L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

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giovedì 8 giugno 2017

DOHA, ANKARA, RIYAD, TEHERAN: LA CRISI SI FA INTRICATA, di Pier Francesco Zarcone

Oggi più che mai nel Vicino Oriente il già variabile gioco delle alleanze risponde alle contingenze del momento, con giri di valzer improvvisi mediante cui “verso sera” ci si trova sullo stesso fronte di chi “fino alla mattina” era nemico. Ne deriva una confusione pericolosa anche per i disinvolti attori locali, che rischiano di perdere l’orientamento e di indebolirsi sul piano interno, poiché lì nessuno di loro è privo di grossi problemi.

DOHA E ANKARA

Due notizie riguardo alla crisi qatariota sono importanti, in quanto ne attestano la potenziale pericolosità. La prima è che il Qatar ha mobilitato le sue Forze armate: in sé la cosa sarebbe risibile poiché si tratta di truppe essenzialmente mercenarie, come mostrano le foto delle sfilate militari in cui abbondano i soldati di pelle nera, e quindi tutt’altro che arabi. Inoltre un comunicato ufficiale del Qatar mostra la “faccia feroce” annunciando che navi e aerei dei Sauditi o di loro alleati che violassero cieli e acque qatarioti sarebbero colpiti. Vero è che l’esercito saudita (in Yemen lo sta dimostrando) è da barzelletta, tuttavia è sempre meglio star sicuri; e qui interviene la seconda notizia, meno comica della prima: il Parlamento turco ha approvato uno schieramento di truppe - fino a 3.000 uomini - in Qatar.
In quel paese la Turchia, a seguito di un accordo del 2014, ha cominciato la costruzione di una base militare capace di ospitare fino a 5.000 soldati. Oggi ce ne sono 150. L’iniziativa di Ankara fa alzare potenzialmente il livello di un possibile scontro e attesta che la Fratellanza Musulmana (appoggiata dal Qatar) può contare ancora sull’alleanza con la Turchia di Erdoğan. Si tenga presente, infine, che fra Turchia e Qatar esiste un accordo difensivo in base al quale Ankara si impegna a intervenire in caso di attacco a Doha.
A navigare senza bussola è proprio il presidente turco. Lo “stato degli atti” che lo riguarda è il seguente: da un’iniziale (e non breve) benevolenza verso il regime di Assad è passato all’ostilità attiva, rischiando pure di urtarsi con la Russia; poi le mutevoli circostanze del Vicino Oriente l’hanno portato a cercare un accordo con Mosca, e quindi si è in parte defilato dal fronte anti-Assad, assumendo posizioni concilianti verso Damasco e anche verso Teheran; le polemiche sull’appoggio statunitense al fallito golpe imputato a Fethullah Gülen e il sostegno militare di Washington alle milizie curde in Siria (sicuramente legate al Pkk di Turchia) non hanno certo contribuito ai buoni rapporti con gli Stati Uniti. È probabilissimo che alla fine gli Usa scarichino i Curdi come tanti altri loro “alleati” del passato, ma allo stato delle cose sono proprio i Curdi ad attaccare Raqqa con armi statunitensi.
Oggi - poiché è assai difficile che la rottura delle petromonarchie arabe col Qatar sia avvenuta senza il placet di Washington - la Turchia di Erdoğan è più schierata di ieri al lato di Teheran, cioè di quello che Trump considera il vero nemico, ben più dell’Isis. Mosca non può che esserne contenta.

RIYAD

I Sauditi sembrano più determinati che mai, ma sotto sotto la situazione non è delle migliori.
Nella Penisola arabica non c’è un compatto fronte saudita, giacché Kuwait e Oman non sembrano intenzionati a seguire Riyad nella “crociata” contro il Qatar. Inoltre l’Iran ha cominciato a fornire generi alimentari al Qatar per via aerea.

martedì 6 giugno 2017

PERCHÉ IL QATAR?, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

Donald Trump in Arabia Saudita, 21 maggio 2017 © Jonathan Ernst
L’improvvisa rottura dei rapporti diplomatici col Qatar annunciata il 5 giugno da Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Yemen innesca una crisi dagli esiti non facilmente prevedibili e rischia di essere un gran pasticcio tanto per chi l’ha voluta quanto per il più che probabile coprotagonista dietro le quinte: gli Stati Uniti.
Non è azzardato sostenere che questa situazione, esplosa a breve distanza dalla visita di Trump in Arabia Saudita, vada collegata proprio con questo viaggio. In tale occasione il presidente Usa ha assunto due posizioni solo formalmente contraddittorie, ma che nella sostanza rivelano l’esistenza di un preciso disegno di ulteriore destabilizzazione nell’area.
Da un lato egli si è prodotto in esternazioni contro il terrorismo jihadista, ma da un altro ha indicato nell’Iran il suo grande nemico. Quindi per un verso si è schierato con quella Arabia Saudita che ha diffuso nel mondo e alimentato il vero brodo di coltura di quel terrorismo, cioè il radicalismo islamico wahhabita, e per un altro se la prende con l’Iran che di quel terrorismo non è diffusore, non foss’altro perché il jihadismo è sunnita mentre lo Stato iraniano è sciita. L’Iran c’entra eccome nella crisi qatariota, ma non come unico fattore.
La questione è complessa e va in qualche modo inquadrata.
Nell’ottica di Trump si deve porre rimedio a due “errori” commessi dagli Stati Uniti nel Vicino Oriente: il primo consiste nell’abbattimento del regime di Saddam Husayn, con la conseguenza di aver permesso di acquisire potere alla maggioranza sciita irachena, estendendosì così l’influenza iraniana nella regione, ampliatasi poi con la crisi siriana; il secondo sta nello “sdoganamento” dell’Iran compiuto dall’amministrazione Obama con il raggiungimento di un accordo con Teheran sulla questione del nucleare. Il logico esito di ciò sta per Trump nel rafforzamento dei legami con Israele e l’Arabia Saudita.
Da questo punto di vista il Qatar diventava un obiettivo a motivo della sua politica ambigua e opportunista. Al vertice di Riyad del 20 e 21 maggio il governo di questo piccolo Stato non ha manifestato adesione ai programmi dei Sauditi - condivisi da Trump - e in più i media qatarioti hanno diffuso le infiammate dichiarazioni dell’emiro Tamim bin Hamad al-Thani contro le decisioni di quella riunione: vale a dire le linee contrarie all’Iran, alla Fratellanza Musulmana e al movimento palestinese Hamas, due organizzazioni che il Qatar sostiene e finanzia. A ciò si aggiunga che il Qatar mantiene ottimi rapporti politici e commerciali con l’Iran.
La mancanza di omogeneità religiosa e ideologica tra Doha e Teheran è del tutto irrilevante, sia perché le politiche orientali hanno logiche particolari - e infatti il Qatar è, non da ieri, notorio sostegno del jihadismo in Siria e Libia - sia perché gli interessi economici hanno il loro peso, e infatti il Qatar condivide con l’Iran anche lo sfruttamento di un ricchissimo giacimento di gas offshore, il South Pars/North Dome.
Già questo è sufficiente perché il Qatar non possa rompere le sue relazioni con Teheran: i due paesi traggono da quel giacimento oltre i due terzi della rispettiva produzione di gas.

mercoledì 8 ottobre 2014

ERDOĞAN: UN AMBIGUO GIOCO RIVELATORE, di Pier Francesco Zarcone

Erdoğan, il neo-ottomano
In un primo momento Ankara si era rifiutata di partecipare alla coalizione di Obama, pur fornendo assistenza logistica e uso delle basi aeree. In seguito, dietro pressioni statunitensi, il governo turco (cioè Erdoğan) si è fatto autorizzare dal Parlamento per l’utilizzo, se necessario, di truppe in Iraq e Siria. Cosa sgraditissima sia alle opposizioni turche (di recente in un’intervista al quotidiano Hürriyet il leader del partito kemalista, Kiliçdaroğlu, si è espresso in tal senso) sia ai governi di Damasco e di Teheran, trattandosi di aggressione, per mancanza di accordi con Siria e Iraq. Quindi, un governo che finora ha fornito ai jihadisti supporto logistico, rifornimenti, assistenza sanitaria sul suolo turco e che consente loro di contrabbandare attraverso la Turchia petrolio siriano a prezzi stracciati (dai 25 ai 60 $ al barile, invece dei circa 100 del prezzo di mercato), è sembrato scendere sul piede di guerra contro i suoi stessi assistiti. Paradossi orientali? Non è detto.
L’intervento turco finora si è limitato alla passiva esibizione di carri armati e di circa 10.000 soldati alla frontiera con la Siria, nonché all’attivissima repressione dei curdi desiderosi di unirsi ai peshmerga che resistono a Kobane, poco aiutati dalla stessa coalizione contro l’Isis - malamente combinata da Obama (con Arabia Saudita ed Emirati Arabi anch’essi noti foraggiatori dei jihadisti che Washington dice di combattere).
Ankara non vuole, ma se volesse dare una mano ai difensori di Kobane, potrebbe farlo senza che un solo soldato turco calchi il suolo siriano. Dal momento che questa città è praticamente sul confine, si potrebbero martellare con l’artiglieria le postazioni dell’Isis. Ma aiutare dei curdi non rientra nei progetti di Erdoğan.
Se la posizione della Turchia nella coalizione internazionale è più che mai ambigua, invece chiarissimi sono i giochi strategici. Innanzitutto, in ordine alla fase attuale, si potrebbe sospettare che il recente lapsus (?) di Obama sull’esigenza di abbandonare ormai l’assetto dato al Vicino Oriente dai patti anglo-francesi del 1916 abbia accentuato gli appetiti neo-ottomani del Presidente turco. Ma figuriamoci se Washington darebbe una mano!
Traduciamo: Erdoğan - già distintosi nell’eliminazione di numerosi cardini della costruzione repubblicana di Kemal Atatürk, tra cui quelli importantissimi di non immischiarsi nelle questioni politiche dei paesi vicini e di contentarsi (sia pure masticando amaro) degli attuali confini della Turchia - con tutta probabilità nutre l’intenzione di sfruttare il presente caos nella regione (attivato da altri islamisti da cui è ideologicamente meno lontano di quanto appaia) per espandere il territorio turco a spese di Siria e Iraq.
Riguardo al primo di questi due paesi, sullo sfondo c’è sempre la questione dell’ex sangiaccato di Alessandretta (Iskandarun), dopo la fine dell’Impero ottomano assegnato alla Siria e non alla Turchia; per l’Iraq ricordiamo che Ankara non ha mai metabolizzato la perdita di Mosul (zona petrolifera), oggi - coincidenza? - nelle mani dell’Isis.

lunedì 22 settembre 2014

OBAMA CONTRO L'ISIS: NE SONO CONVINTI IN POCHI, di Pier Francesco Zarcone

Isis: che fare?

L’improvvisa irruzione dei jihadisti di al-Baghdadi ha dato corso a una diffusa prassi di massacro delle minoranze religiose, di barbare esecuzioni, di vendita di schiave non-musulmane o sciite sulla pubblica piazza, di stupri e matrimoni forzati, nonché di cancellazione dei più elementari diritti della persona. Il tutto con la abominevole scusa della religione (vecchio motivo del fanatismo “religioso” sotto tutti i cieli), quand’anche nulla di ciò abbia a che fare con i precetti coranici riguardanti il piccolo jihad (quello grande, e di maggior valore, è lo sforzo umano per essere spiritualmente graditi a Dio). Il “califfo” e i suoi tagliagole sono portatori di una sanguinaria religione dell’odio fatta di crudeltà e sadismi pianificati, a cui si deve contrapporre un’indignazione - senza se e ma - che si concretizzi in reazioni effettive e idonee a eliminare questo fenomeno, perché qui rientra in ballo con tutta la sua drammaticità il vecchio dilemma “civiltà o barbarie”.
Purtroppo, ad avere la maggior risonanza mediatica, più dei massacri di massa, sono state le rozze - e quindi atroci - decapitazioni filmate di tre ostaggi occidentali (due statunitensi e uno britannico); due episodi orrendi che già da soli basterebbero a invocare la distruzione dell’Isis. Comunque ancora una volta emerge il latente razzismo bianco, in quanto la vita di tre appartenenti al Primo Mondo mantiene una valenza maggiore rispetto alle vite di migliaia e migliaia di esseri umani un po’ più abbronzati. Questo lapsus etico non muta di certo i termini del problema centrale: l’Isis - in fase di strutturazione addirittura come Stato – è una maxi-organizzazione criminale che le pratiche abituali di uccisione massiccia di esseri umani indifesi, utilizzate come strumento di terrore, privano di ogni dignità politica e morale, rendendone la distruzione un’esigenza di igiene mondiale. Sono in gioco ulteriori vite di innocenti su cui incombe un massacro ben lungi dall’essere concluso; e questo - checché ne possano pensare gli “immacolati” di una certa sinistra residuale – richiede il ricorso a ogni mezzo possibile, anche in nome di un grande dimenticato: l’umanesimo rivoluzionario.

sabato 9 agosto 2014

EQUIVOCI DA DISSIPARE SU VICINO E MEDIO ORIENTE, di Pier Francesco Zarcone

A ingarbugliare ancor di più l’immagine della già complicata situazione nel Vicino e Medio Oriente contribuiscono certe superficiali generalizzazioni, diffuse dai grandi mezzi di comunicazione in modo martellante e quindi ormai diventate luoghi comuni. Sostanzialmente esse causano due equivoci di base: la riduzione delle vicende siriane, irachene, libanesi ecc. a un “conflitto settario” tra Sunniti e Sciiti; e la presentazione dell’Islam in quanto tale come irrimediabilmente inconciliabile con la distinzione tra sfera politica e sfera religiosa.


Il conflitto settario c’è, ma non basta
Intendiamoci: non si nega l’esistenza di questo conflitto, e nemmeno si mette in dubbio lo sviluppo di un processo di riscossa sciita iniziato in Libano anche prima della rivoluzione iraniana. Il problema, invece, è che si tratta di un fenomeno inidoneo da solo a esaurire l’intreccio d’insieme. In genere di questo non si parla, o se ne parla troppo poco; e del pari – almeno fino a pochi giorni fa – sono state scarsamente rivelate la dimensione e l’efferatezza delle imprese del settarismo jihadista e la barbarie della sua propaganda, a motivo di una perdurante ambiguità occidentale verso di esso. L’azione propagandistica di fanatici predicatori e le fatawa di rozzi ulema contro gli “infedeli” (termine inclusivo di Sunniti di diverso orientamento, degli Sciiti e ovviamente dei non-musulmani), e addirittura le loro “legittimazioni” dello stupro a danno di donne sciite, cristiane e laiche, in linea di massima interessavano poco, nonostante il sottostante livello di abiezione.

martedì 24 settembre 2013

FUORILEGGE IN EGITTO I FRATELLI MUSULMANI, di Pier Francesco Zarcone

Un evento epocale e dalle conseguenze forse non imprevedibili
Il 23 settembre, i mezzi di informazione hanno dato notizia che la Corte del Cairo per le Questioni Urgenti – su istanza del partito di sinistra Tagammu - ha disposto la messo al bando della Fratellanza Musulmana, la chiusura di tutte le sue sedi e di “qualunque istituzione che ne derivi oppure riceva assistenza finanziaria da essa”, nonché “la confisca di tutti i soldi, beni e immobili del gruppo”, suggerendo che il governo crei una commissione indipendente per gestire il denaro della confraternita fino all’emissione di ordini appositi da parte della Corte.  Ancora non è stata resa nota la motivazione del grave provvedimento: si sa però che il ricorso di Tagammu accusava la Fratellanza di essere un gruppo terroristico che sfrutta la religione a fini politici. Per inciso, già in altri tribunali egiziani erano state depositate denunce similari. La predetta decisione della citata Corte cairota consente alle nuove(-vecchie) autorità egiziane di agire legalmente contro la rete della Fratellanza nel settore dei social media sferrando un pesantissimo colpo agli strumenti di sostegno di base della confraternita. Il legale della Fratellanza, ‘Ali Kamal, ha annunciato appello alla Corte superiore, e staremo a vedere.
Va intanto notato che anche in passato erano stati presentati ricorsi contro la Fratellanza sostenendosi che essa fosse priva dei requisiti legali sulle Organizzazioni Non-Governative. Le doglianze dovevano avere un qualche fondamento se a marzo di quest'anno, con Muhammed Morsi ancora Presidente, la Fratellanza aveva ottenuto lo status di associazione.

mercoledì 21 agosto 2013

I FRATELLI MUSULMANI, di Pier Francesco Zarcone

Per saperne di più
Essere noti non vuol dire essere anche conosciuti; considerazione che si attaglia perfettamente ai Fratelli Musulmani. Conoscerli - al di là del saperli islamici radicali - contribuisce meglio a una maggiore comprensione delle dinamiche egiziane di questi giorni. In proposito si ricorda che comprendere non è sinonimo di condividere.

Le origini
Alla base del contemporaneo radicalismo islamico - fenomeno essenzialmente sunnita - vanno annoverati il Wahhabismo (dominante nell’Arabia Saudita e da essa poi diffuso nel resto del mondo islamico) e il movimento dei Fratelli Musulmani di origine egiziana. La Società dei Fratelli Musulmani (tamii’at al-ikhwaan al-muslimuun), spesso indicata solo con la denominazione Fratelli Musulmani (ikhwaan al-muslimuun), oppure solo i Fratelli (al-ikhwaan), è l’organizzazione diventata (insieme al Wahhabismo) una specie di lievito per le ondate di radicalismo religioso iniziate dopo gli anni ’60 del secolo scorso. Venne fondata nel 1928 nell’Egitto occupato dai Britannici a opera di un insegnante, al-Hasan al-Bannaa (1906-1949), come strumento della reazione islamista alle coeve e forti spinte occidentalizzanti, volto a dare vita alla mobilitazione di una massa di credenti di stretta osservanza per bloccare i movimenti di riforma e instaurare un ordine sociale considerato strettamente islamico. Quasi dieci anni prima in Egitto c’era stata la cosiddetta “rivoluzione del 1909”, a carattere strettamente laico. Estesasi a tutto il paese (Sudan incluso) contro gli occupanti britannici. Vi parteciparono elementi di varie classi sociali (studenti, impiegati pubblici, commercianti, contadini, operai, cristiani e anche esponenti religiosi). Ad accendere la miccia era stato l’esilio comminato al leader nazionalista Sa‘d Zaghlūl Pasha e ad altri membri del partito liberale Wafd. Nel ’22 i britannici dovettero concedere l’indipendenza (solo formale, però) all’Egitto e consentirono che venisse promulgata una Costituzione. La Gran Bretagna tuttavia rifiutò di riconoscere la sovranità dell'Egitto sul Sudan e di ritirare le sue forze armate dalla zona del Canale di Suez.
La Fratellanza sorse come reazione religiosa anche in rapporto alla rivoluzione del 1909. E fu altresì reazione politica. Quasi subito l’organizzazione manifestò idee di destra e simpatie per i nazismo. La forte ammirazione di Hasan al-Bannaa per le SA naziste gli fece adottare per i suoi seguaci camicie di uno stesso colore - nella specie il verde islamico - e alle loro formazioni fu dato il nome di kataib, «falangi».
Nella Fratellanza Musulmana sono sempre rimaste l’opposizione alla laicità, la chiusura in un’interpretazione letterale del Corano, la difesa di istanze a tutela dei ceti popolari mischiata con la prospettiva di una ben maggiore islamizzazione della società e, dal punto di vista tattico, le manovre verso i vertici politici ed economici della società e verso il basso con nuclei islamisti collegati con le moschee. Fin dagli esordi al-Bannaa si impegnò personalmente sul piano sociale, iniziando con la promozione della dignità e del riscatto dei lavoratori della zona del Canale di Suez, ovviamente in base a valori islamici. La sua organizzazione crebbe con una certa rapidità ed ebbe un ruolo importante in seno al movimento nazionalista egiziano. Il suo motto: “Allah è il nostro obiettivo, il Profeta è il nostro capo, il Corano è la nostra legge, il jihād è la nostra via, morire nella via di Allah è la nostra suprema speranza”.

domenica 18 agosto 2013

L’EGITTO CAMPO DI BATTAGLIA INTERARABO, di Pier Francesco Zarcone

Facciamo il punto politico: fu golpe
Nell’attuale tragica situazione di stallo della crisi politica egiziana, e con i massacri in corso, fare il punto è più agevole di prima ed è meno facile commettere errori di interpretazione. All’inizio si poteva essere perplessi sul qualificare o no l’intervento dell’esercito come uno dei soliti golpe, a motivo della massiccia partecipazione popolare contro Morsi e i Fratelli Musulmani. Una volta deposto il Presidente, eletto in termini di democrazia parlamentare, l’Egitto si è trovato in una situazione che formalmente giustifica la posizione dei pro-Morsi nel considerarlo ancora il Presidente dell’Egitto: Morsi, infatti, non si è dimesso, né è stato costretto a farlo (cosa a cui invece il generale al-Sisi avrebbe dovuto puntare decisamente e subito: non si capisce cosa ne facciano di Morsi i militari se non lo “usano”). Poiché il diritto si basa su formalismi – non privi di rilevanza politica – con le dimissioni di Morsi (quand’anche coatte) la formazione del nuovo governo su impulso dei militari avrebbe potuto essere spacciata per iniziativa di salute pubblica, stante la vacanza sia del Parlamento (dissolto da mesi) sia del Presidente della Repubblica. Ma così non è stato. La conseguenza è che l’intervento dei militari ha posto in essere una palese rottura della legalità costituzionale ed è quindi una “rivoluzione” in senso strettamente giuridico; che tuttavia politicamente equivale a golpe.
I più delusi dagli avvenimenti egiziani – o sarebbe meglio dire basiti – sono rimasti Obama e il suo entourage, che vedono progressivamente franare i castelli di carta su cui avevano puntato: in Egitto con l’intesa fra Fratelli Musulmani e militari in un quadro di presunta palingenesi democratica di un Egitto notoriamente colmo di mali politici, economici e sociali; in Tunisia, in Libia e in Siria, dove Assad rifornito da Russia e Iran sta mettendo alle corde i ribelli. Sfumata l’illusione, seppure con evidente imbarazzo, si sono limitati a prendere atto della situazione egiziana e a invitare le parti alla mediazione. Parole, parole. Ma ancora una volta dimostrando che per Washington l’intervento militare è accettato o sollecitato quando non ne lede gli interessi economici, politici e militari; e che, come al solito, dall’Occidente non ci si deve mai aspettare niente di buono.
Morsi – anche per colpa della politica dissennata perseguita da lui e dai suoi - si è trovato alle prese con una massiccia e insistente campagna mediatica (a cui non può essere rimasto estraneo il Mukhabarat, o servizio segreto) scatenata da un gran numero di giornali legati al vecchio regime. Tutte le voci autorevoli – compreso Muhammad al-Baradei - sono state indirizzate non più contro i fulul, ancora in possesso delle vere leve del potere, ma solo contro Morsi e la Fratellanza Musulmana presentati come il vero nemico attuale. E ora si comincia a parlare delle commistioni tra i fulul e il mitizzato (in Occidente) movimento Tamarrod di Mahmud Badr, che dette vita alle manifestazioni di piazza Tahrir.

martedì 9 luglio 2013

TAKSIM E TAHRIR: DUE MONDI DIVERSI MA CON PUNTI IN COMUNE, di Pier Francesco Zarcone

Piazza Taksim
Due piazze simboliche che da più o meno tempo riempiono la cronaca dei giornali, sono simboli di due mondi diversi, ma con dei punti in comune. La Turchia e l’Egitto differiscono per cultura, mentalità, lingua, storia, regime al potere, collocazione geografica (Eurasia, da un lato, Nordafrica dall’altro), attività economiche prevalenti, aspirazioni politiche ecc.  E il comune islamismo sunnita non ne fa per niente un tutt’uno. Tuttavia è individuabile un legame fra le due piazze al di là del mero dato formale della rivolta popolare e di massa contro i rispettivi regimi dominanti. In primo luogo vediamo ciò che divide.

Piazza Taksim non è piazza Tahrir

a) Piazza Taksim
Evitiamo di parlare di “primavera” turca, luogo comune ormai stucchevole e che comunque non esprime nulla di significativo. Se proprio si volesse trovare un’espressione folgorante e riassuntiva, allora di gran lunga meglio sarebbe quella usata da Deniz Gücer in un articolo pubblicato il 13 giugno dal quotidiano di Istanbul Vatan (patria): “nuova Turchia contro vecchia Turchia”. Questa dicotomia, infatti, porta subito alle radici sociali e psicologiche che hanno fatto scendere nelle strade turche una quantità impressionante di giovani disposti ad affrontare la brutale reazione della polizia. Prima di procedere, tuttavia, s’impone una precisazione: parleremo di fenomeni e questioni attinenti solo alla gioventù urbana. Il discorso, se spostato alle campagne, non vale più.
Se per comodità di esposizione ci limitiamo a ricordare che in Turchia – come in ogni sistema economico capitalistico povertà e disoccupazione non mancano affatto, e anzi sono fisiologiche – non si può negare che durante il decennio di governo di Erdoğan e del suo partito il paese economicamente e socialmente abbia compiuto notevoli passi avanti rispetto al prima. Questo dato si riflette nella gioventù che è scesa a protestare nelle strade: una gioventù con una forte percentuale di scolarizzazione, con una buona percentuale di studenti universitari e una quantità di persone che già dispongono di un lavoro. In sintesi, una gioventù senz’altro con problemi per il futuro, ma nulla a che vedere con la condizione sociale media del mondo arabo. La Turchia nell’insieme non è solo ponte fra Europa e Asia (come dice il luogo comune) ma anche (seppure lo si dimentichi sempre) periferia orientale dell’Europa, al pari della Grecia, tuttavia senza i gravi problemi economici di quest’ultima.

sabato 6 luglio 2013

EGITTO: IL FALLIMENTO DELLA FRATELLANZA MUSULMANA, di Pier Francesco Zarcone

Premessa
Quanto è accaduto in Egitto era facilmente prevedibile (ed era stato previsto negli articoli comparsi su questo blog). In un paese in cui gli islamisti non dispongono né del monopolio della forza né di una forza davvero soverchiante era ovvio che prima o poi la loro incapacità di amministrare e governare - impacciati come sono dagli assurdi princìpi “l’Islam è l’unica soluzione” e “il Corano è la vera Costituzione” - doveva lasciarli politicamente smascherati e indifesi dinanzi alla furia di masse popolari alle quali prima di tutto interessa la soluzione dei tremendi problemi economici, sensibilmente aggravati dal crollo del turismo. Mangiare le pagine del Corano non serve a nutrire il 40% della popolazione bisognosa.
Attualmente si discute a tutto spiano se sia stato compiuto un vero e proprio golpe militare, o se ci sia stata una rivoluzione in cui l’esercito ha dato l’ultima spallata a un potere contestato da una gran parte della società egiziana. La discussione è sterile. Per il formalismo giuridico ogni rottura di un assetto costituzionalmente garantito è una rivoluzione, e lamentare che sia stato abbattuto un Presidente eletto lascia il tempo che trova, in quanto anche Mubarak (deposto prima di Morsi) era stato formalmente eletto dal popolo. Ammesso che si sia trattato di una rivoluzione (politica), ciò significa poco, non trattandosi certamente di una rivoluzione sociale.
Il problema è invece stabilire chi abbia vinto questo primo round, giacché i giochi sono ancora aperti e si sta profilando un bagno di sangue che potrebbe fare sprofondare l’Egitto in una situazione di tipo algerino (lì ci furono almeno 200.000 morti), o anche siriano, considerando che negli ultimi tre mesi l’esercito egiziano ha sequestrato un quantitativo di armi e munizioni pari a quello sequestrato negli ultimi dieci anni (!), che nel Sinai bande jihadiste sono in azione e l’aeroporto di al-Arish è stato attaccato.
Il 4 luglio il manifesto ha pubblicato un articolo sull’Egitto dal titolo «La rivoluzione inizia ora», che evidentemente non si riferisce a quanto sostenuto dal formalismo giuridico, ma implica ben altro. Orbene, che i recenti avvenimenti portino alla democrazia rappresentativa e che la reazione di una parte notevole della popolazione egiziana contro il governo islamista significhi che i laici finalmente l’hanno spuntata, sono tutte cose per niente sicure. Al momento - 6 luglio 2013 - si può dire con certezza solo che il primo round se lo sono assicurato le Forze armate, cioè una parte davvero compatta e potente della società egiziana (sarebbe più corretto dire nella società egiziana). Volendo azzardare, si potrebbe supporre che le Forze armate si assicureranno anche i round successivi, seppure a un prezzo altissimo per tutto il paese.

L’esercito egiziano e la sua potenza economica
Qualcuno potrebbe avere la tentazione di parlare di “ironia della storia” giacché, dopo l’asserita “primavera araba”, si erano spese fior di energie nel sostenere la convenienza per il mondo arabo di adottare il modello turco, intendendosi con ciò un governo islamico moderato e democratico; invece nei giorni scorsi il modello turco realizzato potrebbe essere considerato di taglio kemalista piuttosto che “alla Erdoğan”. Tentazione forte, ma interpretazione erronea.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.