L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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mercoledì 5 aprile 2017

SUL DIRITTO DI AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

Per molto tempo persone benintenzionate di vari paesi hanno cercato di introdurre il principio di legalità nelle relazioni fra Stati, confidando a tal fine nello strumento del diritto internazionale.
Uno strumento imperfetto, fragile, in parte di natura convenzionale e in parte di natura pattizia, funzionante solo operando il timore di rappresaglie efficaci da parte di altri Stati.
Nella situazione odierna, più che mai, parlare di diritto internazionale ha il sapore di una beffa, giacché nel cosiddetto "nuovo ordine mondiale" dell'imperialismo le questioni di legalità e di illegalità risultano ormai relegate a materia di studio e discussione per gli specialisti del diritto, ma senza rilevanza pratica. Oggi, chi può fa quel che vuole.
Allora, qual è il senso del parlare di diritto di autodeterminazione dei popoli in un quadro del genere?
Semplicemente si tratta di argomentare che il diritto internazionale - seppur rispettato - non può tutelare esigenze anche fondamentali, presentate e sentite come veri e propri "diritti", trattandosi di un sistema giuridico formato dagli Stati e in base alle loro esigenze; soprattutto se si tratta di Stati potenti.
Cinicamente, ma in modo veritiero, va ricordato che il diritto nasce dalla forza e non dal riconoscimento di esigenze etiche. Di modo che è vano appellarsi al diritto di autodeterminazione dei popoli: semmai, avendo forza e volontà lo si deve solo affermare e lottare per esso con tutti i mezzi a disposizione.
Per questo l'indipendentismo catalano che si ostina a operare per vie legali è destinato a sicura sconfitta; il cambio di registro non dà sicurezze, ma può creare grossi fastidi allo Stato nazionale (oltre a ridurre le spese e il tempo perso per sterili battaglie legali).
In fondo, attivare il diritto di autodeterminazione dei popoli comporta una rivoluzione rispetto all'ordine precedente, e ogni rivoluzione è per sua natura extra-legale o anti-legale.
Un'ultima annotazione. I giuristi posseggono un proprio linguaggio tecnico (al pari di qualsiasi altro specialista) formatosi nel tempo in base all'esigenza della maggior precisione possibile, tanto che spesso vengono accusati (dai non-giuristi) di spaccare il metaforico capello in quattro.
Al di fuori di costoro tutti, soprattutto i politici, non si devono invece attenere alle limitazioni implicate dal tecnicismo giuridico e quindi possono andare a ruota libera, anche col rischio di suscitare illusioni non proficue per gli interessati; spesso e volentieri dimenticando che i contenuti presentati sotto la copertura del termine "diritto" sono essenzialmente di due tipi: o costituiscono una rivendicazione morale, in assenza di previsioni al riguardo da parte di un ordinamento giuridico a cui gli interessati possano rivolgersi (e quindi in tal caso il diritto non esiste), oppure si tratta di qualcosa di davvero esistente sul piano giuridico.
In quest'ultimo caso, però, è necessario accertare quali ne siano (vale a dire di che portata) le inevitabili limitazioni, tanto per aver chiaro come agire quanto per operare - eventualmente - al fine di modificare tali limiti.

sabato 28 gennaio 2017

IL SISTEMA ITALIANO DI ACCOGLIENZA, di Andrea Vento (Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati)

Politiche emergenziali, inefficienze e malaffare sulla pelle dei migranti

La morte della giovane ivoriana nel centro di accoglienza di Cona, in provincia di Venezia, e del 38enne somalo nell'incendio del mobilificio abbandonato a Sesto Fiorentino, avvenute nei primi giorni del 2017, hanno riportato al centro dell'attenzione mediatica e del dibattito politico la questione dei migranti e dell'accoglienza. Cerchiamo di ricostruire il percorso, individuare le tipologie di strutture e focalizzare le normative a cui vanno incontro i migranti una volta sbarcati nel nostro Paese.
Il sistema di accoglienza attualmente in vigore è regolamentato dalla cosiddetta Roadmap italiana1, emessa dal Ministero dell'Interno il 28 settembre 2015, ed è strutturato su tre livelli, suddivisi in Prima e Seconda accoglienza, con strutture e funzioni di diversa tipologia.

La Prima accoglienza prevede come strutture gli Hotspots e i Regional Hubs:
- Gli Hotspots hanno finalità di primo soccorso e identificazione. Le funzioni di tali nuove strutture sono fissate dallo stesso documento del Viminale, il quale prevede che
«Al fine di gestire i flussi ininterrotti di cittadini di Paesi terzi che raggiungono le coste italiane dall'inizio del 2014, e in linea con l'Agenda europea sulle migrazioni, l'Italia ha messo in atto il nuovo approccio "hotspot". Essenzialmente questo è stato fatto attraverso un piano volto a canalizzare gli arrivi in una serie di porti di sbarco selezionati dove vengono effettuate tutte le procedure previste come lo screening sanitario, la pre-identificazione, la registrazione, il foto-segnalamento e i rilievi dattiloscopici degli stranieri. Subito dopo tutte le persone saranno foto-segnalate come CAT 2 (ingresso irregolare) e registrate in conformità con la legislazione nazionale ed europea (ad eccezione di quelle ricollocabili che saranno registrate come CAT 1). Saranno foto-segnalati come CAT 1 (richiedenti asilo) anche coloro che manifestano la volontà di richiedere la protezione internazionale e pertanto, successivamente, formalizzeranno la propria intenzione compilando il modello "C3" nelle strutture per richiedenti asilo (cioè i cd. regional hubs presenti sul territorio nazionale) dove verranno trasferiti dopo la conclusione delle menzionate attività di registrazione. Successivamente all'espletamento delle attività di screening sanitario, pre-identificazione, di quelle investigative/intelligence, e sulla base dei relativi esiti, le persone che richiedono la protezione internazionale saranno trasferite nei vari regional hubs presenti sul territorio nazionale; le persone che rientrano nella procedura di ricollocazione saranno trasferite nei regional hubs dedicati; le persone in posizione irregolare e che non richiedono protezione internazionale saranno trasferite nei Centri di Identificazione ed Espulsione (C.I.E.)».
- I Regional Hubs (Centri Regionali) sono in pratica Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo (CARA) e Centri di Primo Soccorso e Accoglienza (CPSA) riconvertiti. Anche questi sono previsti e regolamentati dalla Roadmap italiana:
«Il sistema di prima accoglienza è composto da strutture appartenenti ad ex centri governativi (CARA/CDA e CPSA), che attualmente si stanno riconfigurando come Regional Hubs. I cosiddetti Regional Hubs sono stati concepiti come un meccanismo-chiave preposto a facilitare la gestione di grandi arrivi di cittadini di Paesi terzi. Gli Hubs sono strutture aperte da utilizzare nella prima fase di accoglienza, destinate a ricevere quei cittadini di Paesi terzi - già registrati e sottoposti alle procedure di foto-segnalamento - i quali devono compilare il cd. modello C3 per la formalizzazione della domanda di protezione internazionale. Normalmente il periodo di permanenza va dai 7 ai 30 giorni, in modo da assicurare un rapido turnover dei richiedenti asilo i quali, in ogni caso, una volta presentata la domanda di protezione, potranno lasciare l'hub per essere trasferiti nei centri di seconda accoglienza, vale a dire nelle strutture della rete SPRAR».

domenica 4 dicembre 2016

IO, DANIEL BLAKE (Ken Loach, 2016), di Pino Bertelli

Soltanto in un paese libero l'impostura non gode privilegi,
e non può schivare la persecuzione che l'insegue sotto ogni forma o camuffamento,
non essendo protetta né da una corte, né dalla prepotenza nobiliare, né dall'iniquità d'una chiesa.
(Anthony Ashley-Cooper, III conte di Shaftesbury, 1707)

Sulla burocrazia, sul cattivo governo e sul film di Ken Loach, Io, Daniel Blake… non ci sono governi buoni, il governo migliore è quello che governa di meno o non governa affatto, diceva… ciò che è importante in ogni forma di società è la difesa del bello, del giusto e del bene comune… i deputati, i senatori, gli organi d'informazione e le "mosche cocchiere" della cultura sono tutti a libro paga dell'impero finanziario… alla farsa elettorale dei cretini ci partecipano tutti e tutti stanno al gioco… i terrorismi sono parte del grande spettacolo della globalizzazione e la celebrazione del liberalismo poggia sulla pioggia di "bombe intelligenti" dei paesi ricchi che legittimano il genocidio dei paesi impoveriti… ovunque i diritti dell'uomo sono calpestati, i proclami dei capi di stato, dei primi ministri, dei papi, dei generali… uccidono! Le chiacchiere della televisione e l'imbecillità della Rete, usata come i padroni del web vogliono, impediscono di pensare, di riflettere o d'incazzarsi… tutto è trasformato in uno spettacolo e niente è vero se non passa dall'inginocchiatoio dell'economica politica internazionale.
La twittosfera ha favorito l'emersione di una moltitudine di imbecilli (che forse imbecilli lo erano sempre stati) e sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione e nei luoghi di potere, scriveva, giustamente, Carlo M. Cipolla1… la peste (della stupidità politica) di Camus è ancora contagiosa e continua a diffondersi nei partiti e nella vita quotidiana… gli idolatri, i ruffiani, i servi si riproducono nei miti che sostengono e nessuno sembra chiamarsi fuori dalla barbarie della società consumerista… in verità il totalitarismo moderno teme che un giorno le giovani generazioni possano sommare le loro energie e rompere il meccanismo della ragione imposta… la maggior felicità per il maggior numero passa dalle rovine dell'ordine costituito. Alla maniera di Michel Onfray: «I nani dell'isola di Lilliput riescono a sconfiggere il gigante con una moltiplicazione di legami sottili, una proliferazione di piccole azioni congiunte, una tela di ragno libertaria che passa dall'inerzia al sabotaggio e dalla resistenza sociale al rovesciamento puro e semplice dello stato di cose esistenti»2. In principio è stata la disobbedienza civile, poi la forza radicale e il progresso dello spirito umano che hanno cercato - e qualche volta ci sono anche riusciti - di abolire l'odio dell'uomo sull'uomo e mostrare che il potere non esiste che con il consenso di coloro sui quali si esercita.
Di Io, Daniel Blake. Newcastle. Daniel Blake è un falegname di 59 anni, in seguito a una crisi cardiaca non può più lavorare ed è costretto a chiedere il sussidio statale per invalidità (ma viene respinto e il falegname cerca di fare ricorso). Daniel conosce Katie, giovane madre di due ragazzini… è venuta da Londra per avere una casa popolare… non riesce a trovare lavoro e si rivolge alla "Banca del cibo" per sfamare la famiglia (finirà a fare la prostituta per comprare le scarpe ai figli). Tra Daniel e Katie nasce un rapporto di tenera amicizia e d'indignazione verso la burocrazia disumana del welfare inglese… Daniel non riesce a districarsi tra i computer, la rete e i moduli da riempire… scrive sui muri dell'ufficio statale la sua protesta e chiede un incontro per riesaminare la sua situazione… naturalmente viene arrestato… vende tutti i mobili della casa per sopravvivere e quando va (insieme a Katie) davanti ai giudici del riesame, muore d'infarto nel bagno. Sono pochi i proletari che lo piangono… al "funerale dei poveri" che viene fatto di primo mattino (perché costa poco)… Katie legge una lettera di Daniel, dove il falegname chiede rispetto e dignità anche per un cane e lui è stato assassinato dallo Stato.

mercoledì 7 settembre 2016

STATO E NAZIONE NEL VICINO ORIENTE, di Pier Francesco Zarcone

L'IMPERIALISMO FRANCO-BRITANNICO E IL CAOS ODIERNO

Per capire in qualche modo l'attuale caos nel Vicino Oriente bisogna risalire ai primi degli anni '20 del secolo scorso, quando dopo la Grande Guerra alcuni politici occidentali (Lloyd George, Clemenceau, Churchill) ridisegnarono la mappa di quella parte di mondo. Giustamente si dice che crearono degli Stati artificiali; tuttavia questa caratteristica viene meglio espressa dal concetto di "comunità immaginate", cioè carenti di storia nella loro forma attuale (con una certa eccezione per la Siria): per esempio, la storia della Mesopotamia non è la stessa cosa della storia dell'Iraq.
In relazione a questo non è casuale che oggi nel Vicino Oriente non manchino quanti collocano la cosiddetta "rivolta araba" dello Sharif hashimita della Mecca, Husayn, dei suoi figli Faysal e Abd Allah e di T.E. Lawrence, tra le cause prime delle attuali disgrazie. Infatti la proposta ricevuta da Gran Bretagna e Francia per appoggiare una rivolta araba contro gli Ottomani e poi costituire uno Stato arabo indipendente fece intendere agli Alleati che esistesse un nazionalismo arabo da loro sfruttabile. È nota la successiva sequenza di illusioni e tradimenti imputabili a Londra e Parigi, ma quel convincimento rimase, al di là dei differenti modi di procedere di ciascuna delle due potenze: la Gran Bretagna in qualche modo cercò di "salvare capra e cavoli", cioè di realizzare i propri interessi imperialistici mediante la creazione di entità statuali arabe, sottoposte al suo controllo indiretto; mentre la Francia preferì il controllo diretto sulla Siria, frantumandola nella Siria attuale e nel Libano. L'obiettivo di entrambe le due potenze rimase quello di condurre all'indipendenza formale entità statuali adeguatamente plasmate e ammorbidite.
Per quanto riguarda l'intervento della Gran Bretagna, avendo come presupposto - errato - l'esistenza di un diffuso nazionalismo arabo, la sua azione imperialistica fu accompagnata dall'illusione che fosse sufficiente aver costituito tre nuovi Stati arabi dalla disgregazione ottomana: Higiaz, Transgiordania, Iraq (il primo sarebbe stato ben presto annesso ai domini di Abd al-Aziz ibn Saud, cioè all'odierna Arabia Saudita). La situazione nel Vicino Oriente e le sue dinamiche - in realtà ignorate dai britannici - erano assai più complesse, e le difficoltà cominciarono subito.
Nonostante le illusioni britanniche, il nazionalismo arabo era l'ideologia di una minoranza di intellettuali urbani non radicati nelle masse, con una non secondaria presenza di Arabi cristiani: non averlo capito fece ritenere (sbagliando) che la Nazione potesse prevalere - per sua forza unificante - sulle religioni, sulle etnie, sulle tribù. La storia avrebbe dimostrato il contrario. In realtà l'unica componente del Vicino Oriente in cui sulla religione possa prevalere il dato linguistico (insieme a quello etnico) è la popolazione curda.
Eppure avrebbe dovuto costituire un campanello d'allarme il dato quantitativo (molto scarso e a pagamento) della partecipazione araba alla ribellione antiottomana (significativa diserzione di truppe non ve ne fu, e solo alcuni ufficiali arabi prigionieri aderirono alla rivolta) e la sua effettiva incidenza militare che, pur includendovi la presa di Aqaba, si ridusse a qualche azione di guerriglia e di sabotaggio, tutto sommato ininfluente sullo sforzo bellico alleato nel fronte del Sinai. (Se si sfugge alle rodomontate di T.E. Lawrence, salta all'occhio che i ribelli arabi nemmeno riuscirono a prendere Medina - tenuta dalle truppe ottomane fin dopo la cessazione delle ostilità - e che il loro ingresso a Damasco prima delle truppe alleate fu dovuto solo alla sensibilità politica del generale Allenby, che scelse di inebriare gli irregolari hashimiti col solo fumo di un "arrosto" che non arrivarono a mangiare.) In definitiva, tenuto conto delle proporzioni, sarebbe meglio parlare di "rivolta hashimita", e basta.

mercoledì 18 maggio 2016

«FELICIA», di Antonio Marchi e Umberto Santino

Conosco abbastanza bene la storia degli anni '70 e il massacro di giovani e di speranze che ne fu parte… nonostante ciò, non riesco a non emozionarmi davanti a un film che mi tocca il cuore e il cervello. Pur essendo soddisfatto per quello che ho visto, alcune scene del film mi hanno lasciato perplesso e incredulo per la loro forzata spettacolarizzazione. D'altronde, dopo l'infamante intervista al figlio di Riina ad opera di Bruno Vespa, la Rai non poteva che correggersi con questa fiction.
S'intitola Felicia Impastato il film di Gianfranco Albano andato in onda martedì sera [10 maggio] su RaiUno. Scritto da Diego De Silva con Monica Zapelli (che ha già firmato I cento passi), il film - prodotto da Metto Levi con RaiFiction - è stato realizzato con la collaborazione preziosa di Giovanni Impastato, fratello di Peppino. «I cento passi - racconta - è stata la prima esperienza dell'incontro tra realtà e cinema. Ho tantissimi ricordi di mia madre, quello, memorabile, fu quando puntò il dito contro il criminale mafioso Badalamenti. Un film emozionante ma fin troppo addolcito dalla inevitabile suggestione per un pubblico televisivo. A Casa Impastato, oggi a disposizione della società civile, si vivono emozioni. È rimasta così, noi l'abbiamo riempita di reperti importanti. Ci sono tutti i ricordi. E con le chiavi abbiamo aperto la casa di Badalamenti. Lì c'è la storia della mafia».
Attraverso la figura di Felicia, fiera e determinata (interpretata da Lunetta Savino), ripercorre le tappe della vicenda di Peppino, ucciso per mano mafiosa. Nessuno dà credito a Felicia. Solo il magistrato Rocco Chinnici (Antonio Catania) le crede, riprende in mano le carte, cerca i riscontri. Lo capisce anche la mafia che quel servitore dello Stato non è disposto a mollare per arrivare alla verità. Il 29 luglio 1983 Chinnici viene ucciso in un attentato, ma la sua passione civile ha contagiato Francesca Imbergamo, studentessa di giurisprudenza che diventa magistrato. È lei a riaprire i faldoni, a riannodare i fili. Sono due donne a chiedere giustizia e a ottenerla: il 25 ottobre 2000 Felicia Impastato entra nell'aula di tribunale per guardare in faccia, in videoconferenza, il boss Gaetano Badalamenti, condannato poi all'ergastolo.
Ho chiesto un parere al prof. Umberto Santino del Centro siciliano Peppino Impastato, uno dei maggiori studiosi dell'antimafia.
A.M.

Felicia Impastato
«LA FIGURA DI FELICIA È TOTALMENTE FALSATA», un commento di Umberto Santino*

Ieri sera abbiamo visto il telefilm su Felicia. L'attrice è brava, ma le nostre indicazioni sono state quasi completamente disattese (tra l'altro non figuriamo tra i consulenti, nonostante abbiamo scritto sette pagine di suggerimenti, dopo aver letto la sceneggiatura). La figura di Felicia è totalmente falsata: Felicia usciva di casa rarissimamente, non andava continuamente in giro come si vede nel film e hanno tolto una scena esemplare: lei che va a votare pochi giorni dopo l'assassinio. A me fanno fare cose che non ho mai fatto, come la raccolta delle pietre insanguinate nel casolare (sono stati solo i compagni e non c'era Giovanni), e non quelle che ho fatto: dal rapporto con i magistrati al libro con Anna [Puglisi]**, con la storia di vita di Felicia e la rivelazione del viaggio del marito in America, alla manifestazione nazionale contro la mafia, pensata, proposta, organizzata, gestita e finanziata dal Centro, cioè soprattutto da me e Anna, che è stata completamente cancellata.

venerdì 4 settembre 2015

VANEIGEM: PREMESSE DI UNA TEORIA POLITICA DEL SITUAZIONISMO, di Roberto Massari

È la rielaborazione dell'intervento preparato per il Punto della Situazione n. 2 presso la Galleria Peccolo di Livorno (13 giugno 2015). Va considerato come il seguito di «Complicanze "spettacolari"», intervento per il Punto della Situazione n. 1 a Sesta Godano (19 settembre 2014), che a sua volta si poteva considerare come il seguito di «Debord: da La società dello spettacolo ai Commentari. Note di lettura», intervento al convegno dell'Aquila dedicato a Debord (21 giugno 2008). [r.m.]

Guy Debord e Raoul Vaneigem, novembre 1962 © Leo Dohmen
Dire che rispetto all'itinerario debordiano il contributo teorico di Raoul Vaneigem è politicamente più incisivo (scava più in profondità, oltre che in estensione) e ideologicamente più definito, può sembrare una banalità. Anzi, in un certo senso lo è, visto che le prime riflessioni politiche significative del Vaneigem situazionista si trovano in due corposi articoli apparsi sull'Internationale Situationniste ad aprile 1962 e a gennaio 1963, che erano per l'appunto intitolati: «Banalités de base I» e «II»1.

Urbanismo unitario vs. geologia della menzogna

La sua critica al sistema - in particolare ai meccanismi fondamentali alimentatori della dilagante alienazione capitalistica - era stata elaborata in precedenza soprattutto partendo dalla dissezione dell'urbanismo a lui contemporaneo. Questo era da lui inteso sia come disciplina pianificatrice, sia come mistificazione spettacolare di realizzazioni pratiche (cioè architettoniche, distributive degli spazi, costrittive e costruttive di uniformità ambientali).
In un testo pubblicato sull'IS dell'agosto 1961 («Programme élémentaire du bureau d'urbanisme unitaire») - scritto a quattro mani con l'architetto-urbanista ungherese Attila Kotányi (aderente all'IS e poi uno dei vari espulsi da Debord) - Vaneigem aveva contrapposto l'esistenza reale dell'architettura contemporanea alla non-esistenza dell'urbanismo, ridotto a semplice ideologia nel senso marxiano del termine. Anticipando temi e metodi che saranno propri della debordiana Société du spectacle, Vaneigem e Kotányi equiparavano le due forme a loro avviso fondanti della mistificazione capitalistica - l'URBANISMO e lo SPETTACOLO - denunciandone la funzione omologante, adeguatrice dell'individuo alle esigenze del sistema. Lo facevano con termini classici (come reificazione e alienazione) e un po' meno classici (come ricatto utilitaristico, induzione alla partecipazione tramite la pubblicità-propaganda, organizzazione dell'isolamento, identificazione con l'ambiente circostante senza possibilità di scelta, manipolazione dell'habitat ecc.).

giovedì 4 giugno 2015

MARTIN BUBER E L'ANARCHISMO, di Pier Francesco Zarcone

Martin Buber
L'accostamento fra Martin Buber - filosofo di grande spiritualità e fortemente inserito nella religiosità ebraica - e l'anarchismo non è frutto di fantasia o di forzatura, bensì emerge dalla sua stessa opera: nel presente scritto si cerca di chiarire le ragioni di questo apparente ossimoro. Nella prima parte, per chiarezza, viene tracciato un sintetico quadro della complessità dell'anarchismo - oggi ridotto a realtà insignificante, con un ruolo solo testimoniale di un passato anche glorioso, ma ormai privo di incisiva presenza nelle lotte sociali e politiche; nella seconda parte vengono trattate le componenti anarchiche (non di matrice ebraica) a cui si deve la fusione fra spirito libertario e vita religiosa; la terza è dedicata all'ineludibile tema dei nessi fra Ebraismo e anarchismo; e infine si affronta in modo specifico il pensiero libertario di Martin Buber.
Preliminarmente è necessario bandire in modo assoluto l'identificazione dell'anarchia con il caos - ormai divenuta luogo comune, se non addirittura dogma, anche fra le persone di media cultura. La ragion d'essere dell'anarchismo, infatti, è l'approdo a un ordine naturale senza coazione dall'alto. Conseguentemente va del pari considerato frutto della propaganda avversa il fatto di considerare asociale o privo di senso etico l'anarchico in quanto tale.

UN APPROCCIO SINTETICO E CRITICO ALL'ANARCHISMO

A motivo della complessità del pensiero definibile anarchico, la cosa migliore sarebbe non dare una definizione di anarchismo. La stessa semantica del nome non aiuta affatto. «Anarchia» viene dal greco ed è parola composta da un α privativo e dalla radice αρχ- (arch), indicante comando; e infatti la troviamo nel verbo archiin1, «comandare» - ragion per cui generalmente la si traduce con «senza-comando», «senza-potere», «senza-autorità»; ma poiché la parola archí significa anche «principio» oppure «origine», anarchia finisce col significare «senza principio», «senza divinità», «senza dogmi». E l'anarchismo è il versante ideologico-programmatico-operativo con cui si vuole esprimere questi concetti. In senso politico fu usato per la prima volta - e negativamente - nel 1793 dal girondino Jacques Pierre Brissot per designare la corrente degli Arrabbiati, rivoluzionari radicali pronti alla critica di ogni autorità. Poi, nel 1840, Proudhon dette un significato positivo ad anarchia e anarchismo.

domenica 28 settembre 2014

150º ANNIVERSARIO DELL'ASSOCIAZIONE INTERNAZIONALE DEI LAVORATORI, di Pier Francesco Zarcone

Riflessione sul contrasto Marx/Bakunin

La I Internazionale (il suo nome esatto era Associazione Internazionale dei Lavoratori) fu costituita a Londra il 28 settembre del 1864 da sindacalisti britannici e francesi e da esponenti dell’emigrazione rivoluzionaria europea dell’epoca [1], a margine di un incontro per la difesa dell’indipendenza polacca. Dietro questa occasionalità, peraltro, esisteva l’ormai maturata consapevolezza dell’ineludibile esigenza di dare vita a un’organizzazione unitaria del proletariato che, al di là delle barriere nazionali, si contrapponesse all’internazionale sfruttamento capitalista. Che ancor prima di quell’atto fondativo la correlativa idea fosse già nell’aria, lo dimostrano le varie «leghe», «società» e «federazioni», palesi o segrete, e sovente effimere, sorte in precedenza e con prospettive palesemente transnazionali.
Il progressivo radicalizzarsi dello scontro sociale - nelle aree in cui la rivoluzione borghese o si era ben affermata o si andava sviluppando – e la crescente consapevolezza dell'inconciliabilità degli interessi di classe proletari con quelli borghesi, facevano sì che dall’originario associazionismo operaio di tipo assistenziale/solidaristico (in fondo innocuo per i padroni) si andassero sviluppando forme di agglutinazione maggiormente idonee all’innalzarsi del livello di scontro; e parallelamente negli ambienti delle società operaie aumentasse l’attenzione per i problemi economici e politici. Così alla fase di resistenza – implicante la contrattazione dei minimi salariali e la lotta ai licenziamenti – si andò accompagnando la spinta all’abbattimento del sistema socio/economico. Da qui il successo dell’Internazionale, su un terreno in cui l’associazionismo operaio assumeva caratteristiche sociali e anche politiche più radicali. Tant’è che varie organizzazioni sindacali di categoria si trasformarono in sezioni dell'Internazionale.

venerdì 11 luglio 2014

STATO E RAGIONE ECOLOGICA. PER LA CRITICA DELLE POLITICHE AMBIENTALI (II), di Michele Nobile

Seconda parte
(pubblicata in Giano. Pace ambiente problemi globali n. 28, gennaio-aprile 1998)

Summary
This article deals with the discrepancy that lies in the political practices of social environmental movements, green parties and left-wing organizations, between the minimal programme and partial activism onthe one hand and the maximum programme and the hope for global change on the other.
This situation is partly  due to the lack of any realistic theory behind environmental policy and the State. The political positions adopted in this sphere are generally combinations of the «State to democracy» approach, the pressures it is subject to and the independent initiatives that prefigure the creation of an ecological society.
Both cases skirt the problem of the limitations of an environmental policy as such, and of stateness as the concentration of class power, avoiding thus the question of the limits placed by the capitalist State upon ecological rationality as defined by John Dryzek: negative retroaction, co-ordination, flexibility and/or strenght, resilience.
After looking at the potentially anticapitalist nature of environmental social movements and the origins of environmental politics in the general and multi-dimensional crisis of capitalist society in the late Sixties, early Seventies, the article moves on to make an analytic examination of the intrinsic limits of normative and administrative action in environmental politics.
Well known phenomena such as the divisions within environmental politics, the conflict of autorithy between institutional bodies and apparatus, the contradictions in different interpretations of the laws and implementation, applicative inertia, the gap between planned objectives and the means used to reach them, are not the result of dysfunction, but are axpressions of the limits of the State action in the environmental sphere. Such phenomena do not depend simply upon the influence of interest groups; they are inherent to the «rationale» of administrative activity due to the relative, reciprocal independence of State and economy - a distinctive structural feature of capitalism and the way class power is wielded. Together with the tendency towards global transformation into commodity and the exploitattion of capital, the limits of administrative action stand in the way of ecological rationality and undermine the very foundations of environmental politics.
The condition necessary for an international, ecological rationality is therefore the socialisation and integration of political will and of management of the resources and of the economic apparatus, that is to say, the maximum extension of the democracy in all the spheres and the circles of the social life.


L’impotenza strutturale di fronte ai problemi ecologici

I limiti del capitalismo nella capacità di soddisfare in modo adeguato i criteri della razionalità ecologica ed i motivi del costante riproporsi di problemi ecologici, nonostante normative parziali meditate e i successi di lotte specifiche, non sono interni solo alla sfera economica ed alla logica della produzione capitalistica, o dovuti agli interessi che potrebbero aver «colonizzato» e «strumentalizzato» la sfera politico-statuale. Essi sono sia economici che politici: risultano dalla specificità della dinamica economica capitalistica, dall'articolazione tra questa e lo Stato, dalla specificità dello Stato.
In una società capitalistica la natura conta solo in quanto inserita nel processo di valorizzazione del capitale, la cui condizione è che l'insieme delle risorse, tra cui lo spazio naturale in questione, sia sotto controllo privato, cioè non socializzato (il tipo di proprietà giuridica, privata, pubblica o mista dell'unità di valorizzazione è sotto questo aspetto indifferente). Inoltre, come sistema economico il capitalismo non si riduce affatto né mercato né al solo guadagno monetario. Ciò che essenzialmente lo distingue da precedenti società, in cui già erano presenti sia scambi di mercato che avidità di denaro, è la tendenza all'intensificazione della sussunzione reale del lavoro e della natura nel processo attraverso cui il capitale si valorizza, all’estrazione tendenzialmente senza limiti di plusvalore, all'estensione delle sfere sociali e naturali incorporate nella riproduzione allargata del capitale sociale. Non sono il mercato mondiale o gli imperativi dell'innovazione tecnologica ed organizzativa a fare i rapporti di classe ma, viceversa, sono questi, con le loro specificità storiche e geografiche, che determinano lo sviluppo ineguale e combinato delle forze di produzione, i caratteri fondamentali delle economie nazionali, gli orientamenti degli scambi commerciali e degli investimenti diretti, in sintesi il modo in cui si trasforma il sistema mondiale. Invertendo i rapporti di causa ed effetto si rischiano anacronismi storici e non verrà messa a fuoco la radice più forte e profonda dei problemi ai quali ci si riferisce nel presente.

venerdì 4 luglio 2014

STATO E RAGIONE ECOLOGICA. PER LA CRITICA DELLE POLITICHE AMBIENTALI (I), di Michele Nobile

Prima parte
(pubblicata in Giano. Pace ambiente problemi globali n. 27, settembre-dicembre 1997)
La seconda parte verrà pubblicata prossimamente su questo blog.

Summary
This article deals with the discrepancy that lies in the political practices of social environmental movements, green parties and left-wing organizations, between the minimal programme and partial activism onthe one hand and the maximum programme and the hope for global change on the other.
This situation is partly  due to the lack of any realistic theory behind environmental policy and the State. The political positions adopted in this sphere are generally combinations of the «State to democracy» approach, the pressures it is subject to and the independent initiatives that prefigure the creation of an ecological society.
Both cases skirt the problem of the limitations of an environmental policy as such, and of stateness as the concentration of class power, avoiding thus the question of the limits placed by the capitalist State upon ecological rationality as defined by John Dryzek: negative retroaction, co-ordination, flexibility and/or strenght, resilience.
After looking at the potentially anticapitalist nature of environmental social movements and the origins of environmental politics in the general and multi-dimensional crisis of capitalist society in the late Sixties, early Seventies, the article moves on to make an analytic examination of the intrinsic limits of normative and administrative action in environmental politics.
Well known phenomena such as the divisions within environmental politics, the conflict of autorithy between institutional bodies and apparatus, the contradictions in different interpretations of the laws and implementation, applicative inertia, the gap between planned objectives and the means used to reach them, are not the result of dysfunction, but are axpressions of the limits of the State action in the environmental sphere. Such phenomena do not depend simply upon the influence of interest groups; they are inherent to the «rationale» of administrative activity due to the relative, reciprocal independence of State and economy - a distinctive structural feature of capitalism and the way class power is wielded. Together with the tendency towards global transformation into commodity and the exploitattion of capital, the limits of administrative action stand in the way of ecological rationality and undermine the very foundations of environmental politics.
The condition necessary for an international, ecological rationality is therefore the socialisation and integration of political will and of management of the resources and of the economic apparatus, that is to say, the maximum extension of the democracy in all the spheres and the circles of the social life.


Movimenti sociali e costruzione della politica dell'ambiente

Conflitti, discussioni e normative intorno a questioni che oggi definiremmo ambientali non sono certo novità recente. Gli Stati moderni si sono occupati, prima o poi, dell'igiene e della salute pubblica, dei rischi di determinati impianti industriali, delle acque e delle foreste, della conservazione (e a volte anche dell'«invenzione») del patrimonio naturale, paesaggistico e storico-culturale.
L'intervento degli Stati liberali in questi ed in altri campi non era in contraddizione con il loro ruolo di garanti delle condizioni generali dell'attività economica e dell'addomesticamento della natura, di difensori della proprietà privata e dell'ordine sociale, di promotori e tutori dell'identità nazionale e del patriottismo.
Ma per quanto rilevanti nei loro effetti sull'ambiente sociale e naturale potessero essere gli interventi statali, e per quanto il riferimento al «naturale» come principio morale, declinato nei modi e per i fini più diversi, non sia mai mancato, è un anacronismo parlare di politica dell'ambiente prima del periodo posto tra la metà degli anni '60 ed i primi anni '70.
Fu solo allora che preoccupazioni e interessi eterogenei precipitarono insieme per costituire una nuova area del discorso e del conflitto politico e sociale, diventando componenti nella costruzione di un campo nuovo e fluido della politica statuale, avente come oggetto l'ambiente, concetto peraltro non univoco, e sempre più identificabile con particolari apparati, riferimenti normativi e tecniche gestionali (1). Come la politica economica, qualcosa di molto diverso dalle funzioni economiche dello Stato liberale, nacque negli anni della Grande Depressione, così anche la nascita della politica ambientale va collocata in una condizione critica.

mercoledì 18 dicembre 2013

"TEMPI NUOVI" e oltre..., di Miguel Martinez

La lettera e l'articolo di Miguel mi hanno dato una sensazione complessa: c'è, soprattutto nell'articolo, tutta la tragicità del presente espressa con un'angolazione molto particolare, direi umanista. Sembrerebbe talmente tragico e ineludibile questo presente da rendere impensabile un qualsiasi futuro appena vivibile per i non-Privanti, cioè per tutti noi "comuni mortali". Pure, soprattutto nella lettera, aleggia una sorta di curiosa speranza, che non so se possa essere seriamente riconducibile al ricominciare dalle Comunità, come dice Miguel. Forse c'è, sospesa sul nuovo nulla che si presenta, la speranza che davvero l'utopia positiva dell'amore - inteso come leva potenziale a positivo dei cambiamenti interiori ed esteriori che soli potrebbero far risalire la china - possa essere il tramite verso un futuro ancora vivibile, soprattutto per la parte sempre più sofferente della nostra umanità, individuale e collettiva. In conclusione, una lettura che può suscitare molte riflessioni, su piani diversi. 
Antonella Marazzi


Caro Roberto, 
se ha senso quello che ti scrivo adesso, pubblica pure...
Sei tra le molte persone verso cui mi sento in colpa in questo periodo.  Intanto, provo verso di te una colpa di assenza, di silenzio, di mancate risposte, pur nella profonda affinità delle diverse vie che abbiamo percorso nella vita.
E' facile parlare a nome di Dio, della Classe Operaia o della Nazione, ma alla fine, possiamo parlare, ciascuno di noi, solo a nome nostro... e quindi qui vedrai tante volte il pronome, "io", che spero sia più un io di modestia che un io di vanto.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.