L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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martedì 28 marzo 2017

CARLO BALDELLI: UN LUTTO PER UTOPIA ROSSA, di Andrea Furlan e Mauro Giovannini

Sabato 25 marzo, presso la sua abitazione a S. Maria delle Mole (Castelli Romani), il nostro compagno Carlo Baldelli è stato colpito da un attacco di cuore. A nulla sono serviti i soccorsi e il trasporto all'ospedale di Albano.
La vita di Carlo (detto «Carlone» per amici e compagni a causa della sua imponente mole) è sempre stata caratterizzata da un attività politica intensa: militante dei movimenti degli anni '70, attivo nella campagna contro il nucleare, membro del partito di Democrazia proletaria agli inizi degli anni '80. Terminata l'esperienza di DP, per qualche tempo Carlo si allontanò dalla politica attiva, deluso dalla fine ingloriosa di quell'organizzazione. Ma poi aderì a Rifondazione comunista.
E fu insieme a lui che nel 2007 - come circolo «Rosa Luxemburg» di S. Maria delle Mole - uscimmo da Rifondazione, rifiutando di accettare il voto di quel partito a favore del rifinanziamento delle missioni militari all'estero. Le aveva decise il governo Prodi ma le votò anche Rifondazione.
Per Carlo fu quella l'occasione di una scelta netta a favore della rivoluzione e per questo accettò con entusiasmo la nostra proposta di aderire a Utopia Rossa. E con Utopia Rossa, partecipando attivamente alle sue iniziative anche in altre parti d'Italia, proseguirà l'impegno politico fino alla sua prematura morte.
Sul piano locale e nel quadro delle attività di UR, Carlo seguiva attivamente e assiduamente la vertenza contro l'inquinamento dell'aeroporto di Ciampino, facendo parte dell'assemblea «No Fly». Si impegnò anche nella vertenza contro la speculazione edilizia della zona del «Divino Amore», nel Comune di Marino, dando vita, insieme ai compagni del Centro sociale IPO di Marino, all'assemblea «Stop Cemento».
Carlo si è spento all'età di 65 anni, ancora nel pieno delle sue forze. Con lui perdiamo un compagno instancabile, un uomo generoso e altruista, una persona semplice e pacata, riflessiva e allo stesso tempo determinata a portare avanti con decisione le proprie idee.
Un operaio a tutto tondo, un elettricista che non amava essere comandato dai padroni e che per questo aveva deciso di svolgere il proprio lavoro autonomamente, volendo restare padrone solo di se stesso. La sua formazione comunista non era priva, infatti, di elementi anarchici.

Lo ricordiamo come un uomo onesto, gentile, incorruttibile, infaticabile e sempre pronto a soccorrere chi ne avesse bisogno. Ci stringiamo al dolore della sua famiglia, alla moglie Sandra e a suo figlio Matteo.
Le esequie si svolgeranno, in forma rigorosamente laica, al circolo di Utopia Rossa «Rosa Luxemburg» sito in via S. Paolo Apostolo 19 (S. Maria delle Mole) alle ore 10.30 di martedì 28 marzo.

giovedì 6 agosto 2015

ADDIO A ROBERT CONQUEST, di Andrea Furlan

Il 3 agosto 2015, nella città di Palo Alto in California, all'età di 98 anni, è scomparso il grande storico inglese Robert Conquest (nato nel Worcestershire il 15 luglio 1917, lo stesso anno della Rivoluzione che avrebbe poi studiato nelle sue tragiche conseguenze per il resto della vita).
Con i suoi numerosi saggi - in particolare quelli dedicati al tema dello stalinismo e dell'Unione Sovietica - e con la ricchezza di dati in essi contenuti, aveva dato un contributo fondamentale per la diffusione di uno spirito critico verso l'esperienza dell'Urss, contro la vulgata filostaliniana sostenuta da intellettuali compiacenti in vari Paesi del mondo.
Il merito storico che dobbiamo riconoscere a Conquest non è rappresentato unicamente dalla sua denuncia ultradocumentata dei crimini contro l'umanità compiuti dallo stalinismo - crimini che sono ormai riconosciuti da tutti o quasi tutti gli storici più seri che si occupano dello stalinismo e del Gulag - ma anche dalla lungimiranza con cui seppe prevedere la crisi inevitabile di quel sistema. E ciò perché seppe scavare a fondo nelle ragioni politiche che portarono alla trasformazione in controrivoluzione del processo rivoluzionario russo, partendo da un'analisi lucida (anche perché in gioventù era stato a sua volta membro del Partito comunista) delle prime scelte compiute dal Partito bolscevico al potere, quelle che spalancarono la porta alla distruzione del processo rivoluzionario e al successivo trionfo della burocrazia stalinista.

venerdì 3 gennaio 2014

SUL DOCUMENTO CGIL ALTERNATIVO

Ne discutono Andrea Furlan e Lorenzo Mortara

Caro Lorenzo,

innanzitutto ti ringrazio per la polemica politica civile che hai rivolto alle mie considerazioni critiche da me espresse al documento congressuale della Rete 28 Aprile.
Purtroppo, è da anni che va avanti un certo andazzo nella ex estrema sinistra italiana dove o le elaborazioni critiche vengono ignorate, oppure vengono sbeffeggiate o ricoperte di veri e propri insulti, e soltanto perché ritenute non conformi ad un modo politico di pensare e analizzare.
Questo comportamento impolitico, distrugge ogni possibilità di dialogo e confronto che invece andrebbe sempre di più sviluppato con la necessaria chiarezza in un rapporto dialettico.
Per fortuna non è il tuo caso e quindi eccomi qua a confrontarmi con quanto da te addotto.
Intanto sono contento che hai colto la questione dell'errore commesso sull'Europa, e, il fatto che su questo aspetto politico ritieni importante fare autocritica rispetto a quanto sostenuto dal documento, rafforza ulteriormente i miei convincimenti teorici sul tema.
Però, allo stesso tempo, vorrei che l'errore commesso dagli estensori del documento congressuale, ti servisse per fare alcune considerazioni critiche sulle esperienze Trotskoidi che popolano la Rete 28 Aprile, le quali, hanno commesso un errore madornale nell'elaborare un analisi politica che sostiene la subalternità della borghesia italiana nei confronti delle strutture sovranazionali, sulla proposta del no pagamento del debito e sulla conseguenza inevitabile dell'uscita dall'euro, schierandosi di fatto col sostenere la propria borghesia pensando invece di combatterla.

giovedì 19 dicembre 2013

CONSIDERAZIONI CRITICHE SUL DOCUMENTO DI MINORANZA AL XVII CONGRESSO DELLA CGIL, di Andrea Furlan

Il documento della minoranza congressuale, denominato "La CGIL è un'altra cosa" e firmato da cinque componenti del direttivo nazionale della CGIL, merita di essere analizzato attentamente visto che, rispetto ai documenti passati elaborati dalle minoranze congressuali nei precedenti congressi della CGIL, si caratterizza in modo più coerente con un’impostazione politica di classe.
La mia adesione a detto documento, tuttavia, è un’adesione critica poiché, a mio personale avviso, malgrado il documento sia migliore dei precedenti, continua ad avere fondamentali limiti sul piano dell'analisi politica e della proposta conseguente.
In primis considero errate le analisi politiche nei confronti dell'Europa di Maastricht e del rapporto che, secondo gli estensori del documento, esisterebbe tra la borghesia italiana e le altre borghesie nazionali.
Non mi convincono neanche i compiti che il movimento operaio dovrebbe assolvere rispetto alle conseguenze sociali della crisi capitalistica e quanto addotto sul tema del debito pubblico.
Dopo il preambolo iniziale, il documento comincia ad entrare nel merito delle questioni politiche sopramenzionate e, per quanto concerne la questione dell'Europa monetaria, il tema viene sviscerato nel capitolo intitolato "Contro l'Europa dell'austerità e del Fiscal Compact".
Il capitolo inizia nel modo seguente: "Per difendere il proprio potere e i propri guadagni, le caste politiche e manageriali e i grandi poteri economici hanno scelto di sottomettere la politica economica e sociale italiana agli ordini della troika, cioè di quel comando privo di qualsiasi legittimazione democratica formato da Commissione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale.
Quindi, da quanto sopra riportato, si evince che, le politiche di austerity, non sono il frutto di scelte politiche autonome della classe politica italiana, che opera in rappresentanza degli interessi di classe della propria borghesia; al contrario, le politiche di distruzione dello stato sociale, della precarizzazione del mondo del lavoro, dell'abbattimento dei salari, secondo gli estensori del documento sono state invece imposte dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca Europea e dalla Commissione europea.

giovedì 5 dicembre 2013

SULLA PROPOSTA DI FRANCA PERONI E MAURIZIO SCARPA*, di Andrea Furlan

Cari Maurizio e Franca,
sento di poter utilizzare con voi un tono confidenziale nel rispondere al vostro elaborato critico perché, soprattutto con Maurizio, ci conosciamo ormai da diversi anni, nel corso dei quali abbiamo spesso polemizzato confrontandoci politicamente.
Attraverso questo mio contributo vorrei scambiare con voi alcune considerazioni in merito a quanto da voi sostenuto nella vostra lettera pubblica e sull'analisi politica e la relativa proposta che lanciate alla vigilia del XVII congresso nazionale della Cgil ormai alle porte.
La vostra lettera ha sicuramente il pregio di voler innescare all'interno e all'esterno della Cgil una riflessione ad ampio raggio sullo stato dell'arte della nostra organizzazione, denunciando il processo involutivo determinatosi all'interno della Cgil negli ultimi anni. 
Il pensiero centrale del vostro ragionamento, è tutto centrato nel mettere a fuoco gli ultimi anni dell'agire politico della Cgil.
Avete giustamente sottolineato gli arretramenti importanti subiti dell'organizzazione sul piano della democrazia interna e la mancanza di autonomia della Cgil nei confronti del quadro politico di centrosinistra.
Su questi due assi del vostro ragionamento, non ho particolari difficoltà nel sostenere le vostre ragioni che sono anche le mie.

venerdì 5 luglio 2013

PSEUDOCONGRESSO DELLA CGIL E PSEUDOSINISTRA SINDACALE (intervento all’assemblea naz. della Rete 28 aprile), di Andrea Furlan


Con lo scioglimento dell'area congressuale la "CGIL che vogliamo", diretta da Gianni Rinaldini, una parte della burocrazia di sinistra della CGIL ha riesumato, alla vigilia dell'apertura del congresso che si terrà in autunno, la sinistra sindacale Rete 28 Aprile.
La stessa ha tenuto la sua assemblea nazionale sabato 29 giugno a Roma presso i locali occupati dell'ex Inpdap di viale delle Province dove ha annunciato la presentazione di un documento congressuale alternativo. 

Ricardo Carpani
Come di consueto, il dibattito molto partecipato (malgrado la sala non fosse molto piena) è stato aperto dal portavoce nazionale della Rete, Giorgio Cremaschi, il quale ha analizzato la situazione politico sindacale criticando aspramente l'accordo sindacale sulla rappresentanza recentemente sottoscritto dalla CGIL con CISL, UIL e Confindustria.
La relazione di Cremaschi è stata ampia e sostanzialmente condivisibile, ha  analizzato l'operato politico di governo, la situazione internazionale, il ruolo della CGIL di sostegno all'azione politica del PD e del governo di unità nazionale presieduto da Letta che, in totale continuità con il precedente governo Monti, vuole continuare ad attuare le politiche di austerity come chiesto da Confindustria.
Malgrado io abbia condiviso quasi totalmente l'analisi politica di Cremaschi, nel mio intervento ho posto alcune questioni sulle quali il gruppo dirigente dell'apparato CGIL che si riconosce nella Rete, continua a dimostrare di non voler assolutamente aprire la discussione.

martedì 7 maggio 2013

HUMBERTO – IN MEMORIAM

La primera misión de un intelectual revolucionario es buscar y decir la verdad. Aunque esa verdad sea molesta o dolorosa. Humberto dedicó muchos esfuerzos  a esta verdad. Y nos restituyó una imagen del Che hecha persona de carne y sangre con toda su grandeza y también con todas sus debilidades. Nos dejó un balance de la epopeya boliviana sin falsos oropeles, pero con hombres que dieron sus vida por un ideal que era de Humberto y que también es el nuestro.
Mucho aprendimos de los libros de Humberto. Las enseñanzas que deja la guerrilla boliviana sirven a todos los latinoamericanos para no cometer los mismos errores. Sirven también para templar el animo recordando el coraje y la fe de los que en ella combatieron.
Humberto trasmitía esa experiencia, sus vastos conocimiento con la modestia y la paciencia de los verdaderos enseñantes, siempre con la convicción de decir la verdad.
Eso le trajo el  rechazo de los que se sintieron molestos por esa verdad, pero le proporcionó la admiración y la gratitud de los que tuvimos el gusto y el honor de conocerlo.
Chau Humberto.

Alfredo Helman
(Argentina/Italia)

* * * * *

Caro Roberto,
Faça chegar à família do Humberto meus sentimentos. Conheci o Humberto uns 15 anos atrás, em Santa Cruz, Bolívia. Foi meu único encontro com ele. Mas guardo ótimas recordações. Era um homem de valor. Uma lástima mesmo. Minha força à família.
Grande abraço.

Luiz Bernardo Pericás
(São Paulo)

giovedì 14 febbraio 2013

LASCIO LA RETE 28 APRILE DOPO AVER TANTO LOTTATO PER COSTRUIRLA, di Andrea Furlan

Sono stato sempre convinto che per determinare un vero cambiamento sostanziale nella linea politica della Cgil vi fosse bisogno di una lotta politica al suo interno basata su princìpi saldi di contrapposizione alla burocrazia sindacale e alla logica imperante degli apparati. Una lotta organizzata di compagni e compagne, lavoratrici e lavoratori, delegate e delegati che, oltre a contestare la linea politica concertativa della Cgil - proponendo un'alternativa politica fondata sul conflitto sociale in difesa dei diritti e del salario - contestasse anche la struttura burocratica e centralistica dell'organizzazione.

mercoledì 19 settembre 2012

«STALIN» DI BORIS SOUVARINE, di Andrea Furlan

Consideriamo importante la biografia di Stalin di Boris Souvarine perché è un'analisi dello stalinismo contestualizzata nella dinamica del processo rivoluzionario dell'Ottobre. Souvarine analizza ogni aspetto dello svolgimento involutivo del processo rivoluzionario, che descrive attraverso le sue grandi capacità di narratore degli eventi che visse da contemporaneo. L'analisi del processo controrivoluzionario viene svolta in uno sviluppo storico-politico di ampio respiro, che inizia dalla fondazione della socialdemocrazia russa per concludersi con il patto Hitler-Stalin e l'inizio del secondo conflitto mondiale.
Come tanti suoi contemporanei, Souvarine pagò il prezzo delle proprie idee e delle proprie scelte di oppositore allo stalinismo.
L'opera di Souvarine non è solo una biografia basata sulla personalità di Stalin e volta a far conoscere al mondo intero i crimini dello stalinismo ma, collocando le sue analisi critiche nella disamina storica del bolscevismo, fornisce gli strumenti essenziali che rafforzano un concetto fondamentale, che con il tempo è divenuto patrimonio comune tra gli storici di stampo marxista, e cioè la convinzione che lo stalinismo non nacque con l'avvento di Stalin al potere ma fu il frutto di un processo storico, politico e sociale determinatosi in Russia all'indomani dell'Ottobre.
Malgrado si tratti di un'opera monumentale di 983 pagine, pubblicata in Italia dalla casa editrice Adelphi, la lettura del testo risulta estremamente agevole e facilmente comprensibile per il lettore. Souvarine fu uno dei fondatori del Partito comunista francese e membro nel 1921 della segreteria della Terza internazionale. Venne espulso da entrambi gli organismi nel 1924 quando, dopo la morte di Lenin, si schierò con Trotsky nella battaglia contro Stalin. In Francia lavorò con Simone Weil nelle lotte del sindacalismo rivoluzionario francese. Il suo rapporto con Trotsky si interruppe invece nel 1939 sul dibattito sulla teoria della rivoluzione permanente, che Souvarine considerava, in aperta polemica con il «Vecchio», «una nozione verbosa e astratta».
Il ricordo della rivoluzione del 1917 risulta nitido malgrado dalla rivoluzione alla redazione e pubblicazione del libro, apparso per la prima volta nel 1935, fossero trascorsi diciotto anni. Il libro di Souvarine è stato la prima opera biografica che ha rivelato le nefandezze dello stalinismo, smascherando la costruzione artefatta delle leggende e dei miti sulla figura di Stalin. Souvarine si caratterizza sul piano storico-politico come un autentico pioniere, essendo stato tra i primi a denunciare apertamente lo stalinismo in un'epoca in cui nel mondo socialista lo stalinismo aveva trionfato nella Terza internazionale e in tutti i partiti comunisti presenti nei singoli stati nazionali e nella quale chi dissentiva apertamente da Stalin rischiava la vita.
Il libro fu pubblicato prima negli Stati Uniti e successivamente nello stesso anno anche in Francia, malgrado vari tentativi di boicottaggio orditi dagli ambienti staliniani con la compiacenza della borghesia mondiale che, in virtù dell'alleanza antinazista durante la guerra con la Russia di Stalin, agì di concerto con lo stalinismo per non far conoscere al mondo l'opera antistaliniana di Souvarine. Questa vicenda getta luce sulle tremende responsabilità della borghesia mondiale nell'aver contribuito a costruire il mito di Stalin in chiave antinazista, coprendo le responsabilità dello stalinismo nei massacri compiuti sia prima che durante la guerra, da Stalin e i suoi seguaci. Eminenti personalità politiche del mondo borghese come Roosevelt, Churchill e Truman diedero credito a Stalin, lo aiutarono in tutto e per tutto e lo foraggiarono durante il conflitto, alimentando l'idea propagandistica che Stalin fosse cambiato, divenendo veramente un uomo di pace devoto alla democrazia. Accrebbero così a dismisura la sua personalità a livello mondiale, facendolo passare non come uno dei principali responsabili dello scoppio del conflitto mondiale, ma come uno degli artefici della sconfitta di Hitler e vincitore della guerra.
Souvarine pone in risalto la figura di Stalin analizzando tutti i passaggi storico-politici che contrassegnarono l'ascesa al potere del dittatore. Nell'analisi dello stalinismo Souvarine non ha tralasciato nulla. Inizia con il fornire uno spaccato del quadro storico nel quale il dittatore georgiano si formò sia caratterialmente che politicamente, dai suoi trascorsi giovanili nel seminario di Tiflis fino alla sua adesione al movimento socialista, per poi passare ad analizzare criticamente le scelte compiute dai bolscevichi avvenute prima della nomina di Stalin alla carica di Segretario generale del Partito bolscevico (Partito comunista russo).
Souvarine rimase un marxista sino alla fine dei suoi giorni. Questa sua incrollabile certezza della necessità di costruire una società fondata sul socialismo non lo limitò sul piano della critica politica nel formulare precise accuse al bolscevismo. Inoltre la sua opera ha avuto il merito di aver ispirato i saggi di Hélène Carrère d'Encausse su Lenin e i numerosi lavori di Roj Medvedev su Stalin. Insieme a Memorie di un rivoluzionario di Victor Serge, con il quale ha collaborato in più occasioni durante la sua vita, l'opera di Souvarine si colloca in quell'esigua schiera di antistalinisti che non hanno accettato l'idea che la controrivoluzione burocratica sia avvenuta solo a partire dalla sconfitta di Trotsky in seno all'apparato del Partito bolscevico, bensì fosse cominciata prima, con le prime scelte del leninismo al potere.
In merito alla politica dei bolscevichi, che Souvarine analizza da cima a fondo - dalla presa del potere alla guerra civile e allo scontro tra Trotsky e Stalin all'indomani della morte di Lenin - l'autore esprime critiche al bolscevismo attribuendo a Trotsky e a Lenin la responsabilità di aver spianato la strada alla controrivoluzione burocratica che avrà in Stalin il suo principale interprete. Le scelte di trasformare la parola d'ordine «tutto il potere ai soviet» - nella quale tutte le forze politiche di opposizione allo zarismo e al kerenskismo si erano riconosciute - in «tutto il potere al Partito bolscevico» e di considerare la linea del Partito bolscevico come un dogma infallibile, fu per Souvarine l'inizio del processo degenerativo postrivoluzionario, durante il quale la democrazia tanto teorizzata da Lenin in Stato e rivoluzione non trovò mai attuazione nelle scelte compiute dai bolscevichi.

martedì 7 febbraio 2012

PERCORSO E FINE DELLA VERTENZA SINDACALE AL VISCONTI PALACE HOTEL DI ROMA, di Andrea Furlan

La Direzione aziendale del Visconti Palace Hotel (noto albergo di Roma) il 18 novembre ha comunicato l'apertura della procedura di terziarizzazione dei servizi di facchinaggio, cameriere e guardaroba, che ha coinvolto 27 lavoratori su un totale di 75, alla Rsa e alla Filcams Cgil Regionale. L'apertura della procedura di terziarizzazione da parte dell'azienda è stata richiesta in relazione a quanto stabilito dall’articolo 276 della legge 30 del 2003 e dal recepimento di detta legge nel Contratto nazionale di lavoro (Ccnl) del Turismo e dal successivo rinnovo del Cit (Contratto Integrativo Territoriale) del Lazio. In conseguenza a tale decisione, i lavoratori del Visconti Palace Hotel, hanno risposto con 40 ore di sciopero a singhiozzo e con una giornata di mobilitazione con conseguente manifestazione che si è svolta di fronte alla struttura alberghiera.
(fotografia tratta da http://www.cinquegiorni.it/news.asp?id=5517 ) 
La vertenza sindacale alla fine si è conclusa con un accordo che ha di fatto recepito la volontà aziendale di dare seguito al processo di terziarizzazione il quale, comunque, è avvenuto secondo quanto stabilito sul piano delle regole e delle tutele per i lavoratori, dal Cit del Turismo. In merito alle terziarizzazioni, il Cit obbliga le aziende che affidano servizi in appalto che in precedenza gestivano direttamente a mantenere la responsabilità in solido dei propri lavoratori ceduti. Per quanto riguarda invece le aziende appaltatrici, nei confronti dei lavoratori acquisiti esse devono garantire il mantenimento della stessa sede di lavoro e rispettare pedissequamente il Ccnl del Turismo; il premio di produzione contenuto nel Cit; pagare la quota per Sanimpresa e l'Ebtl (Ente bilaterale territoriale del turismo). Queste forme di tutela per i lavoratori, sono state il frutto del rinnovo del Cit avvenuto a Gennaio del 2005 che ha garantito ai lavoratori ceduti ad altre società in regime di appalto la possibilità di non perdere sul piano economico e normativo diritti e salario. Se da un lato i lavoratori non hanno voluto proseguire la lotta fino in fondo per impedire il consolidamento da parte dell'azienda dell'obbiettivo di liberarsi di una parte dei suoi lavoratori per trasformare i costi fissi in costi variabili, l'azione sindacale da essi messa in campo ha comunque pagato in termini di miglioramento dell'accordo sindacale.
Attraverso la trattativa, che si è svolta nella sede aziendale tra la Rsa e la Filcams Cgil da una parte e l'azienda e la Federalberghi Roma dall’altra, i lavoratori ex Visconti Palace Hotel sono riusciti ad ottenere condizioni di miglior favore che non erano previste dal Cit del Turismo. Infatti, i lavoratori hanno ottenuto il mantenimento integrale dell'organizzazione del lavoro vigente al Visconti Palace (turni, orari, ferie), l'assunzione di otto lavoratrici, che in precedenza avevano lavorato presso l'Hotel (con una cooperativa non in regola), a tempo determinato per un anno, con il preciso impegno da parte dell'azienda appaltatrice a trasformare alla fine dell'anno i contratti a termine in contratti a tempo indeterminato; il congelamento per i lavoratori ceduti in appalto degli scatti di anzianità, con maturazione dei nuovi scatti che si andranno a sommare a quelli acquisiti nel precedente rapporto di lavoro con l'azienda Visconti Palace, e il pagamento dell'indennità di preavviso per il licenziamento subito. D'altronde, di più era oggettivamente difficile ottenere, soprattutto quando in una singola vertenza sindacale si mette in discussione una legge dello Stato che consente alle aziende di cedere in appalto (outsourcing) servizi in precedenza gestiti direttamente.
Per far saltare definitivamente questa ignobile legge non può essere sufficiente lottare solamente azienda per azienda quando il problema si presenta. Contro questa autentica piaga normativa, che sta frantumando il settore, la Filcams Cgil deve porsi il problema almeno a livello nazionale recuperando sugli errori commessi nel passato come l'aver accettato nel rinnovo del Ccnl del Turismo del 2007 la possibilità per le aziende di cedere in appalto i servizi. Da questo punto di vista, a mio modesto parere, non ci sono alternative. O la legge viene messa in discussione dalle lotte dei lavoratori, oppure l'intero settore del Turismo italiano, soprattutto quello dei grandi alberghi, verrà travolto come sta oggettivamente già accadendo da ondate di terziarizzazioni di massa. Solamente nella Città eterna, fino ad ora vi sono state 23 strutture di grandi alberghi che hanno subito esternalizzazione di servizi attraverso accordi sindacali. Intere strutture alberghiere stanno subendo processi di spezzatino dove le aziende committenti, affidano a più aziende appaltatrici, la gestione dei servizi dell'albergo. Comunque, nei confronti delle terziarizzazioni si può ancora combattere su due fronti.
Il primo fronte è quello della lotta dei lavoratori e su questo piano sta alla Filcams Cgil organizzare una lotta su scala nazionale che blocchi il fenomeno. Il secondo, invece, è quello giuridico dove si deve porre la questione della genuinità dell'appalto. Su questo fronte la possibilità di far saltare l'appalto, soprattutto nelle aziende alberghiere, sono molte. Infatti, se la legge n. 276 da una parte garantisce alle aziende la possibilità di cedere a soggetti terzi parte dei servizi, norma però chiaramente come l'appalto deve funzionare.
In una struttura alberghiera, dove la promiscuità dei rapporti lavorativi tra i vari reparti dell'albergo è la condizione imprescindibile per far funzionare l'intero meccanismo del servizio al cliente, è fondamentale non determinare situazioni nelle quali gli ordini di servizio al personale esternalizzato continuino ad essere impartiti e organizzati dal personale della società committente. Nel caso in cui invece l'organizzazione del lavoro continua ad essere appannaggio dell'ente committente (cioè la quasi totalità dei casi), l'appalto perde la sua "genuinità" perché non è più rispettata la prerogativa definita dalla legge che stabilisce inequivocabilmente l'autonomia funzionale ed economica del soggetto appaltatore. Ora, in una struttura alberghiera tutto questo è molto difficile applicarlo perché l'appalto verrebbe a costare troppo e non sarebbe più conveniente sia per il soggetto committente (Visconti Palace) sia per la società appaltatrice. Partendo dalla situazione determinatasi al Visconti Palace, la Filcams Cgil deve porre la questione della genuinità dell'appalto in modo tale da invertire la tendenza delle terziarizzazioni nel settore alberghiero. Per quanto riguarda gli ex lavoratori del Visconti Palace hotel, essi sono assolutamente coscienti di come debba funzionare un appalto di servizi e la questione della genuinità o meno dell'appalto la porranno subito in discussione quanto prima possibile.

Andrea Furlan, 
ex Rsa del Visconti Palace

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

lunedì 19 dicembre 2011

LA LOTTA AL VISCONTI PALACE HOTEL, di Andrea Furlan


(fotografia tratta da http://www.cinquegiorni.it/news.asp?id=5517  ) 
I lavoratori del Visconti Palace Hotel di Roma continuano la loro lotta contro l'apertura della procedura di terziarizzazione da parte dell'azienda di 26 lavoratori su un totale di 75. Martedì 13 si sono trovati davanti all'azienda e hanno effettuato un presidio con volantini, striscioni  e slogan, per far sentire tutta la  loro rabbia contro la decisione di dare in appalto i reparti facchinaggio, piani, guardaroba.

domenica 2 ottobre 2011

INTERVENTO ALL’ASSEMBLEA DEL 1º OTTOBRE «NOI IL DEBITO NON LO PAGHIAMO» (Roma, teatro Ambra Jovinelli), di Andrea Furlan

(per ragioni di tempo – troppi iscritti a parlare – non ho potuto fare il mio intervento. Questa è la sintesi scritta)

Come sarebbe "non remo più"? Insomma, siamo o non siamo sulla stessa barca?
Considero importante l'aver promosso questa giornata politica di discussione tra soggetti diversi in seno a ciò che resta della ex estrema sinistra italiana per verificare la possibilità della costruzione di un movimento anticapitalistico nel nostro paese che si dimostri capace di fronteggiare l'attacco ai diritti e alle condizioni materiali dei lavoratori, scatenato dalla Confindustria e dal Governo italiano.
Questa possibilità è il solo motivo che mi indusse a firmare l'appello promotore della giornata odierna. Sostengo questo perché nutro seri dubbi su varie questioni contenute nell'appello originario, e sue due in modo particolare. E poiché considero fondamentale la costituzione di un movimento politico che riattivi nel nostro paese il conflitto di classe,  ritengo che tale processo si debba fondare su basi politiche e teoriche solide.
Quando si asserisce che bisogna lottare contro il "Governo Unico delle Banche" (che è un’astrazione inesistente e non corrispondente alla realtà), si afferma in pratica la fine dell'autonomia politica ed economica degli Stati nazionali che compongono l'unione Europea i quali avrebbero perso loro sovranità in favore della BCE. Questa opererebbe come il grande fratello che impone alle singole borghesie nazionali e agli Stati la propria politica economica e sociale. Non è così.
Anzi, su questo versante, la questione è diametralmente opposta. La Comunità Europea continua ad essere la pura sommatoria – ancora nemmeno federativa - delle singole borghesie nazionali più forti le quali, mantenendo la piena autonomia politica, decidono in quella sede le misure comuni da adottare nella situazioni di crisi economica del sistema capitalistico, mantenendo un accordo di fondo sul fatto che le misure di austerity o i costi sociali della crisi vadano gravati sulle spalle dei lavoratori, paese per paese. Per quanto riguarda l’Italia, ognuno può vedere che non vi è alcuna contraddizione importante fra le posizioni della Confindustria e la BCE, vale a dire la portavoce sul piano economico-finanziario degli Stati imperialistici europei, ma vi è invece una sostanziale convergenza riguardo ai soggetti sociali che devono pagare i costi principali della crisi (lavoratori, pensionati, precari, migranti ecc), le strategia di risanamento del bilancio ecc.
Ne abbiamo avuto una conferma recente con la lettera della BCE firmata congiuntamente da Trichet e Draghi pubblicata dal Corriere della Sera cioè dal quotidiano della grande borghesia italiana (ed è quindi risibile che qualcuno ancora la chiami “lettera segreta”), nella quale emerge in tutta la sua chiarezza la totale assonanza di idee e obbiettivi che accomunano la Confindustria italiana e la BCE. Divergenze potevano esservi, forse, sui tempi di realizzazione della manovra economica, ma non certo sulla natura dei tagli e sulla sostanza antipopolare e antisindacale.
Da questo punto di vista dobbiamo constatare che la borghesia è l'unica classe che dimostra storicamente di saper fare tesoro degli errori commessi. Mentre nel passato, in momenti di grave crisi economica, le singole economie capitalistiche venivano lasciate a se stesse o addirittura si cercava di approfittarne in termini di concorrenza e accaparramento di fette di mercato, ora si assiste a una politica di “concertazione” e anche di relativo aiuto reciproco, allo scopo di mitigare la violenza esplosiva delle contraddizioni interimperialistiche. Diciamo per brevità che è una ricaduta della cosiddetta “globalizzazione” (termine non più di moda, al contrario di quanto accadeva ancora una decina di anni fa). Lo si vede chiaramente nell'aiuto che l’Unione Europea garantisce agli Stati che sono in maggiori difficoltà (come nel caso della Grecia) con prestiti e altre forme d’intervento concordato. La lettera di Trichet-Draghi ne è un altro esempio sul piano delle “direttive” piuttosto che sul piano dell’intervento finanziario diretto.   
L'altra questione concerne la cancellazione del debito o la sua moratoria. Su questo argomento tra di noi non devono esserci ambiguità. La crisi economica è la crisi del capitalismo e dello Stato borghese. E’ la borghesia italiana che ha contratto il debito con le banche estere ed è lei e solo lei che deve pagarlo se vuole o non pagarlo se non vuole o se le viene concesso. Non è un debito dei lavoratori, non è un nostro debito e non abbiamo ragione di intervenire (a parole, perché nei fatti l’impotenza è d’obbligo) sui tempi, i modi, il pagamento o il non-pagamento del debito.
E' ovvio che al momento, visti i rapporti di forza esistenti tra le classi e lo stato arretrato (men che difensivo) del conflitto sociale, questa posizione può esprimersi solo sul piano ideologico, stando ben attenti a non cadere nel nazionalismo filoborghese come fanno quei compagni o gruppi della ex estrema sinistra che si mettono a dare consigli alla borghesia italiana su come deve muoversi in questo o quel problema finanziario. I guai della borghesia italiana non ci riguardano direttamente. Noi possiamo solo tentare di contrastare il suo tentativo di far pagare i costi della crisi ai lavoratori italiani, stando anche bene attenti a quelle proposte politiche nazionalscioviniste che vorrebbero scaricare i costi della crisi italiana sui lavoratori di altri Paesi. Sostenere invece come faceva l'appello originario di questa assemblea (poi nettamente modificato nei comunicati successivi e nel titolo della giornata odierna, anche grazie alle critiche contenute nel testo di Michele Nobile, che Cremaschi ha positivamente ricordato nella sua relazione introduttiva pur non nominando l’autore) – e cioè che lo Stato italiano dovrebbe smettere di pagare il debito nei confronti della banche private, degli Stati esteri o delle agenzie internazionali - equivale a caricare la classe lavoratrice di un problema che non è il suo: e cioè il salvataggio del capitalismo e della propria borghesia nazionale dalle sue crisi. Forse del tutto ingenuamente non ci si accorge che così facendo ci si colloca in pieno all’interno delle compatibilità capitalistiche, tante volte a voce condannate.
Inoltre, non lo si dice esplicitamente ma è implicito che, se si chiede alla propria borghesia o Stato imperialistico di non pagare il debito pubblico, e quindi si suggerisce il non-rispetto sotto questo profilo di uno dei dettami più importanti di Maastricht, di fatto si sta chiedendo di essere espulsi dall'eurozona, con conseguente abbandono dell’euro per tornare alla lira o comunque a un’espressione monetaria nazionale. Anche qui l’“ingenuità” demagogica porta a non saper prevedere quali e quanti duri contraccolpi si avrebbero sul piano economico e sociale, con chiusura delle fonti di credito, crisi di settori produttivi, autarchia nel senso peggiore, nazionalistico e mussoliniano del termine.
In questo caso, non si comprende come qualcuno possa considerare la lira una moneta meno capitalistica dell'euro. O forse si pensa che in un sistema economico integralmente fondato sulla circolazione monetaria (è il caso del capitalismo e lo è ogni giorno di più), la cosiddetta economia produttiva possa essere separata dal finanziamento dell'investimento e dallo sviluppo del circuito finanziario mondiale? Si pensa veramente di poter liberare l’economica capitalistica italiana dai condizionamenti del mercato, in primo luogo del mercato dei capitali? Nella società del capitale (Italia compresa) la moneta racchiude in sé l’essenza del rapporto sociale dominante, la forma dello sfruttamento del lavoro salariato: ieri la lira, oggi l’euro, domani chissà… Durante la vigenza della lira, sempre con la scusa di dover far fronte alla crisi economica (seconda metà degli anni ‘70), il padronato italiano non è riuscito forse a togliere ai lavoratori la scala mobile dei salari e attaccato pesantemente i diritti che i lavoratori avevano conquistato con le lotte del 1968-69 e poco oltre? E il debito economico, il deficit di bilancio, le disavventure della lira ecc., non erano forse anche allora il pretesto per esigere, come nel 1992 sotto il governo Amato, i sacrifici ai lavoratori per ripianare il debito? Sacrifici che i governi democristiani e socialisti imposero con il consenso esterno del Pci e della Cgil e che poi il Pci-Pds-Ds applicò in prima persona con i governi Prodi-D’Alema-Prodi e con l’aiuto di Verdi, Comunisti italiani, Prc e l’intera casta dei Forchettoni rossi? In questa sala sono presenti vari esponenti della ex estrema sinistra che acconsentirono a quelle politiche di sacrificio dei lavoratori in nome della salvezza dell’economia italiana e che attendono solo la prima occasione possibile per provarci di nuovo. E a costoro farebbe certamente piacere che il mondo dell’opposizione sociale si avventurasse sul terreno dei “consigli” alla borghesia, invece che su quello della lotta accanita e capillare, ultradifensiva oggi che ci stanno togliendo proprio tutto, forse nuovamente aggressiva domani.
La fase politica attuale vede il movimento dei lavoratori sulla difensiva. Ma in realtà il fronte è ancora più arretrato visto ciò che sta accadendo sul piano dell’occupazione, dei diritti del lavoro, delle pensioni, della sanità, delle scuola ecc. senza che vi sia una risposta generale da parte di alcune categorie lavorative importanti, che invece avrebbero i numeri e le forze per contrastare il piano del capitale italiano (benedetto dalla BCE) ma non lo fanno perché a questo si oppongono le direzioni sindacali (oltre al PD e ai partiti limtrofi). Non viene fatto nulla di concreto per fermare l'attacco governativo e padronale, a parte alcuni inutili scioperi (inutili perché privi di obiettivi concreti da raggiungere, puramente dimostrativi), alcuni cortei e qualche fiammata di collera popolare. La verità è che i lavoratori italiani si trovano in netta difficoltà a fronteggiare l'attacco padronale a causa della scelta politica operata dal più grande sindacato italiano, la CGIL, avendo questa alle spalle decenni di politica concertativa e avendo ormai deciso di accettare la sostanza dell’attacco padronale come hanno dimostrato gli accordi sottoscritti il 28 giugno e il documento economico redatto insieme alla Confindustria il 4 agosto.
 A fronte di tale situazione, la nostra azione politica non può essere demagogica. E quanta demagogia si è sentita oggi in questa sala… Non ci vuole niente a spararle grosse, ricevere gli applausi e sentirsi così esonerati dall’indicare i passi concreti con cui avviare una vera lotta difensiva, concreta, autogestita e di massa, dei lavoratori e delle lavoratrici italiane. Nella fase attuale non c’è posto per i sogni e i grandi proclami su cosa debba fare o non fare la BCE, la borghesia italiana o i suoi governi. Se non riparte la lotta rivendicativa dal basso in alcuni settori importanti, ci si dovrà limitare al terreno della propaganda che, per essere efficace, dovrà essere costruita su pochi ma qualificanti punti comprensibili all’intero mondo del lavoro, immigrati compresi: 1) difesa della contrattazione nazionale, 2) difesa dello Statuto dei lavoratori, 3) difesa dello stato sociale (sanità in primo luogo), 4) difesa dei beni pubblici (acqua, servizi, territorio), 4) difesa del potere d’acquisto del salario, 5) autorganizzazione di massa contro il precariato, 6) difesa della democrazia a partire dai luoghi di lavoro (come si può venire a spararle grosse su presunte “Repubbliche” indipendenti in Sardegna o in Val di Susa quando un importante sindacato di base - i Cobas della scuola - da anni non riesce nemmeno ad avere il diritto di assemblea nell’orario di lavoro?) In poche parole bisogna lottare contro gli effetti immediati della crisi cercando di costruire una prospettiva all’interno di tale lotta. Il resto sono chiacchiere, demagogia.
Per quanto concerne invece la proposta organizzativa del movimento, sono convinto che ci dobbiamo dotare di una struttura realmente aperta e democratica, dove vi sia il rispetto totale delle varie sensibilità politiche presenti al suo interno, ma dove le decisioni siano realmente discusse e prese collettivamente indipendentemente dalla corrente politica d’appartenenza. Vi è l'esigenza ormai molto diffusa di uscire una volta per tutte dalla dinamica degli intergruppi in cui le singole soggettività politiche utilizzano il movimento per la crescita interna del proprio gruppo o miniapparato. A questo riguardo sono molto pessimista, anche in considerazione di come si sono svolte le ultime iniziative di lotta, le convocazioni di scioperi scriteriati e l’iter che ha preceduto questa stessa assemblea. Sappiamo quali gruppi politici sono prevalenti al suo interno e la cosa non ci tranquillizza affatto.
Nella situazione attuale, che vede la democrazia diretta in continuazione violata, concretamente e ideologicamente, dobbiamo reagire e dimostrare ai giovani, al mondo del lavoro fisico e mentale, agli immigrati, alle donne e alle comunità in lotta che siamo portatori di una nuova maturità politica: la maturità di chi vuole realmente costruire un movimento antagonistico che si dimostri all'altezza dello scontro di classe in atto in Italia e nel mondo, che si accrediti come un valido punto di riferimento per le lotte attuali e quelle future che prima o poi riprenderanno con o senza di noi.
Ovviamente, tutto ciò potrà essere possibile solo se si sgombra il campo dalle velleità elettoralistiche che hanno provocato le più grandi sconfitte di questi ultimi anni, in primo luogo sul piano etico, ma poi anche sul piano dell’analisi teorica e della formulazione di prospettive. Anche in questa assemblea c’è chi già pensa a come si riuscirà a votare ancora una volta per il Centrosinistra o per appendici del centrosinistra. E magari chi non ci pensa oggi, finirà col farlo – all’insegna della famigerata politica del meno peggio – alle prossime elezioni politiche. E a queste derive non c’è antidoto possibile al di là della crescente radicalizzazione delle lotte, la massima democrazia diretta e, diciamolo, anche l’egemonia di un’intelligenza politica in grado di capire quali siano i compiti della borghesia, quali dei lavoratori e l’abisso che passa tra i due.
Andrea Furlan
(RSA Filcams – CGIL)

lunedì 25 aprile 2011

«PULIZIA DI CLASSE: IL MASSACRO DI KATYN» DI VICTOR ZASLAVSKY, di Andrea Furlan

Il 23 agosto 1939 fu firmato il Patto di collaborazione fra Germania nazista e Unione Sovietica (accompagnato dai protocolli segreti sulla spartizione della Polonia e altri territori) che determinerà un cambiamento dei rapporti di forza all'interno dell'Europa a favore della Germania, consentendo a Hitler di invadere la "sua" parte di Polonia e a Stalin la "sua", dando avvio in tal modo al più grande massacro della storia, cioè la Seconda guerra mondiale.
Il Patto, meglio conosciuto con il nome dei ministri degli Esteri Molotov e Ribbentrop, stabiliva la spartizione della Polonia e delle Repubbliche Baltiche in zone d'influenza tra la Germania di Hitler, che invaderà la Polonia il 1º settembre 1939, e l'Unione Sovietica di Stalin, che occuperà il 52% del territorio polacco assegnatole dal Patto due settimane più tardi, esattamente il 17 settembre 1939. A causa di questo accordo scellerato, il popolo polacco conoscerà sulla propria pelle, pagando prezzi altissimi in perdite di vite umane, l'occupazione militare da parte delle due dittature più feroci che la storia dell'umanità abbia mai prodotto.
Nel contesto delle vicende militari che accompagnarono la duplice invasione della Polonia, nella foresta di Katyn - località situata presso la città di Smolensk, nell'estrema Russia occidentale - si consumò nel marzo 1940 l'eccidio di 21.847 persone, fra militari e civili polacchi, per mano dell'Nkvd, la famigerata polizia politica sovietica. L'eccidio è stato documentato in varie pubblicazioni, ma qui ci limitiamo a presentare un libro prodotto in Italia da un grande storico di origini russe, in cui si descrive in modo documentato quanto accadde a Katyn e si chiarisce quali siano state le responsabilità politiche, etiche e morali di quell'orrendo massacro: è un libro edito da il Mulino nel 2006 - Pulizia di classe: Il massacro di Katyn (pp. 144, € 11,00) - scritto dallo storico e sociologo Victor Zaslavsky.
L'autore, nato a San Pietroburgo il 26 settembre 1937, è uno storico russo naturalizzato canadese che si è specializzato nello studio dei rapporti tra Italia e Unione Sovietica, e in particolare tra Pci e Pcus, dal 1945 al 1989. Laureato in Storia presso l'Università di San Pietroburgo, ha insegnato Sociologia politica alla Luiss di Roma, è autore di numerosi libri storici riguardanti l'Urss e una delle sue ricerche principali è contenuta nel libro Togliatti e Stalin. Il Pci e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca, edito sempre da il Mulino nel 1997 e scritto in collaborazione con la moglie Elena Aga Rossi. Zaslavsky si è spento a Roma il 26 novembre 2009, all'età di 72 anni.
La vicenda narrata nel libro di Zaslavsky è stata descritta recentemente molto bene anche dal film del celebre regista polacco Andrzej Wajda - Katyn - distribuito in Italia nel 2009.

giovedì 17 marzo 2011

LA CGIL DEVE STARE FUORI DAL CORO INTERVENTISTA IN LIBIA

Quanto sta accadendo in questi giorni intorno alla vicenda libica deve essere per la Cgil fonte di profonda riflessione e di obiettiva valutazione. Una sottovalutazione dei fatti porterebbe la confederazione ad assumere posizioni che invece di andare a sostegno delle popolazioni in rivolta, agevolerebbero la conservazione del dominio dei paesi occidentali e dei fantocci al potere in diversi stati arabi. Il rischio ci sembra presente in CGIL dalla lettura di comunicati e da diversi interventi dove si è affermato che di fronte ad un dittatore che spara sui civili inermi non è possibile mantenere un atteggiamento equidistante e che in qualche modo Gheddafi va fermato.
Gli avvenimenti in Libia si sono innescati su quelli della Tunisia e dell'Egitto ed in concomitanza con una serie di proteste e rivolte popolari in altri paesi del Maghreb e della penisola arabica. Non è possibile in poche righe approfondire le cause, i risultati ottenuti ed i possibili sviluppi di questi importanti fenomeni sociali, analisi che comunque andrebbero fatte all’interno della Cgil. A nostro modo di vedere è importante evidenziare alcune palesi differenze tra la situazione libica e le altre vicende dell’area. Negli altri paesi abbiamo assistito ad un crescendo di manifestazioni popolari, composte da differenti strati sociali e per la maggior parte disarmate che sempre più numerose invadevano le piazze. Ciò è avvenuto con particolare evidenza in Tunisia ed in Egitto, dove l'inizio delle proteste veniva da almeno due anni prima, con l’intensificazione di importanti scioperi degli operai nei centri industriali prontamente repressi nel sangue dai rispettivi regimi amici dell’occidente. In Libia non abbiamo assistito ad un escalation di questo tipo, non ci sono resoconti di proteste di massa nelle piazze delle principali città del paese, in particolare della regione Tripolitania, né tantomeno di scioperi da parte degli operai. Dai resoconti più attendibili che abbiamo a disposizione quella in atto sembra più un'operazione armata di una parte della popolazione, in particolare quella residente in Cirenaica e appartenente ai clan tribali presenti in quella zona, nei confronti dei clan tribali facenti capo a Gheddafi (la tribù è ancora struttura portante della società libica). Da sottolineare è che il tenore di vita medio dei libici è più elevato di quello dei tunisini o degli egiziani. Tanto è vero che i cittadini libici normalmente non emigrano in cerca di lavoro in altri paesi. Il movimento di protesta appare spinto da diverse motivazioni: gestione del petrolio, secessione della Cirenaica dal dominio dei clan Gheddafi, volontà da parte dei giovani, numerosissimi come negli altri paesi arabi, di costruire una vera nazione liberandola definitivamente dal dominio dei clan familiari. Questo forte desiderio è trasversale all’appartenenza tribale, non è concentrato da una sola parte e questo è l’aspetto che più ci dovrebbe coinvolgere in questa vicenda. Dentro il movimento però si inseriscono anche i tentativi di controllo e strumentalizzazione da parte dei paesi dominanti e delle rispettive multinazionali, in particolare occidentali. Si tratta di un conflitto che in ogni caso si inserisce nel quadro generale che ha alla sua radice la crescente lotta concorrenziale, acuita dalla grave crisi economica, tra nazioni e tra aziende multinazionali per la spartizione delle materie prime nel mondo. Se partiamo da queste considerazioni, l’appiattimento mostrato dal nostro sindacato sulle posizioni tenute dai governi europei, americano e di parte dei paesi arabi appare molto pericoloso, perché  rischia di avallare nella sostanza le loro politiche di ingerenza.
Una grande organizzazione sindacale non può limitarsi alla totale disinformazione propinata da televisioni e giornali. Ad esempio, le sanzioni Onu ed il deferimento di Gheddafi al Tribunale penale internazionale, sono state assunte sull’onda della notizia, poi smentita, di 10.000 morti procurati dai bombardamenti aerei del regime libico su civili inermi e dalla diffusione di foto di fosse comuni rivelatesi in seguito un preesistente cimitero della periferia di Tripoli. In questo modo la macchina bellico-mediatica ha ottenuto il suo scopo: creare nell’opinione pubblica un forte risentimento nei confronti del dittatore e precostituire le possibilità per l’intervento militare che se fin ad oggi non è avvenuto è dovuto soltanto ai contrasti tra i vari galli nel pollaio per decidere chi si debba sobbarcare l’onere della missione, al fatto che i ribelli non sembrano poi così facilmente controllabili dai paesi occidentali e non ultimo al timore di suscitare nuovi sentimenti anti imperialistici in un’area caldissima. Queste manovre le abbiamo già viste in passato, la più clamorosa è stata quella sulle armi di distruzione di massa di Saddam, e non possiamo continuare a non riconoscerle. Questo non significa appoggiare l’attuale regime libico, anzi, se vogliamo sostenere la rivolta libica dobbiamo appoggiare l’elemento comune alle altre situazioni, cioè l’esplosiva volontà dei giovani di liberarsi non solo di Gheddafi ma anche di una struttura sociale atavica che impedisce loro di vedere un futuro certo. Ma esistono delle difficoltà reali che indeboliscono la lotta e sono le tribù e l’organizzazione sociale arretrata.  In Egitto e in Tunisia invece l’estensione e la compattezza della protesta hanno avuto la meglio su apparati repressivi, non meno feroci di quelli libici. Gli stati occidentali  hanno dovuto prenderne atto ed abbandonare Ben Alì e Mubarak, loro grandi alleati.
Invece sulla Libia dopo soli tre giorni di notizie fasulle e roboanti è partito il tam tam politico-mediatico: “fermiamo il crudele dittatore”; “Gheddafi è un criminale che spara sul suo popolo” (frasi echeggiate anche dentro la Cgil) ed ecco arrivare subito le sanzioni Onu e il deferimento al tribunale penale, con una velocità inaudita per organismi di solito molto lenti o incapaci di decidere come è avvenuto nel caso dell’invasione di Gaza e prima ancora del Libano decretata dai governi israeliani e nel corso delle quali i militari bombardarono tranquillamente uomini, donne e bambini, procurando qualche migliaio di morti certificati.  O come quando si è trattato delle “guerre umanitarie, per la democrazia, contro il terrorismo ecc. ecc.” portate in giro per il mondo dalle coalizioni Usa-Nato e che ormai assommano milioni di vittime civili dirette ed indirette.
 Perché Gheddafi è un criminale e gli altri no?  I Bush, Blair, Sharon non sono stati mai incriminati né è mai stata invocata la loro deposizione. Lo stesso Obama continua più del predecessore a fare guerre in giro per il mondo, vanto che gli è valso l'assegnazione del Nobel per la pace. Mentre in Egitto sono state uccise almeno 400 persone e Mubarak se ne sta a Sharm tranquillo. Così come nello Yemen, in Arabia Saudita, in Bahrein si spara sulla folla disarmata e non si dice nulla.
In conclusione, le parole d’ordine della Cgil non possono essere simili a quelle adottate dai politici degli Stati che molto più degli altri hanno le mani in pasta. Non si può invocare la non equidistanza rischiando di appoggiare un nuovo intervento militare che non avrebbe niente di umanitario. Così come non si deve essere equidistanti quando non si dovrebbe. Per l’Afghanistan si è invocata l’"exit strategy" senza denunciare apertamente che si tratta di una guerra di aggressione svolta anche dall’Italia e senza chiedere a gran voce l’immediato ritiro dei militari. La Cgil deve saper distinguere le diverse situazioni, difendere apertamente le rivendicazioni popolari che nascono dal basso ed evitare di schierarsi senza accorgersene con le manovre dei paesi ricchi e delle multinazionali che mirano proprio a conservare, invece, lo status quo. Solo in questo modo possiamo aiutare e prendere esempio dalle lotte medio orientali e nordafricane, dove tante persone a cominciare dagli operai hanno preso in mano la propria vita ed hanno aperto una stagione di vera conquista sociale e di resistenza, contro i potenti locali ed internazionali. Se non ora, quando?


     Simona Barbiani  (Direttivo Nazionale Fisac-Cgil)
     Luca Berrettini (Direttivo Fisac-Cgil Roma Nordest)
     Maurizio Bisegna (Direttivo Regionale Fisac-Cgil Lazio)
     Antonella Bonvini  (Direttivo Regionale Fisac-Cgil Lazio)
     Alessandro Castrichella (Direttivo Regionale Fisac-Cgil Lazio)
     Leonardo De Angelis  (Direttivo Camera del Lavoro Cgil Roma sud)
     Antonio Formichella  (Direttivo Regionale Fisac-Cgil Lazio)
     Andrea Furlan  (Direttivo Regionale Filcams-Cgil Lazio)
     Luigi Giannini  (Direttivo Nazionale Fisac-Cgil)
     Giuseppe Legnante  (Direttivo Fisac-Cgil Roma Sudovest)
     Antonio Maiorano (Direttivo Nazionale Fisac-Cgil)
     Maurizio Mancuso  (Direttivo Regionale Fisac-Cgil Lazio)
     Pasquale Panìco (Segretario Rsa Filcams Cgil)
     Riccardo Tranquilli  (Direttivo Regionale Fisac-Cgil Lazio)

mercoledì 9 marzo 2011

Gli scioperi puramente dimostrativi della Cgil “che non vogliamo”, di Andrea Furlan

La maggioranza della Cgil e l’accordo separato di Cisl e Uil
Dopo l'accordo agli stabilimenti Fiat di Pomigliano e Mirafiori, che hanno sancito per quei lavoratori la fine del Ccnl (Contratto collettivo nazionale) e dello Statuto dei lavoratori, la strategia politica della Confindustria e del Governo procede senza soste nell'estensione dei contenuti dell'accordo a tutto il resto del mondo del lavoro. Infatti, la stessa sorte – subire, cioè, un accordo capestro stile Fiat - è toccata ai lavoratori del Pubblico impiego e in questi giorni ai lavoratori del Commercio. Appare evidente che dopo il terzo accordo sindacale separato, dove Cisl e Uil dimostrano sempre di più essere complici del progetto politico messo in campo dalla Confindustria, la strategia politica decisa al congresso nazionale della Cgil di riconquistare l'unità sindacale con Cisl e Uil su basi e regole diverse da quelle definite da Cisl, Uil, Governo e Confindustria, è definitivamente tramontata.
L'errore di analisi politica da parte della maggioranza della Cgil sull'accordo separato che Cisl e Uil hanno firmato con Governo e Confindustria sulle regole della contrattazione a gennaio del 2009 è stato quello di credere che quell'accordo - che in peggio seguiva la logica concertativa del luglio ‘93 istituendo l'Ipca [Indice dei prezzi al consumo armonizzato per i paesi dell’Unione] sul calcolo del salario e il sistema delle deroghe sulla parte normativa - sarebbe stata solamente una parentesi facilmente recuperabile e non invece un progetto politico ben preciso, funzionale al padronato per distruggere i diritti dei lavoratori e superare così la crisi economica.
Era evidente che né il Governo e la Confindustria, né tantomeno Cisl e Uil, erano disposti a mediare con la Cgil sui sacrifici che il padronato italiano chiede ai lavoratori. Semplicemente, la vecchia concertazione sindacale degli anni ‘90 e primi anni duemila, per il padronato è praticamente sepolta. Per questo al tavolo delle trattative nei confronti della Cgil, la quale era disposta a rinunciare a una parte della sua linea politica per non rimanere fuori dagli accordi sindacali (come dimostrato alla Fiat e nella trattativa del Commercio), Cisl e Uil hanno presentato il conto: o la Cgil firma tutto quanto già stabilito nelle linee guida della riforma contrattuale e riconosce gli accordi alla Fiat, oppure è fuori dal tavolo delle trattative.
Per ripararsi dalla crisi economica - che ovviamente non colpisce solo i lavoratori, ma comincia anche a minare la stabilità delle burocrazie sindacali - Cisl e Uil hanno coscientemente scelto una precisa strada da percorrere che porta dritto verso la trasformazione dal sindacato contrattuale al sindacato corporativo dei servizi. Una trasformazione che, dentro la logica degli enti bilaterali (strutture paritetiche formate da sindacalisti e rappresentanti dei padroni), fa diventare il sindacato un certificatore delle scelte legislative compiute dai governi della borghesia affossando definitivamente la contrattazione e la democrazia sindacale. Tale obbiettivo, di portare in dote al capitale la fine del sindacato contrattuale e conflittuale, Cisl e Uil l'hanno barattata con il Governo in cambio di una presenza stabile del loro apparato burocratico dentro le strutture degli enti bilaterali e dentro gli enti statali regionali dove, attraverso la gestione dei corsi di formazione, Cisl e Uil gestiscono notevoli risorse economiche che garantiscono la sopravvivenza dei privilegi dei loro parassitari apparati burocratici.
La cecità politica del gruppo dirigente di maggioranza della Cgil, che ancora oggi continua a perseguire in modo scellerato il "patto per lo sviluppo" con la Confindustria, tentando di riagganciarsi al nuovo corso della concertazione, ha consentito al Governo e al padronato di conseguire indisturbati importanti risultati che hanno determinato - con l'adozione di provvedimenti come il collegato al lavoro, la riforma contrattuale, gli accordi di Mirafiori e Pomigliano - un pauroso spostamento dei rapporti di forza tra le classi a favore del sistema delle imprese scaricando i costi della crisi economica sui lavoratori.

Il triangolo Cgil-Pd-Governo
La Cgil di Susanna Camusso, continua a fare finta che non vi sia un legame organico sul piano degli obbiettivi, tra il Governo Berlusconi e la Confindustria di Emma Marcegaglia. Tale atteggiamento politico è riconducibile al rapporto quasi strutturale che l'apparato burocratico della Cgil continua ad avere con il Pd ovvero con l'altra parte politica che organicamente rappresenta gli interessi della borghesia italiana. Infatti, come possiamo vedere e constatare, la polemica politica della Cgil è rivolta quasi esclusivamente verso le scelte compiute dal Governo in materia di lavoro come se tali scelte, che rappresentano palesemente gli interessi della Confindustria, siano compiute dal governo contro i voleri della Confindustria stessa. Su questo versante sono esplicative alcune dichiarazioni del segretario del Pd Bersani il quale asserisce che con il governo Berlusconi non si possono fare le riforme sul lavoro di cui necessita il paese.
Quali siano le "riforme" che  il Pd vuole davvero realizzare, lo ha chiarito esaustivamente il suo gruppo dirigente quando sulla partita del referendum truccato di Mirafiori, quasi all'unanimità, si è schierato a favore del piano Fiat elaborato da Marchionne. In precedenza invece, aveva elaborato una proposta di legge che tuttora giace in Parlamento firmata da dirigenti del calibro di Nerozzi e Ichino, dove il Pd dichiara apertamente la sua disponibilità a discutere con Confindustria e Governo la destrutturazione completa dello Statuto dei lavoratori che verrà sostituito dallo Statuto dei lavori appoggiando in pieno la proposta Sacconi per abolire definitivamente l'art. 18.
La stessa risposta tardiva e insufficiente della Cgil recentemente proclamata dalla Camusso, che contro la logica degli accordi separati ha indetto lo sciopero generale nazionale di quattro ore che si terrà il prossimo 6 maggio, è la testimonianza oggettiva della precisa volontà politica di indirizzare la protesta dei lavoratori unicamente contro il Governo. Mentre è facilmente deducibile che le imprese non soffriranno nessun disagio da uno sciopero che non sarà in grado di paralizzare il paese come invece si dovrebbe fare. La finalità dello sciopero come del resto è già accaduto in altre occasioni, è finalizzato a convincere la Confindustria della necessità di costruire un tavolo di confronto con la Cgil per la costruzione di quel "patto per lo sviluppo" che, nelle intenzioni della Camusso, deve servire per riattivare un modello concertativo che consenta alla Cgil di moderare i sacrifici dei lavoratori senza che ciò possa costituire un ostacolo alla concorrenzialità delle aziende italiane sul mercato globale.

Passività de “La Cgil che vogliamo”
Di fronte a questo quadro, la politica della minoranza della Cgil organizzata in area programmatica denominata "La Cgil che vogliamo", rappresenta una debole risposta alla deriva imboccata al congresso di Rimini da parte del gruppo di maggioranza della Cgil che si appresta lentamente a trasformarsi in un sindacato corporativo come Cisl e Uil. D'altronde, non è un mistero per nessun lavoratore che pezzi importanti di alcune Camere del lavoro o intere categorie della Cgil, vogliono anch'esse diventare un sindacato dei servizi - sempre per tutelare gli interessi dell'apparato burocratico minacciato dalla crisi - e inseguire su questa strada Cisl e Uil.
Di fronte a questa prospettiva - che a mio avviso si potrà compiere fino in fondo solo quando al governo si determinerà un nuovo quadro politico di centrosinistra - la "Cgil che vogliamo" fino ad ora non è riuscita a prendere nessuna iniziativa concreta per frenare tale processo. Infatti, l'azione politica dell'area programmatica diretta da Rinaldini, dentro e fuori la Cgil, è praticamente inesistente. Malgrado la presenza consistente di gruppi dirigenti che fanno riferimento alla "Cgil che vogliamo" in importanti categorie - come per esempio la Funzione pubblica e la Fisac (bancari e assicurativi) - l'iniziativa politica non è andata più in la del sostegno attraverso i comunicati stampa nei confronti della battaglia sindacale condotta dalla Fiom a difesa del Ccnl e dello Statuto dei lavoratori. Anzi, in alcuni rinnovi contrattuali, i dirigenti della "Cgil che vogliamo" della Fisac hanno sottoscritto insieme al gruppo di maggioranza nella loro categoria il contestatissimo accordo Unicredit che ha determinato un peggioramento normativo e salariale per tutti i lavoratori neoassunti.
Nella Filcams, invece, dove la presenza organizzata di lavoratori e dirigenti è inferiore a quella delle altre due categorie sopracitate, nell'area programmatica "la Cgil che vogliamo" che esprime alcuni dirigenti nazionali e intermedi di categoria, si è prodotta una rottura politica tra il gruppo dirigente e la base dei lavoratori a causa della scelta operata da parte dei dirigenti di gestire unitariamente le politiche della categoria insieme alla maggioranza. Tale comportamento palesemente contraddittorio ha contribuito chiaramente ad isolare nella Cgil la battaglia della Fiom. I limiti politici dell'area programmatica continuano ad essere gli stessi limiti che hanno caratterizzato negativamente le altre esperienze delle sinistre sindacali che nel corso degli anni passati si sono determinate in Cgil.
La continua mediazione tra gruppi dirigenti e la ricerca spasmodica di incarichi sindacali denotano un modo di affrontare i problemi solo ed esclusivamente dentro il perimetro delle logiche burocratiche e di apparato. Inoltre, gran parte del gruppo dirigente della "Cgil che vogliamo", continua ad avversare qualsiasi possibilità di una convergenza politica con il sindacalismo di base precludendo così una concreta possibilità di allargamento del fronte antipadronale che possa dare un sostegno attivo e concreto di unificazione alle lotte dei lavoratori. La lenta ma inesorabile deriva della Cgil verso posizioni politiche di completa collaborazione filopadronale - con l'idea della fine del sindacato rivendicativo che si appresta ad essere metabolizzata dalla stragrande maggioranza del gruppo dirigente, dimostrando in modo sempre più palese di accettare il modello di sindacato che il capitalismo italiano richiede - è un’ulteriore dimostrazione dell'impalpabilità dell'azione sindacale del gruppo dirigente della “Cgil che vogliamo”.

Sciopero a oltranza contro la logica fallimentare degli scioperi puramente dimostrativi
Anche la stessa battaglia condotta affinché la maggioranza della Cgil proclami lo sciopero generale per l’intera giornata e senza aspettare il mese di maggio, non è sostenuta da una comprensione di come si dovrebbe condurre la lotta sindacale e gli scioperi generali in modo particolare. Si continua ad accettare, infatti, la logica degli scioperi puramente dimostrativi (e questo vale sia per la Cgil, sia per il sindacalismo di base), rifiutando di impegnarsi per la convocazione di scioperi a oltranza (scioperi generalizzati) che si concludano solo col conseguimento dell’obbiettivo o con un compromesso accettabile. Meglio uno sciopero a oltranza per un obiettivo minimo, concreto, ma che duri fino a che l’obbiettivo non viene raggiunto (dando così forza e coraggio ai lavoratori per continuare e al sindacato per crescere), che non queste proclamazioni altisonanti, con o senza adunate spettacolari,  che si concludono senza il conseguimento di alcun risultato concreto.
Con questa politica degli scioperi dimostrativi, i dirigenti sindacali (e del sindacalismo di base) ottengono un’esposizione mediatica per se stessi e magari ridanno un po’ di lustro all’apparato, ma allo stesso tempo contribuiscono a demolire lo stato d’animo degli scioperanti (che tornano a casa senza risultati tangibili) e anche a svuotare le tasche (le ritenute sul salario) di quegli strati d’avanguardia che partecipano a tutti gli scioperi, pagando dei prezzi altissimi (ma anche riducendosi per numero mano a mano che continua questa politica spettacolare dimostrativa ma inconcludente).
In questi ultimi anni non sono certo mancati gli scioperi generali convocati dalla Cgil (senza contare tutti gli scioperi presuntamente “generali” convocati dal sindacalismo di base). Purtroppo, non ce n’è stato uno che sia riuscito a strappare un qualche risultato concreto per i lavoratori, sia sul terreno salariale, sia nel far ritirare al Governo le leggi sul lavoro. Questo perché la modalità con la quale gli scioperi sono stati convocati era e continua ad essere profondamente errata. Di scioperi se ne sarebbero potuti fare di meno in termini di ore perdute, ma con risultati sicuramente diversi se solo si fossero mobilitati i lavoratori su obbiettivi precisi considerati irrinunciabili (ovviamente prevedendo spazi di mediazione nella trattativa), preparandoli e chiamandoli ad una mobilitazione ad oltranza da far terminare solo quando l'obbiettivo fosse stato raggiunto.
Questa metodologia non è un parto della nostra fantasia ma è incarnata da quasi due secoli di storia del sindacalismo in Italia e nel mondo, che però in Italia non funziona più dalla metà degli anni ’70 in poi, vale a dire dagli anni in cui si è cominciato a formare l’attuale quadro dirigente della Cgil.

Caste burocratiche o autorganizzazione dal basso?
Rimango convinto, d’altro canto, che le strutture del movimento operaio dovrebbero imparare dalla borghesia come meglio si rappresentano gli interessi di classe. Difatti, mentre la borghesia riesce a coalizzarsi come classe nell'attaccare i diritti e il salario dei lavoratori, e persegue pervicacemente e senza indugi i propri obbiettivi (anche accantonando divergenze interne, come si è visto alla Mirafiori con Marchionne), la casta dirigente del movimento operaio non riesce a organizzare una resistenza politica di blocco sociale contro il padronato e i suoi governi. Non si riesce a costruire uno straccio di azione politica comune né tra le organizzazioni sindacali né tra i movimenti che in questi anni si sono contrapposti alle controriforme capitalistiche sul mercato del lavoro, della scuola e contro le privatizzazioni dei settori più o meno strategici dell'economia.
La mancanza di vittorie, sia pure parziali, sia pure minime fa sì che il movimento dei lavoratori - sul quale pesano le sconfitte subite ininterrottamente per decenni su scala nazionale e internazionale - non riesca a liberarsi dallo strapotere degli apparati burocratici per avviare un processo di autorganizzazione dal basso delle lotte. Dinnanzi all'infiammarsi della mobilitazione sociale in alcune parti dell’Europa e in Medio Oriente, la lotta di classe in Italia appare come una delle più arretrate nonostante l’alto tasso di sindacalizzazione, il numero di ore di sciopero e a fronte di un attacco padronale violento. Anche l’esperienza dei governi di centrosinistra, lungi dal favorire una crescita dell’organizzazione di classe, ha seminato demoralizzazione e ulteriore frantumazione. Un fattore, questo, che va tenuto bene a mente visto che gli stessi responsabili delle sconfitte passate continuano a proporre il ritorno a governi di collaborazione con la borghesia (quali che siano i partiti su cui si costituiranno tali governi).
Con questo orientamento prevalente nella Cgil (e a fronte dell’immobilismo in cui si trova la sua principale corrente di opposizione, la “Cgil che vogliamo”) se la lotta di classe dovesse divampare anche in Italia nei prossimi anni a causa dell'aggravarsi delle condizioni materiali e per effetto della crisi economica, non vi sono dubbi che i settori più combattivi della classe lavoratrice tenderanno a rompere con gli apparati burocratici, per adottare nuove forme di lotta. La deriva dei sindacati burocratici (Cgil compresa) verso la trasformazione in apparati di gestione corporativa e di servizi, disposti a rispondere passivamente alle esigenze del capitalismo e della sua crisi, non lascerà alternativa ai lavoratori che costruire strutture autorganizzate, sulle quali il sindacato dovrà decidere di fondarsi se non vorrà scomparire. Occorre quindi impegnarsi perché queste strutture abbiano fin dalla nascita un carattere consiliare e antiburocratico. Questo è il sindacalismo che vogliamo…

Andrea Furlan
Direttivo Filcams Cgil - Roma Centro "La Cgil che vogliamo"

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

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a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.