L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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mercoledì 4 aprile 2018

DIECI RIFLESSIONI E UN COMMENTO: IL CICLO DELLA PAURA IN PIENO ANTROPOCENE, di Roberto Savio e Michele Nobile

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

È ormai chiaro che siamo in un periodo di transizione, anche se non sappiamo verso dove. Ma è evidente che il sistema politico, economico e sociale che ci ha accompagnato dalla fine della Seconda guerra mondiale non è più sostenibile.
Secondo Amnesty International, le diseguaglianze in crescita esponenziale ci hanno quasi riportato ai livelli del tempo della regina Vittoria: oggi a livello globale, tuttavia. Dieci anni fa, 652 individui avevano la stessa ricchezza di 2,3 miliardi di persone: ora sono appena otto.
Secondo le proiezioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, i diciottenni di oggi andranno in pensione in media con 632 euro.
Nonostante le dichiarazioni ufficiali, e nell’indifferenza generale, stiamo raggiungendo il limite dei 2 gradi centigradi di aumento della temperatura atmosferica dal 1854, soglia oltre la quale il nostro pianeta subirà cambiamenti irreversibili.
La finanza si è staccata dall’economia creando un mondo proprio, il solo senza organismi internazionali di controllo, in cui le transazioni finanziarie giornaliere sono quaranta volte superiori alla produzione di beni e servizi dell’intero pianeta. Dal 2009, le principali banche hanno pagato oltre 800 miliardi di multe per operazioni illegali.
La partecipazione politica è scesa da una media dell’86%, nel 1960, al 63,7% di oggi.
Sebbene un’analisi profonda sia assai complessa e investa tutti gli aspetti della nostra vita, è possibile individuare importanti - e allo stesso tempo semplici - punti di riflessione su cui soffermarci insieme.

Riflessione nº 1

La crisi ha radici profonde.
Nel 1973, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adottò all’unanimità un piano di governabilità globale - progettato per ridurre le diseguaglianze tra i suoi membri - conosciuto con il nome di Nuovo Ordine Economico Internazionale. Il piano nacque con l’appoggio degli Stati Uniti (anche se promosso da Messico e Algeria).
Il sistema internazionale post-guerra - di cui sono parte, per esempio, le Nazioni Unite - era stato realizzato su iniziativa degli Stati Uniti, principali vincitori della Seconda guerra mondiale, che avevano interesse a preservare la pace e lo sviluppo in seguito a un conflitto in cui persero 405.000 soldati su una popolazione di 132 milioni di persone. La Germania ne perse più di cinque milioni su 78 di abitanti, di cui oltre due milioni di civili, contro 8.000 negli Usa e quasi tredici milioni in Urss.
Le Nazioni Unite furono create con l’impegno di Washington di contribuire al bilancio per il 25%, il che illustra la differenza con l’oggi, in cui Trump minaccia di ritirarsi.
Ma fino al summit di Cancún del 1981, che riunì i ventidue Capi di Stato più importanti del mondo (escluso il campo comunista), si viveva nell’illusione della fine delle diseguaglianze, sulla base di una democrazia mondiale in cui la maggioranza dei Paesi avrebbe deciso il corso da seguire per il bene comune.
Il neoeletto presidente Reagan era presente a Cancún e annunciò che gli Stati Uniti non avrebbero più accettato di essere sottomessi alle regole di un’astratta democrazia mondiale. Gli Usa - disse - non sono una nazione come le altre, e torneranno a decidere la loro politica internazionale e commerciale. Allo stesso vertice partecipava anche Margaret Thatcher, che divenne la sponda europea di Reagan.
Era nata una diversa visione del mondo: «la società non esiste. Esistono gli individui» (Thatcher); «non sono le fabbriche che fanno polluzione, bensì gli alberi» (Reagan). La povertà produce povertà, la ricchezza produce ricchezza. Di conseguenza i ricchi vanno tassati il meno possibile, perché distribuiscono ricchezza.

Riflessione nº 2

Nel 1989, pochi anni dopo Cancún, crollò il Muro di Berlino: era la fine delle ideologie, camicie di forza che ci avevano condotto a Nazismo e Comunismo.
L’idea-forza era che bisogna essere pragmatici. La politica doveva risolvere i problemi concreti, non perseguire utopie. Ma la soluzione di un determinato problema senza che questo sia inserito in una visione complessiva della società - destra o sinistra, poco importa - si chiama in realtà utilitarismo, e la politica rivolta all’amministrazione invece che alle idee allontana la partecipazione politica e aumenta la corruzione.
Senza programmi ideali, l’importanza della personalità del politico, possibilmente telegenico, cresceva e si misurava in TV anziché nelle pubbliche piazze. Il marketing, non le idee o i programmi, divenne lo strumento principale per le campagne elettorali.

Riflessione nº 3

Allo stesso tempo, la globalizzazione neoliberale si impose come pensiero unico senza alternative (il There Is No Alternative - TINA - di Thatcher; è interessante notare che, prima della caduta del Muro, il termine globalizzazione non era mai comparso nei media).
Questa globalizzazione si basava sul modello socioeconomico e politico del cosiddetto Washington consensus, il paradigma di sviluppo imposto da Fondo monetario internazionale, Banca mondiale e Tesoro degli Stati Uniti. Prevedeva l’adozione delle seguenti riforme: stabilizzazione macroeconomica, liberalizzazione (di commercio, investimenti e finanza), privatizzazione e deregolamentazione.
Eliminava dovunque le barriere di protezione nazionale, riduceva le spese non produttive (educazione, sanità e assistenza sociale) e promuoveva la libera competizione fra gli Stati. Famosa la definizione che ne diede Kissinger: «il nuovo paradigma della supremazia americana». I Paesi in via di sviluppo la vissero come sottomissione alle regole economiche imposte dal Nord. Ma Kissinger non vide che una volta aperta la via della libera competizione, la Cina e altri Paesi sarebbero emersi.

Riflessione nº 4

La reazione della sinistra al pensiero unico fu la «terza via», proposta con successo da Tony Blair: era tempo di abbandonare le vecchie idee della sinistra e cavalcare la globalizzazione, accettando la mancanza di alternative.
La socialdemocrazia, da Blair a Renzi, cerca di trasformarsi in un partito trasversale che abbracci anche il centro, con una politica di fatti concreti e priva di gabbie ideologiche superate.
Di fatto, in questo modo la sinistra ha perso la sua base popolare, e la crisi del 2008, dovuta all’assenza di controlli sulle banche nordamericane e approdata poi anche in Europa (con la sinistra al governo quasi ovunque), elimina la sua capacità di redistribuire il surplus.
Operai, ceti medi in crisi e vittime della globalizzazione cercano nuovi difensori e votano per Le Pen (Francia), Farage (Gran Bretagna), Wilder (Paesi Bassi) e così via, fino a scegliere Salvini e il Movimento 5 Stelle (Italia).

Riflessione nº 5

Numerosi storici ritengono che la cupidigia e la paura siano stati fra i principali motori di cambiamento nella storia.
Nel suo ultimo libro, Nel nome dell’umanità, Riccardo Petrella sostiene che questi motori siano stati avviati utilizzando tre «trappole»: in nome di Dio, in nome della Nazione e in nome del Profitto. Non c’è dubbio che dalla caduta del Muro di Berlino i valori della globalizzazione (competizione, profitto, individualismo ed esaltazione della ricchezza), insieme alla scomparsa della giustizia sociale (solidarietà, trasparenza, equità ecc.) dal dibattito politico, abbiano creato un’etica basata sull’avidità.
E vent’anni dopo, nel 2009, la crisi economica e finanziaria - prima negli Stati Uniti (legata alla speculazione immobiliare) e poi in Europa (dovuta ai titoli sovrani) - ha aperto un secondo ciclo: quello della paura.

Riflessione nº 6

Il ciclo della paura nel quale siamo immersi (senza aver abbandonato l’avidità e mentre tornano di nuovo in uso le tre «trappole») ha creato una nuova destra che non è costruita sulle idee, ma basata sulle emozioni.
La Brexit e Trump ne sono le manifestazioni più evidenti, ma il fenomeno reale è molto più profondo. Ci troviamo in una società liquida non strutturata su ideologie o classi. E in questa società è facile veder salire alla ribalta leader che cavalcano paura e cupidigia.
La crisi del 2009 si aggiunge ai massicci flussi migratori provenienti da Paesi invasi dall’Occidente per deporne i dittatori ed istituire automaticamente la democrazia. (Tuttavia, la disgregazione della Iugoslavia - una nazione moderna ed europea - dopo la morte di Tito avrebbe dovuto costituire un monito.)
Non è la democrazia ad essere introdotta, ma caos, guerre civili, sangue e distruzione.
Nel 2003, George W. Bush iniziò l’invasione dell’Iraq. Nel 2011, in Siria scoppiò la guerra civile, diventando ben presto uno scontro fra potenze arabe, Europa, Stati Uniti e Russia (risultato: sei milioni di sfollati e mezzo milione di morti). Nel 2013, Sarkozy spinse per un’invasione della Libia.
Dalle rovine dell’Iraq nacque l’Isis - terrorismo in nome di Dio, per un ritorno all’Islam originario (il Wahhabismo, finanziato in tutto il mondo dall’Arabia Saudita con 80 miliardi di dollari negli ultimi vent’anni). Quindic’anni prima, i veterani della guerra finanziata dagli Stati Uniti contro l’occupazione sovietica in Afghanistan si erano riuniti sotto la guida di Osama Bin Laden in un’altra struttura, al-Qaida, mettendo in atto il primo attacco della storia su suolo nordamericano, nel 2001.
Come dice El Roto, celebre vignettista di El País: «noi gli mandiamo bombe, e loro ci mandano migranti».
Sui rifugiati in arrivo scattano due delle tre «trappole»: in nome di Dio e in nome della Nazione.
Ora, in Europa, i partiti identitari e sovranisti sono la seconda forza politica, davanti a quelli socialisti. Se oggi si tenessero le elezioni europee, la destra radicale otterrebbe quaranta milioni di voti. È al potere in Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Austria, ma condiziona pure i governi dei Paesi nordici, dell’Olanda e della stessa Germania (da quando Alternative für Deutschland ha ottenuto 92 seggi).
In Ungheria, Orbán ha lanciato la cosiddetta «democrazia illiberale», la Polonia ha denunciato il laicismo dell’Unione europea e convoca una grande marcia con i populisti e sovranisti di tutto il continente, al grido di «in nome di Dio». Il Gruppo di Visegrád (Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia e ora anche Austria) ha denunciato il cedimento dell’Europa all’Islam e creato una frattura Est-Ovest in Europa, che si aggiunge a quella Nord-Sud sulla visione dell’economia: austerità o solidarietà.
C’è però una novità: gli Stati Uniti intervengono in Europa appoggiando apertamente i partiti della destra nazionalista e xenofoba, che allo stesso tempo guardano non solo a Trump, ma anche a Putin (che sta pure intromettendosi nelle elezioni europee), considerandolo un punto di riferimento.
Come risultato, in un’Europa che invecchia rapidamente (in Italia, per esempio, i giovani tra i 18 e i 25 anni sono il 3% degli aventi diritto al voto), l’immigrazione è diventata una grande bandiera della destra populista e xenofoba.
Nel frattempo, il Fondo monetario internazionale ha lanciato un avviso: l’Europa ha bisogno in tempi brevi di assorbire 20,5 milioni di immigrati, in modo da poter sostenere il suo sistema pensionistico e mantenere i livelli di produttività. Le statistiche mostrano che gli immigrati contribuiscono al sistema più di quanto costino; costituiscono la grande maggioranza delle nuove piccole imprese e il loro sogno è essere integrati rapidamente nel sistema europeo.
Ma non esiste un dibattito sull’immigrazione e su quali categorie di immigranti accogliere. Tutti sono ormai visti come pericolosi invasori, intenti a distruggere l’identità europea, alla criminalità e a togliere il lavoro ai cittadini europei, vittime di una diffusa disoccupazione. Perfino Trump, in un Paese costituito da immigranti, ha fatto del controllo sull’immigrazione uno dei suoi cavalli di battaglia.
Un fenomeno tragico è che i giovani, assai meno dei pensionati, non sono più attivi politicamente. Nella storia, i giovani irrompono sulla scena politica per cambiare il mondo che trovano. Se avessero votato, la Brexit non si sarebbe verificata. Ma il sistema politico - degli anziani - li ignora. In Italia, il governo Renzi ha stanziato 30 miliardi di euro per salvare quattro banche. Nello stesso anno, il bilancio totale per i giovani italiani era di due miliardi.
Dalla creazione delle Nazioni Unite nel 1945, siamo passati da 2,5 miliardi di abitanti ai 7,6 miliardi di oggi. La crescita si fermerà solo nel 2050, quando saremo 9,5 miliardi. O troviamo un accordo sulla governabilità e l’immigrazione di cui necessitiamo, oppure dovremo sparare sugli immigranti, come alcuni hanno già proposto.

giovedì 17 ottobre 2013

PER LO SCIOPERO DI VENERDÌ 18 OTTOBRE volantino del Coordinamento CUB Pirelli Bollate

Riceviamo dal compagno-delegato Fabrizio Portaluri e volentieri pubblichiamo, invitando a far circolare:




Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

giovedì 13 dicembre 2012

giovedì 29 novembre 2012

CAPITALISMO E POSTDEMOCRAZIA. ECONOMIA E POLITICA NELLA CRISI SISTEMICA di Michele Nobile, Massari editore, Bolsena 2012


Il nuovo libro di Nobile (settimo volume della collana “Utopia rossa") si pone in continuità con i due precedenti (Merce natura ed ecosocialismo e Imperialismo. Il volto reale della globalizzazione), dedicando particolare attenzione all’attuale svolgimento della crisi su scala planetaria.

Di qui i capitoli dedicati alle scelte economiche «neortodosse» di Obama, alla crisi dell’Irlanda, allo sviluppo della Cina, all’andamento dei flussi di disoccupazione, alle contraddizioni dell’Unione Europea, alle difficoltà monetarie. Ma anche alle ipotesi più o meno demagogiche, più o meno irrealizzabili delle quali si parla attualmente, come: abbandonare l’euro per tornare alla lira? cancellare il debito? inventarsi altri referendum? ecc.

Nel quadro dell’analisi economica emergono le problematiche politiche più «calde» dell’epoca attuale, tra le quali Michele affronta la crisi storica del parlamentarismo (con un occhio particolare all’Italia visto che qui la crisi ha toccato il fondo), la statalizzazione dei partiti di ex «sinistra», i tratti caratteristici dei regimi di postdemocrazia.  Concetto, quest’ultimo, al quale dedica tutta la parte finale del libro, proponendo anche alcune ipotesi di fuoriuscita radicale dalla crisi politica e sistemica nella quale viviamo ormai da qualche decennio. 



Michele Nobile, CAPITALISMO E POSTDEMOCRAZIA. Economia e politica nella crisi sistemica, Massari editore, Bolsena, pp. 416, euro 17.

Si può comprare in libreria, ma anche via mail scrivendo a utopiarossa@enjoy.it o a erre.emme@enjoy.it.

È il volume n. 7 nella collana «Utopia Rossa». I precedenti volumi sono:

1. Michele Nobile, IMPERIALISMO. Il volto reale della globalizzazione, pp. 256 - € 11(2006) 
2. Marino Badiale-Massimo Bontempelli, LA SINISTRA RIVELATA. Il Buon Elettore di Sinistra nell’epoca del capitalismo assoluto, pp. 336 - € 14 (2007) 
3. Roberto Massari (a cura di), I FORCHETTONI ROSSI. La sottocasta della «sinistra radicale» (con testi di M. Bontempelli, M. Nobile, M. Badiale, A. Marazzi, A. Furlan) pp. 320 - € 13 (2007)
4. Roberto Massari (a cura di), LE FALSE SINISTRE (con testi di A. Marazzi, M. Nobile,A. Furlan, G. Potrino, A. Gigli, P. Serpolla, G. Missori, G. Fontana, E. Valls, F. Fossati) pp. 352 - € 14 (2008)
5. Pier Francesco Zarcone, ISLAM. UN MONDO IN ESPANSIONE. Tradizione, modernizzazione e sintomi di rivolta. ( in appendice: «Movimenti eretici e/o libertari nel mondo islamico», di Michel Antony) pp. 224 (form. 17 x 24) - € 15 (2009)
6. Stefano Santarelli (a cura di), DIETRO LA NON-POLITICA... Quando il «socialismo rivoluzionario» vive di apparati, espulsioni e culto della personalità, pp. 288 - € 12 (2009)

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venerdì 29 giugno 2012

ES LA CRISIS ECONOMICA EUROPEA UN SIMPLE 'MEME'?, por Yuri Zambrano


LOS ANTECEDENTES

Para el primero de enero de 1999, la UE (Unión Europea) y una comisión especial bajo la mira de Jacques Santer había tomado una seria decisión apoyada en el tratado de Amsterdam (Firmado el 2 de octubre de 1997): Once países de la UE adoptaban el euro, como una medida financiera esperanzadora y unificadora de economías (entre comillas).

De esa manera, El Banco Central Europeo (BCE) asumía la responsabilidad de la política monetaria de aquella medida “unificadora” y Grecia se sumaba a estos once países un par de años después (2001), durante la coordinación de la comisión europea presidida por Romano Prodi que finalizaría hacia 2004.

Las crisis económica en un país, incrementa la posibilidad de crisis en otros. Un estudio hacia finales del pasado siglo XX realizado por los economistas Barry Eichengreen y Andrew Rose de la universidad de Berkeley y el analista Charles Wyplosz, describió alrededor de 20 crisis cambiarias en economías industrializadas entre 1959 y 1993, como si se tratara de una cuestión contagiosa.  Robert Schiller, economista de Yale University, demostró que entre 1919 y 1987, los mercados financieros tenían un comportamiento “tipo reacción en cadena” respecto a momentos de crisis.   

¡Eso no es una panacea academicista, al contrario, es una mera secuela neuromemética !

Hoy lo podemos ver, porque los mass media nos lo inyectan como ineluctable y letal “viral meme”.  Así le llaman al efecto tequila, al efecto dominó del Han-Seng, Nikkei y demás efectos 'Sambas' que nos venden los encargados de DESINFORMAR los avatares mercantiles y manipular la info descaradamente.  Si cae el Dow Jones, el vuelo de la mariposita tiene su efecto en Irian Jaya, Tombuctú, Patagonia o en la Antártica; es por eso que el Nóbel Daniel Kahneman, refiere con justa razón que los mercados siempre van a tener algo de caótico. Y en ese campo aleatorio, por supuesto, todo puede ser posible.

LAS LECCIONES

Pero el punto de estas cuartillas, es considerar la crisis mediterránea como un “efecto invernadero-epidemiológico”.

Es decir, los antecedentes económicos como bien cita  Michele Nobile en sus "lecciones de la crisis"  tienen varios puntos por donde empezar a desmadejar este nudo gordiano.

Pese a que la lección uno de Michele, dice que NO existen nexos entre crisis, debemos ver esto como una CONTINUA LUCHA DE CLASES tal y como Nobile, lo cita.  La lucha de clases, es fundamental para entender el proceso de crisis en los Balcanes (incluso agudizado por los fenómenos de inmigración y gitanismo balcánico y asiático al norte de Grecia).

El proceso de crisis ibérico, no es la excepción.  España no se ha curado de la inopia heredada de la guerra civil y de las diferencias del retrógrado franquismo bien camufladas por los pseudo-socialismos gobernantes o bajo la batuta Juancarlos-monárquica. Es del vox populi, reconocer que hay un campesinado influyente en la sociedad española dominante en la decisión electoral, que la inversión extranjera vapulea esta riqueza nacional con manufactura propia y que el continuo mercado migratorio aunado a una precaria inversión extranjera y una dudosa producción tecnológica, hace que el pueblo esté a merced de la clase gobernante (pidiendo en estos días su “polémico Rescate financiero”).  En otras palabras la crisis hipotecaria española que demostró sus abismos desde 2007 (e incluso antes) sigue teniendo cáncer entre sus grutas y esto será muy difícil de curar, pese a los esfuerzos de bancas ostensiblemente fuertes como Santander o BBVA que facturan importantes cuentas en euros en el ranking bursátil, siendo reconocidas como bancas realmente poderosas a nivel europeo y mundial (esto cumple con la segunda y tercera lección: a partir de los 80’s se RE-definen las prioridades de la política monetaria internacional, fortaleciendo una 'especie de neoglobalización' o sea, una expresión política CON determinada evolución estructural capitalista fortaleciendo las relaciones de fuerza entre los grupos de poder; Nobile Dixit).

LAS PROBABILIDADES
Si nos atenemos a una quinta lección, estaríamos de acuerdo a que este meme, llamado crisis ―y que afecta inevitablemente a Italia (e.g., CDS o certificados de depósito, otros sofismas de la banca italiana) ―, está aun en aguas turbias. Debemos estar concientes de que, de esta crisis no se sale con el uso de la fuerza de la economía política, sino CON UNA PARTICIPACION CONSUETUDINARIA Y CONSTANTE DE UNA SOCIEDAD MAS UNIDA buscando derrocar los modelos anticuados de monopolio económico (ver gráfica desde 1990, certificados de depósito, y para comprender economía contempo-irlandesa, ver artículo de Nobile, Lehman Brothers vs. Anglo Irish Bank).


Para ello, tanto en Grecia, como en los demás países con alarma sísmica “antiEuro”, se deben ajustar los estatutos económicos gubernamentales, o políticas macroeconómicas (Policies).  Estas normas, según Nana Nestoros, activista y analista económica del proceso de crisis político-económico en todos los países balcánicos; se deben seguir los pasos del pueblo y empezar desde las bases, es decir, haciendo la demanda del cambio, desde la óptica de la canasta familiar. O lo que es lo mismo, EL PUEBLO, HA DE SER EL ENCARGADO DE EXIGIR LAS DEMANDAS DE CAMBIO DE FORMA URGENTE Y  RADICAL, a sus gobernantes, independientemente de su grado inmanente de corrupción, que ya sabemos es parte del sistema neoglobalizador.  Para eso, insiste Nestoros, los referendums exigidos por el mismo pueblo mancillado de la Eurozona, podrían ser herramientas democráticas para detener el arrollador tren de esta quasi-imparable crisis.

Sin embargo, tal referéndum puede ser un arma de doble filo: un ejercicio democrático de tal magnitud, empíricamente hablando inclina la balanza a favor de sistemas pro-imperialistas.  La incitación libertaria de Giorgio Cremaschi, líder de una facción izquierdista del CGIL, el mayor sindicato metalúrgico italiano discutido por Roberto Massari, es una invitación insurgente a trabajar con las masas. Allí como bien se cita,  es obligatorio considerar, no solo el tema de la salida del euro, sino también que il referendum papandreico sulle misure economiche, podría ser un error grave, « più grave in termini ideologici e culturali». Lo que debemos promulgar es la tarea básica del fortalecimiento de las bases en la lucha de masas contra las medidas de austeridad. En ese tenor, “fortalecer OPERATIVAMENTE esas masas”, en lugar de un referéndum puede ser la opción pragmática de lucha. Ya que un referéndum en términos democráticos, debilita la causa. Por eso, las demandas deben ser de cambio urgente y radical!! como se cita arriba.  Lo que se necesita por supuesto es sin duda, LA MOVILIZACION DE LOS TRABAJADORES DESDE LAS BASES!, y esta movilización por supuesto, debe ser “imperativamente pragmática”.

La pregunta abierta se queda. ¿Qué pasaría en los mercados mundiales, si en cuestión de semanas-meses, Grecia cuestiona su permanencia en medio del maremagnum que ofrece la débil otrora esperanza económica de la Eurozona? Afectaría esto, acaso los mercados asiáticos o los demás países adheridos a la UE en 2004 (República Checa, Estonia, Chipre, Letonia, Lituania, Hungría, Malta, Polonia, Eslovenia y Eslovaquia)? Tal vez, la respuesta tenga muchas opciones y elucubraciones de los expertos analistas económicos, incluidas las posiciones burocráticas del líder del Eurogroup, Jean Claude Juncker.  Si el BCE y la Comisión Económica de la UE, no provee las garantías esenciales, eventualmente la alarmista y catastrofista posición de la desaparición del Euro, podría ser más visible hacia 2016.

Es claro, que una crisis capitalista como la que nos ocupa, será siempre una ocasión para que se dé el clásico asalto patronal, como si fuera un botín de guerra, asociado ambiguamente a la fuerza mancomunada con la Tercera Internacional estalinista, lo que relaciona objetivamente las ya citadas lecciones Nobilistas.

Así pues, este no es un problema simple de intercambio monetario ni siquiera de un eventual compacto fiscal o un programa de crecimiento y estabilidad. Se trata de un problema más serio. ES UN CONDICIONANTE DE IDENTIDAD NACIONAL, es quizá ese motor donde el orgullo de la lucha de clases debe ser más notorio, pues ella puede ser la causa sin duda, donde las clases gobernantes, siempre aseguran su capital y el resultado será la inevitable desaparición de la clase media a nivel global.  Y todo esto se podría arreglar con protocolos (al menos pro-meméticos, pero parece que eso es muy difícil de concebir en quienes ostentan el poder); aplicando una buena macroeconomía política “homogénea”, con estrategias vanguardistas y sobretodo pensando en una mejora de la calidad de vida en el proletariado.

REFERENCIAS

Arestis P & Sawyer M (2008) A Critical Reconsideration of the Foundations of Monetary Policy in the New Consensus Macroeconomics Framework, Cambridge Journal of Economics, Vol. 32, No. 5, September.
Blackmore S (2009) Memetics does provide a useful way of understanding cultural evolution: In Contemporary Debates in Philosophy of Biology,   Chichester, Wiley-Blackwell,  255-72
Kahneman D (2002) Maps of Bounded Rationality: a perspective on intuitive judgment and choice. Center for History of Science at the Royal Swedish Academy of Sciences.  In  Frangsmyr T (Ed.), Nobel Prizes 2002: Nobel Prizes, Presentations, Biographies, & Lectures. Almqvist & Wiksell Int;  416–499 Stockholm.
Eichengreen B,  Rose A &  Wyplosz C (1996), Contagious Currency Crises: First Tests ,Scandinavian Journal of Economics 98 (4), pp. 463-84
Schiller R Comovements in Stock Prices and Comovements in Dividends (1989) Journal of Finance, 44, 719-729 
The Economist, June 16, 2012 Economist.com/blogs/freeexchange
Vítor Constâncio (2012) Contagion and the European debt crisis, by, Banque de France, Financial Stability Review, April 2012
Zambrano Y (2011) Neuroepistemology: The NET: Cognitive and Emotional Implications  http://www.abstractstosubmit.com/ibro2011/abstracts/main.php?do=YToyOntzOjU6Im1vZHVsIjtzOjY6ImRldGFpbCI7czo4OiJkb2N1bWVudCI7aTo0OTt9&psArchive=mim571a980j3oh3lpp7fjpgdq1  International Brain Research Organization. 8 Th. World Congress of Neuroscience, Firenze, It.

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mercoledì 29 febbraio 2012

LA GESTIONE POLITICA POSTDEMOCRATICA DELLA CRISI ECONOMICA. (Riflessioni su postdemocrazia e statalizzazione dei partiti della sinistra, 1), di Michele Nobile


1. Un esempio del processo decisionale postdemocratico: la garanzia del governo irlandese sulle banche.
Tra la sera del 29 e il primo mattino del 30 settembre 2008, giusto a due settimane dalla bancarotta della Lehman Brothers e dall’inizio del terremoto finanziario, il governo irlandese prese la decisione di offrire una garanzia pubblica su tutte le passività di tutte le banche del paese. L’urgenza era determinata dall’imminente tracollo della Anglo Irish Bank, che fu poi nazionalizzata a metà dicembre 2009.

Secondo il giornalista Simon Carswell che ne ha ricostruito la vicenda, quella fu «la più importante decisione politica presa da un governo irlandese» (1), tale da impegnarlo per l’equivalente di circa tre volte il prodotto interno e dieci volte il debito pubblico del momento. Iniziava così il processo di socializzazione dei costi del salvataggio del sistema finanziario privato dell’Irlanda, nonché dei creditori esteri, che ha ipotecato il futuro dell’intero paese, come sancito dall’accordo internazionale stipulato nel 2010. Più precisamente, ad essere ipotecati sono l’occupazione, i salari, le pensioni e i servizi pubblici dei comuni cittadini irlandesi, per molti anni a venire (2).
Nonostante la sua straordinaria importanza la decisione di garantire tutte le passività venne presa da un gruppo ristretto, in tutto una dozzina di persone: il primo ministro, il ministro delle finanze, l’attorney general, il governatore della banca centrale, alcuni alti funzionari; nelle stesse ore questo gruppo ebbe consultazioni con l’agenzia di rating Merrill Lynch e i massimi dirigenti (presidenti e Ceo) della Anglo Irish Bank e della Bank of Ireland. L’approvazione degli altri membri del governo venne ottenuta telefonicamente. Prima delle sei del mattino venivano informati il primo ministro del Lussemburgo, allora presidente del Eurogruppo, e il ministro delle finanze francese Christine Lagarde, a capo dell’Ecofin dell’Unione europea, ora direttore generale del Fmi. La decisione venne resa pubblica alle 6,45 e poi ratificata dal parlamento, con 124 voti a favore e 18 contrari: a favore votarono anche il principale partito d’opposizione, il Fine Gael, e il Sinn Féin, paladino dell’indipendenza irlandese.

Questo è solo un esempio di come, nelle moderne «democrazie rappresentative», decisioni politiche di grande impegno possano essere prese prescindendo dalla consultazione dei rappresentanti del «popolo (presunto) sovrano» e mettendo le istituzioni parlamentari di fronte a fatti compiuti e ad accordi internazionali che, si dice, non possono che essere accettati. Per quanto riguarda il processo decisionale si tratta del risultato della combinazione di due tendenze storiche, di lungo periodo.
Cronologicamente, la prima è quella della disciplina di partito nella sua applicazione ai gruppi parlamentari. Più degli altri, di essa erano specialmente orgogliosi i socialisti, almeno come ideale normativo: era uno dei modi di essere del partito «di massa» proletario opposto al partito parlamentare e borghese di notabili. L’esperienza storica dice però che la disciplina di partito può essere lo strumento attraverso il quale viene rovesciato il rapporto tra mezzi e fini: fu il senso sacrale della disciplina a far sì che il 4 agosto 1914 la frazione parlamentare socialdemocratica del Reichstag votasse all’unanimità i crediti di guerra. A favore votarono anche Karl Liebknecht, che presto divenne l’emblema della lotta alla guerra, e altri che nella riunione preliminare della frazione avevano espresso contrarietà e dubbi. 
La seconda tendenza emerse nella guerra mondiale, si consolidò durante la gestione politica della depressione degli anni Trenta e la guerra mondiale, e si sviluppò energicamente con la crescita delle funzioni economiche e sociali dello Stato nel corso del secondo dopoguerra: si tratta dello spostamento dei rapporti tra esecutivo (e apparati burocratici specializzati) e assemblee parlamentari a netto favore del primo e della dislocazione della formulazione, mediazione e decisione politica in sedi diverse da quelle elettive. Da notare che questo processo fu simultaneo all’età d’oro della moderna «democrazia rappresentativa», alla più frequente e lunga partecipazione dei partiti socialisti al governo, al riconoscimento formale dei diritti socioeconomici, all’estensione reale (benché ineguale) del welfare State.
Si può dunque dire che lo sviluppo della tendenza al dislocamento della decisione politica fuori delle istituzioni elettive e verso la burocrazia statale sia coeva a quella che appariva (e a molti ancora appare tale) come la «democratizzazione» politica e sociale dello Stato, da intendersi come l’introduzione in esso di aspetti non-capitalistici o protosocialisti. Ma che partiti e Stato si compenetrassero, con gravi effetti a lungo termine per la loro stessa identità e le istituzioni elettive, non era che il necessario complemento della funzionalità dell’interventismo statale alla riproduzione allargata del capitale; ragion per cui non deve stupire che lo stesso fenomeno di statalizzazione dei partiti (e dei sindacati) si sia poi volto contro i precedenti diritti sociali, quando sono mutate le condizioni dell’accumulazione del capitale.

lunedì 20 febbraio 2012

UN PRIMO APPROCCIO ALLA CRISI GRECA, di Pier Francesco Zarcone


Crisi dolorosissima sul piano umano, complessa dal punto di vista tecnico/economico e complicata per quanto riguarda le possibilità e modalità di uscita. Questo aspetto è ovviamente il più importante dal punto di vista politico.

La scelta peggiore fatta dalla Grecia
Un osservatore esterno, che conosca un po’ la storia greca, a far tempo dalla rivolta protottocentesca contro il dominio ottomano, non dovrebbe avere molte difficoltà a concludere che in epoca contemporanea la peggiore scelta effettuata dai governanti greci è stata la decisione di aderire all’euro. E i motivi si sprecano.
Innanzi tutto la creazione di una moneta unica senza le necessarie e fondamentali premesse politico/istituzionali, senza i meccanismi monetari per la sua difesa, in più nel quadro dell’ossessione bilancistica del neoliberalismo e del timor panico (soprattutto tedesco) per qualsiasi spinta inflazionistica, è metaforicamente paragonabile a un edificio dalle fondamenta “così così” che abbia subìto una sopraelevazione di pesantezza rilevante. Gli scricchiolii saranno fisiologici e il finale crollo pure. Tutto questo era noto – basti ricordare gli ammonimenti inascoltati dell’ex Cancelliere tedesco Helmut Khol – ma evidentemente il mix fra interessi materiali e cecità ideologica era troppo forte per arrestarsi.

giovedì 12 gennaio 2012

LAS LECCIONES DE LA CRISIS, por Michele Nobile


Lección 1.
La primera lección es que no existe ningún nexo automático entre crisis, inclusive una crisis grave, y la salida de la mal llamada globalización neoliberal (lo correcto sería en todo caso «neomercantilista»); y no existe tampoco ningún nexo automático entre la crisis y un nuevo despertar de la lucha de clases.

Lección 2.
Los poderes de intervención económica y social de los Estados capitalistas avanzados no se han reducido sino que en los últimos treinta años han sido redefinidos los términos y las prioridades de la política económica y monetaria.

Lección 3.
Las diferentes políticas económicas de tipo neomercantilista no son simplemente el fruto de una hegemonía política y cultural de la derecha. El neomercantilismo es, en cambio, la expresión política de una determinada evolución estructural de la economía mundial capitalista y de las relaciones de fuerza entre las clases a nivel mundial.

Lección 4.
Si se acepta lo anterior es preciso entonces abandonar la noción de globalización. La cuarta lección a extraer de la crisis es que se hace necesario volver a discutir en términos de desarrollo desigual y combinado del capitalismo como relación social contradictoria y como realidad mundial de los capitalismos en competición. En otros términos: es necesario continuar a razonar en términos de imperialismo (o volver, para quien hubiese dejado de hacerlo).

Lección 5.
Ya sea que se interprete la crisis como expresión de contradicciones estructurales del capitalismo contemporáneo o como consecuencia de una determinada hegemonía política e ideológica «neoliberal», la quinta lección es que de la crisis no se sale solamente con la fuerza de la política económica.

Lección 6.
Como consecuencia directa de lo anterior y de las más recientes decisiones en política económica, la sexta lección es que una crisis capitalista es siempre una ocasión para un nuevo asalto patronal y estatal contra la clase dominada.

Lección 7.
La séptima lección a extraer de la historia de los últimos veinte o treinta años y de las posiciones expresadas en esta fase es que se ha verdaderamente concluido - y de la peor manera posible - la historia de los partidos políticos cuyas raíces en otros tiempos tenían como referencia al movimiento obrero, ya sea que fueran de matriz socialdemócrata o de relacionados con la Tercera Internacional estalinista.

Conclusiones

El valor anticapitalista de un objetivo no es una cualidad intrínseca del mismo. No existe conquista de los trabajadores que no pueda ser absorbida en la reproducción del sistema, o neutralizada, deformada o derribada a la mejor ocasión. Cualquier conquista de los trabajadores que no sea el derribamiento de los poderes estatales y patronales constituye una reforma del sistema. Obviamente debemos luchar por conquistas parciales y sectoriales, pero sin encumbrar ningún objetivo a fetiche anticapitalista.
El efectivo valor anticapitalista de un objetivo reside en su capacidad de ser motivo de contraposición entre las clases, de agudizar tal contraste: es decir en la dinámica de lucha y de autoorganización que el mismo pone en movimiento.
No es difícil elaborar desde un escritorio una lista de objetivos sectoriales y parciales anticapitalistas. Pero se trataría solamente de un ejercicio formal y de mera propaganda.
Los grandes movimientos sociales como los que harían falta en este momento detonan (cuando lo hacen) no por decisiones de una vanguardia política sino como consecuencia de procesos espontáneos de radicalización que se transforman en lucha. Por eso hablamos de movimientos sociales y no de manifestaciones nacionales simbólicas, demostrativas,  más o menos espectaculares, que pueden ser promovidas y organizadas por partidos, asociaciones o sindicatos. Manifestaciones que seguimos periódicamente desde hace años, inclusive de dimensiones enormes, sin que hayan conducido a ningún resultado concreto.
Entre las ilusiones actuales corrientes está la de pretender formular un programa de política económica alternativa o someter a examen la deuda soberana para decidir si se deba pagar o no, o inclusive salir de la eurozona, o más modestamente, apuntar a un improbable plebiscito. Para esto habría que tener ya el poder político o contar con un «gobierno amigo». Entre paréntesis, es necesario hacer notar que las propuestas de política económica «alternativa» a nivel nacional entran en contradicción con la tesis de la «globalización» y de la obsolescencia de la capacidad de intervención económica de los Estados.
Ponerse además a dar consejos a la burguesía sobre como resolver la propia crisis y suavizar las contradicciones del sistema, o inclusive querer imponerles algún tipo de compromiso progresista, social y ecológico entre capital y trabajo, es exactamente lo que no hay que hacer.

NO DEBEMOS PAGAR NOSOTROS LOS COSTOS SOCIALES DE LA CRISIS Y DE LA DEUDA CONTRAÍDA POR LOS PATRONES, LOS BANCOS Y LOS GOBIERNOS. PERO TAMPOCO DEBEMOS DEJAR QUE POR NOSOTROS LA PAGUEN LOS TRABAJADORES DE OTROS PAISES.

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

sabato 17 dicembre 2011

LE LEZIONI DELLA CRISI, di Michele Nobile

(intervento letto al Convegno-dibattito "Dentro la crisi del capitale", organizzato dalla Confederazione Cobas Firenze il 15 dic. 2011  e al quale hanno partecipato anche Guglielmo Carchedi, Domenico Moro e Roberto Massari)

Lezione 1.

Nell’autunno 2008 molti commentatori e politici di sinistra annunziarono la fine del cosiddetto neoliberismo. Si facevano così due errori, tra loro connessi. Il primo errore concerneva proprio la caratterizzazione dell’epoca, la stessa nozione di neoliberismo. Il secondo errore concerneva il rapporto tra crisi economica, sbocchi politici e radicalizzazione sociale.
Ora siamo nella fase in cui governi e padronato intendono effettivamente far pagare alla classe dei salariati i costi della crisi capitalistica e del salvataggio delle banche private. Con l’eccezione parziale della Grecia, questo accade senza che al momento si profili una risposta delle classi dominate europee all’altezza dell’attacco che ad esse viene portato.
La prima lezione è che non esiste alcun nesso meccanico tra crisi, anche crisi grave, e fuoriuscita dalla cosiddetta globalizzazione neoliberista; e non esiste neanche nessun nesso meccanico tra crisi e rilancio della lotta di classe.
Bisogna chiedersi perché.

domenica 11 dicembre 2011

DENTRO LA CRISI DEL CAPITALE

Giovedì 15 dicembre

presso il Circolo ARCI la Loggetta V. Aretina 301
Dentro la crisi del capitale 
Convegno-dibattito sulla crisi economica

Partecipano:

Guglielmo Carchedi (Professore di economia all’università di Amsterdam e York):
“Dietro e oltre la crisi” la giusta prospettiva per capire la crisi attraverso la legge della caduta
tendenziale del saggio di profitto – Marx o Keynes.

Domenico Moro (Economista e sociologo - direttivo Associazione Marx XXI):
Le cause del debito europeo il che fare - La linea di Confindustria sul debito pubblico: privatizzazioni –
dietro il debito pubblico bassi salari e delocalizzazioni.

Michele Nobile (Autore di Merce-natura ed ecosocialismo (1993) e Imperialismo. Il volto reale della
globalizzazione (2006); già membro del Comitato direttivo della rivista Giano, redattore di Utopia Rossa):
Oltre la critica del neoliberismo, per un movimento di massa anticapitalistico. I diversi livelli esplicativi,
temporali e geografici della crisi.

Roberto Massari ("editore rivoluzionario"):
Il contesto internazionale, processi in corso in America latina e la loro maggiore o minore ricaduta sul
contesto europeo - "Le insorgenze dall'America latina all'Europa".

Inizio dei lavori ore 18,00
Ore 20,00 – 21,00 pausa buffet
21,00 -23,30 circa, conclusioni
Confederazione Cobas di Firenze

Leggere l'intervento di Michele Nobile

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

mercoledì 23 novembre 2011

A PROPOSITO DELL’ARTICOLO DI PIERO BERNOCCHI "SULLA CRISI", di Michele Nobile

(21/11/2011)

Sia pur di misura, la casta politica italiana è infine giunta al giudizio da tempo condiviso dalla stampa e dai governi esteri, nonché dal capitale internazionale: quella di Berlusconi non è la «squadra» di governo né la coalizione politica più adatta a far pagare la crisi ai lavoratori italiani. È questo certamente il significato dell’allargarsi del differenziale dei tassi d’interesse tra i titoli pubblici italiani e quelli tedeschi. Ma non si tratta di un’imposizione «dello straniero»: a ben vedere a questa conclusione era giunto anche il padronato italiano. Con ciò dovrebbero andare a farsi benedire le farneticazioni subìte per anni circa l’esistenza di uno specifico «regime berlusconiano». Dovrebbe, ma non sarà così, perché se i militanti della sinistra italiana accettano di farsi dirigere da ex ministri di governi imperialistici o da governatori regionali, figurarsi se sono in grado di chiedere conto delle bufale con cui sono stati nutriti e illusi per anni e anni.
Mentre la crisi si estendeva dall’economia al campo della gestione politico-istituzionale, la sinistra «antagonista» o d’opposizione italiana ha dato libero corso alla propria fantasia per elaborare «soluzioni alternative», già discusse criticamente in questo blog. Un elemento comune, espressione dello stato pietoso, non solo politico ma anche intellettuale di questa sinistra, è la mancanza di autocritica su categorie e nozioni ambigue o fuorvianti, ampiamente impiegate per circa venti anni, e la persistenza del metodo dell’invenzione di frasi ad effetto in sostituzione di un’analisi seria delle tendenze dell’economia mondiale e, specialmente, dei rapporti tra politica, Stati ed economia.
Aspetti decisamente nefasti di questa situazione sono l’esplicitarsi di pulsioni nazionalistiche e «antieuropeistiche» e di atteggiamenti ambigui, possibilisti, di «aspettativa» o di «delusione» nei confronti del governo Monti, come se fosse possibile avere anche il più piccolo dubbio sulla natura dell’operazione iniziata con questo tecnocrate. Il tutto accompagnato dal rullare di tamburi che annuncia il «colpo di Stato», l’atto «contro la Costituzione», la «presa del potere delle banche» e cose simili.
In questo quadro di povertà politica e intellettuale spicca positivamente un recente articolo diPiero Bernocchi, storico dirigente dei Cobas, apparso sul giornale omonimo («Sulla crisi», nel  n. 49, ott./nov. 2011). In obiettiva convergenza con le posizioni da noi esposte nel blog di Utopia rossa, nell’articolo di Bernocchi si discutono gli errori analitici e politici prevalenti nella sinistra che si vuole anticapitalistica.
Ne ripercorro lo svolgimento.

martedì 22 novembre 2011

SU ALCUNE INTERPRETAZIONI DELLA CRISI E DEL CAPITALISMO ATTUALE E SULLE PROSPETTIVE, di Piero Bernocchi

Le mobilitazioni in corso in Europa contro la crisi e i suoi responsabili stanno provocando anche una diffusa discussione su elementi di analisi economica e politica cruciali per qualsiasi processo di trasformazione sociale di rilievo. In generale si può dire che si estendono positivamente argomentazioni di carattere apertamente anticapitalistico, di rifiuto globale di un sistema considerato inemendabile, e di ripudio anche di intere strutture istituzionali, parlamentari e politiche, indipendentemente dai “colori” di chi le gestisce, nonché richieste di vera giustizia sociale e di democrazia reale e sostanziale.
Tuttavia, risulta piuttosto diffusa una vulgata sulle responsabilità principali della crisi e sui suoi attori dominanti che ingigantisce alcuni protagonisti di essa rimpiccolendone oltre misura altri, che poi spesso sono quelli davvero principali; e che non riesce a dare conto del perché, a tre anni dall’esplosione ufficiale della crisi, non solo a pagare siano stati sempre gli stessi settori popolari più deboli e indifesi, ma per giunta senza che a livello europeo si stabilisse una qualche forma di resistenza e difesa comune tra i settori sociali più colpiti e tra le loro forme di rappresentanza o protagonismo sociale, politico e sindacale.
Sarà opportuno innanzitutto intenderci su alcuni criteri di valutazione complessiva del funzionamento del sistema capitalistica odierno, e in particolare sul rapporto tra Stati-nazione ed economia globale e tra capitali di Stato e capitali privati.

domenica 2 ottobre 2011

INTERVENTO ALL’ASSEMBLEA DEL 1º OTTOBRE «NOI IL DEBITO NON LO PAGHIAMO» (Roma, teatro Ambra Jovinelli), di Andrea Furlan

(per ragioni di tempo – troppi iscritti a parlare – non ho potuto fare il mio intervento. Questa è la sintesi scritta)

Come sarebbe "non remo più"? Insomma, siamo o non siamo sulla stessa barca?
Considero importante l'aver promosso questa giornata politica di discussione tra soggetti diversi in seno a ciò che resta della ex estrema sinistra italiana per verificare la possibilità della costruzione di un movimento anticapitalistico nel nostro paese che si dimostri capace di fronteggiare l'attacco ai diritti e alle condizioni materiali dei lavoratori, scatenato dalla Confindustria e dal Governo italiano.
Questa possibilità è il solo motivo che mi indusse a firmare l'appello promotore della giornata odierna. Sostengo questo perché nutro seri dubbi su varie questioni contenute nell'appello originario, e sue due in modo particolare. E poiché considero fondamentale la costituzione di un movimento politico che riattivi nel nostro paese il conflitto di classe,  ritengo che tale processo si debba fondare su basi politiche e teoriche solide.
Quando si asserisce che bisogna lottare contro il "Governo Unico delle Banche" (che è un’astrazione inesistente e non corrispondente alla realtà), si afferma in pratica la fine dell'autonomia politica ed economica degli Stati nazionali che compongono l'unione Europea i quali avrebbero perso loro sovranità in favore della BCE. Questa opererebbe come il grande fratello che impone alle singole borghesie nazionali e agli Stati la propria politica economica e sociale. Non è così.
Anzi, su questo versante, la questione è diametralmente opposta. La Comunità Europea continua ad essere la pura sommatoria – ancora nemmeno federativa - delle singole borghesie nazionali più forti le quali, mantenendo la piena autonomia politica, decidono in quella sede le misure comuni da adottare nella situazioni di crisi economica del sistema capitalistico, mantenendo un accordo di fondo sul fatto che le misure di austerity o i costi sociali della crisi vadano gravati sulle spalle dei lavoratori, paese per paese. Per quanto riguarda l’Italia, ognuno può vedere che non vi è alcuna contraddizione importante fra le posizioni della Confindustria e la BCE, vale a dire la portavoce sul piano economico-finanziario degli Stati imperialistici europei, ma vi è invece una sostanziale convergenza riguardo ai soggetti sociali che devono pagare i costi principali della crisi (lavoratori, pensionati, precari, migranti ecc), le strategia di risanamento del bilancio ecc.
Ne abbiamo avuto una conferma recente con la lettera della BCE firmata congiuntamente da Trichet e Draghi pubblicata dal Corriere della Sera cioè dal quotidiano della grande borghesia italiana (ed è quindi risibile che qualcuno ancora la chiami “lettera segreta”), nella quale emerge in tutta la sua chiarezza la totale assonanza di idee e obbiettivi che accomunano la Confindustria italiana e la BCE. Divergenze potevano esservi, forse, sui tempi di realizzazione della manovra economica, ma non certo sulla natura dei tagli e sulla sostanza antipopolare e antisindacale.
Da questo punto di vista dobbiamo constatare che la borghesia è l'unica classe che dimostra storicamente di saper fare tesoro degli errori commessi. Mentre nel passato, in momenti di grave crisi economica, le singole economie capitalistiche venivano lasciate a se stesse o addirittura si cercava di approfittarne in termini di concorrenza e accaparramento di fette di mercato, ora si assiste a una politica di “concertazione” e anche di relativo aiuto reciproco, allo scopo di mitigare la violenza esplosiva delle contraddizioni interimperialistiche. Diciamo per brevità che è una ricaduta della cosiddetta “globalizzazione” (termine non più di moda, al contrario di quanto accadeva ancora una decina di anni fa). Lo si vede chiaramente nell'aiuto che l’Unione Europea garantisce agli Stati che sono in maggiori difficoltà (come nel caso della Grecia) con prestiti e altre forme d’intervento concordato. La lettera di Trichet-Draghi ne è un altro esempio sul piano delle “direttive” piuttosto che sul piano dell’intervento finanziario diretto.   
L'altra questione concerne la cancellazione del debito o la sua moratoria. Su questo argomento tra di noi non devono esserci ambiguità. La crisi economica è la crisi del capitalismo e dello Stato borghese. E’ la borghesia italiana che ha contratto il debito con le banche estere ed è lei e solo lei che deve pagarlo se vuole o non pagarlo se non vuole o se le viene concesso. Non è un debito dei lavoratori, non è un nostro debito e non abbiamo ragione di intervenire (a parole, perché nei fatti l’impotenza è d’obbligo) sui tempi, i modi, il pagamento o il non-pagamento del debito.
E' ovvio che al momento, visti i rapporti di forza esistenti tra le classi e lo stato arretrato (men che difensivo) del conflitto sociale, questa posizione può esprimersi solo sul piano ideologico, stando ben attenti a non cadere nel nazionalismo filoborghese come fanno quei compagni o gruppi della ex estrema sinistra che si mettono a dare consigli alla borghesia italiana su come deve muoversi in questo o quel problema finanziario. I guai della borghesia italiana non ci riguardano direttamente. Noi possiamo solo tentare di contrastare il suo tentativo di far pagare i costi della crisi ai lavoratori italiani, stando anche bene attenti a quelle proposte politiche nazionalscioviniste che vorrebbero scaricare i costi della crisi italiana sui lavoratori di altri Paesi. Sostenere invece come faceva l'appello originario di questa assemblea (poi nettamente modificato nei comunicati successivi e nel titolo della giornata odierna, anche grazie alle critiche contenute nel testo di Michele Nobile, che Cremaschi ha positivamente ricordato nella sua relazione introduttiva pur non nominando l’autore) – e cioè che lo Stato italiano dovrebbe smettere di pagare il debito nei confronti della banche private, degli Stati esteri o delle agenzie internazionali - equivale a caricare la classe lavoratrice di un problema che non è il suo: e cioè il salvataggio del capitalismo e della propria borghesia nazionale dalle sue crisi. Forse del tutto ingenuamente non ci si accorge che così facendo ci si colloca in pieno all’interno delle compatibilità capitalistiche, tante volte a voce condannate.
Inoltre, non lo si dice esplicitamente ma è implicito che, se si chiede alla propria borghesia o Stato imperialistico di non pagare il debito pubblico, e quindi si suggerisce il non-rispetto sotto questo profilo di uno dei dettami più importanti di Maastricht, di fatto si sta chiedendo di essere espulsi dall'eurozona, con conseguente abbandono dell’euro per tornare alla lira o comunque a un’espressione monetaria nazionale. Anche qui l’“ingenuità” demagogica porta a non saper prevedere quali e quanti duri contraccolpi si avrebbero sul piano economico e sociale, con chiusura delle fonti di credito, crisi di settori produttivi, autarchia nel senso peggiore, nazionalistico e mussoliniano del termine.
In questo caso, non si comprende come qualcuno possa considerare la lira una moneta meno capitalistica dell'euro. O forse si pensa che in un sistema economico integralmente fondato sulla circolazione monetaria (è il caso del capitalismo e lo è ogni giorno di più), la cosiddetta economia produttiva possa essere separata dal finanziamento dell'investimento e dallo sviluppo del circuito finanziario mondiale? Si pensa veramente di poter liberare l’economica capitalistica italiana dai condizionamenti del mercato, in primo luogo del mercato dei capitali? Nella società del capitale (Italia compresa) la moneta racchiude in sé l’essenza del rapporto sociale dominante, la forma dello sfruttamento del lavoro salariato: ieri la lira, oggi l’euro, domani chissà… Durante la vigenza della lira, sempre con la scusa di dover far fronte alla crisi economica (seconda metà degli anni ‘70), il padronato italiano non è riuscito forse a togliere ai lavoratori la scala mobile dei salari e attaccato pesantemente i diritti che i lavoratori avevano conquistato con le lotte del 1968-69 e poco oltre? E il debito economico, il deficit di bilancio, le disavventure della lira ecc., non erano forse anche allora il pretesto per esigere, come nel 1992 sotto il governo Amato, i sacrifici ai lavoratori per ripianare il debito? Sacrifici che i governi democristiani e socialisti imposero con il consenso esterno del Pci e della Cgil e che poi il Pci-Pds-Ds applicò in prima persona con i governi Prodi-D’Alema-Prodi e con l’aiuto di Verdi, Comunisti italiani, Prc e l’intera casta dei Forchettoni rossi? In questa sala sono presenti vari esponenti della ex estrema sinistra che acconsentirono a quelle politiche di sacrificio dei lavoratori in nome della salvezza dell’economia italiana e che attendono solo la prima occasione possibile per provarci di nuovo. E a costoro farebbe certamente piacere che il mondo dell’opposizione sociale si avventurasse sul terreno dei “consigli” alla borghesia, invece che su quello della lotta accanita e capillare, ultradifensiva oggi che ci stanno togliendo proprio tutto, forse nuovamente aggressiva domani.
La fase politica attuale vede il movimento dei lavoratori sulla difensiva. Ma in realtà il fronte è ancora più arretrato visto ciò che sta accadendo sul piano dell’occupazione, dei diritti del lavoro, delle pensioni, della sanità, delle scuola ecc. senza che vi sia una risposta generale da parte di alcune categorie lavorative importanti, che invece avrebbero i numeri e le forze per contrastare il piano del capitale italiano (benedetto dalla BCE) ma non lo fanno perché a questo si oppongono le direzioni sindacali (oltre al PD e ai partiti limtrofi). Non viene fatto nulla di concreto per fermare l'attacco governativo e padronale, a parte alcuni inutili scioperi (inutili perché privi di obiettivi concreti da raggiungere, puramente dimostrativi), alcuni cortei e qualche fiammata di collera popolare. La verità è che i lavoratori italiani si trovano in netta difficoltà a fronteggiare l'attacco padronale a causa della scelta politica operata dal più grande sindacato italiano, la CGIL, avendo questa alle spalle decenni di politica concertativa e avendo ormai deciso di accettare la sostanza dell’attacco padronale come hanno dimostrato gli accordi sottoscritti il 28 giugno e il documento economico redatto insieme alla Confindustria il 4 agosto.
 A fronte di tale situazione, la nostra azione politica non può essere demagogica. E quanta demagogia si è sentita oggi in questa sala… Non ci vuole niente a spararle grosse, ricevere gli applausi e sentirsi così esonerati dall’indicare i passi concreti con cui avviare una vera lotta difensiva, concreta, autogestita e di massa, dei lavoratori e delle lavoratrici italiane. Nella fase attuale non c’è posto per i sogni e i grandi proclami su cosa debba fare o non fare la BCE, la borghesia italiana o i suoi governi. Se non riparte la lotta rivendicativa dal basso in alcuni settori importanti, ci si dovrà limitare al terreno della propaganda che, per essere efficace, dovrà essere costruita su pochi ma qualificanti punti comprensibili all’intero mondo del lavoro, immigrati compresi: 1) difesa della contrattazione nazionale, 2) difesa dello Statuto dei lavoratori, 3) difesa dello stato sociale (sanità in primo luogo), 4) difesa dei beni pubblici (acqua, servizi, territorio), 4) difesa del potere d’acquisto del salario, 5) autorganizzazione di massa contro il precariato, 6) difesa della democrazia a partire dai luoghi di lavoro (come si può venire a spararle grosse su presunte “Repubbliche” indipendenti in Sardegna o in Val di Susa quando un importante sindacato di base - i Cobas della scuola - da anni non riesce nemmeno ad avere il diritto di assemblea nell’orario di lavoro?) In poche parole bisogna lottare contro gli effetti immediati della crisi cercando di costruire una prospettiva all’interno di tale lotta. Il resto sono chiacchiere, demagogia.
Per quanto concerne invece la proposta organizzativa del movimento, sono convinto che ci dobbiamo dotare di una struttura realmente aperta e democratica, dove vi sia il rispetto totale delle varie sensibilità politiche presenti al suo interno, ma dove le decisioni siano realmente discusse e prese collettivamente indipendentemente dalla corrente politica d’appartenenza. Vi è l'esigenza ormai molto diffusa di uscire una volta per tutte dalla dinamica degli intergruppi in cui le singole soggettività politiche utilizzano il movimento per la crescita interna del proprio gruppo o miniapparato. A questo riguardo sono molto pessimista, anche in considerazione di come si sono svolte le ultime iniziative di lotta, le convocazioni di scioperi scriteriati e l’iter che ha preceduto questa stessa assemblea. Sappiamo quali gruppi politici sono prevalenti al suo interno e la cosa non ci tranquillizza affatto.
Nella situazione attuale, che vede la democrazia diretta in continuazione violata, concretamente e ideologicamente, dobbiamo reagire e dimostrare ai giovani, al mondo del lavoro fisico e mentale, agli immigrati, alle donne e alle comunità in lotta che siamo portatori di una nuova maturità politica: la maturità di chi vuole realmente costruire un movimento antagonistico che si dimostri all'altezza dello scontro di classe in atto in Italia e nel mondo, che si accrediti come un valido punto di riferimento per le lotte attuali e quelle future che prima o poi riprenderanno con o senza di noi.
Ovviamente, tutto ciò potrà essere possibile solo se si sgombra il campo dalle velleità elettoralistiche che hanno provocato le più grandi sconfitte di questi ultimi anni, in primo luogo sul piano etico, ma poi anche sul piano dell’analisi teorica e della formulazione di prospettive. Anche in questa assemblea c’è chi già pensa a come si riuscirà a votare ancora una volta per il Centrosinistra o per appendici del centrosinistra. E magari chi non ci pensa oggi, finirà col farlo – all’insegna della famigerata politica del meno peggio – alle prossime elezioni politiche. E a queste derive non c’è antidoto possibile al di là della crescente radicalizzazione delle lotte, la massima democrazia diretta e, diciamolo, anche l’egemonia di un’intelligenza politica in grado di capire quali siano i compiti della borghesia, quali dei lavoratori e l’abisso che passa tra i due.
Andrea Furlan
(RSA Filcams – CGIL)

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.