L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

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venerdì 10 luglio 2026

LA TRATTA ISLAMICA

di Roberto Massari


ITALIANO - ENGLISH


Ma bisogna riconoscere che la dimensione assunta dalla tratta e dalla schiavitù subìte dai popoli neri supera, per numero di vittime, durata e orrori, tutto ciò che era avvenuto prima. E nella genesi di queste disgrazie, dal punto di vista storico la tratta negriera è un’invenzione del mondo arabo-musulmano. (Tidiane N’Diaye)



E se la capanna dello zio Tom, invece che in Kentucky, si fosse trovata in Siria, nello Yemen o in un qualsiasi altro paese arabo?

L’idea è assurda perché l’autrice del celebre romanzo, Harriet Beecher Stowe, era una convinta abolizionista, mentre nel mondo arabo-musulmano l’abolizionismo non è mai esistito come corrente di pensiero, né sono mai emerse grandi figure di nemici della schiavitù dei neri come Condorcet, William Wilberforce, il John Brown della celebre canzone e i tantissimi altri, noti o meno noti, che sarebbe lungo elencare. E questo perché, a partire da un certo momento, la parte migliore della cultura occidentale e gran parte dell’opinione pubblica dei relativi paesi si schierò apertamente contro la schiavitù, facendo adottare le leggi necessarie per abolirla. Per quanto incredibile possa sembrare, addirittura lo stesso fascismo italiano abolì ufficialmente la schiavitù in Abissinia/Etiopia, anche se il movente principale non rispondeva a motivi umanitari.

Lo zio Tom ha insegnato a tante nuove generazioni, a centinaia di milioni di bambini e bambine, a considerare la schiavitù dei neri come una cosa disumana, cattiva e crudele, di quelle in cui i buoni stanno da una parte e i cattivi dall’altra, con possibilità tuttavia per i secondi anche di riscatto morale. Il sottoscritto rientra tra questi bambini e non c’è dubbio che tutto il mio impegno politico successivo a favore del Black power (sue degenerazioni a parte) è stato condizionato psicologicamente dalla lettura infantile di quel libro. 

Grazie anche all’ampiezza e alla qualità dell’abolizionismo occidentale (e a parte decisive ragioni economiche), la tratta atlantica dei neri africani - base fondamentale della crescita del capitalismo nelle colonie americane e di conseguenza in alcune madrepatrie europee - ebbe una durata limitata nel tempo. Ciò non toglie che durò ugualmente per alcuni secoli, troppi: circa quattro, dal XVI al XIX, provocando la deportazione di circa 9-12 milioni (15 secondo stime più discutibili) di neri africani e la morte di circa 2-4 milioni di loro nel corso del trasporto.

Sulle condizioni a volte di autentica e disumana crudeltà in cui si svolgeva la vita degli schiavi importati abbiamo testimonianze di grande valore, che vanno dal benemerito padre Bartolomé de las Casas (†1566) fino a celebri antropologi come il cubano Fernando Ortiz Fernández (1881-1969), cui si deve anche la descrizione sistematica degli strumenti di tortura utilizzati.

Insomma, la cultura «occidentale» (concetto non geografico, ma transculturale visto che può includere anche correnti abolizionistiche indiane, giapponesi o sudafricane, incluso e in prima linea il Cristianesimo ufficiale che della schiavitù era stato un solerte complice) è stata capace di autocriticarsi rispetto alla tratta atlantica e in sede storica ha formulato un irreversibile verdetto di condanna.

Niente di tutto ciò si ritrova nelle varie culture che compongono il mondo arabo-musulmano e il libro di N’Diaye lo dimostra ampiamente. La schiavitù è sempre esistita, ci ricorda anche l’autore (vedi l’Antico Testamento o le società greca e romana), ma in genere ne facevano le spese popolazioni sconfitte in guerra. E la professione dello schiavista poteva variare a seconda dei luoghi, delle epoche, del materiale umano da commerciare.

Con l’avvento dell’Islam invece vi fu un salto di qualità, sia nel processo di commercializzazione di massa degli schiavi (da prelevare tra i non musulmani, al termine di guerre, ma soprattutto in tempi di pace), sia nell’individuazione del continente africano come fonte primaria di rifornimento. In questo senso N’Dyane attribuisce al mondo islamico l’invenzione della tratta dei neri africani, definita comunemente «tratta araba», «tratta islamica» o «tratta arabo-musulmana».

Questa iniziò nel sec. VII, con le conquiste territoriali dei primi califfi alla testa degli eserciti musulmani e terminò ufficialmente nel XIX secolo: 13 secoli. L’ultimo paese musulmano ad aver abolito ufficialmente la schiavitù è stato, però, la Mauritania nel... 1980.

Io sostengo, tuttavia - fin da quando è iniziato il traffico mediterraneo degli esseri umani organizzato dagli scafisti - che lo schiavismo ancora sopravvive in forma organizzata di massa in alcuni paesi nordafricani. In Libia, Tunisia e zone limitrofe, sono cresciute e si sono rafforzate col tempo le reti di mafie locali e transnazionali che traggono enormi guadagni dall’organizzazione degli imbarchi di centinaia di migliaia di poveri disperati che vogliono raggiungere l’Europa, costringendoli nell’attesa (a volte per anni) a lavorare come schiavi, come ladri, come prostitute per potersi pagare il sospirato viaggio.

Questo a volte finisce in tragedia e ciò ci riporta al costo in vite umane che già ebbe la tratta araba nei 13 secoli in cui si svolse «liberamente» e ufficialmente, potendo avvalersi anche dell’autorità del Corano, i cui versetti favorevoli allo schiavismo sono da N’Dyane riportati al termine del libro.

Il numero di neri africani catturati e deportati è calcolato tra i 14 e i 17 milioni dall’Africa subsahariana, Africa settentrionale e Medio oriente, tralasciando le vittime della tratta dall’Europa (Caucaso, Impero bizantino, tratta barbaresca ecc.). Da segnalare il coinvolgimento delle istituzioni nel traffico: sultani, governatori, strutture militari. E senza dimenticare che secondo calcoli approssimativi, rispetto al numero dei deportati, sarebbe morto un numero tre volte superiore di neri africani nel corso del trasporto che avveniva per lo più attraverso il Sahara, sempre e comunque in condizioni disumane.

Le destinazioni di tale commercio erano vari paesi islamici che all’epoca dell’espansione araba andavano dall’Oceano Atlantico (Marocco e Penisola Iberica) all’Oceano Indiano (India, Indonesia).

Qui mi fermo, però, perché la ricerca di N’Diaye fornisce cifre, riferimenti bibliografici, testimonianze che possono dare un’immagine più precisa dell’enorme crimine verso l’umanità rappresentato da questo gigantesco traffico di esseri umani (neri), organizzato da schiavisti islamici nell’interesse di paesi islamici, fondato sull’autorità di versetti coranici.


Non c’è mai stata una corrente abolizionistica islamica degna del nome. Anzi, la schiavitù è stata abolita per iniziativa delle potenze coloniali (un piccolo merito del colonialismo...) e le stesse Chiese cristiane hanno dato un contributo notevole in tal senso.

Non esistono testi scolastici che parlino della tratta islamica (ma per questo nemmeno in Occidente dove invece si parla giustamente della tratta atlantica fin dalle scuole primarie) e non esiste una qualche autocritica significativa da parte della cultura islamica.

Anzi, sul terreno del silenzio e dell’assoluzione implicita, si arriva a dei fenomeni veramente sbalorditivi come la conversione all’Islam di esponenti del movimento nero negli Usa, nonostante la tratta islamica abbia insanguinato l’Africa nera tre volte più di quella atlantica: in senso temporale e nel numero di vittime.  Basti pensare alla conversione all’islamismo di Malcolm X che non ha mai speso una parola di compianto per i suoi fratelli neri sterminati dagli arabi e a milioni nel corso dei secoli. [Colgo l’occasione per rispondere a chi mi ha chiesto nel passato perché io non abbia incluso Malcolm X nella collana «il pensiero forte» della mia casa editrice: ora la risposta dovrebbe essere evidente.]

Ai silenzi delle culture islamiche sulla tratta arabo-musulmana andrebbero aggiunti i silenzi attuali del mondo woke, antioccidentalistico, palestinistico, antiebraico e in generale di sinistra reazionaria. In questi ambienti vige la paura che una presa di coscienza della barbarie rappresentata inequivocabilmente della tratta araba dei neri, provocata per 13 secoli dall’espansione militare islamica, possa mettere a nudo il carattere precapitalistico del loro anticapitalismo. Ebbene, per loro consolazione posso aggiungere che nemmeno Marx ritenne necessario nominare la tratta araba, pur avendo dedicato varie pagine all’analisi dello schiavismo nelle colonie americane e della sua funzione nella crescita del capitalismo. (Si vedano per esempio i riferimenti allo schiavismo occidentale nel I Libro de Il capitale, capitoli 8, 13 e 24 [«La cosiddetta accumulazione originaria»], nel cap. 20 del II e in molte parti del III Libro.)

* * * 

Per il lettore o la lettrice arrivati fin qui, riporto la breve prefazione che ho premesso al libro di N’Diaye per chiarire la questione del titolo: questione delicata giacché nel titolo originario (del 2008) compariva il termine «genocidio». E visto che oggi il termine è diventato moneta corrente in funzione antisraeliana e antiebraica, vale la pena di fare un ultimo sforzo e leggere anche queste due ultime paginette in cui si spiega che senza l’intenzione di sterminare un’etnia o classe sociale neanche il massacro di 20-30 milioni di neri africani da parte del mondo islamico si può considerare un genocidio, per quanto orrore e raccapriccio possa provocare la cosa in sé.


PREFAZIONE

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.