L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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martedì 13 gennaio 2026

Il massacro del popolo insorto dell’Iran è un chiaro esempio di crimine contro l’umanità


ITALIANO - ENGLISH


Dichiarazione della Co-Presidenza del PJAK: 

L’insurrezione dei popoli dell’Iran contro la dittatura della Repubblica Islamica continua in tutto il Paese con una determinazione e una risolutezza esemplari. Le strade delle città del nord, sud, est e ovest dell’Iran si sono trasformate in arene di confronto diretto tra il popolo amante della libertà e le forze repressive del regime. La potente ondata di proteste popolari si espande di momento in momento, lasciando il regime disperato e disorientato. I leader della Repubblica Islamica sanno meglio di chiunque altro che ciò che stanno imponendo ai popoli di questa terra è una manifestazione totale di oppressione e dispotismo; tuttavia, non sono disposti a fare neppure un solo passo indietro da questo percorso distruttivo. Per questo motivo, i popoli dell’Iran, con rabbia crescente e una determinazione sempre più salda, continuano la loro insurrezione democratica e rivoluzionaria, spingendo il regime passo dopo passo verso la sua fine e il suo crollo. 

Le autorità al potere e Khamenei in persona, percependo che il loro regime si trova sull’orlo della distruzione, hanno fatto ricorso al massacro, attuando uccisioni di massa contro il popolo resistente dell’Iran. Cercano di farlo nel completo silenzio, senza che il mondo ne sia a conoscenza. Stanno inoltre tentando di interrompere i collegamenti tra le diverse città e regioni dell’Iran, affinché le forze repressive possano eseguire i loro ordini di uccidere senza alcun ostacolo. Per questo motivo hanno tagliato internet e le linee telefoniche, con l’obiettivo di ridurre a zero la possibilità di informare il mondo esterno. 

Nonostante il tentativo del regime di isolare l’Iran dal mondo, la voce dell’insurrezione e del popolo iraniano amante della libertà non può essere messa a tacere. Alcune notizie e informazioni giunte all’esterno indicano che le forze repressive del regime hanno compiuto massacri di persone in molte città e regioni dell’Iran, utilizzando ogni tipo di arma leggera e pesante per uccidere i cittadini che protestavano. Le poche immagini diffuse di questi massacri mostrano che gli agenti repressivi del regime hanno attaccato i manifestanti e le insurrezioni popolari con violenza estrema e in modo brutale. Il comportamento della Repubblica Islamica costituisce un chiaro esempio di crimine contro l’umanità, e la piena responsabilità ricade sui leader di questo regime. 

Le forze repressive del regime hanno aperto il fuoco direttamente contro la popolazione in tutto l’Iran, inclusi Teheran, Karaj, Isfahan, Khorasan, Lorestan e varie parti del Kurdistan come Ilam, Kermanshah, Shahabad, Gilan-e Gharb, Kamyaran, Salmas, Khoy e altre aree, uccidendo un gran numero di civili. L’Iran è ora completamente avvolto da fuoco, insurrezione e sangue. Considerata la natura di questo regime e ciò che sappiamo di esso, è evidente che potrebbe ampliare ulteriormente la portata di questi massacri. Condanniamo fermamente queste azioni brutali e disumane del regime della Repubblica Islamica e dichiariamo che adempiremo alla nostra responsabilità di sostenere il nostro popolo amante della libertà in tutto l’Iran. 

Invitiamo le istituzioni internazionali a non rimanere in silenzio di fronte a questi massacri selvaggi e alle uccisioni di massa, e ad adottare immediatamente misure pratiche per sostenere il popolo dell’Iran. Invitiamo tutti gli iraniani all’estero, le persone amanti della libertà e le coscienze vigili a essere la voce del popolo iraniano in tutto il mondo in questi difficili momenti storici e a sostenere l’insurrezione rivoluzionaria del popolo oppresso dell’Iran. Crediamo che le proteste democratiche del popolo iraniano, con la grande determinazione, volontà e sacrificio dimostrati da giovani e donne di fronte al governo repressivo, avranno infine successo e che il sole della libertà sorgerà su questa terra. 


Co-Presidenza del Partito per la Vita Libera del Kurdistan (PJAK)  

11 Gennaio 2026 

www.pjak.eu         X: @RojhelatInfo_En                                                                                  Email:    info@pjak.info , pjak.eu@gmail.com 


ENGLISH

The massacre of the uprising people of Iran is a clear example of a crime against humanity

Statement by the Co-Presidency of PJAK:

giovedì 9 gennaio 2025

«BERGOGLIOMANIA» E CRISE

por Osvaldo Coggiola


PORTUGUÊS - ITALIANO - ENGLISH 


Após a publicação do meu artigo sobre «Papa Francisco: especialista em genocídios», recebi muitos comentários: muitos mais do que o habitual, como prova de que o tema é realmente quente. O mais agradável, no entanto, foi o que recebi do querido amigo e companheiro Osvaldo Coggiola (autor do livro que publiquei sobre o Trotskismo na América Latina), que, embora argentino e tendo vivido por muitos anos na Itália, agora é definitivamente brasileiro. Osvaldo me enviou o longo artigo que escreveu em português, publicado pela Boitempo Editorial e em italiano pela revista La Contraddizione, em novembro de 2013. Ele, contente que a parte sobre Bergoglio agora seja retomada pela Utopia Rossa, eu a extraí e estou igualmente feliz em permitir um aprofundamento sobre o tema da cumplicidade que Bergoglio teve com o genocídio geracional ocorrido na Argentina.

(r.m.)


Dopo la pubblicazione del mio articolo su «Papa Francesco: esperto in genocidi», ho ricevuto molti commenti: molti più del solito, a riprova che il tema è davvero scottante. Il più gradito, però, l’ho ricevuto dal caro amico e compagno Osvaldo Coggiola (autore del libro da me pubblicato su Il trotskismo in America latina) che, benché argentino vissuto per molti anni in Italia, è ormai definitivamente diventato brasiliano. Osvaldo mi ha inviato il lungo articolo che scrisse in portoghese che fu pubblicato da Boitempo Editorial e in italiano dalla rivista La Contraddizione, nel novembre 2013. Essendo egli contento che la parte su Bergoglio venga ora ripresa da Utopia rossa, io l’ho estratta e sono a mia volta contento di poter consentire un approfondimento sul tema del rapporto di complicità che Bergoglio ebbe con il genocidio generazionale svoltosi in Argentina.

(r.m.)


After the publication of my article on "Pope Francis: Expert in Genocides," I received numerous comments—far more than usual, proving how controversial this subject is. However, the most appreciated came from my dear friend and comrade Osvaldo Coggiola (author of the book I published on Trotskyism in Latin America), who, although an Argentine who lived for many years in Italy, has definitively become Brazilian. Osvaldo sent me the long article he wrote in Portuguese, published by *Boitempo Editorial* and in Italian by the magazine La Contraddizione in November 2013. Since he is happy for the section on Bergoglio to be revisited in Utopia Rossa, I have extracted it, and I am equally pleased to enable a deeper exploration of the relationship of complicity Bergoglio had with the generational genocide that took place in Argentina.  

(r.m.)


PORTUGUÊS


Em março de 1976, quando da instauração na Argentina de uma das mais sangrentas ditaduras militares da América Latina, Jorge Mario Bergoglio ainda não havia cumprido 40 anos, mas já era “Provincial” (chefe) da Ordem dos Jesuítas no país. Nenhuma fotografia dos anos sucessivos testemunha diretamente qualquer proximidade entre ele e a Junta Militar, diversamente das que evidenciam a enorme proximidade entre a alta hierarquia católica (à qual Bergoglio ainda não pertencia) e o time de assassinos profissionais governante. Bergoglio, porém, longe esteve de se opor à linha seguida pela Igreja de Roma (não só na Argentina, mas em toda a América do Sul atingida por regimes contrarrevolucionários ferozes) [...].


Seu cúmplice [de las Forças Armadas]   na tarefa mortífera foi a Igreja Católica, que na Argentina sempre foi um bastião da oligarquia dominante a ponto de Perón ter sido excomungado no seu primeiro governo (1946-1955) e os tanques do golpe de 1955 terem sido pintados com cruzes e a frase “Cristo vence!”. Na Argentina o catolicismo ainda é religião oficial e o Estado paga os salários do clero com o dinheiro público. Até recentemente, a principal cerimônia de comemoração da independência nacional era uma missa na catedral. Encarregada em 1976 pelos militares do ministério da educação, com Ricardo Bruera, a Igreja promoveu o pior processo educacional obscurantista já conhecido na Argentina (a teoria dos conjuntos, por exemplo, foi banida do ensino escolar da matemática, por partir de um “princípio comunista”). Monsenhor Plaza (arcebispo de La Plata) distribuía crucifixos nos campos de extermínio (onde os detidos sofriam as piores torturas antes de serem mortos), enquanto Monsenhor Bonamin (capelão do Exército) benzia os “grupos de tarefa” encarregados de sequestrar, torturar e matar; não faltando os que, como o padre e capelão militar Christian Von Wernich, hoje condenado pela justiça, montaram um lucrativo comércio de venda de informações (falsas) aos desesperados parentes dos desaparecidos.

Trinta e cinco anos depois dos fatos, o cardeal argentino Primatesta referiu-se a uma carta de “Emilio Mignone, padre de la detenida-desaparecida Mónica Candelaria Mignone, y una de las más altas personalidades laicas del catolicismo argentino. Mignone había sido ministro de Educación en la provincia de Buenos Aires en la década de 1940 y viceministro de Educación nacional en la de 1960. El fundador del CELS [Mignone] le escribió a Primatesta que el sistema del secuestro, el robo, la tortura y el asesinato, “agravado con la negativa a entregar los cadáveres a los deudos, su eliminación por medio de la cremación o arrojándolos al mar o a los ríos o su sepultura anónima en fosas comunes” se realizaba en nombre de “la salvación de la ‘civilización cristiana’, la salvaguardia de la Iglesia Católica”. Agregó que la desesperación y el odio iban ganando muchos corazones”. A um jornalista espanhol, Videla disse: “Mi relación con la Iglesia Católica fue excelente, muy cordial, sincera y abierta”, porque “fue prudente, no creó problemas ni siguió la “tendencia izquierdista y tercermundista” de otros Episcopados”. Condenava “algunos excesos”, mas “sin romper relaciones”. Con Primatesta, até “llegamos a ser amigos”. A Igreja Católica argentina, portanto, sabia, calou, ocultou e até deu a benção (ao genocídio) […].

domenica 5 gennaio 2025

PAPA FRANCESCO: UN ESPERTO IN GENOCIDI

di Roberto Massari 


BILINGUE: ITALIANO - ENGLISH


Quando papa Francesco parla di genocidio da parte del governo israeliano, dobbiamo prenderlo sul serio perché è un esperto in materia. In primo luogo perché Francesco è il capo supremo di un’istituzione religiosa - la Chiesa cattolica - che ha dato il massimo contributo ideologico allo sterminio degli ebrei prima del nazismo. All’antisemitismo nazista la Chiesa aveva preparato la strada nel corso di più di un millennio e mezzo di persecuzioni antiebraiche e rendendo istituzionale l’antisemitismo cruento fin dove poteva arrivare il suo braccio secolare.

Non vi sono dubbi, però, che il contributo decisivo al genocidio ebraico lo ha dato col suo sostegno politico al nazifascismo, alla sua politica razziale e alle sue avventure militari. Ma lo ha dato soprattutto col rifiuto di muovere anche solo un dito per bloccare la «soluzione finale» in paesi come Germania, Austria, Ungheria, Slovacchia, Croazia e, nel suo piccolo, anche in Italia. Pio XI e Pio XII sono stati papi apertamente filonazisti, anche se il primo, verso la fine della sua vita, ebbe qualche ripensamento, che comunque Pio XII riuscì a non far emergere onde mantenere buoni rapporti col nazismo. Anzi, fu eletto papa proprio per questo... 

Papa Pio XI e il cardinale Eugenio Pacelli (come Nunzio apostolico in Germania dal 1920 e poi Segretario di stato), furono strenui sostenitori ufficiali del nazismo fin dalla sua nascita. Il Vaticano fu il primo Stato a riconoscere il nuovo regime nel 1933, al quale poi concesse tutto il sostegno possibile, con dissidi riguardanti quasi solo la libertà d’azione della Chiesa in Germania. 

Insieme alla Chiesa protestante tedesca, il Vaticano non fece nulla per arginare la deportazione degli ebrei nei lager della morte dai Paesi sotto il controllo del nazismo, compresa l'Italia. Per cercare di nascondere questa realtà ci sono storici (come Andrea Riccardi, capo della Comunità di S. Egidio), impegnati ad attirare l’attenzione su qualche migliaio di ebrei salvati da istituzioni cattoliche durante l’occupazione nazista, con lo scopo molto preciso di mascherare il decennio di collaborazione della Chiesa cattolica con il nazismo e la sua complicità nello sterminio antiebraico, sia nei Paesi di lingua tedesca, sia in quelli occupati durante la guerra. 

Pio XII fu un accanito sostenitore del nazismo (e quindi indirettamente della soluzione finale) finché le sorti militari di Hitler non cominciarono a declinare, quando ormai, però, il genocidio era stato in gran parte compiuto. 

In precedenza, la Chiesa cattolica aveva dato il suo benestare alle Leggi razziali italiane, contestando solo le parti in contrasto col Concordato mussoliniano, in particolare per quanto riguardava i matrimoni misti e la discriminazione applicata anche agli ebrei convertiti. È una delle pagine più vergognose della Chiesa italiana di cui raramente si sente parlare, specie da parte degli storici compiacenti, come il Riccardi sopra nominato. Tutto ciò è storia nota e comunque descritta dettagliatamente in un celebre libro di Karlheinz Deschner (Mitt Gott un den Fascisten, 1965), che ho avuto l’onore di pubblicare in Italia (Con Dio e con i fascisti, 2016), seguìto da Vaticano, Olocausto e fascismi, 2017, a cura di D. Barbieri e P. Gorenflos. Lì si possono trovare tutti i dati, i documenti e gli eventi che dimostrano il sostegno del Vaticano al genocidio antiebraico in tutti i Paesi controllati dal nazismo. E da quel patrimonio ideologico proviene anche papa Francesco. 

Questi, però, ebbe rapporti con un altro genocidio atipico, un «genocidio culturale» (secondo la definizione che ne diede Julio Cortázar nel dicembre 1983), ma che andrebbe considerato come un «genocidio generazionale»: quasi un’intera generazione radicale, il meglio del mondo politico e culturale «la meglio gioventù» argentina, che fu sterminata dalla dittatura di Jorge Rafael Videla († 1981), negli anni terribili (1976-1983) che videro lo sterminio di circa 20-30.000 persone, i cosiddetti desaparecidos, molte delle quali torturate prima di essere uccise. 

Jorge Mario Bergoglio, prima di diventare papa, nelle vesti di Superiore Provinciale dei gesuiti in Argentina (1973-1979), mantenne rapporti di cordiale collaborazione con il regime militare. Egli era il dirigente numero due del cattolicesimo argentino, e in quanto tale era dotato di un enorme potere in un Paese fondamentalmente cattolico (il numero uno era Pio Laghi, Nunzio apostolico in Argentina dal 1974 al 1980, noto per le sue aperte dichiarazioni a favore dei militari e per i rapporti di amicizia che manteneva col generale Emilio E. Massera e con la P2 di Licio Gelli). Eppure il Bergoglio capo dei gesuiti non mosse un dito per impedire lo sterminio dei suoi connazionali colpevoli solo di volere più libertà e giustizia sociale. Fu invece addirittura complice nell’imprigionamento di due gesuiti impegnati nel lavoro sociale. Tutto ciò all’epoca era noto in Argentina, continua ad essere noto anche se si preferisce dimenticare per nazionalismo verso un papa argentino, ci furono due libri di un grande giornalista (Horacio Verbitsky) e qualcosa scrissi anch’io al momento dell’elezione. 

Lo sterminio orrendo del mondo progressista argentino non fu un genocidio nel senso stretto e ufficiale del termine (non fu cioè un progetto di eliminazione di una determinata etnia o classe sociale), ma lo fu nella sostanza: fu un «genocidio sui generis» interrotto solo dalla caduta della dittatura.

Papa Francesco, come attuale e massimo esponente di queste due tradizioni «religiose» - provenienti dal sostegno decennale alla dittatura nazista e dal sostegno settennale a quella argentina - è quindi un esperto in genocidi

Non a caso le sue ultime dichiarazioni contro il diritto del popolo israeliano a difendersi dagli attacchi dell’Iran e dei suoi emissari in Libano, Siria, Giordania, Gaza e Yemen, sono state rilasciate nel colloquio con un altro grande esperto in genocidi: Abolhassan Nav, il rettore iraniano con cui Francesco si è intrattenuto alcuni giorni fa. Convinto di poter mentire impunemente (anche davanti al Papa) costui ha affermato che l’Iran non ce l’ha con gli ebrei ma solo con Netanyahu. Troppo modesto: il regime iraniano propone dal 1979 (l’anno in cui Bergoglio abbandonava la carica di Provinciale dei gesuiti per dedicarsi più liberamente alla battaglia contro la Teologia della liberazione) lo sterminio degli ebrei che vivono in Israele. 

Khomeyni lo proponeva anche prima, ma senza stare al governo. E il regime barbaro e dittatoriale dell’Iran lo ribadisce ogni giorno, oltre a finanziare milizie e gruppi terroristici che dovrebbero metterlo in pratica. Israele (anche grazie all’aiuto degli Usa) impedisce che il genocidio avvenga, ma resta il fatto che il mondo mussulmano sciita (e non più nella sua grande maggioranza quello mussulmano sunnita e di altre correnti religiose), il genocidio degli ebrei israeliani lo dichiara come proprio programma irrinunciabile. Francesco avrebbe dovuto ricordarglielo. 

Nel carteggio sotto riportato, dedicato alla complicità di Bergoglio con i militari argentini, avevo fatto una previsione sul comportamento del nuovo Papa: 

«La buona è che il nuovo Papa dovrà stare attento non solo a non benedire altri dittatori e feroci aguzzini (come hanno sempre fatto i suoi predecessori, da Paolo VI in poi), ma dovrà anche dimostrare con le azioni che quelli sono “errori di gioventù” e che oggi è diventato molto più buono, sia verso i poveri che verso gli oppressi. Chissà che alla fine non ci guadagnino qualcosa anche i gay e i malati terminali. Per l’atteggiamento verso le donne, invece, continuo a vederla brutta». 

Ebbene, la mia profezia si è rivelata infondata, anche se il comportamento politico di questo Papa era sembrato nei primi anni più umano di quello dei suoi predecessori. Avevo sbagliato. Tutte le recenti dichiarazioni di Francesco contro il diritto di Israele a difendersi - che in ultima analisi riguardano il diritto di Israele ad esistere, viste le intenzioni genocide dei suoi avversari - dimostrano una sua profonda insensibilità riguardo alle aggressioni delle quali Israele è vittima. Ma anche, tema cristiano per eccellenza, insensibilità verso le sofferenze che Hamas ha inflitto al proprio popolo, usandolo come carne da macello dopo il pogrom del 7 ottobre, e insensibilità verso le vittime del pogrom, gli ostaggi in primo luogo. 

E pensare che se un papa veramente cristiano avesse fatto semplicemente il proprio mestiere, e avesse chiesto di poter incontrare alcuni degli ostaggi da mesi trattenuti in condizioni disumane, forse la loro liberazione si sarebbe avvicinata. Ma del resto, come è noto, d’incontrare gli ostaggi non lo hanno chiesto le Nazioni unite, la Croce rossa, Amnesty, il Tribunale dell’Aia e nessuna Ong, che io sappia. Perché papa Francesco sarebbe dovuto uscire dal coro di coloro che simpatizzano per Hamas, e tramite Hamas per il regime iraniano e tramite il regime iraniano per la guerra atomica?

Pax et bonum 

Roberto 


Allegati 


PAPA FRANCESCO E LA DITTATURA MILITARE ARGENTINA

di Roberto Massari


Carteggio con don F.*

[Apparso in www.utopiarossa.blogspot.com, costituisce una delle rare analisi scritte e pubblicate in Italia sulle trascorse complicità di papa Francesco con la dittatura militare argentina del generale Videla. Le lettere furono indirizzate a un sacerdote (molto preparato sotto il profilo teologico) che era interessato a conoscere la verità sulla questione. Per ovvie ragioni non pubblichiamo qui le sue risposte né la critica di un altro sacerdote (argentino) intervenuto a un certo punto nella discussione (n.d.r.).]

mercoledì 11 dicembre 2024

Annotazioni storiche in merito alla questione del Rojava - parte I

Dal ritiro delle forze governative alla promulgazione della Carta del Contratto Sociale


di Andrea Vento


I curdi del Rojava, il Kurdistan occidentale, da quando è stato disegnata la carta politica del Medio Oriente dalle potenze coloniali vincitrici della I Guerra mondiale, Regno Unito e Francia, senza concedere il diritto ad uno proprio stato alle popolazioni curde (carta 1), hanno sempre corso il rischio di scomparire, insieme ai connazionali degli altri stati limitrofi (Turchia, Iraq e Iran), soprattutto come soggettività etnica a causa delle politiche negazioniste, repressive e assimilazioniste di cui sono stati oggetto da un secolo a questa parte.

Carta 1: la definizione dei confini politici della penisola anatolica in base al Trattato di Losanna del 24 luglio 1923 che sancirono la nascita della Turchia moderna a discapito del promesso stato curdo e non solo (nota 1)


Nello specifico, la situazione dei curdi del Rojava ha registrato un profondo cambiamento a seguito della guerra civile siriana iniziata nel corso del 2011 e successivamente evolutasi in conflitto internazionalizzato. E' opportuno specificare che nel 2012, nel corso della guerra civile siriana, le forze governative siriane si sono ritirate dalle tre zone, confinanti con la Turchia, abitate dai curdi, lasciando il controllo militare alle Unità di autoprotezione del popolo (YPG), appositamente costituite l'anno precedente (2011) a scopo difensivo. L'Esercito Arabo Siriano, in difficoltà si è quindi ritirato a difesa della capitale e delle zone del Nord-ovest a maggioranza alawita (carta 2), una setta minoritaria dello sciismo che esprime il governo di Damasco compresa la dinastia degli  el-Assad, abbandonando al loro destino i territori curdi(2). 

Carta 2: composizione etnica e religiose della Siria e del Libano agli inizi della guerra civile


I curdi sono stati costretti ad organizzarsi, oltre che militarmente, anche politicamente e amministrativamente, istituendo nel  luglio del 2012, il Comitato Supremo curdo (Dbk) come organo di autogoverno della propria area. Istituzione composta in egual numero da membri del Partito dell'Unione Democratica (Pyd), principale partito curdo siriano legato al Pkk turco, il Partito de Lavoratori del Kurdistan d'ispirazione marxista, e del Consiglio Nazionale Curdo (Knc), politicamente vicino al Kurdistan iracheno(3).

Tuttavia, il Pyd dopo aver rotto con il Knc, nel novembre del 2013,  ha annunciato un governo ad interim nelle tre aree curde territorialmente non contigue, da ovest verso est, i cantoni di Afrin, Kobane e Jazira (Qamislo), dichiarando la piena autonomia e proposto un processo costituente denominato: Carta del Contratto sociale. I tre i cantoni sono stati (carta 3), quindi, dotati di assemblee popolari e di forze di autodifesa: le YPG (formazioni miste) e le YPJ (composte solo da donne). 

Carta 3: i 3 cantoni curdi del Rojava ad inizio 2014


Il modello politico-sociale del Confederalismo democratico

La Carta del Contratto Sociale, promulgata il 20 gennaio 2014, è divenuta la costituzione più democratica che la popolazione di questa regione abbia mai conosciuto. L'organizzazione politica e sociale del Rojava può essere considerata un modello di Confederalismo democratico del Medio Oriente nel quale ogni comunità, a prescindere dalle caratteristiche etniche e religiose, ha il diritto all'autodeterminazione e all'autogoverno. 

Un modello basato, appunto, sulla filosofia del "Confederalismo democratico" elaborata da Abdullah Öcalan(4) leader del Pkk che implica autosufficienza, localismo e pluralismo etnico fra «kurdi, arabi, assiri, caldei, turcomanni, armeni e ceceni», come riporta il preambolo dell'innovativa Carta della Rojava. Un testo che tratta di libertà, giustizia, dignità,  democrazia, uguaglianza e  «ricerca di un equilibrio ecologico». 

Il Partito dei Lavoratori del Kurdistan turco (Pkk), con cui il PYD è in stretti rapporti, ha così descritto il Confederalismo democratico nel proprio manifesto fondativo: «Il Confederalismo democratico del Kurdistan non è un sistema di Stato, è il sistema democratico di un popolo senza Stato ... Prende il potere dal popolo e lo adotta per raggiungere l'autosufficienza in ogni campo compresa l'economia». 

Un modello economico basato sul municipalismo e sull'ecologia sociale che riprende l'elaborazione teorica del filosofo socialista libertario Murray Bookchin e che non contempla il processo di accumulazione capitalistica.

Il Confederalismo democratico è un paradigma sociale non statuale che si basa sulla partecipazione dal basso, i cui processi decisionali avvengono all’interno delle stesse comunità. E' un progetto anti nazionalista che, basandosi sulla convivenza pacifica fra elementi diversi, rigetta l'assolutismo etnico e il fondamentalismo religioso, peraltro in fase di espansione nell'intero Medio Oriente e non solo.

Altro cardine fondamentale è costituito dalla parità di genere che è concretamente rappresentata non solo dalle guerrigliere delle Ypj (immagine 1), ma anche nel principio della partecipazione paritaria a ogni istituzione di autogoverno, che, pur tra contraddizioni e in condizioni estremamente difficili,  esprime un reale principio di cooperazione, tra liberi e uguali, in una regione particolarmente frammentata dal punto di vista etnico e religioso.

Immagine 1: le guerrigliere delle Ypj, combattono armate di soli Kalashnikov


Andrea Vento 

7 dicembre 2024

Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati


Note:

 1.Il Trattato di Losanna ribaltò l'assetto territoriale previsto dal precedente Trattato di Sevres (1920), collaterale al Trattato di Versailles per la ridefinizione degli assetti mediorientali dopo la sconfitta dell'Impero Turco-ottomano, e che prevedeva la nascita di uno stato curdo nel sud-est della penisola anatolica, una Armenia più estesa di quella attuale,  l'assegnazione alla Grecia dei territori abitati dalla popolazione ellenica nella parte occidentale della penisola anatolica e il controllo internazionale sulla parte di territorio afferente agli stetti del Bosforo e dei Dardanelli.

2. Nell’estate 2012, sedici mesi dopo lo scoppio delle rivolte in Siria, il governo di Baššār al-Asad, sotto scacco ad Aleppo, ritirò l’esercito dalle aree a maggioranza curda del Nord e del Nord-Est del paese. 

Fonte: "I Curdi in Siria: il Rojava" https://storiaestorie.altervista.org/blog/i-curdi-in-siria-il-rojava/

3. https://www.cesi-italia.org/en/articles/crisi-siriana-e-prospettive-curde-la-partita-di-barzani

4. Il libro "Il Confederalismo democratico" di  Abdullah Öcalan è scaricabile al seguente link:

https://ocalanbooks.com/downloads/it-confederalismo-democratico.pdf



Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

lunedì 21 ottobre 2024

GLI ERRORI MORTALI DI YAHYA SINWAR E DI HAMAS

di Piero Bernocchi


ITALIANO - ENGLISH


Leon de Winter è uno scrittore olandese che, oltre ai suoi libri, svolge una presenza social-politica costante, con articoli pubblicati su vari giornali e riviste europee. A proposito di Sinwar ha scritto in un articolo su Neue Zurcher Zeitung, quotidiano svizzero con quasi tre secoli di storia: "Yahia Sinwar aveva trovato l'arma con cui sconfiggere gli ebrei e manipolare il mondo: la morte dei suoi stessi connazionali. Invita gli ebrei ad uccidere il suo popolo e gli israeliani non possono sottrarsi alla lotta contro Hamas. Sinwar sapeva come stremare gli ebrei, ricattarli e metterli gli uni contro gli altri". Effettivamente, il piano strategico di Sinwar, culminato nell'orrendo massacro del 7 ottobre, aveva una sua tragica grandezza strategica, che però, contrariamente alla lettura datagli da De Winter, è stata annullata da una catena di errori e di valutazioni, su possibilità non realizzatesi, commessi dal leader di Hamas e rivelatisi tragici e mortali per il popolo palestinese quanto per lo stesso Sinwar: catena di valutazioni erronee che qui proverò ad analizzare e commentare.

 

Il fallimento del tentativo di coinvolgere l’intero mondo islamico nell’attacco frontale a Israele

 

Sono in circolazione oramai da mesi attendibili documentazioni di varia e credibile provenienza che spiegano come il massacro del 7 ottobre fosse stato pianificato, magari con dettagli non identici, probabilmente da almeno un paio di anni e che fosse stato più di una volta rinviato, in attesa di scenari generali più favorevoli. C’è ampia concordia tra gli “addetti ai lavori” anche sui motivi, almeno due dominanti, che alla fine hanno fatto scegliere, a Sinwar e alla leadership interna a Gaza, la data del 7 ottobre. Tornerò più avanti sul secondo motivo, per soffermarmi qui su quello a mio avviso più rilevante e decisivo: e cioè l’assoluta necessità/obbligo di far naufragare l’ampliamento degli Accordi di Abramo (che avevano normalizzato i rapporti tra Israele, gli Emirati Arabi e il Bahrein) con l’inclusione dell’Arabia Saudita e forse pure del Qatar, e con la formazione di un assai influente blocco di paesi sunniti guidati dalla maggior potenza di tale mondo islamista, quella Arabia Saudita, grande e storica (fin dall’avvento degli ayatollah al potere a Teheran) avversaria dell’Iran sciita. Tra le intuizioni strategiche di Sinwar, quella di inserirsi come un cuneo che disgregasse il nascente schieramento favorevole alla normalizzazione dei rapporti con Israele e, nel contempo, saldasse definitivamente l’anomalia di un rapporto stretto, con conseguenti copiosi finanziamenti e sostegno bellico, tra un’organizzazione del radicalismo sunnita più estremo come Hamas e la roccaforte iraniana del mondo sciita (anomalia assoluta fino a qualche anno prima, laddove sunniti e sciiti si scannavano  quotidianamente in tutto il mondo islamico, con percentuali di vittime ben superiori a quelle dei conflitti con cristiani, “occidentali” ed ebrei), è stata forse la più notevole e, almeno potenzialmente, quella in grado di aprire nuovi e inattesi scenari ai monumentali e apparentemente folli piani di distruzione totale di Israele.

Per giungere però ad attivare un tale scenario, ci voleva un’azione così terrificante, sconvolgente e spietata, manifestantesi nelle forme più barbariche possibili, che fosse in grado di scatenare una risposta almeno altrettanto selvaggia, brutale e stragista da parte del governo Netanyahu, contando sulla colossale umiliazione imposta all’intero apparato bellico e militare israeliano ma pure sullo smacco planetario inflitto ad un capo di governo, ultra-ambizioso, senza scrupoli e senza remore, come Netanyahu che, pur di cancellare dalla scena l’ANP e Fatah, si era fatto ingannare da Sinwar,  favorendone per anni l’ascesa al potere a Gaza, con una posizione dominante su tutti i palestinesi. Ritengo, conseguentemente, che gli orrori del 7 ottobre non siano stati dovuti alla barbarie spontanea e alla epidermica orgia senza freni di voglia di vendetta da parte delle migliaia di armati palestinesi coinvolti, ma che fosse stata pianificata e voluta da Sinwar e i suoi (e per tale ragione documentata ed esibita platealmente con video, foto e registrazioni sonore quanto più raccapriccianti possibili) proprio per rendere irrealistica e di fatto impossibile una risposta solo “moderata” da parte del governo israeliano, provocato a tal punto da spingerlo a una risposta quanto più feroce, distruttiva e impopolare possibile. La scommessa di Sinwar, certo massimamente cinica e spietata, ma non pazzesca in linea di principio, e anzi potenzialmente foriera di successo, è stata appunto quella di spingere Netanyahu ad attaccare Gaza con una forza distruttiva smisurata e senza precedenti, che provocasse  il maggior numero di vittime possibili tra i civili (più volte Sinwar ha ammesso senza imbarazzo di essere disposto a sacrificare anche un numero spropositato di suoi concittadini/e non in armi pur di creare le condizioni per la sconfitta e la distruzione di Israele), in modo da suscitare da una parte la più diffusa indignazione mondiale  contro Israele (e in generale contro la presenza di uno Stato ebraico in Palestina, da liberare dal “fiume al mare”), e che dall’altra spingesse tutto il mondo islamico, sunnita o sciita, ad entrare in campo militarmente, contribuendo in maniera decisiva alla distruzione di Israele.

Malgrado la mia avversione politica, ideologica, culturale e morale all’islamismo da Guerra Santa e ai regimi dittatoriali come l’orrenda teocrazia iraniana e ad organizzazioni oscurantiste, reazionarie, ultra-misogine e omofobe come Hamas, Hezbollah, non posso negare che tale piano strategico aveva, almeno in potenza, quella che ho chiamato una tragica grandezza. E nella realtà di questo anno, tale piano il primo obiettivo lo aveva effettivamente raggiunto, cioè quello di suscitare una vastissima ondata di indignazione internazionale anche in ambienti fino a ieri insospettabili che, con grande rapidità, hanno accantonato gli orrori del 7 ottobre (che, anzi, hanno sovente salutato come un “riscatto” del popolo palestinese dopo decenni di sopraffazioni e umiliazioni, o come addirittura “l’inizio della Rivoluzione palestinese”), per reagire con una mobilitazione pressoché permanente contro il massacro in corso a Gaza, dove, indiscriminatamente, ai miliziani di Hamas uccisi dall’esercito israeliano si è accompagnato quasi ogni giorno un numero almeno altrettanto elevato di vittime civili, senza alcuna distinzioni tra uomini, donne, bambini.

Quello che però non è avvenuto, rivelandosi nei fatti il principale punto debole di tale  ambiziosissima strategia e il più grande errore di previsione di Sinwar e di chi ne ha condiviso la strategia, è stato il generale fallimento del tentativo di coinvolgere l’intero mondo islamico, sunita e sciita, nell’attacco frontale a Israele. A posteriori, Sinwar ha dimostrato una sorprendente misconoscenza della variegata e ambigua complessità di tale mondo (più avanti vedremo come analoghi e altrettanto esiziali  – per lui e per i palestinesi – errori di valutazione e previsione Sinwar li ha commessi anche nell’analisi della società israeliana e della psicologia dominante tra gi ebrei di Israele).

Sorprende, tanto per cominciare, che il leader indiscusso di Hamas abbia davvero creduto ai roboanti proclami bellici e agli appelli per la distruzione della “entità sionista” (come i dittatori teocratici iraniani amano definire Israele, per non doverne fare neanche il nome in segno di massimo disprezzo) di due affabulatori e incantatori di massa come Khamenei e Nasrallah. Meraviglia che una mente così attenta ad ogni sfumatura del pensiero della radicalità islamista abbia potuto davvero credere che il regime teocratico e Hezbollah avrebbero deciso di mettere a repentaglio il proprio potere e dominio nei rispettivi paesi sottomessi, l’Iran e il Libano, e persino la sopravvivenza dei propri regimi, per entrare in campo accanto ad Hamas nello scontro frontale con Israele, ben conoscendo la propria inferiorità sul piano militare, ma anche la fragilità del proprio dominio interno, di fronte a due società in maggioranza ostili, in aperta rivolta come nell’Iran dell’ultimo biennio o sottomessa ma non consenziente e collaborativa come quella libanese, incapace di impedire la progressiva dominazione della minoranza sciita sul paese ma fondamentalmente desiderosa di una sua possibile débacle bellica.

In verità, nei comportamenti di quasi tutti i paesi arabi e dell’Iran nei confronti della tragedia palestinese, c’è sempre stata una profonda strumentalità di fondo che Sinwar e i suoi avrebbero dovuto ben conoscere. Falliti i tentativi della Lega araba di sconfiggere militarmente Israele e di espellere la comunità ebraica dalla Palestina, la gran parte dei paesi arabi circostanti ha usato cinicamente il popolo palestinese e la sua lotta solo per creare le maggiori difficoltà possibili a Israele, per tenerla sotto costante pressione e per attivare la più diffusa solidarietà internazionale contro l’“entità sionista”. Solo che a questo cinico e strumentale disegno non si è mai accompagnata una reale solidarietà con il popolo palestinese, né in termini di significativi aiuti materiali né in quanto a dignitosa accoglienza ai profughi, almeno all’altezza dei proclami tonitruanti di circostanza. Figuriamoci se Hezbollah e la teocrazia iraniana potevano essere disposti a sfidare davvero, militarmente e in uno scontro aperto senza mediazioni, Israele, con la realistica possibilità di essere non solo travolti sul campo, ma anche di consentire alle diffuse opposizioni interne di saldare finalmente il conto alle insopportabili dominazioni ultra-decennali.

Ma Sinwar ha commesso un altro errore di valutazione, altrettanto inspiegabile per chi, in tanti anni, aveva avuto modo di studiare dettagliatamente, e verificare da vicino e con massima cognizione di causa, di contatti e di legami, i complessi e contorti, ambigui e mutevoli rapporti tra le varie statualità e comunità islamiche mediorientali. Il leader di Hamas parrebbe aver preso sul serio, e massimamente sopravvalutato, il profondo legame che era riuscito a stabilire  - fin da quando ancora era in galera in Israele e riusciva a corrompere le guardie carcerarie, così potendo colloquiare senza limiti non solo con i suoi “sottoposti” a Gaza, ma persino con il regime iraniano - fin dal 2011 con il regime degli ayatollah. Certo, l’anomalia di un’alleanza, così stretta, impegnativa e senza precedenti significativi, tra sunniti e sciiti, solitamente in guerra permanente tra loro da parecchi secoli, può aver contribuito a fuorviare le percezioni di Sinwar, al punto da fargli scambiare un accordo tattico (utilissimo per l’Iran per mettere in un angolo il progetto di una vasta parte del mondo sunnita di normalizzare i rapporti con Israele in nome dei comuni interessi economici) per una generale e permanente collaborazione strategica. Ma il grosso del mondo sunnita non ha mai digerito il rapporto quasi “intimo” tra la parte combattente del mondo sunnita palestinese con l’Iran, e ancor meno il grande potere acquisito da Hezbollah, altro portabandiera del minoritario mondo sciita e anch’esso grande alleato di Hamas: e quanto questa ostilità fosse viva, malgrado il sostegno comunemente sbandierato per i palestinesi durante i massacri a Gaza, si è potuto verificare apertamente con i festeggiamenti in tanti paesi arabi sunniti alla notizia dell’uccisione di Nasrallah: mentre, al contempo, non pare proprio che l’uccisione di Sinwar abbia suscitato in questi paesi grandi ondate di solidarietà e cordoglio.

 

Gli errori di valutazione di Sinwar sull’attuale popolo ebraico di Israele

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

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a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.