L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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lunedì 25 agosto 2025

ANTIEBRAISMO E GENOCIDIO

Una moderna «accusa di sangue»

di Roberto Massari


ITALIANO - ENGLISH


Si tratta di un quadruplice antiebraismo. Perché quadruplice? Rispondo, anticipando la conclusione.

1) Perché l’accusa di «genocidio» al governo di Netanyahu non ha fondamento né riconoscimento giuridico. La s’impiega per diffamare l’ebraismo israeliano e ostacolare la sua lotta di sopravvivenza contro vari fronti d’aggressione (all’inizio 7, ora un po’ meno...).

2) Perché sminuisce e in fondo ridicolizza i tre grandi genocidi della storia moderna: l’armeno, l’holodomor ucraino e l’Olocausto/Shoah (per il quale fu coniato appositamente il termine giuridico da un giurista ebreo).

3) Perché fornisce copertura alle reali intenzioni di chi un genocidio antiebraico lo ha in programma davvero e da tempo, e spera di attuarlo con le armi del terrorismo (Hamas, Hezbollah e altri integralisti islamici) o, appena possibile, con ordigni nucleari (Iran).

4) Perché chi la vive come trasgressione, in realtà è vittima di una moda (fad, craze in psicosociologia) destinata a estinguersi. L’eccitazione nel rovesciare l’accusa sul popolo che ne è vittima per antonomasia, è una forma di sadomasochismo. Molto diffusa in ambienti di «sinistra» reazionaria e antioccidentalista, ha conseguenze devastanti per la cultura del mondo «progressista».

Parlare di «antiebraismo» (che nell’uso corrente e internazionale, purtroppo, è anche «antisemitismo») nel primo secolo di questo terzo millennio non è facile. Quasi duemila anni di persecuzioni, manifestatesi in ère e contesti storici diversi, concorrono a rendere quasi impossibile una definizione adeguata del moderno antiebrei. Non se ne può tracciare un modello, perché nella sua struttura caratteriale sono radicati, in gradi diversi, pregiudizi del passato, mentre ne sorgono di nuovi, provocati soprattutto dalla politica dello Stato d’Israele.

Uno Stato che è ebraico per un’autoproclamazione di derivazione sionista, ma in cui, secondo dati del 2022, la componente araba è del 21,1%, altre affiliazioni religiose (cristiani, drusi ecc.) del 5,3 e quella ebraica del 73,6 (quindi poco meno di due terzi). Per giunta, dire componente « ebraica» non è facile per le grandi differenze esistenti anche tra gli ebrei, a seconda della provenienza geopolitica (sefardita, ashkenazita ecc., esteuropea, nordafricana, statunitense ecc.), ma anche della specifica corrente religiosa ebraica di appartenenza.

A ciò si aggiunga il fatto molto positivo per cui, nel 2015, circa il 65% degli israeliani si definiva non-religioso, incluso un 8% di atei (Win/Gallupp International). Successive altre fonti mostrano tendenze contraddittorie, ma non mutamenti significativi. Dati, comunque, che non hanno alcun interesse per gli antiebrei, convinti che sono pur sempre «i maledetti ebrei» (e non casomai i «maledetti israeliani») a fare le scelte del governo Netanyahu.

Ebbene, volendo aggiornare in termini di categorie politiche la definizione del nuovo antiebraismo - sintetica, ma di facile verifica pratica - si possono adottare tre criteri fondamentali:

1) L’antiebraismo/antisemitismo di chi continua a non riconoscere la legittimità dello Stato d’Israele, benché sia nato dalla ripartizione che l’Onu stabilì con la 181 nel 1947, adottata a grande maggioranza, col voto contrario quasi solo di paesi islamici. Costui nega al popolo ebraico, ma di fatto solo al popolo ebraico, il diritto ad avere un proprio Stato. Questo tipo di antiebraismo si caratterizza con mugugni del tipo «si però quella decisione non fu del tutto legittima», perché... E seguono le più varie spiegazioni che in genere denotano solo l’ignoranza storiografica di chi le formula - quando non ci si limita a rinviare ai «magici» link di Internet, quelli che risparmiano la fatica di leggere libri, documentarsi e argomentare in prima persona.

2) L’antiebraismo/antisemitismo di chi nega a Israele il diritto a difendersi. Qui il problema si complica perché l’antiebrei (che ritiene che Israele non avrebbe dovuto reagire militarmente e si sarebbe dovuto arrendere dopo il pogrom del 7 ottobre) si può confondere con chi critica (più o meno severamente) il governo israeliano per il modo in cui ha esercitato il sacrosanto diritto all’autodifesa dopo l’aggressione di Hamas.

Io, per esempio (senza essere l’unico), ho scritto più volte che per liberare gli ostaggi, invece di bombardare il povero popolo gazawi, sarebbe stato più efficace lanciare un ultimatum all’Iran - il principale Stato che sostiene Hamas - e poi bombardare uno alla volta i suoi siti strategici. Si sarebbero liberati subito gli ostaggi e probabilmente sarebbe anche caduto il peggior regime reazionario che esista al mondo. Ciò non fa di me un antiebrei, né un antisraeliano, ma solo un severo critico del governo Netanyahu per il modo in cui ha gestito la guerra contro l’aggressione di Hamas e per la necessaria e irrinunciabile liberazione degli ostaggi.

3) L’antiebraismo/antisemitismo di chi non ha capito che da quando esiste Israele sono gli israeliani (in particolare i loro governi) e non «gli ebrei» a mettere in pratica la politica nei riguardi dei palestinesi, giusta o sbagliata che sia. L’antiebrei attuale continua a prendersela con gli ebrei, se non addirittura con l’ebraismo in generale o con gli ebrei di altre parti del mondo, spesso nascondendosi dietro gli slogan ormai anacronistici dell’antisionismo. Ciò perché un blocco mentale gli impedisce di considerare gli israeliani una moderna nazione a sé, includente una forte componente ebraica, ma non identificabile con l’ebraismo israeliano e meno che mai con l’ebraismo del resto del mondo.

Basti pensare alle divergenze politiche che separano la quasi dozzina di partiti presenti nella Knesset, dall’estrema destra dell’Otzma Yehudit alla sinistra del Hadash-Ta’al, senza contare la quarantina di formazioni minori che non hanno un seggio in Parlamento, benché in Israele si voti col più democratico dei sistemi elettorali: il proporzionale. Un proliferare di partiti e partitini in uno Stato relativamente giovane, che mentre dimostra il carattere dinamico della democrazia israeliana, ne fa anche una delle democrazie più avanzate al mondo. Al punto che, mentre il paese è impegnato in una guerra per difendersi dalla minaccia di sterminio, avvengono manifestazioni antigovernative e si convocano scioperi generali. Un caso unico nella storia umana, che ha un corrispondente solo nell’odierna Ucraina, dove si può manifestare - e con successo - nonostante l’ aggressione russa.

Tuttavia, in queste tre forme moderne di antiebraismo apparentemente «politico» - attualmente in grande espansione anche a causa di alcune scelte sbagliate compiute dal governo Netanyahu dopo il pogrom del 7 ottobre - confluiscono tracce e pregiudizi di più antica provenienza, addirittura originarie dell’antiebraismo storico.


Antiebraismo teologico e biblistico

domenica 11 maggio 2025

L’ANTISEMITISMO IN CRESCITA

di Marco Ventura


ITALIANO - ENGLISH


Facendo un’eccezione alla «regola» di Utopia rossa - di pubblicare solo materiali originali, prodotti da noi o da persone in rapporto con noi - ritengo moralmente obbligatorio far circolare le cifre seguenti. Sono riassunte in un articolo comparso sul supplemento La Lettura del Corriere della Sera (11 maggio 2025), a sua volta fondato sulla Mappa dell’Intolleranza 2024, elaborata daVox-Osservatorio italiano dei Diritti, in collaborazione con la Statale di Milano, l’Università Aldo Moro di Bari e La Sapienza di Roma. La Mappa mostra come le manifestazioni di antisemitismo in Rete si siano più che quadriplicate nel corso di 3 anni, arrivando ormai a coincidere spesso con le manifestazioni di antisionismo.

Aggiungo solo che l’antisemitismo di cui qui si parla è quello più rozzo e meno «politico». La ricerca, infatti, non include l’antisemitismo «più raffinato» di chi - sui giornali, libri o altri media esterni alla Rete - nega il diritto del popolo ebraico a esistere, a difendersi e ad avere uno Stato, in particolare quello assegnatogli dalle Nazioni Unite nel 1947.

La ricerca di Vox fa anche rilevare come espressioni di antisemitismo abbiano raggiunto i livelli più alti in occasione delle grandi manifestazoni a favore dei palestinesi. Questi dati confermano purtroppo il degrado crescente di quella che da tempo definisco sinteticamente come «sinistra reazionaria»: non il Pd, che non è mai stato un partito di sinistra, ma di centro, e nemmeno l’inqualificabile trasformismo dei 5 Stelle, ma coloro che pensano di collocarsi alla loro sinistra appoggiando Hamas e il terrorismo islamico più in generale (oltre a Putin, la teocrazia iraniana ecc.) [r.m.]


«Giudei assassini» è una delle tante espressioni d’odio antisemita rinvenute da Vox-Osservatorio Italiano sui Diritti nella Mappa dell’Intolleranza 2024. La crescita dell’antisemitismo figura tra le novità rispetto alle precedenti edizoni. Nel 2022 era classificabile come antisemita il 6,5% dei post negativi su X, individuati dall’apposito algoritmo. Nel 2024 il dato è salito al 27%. Più di un post negativo su quattro, dunque, è antisemita […].

Cofondatrice di Vox Diritti, la giornalista Silvia Brena spiega a La Lettura e come il disegno della ricerca, basato sul collegamento tra discorsi d’odio e stereotipi, consenta di comprendere non soltanto il profilo quantitativo del maggiore antisemitismo, ma anche il profilo qualitativo di un nuovo antisemitismo. Dal corredo semantico tradizionale dell’ebreo «rabbino, avaro, isolazionista», chiarisce Brena, si è passati al predominio del termine «sionismo» e all’identificazione «dell’ebreo come aggressore, come “genocida”». L’odio si coagula ormai intorno «al nuovo ruolo degli ebrei», prosegue la giornalista, «non più vittima sacrificale, ma attore del proprio destino». Insomma, si legge nelle 44 pagine della Mappa sul sito voxdiritti.it, si è «di fronte a una sorta di riformulazione dello stereotipo»: è ormai «l’ebreo in quanto sionista a essere preso di mira».

Consultata dai ricercatori, precisa Siliva Brena, la Fondazione Cdec di Milano sull’ebraismo contemporaneo conferma che l’antisionismo è la nuova pelle dell’antisemitismo. A tale riguardo, i picchi di post d’odio registrati dalla Mappa sono eloquenti. I messaggi antisemiti si impennano in coincidenza con le manifestazioni Pro Palestina di Pisa e Milano nel febbraio e nell’aprile dello scorso anno. Schizzano poi ancora più in alto il 10 maggio 2024 in coincidenza con l’inizio delle proteste contro Israele nelle università italiane […].

Nelle sue otto edizioni la Mappa si è proposta di fotografare l’intolleranza in ogni forma, di cogliere ogni manifestazione dell’odio e degli stereotipi ad esso connessi, a partire dalle sei categorie, oltre all’antisemitismo, della misoginia, dell’islamofobia, della xenofobia, dell’abilismo (cioè la discriminazione verso le disabilità), della omotransfobia.  Proprio dalla comparazione con le altre categorie traspare la gravità quantitativa e qualitativa del nuovo antisemitismo online. È particolarmente significativo che l’81% dei contenuti postati sugli ebrei sia classificato come negativo. Nessun’altra categoria presenta la medesima concentrazione di negatività.

«L’odio contro gli ebrei è in assoluto quello più“carico”», si legge in proposito nel testo. Dalle «nuove connotazioni del discorso antiebraico», scrivono gli autori, appare come in questo «nuovo tipo di antisemitismo, sempre più aggressivo e pervasivo», stereotipi negativi «dalle profonde radici culturali e storiche si sommino all’insofferenza per le azioni di Israele».

Anche l’attenzione della Mappa all’intreccio tra diverse cause di intolleranza - la cosiddetta intersezionalità - consente di apprezzare la specificità del nuovo antisemitismo. La ricerca evidenzia, in particolare, come nel caso di donne ebree, straniere e omosessuali, la presenza dei vari caratteri funga da moltiplicatore dell’odio. Emerge anche - grazie alla geolocalizzazione dei dati - come spetti a Roma il primato di città al contempo più antisemita e più omotransfobica [...].



ENGLISH

domenica 6 ottobre 2024

L’ANTISEMITISMO DEI NIPOTI DI HITLER

di Roberto Massari


ITALIANO - ENGLISH - ESPANOL - FRANÇAIS


I nipoti di Hitler sono tanti, troppi, e comunque molto più di quanti l’umanità si sarebbe aspettata di dover tollerare nel Terzo millennio. Anch’essi vogliono lo sterminio degli ebrei, ma «solo» di quelli che vivono in Israele, a differenza del «nonno» che, all’epoca del Patto nazi-sovietico, preparava la «soluzione finale», cioè lo sterminio degli ebrei nel mondo intero.

In Medio oriente tale proposito era rappresentato da un campione dell’antisemitismo, molto popolare nel mondo arabo: Muhammad Amin al-Husseini, il Gran Muftī di Gerusalemme e una delle più alte autorità dell’Islam sunnita. Oltre a combattere gli ebrei, questi reclutava soldati mussulmani (arabi e bosniaci) per le SS naziste e per il Regio esercito fascista italiano. Nell’incontro con lui, del 28 novembre 1941 a Berlino, Hitler dichiarò che avrebbe fatto di tutto per impedire la nascita di uno Stato ebraico (come viene chiesto oggigiorno dai suoi «nipoti») e lo rassicurò sulla propria intenzione di sterminare tutti gli ebrei anche nella regione palestinese (idem come sopra).

L’esito della Guerra impedì che tali propositi si avverassero, ma il feroce antisemitismo di al-Husseini sopravvisse nella figura del primo presidente dell’OLP - Ahmad al-Shuqayrī - che rivestì la carica dal 1964 al 1967, prima d’essere sostituito da Arafat.

Qui però non voglio  parlare dell’antisemitismo di matrice islamica (sunnita, sciita ecc.) né di quello dei nostalgici del nazismo e nemmeno dell’antisemitismo di Stalin negli ultimi anni del suo regno. Voglio invece stabilire dei criteri (il più possibile semplici e schematici) per definire la nuova ondata di antisemitismo dilagata nel mondo giovanile e nelle università occidentali, dopo il pogrom antiebraico di Hamas (7 ottobre 2023), nel sud di Israele, e dopo l’ennesima aggressione di Hezbollah (8 ottobre 2023), nel nord: entrambe le aggressioni concordate con l’Iran che a un certo punto ha aggredito Israele a sua volta, con valanghe di lanci di missili sulla popolazione civile. Lanci respinti dalla difesa israeliana, col concorso per la prima volta di alcuni Stati arabi: un fatto che rende ottimista chi crede nella pace, perché indica un calo dell'antisemitismo «storico» nel mondo arabo-mussulmano (vedi le reazioni di consenso per l’uccisione di Assan Nasrallah nel mondo sunnita), a differenza di ciò che accade nei campus e nelle manifestazioni dell’antioccidentalismo europeo e americano. Nel mondo arabo  cala l’antisemitismo, mentre nell’Occidente cresce. Vallo a spiegare…


[In realtà io una spiegazione l'avrei, anche se un po’ azzardata sul piano storico.

L'isteria del nuovo antisemitismo - quello antioccidentalista, di «sinistra», universitario, da Internet, di moda ecc. - deriva dal fatto che le vittorie militari di Israele stanno rompendo lo stereotipo classico del povero ebreo, umiliato e sofferente, al quale la cultura «cristiana» dominante aveva abituato l’umanità per oltre 20 secoli dopo aver dato il massimo contributo alle persecuzioni antiebraiche (accusa di deicidio, Inquisizione ecc.). Nella cultura «cristiana»  (cattolica, protestante e ortodossa)  gli ebrei apparivano storicamente come un popolo destinato ad essere sempre sconfitto e perseguitato: dalla Guerra giudaica di Pompeo nel 63 a.C., passando per il 70 d.C., i pogrom medievali e moderni,  e arrivando all’Olocausto nazifascista.

Dal 1948, però, i sopravvissuti dell’Olocausto e i loro figli, nipoti ecc. hanno rovesciato lo stereotipo, dimostrando al  mondo di essere i migliori combattenti che ci siano, i più efficaci nel respingere le aggressioni, e i più motivati e decisi a difendere la sopravvivenza della propria nazione, pronti questa volta a farsi uccidere fino all’ultimo ebreo israeliano se necessario. Questo rovesciamento dello schema classico - del povero ebreo sofferente e perseguitato - ha innescato una reazione isterica in parte del mondo culturale che con quello schema mentale (una tipica proiezione sadomasochistica) era cresciuto e aveva persino elaborato un proprio modo di condannare l’Olocausto: un modo fatto di pietas cristiana verso chi ha tanto sofferto, con il relativo invito alla rassegnazione e la certezza che il tentativo di sterminare gli ebrei non si sarebbe più ripetuto… almeno fino al 7 ottobre 2023.

Ecco, alla base della nuova esplosione di antisemitismo «occidentale» c’è il rifiuto di rassegnarsi al loro destino di umiliazioni e sofferenze da parte degli ebrei d’Israele (quali che siano le differenze etniche e politiche tra loro). Dal 1948 essi hanno detto «basta» a duemila anni di persecuzioni, e da allora si hanno avute tutte le prove che continueranno a dirlo con sempre maggiore efficacia militare, passando dalla parte dei vincitori e non degli sconfitti. Al momento, per es., gli sconfitti sono chiaramente l’Iran e le sue organizzazioni terroristiche che purtroppo fanno pagare agli abitanti di Gaza e del Libano il prezzo in vite umane della loro follia genocida.

Può anche accadere, invece, che nell’antisemitismo «occidentale» (in particolare nelle sue componenti sadomasochistiche) si verifichi a un certo punto la classica svolta a favore di chi sta vincendo. Svolta che in embrione si può già cogliere in certi ambienti sunniti, ostili peraltro al regime iraniano: le masse pecorone che oggi inneggiano allo sterminio degli ebrei, potrebbero sentire nel futuro il fascino della superiorità militare israeliana, cioè di un popolo che usa la forza in forma vincente, e diventare così ultrafiloisraeliane, alla ricerca di altre fonti di persecuzione-rassegnazione (secondo lo schema rovesciato del «sacro carnefice», magistralmente descritto da Hyam Maccoby). Un processo analogo si era verificato su scala molto più vasta con l’amore di massa per lo stalinismo di Stalin e per il maoismo di Mao. Di quest’ultima follia fui testimone, osservatore diretto e tenace avversario fin dal suo nascere, e riscontro enormi analogie con la moda antisemita attuale. Spero di parlarne in altra occasione.]      


Quanto segue, lo si può considerare un prontuario che riassume le posizioni che circolano negli ambienti del nuovo antisemitismo. È utile per coloro che, protestando contro Israele e inneggiando ad Hamas o Hezbollah, lo fanno in buonafede, senza sospettare di essere a loro volta degli antisemiti, eredi per l’appunto dell’antisemitismo nazista, fascista, ustascia, staliniano (dell’ultimo Stalin), o forse semplicemente vittime inconsapevoli delle falsità circolanti nel Web. Queste sono camuffate da antisionismo, antimperialismo, antioccidentalismo, antiamericanismo, terzomondismo ecc., anche se spesso rispondono semplicemente a stati psichici alterati.

Nell’esaminare i punti seguenti, chi dovesse riconoscersi anche in un solo di essi, farebbe bene a fermarsi, riflettere, informarsi meglio, leggere qualche buon libro e magari chiedere consiglio a chi ha dedicato la propria vita a combattere contro il nazismo, il fascismo, gli ustascia, lo stalinismo, l’hitlerocomunismo e altri nemici della civiltà umana. Ma soprattutto farebbe bene ad ascoltare liberamente la voce della propria coscienza, al momento sommersa dalla moda antisemita dilagante.


Le affermazioni che seguono sono tutte false. La vulgata antisemita invece le contrabbanda come vere. A volte però è anche grossolana ignoranza che spinge a crederle vere. Del resto antisemitismo e ignoranza hanno una lunga storia di convivenza simbiotica.


1) Il popolo ebraico (inteso in senso etnico-culturale e non necessariamente religioso) non esiste e forse non è mai esistito. È tutta un’invenzione pseudobiblica del sionismo, e le stesse cifre dell’Olocausto sono state gonfiate artificialmente. (Del resto, come avrebbe potuto Hitler sterminare 6 milioni di un popolo inesistente?).

2) Al termine della Seconda guerra mondiale non c’era alcun bisogno di trovare una collocazione terrritoriale in cui i sopravvissuti della Shoah potessero vivere come nazione indipendente e creare un proprio Stato.

3) Gli ebrei da tempo non erano più presenti in Palestina, sia pure come minoranza etnica. Dalla fine dell’Ottocento in poi non vi erano state ondate ebraiche immigratorie. Queste non continuarono a crescere sotto il Mandato britannico e in seguito alla vittoria del nazismo in Germania.

4) Gli arabi palestinesi si consideravano una nazione autonoma e in grado di costruire un proprio Stato, prima che nascesse Israele.

5) I Paesi arabi circonvicini fecero sempre di tutto per aiutare il mondo dei beduini, dei fellah e dei mercanti arabi palestinesi a sentirsi nazione e a creare un proprio Stato. Non avevano alcuna intenzione di appropriarsi, ognuno nel proprio interesse, di fette di territorio palestinese.

6) Nel 1947 le Nazioni Unite non decisero veramente di creare uno Stato degli ebrei nei territori palestinesi. O, ammesso che lo fecero, esse non rappresentavano la voce maggioritaria dell’umanità (Urss di Stalin compresa). Lo Stato d’Israele, invece, fu creato con la violenza armata ed espropriando con la forza i terreni agricoli dei fellah arabo-palestinesi. Esso non ha alcuna base legale.

7) Ogni Stato membro delle Nazioni Unite è libero di fare quel che vuole, incluso opporsi con la forza armata a delle decisioni che considera ingiuste e senza per questo dimettersi. 

8) Il 15 maggio 1948 (giorno dopo la dichiarazione dello Stato d’Israele) non furono gli eserciti della Lega araba e di Egitto, Libano, Siria, Transgiordania e Iraq (alcuni di essi membri delle UN) ad aggredire Israele. Fu Israele che li aggredì.

9) I circa 700.000 palestinesi che uscirono da Israele tra il settembre 1947 e il 1948, non lo fecero perché spaventati dalla guerra che la Lega Araba aveva cominciato a preparare prima del voto all’Onu e che esplose il 15  maggio 1948, ma perché furono cacciati dal nuovo governo israeliano.

10) I circa 6-700.000 ebrei che nel 1948 uscirono in massa dagli Stati arabi ed emigrarono in gran parte in Israele, lo fecero per propria scelta e spirito sionista, non perché spinti da pogrom e altre rappresaglie antigiudaiche.

11) Il fatto che Israele vinse la guerra nel 1948 è stata una tragedia per il Medio oriente. Sarebbe stato meglio far scomparire subito l’«entità sionista».

12) Non è vero che Urss e Cecoslovacchia contribuirono con armi alla vittoria di Israele nel 1948, e che poi l’Urss cambiò linea diventando antisionista. L’Urss era stata sempre contraria alla nascita d’Israele.

13) Gli arabi palestinesi che furono costretti a fuggire furono accolti solo temporaneamente in campi profughi, ben presto sostituiti da civili abitazioni, scuole, servizi ecc. I Paesi arabi circonvicini fecero sempre di tutto per assicurare l’assimilazione dei profughi palestinesi e non vi fu mai traccia di ostilità nei loro confronti. Al contrario di ciò che ha fatto Israele con gli arabi palestinesi rimasti in Israele, che vivono un regime di apartheid e sono sottoposti a continue umiliazioni politiche. La loro rappresentanza parlamentare nella Knesset è solo una copertura propagandistica.

14) In Medio oriente non c’è alcun bisogno di regimi democratici. La democrazia d'Israele è solo una finzione: finte le elezioni, finto il pluripartitismo, finte anche le attuali manifestazioni antigovernative e finto addirittura il recente sciopero generale convocato nonostante la guerra. Tutto un paravento democratico finto che va distrutto il prima possibile.

15) Le stragi di palestinesi operate dal governo giordano nel 1970-71 (il cosidddetto «Settembre nero») sono un’invenzione del sionismo. 

16) La guerra dei Sei giorni a giugno del 1967 fu un atto deliberato di aggressione da parte d’Israele e non un attacco preventivo contro un'aggressione che si preparava da parte di Egitto, Siria e Giordania.

17) Non è vero che il territorio d’Israele è oggetto di lanci missilistici ormai da decenni e da varie parti.

18) Chi si sacrifica per uccidere dei civili israeliani non è un terrorista, ma un partigiano (ANPI italiana).

19) Il progetto iraniano di sterminare il popolo ebraico d’Israele non è genocidio, così come non lo sono i progetti analoghi di Hamas e di Hezbollah.

20) È invece genocidio la risposta armata d’Israele al pogrom di Hamas, ai missili di Hezbollah, Iran, Houti e sciiti siriani.

21) Israele non ha diritto a difendersi come qualsiasi altro Stato della terra.

22) Israele deve rispettare rigorosamente il diritto internazionale di guerra perché così fanno i suoi avversari del fronte iraniano.

23) È giusto che le Nazioni Unite e altri organismi internazionali (Amnesty, Unicef, Croce rossa, Ong varie…) usino un trattamento particolare per Israele, denunciando ogni sua violazione della legalità in stato di guerra e tacendo sistematicamente su quelle dei suoi nemici.

24) Il pogrom del 7 ottobre, lo stupro di donne, gli squartamenti, la cattura di ostaggi civili e la loro eliminazione rappresentano la punta più avanzata della Resistenza palestinese.

25) È giusto lo slogan centrale di tale Resistenza - «dal fiume al mare» - che intende liberare il Medio oriente dalla presenza degli ebrei.

26) Gli «occidentali» che ripetono lo slogan «dal fiume al mare» non sono complici di genocidio, ma sono antimperialisti e antisionisti.

27) Manifestare per lo sterminio degli ebrei israeliani è un atto rivoluzionario, antimperialista e antisionista.

28) Lo sterminio degli ebrei israeliani non ha niente a che vedere con i progetti di Hitler e con l’antisemitismo storico.

29) Israele sta perdendo la guerra.


Vorrei aggiungere un 30° punto, ma non saprei come formularlo al negativo. Vorrei dire che nonostante la barbarie dei suoi avversari, la democrazia israeliana vince da oltre 70 anni e continuerà a vincere finché il regime degli ayatollah non sarà caduto e il popolo iraniano sarà liberato. Su questo ho grandi speranze. Ma resta il fatto che, comunque vadano le cose, oggi Israele rappresenta non solo  l’unico baluardo della democrazia in Medio oriente, ma anche l’unica barriera concreta contro l’armamento atomico dell’Iran. Il coraggio del popolo israeliano e soprattutto la sua superiorità militare stanno evitando al mondo la catastrofe atomica che sicuramente deriverebbe dal possesso di bombe nucleari da parte del regime fanatico, medievale e ultareazionario degli ayatollah.

Ebbene, ecco il punto 30°: il non riconoscimento del ruolo fondamentale che sta avendo il popolo israeliano in difesa dell’umanità è un altro tragico esempio di antisemitismo (oltre che di cecità politica).


5/7 ottobre 2024


  ENGLISH 

giovedì 18 luglio 2024

L’ANTISEMITISMO ISLAMICO PRIMA E DOPO IL POGROM DEL 7 OTTOBRE

di Roberto Sinigaglia


Caro Roberto,

ti segnalo un contributo molto importante per la comprensione del Medio Oriente da parte di Roberto Sinigaglia, che fu mio docente di storia tanto tempo fa, e che oggi è Presidente del Centro Internazionale di Studi Italiani (CISI) dell’Università di Genova.

Si compone di due parti. La prima è una sintetica descrizione dell’attuale conflitto a Gaza, ed è tratta dal sito dell’Associazione Italia-Israele, dov’è uscita a inizio luglio.

Essa funge da introduzione al suo saggio «Gaza e dintorni. Dipanare le matasse arruffate dalla propaganda», apparso questa primavera sulla rivista online European Journal of Psychoanalysis.

Mi rendo conto che ambedue i testi non sono pubblicazioni originali, cioè non sono state prodotte in area rossoutopica né per una discussione sul blog di UR; ma spero che vorrai fare un’eccezione perché penso che i lettori di Utopia Rossa potranno apprezzare un lavoro così stimolante, dove la cultura storica e giuridica è messa al servizio della ricerca della verità e della giustizia per tutti gli abitanti della regione.

La descrizione che fa Sinigaglia degli eventi successivi alla Prima guerra mondiale e del valore dei vari trattati e accordi dei vincitori (Gran Bretagna e Francia) nella spartizione delle terre dell’Impero ottomano nel determinare la nascita di vari Stati indipendenti - dalla Giordania all’Iraq, dal Libano a Israele, è fondamentale per inquadrare la situazione odierna. 

Buona lettura e buon lavoro!

Luciano [Dondero]


Caro Luciano,

ti ringrazio per la segnalazione, che è certamente preziosa e di estrema utilità. Proprio per questo faremo un’eccezione alla norma che regola la pubblicazione di materiali in UR. Credo che l’autore - studioso prestigioso - sia riuscito a sintetizzare ma anche ad analizzare nella sua complessità, l’intera problematica legata al diritto alla sopravvivenza dello Stato d’Israele e al ruolo nefando svolto dagli Stati arabi, per non parlare del più recente pogrom di Hamas. A differenza di tanti altri analisti, Sinigaglia non dimentica di sottolineare che Hamas è l’organizzazione governativa di una Gaza che, prima del pogrom, era totalmente autonoma. Ciò significa che gli abitanti di Gaza uccisi finora sono vittime di guerra e di una guerra scatenata dal loro governo. In questo simili ai tedeschi bombardati a Dresda, ai giapponesi di Hiroshima, ai romani del quartiere San Lorenzo.  E inoltre ha il grande merito di fare in più punti il parallelo con l’aggressione russa all’Ucraina e alle stragi del popolo ucraino, che non suscitano la protesta indiganata di quella che io chiamo normalmente la «sinistra reazionaria». Chiunque rimanga sulle proprie posizioni antisemitiche e antisraeliane, dopo aver letto questo articolo, può farlo solo rinunciando all’uso della ragione. Ma l’antisemita non avrà mai il coraggio di leggere per intero o in parte un materiale così ben argomentato e storicamente documentato.

r.m.  


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UN’INTRODUZIONE

Ringrazio Carlo Panella che, coi suoi lavori, mi permette di inquadrare il violento scontro nel Vicino oriente in un contesto più ampio, in cui trova spazio il forte antisemitismo dell’islamismo radicale. Attingo generosamente al suo ultimo libro, Il libro nero di Hamas. L’antisemitismo islamico e il miraggio dei due Stati (Lindau, 2024) per proporvi queste poche paginette come introduzione al mio saggio «Gaza e dintorni. Dipanare le matasse arruffate dalla propaganda», apparso questa primavera sulla rivista  European Journal of Psychoanalysis.

Al momento ci si muove, a mio avviso, in un abbaglio colossale nella trattazione degli avvenimenti. I due «partiti» che si sono venuti creando, partono entrambe da una premessa sbagliata che poi chiarirò: si schierano, il primo, in un appassionato appoggio ai Palestinesi, se non, addirittura, ad Hamas, insistendo sul presunto genocidio che si starebbe consumando a Gaza. L’altro partito, pur condannando – talvolta, però, in sordina – l’eccidio bestiale del 7 ottobre, effettuato ai danni di civili ebrei inermi, e riconoscendo il diritto di Israele a difendersi, ritiene tuttavia eccessiva, non proporzionale (cosa significa?), la risposta di Israele.  Disgiunge, nel giudizio, i cattivi terroristi di Hamas dai poveri abitanti di Gaza. Presunti innocenti. Un sondaggio condotto da Arab World for Research and Development parla di un appoggio entusiasta del 63,6 % dei cittadini di Gaza all’assalto del 7 ottobre.[1] Come ho tentato di dimostrare, nel saggio sopracitato che seguirà questa breve introduzione, è fondamentale chiarire e dichiarare che l’attacco del 7 ottobre ha rappresentato l’atto iniziale della guerra scatenata da Hamas, che governa Gaza dal 2007, contro Israele. E come in tutte le guerre anche la popolazione civile viene a essere coinvolta. La questione da appurare è se i cittadini di Gaza, caduti negli scontri, abbiano rappresentato un obiettivo mirato dell’esercito israeliano o siano stati vittime accidentali.[2] Infiniti, nel passato, i casi in cui l’attacco armato di un esercito ha avuto come obiettivo primario quello di infierire sulla popolazione per fiaccare la resistenza del nemico. Vedi i bombardamenti sulla Germania (il più devastante quello anglo-americano del febbraio 1945 su Dresda), o quelli americani in Vietnam e soprattutto su Hiroshima e Nagasaki.[3] Per Gaza, al di là delle manifestazioni a livello mondiale pressoché quotidiane per condannare Israele (ma gli ostaggi ce li siamo dimenticati?),[4] qualcuno ha potuto dimostrare che ci siano o ci siano stati attacchi intenzionali contro la popolazione?[5]

lunedì 10 giugno 2024

ZIONISM/ANTI-ZIONISM

and the penetration of Jihadist Islamism in the wealthiest US and European universities

by Piero Bernocchi


BILINGUE: ENGLISH - ITALIANO


Frankly, some themes and issues in today's national and international debate regarding the Israeli-Palestinian war do not captivate me. I find them entirely "inextricable" and consider their hypothetical resolution unnecessary: for example, the fierce dispute over what Zionism has been and currently is. It's certainly a complex discussion, academically fertile, given that there are dozens of books, more or less interesting or "decisive," on the subject. However, it is utterly unproductive, as it should be common knowledge that there was a "left-wing" Zionism (summarized by the "socialist" kibbutzim) and an opposite, fascist-like one, particularly highlighted in recent months by Netanyahu and the thugs even to his right. Neither variant can claim the copyright on the term. Likewise, it seems unprofitable to discuss the opposite term, anti-Zionism, as it is equally evident from global events that there are "genuine" anti-Zionists who are not anti-Jewish, and fake anti-Zionists (of which there are many in the world recently, often unsuspected until recently) who use the term to mask their outright anti-Jewish hatred.


Another discussion that seems entirely academic and resolves nothing is the one about the "historical right of return" of Jews to Palestine. If approached on the level of epochal discourse, the problem appears intricate and complex: historical excursions attempted on this topic in recent months have only demonstrated the elusiveness and fundamental "non-decisiveness" of any argument. However, in my humble opinion, it is mainly a useless debate because Israel's legitimacy as a State did not come from "past historical merits," i.e., based on what happened a couple of thousand years ago, but from a United Nations resolution that overwhelmingly decided that part of Palestine should become the State of Israel. To exemplify the level of universal consensus obtained on this decision, the first two countries to recognize the Israeli State were the USA and the USSR, despite being globally hostile to each other: the Soviet Union even sent weapons when, in 1948, the Arab states that did not accept the UN decision waged war against Israel. The UN and almost all the nations of the time did not do this because they were inspired by the Old Testament but because not only the West but almost the entire world knew that the Holocaust was perpetrated by the Germans, but anti-Judaism had infected almost every country for many centuries, and the Holocaust was ultimately the sum and horrendous "apotheosis" of this. Thus, assigning a nation to the Jews, who never had one (and were historically accused of not identifying with any nation), was an attempt to erase a centuries-old and universal sense of guilt: and they certainly could not place a Jewish nation in Bavaria or the Rhineland or Saxony, i.e., in the home of their greatest massacres. In short, the choice of Palestine was not due to the collective acceptance of the Old Testament as historical truth but simply because there was no Palestinian State at the time, the Arabs in those areas were divided into small communities with different ethnicities or customs, and the neighboring Arab States had no intention of allowing the creation of a Palestinian State, each intending to take a piece of that land: so much so that in 1948 they opened hostilities against the newborn State.


But beyond these general considerations, the further and predominant reason why I dedicate little or no interest to all this is that what concerns me most here and now is what can be effectively intervened upon, particularly the issue that currently seems the real wound on the left (which is certainly not the lack of pro-Palestinian mobilization, which is indeed decidedly adequate, unprecedented, and unmatched for the Kurds, Syrians, against Erdogan, or the Iranian executioners, etc.): that is, the progressive penetration of Jihadist Islamism (which, simplifying, we can translate as "Islamism of the Holy War") on the left (no matter how you mean it) internationally, starting from the United States and its most prestigious and wealthiest universities. I have already written several articles on this topic recently, and the most recent and comprehensive one was published a few days ago on my website (Islamist Propaganda in Universities and Islamophilia: www.pierobernocchi.it).


However, enhancing these concerns of mine in the past week and motivating this new writing, were the words (published on his X, formerly Twitter, account) of Ali Khamenei, the self-declared Supreme Leader of Iran, addressed to the students of the most famous and wealthy US universities last week: "Dear university students in the United States of America, this message is an expression of our empathy and solidarity with you. You are on the right side of history, you have formed a new branch of the Resistance Front, you have started an honorable struggle against the ruthless repression of your government that openly supports the Zionists... My advice to you is to become familiar with the Quran." Plain and simple: clearer than that?! Imagine how much this commonality of intent between the number one Iranian executioner and the US students cheering for Hamas and its sponsors could have pleased an Iranian student hearing about "ruthless repression" on US campuses after seeing the truly ruthless and horrifying repression of hundreds of his colleagues massacred, tortured, and hanged from cranes for peacefully protesting against the monstrous dictatorship of the ayatollahs; or a young woman who saw many of her peers meet the same fate for not wearing the veil or not wearing it correctly; or a gay, lesbian, or trans person who remembers how many from their communities were literally torn to pieces in recent years for their sexual and affectionate preferences. Yet, from the Ivy League universities, there has been not a line or a breath to send back the "solidarity and empathy" of such a global executioner, almost as if, indeed, the students in struggle received encouragement and appreciation from a world political leader of high and universally recognized political, intellectual, and moral stature. Thus, he can legitimately hope that the "familiarity with the Quran" by the future leadership of US society will provide even greater satisfaction to the monstrous Iranian theocracy and its "subordinates" around the world.


ITALIANO

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.