guerra finta (come quella vera) porta un brivido di piacere al pubblico rincitrullito della civiltà consumerista.
Il film armato di Gibson si attesta sulla confessione in Dio e nel coraggio dei guerrieri in difesa della Patria e della Famiglia… bella roba… porco cane! sempre il medesimo lezzo! ovunque! l'imbecillità dilaga, al cinema e dappertutto! ogni imbecille è fiero di sé! e d'imbecilli sono sempre stati fecondi i governi!… ma è inconcepibile aderire a una religione, a un'ideologia, a una nazione fondate sulla violenza… l'ottimismo, come è noto, è la dottrina dei sudditi, dei servi, degli agonizzanti che confondono il boia col santo, che poi è la medesima cosa… e non comprendono che una piccola cosca di saprofiti produce le guerre e sono i popoli a subirle… disconoscere la guerra significa disconoscere ogni potere che la sostiene… disobbedire, disertare, opporsi ai bastardi della guerra, vuol dire combattere la crudeltà dei potenti e ricacciarli nelle fogne da dove sono usciti. L'obbedienza esiste solo fintantoché dura il consenso, come il re, il papa o un capo di stato finché dura l'estasi. L'obbedienza non è mai stata una virtù!

lunedì 16 gennaio 2017

INDIVISIBILI (Edoardo De Angelis, 2016), di Pino Bertelli

Non è grazie al genio ma grazie alla sofferenza,
e solo grazie ad essa, che smettiamo di essere una marionetta.
(E.M. Cioran)

Ci si può immaginare un politico, un prete o un intellettuale che non abbiano un'anima di assassini? Nel cinema poi (specie quello italiano) lo sterminio delle idee passa da un film all'altro ed è riprovevole che produttori, registi, attori, tecnici, critici e spettatori non siano processati per eccesso di stupidità. Bisognerebbe essere fuori di testa come un angelo o come un idiota per credere alla mediocrità, alla banalità, alla superficialità di quanto scorre sugli schermi nostrani… ognuno si aggrappa come può alla cattiva stella del mercato e così anche i registi più accreditati dalla critica ossequiosa al padronato di destra e di sinistra (premiati perfino con l'Oscar dal baraccone hollywoodiano) continuano a sfornare prodotti di illuminante bruttezza etica ed estetica… il cinema è altrove. Finché vi sarà il potere dell'odio, della violenza o della domesticazione sociale ancora in piedi, il compito dell'artista del disinganno non sarà finito (rubata a Cioran)! La poesia (anche del cinema) è il vero delitto d'indiscrezione ed è il primo strumento per dissotterrare tutte le vergogne del potere e passare alla sua liquidazione.
Indivisibili è il terzo film di Edoardo De Angelis, autore talentuoso e visionario di Mozzarella stories (2011) e Perez (2014)… attraverso un piccola storia del napoletano riesce a costruire un autentico ritratto antropologico di un pezzo d'Italia e, forse, dell'Italia tutta… il bisogno di credere a una fede, un partito o alla criminalità organizzata dispensa dal disgusto e dall'indignazione e invita alla rassegnazione della vita quotidiana! Al culmine del successo o dell'insuccesso, occorre ricordare che non c'è niente di meglio che tacciare d'imbecillità i teatranti dell'ordine costituito, così per perdere l'abitudine a sputare controvento. Solo i pesci morti vanno con la corrente.
Il film di De Angelis è un piccolo gioiello di ironia e una radiografia di un popolo dalla cultura millenaria che con fatica cerca di cancellare la soggezione atavica alla paura e alla servitù nella quale versa. Indivisibili racconta la storia di Viola e Dasy, due sorelle siamesi che cantano ai matrimoni, alle feste di quartiere, per qualche camorrista, e sono la principale fonte di guadagno per l'intera famiglia… padre, madre e due gay che si occupano della comunicazione (scenografie, fotografie, manifesti, CD). Quando scoprono che possono separarsi e vivere una vita "normale" (specie una delle due)… capiscono che sono tenute prigioniere nella loro condizione di freaks e cercano aiuti (prima uno squallido prete affarista, poi un lugubre impresario depravato) per uscire dalla loro situazione di sfruttamento… il lieto fine mette tutto a posto (forse un po' troppo facilmente) e le ragazze potranno incamminarsi verso l'innocenza del divenire.

domenica 4 dicembre 2016

IO, DANIEL BLAKE (Ken Loach, 2016), di Pino Bertelli

Soltanto in un paese libero l'impostura non gode privilegi,
e non può schivare la persecuzione che l'insegue sotto ogni forma o camuffamento,
non essendo protetta né da una corte, né dalla prepotenza nobiliare, né dall'iniquità d'una chiesa.
(Anthony Ashley-Cooper, III conte di Shaftesbury, 1707)

Sulla burocrazia, sul cattivo governo e sul film di Ken Loach, Io, Daniel Blake… non ci sono governi buoni, il governo migliore è quello che governa di meno o non governa affatto, diceva… ciò che è importante in ogni forma di società è la difesa del bello, del giusto e del bene comune… i deputati, i senatori, gli organi d'informazione e le "mosche cocchiere" della cultura sono tutti a libro paga dell'impero finanziario… alla farsa elettorale dei cretini ci partecipano tutti e tutti stanno al gioco… i terrorismi sono parte del grande spettacolo della globalizzazione e la celebrazione del liberalismo poggia sulla pioggia di "bombe intelligenti" dei paesi ricchi che legittimano il genocidio dei paesi impoveriti… ovunque i diritti dell'uomo sono calpestati, i proclami dei capi di stato, dei primi ministri, dei papi, dei generali… uccidono! Le chiacchiere della televisione e l'imbecillità della Rete, usata come i padroni del web vogliono, impediscono di pensare, di riflettere o d'incazzarsi… tutto è trasformato in uno spettacolo e niente è vero se non passa dall'inginocchiatoio dell'economica politica internazionale.
La twittosfera ha favorito l'emersione di una moltitudine di imbecilli (che forse imbecilli lo erano sempre stati) e sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione e nei luoghi di potere, scriveva, giustamente, Carlo M. Cipolla1… la peste (della stupidità politica) di Camus è ancora contagiosa e continua a diffondersi nei partiti e nella vita quotidiana… gli idolatri, i ruffiani, i servi si riproducono nei miti che sostengono e nessuno sembra chiamarsi fuori dalla barbarie della società consumerista… in verità il totalitarismo moderno teme che un giorno le giovani generazioni possano sommare le loro energie e rompere il meccanismo della ragione imposta… la maggior felicità per il maggior numero passa dalle rovine dell'ordine costituito. Alla maniera di Michel Onfray: «I nani dell'isola di Lilliput riescono a sconfiggere il gigante con una moltiplicazione di legami sottili, una proliferazione di piccole azioni congiunte, una tela di ragno libertaria che passa dall'inerzia al sabotaggio e dalla resistenza sociale al rovesciamento puro e semplice dello stato di cose esistenti»2. In principio è stata la disobbedienza civile, poi la forza radicale e il progresso dello spirito umano che hanno cercato - e qualche volta ci sono anche riusciti - di abolire l'odio dell'uomo sull'uomo e mostrare che il potere non esiste che con il consenso di coloro sui quali si esercita.
Di Io, Daniel Blake. Newcastle. Daniel Blake è un falegname di 59 anni, in seguito a una crisi cardiaca non può più lavorare ed è costretto a chiedere il sussidio statale per invalidità (ma viene respinto e il falegname cerca di fare ricorso). Daniel conosce Katie, giovane madre di due ragazzini… è venuta da Londra per avere una casa popolare… non riesce a trovare lavoro e si rivolge alla "Banca del cibo" per sfamare la famiglia (finirà a fare la prostituta per comprare le scarpe ai figli). Tra Daniel e Katie nasce un rapporto di tenera amicizia e d'indignazione verso la burocrazia disumana del welfare inglese… Daniel non riesce a districarsi tra i computer, la rete e i moduli da riempire… scrive sui muri dell'ufficio statale la sua protesta e chiede un incontro per riesaminare la sua situazione… naturalmente viene arrestato… vende tutti i mobili della casa per sopravvivere e quando va (insieme a Katie) davanti ai giudici del riesame, muore d'infarto nel bagno. Sono pochi i proletari che lo piangono… al "funerale dei poveri" che viene fatto di primo mattino (perché costa poco)… Katie legge una lettera di Daniel, dove il falegname chiede rispetto e dignità anche per un cane e lui è stato assassinato dallo Stato.

martedì 8 marzo 2016

QUO VADO? (Gennaro Nunziante, 2016), di Pino Bertelli

Come tutte le creature umane, anche gli stupidi influiscono sulle altre persone con intensità varia. Alcuni stupidi causano normalmente solo perdite limitate, mentre altri riescono a causare danni spaventosi non solo ad uno o due individui, ma ad intere comunità o società.
(Carlo M. Cipolla)

Stupidità e potere sono sinonimi… il potenziale di una persona stupida deriva dalla posizione di potere, di autorità che occupa nella società… tra burocrati, generali, politici, capi di stato, uomini di chiesa e intellettuali di successo, si ritrova una lauta percentuale di individui fondamentalmente stupidi, «la cui capacità di danneggiare il prossimo fu (o è) pericolosamente accresciuta dalla posizione di potere che occuparono (e occupano)», Carlo M. Cipolla diceva… la civiltà dello spettacolo è infatti la culla della stupidità e con ogni forma di comunicazione rafforza inevitabilmente il potere distruttivo dell'intelligenza e porta uomini e paesi alla rovina.
Al cinema la stupidità impera. Quo vado? di Gennaro Nunziante, con Checco Zalone (Luca Medici), maggiore incasso di tutti i tempi per un film italiano, è un fulgido esempio. Il film non è solo brutto, stupido, antisemita, razzista, qualunquista e quindi fascista… è un'operazione commerciale di una desolante tristezza, un succedaneo della peggiore commedia all'italiana che molto è servita alla domesticazione servile di un intero popolo. Si faceva ridere sui vizi e le virtù degli italiani e intanto si soffocavano i cammini accidentati delle giovani generazioni in rivolta… una civiltà esiste e si afferma soltanto grazie ad atti di provocazione, quando si accorda con la cialtroneria della partitocrazia che l'alleva nell'imbecillità culturale, inizia la sua caduta (che avviene sempre troppo tardi). A questo punto l'analisi di Quo vado? sarebbe conclusa. Ma siccome siamo in vena d'ironia, anche se un po' acida, vogliamo entrare nello zuccherificio filmico di questo prodotto da centro commerciale e cercare di capire perché milioni di persone sono state attratte da questa cloaca di stupidità.
Ecco la storia. Checco è stato allevato dal padre con il mito del posto fisso. A quasi quarant'anni è scapolo, ama la madre e non ha nessuna intenzione di sposare l'eterna fidanzata. Abita con i genitori (che tratta come servi) e lavora a tempo indeterminato presso l'ufficio provinciale Caccia e pesca… il suo incarico consiste nel fare timbri e ricevere in cambio salami, uccelli, formaggi… le riforme arrivano anche per Checco… quella che abolisce le province lo riguarda e gli viene chiesto di licenziarsi con una piccola buonuscita. Checco si rivolge al senatore della Prima repubblica che l'ha fatto assumere, l'onorevole gli dice di non mollare… così respinge le proposte economiche della funzionaria e lei lo spedisce sulle Alpi, in Sardegna e infine al Polo Nord. Qui incontra Valeria, una convinta ambientalista e difensore degli animali… Checco s'innamora della ragazza (che ha avuto tre figli da tre padri diversi, uno per ogni "missione umanitaria")… Valeria resta incinta di Checco, lui accetta il licenziamento e la raggiunge in Africa… e vissero felici e contenti senza il posto fisso.

martedì 12 gennaio 2016

«LA GRANDE MENZOGNA» (V. Gigante, L. Kocci e S. Tanzarella, 2015), di Antonio Marchi

1915-2015: raccontare la Storia per contrastare chi continua a celebrare l'orrore della Grande Guerra

«Sono trascorsi 100 anni dall'inizio della I guerra mondiale, tutti i protagonisti di quegli anni - vittime e carnefici - sono morti, ma non è morta né la retorica, né la mistificazione, né la menzogna che pretende di ricordare e celebrare, oggi come allora, la catastrofe di quegli anni.
Celebrazioni che ancora tacciono sulle colpe di politici come Antonio Salandra e Sidney Sonnino che vollero quella guerra e di generali come Luigi Cadorna, Luigi Capello e Antonio Cantore responsabili, con molti alti ufficiali, di aver mandato a morire centinaia di migliaia di soldati in inutili assalti».
Sarebbero sufficienti queste poche righe per chiudere il libro e aprire il dibattito (è già tutto chiaro), ma per saziarsi della sua narrazione bisogna comprarlo, sfogliarlo e leggerlo.
Dopo una tale premessa, oltre alle espressioni di caldo apprezzamento per gli autori - in particolare Sergio Tanzarella - non potrei aggiungere altro se non per confermare quelle impressioni e quel medesimo giudizio. Mi limito così ad alcune semplici osservazioni provocate dalla lettura di un volume di tale "ricchezza".
Tanzarella si rivela narratore di tipo straordinario, scrittore civile che abbraccia lo strazio, il dolore e il disastro economico che quella grande carneficina produsse fra le popolazioni inermi, le famiglie, la società italiana. Non sono soltanto storie drammatiche di soldati in trincea o nelle retrovie, di esaltazione d'eroismo, di sopraffazioni, di decimazioni eseguite contro chi esitava a lanciarsi all'assalto del nemico, di plotoni di esecuzione, di cappellani militari che benedicevano le armi e intonavano il Te Deum di ringraziamento per le stragi perpetrate nei confronti del nemico (nonostante l'impegno contro la guerra di papa Benedetto XV, sono 25.000 i preti e religiosi chiamati alle armi), dello strazio del dopoguerra dei prigionieri italiani, considerati vili, imboscati e disertori… ma sono anche - e sopratutto - vicende di dolore e rabbiosa, forte e documentata denuncia contro generali assassini come Cadorna e Graziani, nelle lettere dei soldati scampate alla censura: testi drammatici, anonimi, minacciosi e di viva protesta indirizzate al "Re soldato" Vittorio Emanuele III; contro l'inutile strage e chi la provocò con le sue decisioni, contro i politici… così sfatando la retorica celebrativa, truffaldina e mistica secondo cui la guerra ebbe il consenso delle masse popolari e fu occasione di rigenerazione nazionale e unificazione civile del paese.

giovedì 10 dicembre 2015

DESAPARECIDOS, CHIAMATEMI BERGOGLIO, di Roberto Massari

Da vari decenni i desaparecidos argentini chiamano Jorge Bergoglio (Provinciale dell'ordine dei Gesuiti al momento della loro morte), ma lui continua a non rispondere. E ora, anche da papa, Francesco non sembra intenzionato a chiedere perdono per il comportamento suo e dell'alta gerarchia cattolica negli anni di maggior ferocia dei militari al potere (1976-79, nel quadro di una dittatura durata dal 1976 al 1983). Quelli furono anche gli anni più propizi per la sua carriera ecclesiastica: fu infatti Provinciale - la massima autorità nazionale dei gesuiti - proprio dal 1973 al 1979, l'anno in cui al vertice della Celam a Puebla si batté in prima linea nella condanna della teologia della liberazione. A partire da quell'anno fatidico, la sua carriera fu tutta in salita, fino ad arrivare dove sappiamo.
In questi giorni è in uscita un film - Chiamatemi Francesco, diretto da Daniele Luchetti e prodotto da Taodue, di proprietà del gruppo berlusconiano Mediaset - che torna su quelle tragiche vicende, col preciso impegno di assolvere papa Francesco proprio in relazione a ciò che fece (e soprattutto non fece) negli anni peggiori della dittatura. Non trascura nemmeno le accuse specifiche riguardo al sequestro di due suoi confratelli (Jalics e Yorio) che furono subito rivolte contro di lui dai diretti interessati e poi riprese agli inizi di questo millennio in due libri del celebre giornalista Horacio Verbitsky (entrambi tradotti in italiano dalla Fandango, anche se ben pochi lo sanno, visto che su questi due libri vige la più ferrea congiura del silenzio).
Si tratta di un'operazione cinematografica un po' maldestra di camuffamento delle responsabilità di Bergoglio, anche se il film non esita a mostrare una parte della colpa che ebbe la gerarchia cattolica per i massacri di quegli anni terribili. Il film, infatti, compie un'operazione politica molto precisa: mentre abbandona l'alta gerarchia cattolica argentina al giudizio della Storia (visto che le sue colpe sono indifendibili e comunque appartenenti a un sempre più lontano passato), allo stesso tempo tenta disperatamente di salvare il soldato Bergoglio (in fondo era pur sempre un subordinato, un gesuita sottoposto a disciplina quasi militare nei confronti del suo Superiore, Pedro Arrupe, Preposito Generale della Compagnia di Gesù dal 1965 al 1983).
Va però detto che anche la denuncia delle responsabilità della Chiesa nel film è tendenziosamente insufficiente, visto che non compare mai il nome del numero uno della gerarchia cattolica che fu il maggior complice dei militari: Pio Laghi, nunzio apostolico in Argentina dal 1974 al 1980. Per avere un'idea del suo ruolo (oggetto di polemiche anche in ambienti cattolici), basti dire che con il generale piduista Massera giocava a tennis, mentre nel Paese scomparivano ad opera dei militari circa 30.000 persone, molte dopo indicibili torture e trattamenti disumani d'ogni genere.

mercoledì 25 novembre 2015

NON ESSERE CATTIVO (Claudio Caligari, 2015), di Pino Bertelli

La formula per rovesciare il mondo non l'abbiamo cercata nei libri, ma girando. Era una deriva a grandi giornate, in cui niente somigliava al giorno prima; e che non si fermava mai… non ritengo che tutti i mediatici siano degli imbecilli; anche se possiamo presumere che questo sistema abbia fatto molto per aumentare la parte di imbecilli nella società che già non era indifferente.
(Guy Debord)

Il cinema, qualche volta, esprime una cartografia autentica del quotidiano e riesce a mostrare un ambiente, a fissare sullo schermo un dolore inconfessabile o un modo di vita, quale che sia, in maniera incomparabile. I buoni film, come si dice, possono avere come sfondo e come scaturigine solo storie appassionanti ed esprimono l'universalità di una geografia umana come critica tagliente della civiltà mercantile che non elabora lo spettacolo del rifiuto, bensì il rifiuto dello spettacolo (i situazionisti, dicevano). Un cinema dunque che costruisce le situazioni e attraverso derive del margine (ma non marginali) esprime il dissidio contro gli specialisti (servi & padroni) della domesticazione sociale.
Claudio Caligari è un autore "maledetto" del cinema italiano e austero facitore di storie delle periferie invisibili… dopo una lunga malattia, che non gli impedisce di finire Non essere cattivo, muore il 25 maggio 2015, a 67 anni. Caligari è stato un sorta di maestro del cinema degli esclusi e si è sempre mosso in direzione ostinata e contraria. Tutta la crema avariata del cinema industriale (che l'aveva ignorato, bollato come "appestato" ed escluso da sempre) sembra affranta, molti ne parlano, pochi amici lo piangono (come Valerio Mastandrea). Lascia in eredità un pugno di documentari e tre film… alcuni "specialisti" si sono accorti del suo valore poetico quando è andato a far compagnia ai ragazzi di strada che ha incontrato, con i quali ha discusso e filmato il tragico delle loro esistenze ferite o spezzate.
Caligari debutta (con la collaborazione di Daniele Segre) nel documentario Droga che fare (1976), poi seguono Lotte nel Belice (1977) e La follia della rivoluzione (1978). Chiude la sua cinevita con Task Force 45 - Fuoco amico (serie TV, 2015). In mezzo ci sono Amore tossico (1983), il film che raccoglie la realtà emarginata pasoliniana e il dolore di una generazione sfigurata dall'eroina, L'odore della notte (1998), la storia di una banda di rapinatori che semina il terrore nelle case dei ricchi (e fa conoscere loro la paura che hanno sempre esercitato sui poveri) e Non essere cattivo (2015), il suo testamento sull'amicizia stellare e la fine dell'innocenza.

sabato 29 agosto 2015

YOUTH - LA GIOVINEZZA (Paolo Sorrentino, 2015), di Pino Bertelli

L'età dell'oro. Gli uomini vivevano allora come gli dèi, col cuore libero da preoccupazioni, lontano dal lavoro e dal dolore. La triste vecchiaia non andava a visitarli e, mantenendo per tutta la vita il vigore dei piedi e delle mani, assaporavano la gioia nei banchetti al riparo da ogni male. Morivano come ci si addormenta, vinti dal sonno. Tutti i beni appartenevano loro. La fertile campagna offriva spontaneamente un cibo abbondante, di cui godevano a piacimento.
(Esiodo)

[…] Nel cinema italiano i geni si sprecano… i velinari dei giornali, piccoli esegeti/analfabeti della domanda televisiva, ne inventano un paio a stagione… l'industria dello spettacolo (cinema, televisione, web, giocattoli, vestiti, calcio, musica, acciaio, armi, droga… che sostiene perfino cuochi imbecilli che fanno i "duri" con un sacchetto di patatine fritte in mano) si esibisce in un mondo di desolazione culturale dove i politici sguazzano come sorci su cumuli di spazzatura, per un pugno di dollari. «Sfortunati i popoli che hanno bisogno di eroi» (Brecht), o di stupidi per credere che una patria non sia una scuola di tiranni e il prontuario delle fedi un casellario della rassegnazione. Politica e repressione sono sinonimi.
Youth - La giovinezza. Due vecchi amici ottantenni, un compositore di musica, Fred (Michael Caine), che non ha nessuna voglia di tornare a dirigere un'orchestra, nemmeno per la regina d'Inghilterra, e un regista, Mick (Harvey Keitel), che lavora al prossimo film, L'ultimo giorno della vita, sono in un hotel per ricchi sulle Alpi svizzere… lo stesso (sembra) dove Thomas Mann scrisse La montagna incantata. I figli dei due amici sono sposati, ma il ragazzo abbandona la moglie per seguire una popstar. Tra gli ospiti c'è un giovane attore che fa Hitler, un ex calciatore obeso che fa Maradona (sulla schiena si vede il tatuaggio di un Marx da piscina) e in chiusa piomba nell'hotel la vecchia attrice di Mick, Brenda Morel (Jane Fonda), mummificata nel trucco e nella fissità dei rifacimenti chirurgici (che tuttavia pronuncia la sola frase degna di nota del film: «Questa stronzata del cinema finisce, la vita va avanti»). Il nudo statuario di Miss Universo (Mădălina Diana Ghenea) che fa il bagno come un coccodrillo di velluto è l'icona che resta di Youth - La giovinezza. Che non è solo brutto, male recitato e piuttosto inutile… è un'operazione mercantile priva di contenuti e senza sostanza. La banalità strutturale che determina il film è la stessa che l'annienta.
Il melodramma che sonnecchia per tutto il film di Sorrentino fuoriesce in piena noia quando la gioia di vivere si spegne in Mick, che si butta dal balcone dell'albergo, ma prima dice all'amico di vivere, non di sopravvivere! Ci prendono i conati di vomito! Cominciamo a stare peggio sulla poltroncina! Poi il finale da centro commerciale! L'apatia di Fred vince su tutto… ritrova la propria redenzione interiore e va a Venezia, nella clinica dove la moglie è in stato catatonico… le porta un fiore… infine vola a Londra per dirigere la sua musica davanti alla regina… il canto della soprano sudcoreana Sumi Jo chiude il film… la sequenza è lunga e Caine/Fred alza e abbassa le braccia così tante volte che non sembra credere nemmeno lui a ciò che è chiamato a fare. Quando arrivano i titoli di coda si respira una sorta di liberazione e ci viene da pensare: l'ambizione è un veleno che fa di colui che ne abusa un demente in potenza.
Come si addice alle grandi produzioni internazionali, Youth - La giovinezza è girato in inglese… pronto ad essere venduto in tutti i palinsesti televisivi del pianeta… 118 minuti di spietata banalità creativa contrabbandata come sapienza cinematografica… Sorrentino firma la regia e la sceneggiatura… le inquadrature, i movimenti di macchina, la figurazione strutturale, pur nella sovrabbondanza segnica, sono in qualche modo pregevoli, ma i buchi di sceneggiatura col passare della visione diventano voragini espressive… gente che va, che viene, che sparisce, che non si sa cosa ci fa in quel posto di acque e massaggi… questo stato di cose ci ricorda le conventicole del Pd nei ritiri spirituali, dove si prendono decisioni su quale camorrista far eleggere a presidente di una regione. Il crimine in piena gloria consolida la paura del tiranno che ispira.

giovedì 13 agosto 2015

MIA MADRE (Nanni Moretti, 2015), di Pino Bertelli

Siamo abbastanza chiaroveggenti da essere tentati di deporre le armi; nondimeno il riflesso della ribellione trionfa sui nostri dubbi; e benché potremmo diventare degli stoici perfetti, l'anarchico rimane desto in noi e si oppone alla nostra rassegnazione.
(E.M. Cioran)

I. LE CARNEVALATE DEI FESTIVAL DEL CINEMA E GLI ORSETTI LAVATORI DELLA CRITICA IN FRAC

L'amore per la verità, la gioia o la rivolta pura e semplice dell'ordine costituito non alberga nelle anime morte del cinema italiano. Di lodi sperticate su film non sempre pregevoli sono lastricate le platee (le storie) della macchina/cinema… la civiltà dello spettacolo, come sappiamo, poggia i propri deliri di onnipotenza non solo sulle guerre, sugli indici della Borsa o sul consenso generalizzato dei mercati globali, ma anche e soprattutto sulla dittatura mediatica (cinema, fotografia, internet, televisione, pubblicità, carta stampata…). Lo spettacolo è il compendio di tutte le forme alienate della merce, della politica, dei saperi, e determina i rapporti sociali. La società spettacolare riproduce la schizofrenia delle coscienze addomesticate e l'organizzazione dominante del caos trova il proprio statuto nel controllo dei cittadini, con il rafforzamento di apparati di polizia sempre più sofisticati. I sovversivi del desiderio devono saper tracciare sentieri dell'indignazione o alzare il conflitto a uno stadio più elevato, dove la rivoluzione o la critica radicale di tutti gli aspetti della vita quotidiana diventa un momento creativo, e dove la libertà dell'immaginario si trasforma nell'immaginario della libertà.
Il film di Nanni Moretti, Mia madre, tratta di cose serie, come gli ultimi giorni di vita di una madre, e l'impegno del regista che aderisce al racconto (con venature autobiografiche) è davvero encomiabile… il film però è brutto. A momenti anche di una banalità da fine del mondo, che farebbe pensare che non bisogna mai vedere per forza un film fino in fondo. Meglio una passeggiata sul mare con la pioggia sulla faccia, che affondare nell'intimità cine-televisiva del dolore. Naturalmente, la critica in frac e il pubblico dello spettacolare integrato (nella cultura da centri commerciali, che è la medesima delle buffonate elettorali) sono di diverso avviso. L'apprezzamento manierato della critica è quasi sgradevole… si cerca e si scrive del film di Moretti quello che non c'è… gli incassi vanno in cordata con gli elogi e i premi arriveranno dopo le carnevalate di Cannes e altri tappeti rossi… che bello! una manica di idioti parla di cinema! di vestiti griffati! di scarpe con i tacchi alti! di puttane rifatte! gli applausi si sprecano… e il cinema? Il cinema è morto nella noia come percezione dell'esistente. Pura merda.

domenica 2 novembre 2014

RE DELLA TERRA SELVAGGIA - BEASTS OF THE SOUTHERN WILD (Benh Zeitlin, 2012), di Pino Bertelli

So di essere un piccolo pezzo di un grande, grande universo, perfettamente incastrato nel resto...
L'intero universo è fatto di tutti piccoli pezzi incastrati insieme. Se un pezzetto si rompe, anche il più piccolo, l'intero universo cade in pezzi…
I bambini che non hanno né mamma né papà né nessuno devono vivere nel bosco e mangiare l'erba e rubare le mutande…
Spero che muori. E dopo che sei morto vengo sulla tua tomba e mangio la torta di compleanno tutta da sola.
(Hushpuppy, dal film Re della terra selvaggia)

I. Le nere bandiere dell’anarchia

C’era una volta e una volta non c’era un film anarchico che ha avuto innumerevoli riconoscimenti internazionali e oltre a quattro candidature al premio Oscar, Gran Premio della giuria al Sudance Film Festival, Camera d’oro al Festival di Cannes... è risultato uno dei film più premiati del 2012: Re della terra selvaggia, di Benh Zeitlin. I velinari della stampa italiana hanno speso stellette e amenità di vario genere per descrivere questo film... dopo poche fugaci apparizioni nei circuiti più importanti, quest’opera indipendente viene relegata ai cinema d’essai... e dimenticata... infatti è inconcepibile che un film si chiuda con le nere bandiere dell’anarchia al vento... i mercanti del cinema (autori, critici, attori, produttori, puttanelle televisive che dissertano di cinema in televisione, senza sapere nulla della Camera magica)... sanno bene che la macchina/cinema è parte del sistema che garantisce un ordine sociale/autoritario di cui è espressione... il feticismo della merce e l’alienazione dei consumatori (di tutti i mercati) trionfano su cumuli di miserie infinite e attraverso la mediocrazia della politica asservita ai saprofiti della finanza confermano la dittatura dell’illusione che impera nella civiltà dello spettacolo.
Così Noam Chomsky: “Oggi abbiamo a disposizione le risorse tecniche e concrete per soddisfare i bisogni materiali dell’uomo. Non abbiamo ancora perfezionato quelle morali e culturali, cioè le forme democratiche dell’organizzazione sociale, che ci permetterebbero di utilizzare in modo umano e razionale la nostra ricchezza e potenza materiale. Gli ideali del liberalismo classico espressi e sviluppati nella forma di socialismo libertario sono realizzabili. Ma può farlo solo un movimento rivoluzionario radicato in ampi strati della popolazione, che miri ad eliminare le istituzioni repressive e autoritarie, private o statali”[1], e passare alla fondazione della società in anarchia.

lunedì 13 ottobre 2014

JERSEY BOYS (Clint Eastwood, 2014), di Pino Bertelli

«C'erano tre modi per uscire dal quartiere: entravi nell'esercito e magari finivi
ucciso; diventavi mafioso e magari finivi ammazzato; o diventavi famoso».
da Jersey Boys (2014) di Clint Eastwood


I. L’ispettore Callaghan balla (male) a Broadway
Il cinema nel suo insieme, quello hollywoodiano specialmente, è una baracconata per iloti o critici incompresi dove — da sempre — un regista o una star valgono quanto ha incassato il loro ultimo film... sfuggire al mercato, va detto, significa evitare di apparire là dove esso organizza la messinscena dei suoi riti, autocelebrazioni e autocompiacimenti... chiamarsi fuori da festival, rassegne, televisioni, convegni... dove NON si parla di cinema come strumento di decostruzione dell’identico e del conforme, dove il crimine politico ha sempre una sua giustificazione... significa disertare l’idiozia mercantile che devasta tutto al suo passaggio e opporre una visione radicale libertaria che denuda la soggezione degli sguardi e passa dalla critica velinara asfissiante a una critica di resistenza e insubordinazione.
Il solo cinema buono è quello che mangia l’anima alla cultura dell’ostaggio... il cinema che affabula il rifiuto puro e semplice di ogni forma di comunicazione dogmatica, intollerante, irragionevole e promuove un cinema dei fatti, dei valori, delle diversità... respinge l’arte del cinema nel negativo che la abita e inserisce i film del disagio, della gioia o della bellezza liberata in una rivoluzione estetica che rifiuta la stupidità a favore dell’eresia. Il cinema che ha cessato di resistere deve essere offeso, sostituito da un cinema che resisterà.
L’utopia è di quelle forti... tuttavia per chi come noi è stato allevato nella pubblica via e cresciuto tra le seggioline e l’odore di petrolio dei cinema di periferia... non ha mai smesso di sognare che un giorno arrivano i Sioux e scalpano il generale Custer come si deve. Ogni arte ha i suoi teatri... ma nessuna arte ha un qualche valore se viene compresa, recuperata e poi sistemata in fondazioni bancarie e replicata per i centri commerciali. Le folle invocano il padrone che dà loro la parola solo il giorno delle elezioni... poi le relega in una miseria atavica fino all’inedia... sino a quando, s’intende, l’odio affilato di minoranze insorte contro ogni forma di potere, torna ad illuminare l’inverno dei nostri scontenti e la fa finita con la “sinistra al caviale” e i simulacri della società consumerista. “I simulacri dell’arte abbondano quando l’arte vera fa difetto” (Dalmazio, nipote di Costantino I, ucciso nelle purghe di potere nel 337). In un pianeta devastato dal mercato neoliberista, dalla finanza criminale, dalla politica corrotta... l’uomo in rivolta resta l’uomo del no!, che mostra un comportamento, uno stile di vita, un temperamento e rifiuta tanto di obbedire quanto di ordinare... l’uomo in rivolta è colui che fa della propria vita libertaria un’opera d’arte.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.