L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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venerdì 22 dicembre 2023

UN’ALTRA DONNA VITTIMA DELL’ISLAMISMO IRANIANO


di Roberto Massari, Antonella Marazzi, don Ferdinando Sudati


Carissimi/e,

oggi [21/12/23] fremo di ira e orrore a vedere cosa il regime iraniano sta facendo alle sue donne, impiccandole a decine.

Vorrei reagire, anche per stigmatizzare il rifiuto dei presunti «kompagni» di solidarizzare con le donne oppresse dall’islamismo (non dall’integralismo islamico, ma dall’islamismo tout court, che anche in Iran è un islamismo di regime). Ma sono così inferocito che rischio di dire degli sfondoni. Fatico però a tacere.

Possibile che anche su una questione così umana ci si trovi ad essere isolati rispetto alla sinistra reazionaria che nel suo viscerale antiamericanismo finisce col dare copertura politica anche a questi immensi crimini verso le donne? E un po’ anche verso gli uomini iraniani che a loro volta vengono impiccati a centinaia per ragioni spesso di puro libero arbitrio.

C’è poi la lugubre ironia che l’Iran ha assunto da poco la presidenza del Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni unite (Unhrc). Gli è toccato per avvicendamento come prevede il regolamento. Ebbene, una logica minimamente «politica» avrebbe voluto che, avendo assunto questo incarico da poche settimane, sospendessero momentaneamente le esecuzioni, almeno quelle delle donne, almeno quella di ieri che grida vendetta al cospetto dell’umanità ancora umana: una madre di due figli, costretta a sposarsi a 11 anni e che ha reagito alle violenze del marito uccidendolo.

Ma appare chiaro che a loro dell’opinione internazionale non interessa nulla. Nel loro attuale Medioevo non esiste alcuna preoccupazione per l’opinione pubblica internazionale. Loro hanno Allah dalla loro parte…

Se qualcuno se la sente di scrivere un testo di denuncia, sarò lieto di associarmi. Io non me la sento.

Roberto

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Capisco l'orrore di Roberto e da donna dovrei trovare la forza e le capacità per scrivere io una lunga e argomentata protesta di fronte a queste manifestazioni di terribile disumanità, ma mi vengono meno sia la forza che le capacità.  Che si può dire di altro oltre ciò che si è scritto a più riprese sul nostro blog a proposito di questi crimini bestiali?

Francamente mi mancano le parole, i pensieri, le riflessioni appropriate e pacate. Sento salire al mio interno una furia irrazionale e tremenda contro questi regimi islamici immersi in una loro dimensione barbarica e arcaica fuori del tempo e tragica. Ho voglia di vomitare tutto il mio furore più aggressivo verso questi uomini, comunque appartenenti al genere umano, che si arrogano il diritto di torturare e uccidere in nome di un dio, che tra tutte le divinità inventate nel corso del tempo è certamente il più diabolico e vendicativo e anche il più idiota.

E il furore mi porta al desiderio di uccidere con le mie mani tutti costoro. Con una furia tremenda e irrazionale come la loro. E ciò non deve accadere perché si diventerebbe simili a loro. Ma debbo confessare che la mia disapprovazione, se non la mia furia, tocca anche le donne islamiche, quelle che non si ribellano, quelle che si coprono completamente divenendo dei fantasmi mortiferi e che giungono a convincersi che tutto ciò sia giusto e santo. Quelle che perpetuano nelle famiglie di fronte a figli e figlie la propria profonda subordinazione, come se fosse un motivo di vanto, e ne fanno oggetto di esempio ed educazione. Certo, conosciamo bene i meccanismi psicologici per cui le vittime divengono complici dei loro tortutatori in una società che da secoli si muove sulla base di questi canoni. Ma la mia furia rimane e finisce per avvolgere anche le donne che sempre sono vittime, ma spesso, inconsapevolmente, complici, appunto della società assassina. 

Tutti i governi degli stati borghesi cosiddetti democratici dovrebbero richiedere a gran voce la rimozione dell'Iran dalla presidenza del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni unite, ma la ragione di Stato e l'opportunismo osceno politico impedisce tutto ciò. Se credessi in qualche ente superiore urlerei: che siano maledetti! E che sia sottolineata sempre e con forza l'idiozia politica della sinistra reazionaria che nella sua furia antiamericana non si ferma di fronte ai massacri dei civili palestinesi ed ebrei, né a quelli del popolo ucraino e delle donne che hanno avuto la sorte perversa di nascere in terre islamiche. Che sia maledetta anche lei di fronte agli occhi dell'umanità intera!

Antonella

__________________________________

Anch’io, Roberto, ho provato indignazione (e umiliazione) alla notizia dell’impiccagione di quella giovane donna. Tanto più che è avvenuta dopo 10 anni di durissimo carcere e che potrebbe aver avuto tra i 28 e i 32 anni - il figlio maggiore ne ha 17 e il più piccolo 10 - ed essere stata data in sposa a un energumeno a non più di 11 anni (cfr. Francesca Paci, La Stampa del 21-12-2023). E non sapevo, come tu riferisci, che proprio all’Iran è toccata la presidenza del Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite!

Siamo al fallimento delle istituzioni di più alto livello, oltre di singole personalità, e pure del senso comune.

Qualche giorno fa, a fine novembre, ti scrivevo della conversazione telefonica tra papa Francesco e il capo di Stato dell'Iran, Ebrahim Raisi, su richiesta di quest'ultimo, per una mediazione del papa per un cessate il fuoco a Gaza. E della mia aspettativa che il papa gli avesse risposto: “Lo farò, anzi, continuerò a farlo volentieri e ti ringrazio di avermelo chiesto, però tu cerca di portare il tuo Paese fuori dal Medioevo e, in particolare, fai cessare lo stupro, la tortura e l’assassinio di ragazze per motivi di velo portato un po’ di traverso - e lascia che pure non lo portino -, e la condanna a morte di giovani che fanno dimostrazioni, lecite in quasi tutti i Paesi del mondo, a favore di elementari diritti”. 

Non ho, però, letto o sentito notizia del genere; forse la diplomazia non lo consentiva, ma di che dannata diplomazia parliamo?  Oppure gliel’ha detto “in privato”, che sarebbe già qualcosa, ma non lo si può divulgare, e allora serve a poco!

Ci manca solo che, passo dopo passo, ma abbastanza velocemente, il Medioevo ritorni in Europa. Lo farà, e probabilmente lo "meritiamo", ma sento dispiacere per le future generazioni.

Ti saluto e oso inviare anche un augurio di pace in questo Natale che assomiglia così tanto a un Venerdì santo.

don Ferdinando


P.S. Ho letto ora il commento di Antonella, che mi trova del tutto d'accordo. Salvo scusare - ma lo fa anche lei - un po' di più la mancata iniziativa delle donne islamiche, sia per la loro educazione fin da piccole sia soprattutto perché quei regimi sono davvero spaventosi.



Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

mercoledì 9 maggio 2018

ITALIA: UN ‘68 QUE DURÓ DIEZ AÑOS, por Claudio Albertani

Para Valentina y Marcello, mis hijos

¿Qué queremos?
¡Lo queremos todo!
(Pancarta en la barricada de
corso Traiano, Turín, 1969)

Quien habla de revolución
sin referirse a la vida cotidiana
tiene un cadáver en la boca.
(Graffiti, Milán, 1971)

Una precisión necesaria: nací en Milán en 1952 y viví el año de 1968 en el liceo. Como decenas de miles de mis coetáneos, participé en el movimiento estudiantil a partir de finales de 1967, en calidad de activista de a pie. Viví con pasión la temporada de las luchas obreras y me incorporé al colectivo libertario de mi escuela. Después vinieron los años 70, las comunas, las drogas psicodélicas y la lucha armada (en la cual nunca creí). Y cuando el movimiento se agotó, agarré la mochila para conocer el mundo. Como dijera Amin Maalouf, “soy hijo del camino, la caravana es mi patria y mi vida la más inesperada travesía”.

Recuerdos
Medio siglo después, 1968 me sigue pareciendo un año axial, la rara circunstancia en que el instante se enlaza con el tiempo y la coyuntura con la larga duración. No había crisis, más bien la economía marchaba viento en popa y, sin embargo, ocurrió un ataque, tan masivo como inesperado, contra el conjunto de las condiciones de vida bajo la dominación capitalista. En París, el movimiento estudiantil se convirtió en una gran revuelta que provocó la mayor huelga general en la historia de Francia. Otras grandes metrópolis –Ámsterdam, Tokio, Milán, Londres, Nueva York y la Ciudad de México– fueron teatros de luchas que tenían como objetivo nada menos que la creación de un mundo nuevo. Junto al sentimiento de que nada podría ser como antes, nuestra generación descubrió la pasión por la vida colectiva y la posibilidad de transformarla. “Rápido”, decían elocuentemente los muros, y todos sabíamos de qué se trataba.
Así como las epidemias medioevales no respetaban fronteras ni jerarquías sociales, la rebelión anuló clasificaciones políticas, geográficas e ideológicas. A pesar de que el mundo se hallaba dividido en dos bloques contrapuestos: el capitalista y el falsamente llamado “socialista”, la rebelión se contagió a Checoslovaquia y a Polonia revelando el carácter burocrático e imperialista del sistema soviético. En Gdansk, Stettin y Praga, las explosiones de cólera se parecían peligrosamente a las de Detroit y Watts.
En el sur del mundo, se oía la voz sorda y amenazante de los condenados de la tierra. En África, la descolonización despertaba insólitos apetitos de libertad; en América Latina, la Revolución cubana motivaba a una nueva generación de activistas, y en Vietnam la ofensiva del Tet ponía en jaque al país más poderoso del mundo. En este contexto, el caso de Italia se presenta como la expresión local de un movimiento de alcance planetario. En la península, sin embargo, el movimiento comenzó antes y terminó después, alcanzando un nivel de radicalidad desconocido en otras latitudes. Para comprender sus rasgos esenciales es necesario dar unos pasos atrás.

Antecedentes
Al concluirse el segundo conflicto mundial, Italia seguía siendo un país atrasado con una estructura prevalentemente agraria. Caso único en Europa occidental, el fascismo había sido derrotado por fuerzas populares que habían consolidado islotes de poder en las fábricas del norte, en el centro y en las regiones rurales del sur. El movimiento obrero contaba con una central única, la Confederación General Italiana del Trabajo (CGIL, por sus siglas en italiano), de tendencia comunista, mutilada hacia 1950 de las tendencias cristiana y socialdemócrata.
A un breve paréntesis de gobiernos unitarios que contaban con la participación del Partido Comunista Italiano (PCI) y del Partido Socialista (PSI), siguió el largo reinado de la Democracia Cristiana (DC) que, en alianza con la mafia, ganó las elecciones de abril de 1948 instaurando un régimen corrupto y aparentemente inamovible que tenía mucho parecido con el PRI de México. Por entonces, la vida política del país se encontraba enmarañada en la Guerra Fría: si los democristianos respondían a Washington, el PC obedecía a Moscú. Sin embargo, contrario a lo que afirmaba la propaganda, los soviéticos no tenían la menor intención de alterar el orden geopolítico surgido de los acuerdos de Yalta (1945), ni favorecían un cambio de gobierno en el país.
La prueba general llegó el 14 de julio de 1948 cuando Antonio Pallante, un estudiante anticomunista, hirió de cuatro balazos al secretario del PC, Palmiro Togliatti, sin matarlo. En todo el país se desencadenaron demostraciones violentas y una huelga general. Mientras los obreros comunistas se alistaban para la insurrección general, el día 15 Togliatti les ordenó volver al trabajo haciendo saber que la vía italiana al socialismo pasaba por la defensa de las instituciones del Estado burgués.
Se originó así una situación paradójica de la que el PC era al mismo tiempo víctima y beneficiario. Víctima, porque los preceptos de la Guerra Fría le impedían acceder al gobierno central, pero también beneficiario porque controlaba parte de la industria cultural, algunas alcaldías de las regiones centrales (Bolonia, por ejemplo) y el jugoso intercambio comercial con el bloque soviético. Se convirtió así en un partido conservador, garante del orden público, que ensanchó su base electoral gracias al transformismo, esa tradición típicamente italiana de cambiar de casaca en el momento oportuno.
Aun así, los comunistas fueron satanizados por la DC, sus paleros y la Iglesia católica, que amenazaba con descomulgar a quienes los votaban. Fincada en los valores del antifascismo y la resistencia, la innegable popularidad del PC, el partido pro-soviético más poderoso de Occidente, preocupaba a la OTAN y a los norteamericanos, que consideraban a Italia un país “en riesgo”. Como respuesta nació Gladio, una red paramilitar clandestina de alcance europeo en la que participaban la CIA y los servicios secretos italianos con el objetivo de desacreditar a los comunistas y mantenerlos alejados del gobierno.

El regreso de la revolución social
Los años 60 se abrieron con una oleada de luchas sociales en Génova, Reggio Emilia (1960) y Turín. Los protagonistas eran obreros jóvenes, emigrados del sur que proporcionaban mano de obra barata a las grandes fábricas del norte (Fiat, Pirelli, Alfa Romeo, Olivetti, Montedison, etc.). Ajenos a la tradición comunista, estos obreros organizaban huelgas salvajes, es decir no controladas por los sindicatos oficiales, que ponían en riesgo la paz social y el tránsito del país a la llamada “modernidad”. Frente al sobrecalentamiento del termómetro social, la Democracia Cristiana optó por incluir a los socialistas en el gobierno esperando frenar al movimiento vía la construcción del Estado social.
Sirvió de poco. Las protestas siguieron más fuertes y amenazantes. Surgieron revistas como Quaderni Rossi, Quaderni Piacentini y Classe Operaia, que expresaban las ideas de una nueva izquierda obrerista, y se formaron núcleos de jóvenes militantes que rechazaban la política conservadora del PC y de los sindicatos. En el centro del conflicto estaba la Fiat de Turín –por entonces una de las fábricas de coches más grandes de Europa– y su antagonista inevitable: el trabajador de línea, no calificado, sobreexplotado y discriminado por ser migrante.
Hacia mediados de la década, llegaron al país los fermentos de la revuelta juvenil internacional, la música de protesta, los cabellos largos y las minifaldas. Fue un severo golpe para la cultura católica y/o comunista de nuestros padres. En 1966, bajo la influencia de los provos holandeses y los hippies norteamericanos, apareció en Milán Mondo Beat, el primer ejemplo de prensa alternativa en Italia. Empezaron las manifestaciones contra la guerra de Vietnam, la toma de edificios y las batallas con la policía. A finales de 1967, fueron ocupadas las universidades de Génova, Nápoles, Milán y Turín. La reivindicación principal era el derecho a estudiar para todos.
A principios de 1968, las experiencias de obreros, estudiantes y contracultura convergieron de manera espontánea. En febrero, los estudiantes ocuparon la universidad de Roma. El 1 de marzo, tuvo lugar la “batalla de Valle Giulia” en la cual, por primera vez, fueron los estudiantes que atacaron la policía, liberando así la Facultad de Arquitectura. Era el principio efectivo de la revuelta juvenil. El mismo mes estalló una huelga en la Fiat por la supresión del sábado de trabajo y por mejores jubilaciones, y se formó el Comité Unitario de Base en la Pirelli de Milán (CUB Pirelli, que tendría una larga trayectoria), expresión de la autonomía de clase frente a la bancarrota de los sindicatos oficiales. En la primavera, la agitación estudiantil siguió en Milán y Turín; estalló la huelga de Valdagno (en el Véneto) contra el textilero Marzotto y se incorporaron a la lucha las fábricas Montedison de Puerto Marghera y Ansaldo de Génova. El norte, es decir la región más productiva del país, estaba en llamas.
En mayo y junio, jóvenes anti-artistas impugnaron la exposición de arte Trienal de Milán y después la Bienal de Venecia. En junio, después del atentado contra el líder estudiantil alemán Rudi Dutschke, cientos de estudiantes asaltamos la sede del Corriere della Sera de Milán, el diario principal del país, símbolo de la prensa al servicio del poder. En otoño, en ocasión de la inauguración de la temporada de ópera en el Teatro alla Scala, recibimos a tomatazos a la buena sociedad milanesa causando un escándalo nacional. Mientras tanto, el sur campesino se incorporaba al movimiento con luchas en torno a la supresión de las enormes diferencias salariales con el norte. En diciembre, la policía disparó en Avola (Sicilia) contra braceros que ocupaban una vía de tránsito, causando una ola de manifestaciones de solidaridad en toda la península.
De Francia nos llegaban las ideas sobre la autonomía de Cornelius Castoriadis (a quien conocíamos únicamente por sus pseudónimos de Pierre Chaulieu y Paul Cardan en la revista Socialisme ou Barbarie) y de los situacionistas sobre la subversión de la vida cotidiana. Leíamos el panfleto vitriólico Sobre la miseria en el medio estudiantil, que despedazaba el militantismo tradicional y defendía la acción política orientada a la realización del placer. Y nos pasábamos de mano en mano dos libros que se hicieron famosos después: el Tratado del saber vivir para uso de las jóvenes generaciones de Raoul Vaneigem y La sociedad del espectáculo de Guy Debord, ambos publicados por primera vez en 1967.

El año que vivimos en peligro
En lo sucesivo, el movimiento se fragmentó en una miríada de conflictos que arremetían contra todos los aspectos de la sociedad: el trabajo asalariado, la explotación, el arte, la cultura, la religión, las costumbres sexuales, la familia y la condición de la mujer. Los integrantes del movimiento éramos ajenos a los partidos y a la izquierda oficial, que nos miraba con recelo pues no nos podía controlar. La mayoría éramos muy jóvenes y no teníamos experiencia política. Pero sabíamos lo que hacíamos.
Cuando, en la primavera de 1969, tomamos mi escuela, el Liceo Scientifico Vittorio Veneto de Milán, juntamos los crucifijos que se encontraban colgados en cada salón, los amontonamos en el patio central y les prendimos fuego. Fue nuestra manera de cuestionar los Pactos de Letrán firmados en 1929 entre la Iglesia católica y el gobierno fascista de Mussolini. Dichos pactos, todavía vigentes, aseguraban a la Iglesia católica el estatus de iglesia oficial del Estado, establecían la enseñanza de la religión católica en el sistema educativo italiano y obligaban la presencia de símbolos religiosos en las aulas.
Surgió un nuevo feminismo –muy diferente, hay que decirlo, a buena parte de la ideología ramplona hoy en boga–, que se nutría de las reflexiones de Mariarosa Dalla Costa y Selma James (compañera del legendario militante negro Cyril Lionel Robert James). Ambas detectaban un aspecto oculto de la acumulación capitalista: la división sexual del trabajo. La mujer llevaba a cabo un trabajo doméstico gratuito, lo cual era la clave de la producción y reproducción de la fuerza de trabajo. A partir de estos planteamientos, el colectivo Lotta Femminista de Padua impulsó la lucha por el salario doméstico y la reducción del horario de trabajo a 20 horas semanales para que todos, hombres y mujeres, pudieran disfrutar de la vida y llevar a cabo juntos los quehaceres del hogar.

martedì 6 marzo 2018

¡OH FEMINISMO, CUÁNTO REVUELTO HAY EN TU NOMBRE…!, por Nechi Dorado

Muchas cuestiones giran en torno al Paro Internacional de Mujeres convocado para el 8 de marzo, al que adhiero por considerarlo importantísimo aunque con algunas diferencias, porque percibo que está todo demasiado embrollado.
Un estandarte que debería mantenerse firme –porque la situación así lo exige– desde algunos sectores se desvirtúa, y demasiado para mi gusto; convengamos que son varios los movimientos feministas que se despliegan y, aunque parezca mentira, diferentes son las concepciones.
Hace unos días escuché a una mujer por televisión, invitando al paro y diciendo con una seguridad absoluta, casi como si fuera una verdad revelada: “Que ese día los padres queden al cuidado de los niños y las que no tienen marido que los dejen con la abuela”.
Yo no podía creer ese argumento y pregunto, para algún sector que sea en lucha por los derechos de la mujer –que realmente están tan demorados–, ¿las abuelas no somos mujeres, ese día nosotras sí tenemos que seguir criando?
Y me quedé pensando, además, ¿por qué las mamás no deberían atender a los niños ese día: acaso nos sentimos explotadas por ellos?
O, ¿por qué las mamás no pueden marchar con sus hijos, si sería eso uno de los mejores ejemplos para inculcarles, desde pequeños, que los derechos cuando son avasallados se exigen en las calles? No se ruegan ni se espera que caigan del cielo. Madres en lucha son maestras de la vida, nada nuevo en lo que digo.
No son los hijos los que nos ningunean: es el sistema, muchachas –a ver si lo tenemos claro de una buena vez–. Tampoco todos los hombres son explotadores, femicidas y acosadores, así como no todas las mujeres son abusadoras ni se basan en conceptos como escuché varias veces por ahí de algunas mamás, diciéndoles a sus hijas: “buscate un boludo que te mantenga”, cosa que así hizo la niña cuando creció… Y el 8M algunas aseguraron asistencia.
Los poderes dominantes tiene la propiedad del desvirtúe, generando divisiones y echando por tierra un concepto que es maravilloso además de imprescindible: la lucha por la igualdad de género. Y la igualdad es eso: igualdad, no dar vuelta la historia según nos convenga para pasar a tener el dominio absoluto que tanto decimos repudiar.
Quiénes se encolumnan detrás de las “propuestas del sistema” –como algunas ONG de las cuales ya sabemos cuál es el origen de sus financiamientos– no son sino mujeres confundidas que al final terminan siendo utilizadas por ese mismo sistema que las impulsa a deslegitimar luchas heroicas, que costaron tantas vidas a lo largo de la historia del mundo.
Creo que nos urge un debate más profundo que apunte al ojo del callo que enquistó un sistema nocivo, genocida y que sigue con su proyecto, desarticulando hasta los fines más nobles que pueda exigir el ser humano, y lo hace con una seguridad que espanta.
Por eso este “8M Paro Internacional de Mujeres” me parece perfecto que haya compañeros que quieran sumarse a la masa de mujeres movilizadas contra una sociedad patriarcal, cuya columna vertebral se encuentra en las iglesias que siguen considerando que somos el resultado de una costilla del hombre.
Iglesias que jamás tuvieron en cuenta que ese hombre se alimentó de nuestras tetas, mucho menos consideraron que gracias a su sentencia “parimos los hijos con dolor”, tal vez porque el hombre ya no podía perder más costillas…
Iglesias que jamás se manifiestan contra los femicidios y que muchas veces, a través de representantes, justificaron violaciones de niñas no quedando exentos de actos aberrantes muchos niños.
Muchas veces dije –y hoy sostengo en vísperas del 8M– que no me autodefino como feminista por considerarlo una redundancia: soy mujer comunista. Y no me vengan a decir, como escuché por ahí en medio de una maraña en un ovillo de incoherencias, que hay comunistas machistas.
No, compañeras: ser comunista es defender desde las vísceras la igualdad en todas sus formas y expresiones, tratando de aniquilar la supremacía aunque a veces, demasiadas, venga de otra mujer. Ejemplos sobran.
Marchemos juntas y juntos este 8M –madres, abuelas (cómo que no), compañeras, compañeros, hijos, hijas–, porque este sistema nos está pasando por arriba a todos y a todas.
Uno de los íconos mundiales del feminismo, Alexandra Kollontái (1872-1952), expresó:
“¿Cuál es el objetivo de las feministas burguesas? Conseguir las mismas ventajas, el mismo poder, los mismos derechos en la sociedad capitalista que poseen ahora sus maridos, padres y hermanos.
¿Cuál es el objetivo de las obreras socialistas? Abolir todo tipo de privilegios que deriven del nacimiento o de la riqueza. A la mujer obrera le es indiferente si su patrón es hombre o mujer”.
El 8M todas y todos autoconvocados contra:

• los femicidios (en 2017 se registraron 292 asesinatos de mujeres en la Argentina. Es decir que una mujer fue asesinada cada 30 horas en el país durante el año pasado);
• la brecha salarial;
• el aborto bajo la consigna: “Educación sexual para decidir, anticonceptivos para no abortar, aborto legal para no morir”.

Pero sobre todo no permitamos que este sistema excluyente siga planteándonos diferencias con el solo fin de quebrar todo principio de organización. No tengamos dudas de que si hay algo que preocupa a los tiranos es la unidad en idea y pensamiento, en actos y acciones.

lunedì 13 novembre 2017

EL PERÚ ES EL PAÍS MÁS MACHISTA DE AMÉRICA LATINA, por Hugo Blanco

La noticia de que el día del censo que hace poco hubo en el Perú una mujer de dicho censo fue violada mientras trabajaba, nos recordó que el Perú es el país más machista de América Latina y que ocupa el tercer lugar a nivel mundial en violencia de género.
Solo en los primeros meses de 2016, el Ministerio de la Mujer y Poblaciones Vulnerables (MIMP) registró un total de 24 feminicidios y 66 intentos de este delito. Al año, el promedio de feminicidios llega a 120 o 130 en todo el Perú. En los últimos ocho años se han registrado 1,001 casos de feminicidios.
Según la Organización Mundial de la Salud (OMS), de los 31 millones de habitantes en el Perú, cerca de 800 mujeres fallecieron a manos de sus parejas. Las causas más comunes fueron por estrangulamiento, golpizas o asfixia.
Una encuesta reveló que siete de cada diez mujeres de 18 a 29 años se identificaron como víctimas de acoso sexual callejero.
Los resultados de la Encuesta Demográfica y de Salud Familiar (ENDES) del primer semestre de 2016 revelan que el 66.4% de las mujeres de 15 a 49 años de edad alguna vez fueron víctimas de violencia psicológica o verbal; el 32.4% declaró haber sufrido violencia física –y el 6.8% violencia sexual– por parte del esposo o compañero.
Este estudio también arroja datos preocupantes:

I) El 16.4% de las mujeres fueron agredidas físicamente por otra persona aparte del esposo o compañero.
II) El 51.2% de las mujeres alguna vez unidas fueron agredidas bajo los efectos del licor, drogas o ambas.
III) En los últimos doce meses del año, 11 de cada 100 mujeres fueron víctimas de violencia física por parte del esposo o compañero.
IV) La mayoría de mujeres agredidas físicamente (63.9%) tuvieron moretones y dolores. El 12.8% manifestó haber tenido herida o lesión, huesos o dientes rotos y quemaduras.
V) Según la ENDES, 44 de cada 100 mujeres víctimas de violencia física buscaron ayuda en personas cercanas.
VI) Entre los meses de enero a junio de 2016 se registraron 2.547 denuncias por violencia sexual a mujeres, según datos de la Oficina Estadística de la Policía Nacional del Perú.
VII) En el primer semestre de este año se registraron más de 1.772 denuncias por abuso sexual contra mujeres menores de 18 años. El departamento de Lima es el que presenta el mayor número de casos (493).
VIII) Según la información del Observatorio de Criminalidad del Ministerio Público, en 2015 se reportaron 97 casos de feminicidio en el Perú. La mayoría de víctimas (57) tenían entre 18 y 34 años de edad y catorce eran menores de 18 años.
IX) Por lo que respecta a la relación con el presunto victimario, 86 de los casos de feminicidio fueron cometidos por la pareja o expareja, 5 por un familiar, 3 por un conocido y 3 por un desconocido que atacó sexualmente a la víctima.

Hace pocos días [el 25 de octubre (n.d.r.)] el diario La República señaló:
“Las primeras cifras mostradas son más que alarmantes; según el Ministerio de la Mujer, en lo que va del año más de 6 mil denuncias de violencia sexual han sido atendidas, de las cuales la mitad corresponde a violencia sexual”.
El 74% de las mujeres peruanas sufren violencia por parte de sus parejas.
El colmo fue que la parlamentaria fujimorista Maritza García, mientras estaba al mando de la Comisión de la Mujer y Familia del Congreso de Perú, dijo que las mujeres incitaban a los “agresores sanos”.
¿De dónde viene esto?
La derecha peruana, incluyendo sacerdotes, impulsó un movimiento denominado “Con mis hijos no te metas” para combatir lo que ellos llamaron la “ideología de género”. Impulsaron marchas. Estaban en contra del respeto a la mujer y a las denominadas LGBT (Lesbianas, Gais, Bisexuales y Transexuales).
Fue precisamente consecuencia de eso que la mayoría fujimorista de la Cámara única pusiera como presidenta de la Comisión de la Mujer a Maritza García. Luego de su célebre frase, la protesta fue tan fuerte que tuvo que renunciar. El fujimorismo piensa reemplazarla por Nelly Cuadros, una congresista de Fuerza Popular: las organizaciones feministas la denuncian por haber votado en contra de un proyecto que eliminaba beneficios penitenciarios a violadores solo porque la iniciativa incluía la palabra “género”.
Pero no solo la mayoría parlamentaria es machista y favorece la agresión a la mujer. Los jueces y los fiscales tratan con mano blanda a los feminicidas y otros agresores a la mujer.

sabato 27 luglio 2013

EL PAPEL DE LAS MUJERES EN LAS RELIGIONES, por Marcelo Colussi

Que las mujeres gozan de menos derechos que los varones en todos los rincones del mundo no es ninguna novedad. Eso está comenzando a cambiar, lentamente. Ya hay transformaciones importantes en curso, pero aún resta muchísimo por avanzar. El patriarcado, con mayor o menor virulencia, sigue siendo aún una cruel realidad en todo el planeta. No puede precisarse cómo seguirán esos cambios, y con qué velocidad.
Lo que sí está claro es que las religiones –todas– no juegan un papel precisamente progresista en ese cambio: más que ayudar a la igualación de las relaciones entre los géneros, promueven el mantenimiento de las más odiosas y repudiables diferenciaciones injustas (¿puede haber alguna diferenciación injusta que no sea odiosa y repudiable?)
Amparados en la pseudo explicación de "ancestrales motivos culturales", podemos entender –jamás justificar– el patriarcado, los arreglos matrimoniales hechos por los varones a espaldas de las mujeres, el papel sumiso jugado por éstas en la historia, el harem, la ablación clitoridiana; podemos entender que una comadrona en las comunidades rurales de Latinoamérica cobre más por atender el nacimiento de un niño que el de una niña, o podemos entender la lógica que lleva a la lapidación de una mujer adúltera en el África.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.