L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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venerdì 2 febbraio 2018

AGUSTÍ CENTELLES: SULLA FOTOGRAFIA DELLA RIVOLUZIONE SOCIALE DI SPAGNA (1936-1939), di Pino Bertelli

Nessun governo combatte il fascismo per distruggerlo.
Quando la borghesia vede che il potere le sta scivolando dalle mani,
chiede aiuto al fascismo per mantenere i privilegi.
(Buenaventura Durruti)

Agustí Centelles © Archivio Sergi Centelles
I. SPARATE SEMPRE, PRIMA DI STRISCIARE!

Fra 1936 e 1939 la rivoluzione sociale di Spagna - che molti storici ancora oggi chiamano semplicemente “guerra civile spagnola” o “guerra di Spagna” - vide in campo due fronti contrapposti: da una parte i reazionari nazionalisti del generale Francisco Franco (appoggiati da Hitler, da Mussolini e dall’indifferenza o la truffalderia delle nazioni democratiche); dall’altra il variegato fronte repubblicano (anarchici, marxisti, trotskisti, stalinisti, liberali)… sull’orlo di questa storia in utopia, gli anarchici ebbero grande influenza e sostegno popolare, ma dovettero confrontarsi con il violento ostracismo dei marxisti filosovietici. Dopo tre anni di battaglie giunse la sconfitta dei repubblicani, tuttavia la rivoluzione libertaria spagnola è considerata il fatto storico più importante dell’intera storia dell’anarchismo, e ancora oggi rappresenta il maggior e più significativo esempio di realizzazione del comunismo libertario.
Al termine della guerra di popolo restarono sul campo 600.000 morti e vi furono più di un milione di mutilati e quasi un milione di profughi. Il franchismo aveva vinto e insieme a fascismo, nazismo e stalinismo (sempre in accordo con il Vaticano, che benediva cannoni e campi di sterminio) allevò i popoli all’ideologia dei despoti e alla secolarizzazione delle lacrime… la burocratizzazione della politica, la rapacità dell’economia e la civiltà dello spettacolo che ne consegue saranno poi elevate al grande carnevale delle democrazie mercatali e guerrafondaie che - attraverso il capitalismo parassitario e l’instaurazione della partitocrazia - permetteranno (in tutta tranquillità) a una minoranza di arricchiti di continuare a violentare e impoverire il resto del pianeta.
© Agustí Centelles
Il 17 dicembre 1936 la Pravda sovietica scrive: «in Catalogna è già cominciata la pulizia dei trotskisti e degli anarchico-sindacalisti; verrà condotta con la stessa energia che nell’Unione Sovietica»… nel maggio 1937, a Barcellona, gli agenti del Gugb - polizia politica sovietica - organizzano un commando composto da comunisti italiani e spagnoli e danno l’assalto alla Centrale telefonica occupata dagli anarchici… gli scontri fra anarchici e stalinisti (agli ordini di Palmiro Togliatti e Vittorio Vidali, il famigerato «comandante Carlos») sono feroci… muoiono centinaia di persone… Camillo Berneri e Francesco Barbieri sono ammazzati dagli sgherri di Vidali. Il Poum (Partido Obrero de Unificación Marxista, piccola organizzazione dissidente di sinistra che si opponeva al Pce, legato alla Terza internazionale e a Mosca) - con le cui milizie combatté anche George Orwell, autore di Omaggio alla Catalogna - è accusato di essere una “quinta colonna” al soldo dei franchisti e gli stalinisti ne arrestano uno dei fondatori, Andrés Nin; assieme ad altre personalità del Poum viene condotto in un campo militare vicino a Siviglia, dove è torturato e assassinato.
Nel febbraio 1939 il governo di Franco è riconosciuto dalla Francia, dalla Gran Bretagna e dal silenzio ossequioso del Vaticano… il poeta surrealista Benjamin Péret, che aveva partecipato alla Rivoluzione spagnola con gli anarchici della Columna Durruti e scritto la sua poesia sovversiva sulle barricate, si scaglia contro gli uomini che legittimano e mantengono in piedi tutti i sistemi di dominio dell’uomo sull’uomo: «Sparate sempre, prima di strisciare». A causa dei suoi pamphlet anarchici, travolgenti, ereticali e blasfemi, Péret viene infamato, deriso, cancellato (invano) dalle storie della letteratura, e quando lo si è fatto è stato per denigrare la sua grandezza sulfurea e relegarlo nelle bibliografie come scheggia impazzita della rivoluzione surrealista. Nei cimiteri della politica istituzionale (dei bravacci delle chiese o delle belle carogne della cultura asservita) splende il sole dei moribondi, dei pagliacci, dei boia… le loro opere, sparse lungo i millenni, sono disseminate di mediocrità e miserie smascherate da tutti i sovversivi dell’ordine costituito, che proprio non ne vogliono mangiare, di quel pane…
Nell’immaginario fotografico la rivoluzione di Spagna non è solo quella immortalata, una volta e per sempre (e dalla parte giusta), da Robert Capa, Gerda Taro o da David “Chim” Seymour… c’è anche un fotoreporter spagnolo (non proprio conosciuto) che ha documentato la storia di quella rivoluzione con notevole partecipazione sociale: Agustí Centelles i Ossó.
Un’annotazione a margine. Agustí Centelles nasce a Grau de València il 22 maggio 1909. Impara presto il mestiere nello studio di un fotografo a Barcellona (Francisco de Baños, che faceva ritratti e ritocco di negativi e positivi) e inizia a collaborare a diverse testate (La Vanguardia, Diario de Barcelona, La Publicitat, Ultima Hora…). Al giornale El Día Gráfico Centelles incontra il giornalista (fotografo) Josep Badosa e gli apre la strada del fotogiornalismo: è il 1927. Si occupa di sport, spettacoli, atti ufficiali e società… usa una fotocamera 9x12. Dopo il servizio militare (1931) lavora a fianco di alcuni giornalisti - Josep Gaspar, Josep Maria Sagarra e Pau Lluís Llorents: è la svolta professionale. Nel maggio 1934 acquista una Leica per 900 pesetas e comincia a lavorare come freelance. La sua firma inizia ad apparire sui giornali di Barcellona e le sue fotografie sono pubblicate anche all’estero. Nel 1935 sposa Eugènia Martí.
© Agustí Centelles
Il 18 luglio 1936, dopo il colpo di Stato militare, si schiera dalla parte del popolo lealista… nel corso della guerra molte delle sue immagini sono pubblicate da agenzie internazionali (Havas, Fulgor)… non sempre firmate dall’autore… nel settembre 1937 è nell’Unità Servizi Fotografici dell’Esercito Est… fotografa da vicino la rivoluzione e nei combattimenti di Teruel e Belchite - e durante il bombardamento di Lérida - mostra sensibilità e commozione verso la disperata vitalità del popolo spagnolo in armi. Nel 1939, dopo la vittoria del franchismo, Centelles passa il confine con la Francia a piedi: ha con sé le macchine fotografiche e una valigia piena di negativi… viene internato nel campo di Argelès-sur-Mer e poi in quello di Bram… qui allestisce un piccolo laboratorio fotografico e fotografa la situazione degli internati. Nel 1942, grazie a un permesso per il lavoro esterno, fugge ed entra nella Resistenza (come falsificatore di documenti nei Grupos de Trabajadores Extranjeros, unità di appoggio organizzate dai repubblicani spagnoli). Nella primavera del 1944 la Gestapo arresta molti membri dei Gte e Centelles attraversa di nuovo i Pirenei a piedi - con moglie e figlio - e torna a Barcellona in segreto… vive in clandestinità per tre anni a Reus, in casa di parenti. Alla fine della guerra si consegna alle autorità. Vive per lungo tempo in libertà vigilata. Il suo materiale fotografico, conservato clandestinamente in Francia, si potrà vedere solo dopo la fine del franchismo.
Nel 1947 Centelles ha un secondo figlio e torna a Barcellona… apre un piccolo studio e si dedica alla fotografia industriale e alla pubblicità… accusato di appartenere alla massoneria, è a lungo squalificato come fotoreporter… nel 1976 si reca a Carcassonne (dove ai tempi della Resistenza aveva installato un laboratorio clandestino nella cantina del suo datore di lavoro) e recupera le fotografie della rivoluzione che si era portato in esilio. Inizia a pubblicare i suoi materiali… le mostre, le conferenze e il riconoscimento dei fotogiornalisti gli restituiscono il valore documentale che merita. Il 19 dicembre 1979, all’età di 70 anni, riesce a rientrare nel registro ufficiale dei giornalisti. Due anni dopo, l’Afpc (Asociación de Fotógrafos de Prensa y Comunicación de Cataluña) gli rende omaggio e lo nomina membro onorario. Nel 1984 Agustí Centelles riceve il Premio Nacional de Fotografia. Muore a Barcellona il 1º dicembre 1985. L’archivio fotografico di Centelles è conservato presso il ministero della Cultura spagnolo. Lasciamo agli imbecilli dell’entusiasmo l’inconvenienza del successo, roba da mentecatti del mercato intellettuale.

venerdì 4 aprile 2014

SU BENICOMUNISMO DI PIERO BERNOCCHI (I PARTE), di Michele Nobile


In Benicomunismo di Piero Bernocchi possiamo vedere tre grandi campi aperti alla discussione: la riflessione teorica sulle ragioni interne del fallimento del comunismo novecentesco; la discussione intorno al capitalismo contemporaneo; l’emergere di una nuova prospettiva politica e ideale di democrazia radicale, indicata nel titolo.

Il mio accordo con le tesi del libro è molto ampio, specialmente su quelle che meno sono digeribili per la sinistra italiana. Si vedrà che esistono alcune divergenze d’analisi, anche importanti; ma molto più del computo delle concordanze e delle divergenze quel che conta, ai miei occhi, è la prospettiva d’insieme, la tensione ideale, la direzione verso cui si muove questo lavoro. Nel modo più sintetico, in Benicomunismo è viva e forte  l’aspirazione a liberare l’anticapitalismo dal professionismo politico e dallo statalismo, in uno spirito che può dirsi libertario. L’asse unificante le diverse tematiche del libro ritengo sia quello del rapporto tra etica e politica. Che è poi la condensazione di tutti i problemi e il nodo cruciale veramente fondamentale per il futuro dell’umanità.

La coerenza tra mezzi e fine e la politica come professione
Il primo e fondamentale accordo con Bernocchi è di natura etico-politica: in nessun caso il fine può giustificare l’uso di mezzi non coerenti con esso perché «cattivi mezzi producono cattivi fini, e viceversa» (p. 268). Certamente questo non è il principio sufficiente per costruire una prospettiva anticapitalista ma, altrettanto certamente, esso è il principio basilare e imprescindibile da cui muovere nella direzione giusta. Se applicato con coraggio e rigore all’intero spettro della pratica politica, della riflessione teorica e della ricostruzione storiografica, le sue conseguenze sono enormi, si susseguono a cascata.

lunedì 25 febbraio 2013

COMUNISMO LIBERTARIO O INDIVIDUALISMO, por Pier Francesco Zarcone



Fundamentos jurídicos de la democracia directa


¿Anomia?

Desde hace ya tiempo, por varias razones históricas, la perspectiva de la revolución social en Europa ya no tiene aquella inmediatez que aún se expresaba en los años 30 del siglo pasado. Esto, en los ambientes libertarios, se manifiesta también con la ya consolidada carencia de un ideario concreto en relación a los problemas fisiológicos inherentes al aspecto constructivo de una sociedad libertaria, es decir basada en la democracia popular directa. Algunos objetan que tal aspecto tiene escasa relevancia ya que la construcción de la nueva sociedad es asunto de las masas revolucionarias. Si así fuera de manera absoluta, no tendría sentido que operasen en el seno de aquellas los libertarios, cuyo papel consiste en desplegar una función de sensibilización, de clarificación y de orientación para la maduración progresiva de la conciencia de clase de esas propias masas. En esta acción hay un mínimo que no se puede eliminar: indicar al menos las líneas esenciales de base a seguir, respecto a los problemas y cuestiones de carácter “fisiológico”; fisiológico ya que incluso una sociedad nacida de una revolución radical  debe ajustar cuentas con estos, aun cuando sean formulados de modo distinto al del pasado. Naturalmente, si se quiere, todo esto pude ser tranquilamente ignorado, y cerrarse de manera apodíctica en la mera reiteración de los principios clásicos del anarquismo, o enclavarse en ciertas aplicaciones dogmáticas de estos – como sea y donde sea – a guisa de elementos cardinales de una identidad testimonial. La obra de clarificación y orientación a la cual se ha hecho referencia debe, para ser constructiva, abandonar el optimismo ingenuo desligado de la realidad (persistente por mucho que haga más mal que bien) y optar por aquel realismo revolucionario que animara a un gran anarquista del pasado – Christiaan Cornelissen – y su obra El comunismo libertario y el régimen de transición. En realidad, la falta de claridad y concreción en el aspecto constructivo de la nueva sociedad, tiene notables efectos negativos, porque expone a  todo el movimiento libertario a las acusaciones de falta de concreción (con frecuencia fundadas) que sus adversarios le echan en cara a manos llenas.

martedì 12 febbraio 2013

ANTIPARLAMENTARISMO: LA TRADIZIONE STORICA, di Pier Francesco Zarcone

Il presente scritto fu preparato in occasione dell'appello astensionista lanciato poco prima delle precedenti elezioni politiche, con lo scopo di fare una messa a punto comunista libertaria "con piedi per terra". Lo riproduciamo ritenendo che sia ancora valido.
(12-02-2013)

Sull’antiparlamentarismo, che in termini consequenziali implica la propaganda e la pratica dell’astensionismo elettorale, a sinistra ci sono stati precedenti illustri, tra i quali spiccano quelli anarchici e, per il versante marxista, quello di Amadeo Bordiga. L’astensionismo è diventato una specie di dogma aprioristico per la maggior parte dell’ancora esistente galassia anarchica.
Oggi, se differenziano solo alcuni gruppi comunisti-anarchici, di matrice “piattaformista”, che partecipano alle campagne referendarie il cui oggetto siano fondamentali “regole del gioco” della convivenza pubblica, ovvero importanti diritti civili, oppure questioni dalla cui soluzione dipende l’adozione linee strategiche dello sviluppo capitalista nazionale.

sabato 10 novembre 2012

SULLA SOPPRESSIONE DEI PARTITI POLITICI E ALTRI ANIMALI, di Pino Bertelli

Più uno lavora, meno guadagna; meno produce, più ha benefici. Dunque il merito non è considerato.
Solo gli audaci s’impadroniscono del potere e poi si affrettano a rendere legali le proprie rapine.
Dalla cima al fondo della scala sociale tutto è solo furfanteria da una parte e imbecillità dall’altra...
Il diritto di vivere non si mendica, si prende”.
Alexandre Marius Jacob

Ouverture
I
La resistenza — quella vera —... intendiamo quella nata dal rifiuto individuale dell’autoritarismo, dell’oppressione, della violenza e non dall’obbedienza alla politica della partitocrazia, che è un attentato all’abdicazione dello spirito libertario degli uomini del no!... rigetta l’esercizio del servilismo istituzionale e ritiene che la soppressione dei partiti costituirebbe un bene comune di inevitabile bellezza democratica. La democrazia che non si usa marcisce. Il potere della maggioranza si fonda sulla delazione, il delitto e la menzogna. La democrazia è partecipativa, consiliare, diretta o non è nulla... il popolo conta solo il giorno delle elezioni poi è preda di carogne, di saprofiti, di giannizzeri che fanno professione di vessare gli ultimi, gli esclusi, chi non ha voce né volto... il governo migliore è quello che governa meno (Jefferson), meglio, che non governa affatto (Thoreau). Occorre rifiutare in modo radicale la partecipazione al giogo della politica che impedisce di apportare cambiamenti significativi alla cosa pubblica... rigettare tutte le forme d’imbavagliamento della tecnocrazia e buttare tutte le cristologie del funzionariato  istituzionale nella pattumiera della storia (compreso il trono dei papi). “Una democrazia che adopera contro l’opposizione le medesime armi dei regimi assoluti è fatalmente destina a trasformarsi nel suo contrario” (Ernesto Rossi). L’illusoria sovranità del popolo è una forca e restituire a ciascuno ciò che gli è dovuto, vuol dire ingiuriare l’autorità e la sua falsa gloria. Opporsi all’ordine stabilito e buttare fuori i mercanti dal tempio, diceva lo scemo del villaggio finito in manicomio. “Osare la speranza” (Don Andrea Gallo) dunque, significa insorgere contro l’autoritarismo di ogni governo e riconoscere l’equità e il bene comune[1].

II
Della democrazia abbiamo conosciuto solo la strega, mai la fata. Ogni partito porta in sé una visione totalitaria dell’esistenza ed è per questo che la libertà dell’individuo non può che sbocciare (come un fiore di campo) dalla soppressione dei partiti politici. Soltanto il bene comune è un fine. Le dottrine dei partiti, delle chiese, delle banche... sono una merce collettiva...  “i partiti sono organismi pubblicamente, ufficialmente costituiti in maniera tale da uccidere nelle anime il senso della verità e della giustizia... Quando in un Paese esistono i partiti, ne risulta prima o poi uno stato delle cose tale che diventa impossibile intervenire efficacemente negli affari pubblici senza entrare a far parte di un partito e stare al gioco” (Simone Weil, 1950), e per questo vanno aboliti.

III
Il bene pubblico poggia sulla giustizia e sulla verità... l’istituzione dei partiti costituisce un male senza mezze misure. I politici sono nocivi per principio... sono i veri boia della libertà... determinano lo svolgersi della vita quotidiana, influenzano le persone alla soggezione e quando non si genuflettono le opprimono... “non è certo che sia possibile rimediare a questa lebbra, che ci sta uccidendo, senza cominciare dalla soppressione dei partiti politici” (Simone Weil). Nella storia dell’uomo, la realizzazione di ogni progresso, l’abbattimento di ogni ingiustizia sono stati possibili perché le persone hanno agito come cittadini liberi e non come servi della politica... non hanno tenuto le mani in tasca, si sono organizzate, hanno dissentito e lottato (con tutti i mezzi necessari) per un mondo più giusto e più umano. Li hanno chiamato sognatori... certo, ma sono stati i sognatori che hanno modificato la storia umana... e hanno usato l’accoglienza, la fraternità, la gentilezza, anche, per abbattere i muri che li confinavano nella miseria... “il futuro è un’infinita successione di presenti, e vivere ora come pensiamo che gli esseri umani dovrebbero vivere, sfidando tutto ciò che c’è di male intorno a noi, è già in sé una meravigliosa vittoria” (Howard Zinn). La libertà non si concede, ci si prende!

IV
Il finanziamento privato della politica è il cancro della democrazia. La soppressione dei partiti politici non è solo una necessità, è una piacevole urgenza e i mezzi per cancellarli dalla vita comunitaria, sono tutti buoni! Le rivolte contro le disuguaglianze sociali che esplodono ai quattro venti della terra stanno modificando questa e le future generazioni... il racconto collettivo muta con le pratiche del dissenso e il movimento delle occupazioni si allarga dalle strade alle fabbriche, dai luoghi di lavoro alla dimensione familiare, dalle case agli edifici pubblici... l’indignazione sale e smaschera le menzogne e le galere di un’economia organizzata per decenni a beneficio dei ricchi soltanto... azioni di disobbedienza civile si fanno serrate e attraverso la tecnologia on-line fanno a meno dell’informazione del consenso o negata dei grandi organi d’informazione assoldati dai gruppi finanziari... la repressione poliziesca è impegnata a spegnere i fuochi eversivi ma i movimenti continuano a crescere e rispondono — colpo su colpo — agli aguzzini di sempre.

V
La distribuzione della ricchezza è nelle mani di una minoranza banditi che vestono Armani ed ha permesso una concertazione/connivenza del potere politico con affari criminali, influenzando l’intera sfera sociale al servilismo. Circa un secolo fa venne chiesto a un “grande” politico e finanziere americano (Mark Hanna), che cosa fosse importante per la politica. Rispose: “La prima cosa è il denaro, la seconda è il denaro e la terza l’ho dimenticata”. Per cui, sì, “la ricchezza concentrata cercherà chiaramente di utilizzare il potere e le risorse economiche a propria disposizione per prendere, per quanto è possibile, il controllo del sistema politico, e gestirlo secondo il proprio tornaconto ecc. Sarebbe un miracolo se non lo facesse. I cittadini devono trovare modi per lottare contro tutto questo” (Noam Chomsky). Riappropriarsi della politica dunque è una lotta aperta...  si può agire nelle strade, nelle scuole, nelle fabbriche, con l’informazione liberata e altri strumenti di aggregazione sociale... ogni tipo di resistenza è possibile e, come in passato, può produrre dei risultati e nuove stagioni di bellezza e di gioia planetaria, come è avvenuto nel Maggio 1968. Si tratta di cominciare dai palazzi nell’ora del tè, per passare poi a fermare i pubblici orologi. Dichiarare — a viso scoperto — che l’ora della ricreazione è finita.

VI
A ritroso. Alexandre Marius Jacob, un ladro, sovversivo, anarchico della belle époque, sopravvissuto venti anni nel bagno penale della  Guyana francese, dopo una condanna all’ergastolo per omicidio e oltre centocinquanta furti commessi ai danni (non solo) dell’alta borghesia francese (che si è dato la morte nel 1954 in un paesino francese), ha lasciato scritto: “Preferisco essere un ladro che un derubato. Anch’io condanno il fatto che un uomo s’impadronisca con la violenza o l’astuzia del frutto del lavoro altrui. Ed è proprio per questo che ho fatto la guerra ai ricchi, ladri che rubano ai poveri. È stata questa la mia rivoluzione”.  Di là di ogni ragione, più o meno condivisa, questo uomo di fervida fantasia e non comune coraggio ha sfidato l’apparato politico del suo tempo... aveva compreso che “quelli che producono tutto non hanno niente e chi produce niente ha tutto” (Alexandre Marius Jacob). Era passato alla propaganda dei fatti e dichiarato guerra ai ricchi e ai loro beni. Jacob ci ha lasciato in sorte queste parole: “La lotta contro il potere cesserà soltanto quando gli uomini metteranno in comune le loro gioie e le loro pene, il loro lavoro e la loro ricchezza, quando tutto apparterrà a tutti” (Alexandre Marius Jacob). E ora sia lode a uomini e donne che sono passati dalla resistenza alla rivolta sociale in nome del diritto naturale all’esistenza  e la conquista di una società di liberi e di uguali.

Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 16 volte ottobre 2012



[1] Questo scritto è un lavoro aperto... sarà aggiornato a “gatto selvaggio”,  secondo delle situazioni politiche, culturali, eversive dei movimenti delle occupazioni contro l’1% di saprofiti della politica e della finanza che attentano alla  libertà di pensiero e affamano interi popoli. Si affranca a quanti chiedono — con tutti i mezzi utili — la soppressione dei partiti ed altri animali da cortile che albergano nei centri di potere... in attesa di essere affogati da petali di fiori... e in ogni caso, nessun rimorso.

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

domenica 21 ottobre 2012

COMUNISMO LIBERTARIO O INDIVIDUALISMO, di Pier Francesco Zarcone

La democrazia diretta fondata in termini di diritto

Anomia?

Da tempo, per varie ragioni storiche, la prospettiva della rivoluzione sociale in Europa non ha più quell’immediatezza che ancora appariva negli anni ‘30 del secolo scorso. Questo negli ambienti libertari si manifesta anche con la mancanza ormai consolidata di un ideario concreto in ordine ai problemi fisiologici inerenti all'aspetto costruttivo di una società libertaria, ovvero basata sulla democrazia popolare diretta. Taluni obiettano che tale aspetto ha scarsa rilevanza poiché la costruzione della nuova società spetta alle masse rivoluzionarie. Se così fosse in assoluto non avrebbe senso l’operare in seno a esse dei libertari, il cui ruolo consiste nello svolgere una funzione di sensibilizzazione, di chiarificazione e di indirizzo per la progressiva maturazione della coscienza di classe di tali masse medesime. In questa azione c’è un minimum ineliminabile: indicare almeno le essenziali linee di base da seguire riguardo ai problemi e alle questioni di carattere “fisiologico”; fisiologico giacché anche per una società nata da una rivoluzione sociale radicale deve fare i conti con essi, quand’anche vadano impostati in modo diverso dal passato. Naturalmente, se si vuole, tutto questo può essere tranquillamente ignorato, e ci si può chiudere in modo apodittico nella mera reiterazione dei princìpi classici dell'anarchismo, oppure ci si può inchiodare su certe dogmatiche applicazioni di essi - comunque e dovunque - a guisa di elementi cardine di un’identità testimoniale. L’opera di chiarificazione e indirizzo a cui si è accennato deve, per essere costruttiva, abbandonare l’ottimismo ingenuo avulso dalla realtà (persistente, per quanto faccia più male che bene) e optare per quel realismo rivoluzionario che animò un grande anarchico del passato – Christiaan Cornelissen – e il suo Il comunismo libertario e il regime di transizione. Infatti la mancanza di chiarezza e concretezza sull'aspetto costruttivo della nuova società ha notevoli effetti negativi, perché espone tutto il movimento libertario alle accuse (spesso fondate) di inconcretezza che gli avversari gettano a piene mani.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.