L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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giovedì 7 dicembre 2023

SCAMBIO DI IDEE SUL NUCLEARE

di Roberto Massari e Michele Nobile

 

Una cosa d’altri tempi: A scrive una lettera a B. B risponde facendo notare gli errori di A. A si rende conto che B ha ragione e passa sulle sue posizioni. Ma decide anche di rendere pubblico lo scambio di idee, visto che contiene ben due autocritiche (in realtà una e mezza). Ve lo immaginate se facessero o facessimo tutti così? (r.m.) 

 

Caro Michele,

dopo la nostra chiacchierata telefonica riguardo all’incontro di Dubai, mi sono andato a documentare un po’ meglio sullo stato della produzione di energia elettrica da nucleare nel mondo.

Tale produzione cresce molto (ma non tanto come sarebbe necessario) e si amplia molto anche il numero dei paesi che in un modo o in un altro vi fanno ricorso. In https://it.wikipedia.org/wiki/Energia_nucleare_nel_mondo c’è una bella cartina a colori che chiarisce visivamente la situazione. A parte l’intera Africa e una fetta occidentale dell’America latina, quasi tutto il mondo sta usando o progettando di usare il nucleare. In nero sono invece raffigurate l’Italia, la Germania, l’Austria, la Danimarca e l’Irlanda che il nucleare lo hanno abbandonato per scelta politica e in qualche caso referendaria.

Inutile dire che prima o poi anche questi paesi dovranno tornare al nucleare per ovvie ragioni economiche, di concorrenza ecc. E nell’attesa che l’umanità trovi altre fonti non fossili produttrici di energia (a parte le rinnovabili già in uso), questa rimane la principale misura che può rallentare significativamente il riscaldamento della terra.

Quindi contrariamente a posizioni del passato che ho condiviso con la ex estrema sinistra, io spero ormai da qualche tempo che la produzione nucleare cresca rapidamente, si estenga anche ai Paesi poveri, e ovviamente abbia caratteristiche sempre più sicure in modo che non si ripetano i tre disastri (quello degli Usa 1979, dell’Ucraina sovietica 1986 e del Giappone 2011). Per il futuro si parla di fusione invece che di fissione, ma purtroppo non ho la competenza scientifica per capire veramente di cosa si tratti, ma capisco abbastanza che gli impianti di nuova generazione offrono garanzie di sicurezza sempre maggiori.

A fronte della grande diffusione di centrali nucleari funzionanti da decenni nel mondo (Usa, Francia, Russia, Cina ecc.) direi che il bilancio del passato (quei tre soli disastri) è tutto sommato accettabile visto che le previsioni per il 2050 sono che circa 21 milioni di persone dovranno morire in conseguenza del cambio climatico. Quante esplosioni delle centrali nucleari previste a Dubai per il 2050 (dove si è parlato di triplicare la produzione) equivalgono in vittime a questi 21 milioni?

Domanda scema.

Ma se nessuna delle centinaia di centrali in funzione o previste dovesse subire disastri?

Domanda un po’ meno scema, anche perché si combina col mio inguaribile ottimismo nei confronti del progresso scientifico. E qui tu ed io possiamo risparmiarci tutte le fesserie scritte nel passato, non da noi ma da altri, sulla presunta scienza «borghese» distinta da quella «proletaria»: pazzie marxologiche che qualcuno non mancherà di ripetere. 

Il fatto che in misura crescente ci si libererà dalla dipendenza petrolifera - quindi dal ricatto di paesi megaproduttori come la Russia e alcuni Paesi arabi (Venezuela a parte perché politicamente non tocca l'Italia) - avrà delle forti conseguenze politiche, comprese quelle cui accennavi tu.

Ed è qui che la mia mente si è imbarcata in un altro tipo di ragionamento che mi fa piacere comunicare a te e, per ora, a pochissimi altri.

Ed ecco l’altro ragionamento.

Noi della ex estrema sinistra italiana le battaglie le abbiamo perse praticamente tutte. Ciò non ha mai avuto una grande importanza perché la società dello spettacolo esige solo che l’estrema sinistra conduca le battaglie, ma che le vinca o le perda le è indifferente. E del resto le carriere politiche degli esponenti della ex estrema sinistra si sono costruite tutte sulle battaglie condotte a perdere, e mai su delle vittorie. Qualcuno ci prova ancora.

Ma è vero che le abbiamo perse proprio tutte?

No. La nuova generazione contestatrice e antisistemica nacque proprio con una vittoria, la prima e l’ultima veramente sua: abolimmo nel 1968 la legge 2314 del ministro della Pubblica istruzione Luigi Gui. Quella fu l’unica vittoria «nostra», fatta cioè dall’estrema sinistra (all’epoca non ancora corrotta e veramente di massa). I risultati di quella vittoria, però, non si videro mai e la scuola è diventata il mercimonio «aziendalistico» che sappiamo: simbolicamente vincemmo, ma materialmente perdemmo anche nel nostro mondo specifico, cioè la scuola e l’università.

In tempi più recenti abbiamo vinto il referendum sull’acqua (non da soli), ma la cosa non ha cambiato veramente nulla. La «vendita» privata dell’acqua continua ad essere quasi come prima. Ed io, forte di quel referendum vinto, dopo aver rifiutato di pagare la ditta Talete per ben 11 anni, alla fine mi sono dovuto arrendere quando mi hanno tagliato l’acqua, e ho dovuto pagare tutti gli arretrati (ma senza interessi e quindi un po’ ci ho anche guadagnato…)

La terza vittoria che mi viene in mente è quella del movimento contro la centrale nucleare di Montalto di Castro che è poi confluita nella vittoria al referendum del 1987 per la fine dell’energia nucleare in Italia.

Ebbene, delle tre «nostre» vittorie, questa è stata l’unica effettiva, reale. Di centrali nucleare non se ne sono più costruite e si sono spente quelle in funzione.

Perché solo questa vittoria è stata risparmiata dall’avversario? E poi, concretamente, chi era l’avversario?

Queste non sono domande sceme, perché prima o poi (spero prima che poi) in Italia si porrà nuovamente il bisogno di tornare al nucleare, come del resto fanno allegramente e da decenni nostri vicini importanti (come la Francia) e meno importanti (come la Slovenia; la Svizzera non ho capito bene come si stia muovendo). Sorgerà quindi un possente movimento di massa intenzionato a impedire che ciò accada, diretto da persone che sapranno benissimo di dover perdere, ma comunque faranno la loro carriera: gli Ermete Realacci e i Chicco Testa del futuro.

Probabilmente ci sarà una saldatura con gli eredi degli attuali sostenitori del traffico degli esseri umani, della distruzione di Israele e della sconfitta dell’Ucraina, oltre ai vari no Vax, no Tav, no Ponte, no Mose (a quando «no Tax»?), no a questo e no a quell’altro. Probabilmente perderanno, ma a me farebbe piacere sapere perché è stata rispettata la precedente vittoria.

Il no al nucleare ci ha rafforzati nella nostra dipendenza dalla Russia e dai Paesi arabi. C’era forse lo zampino di qualcuno di questi dietro quella vittoria? Me lo chiedo, consapevole di peccare di dietrologia e complottismo. Ma i conti non mi tornano.

La domanda non è scema perché c’è stato il grande precedente di Enrico Mattei, fondatore e capo dell’Eni, ucciso a ottobre 1962 proprio perché stava cercando di rendere l'Italia indipendente dal controllo petrolifero delle Sette Sorelle. Delle quali, all’epoca, la Russia non faceva parte.

Insomma, per strani meandri della mente, la mia riflessione sull’incontro di Dubai mi ha portato a ripensare sulla natura di questa vittoria contro il nucleare, la «nostra» unica vera vittoria (movimentista dapprima, referendaria poi) che la ex sinistra ha nel proprio paniere.

Quando questa decisione - che ormai considero retrograda e dannosa per l’ambiente - dovrà essere rivista, sorgeranno forze oscure intenzionate a difenderla, strumentalizzando i prevedibili movimenti locali. E avranno buon gioco perché sulle prime nessuna città italiana vorrà avere una centrale nucleare nelle proprie vicinanze, nell’ingenua convinzione che se esplodessero le centrali francesi o slovene (e nel futuro forse nuovamente svizzere) la loro città non sarebbe raggiunta dalla nube radioattiva.

Shalom

Roberto

 

* * *

 

Caro Roberto,

pensavo anch’io da tempo all’eventuale ricorso all’energia nucleare come misura per affrontare la crisi climatica globale in corso. Il motivo, giusto per indicare approssimativamente il tempo a disposizione, è che stando a una stima del 2022 ci restano solo nove anni e un ammontare massimo di emissioni di 380 miliardi di tonnellate di CO2 per avere un 50% di probabilità di evitare che il pianeta raggiunga la temperatura di 1,5°C. I tempi sono dunque strettissimi, ma sventuratamente esistono ottimi motivi per ritenere che saranno superati.

Quando giustamente protestavamo contro il nucleare civile - oltre che militare - e la costruzione di nuove centrali, non esisteva ancora la conoscenza scientifica del problema del riscaldamento globale. Anzi, ricordo che si parlava della possibilità del raffreddamento globale del pianeta. Il contesto è quindi completamente diverso da quello degli anni ’70; perfino ai tempi del referendum italiano che portò alla chiusura delle centrali, era il 1987, la questione non aveva ancora la rilevanza che avrebbe avuto di lì a pochi anni. Allora il problema era la sicurezza e il dramma di Čornobyl.

In questo nuovo contesto occorre considerare tutti i modi possibili per ridurre tutte le emissioni di gas serra causate dall’attività umana - in particolare di CO2 - e tra questi anche l’utilizzo della produzione d’energia elettrica in impianti nucleari. Insomma, il nucleare civile non si deve più considerare un tabù. Su questo concordiamo.

Tuttavia, io intendo l’utilizzo dell’energia nucleare come misura parziale e temporanea in vista di una ristrutturazione complessiva della società che sia ecologicamente compatibile. Qui la parola decisiva è «parziale», a cui potrei anche premettere un «assai». Questa è una posizione diversa da quella che hai espresso nella lettera, circa il fatto che l’energia nucleare «rimane la principale misura che può rallentare significativamente il riscaldamento della terra». Non è così, questo entusiasmo è eccessivo; il nucleare è al più una delle opzioni da considerare insieme ad altre. Si può cambiare idea a fronte del fatto nuovo del riscaldamento globale, considerare l’opportunità del ricorso anche al nucleare, rompere un tabù – un tempo legittimo – ma è altro dal dire che la via principale sia il nucleare. 

Non dico questo per via dei problemi di sicurezza già noti, che pure non sono poca cosa: sicurezza degli impianti; rischio di proliferazione delle armi nucleari; rischio che impianti nucleari siano attaccati durante una guerra; rischio che terroristi si impossessino di materiale nucleare; difficilissimo problema dello smaltimento delle scorie nucleari in siti sicuri per centinaia di migliaia di anni.

Sorvolo su cambiamenti socio-economici e mi riferisco proprio alla questione specifica della riduzione delle emissioni di gas serra, a quanto il mezzo – nucleare - sia adeguato al fine, l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale.

Innanzitutto, bisogna dire che l’impiego del nucleare dovrebbe essere simultaneamente sostitutivo delle fonti d’energia fossile nel quadro della riduzione del consumo totale di energia. Il rischio, altrimenti, è che si avvalori la logica di chi vuole ridurre il consumo delle fonti fossili solo dopo il rilancio del nucleare.

In secondo luogo, occorre considerare i tempi di costruzione delle stesse centrali nucleari. Nelle condizioni tecnico-scientifiche e finanziarie migliori, che sono quelle dei Paesi a capitalismo avanzato e della Cina e della Russia, che hanno già esperienza e conoscenze nel settore, la costruzione di una centrale nucleare richiede minimo almeno cinque anni, più spesso sette-otto e anche più. Ciò senza contare tempi di progettazione e approvazione dei progetti. Considerando anche questi ultimi, l’eventuale effetto positivo dell’ampia diffusione della produzione d’elettricità mediante impianti nucleari deve collocarsi verso i vent’anni. Troppo. Dalla progettazione all’operatività, i tempi di grossi impianti solari o a vento sono fra i due e i cinque anni.

In terzo luogo, in quale rapporto si trovano ora le fonti di energia rinnovabili e la produzione nucleare? E in che misura dovrebbe aumentare la produzione di energia elettrica nucleare come alternativa alle fonti fossili? Nucleare ed energie rinnovabili sono in questo momento allo stesso livello: il 10% e qualcosa della produzione di elettricità. Una frazione maggiore va alla produzione idroelettrica e il resto - 60% ca. - a fonti fossili. In realtà non c’è una tendenza generale alla crescita della fonte nucleare: è in Cina che si trova almeno la metà delle nuove centrali costruite nell’ultimo ventennio. Dunque, difficile immaginare che il nucleare possa coprire in tempo utile una parte significativa di quel 60% e passa delle fonti fossili.

In quarto luogo, occorre considerare il costo relativo di produzione delle diverse fonti. Nel corso dei decenni, il costo delle rinnovabili è caduto tantissimo, il costo del nucleare è aumentato: per unità di produzione d’energia è almeno da tre a cinque volte quello delle fonti rinnovabili. Il nucleare è una opzione da Paesi industrializzati e ricchi, in grado di sovvenzionare la costruzione di centrali, certo non per quelli sottosviluppati.

In quinto luogo, il problema non è solo e forse neanche principalmente quello della trasformazione della produzione d’energia ma dell’utilizzo della stessa. Alla produzione di elettricità va circa un quarto delle fonti di energia primaria (delle fonti non ancora trasformate in energia elettrica), il resto va ai trasporti, usi industriali e domestici. È in questi ultimi campi che si potrebbe agire più rapidamente per ridurre il consumo totale di energia, che resta l’obiettivo fondamentale. Pensa ai trasporti pubblici, alla riduzione dei trasporti aerei (che scandalosamente possono costare meno del treno), ai pannelli solari per abitazioni, all’isolamento termico ecc.

In sesto luogo, mi risulta che le emissioni totali di CO2 dell’intera filiera di un impianto nucleare, dall’estrazione di uranio alla sistemazione del combustibile nucleare esaurito, siano di poco inferiori a quelle di una centrale a gas. Queste emissioni sono molto superiori a quelle risultanti da fonti rinnovabili. Inoltre, tutti gli impianti con combustibili fossili e a uranio producono calore (e vapore acqueo); quelli solari lo sottraggono.

In sintesi: volendo progettare la transizione a una società sostenibile il nucleare non deve essere escluso a priori, ma la sua utilità è da verificare in base a situazioni concrete, alle alternative disponibili, ai costi-opportunità. In nessun caso questo deve essere inteso come via principale o alternativa a fonti di energia rinnovabili, alla riduzione del trasporto su gomma e aereo, alla riduzione dei consumi energetici in tutti i modi possibili. Le rinnovabili possono conseguire effetti più rapidamente e a minor costo del nucleare, e senza gli altri problemi associati all’uranio e al plutonio, viceversa con effetti di riduzione delle esternalità negative. Non esiste una soluzione tecnica, ma una molteplicità di soluzioni in tanti campi.

Il che rimanda a cambiamenti nella produzione e nel consumo, uso del suolo e deforestazione che in definitiva sono l’obiettivo da conseguire.

 Michele


Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

giovedì 12 marzo 2020

L’epidemia ai tempi dell’Antropocene



Cari compagni di Utopia rossa, vi prego di ignorare per una volta la nostra regola redazionale (cioè di pubblicare solo testi di utopisti rossi o di persone in dialogo con noi per non accrescere la Babele internautica) e fare un‘eccezione per quest’analisi di Mariella Bussolati, giornalista free-lance. È sintetica, è comprensibile, è sostanzialmente anticapitalistica e stabilisce un giusto rapporto tra il cambiamento del modo di vita attuale imposto dal virus e i futuri cambiamenti che saranno necessari per far fronte all’emergenza climatica. Insomma, il virus sta imponendo una sorta di prova generale, dimostrando nel suo piccolo che è possibile abbandonare modelli di vita e di consumo totalmente irrazionali onde far fronte alle scadenze ben più drammatiche che attendono l’umanità nei prossimi decenni.
Un rivoluzionario utopista rosso non avrebbe potuto dirla meglio e più chiaramente. Vi prego quindi di pubblicare subito questo testo, sperando che altri siti condividano l’importanza di farlo circolare. E soprattutto sperando che, finita l’emergenza, non ritorni tutto come prima. Grazie.
(r.m.)

L’emergenza coronavirus può insegnarci ad affrontare quella vera: il clima 

L’Italia è paralizzata. L’impatto delle misure di sicurezza che si sono rese necessarie per cercare di fermare l’epidemia di coronavirus non ha precedenti nella storia. Pensavamo di vivere in una società che dava spazio a ogni libertà, siamo finiti invece nella situazione contraria.
Come andrà a finire non dipende neppure solo da noi ma dalle caratteristiche del virus, e soprattutto da quel che succederà nelle altre nazioni, ricche o povere, di ogni continente. Perché siamo tutti interconnessi, dunque una malattia che ha il difetto di sfruttare proprio i contatti ha autostrade a disposizione.
L’epidemia, ai tempi dell’Antropocene, sta avendo anche un altro potente effetto: sta mettendo in luce i difetti del modello di business della globalizzazione e dello sfruttamento dell’ambiente.
Chiusura di tutte le scuole, posti di controllo, cancellazione di tuti gli eventi pubblici. Filiere di lavoro interrotte, aziende che iniziano ad avere problemi, lavoratori, precari, i cui lavori diventano ancora più intangibili.
Rapporto tra aumento della temperatura e potenziale distribuzione
 delle zanzare vettore dei virus di Zika-Dengue-Chikungunya
A causa del virus ci troviamo a mettere in discussione i pilastri della nostra società globalizzata, limitando la catena di approvvigionamento delle merci su cui si basa l’intero modello economico, con l’arresto di intere produzioni industriali nelle regioni più colpite dall’epidemia che porta alla riduzione di una disponibilità di componenti, prime tra tutte quelle per le automobili (Toyota e Hunday) e i cellulari (Google, Samsung), e di farmaci.
E come stiamo vedendo anche le borse, il simbolo del capitale, reagiscono negativamente. A questo si aggiungono regole di comportamento perfino per le nostre relazioni, come il metro di distanza, che ci rendono difficile esprimere la caratteristica più umana che ci sia: quella di essere un animale sociale.
È una dura lezione che la natura sta dando all’uomo. 
C’è qualcosa che dobbiamo imparare? Servirà anche per affrontare l’altra crisi, quella più grave per il nostro futuro, quella di cui abbiamo già avuto evidenze, ovvero quella ambientale?

mercoledì 4 dicembre 2019

LA CRISI DEL PIANETA, OGGI


di Andrea Vento
                (Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati)







(Un quadro generale della situazione ambientale, politica e dei movimenti sociali all'apertura della Cop 25 [Conference of parts, 25esima edizione]. Come introduzione al progetto scolastico proposto dal Giga per formare gli studenti alle tematiche ambientali)

La crisi del pianeta sta manifestando giorno per giorno il suo inesorabile incedere attraverso il manifestarsi di una molteplicità di effetti che disvelano agli occhi dell'umanità la gravità della situazione dell'ecosistema terrestre, il cui stato di crisi si sta pericolosamente avvicinando verso il punto di non ritorno (tippingpoint).
La leadership politica internazionale, al di là di formali dichiarazioni e proclami di circostanza, sino ad oggi, ha minimizzato, se non ignorato, la gravità della situazione e salvo alcuni provvedimenti estemporanei, marginali e dalla scarsa efficacia, si è sostanzialmente astenuta dall'affrontare la situazionein modo strutturale e incisivo, evitando di prendere seriamente in esame le cause alla base della crisi climatico-ambientale, venendo così meno alla sua funzione istituzionale di guida delle comunità e di gestione del bene comune.   
Nel panorama dell'immobilismo mondiale, spicca ogni anno, la Cop, la Conferenza sui cambiamenti climatici, una iniziativa promossa dall'Onu a livello governativo con lo scopo di valutare il processo di alterazione dell'atmosfera terrestre, di individuarne le cause e, una volta accertatane l'origine antropica dagli scienziati dell'Ipcc (il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico dell'Onu), di indurre i leader politici ad assumere impegni per contrastare le emissioni inquinanti, il riscaldamento globale e i mutamenti delle condizioni meteo-climatiche, con i loro devastanti effetti per il pianeta e per l'uomo.

mercoledì 4 aprile 2018

DIECI RIFLESSIONI E UN COMMENTO: IL CICLO DELLA PAURA IN PIENO ANTROPOCENE, di Roberto Savio e Michele Nobile

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

È ormai chiaro che siamo in un periodo di transizione, anche se non sappiamo verso dove. Ma è evidente che il sistema politico, economico e sociale che ci ha accompagnato dalla fine della Seconda guerra mondiale non è più sostenibile.
Secondo Amnesty International, le diseguaglianze in crescita esponenziale ci hanno quasi riportato ai livelli del tempo della regina Vittoria: oggi a livello globale, tuttavia. Dieci anni fa, 652 individui avevano la stessa ricchezza di 2,3 miliardi di persone: ora sono appena otto.
Secondo le proiezioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, i diciottenni di oggi andranno in pensione in media con 632 euro.
Nonostante le dichiarazioni ufficiali, e nell’indifferenza generale, stiamo raggiungendo il limite dei 2 gradi centigradi di aumento della temperatura atmosferica dal 1854, soglia oltre la quale il nostro pianeta subirà cambiamenti irreversibili.
La finanza si è staccata dall’economia creando un mondo proprio, il solo senza organismi internazionali di controllo, in cui le transazioni finanziarie giornaliere sono quaranta volte superiori alla produzione di beni e servizi dell’intero pianeta. Dal 2009, le principali banche hanno pagato oltre 800 miliardi di multe per operazioni illegali.
La partecipazione politica è scesa da una media dell’86%, nel 1960, al 63,7% di oggi.
Sebbene un’analisi profonda sia assai complessa e investa tutti gli aspetti della nostra vita, è possibile individuare importanti - e allo stesso tempo semplici - punti di riflessione su cui soffermarci insieme.

Riflessione nº 1

La crisi ha radici profonde.
Nel 1973, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adottò all’unanimità un piano di governabilità globale - progettato per ridurre le diseguaglianze tra i suoi membri - conosciuto con il nome di Nuovo Ordine Economico Internazionale. Il piano nacque con l’appoggio degli Stati Uniti (anche se promosso da Messico e Algeria).
Il sistema internazionale post-guerra - di cui sono parte, per esempio, le Nazioni Unite - era stato realizzato su iniziativa degli Stati Uniti, principali vincitori della Seconda guerra mondiale, che avevano interesse a preservare la pace e lo sviluppo in seguito a un conflitto in cui persero 405.000 soldati su una popolazione di 132 milioni di persone. La Germania ne perse più di cinque milioni su 78 di abitanti, di cui oltre due milioni di civili, contro 8.000 negli Usa e quasi tredici milioni in Urss.
Le Nazioni Unite furono create con l’impegno di Washington di contribuire al bilancio per il 25%, il che illustra la differenza con l’oggi, in cui Trump minaccia di ritirarsi.
Ma fino al summit di Cancún del 1981, che riunì i ventidue Capi di Stato più importanti del mondo (escluso il campo comunista), si viveva nell’illusione della fine delle diseguaglianze, sulla base di una democrazia mondiale in cui la maggioranza dei Paesi avrebbe deciso il corso da seguire per il bene comune.
Il neoeletto presidente Reagan era presente a Cancún e annunciò che gli Stati Uniti non avrebbero più accettato di essere sottomessi alle regole di un’astratta democrazia mondiale. Gli Usa - disse - non sono una nazione come le altre, e torneranno a decidere la loro politica internazionale e commerciale. Allo stesso vertice partecipava anche Margaret Thatcher, che divenne la sponda europea di Reagan.
Era nata una diversa visione del mondo: «la società non esiste. Esistono gli individui» (Thatcher); «non sono le fabbriche che fanno polluzione, bensì gli alberi» (Reagan). La povertà produce povertà, la ricchezza produce ricchezza. Di conseguenza i ricchi vanno tassati il meno possibile, perché distribuiscono ricchezza.

Riflessione nº 2

Nel 1989, pochi anni dopo Cancún, crollò il Muro di Berlino: era la fine delle ideologie, camicie di forza che ci avevano condotto a Nazismo e Comunismo.
L’idea-forza era che bisogna essere pragmatici. La politica doveva risolvere i problemi concreti, non perseguire utopie. Ma la soluzione di un determinato problema senza che questo sia inserito in una visione complessiva della società - destra o sinistra, poco importa - si chiama in realtà utilitarismo, e la politica rivolta all’amministrazione invece che alle idee allontana la partecipazione politica e aumenta la corruzione.
Senza programmi ideali, l’importanza della personalità del politico, possibilmente telegenico, cresceva e si misurava in TV anziché nelle pubbliche piazze. Il marketing, non le idee o i programmi, divenne lo strumento principale per le campagne elettorali.

Riflessione nº 3

Allo stesso tempo, la globalizzazione neoliberale si impose come pensiero unico senza alternative (il There Is No Alternative - TINA - di Thatcher; è interessante notare che, prima della caduta del Muro, il termine globalizzazione non era mai comparso nei media).
Questa globalizzazione si basava sul modello socioeconomico e politico del cosiddetto Washington consensus, il paradigma di sviluppo imposto da Fondo monetario internazionale, Banca mondiale e Tesoro degli Stati Uniti. Prevedeva l’adozione delle seguenti riforme: stabilizzazione macroeconomica, liberalizzazione (di commercio, investimenti e finanza), privatizzazione e deregolamentazione.
Eliminava dovunque le barriere di protezione nazionale, riduceva le spese non produttive (educazione, sanità e assistenza sociale) e promuoveva la libera competizione fra gli Stati. Famosa la definizione che ne diede Kissinger: «il nuovo paradigma della supremazia americana». I Paesi in via di sviluppo la vissero come sottomissione alle regole economiche imposte dal Nord. Ma Kissinger non vide che una volta aperta la via della libera competizione, la Cina e altri Paesi sarebbero emersi.

Riflessione nº 4

La reazione della sinistra al pensiero unico fu la «terza via», proposta con successo da Tony Blair: era tempo di abbandonare le vecchie idee della sinistra e cavalcare la globalizzazione, accettando la mancanza di alternative.
La socialdemocrazia, da Blair a Renzi, cerca di trasformarsi in un partito trasversale che abbracci anche il centro, con una politica di fatti concreti e priva di gabbie ideologiche superate.
Di fatto, in questo modo la sinistra ha perso la sua base popolare, e la crisi del 2008, dovuta all’assenza di controlli sulle banche nordamericane e approdata poi anche in Europa (con la sinistra al governo quasi ovunque), elimina la sua capacità di redistribuire il surplus.
Operai, ceti medi in crisi e vittime della globalizzazione cercano nuovi difensori e votano per Le Pen (Francia), Farage (Gran Bretagna), Wilder (Paesi Bassi) e così via, fino a scegliere Salvini e il Movimento 5 Stelle (Italia).

Riflessione nº 5

Numerosi storici ritengono che la cupidigia e la paura siano stati fra i principali motori di cambiamento nella storia.
Nel suo ultimo libro, Nel nome dell’umanità, Riccardo Petrella sostiene che questi motori siano stati avviati utilizzando tre «trappole»: in nome di Dio, in nome della Nazione e in nome del Profitto. Non c’è dubbio che dalla caduta del Muro di Berlino i valori della globalizzazione (competizione, profitto, individualismo ed esaltazione della ricchezza), insieme alla scomparsa della giustizia sociale (solidarietà, trasparenza, equità ecc.) dal dibattito politico, abbiano creato un’etica basata sull’avidità.
E vent’anni dopo, nel 2009, la crisi economica e finanziaria - prima negli Stati Uniti (legata alla speculazione immobiliare) e poi in Europa (dovuta ai titoli sovrani) - ha aperto un secondo ciclo: quello della paura.

Riflessione nº 6

Il ciclo della paura nel quale siamo immersi (senza aver abbandonato l’avidità e mentre tornano di nuovo in uso le tre «trappole») ha creato una nuova destra che non è costruita sulle idee, ma basata sulle emozioni.
La Brexit e Trump ne sono le manifestazioni più evidenti, ma il fenomeno reale è molto più profondo. Ci troviamo in una società liquida non strutturata su ideologie o classi. E in questa società è facile veder salire alla ribalta leader che cavalcano paura e cupidigia.
La crisi del 2009 si aggiunge ai massicci flussi migratori provenienti da Paesi invasi dall’Occidente per deporne i dittatori ed istituire automaticamente la democrazia. (Tuttavia, la disgregazione della Iugoslavia - una nazione moderna ed europea - dopo la morte di Tito avrebbe dovuto costituire un monito.)
Non è la democrazia ad essere introdotta, ma caos, guerre civili, sangue e distruzione.
Nel 2003, George W. Bush iniziò l’invasione dell’Iraq. Nel 2011, in Siria scoppiò la guerra civile, diventando ben presto uno scontro fra potenze arabe, Europa, Stati Uniti e Russia (risultato: sei milioni di sfollati e mezzo milione di morti). Nel 2013, Sarkozy spinse per un’invasione della Libia.
Dalle rovine dell’Iraq nacque l’Isis - terrorismo in nome di Dio, per un ritorno all’Islam originario (il Wahhabismo, finanziato in tutto il mondo dall’Arabia Saudita con 80 miliardi di dollari negli ultimi vent’anni). Quindic’anni prima, i veterani della guerra finanziata dagli Stati Uniti contro l’occupazione sovietica in Afghanistan si erano riuniti sotto la guida di Osama Bin Laden in un’altra struttura, al-Qaida, mettendo in atto il primo attacco della storia su suolo nordamericano, nel 2001.
Come dice El Roto, celebre vignettista di El País: «noi gli mandiamo bombe, e loro ci mandano migranti».
Sui rifugiati in arrivo scattano due delle tre «trappole»: in nome di Dio e in nome della Nazione.
Ora, in Europa, i partiti identitari e sovranisti sono la seconda forza politica, davanti a quelli socialisti. Se oggi si tenessero le elezioni europee, la destra radicale otterrebbe quaranta milioni di voti. È al potere in Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Austria, ma condiziona pure i governi dei Paesi nordici, dell’Olanda e della stessa Germania (da quando Alternative für Deutschland ha ottenuto 92 seggi).
In Ungheria, Orbán ha lanciato la cosiddetta «democrazia illiberale», la Polonia ha denunciato il laicismo dell’Unione europea e convoca una grande marcia con i populisti e sovranisti di tutto il continente, al grido di «in nome di Dio». Il Gruppo di Visegrád (Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia e ora anche Austria) ha denunciato il cedimento dell’Europa all’Islam e creato una frattura Est-Ovest in Europa, che si aggiunge a quella Nord-Sud sulla visione dell’economia: austerità o solidarietà.
C’è però una novità: gli Stati Uniti intervengono in Europa appoggiando apertamente i partiti della destra nazionalista e xenofoba, che allo stesso tempo guardano non solo a Trump, ma anche a Putin (che sta pure intromettendosi nelle elezioni europee), considerandolo un punto di riferimento.
Come risultato, in un’Europa che invecchia rapidamente (in Italia, per esempio, i giovani tra i 18 e i 25 anni sono il 3% degli aventi diritto al voto), l’immigrazione è diventata una grande bandiera della destra populista e xenofoba.
Nel frattempo, il Fondo monetario internazionale ha lanciato un avviso: l’Europa ha bisogno in tempi brevi di assorbire 20,5 milioni di immigrati, in modo da poter sostenere il suo sistema pensionistico e mantenere i livelli di produttività. Le statistiche mostrano che gli immigrati contribuiscono al sistema più di quanto costino; costituiscono la grande maggioranza delle nuove piccole imprese e il loro sogno è essere integrati rapidamente nel sistema europeo.
Ma non esiste un dibattito sull’immigrazione e su quali categorie di immigranti accogliere. Tutti sono ormai visti come pericolosi invasori, intenti a distruggere l’identità europea, alla criminalità e a togliere il lavoro ai cittadini europei, vittime di una diffusa disoccupazione. Perfino Trump, in un Paese costituito da immigranti, ha fatto del controllo sull’immigrazione uno dei suoi cavalli di battaglia.
Un fenomeno tragico è che i giovani, assai meno dei pensionati, non sono più attivi politicamente. Nella storia, i giovani irrompono sulla scena politica per cambiare il mondo che trovano. Se avessero votato, la Brexit non si sarebbe verificata. Ma il sistema politico - degli anziani - li ignora. In Italia, il governo Renzi ha stanziato 30 miliardi di euro per salvare quattro banche. Nello stesso anno, il bilancio totale per i giovani italiani era di due miliardi.
Dalla creazione delle Nazioni Unite nel 1945, siamo passati da 2,5 miliardi di abitanti ai 7,6 miliardi di oggi. La crescita si fermerà solo nel 2050, quando saremo 9,5 miliardi. O troviamo un accordo sulla governabilità e l’immigrazione di cui necessitiamo, oppure dovremo sparare sugli immigranti, come alcuni hanno già proposto.

giovedì 23 novembre 2017

UNA CONFERENZA SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI ALL’INSEGNA DELL’IMMOBILISMO, di Andrea Vento (Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati)

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

© World Meteorological Organization
Le grandi speranze in un’intesa storica per il contenimento del riscaldamento globale, suscitate dai proclami dei leader mondiali precedenti la recente Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, sono evaporate.
Il ‘clima’ di fiducia che circondava la conferenza - tenutasi a Bonn dal 6 al 17 novembre, ufficialmente nota come 23a sessione della Conferenza delle Parti (COP23) e presieduta dalle isole Figi - è subito scomparso nel nulla nel momento in cui gli esperti ambientali hanno analizzato quanto era stato realizzato.
Le critiche si sono concentrate sulla mancata istituzione di un «comitato di controllo per il rispetto delle disposizioni» e di un «meccanismo sanzionatorio» per i Paesi che non rispettano gli impegni sottoscritti.
In pratica si tratta di accordi giuridicamente non vincolanti, la cui messa in atto è legata soltanto alla sensibilità ambientale e alla determinazione politica dei vari governi, che però molto spesso sono condizionati da enormi interessi economici, in primis quelli delle multinazionali del settore energetico e automobilistico.
La Conferenza di Bonn, che in molti credevano avrebbe dovuto accelerare l’azione e fissare regole più stringenti sulle misure per combattere i cambiamenti climatici, si è conclusa senza alcuna decisione di rilievo, tant’è che al vertice di Parigi di dicembre si terrà una sorta di “sessione suppletiva”.
Un fallimento in parte annunciato che è stato confermato dall’assenza dei più importanti leader mondiali (ad eccezione di Angela Merkel ed Emmanuel Macron) e del grande circo mediatico internazionale, che ha in buona parte disertato l’evento.
Tuttavia, nonostante il loro basso profilo, quattro sono state le decisioni degne di nota:

• approvazione di un Gender Action Plan (sicuramente apprezzabile, ma che non ha un’importanza significativa per i problemi climatici);
• riconoscimento del ruolo dei «popoli indigeni» (considerati ufficialmente una risorsa, non più un ostacolo) nella lotta ai cambiamenti climatici, nella conservazione della biodiversità e nella salvaguardia dell’ambiente;
• attivazione del Gruppo di lavoro tematico - TWG - sull’agricoltura, la sicurezza alimentare e l’uso del suolo (dopo sei anni di trattative evanescenti, alla COP23 è stato riconosciuto che i cambiamenti climatici aggravano l’insicurezza alimentare delle popolazioni più fragili e che, contemporaneamente, le odierne pratiche agricole “agro-industriali” incidono sulle emissioni di gas serra all’incirca per il 21% del totale, imponendo un radicale ripensamento del settore dell’industria agroalimentare);
• sanzione del “sorpasso” delle realtà locali - regioni, città, comuni, comunità indigene ecc. - sulle rappresentanze ufficiali degli Stati (il caso della California è emblematico: nonostante Trump abbia disconosciuto l’accordo di Parigi, a Bonn il suo governatore Jerry Brown ha annunciato che manterrà le promesse fatte).

Per tutto il resto ci troviamo in un’impasse totale.
Nella pratica non sono state prese decisioni significative in merito a quanto segue:

• un meccanismo di risarcimento dei danni e delle perdite;
• finanziamento delle misure di compensazione finalizzate ad indurre i Paesi in via di sviluppo a ridurre le emissioni;
• trasparenza dei finanziamenti da concedere per la realizzazione delle misure di mitigazione e adattamento.

Le responsabilità del fallimento sono riconducibili principalmente agli egoismi nazionali dei Paesi più industrializzati, che, benché proclamino di voler andare avanti a prescindere dalle posizioni di Trump, si sono distinti per la propria assenza oppure per dichiarazioni “fumose”. Ne è un esempio la cancelliera tedesca Merkel, che inizialmente ha affermato che «il cambiamento climatico è una questione che definisce il nostro destino in quanto genere umano - essa determinerà il benessere di tutti noi», salvo poi correggere prudentemente il tiro: «non è facile» onorare l’impegno assunto di chiudere le centrali a carbone a causa di «problemi sociali e legati all’occupazione», rinviando di fatto a tempi imprecisati la decarbonizzazione energetica nel suo Paese.
Secondo Merkel, al momento ciò comporterebbe un aumento del costo dell’energia.
Il fallimento dei lavori della conferenza sul clima si trova riassunto nel documento conclusivo, in cui si richiede in modo esplicito al segretario generale dell’Onu António Guterres di preoccuparsi che gli Stati membri mettano effettivamente in pratica quanto è stato deciso.

Lo stato attuale dell’atmosfera

Mentre in Germania andava in scena la rituale commedia delle parti fatta di attendismo e inconsistenza, i rapporti in materia pubblicati da vari istituti di ricerca fotografavano un’allarmante evoluzione sia della composizione chimica dell’atmosfera che delle condizioni meteo-climatiche globali.
Secondo il report sul clima diffuso ad inizio novembre dall’Organizzazione meteorologica mondiale (WMO), la concentrazione di CO2 (principale gas serra) in atmosfera si è ormai stabilizzata ben oltre le quattrocento parti per milione - passando infatti dalle 400 rilevate nel 2015 alle 403,3 della fine dell’anno successivo.
Ciò rappresenta uno sforamento strutturale della soglia di sicurezza fissata a quota 350, oltre la quale le possibilità di riduzione diventano estremamente complesse.
Per l’appunto, anche se oggi riuscissimo ad eliminare del tutto le emissioni inquinanti, la concentrazione di CO2 in atmosfera continuerebbe ad aumentare per alcuni decenni - a causa dell’inerzia del fenomeno - rendendo problematico il rientro sotto tale soglia.
Questa particolarità, tipica dei sistemi complessi, è confermata dal rapporto annuale dell’Agenzia olandese di valutazione ambientale (NEAA), da cui risulta che nel 2016 - per il terzo anno consecutivo - le emissioni globali di CO2 sono rimaste invariate, ma ciò non è servito, tuttavia, a contenerne l’aumento della concentrazione in atmosfera.

venerdì 17 novembre 2017

FINO A BONN IN BICICLETTA PER LA COP23 SUL CLIMA: INTERVISTA AD ANTONIO MARCHI, di Donatello Baldo

Il sindaco di Bonn riceve Antonio Marchi e gli altri «reduci», 10 novembre 2017
È tornato oggi [il 12 novembre (n.d.r.)], il ritorno l’ha fatto con FlixBus, ma l’andata Venezia-Bonn se l’è pedalata tutta: dieci tappe, 1.200 chilometri oltrepassando il passo del Brennero (fortunatamente senza neve). Sono partiti in cento, fino a Borgo Valsugana erano in settanta, a Monaco di Baviera ventisei e all’arrivo sono rimasti in quattordici.
«Alcuni ci hanno voluto accompagnare per qualche centinaio di chilometri, in maniera simbolica - racconta Antonio Marchi - fino a Bassano del Grappa c’era anche Moreno Argentin». Sono andati a Bonn in occasione della COP23, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che affronta anche il tema del riscaldamento globale.
«Siamo stati accolti dal sindaco con tanto di fascia tricolore - continua - i soliti ricevimenti, che però oltre la formalità fanno trasparire anche tanta umanità. Il nostro intento era quello di dare un segnale, di partecipare, di prender parte su un tema enorme che avrà a che fare con la vita delle future generazioni».
«La questione è una - chiarisce - curare il clima finché siamo in tempo. Ma tutti parlano e nessuno fa mai niente. Poi arriva il Trump di turno e quel poco che si sta facendo rischia di andare a rotoli. Ma anche gli Americani si accorgeranno che così non si può andare avanti, la questione è anche economica: l’economia è alla base di tutto».
«L’idea è partita dal Pedale Veneziano, non nuovo a imprese del genere. Questo gruppo di ciclisti è andato anche Parigi - aggiunge - sempre per la Conferenza sul clima [del 2015 (n.d.r.)], ma negli anni scorsi è arrivato fino a Pechino: 12 mila chilometri». Marchi era l’unico trentino del plotone, «anche se a dire il vero sono trentino solo di adozione; io sono trevigiano, di Villorba».
Appassionato di bici ma anche di politica, non è uno che pedala per fare le gite fuori porta. «Scherzi? Io sulla bicicletta ci sono nato e cresciuto, per tre anni ho svolto un percorso da professionista, prima fra gli Esordienti e poi fra gli Allievi. Senza enfasi - dice modestamente - ma ero una speranza del ciclismo trevigiano: i risultati c’erano, la passione anche».
Quelli che al tempo gareggiavano con lui hanno fatto carriera. «Giovanni Battaglin, Claudio Bortolotto - cita alcuni nomi - ma anche Francesco Moser, che ha la mia stessa età. Ma poi c’è stato l’incidente: nel 1969 ad Asolo, mentre correvo, in seguito a uno scontro con un’auto ho avuto la paralisi del braccio sinistro».
«Grazie a un gruppo di amici, di compagni - sottolinea - sono uscito dalla disperazione che ne è seguita ed è partita la mia battaglia politica». Con loro fondò un Centro di cultura proletaria, che diverrà poi l’embrione dell’esperienza politica che più lo ha segnato, quella di Lotta Continua.
Aveva anche ripreso la bicicletta. «Il fisico c’era (anche senza un braccio), ma mi era passata l’ossessione per il risultato». La politica prevaleva sull’agonismo. «Con Lc siamo andati avanti fino agli anni ‘80 - spiega - ben oltre lo scioglimento del 1976. Ma con la strage di Bologna abbiamo chiuso i battenti: avevamo capito che in Italia sarebbe stato impossibile fare la rivoluzione».
Tuttavia la determinazione del combattente non l’ha mai persa, anche di fronte alle sconfitte politiche. Da cane sciolto (si sarebbe detto un tempo) ha partecipato a mille iniziative: per la pace, per la difesa dei beni comuni, per i diritti; aggregandosi a chi organizzava le piazze della protesta o partendo in solitaria, in sella alla sua bici.
Epico, da inserire tra i guinness dell’impegno politico, il viaggio attraverso l’Italia di qualche anno fa. «Ho fatto 3.950 chilometri per ricordare i miei amici e compagni caduti, Alex Langer e Mauro Rostagno. Tutti e due avevano frequentato sociologia [a Trento (n.d.r.)], tutti e due di Lotta Continua».
Antonio Marchi ha collegato i due cimiteri: quello di Vipiteno, dove riposa Langer, e quello siciliano di Ragosia, dov’è sepolto Rostagno. «Il ritorno l’ho fatto sul litorale adriatico, mentre l’andata su quello tirrenico. A Pisa mi sono fermato per incontrare Adriano Sofri, che era stato da poco incarcerato perché ritenuto implicato nella morte del commissario Calabresi».
Ma torniamo all’oggi, all’ultima impresa. «In fondo tutto è collegato - rimarca - da anni lottiamo per un mondo migliore, da anni manifestiamo contro le guerre, e questa è un’altra guerra, perché tra le conseguenze dei cambiamenti climatici c’è la mancanza d’acqua, che genera scontri già ora: guarda quanto succede fra Israele e Palestina».
«La nostra generazione passerà il guado, ma la prossima si troverà di fronte a un problema enorme che determinerà ancora una volta la divisione del mondo tra chi ha le risorse e chi invece no, di nuovo la sopraffazione del ricco sul povero». Ancora guerre, dunque. «L’obiettivo qui è la salvezza dell’umanità intera; se viene messa in pericolo si pone a rischio il bene comune: lo scontro è inevitabile».
Marchi non si considera però un pacifista. «Davanti a questa parola un po’ mi irrigidisco - chiosa - perché sono pacifista fino a quando il rapporto è basato sul dialogo, ma poi depongo la bandiera della pace e sono pronto allo scontro: si deve tener conto che se c’è chi non ragiona, allora bisogna lottare».

lunedì 28 marzo 2016

ALLARME CLIMA: FEBBRAIO IL QUINTO MESE CONSECUTIVO CON TEMPERATURE SUPERIORI DI UN GRADO RISPETTO ALLA MEDIA, di Andrea Vento (Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati)

I dati climatici diffusi dalla Nasa relativi al mese di febbraio confermano l'allarmante dinamica del surriscaldamento terrestre in atto e gettano sinistre ombre sulla sostenibilità dell'accordo raggiunto alla COP21 di Parigi, nel dicembre scorso. Il mese da poco concluso, infatti, non solo è risultato il febbraio più caldo dal 1880, inizio delle rilevazioni globali, ma addirittura quello con lo scostamento più elevato, ben 1,35 gradi, rispetto alla temperatura media del corrispondente mese rilevata nel trentennio 1951-1980, superando nettamente l'effimero record registrato in gennaio, con +1,14 gradi.
Tuttavia è la tendenza degli ultimi mesi a destare grande preoccupazione, tanto da spingere Stefan Rahmstorf del Potsdam Institute for Climate Impact Research a dichiarare che «siamo in una sorta di emergenza climatica. La situazione è davvero stupefacente e assolutamente senza precedenti». Secondo i dati della Nasa, siamo in presenza del quinto mese consecutivo in cui la temperatura media supera di un grado quella del trentennio di riferimento, con un trend crescente estremamente preoccupante. I primi due mesi del 2016 sono stati, infatti, preceduti dagli ultimi tre del 2015, anch'essi con temperature abbondantemente oltre la media: ottobre (+1,06 gradi), novembre (+1,03) e dicembre (+1,10). Estendendo l'analisi a tutto il 2015 rileviamo come, sempre in base ai dati forniti dalla Nasa e dall'Agenzia Federale per la Meteorologia (Noaa), siano stati ben dieci i mesi che hanno registrato un record di temperatura media, con le uniche eccezioni di gennaio e aprile. Nell'arco dell'intero anno la temperatura media terrestre è risultata di 1 grado superiore a quella del decennio 1880-1889, il primo dall'inizio delle rilevazioni, superando il precedente record del 2014 di 0,14 gradi. Situazione, come stigmatizzato dai meteorologi, estremamente preoccupante non solo per il record del 2015, il più caldo degli ultimi 136 anni, ma, soprattutto, per l'inarrestabile trend crescente delle temperature medie mensili.
I valori diffusi dalla Nasa si riferiscono alla media terrestre, omogeneizzando condizioni regionali che in alcune aree del pianeta assumono dimensioni ben più allarmanti. In particolare, secondo uno studio del Politecnico federale di Zurigo, nell'Artico e nelle aree adiacenti la temperatura avrebbe superato di 2 gradi la media del periodo preindustriale ormai da quindici anni e nel Mediterraneo, negli Usa e in Brasile potrebbe raggiungere questa soglia già nel 2030. Aggiungendo come un aumento della temperatura media terrestre di 2 gradi si concretizzerebbe con incrementi fino a 6 gradi in alcune zone del pianeta, soprattutto quelle a maggior densità di popolazione. Appare chiaro come, alla luce di queste ricerche, l'accordo di Parigi mostri limiti ancor più evidenti rispetto a quelli denunciati, non solo dagli ambientalisti, all'indomani della chiusura della COP21. Se forti perplessità erano state sollevate rispetto alla mancanza di controlli e alle modalità di contenimento delle emissioni, nonché sui tempi lunghi di verifica, la prima delle quali nel 2023, particolarmente critico appare il rispetto del limite di 1,5-2 gradi di aumento della temperatura media terrestre entro il 2050. Considerando l'inerzia atmosferica, anche procedendo ad un ipotetico immediato blocco degli incrementi delle emissioni di gas serra, in base ai dati di febbraio gli obiettivi di Parigi potrebbero essere sforati già nell'arco di qualche lustro.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.