L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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sabato 8 giugno 2019

Euro al capolinea?

Sul libro di Bellofiore, Garibaldo e Mortágua
di Michele Nobile

È necessario uscire dall’euro? Potrebbe essere questa, se non la panacea per i problemi sociali italiani, almeno la condizione necessaria per iniziare a invertire l’orientamento antipopolare della politica economica e sociale? È questo un obiettivo per cui devono battersi lavoratrici e lavoratori, giovani e pensionati in Europa? 
Se si vuole approfondire la questione è utilissimo il libro Euro al capolinea? La vera natura della crisi europea, Di Riccardo Bellofiore, Francesco Garibaldo e Mariana Mortágua (Rosenberg & Sellier, Torino 2019), strutturato in due lunghi saggi e due appendici. È convinzione degli autori che
«l’euro faccia parte di una strategia più ampia - condivisa dalle élite economiche e finanziarie nazionali - di riorganizzare i capitali singoli e di comprimere i diritti della classe lavoratrice, attraverso l’accelerazione della liberalizzazione fianziaria e la maggiore esposizione delle economie nazionali alla concorrenza internazionale» (p. 81). 

E tuttavia, pensare di por fine al cosiddetto neoliberismo uscendo dall’euro è un’illusione. Il libro spiega bene perché sia sbagliato il presupposto economico alla base di questa idea e perché, per cambiare la direzione prevalente delle politiche economiche e sociali, una strategia politica realistica debba avere una dimensione internazionale. Di seguito ne espongo le tesi principali, con qualche mia considerazione; le conclusioni politiche dell’ultima sezione sono mia unica responsabilità personale. 
Uscire o no dall’euro è in realtà un dilemma falso e fuorviante, quando si considerino il livello d’integrazione dei capitalismi europei, le ragioni di fondo della cosiddetta crisi del «debito sovrano» e la dimensione dei problemi strutturali su scala continentale. La risposta di Bellofiore, Garibaldo e Mortágua a questi ultimi è che
«Essi resuscitano il conflitto sul “come”, “quanto” e “per chi” produrre, che furono al centro delle lotte del mondo del lavoro negli anni Sessanta e Settanta del Novecento. A esse deve rispondere una politica di socializzazione dell’economia (socializzazione dell’investimento, socializzazione dell’occupazione, socializzazione della banca) e di “buoni” disavanzi statali, “programmati” e mirati alla produzione di valori d’uso sociale per il tramite di un intervento sulla composizione della produzione e di occupazione diretta dello Stato, un vero e proprio “piano del lavoro”» (p. 86). 

Per quanto mi riguarda, nel 2011 scrissi 

«si chiede anche di “tornare alla lira”, come se la lira fosse un qualche feticcio meno capitalistico dell’euro. O forse si pensa che in una società integralmente monetaria come quella capitalistica “l’economia produttiva” possa essere separata dal finanziamento dell’investimento e dallo sviluppo del circuito finanziario mondiale? In una società capitalistica la moneta è sempre un rapporto sociale, la forma dello sfruttamento del lavoro salariato, non un «oggetto» neutro. Scambiando l’euro con la lira si avanza verso il socialismo quanto giocando alle tre carte in una pubblica piazza»1.  

venerdì 24 giugno 2016

LA VITTORIA DELLA DESTRA NEL REFERENDUM INGLESE E IL RIMBECILLIMENTO DELLA SINISTRA ANTIEUROPEA, di Michele Nobile

Al primo impatto ho trovato assai divertente l'idea per cui la decisione degli elettori britannici di uscire dall'Unione europea sarebbe un fatto «di sinistra». Pensandoci meglio, è semplicemente «tragica». Brevissime considerazioni.

1) Innanzitutto, è stata la xenofobia a determinare il successo del leave, del voto per lasciare l'Unione europea, per un margine non grande. La linea anti-migrazione, diretta non soltanto contro gli extracomunitari ma anche verso i cittadini europei, è stata condita, è vero, dalla demagogia antiplutocratica di destra e liberista nei confronti dei burocrati di Bruxelles e delle «banche». Non a caso si tratta di un successo elettorale che fa esultare la destra-destra e l'estrema destra europea, dal Front National alla Lega Nord ad Alba Dorata. Insomma, sul piano concreto e dei grandi numeri, la mobilitazione (elettorale) contro l'Ue si esprime con una forte connotazione nazionalista xenofoba, spesso ultraneoliberista.

2) Che si trattasse della tory Thatcher o del laburista Blair, in fatto di neoliberismo i governi britannici sono sempre stati più realisti del re: hanno considerato diverse normative europee troppo «di sinistra», facendo pressione per orientarle in senso più liberista. Il caso più chiaro è dato dal cosiddetto opting-out, cioè il diritto di non applicare decisioni dell'Unione, in particolare per quanto riguarda il «protocollo sociale» (per alcuni anni) e la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. Nel negoziato tra Cameron e la Commissione europea, l'unico punto di sostanza ottenuto dal primo era la limitazione per quattro anni dei benefici per gli immigrati europei. E dunque, se proprio si vuol essere nazionalisti «di sinistra», la ragione per felicitarsi dell'uscita del Regno Unito dalla Ue è esattamente opposta a quella dominante su questo lato. Bisognerebbe dire, cioè, non che si tratta di un passo necessario per una politica sociale ed economica «popolare» e antiliberista ma che, così, ci si è finalmente liberati di uno Stato che da quasi quarant'anni si è sempre collocato sulla destra del panorama istituzionale dell'Unione, quale che fosse il partito di maggioranza.

3) I dati maggiori del referendum sono la vittoria non ampia del leave the Eu (per poco più di 1,2 milioni di votanti) e la chiarissima spaccatura geografica del voto. In Scozia il voto to remain ha raggiunto il 62%, vincente in tutte le circoscrizioni; in Irlanda del Nord il 56%. Il che obiettivamente crea una situazione imbarazzante per i nazionalisti «di sinistra», perché queste sono le due aree in cui l'aspirazione all'indipendenza dal Regno Unito è da sempre diffusa e intensa, specialmente in Irlanda del Nord dove, per decenni, si è espressa anche al livello della lotta armata. Eppure, il governo scozzese ha annunciato un secondo referendum per l'indipendenza, ma per restare nell'Unione europea; e il Sinn Féin, storico partito nazionalista irlandese e volto legale dell'Irish Republican Army, ha pure annunciato di voler lanciare un referendum per l'unificazione con l'Irlanda, implicitamente rientrando nella Ue. Nei distretti che hanno eletto deputati del Sinn Féin, il voto per restare nell'Unione ha raggiunto il 74% a Belfast West e il 60% in Mid Ulster. La conclusione paradossale è che in Scozia e in Irlanda del Nord l'essere membri dell'Ue è percepito come garanzia dei diritti nazionali, non il contrario. Si profila l'aggravarsi del conflitto fra nazionalismi dentro il Regno Unito.

domenica 25 gennaio 2015

DEFLAZIONE E DISOCCUPAZIONE IN EUROPA, di Michele Nobile

… e i problemi che il quantitative easing non risolve

La signora Merkel e il pappagallo congelato
Un colossale pappagallo zampe all'aria, con tutta l'apparenza d'essere morto: così la copertina di The Economist rendeva lo stato dell'economia europea nell'ultima settimana di ottobre dell'anno appena trascorso. Nella stessa immagine, una piccola Angela Merkel osserva il pappagallo affermando: sta solo riposando (it’s only resting).
Di cosa potrebbe soffrire lo sventurato pappagallo? Di freddo, nonostante le temperature anomale dell'autunno. Freddo che in termini economici si chiama deflazione: The Economist suggerisce dunque un paragone tra i prezzi e i parametri di temperatura entro cui si svolge la vita. Un certo livello d'inflazione nel processo economico è l'equivalente del sano riscaldamento del corpo nell'attività fisica: la crescita nominale dei prezzi e dei salari è indice di crescita dell'investimento e dell'occupazione, di vitalità economica. Viceversa, l'analogo della deflazione è il processo di congelamento, che causa sonnolenza, incoscienza e infine, se non si arresta, la morte. Ed è appunto questo il processo di cui può rimanere vittima il pappagallo, cioè l'economia europea.
Infatti, se si osserva il termometro dei prezzi al consumo, esso ci dice che la temperatura media annua nell'area dell'euro a ottobre era allo 0,4%, a novembre 0,3%, a dicembre -0,2% (ultimo dato del flash Eurostat del 7 gennaio 2015). A incidere fortemente sul livello dei prezzi è la riduzione della componente energetica, ma la crescita dei prezzi dei beni industriali staziona da tempo intorno allo zero, mentre i prezzi dei servizi, meno sottoposti alla concorrenza internazionale, sono i più caldi (1,2%). In Germania, dove pure il tasso di disoccupazione è meno della metà della media europea, il tasso d'inflazione annuo a ottobre era allo 0,7%, in novembre 0,5%; se si guarda alle altre grandi economie del continente, con gli stessi riferimenti temporali, i tassi per la Francia erano 0,5% e 0,4%, per l'Italia 0,2% e 0,3%, per la Spagna -0,2% e -0,5%. Oltre alla Spagna, a novembre erano addirittura sotto il punto di congelamento: Bulgaria (-1,9%), Grecia (-1,2%), Polonia (-0,3%). Se invece che i tassi annui si guardano le previsioni del tasso mensile di novembre, tutti i paesi europei sono sotto lo zero, ad eccezione della Germania, giusto a zero, della Norvegia e dell'Austria (dati Eurostat, release del 17 dicembre 2014).
Posto il problema, l'utilità del paragone tra il livello dei prezzi e la temperatura corporea finisce qui. Nei rapporti monetari e mercantili non c'è nulla di naturale.

lunedì 23 giugno 2014

LA DERIVA NAZIONALISTA DEL MOVIMENTO DI GRILLO, di Antonella Marazzi e Roberto Massari

Cari amici e amiche del Meet-up bolsenese, caro Sandrone,

abbiamo atteso sino alla fine che il gruppo bolsenese si riunisse, prima di comunicare le nostre dimissioni dal gruppo stesso e dal Movimento 5 Stelle. Non volevamo mettere nessuno/a di voi davanti al fatto compiuto e ci sembrava giusto avere un confronto verbale, prima di formalizzare per iscritto la nostra decisione.
Ma arrivati ormai a un mese dalle elezioni, a fronte dell'ennesimo rinvio dell'incontro (che, quando sarà, sarà il primo postelettorale!), ci vediamo costretti a rompere gli indugi. Procediamo quindi per iscritto, senza aver avuto la possibilità di esporvi serenamente - a parole e con dovizia di argomenti - le ragioni per le quali due rivoluzionari internazionalisti come noi (uno, rivoluzionario internazionalista dal 1966, cioè da 48 anni, e una, rivoluzionaria internazionalista dal 1969, cioè da 45 anni) non possono restare un minuto di più dentro il M5S, sia pure su basi semplicemente locali.
In realtà la nostra decisione di dimetterci è sorta appena Grillo ha proposto l'ingresso nell'EFD di Nigel Farage (Europe of Freedom and Democracy), raggruppamento nazionalista, antieuropeo, filoimperialistico britannico, conservatore per genesi, storia e programmi. (Sull’Ukip non ci dilunghiamo perché speriamo che abbiate letto l'analisi proposta da Roberto nello scambio di lettere con Michele Nobile. Chi non l'ha letta può richiederla a noi o a Sandrone.)

Fernando Botero, Ratto d'Europa
Il solo fatto che Grillo potesse pensare possibile una simile scelta ci ha fatto rabbrividire. Sì, rabbrividire perché, a differenza di ciò che pensa tutta la gruppettologia erede della ex estrema sinistra, noi attribuivamo al Movimento una funzione progressista (in Italia), un ruolo coerentemente e istintivamente antisistema e comunque storicamente superiore in radicalità a quanto sia mai stato fatto da tutti i gruppi della ex estrema sinistra nel Parlamento italiano (da Lotta continua a Rifondazione, passando per Avanguardia Operaia o Democrazia proletaria o i Verdi). Ovviamente questa funzione progressista del M5S verrà ora severamente limitata dalla sua collocazione in campo reazionario a livello europeo, sicuramente segna l’inizio di una sua crisi qualitativa e, in più lontana prospettiva, una sua scomparsa quantitativa.
Per assolvere a compiti realmente reazionari, infatti, il sistema capitalistico dispone già di suoi strumenti consolidati e difficilmente acconsentirà a sponsorizzarne di nuovi. E al momento il principale strumento della reazione in Italia è certamente il PD diretto da Renzi e composto dalla nuova e vecchia nomenklatura di origine pciista. A livello europeo, invece, il fronte delle varie borghesie nazionali è diviso trasversalmente come minimo tra europeisti e antieuropeisti, passando per i cosiddetti «euroscettici».

martedì 3 giugno 2014

LO TSUNAMI NAZIONALISTA DI GRILLO, di Roberto Massari e Michele Nobile


Michele,
sarebbe meraviglioso se tu facessi un breve articolo (anche una o due pagine) di definizione e descrizione dell'Ukip (e non tanto di personalizzazione su Farage).
La discussione nel Mov. 5 stelle è scoppiata in forma pessima ed è tutta concentrata su questa o quella frase di Farage.
In realtà basterebbe andare a cercare la voce Ukip in wikipedia (voce che si presume l'abbiano scritta loro stessi e nel leggerla si vede che è proprio così) per capire che ci si trova davanti a un partito nato dalla tradizione dei conservatori inglesi (quindi dal mondo della Thatcher), che è profondamente nazionalista, ma alla maniera degli inglesi: cioè vogliono essere estranei a qualsiasi forma di collaborazione internazionale che non sia da loro dominata (nostalgie del Commonwealth), a qualsiasi abbassamento delle frontiere della Gran Bretagna insulare, secondo una tradizione di isolazionismo imperialistico che l'Inghilterra ha sempre avuto e che anche i laburisti appoggiarono. Non dimenticherò mai l'anno delle prime elezioni europee (1979) in cui addirittura Ernest Mandel andò a fare campagna per i laburisti e per l'uscita della Gran Bretagna dalla Cee.
Insomma, ci troviamo davanti a un partito filocapitalistico in forma esplicita, nazionalista e profondamente conservatore (loro si definiscono anche liberali, ma nel senso di fautori del liberismo). E se mi mettessi a parlare dell'Irlanda del Nord (di cui stranamente si sono tutti dimenticati) si vedrebbe che l'Ukip la pensa come la stragrande maggioranza dell'establishment politico britannico, e cioè che l'Ulster è loro e guai a chi lo tocca (a me basterebbe questo per condannare l'Ukip e tutti coloro che lo sostengono). 
Le loro preoccupazioni per le politiche di controllo dell'immigrazione sono cosa seria - da non confondere quindi con il razzismo (casomai la xenofobia) - ma hanno il difetto di puntare alla difesa degli interessi capitalistici (imperialistici) britannici visti in opposizione a quelli «stranieri». Dopodiché è vero che non si può proseguire con l'immigrazione selvaggia: ma se questa preoccupazione la esprimo io che sono per la rivoluzione mondiale e che vorrei investire energie per risolvere il problema degli immigrati nel loro paese d'origine, è un conto. Se lo dice un difensore dell'imperialismo (italiano o britannico poco importa) è un'altra cosa. La differenza è di classe - si sarebbe detto un tempo.

mercoledì 18 dicembre 2013

"TEMPI NUOVI" e oltre..., di Miguel Martinez

La lettera e l'articolo di Miguel mi hanno dato una sensazione complessa: c'è, soprattutto nell'articolo, tutta la tragicità del presente espressa con un'angolazione molto particolare, direi umanista. Sembrerebbe talmente tragico e ineludibile questo presente da rendere impensabile un qualsiasi futuro appena vivibile per i non-Privanti, cioè per tutti noi "comuni mortali". Pure, soprattutto nella lettera, aleggia una sorta di curiosa speranza, che non so se possa essere seriamente riconducibile al ricominciare dalle Comunità, come dice Miguel. Forse c'è, sospesa sul nuovo nulla che si presenta, la speranza che davvero l'utopia positiva dell'amore - inteso come leva potenziale a positivo dei cambiamenti interiori ed esteriori che soli potrebbero far risalire la china - possa essere il tramite verso un futuro ancora vivibile, soprattutto per la parte sempre più sofferente della nostra umanità, individuale e collettiva. In conclusione, una lettura che può suscitare molte riflessioni, su piani diversi. 
Antonella Marazzi


Caro Roberto, 
se ha senso quello che ti scrivo adesso, pubblica pure...
Sei tra le molte persone verso cui mi sento in colpa in questo periodo.  Intanto, provo verso di te una colpa di assenza, di silenzio, di mancate risposte, pur nella profonda affinità delle diverse vie che abbiamo percorso nella vita.
E' facile parlare a nome di Dio, della Classe Operaia o della Nazione, ma alla fine, possiamo parlare, ciascuno di noi, solo a nome nostro... e quindi qui vedrai tante volte il pronome, "io", che spero sia più un io di modestia che un io di vanto.

mercoledì 1 maggio 2013

SUL LIBRO DI M. BADIALE E F. TRINGALI, di Michele Nobile

Le trappole dell’antieuropeismo nazionalistico e del richiamo alla Costituzione

(Primo maggio 2013)

Il libro di Marino Badiale e Fabrizio Tringali La trappola dell’euro (Asterios 2012) è da consigliarsi sia per il contributo analitico all’interpretazione della crisi dell’euro sia per la critica delle misure antipopolari di politica economica messe in atto nei paesi dell’eurozona e, in particolare, in quelli colpiti dalla cd. crisi del debito sovrano. L’interesse maggiore del volume risiede però, a parer mio, nella connessione tra impianto analitico e proposta politica. Quest’ultima si può riassumere nell’obiettivo di riconquistare la sovranità monetaria dello Stato italiano, uscendo dall’Unione europea e dall’Eurosistema, al fine di attuare una politica economica «per difendere i ceti medi e popolari, ed iniziare almeno i primi passi di un percorso che ci porti verso una reale alternativa alla distruttività del capitalismo contemporaneo» (p. 135).
La prospettiva formulata da Badiale e Tringali è ampiamente diffusa nell’area della sinistra più o meno antagonistica (ma anche nella destra radicale, per dirla tutta), per quanto non necessariamente con la stessa consapevolezza della posta in gioco e con la stessa coerenza logica dimostrata dagli autori. Leggere con attenzione critica questo libro può dunque essere utile per prendere coscienza dei presupposti e delle implicazioni di una linea che riconduca la lotta contro le misure antipopolari agli obiettivi complessivi della fuoriuscita dall’area dell’euro e dall’Unione europea e alla formulazione di una politica economica alternativa. 


Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

venerdì 29 giugno 2012

ES LA CRISIS ECONOMICA EUROPEA UN SIMPLE 'MEME'?, por Yuri Zambrano


LOS ANTECEDENTES

Para el primero de enero de 1999, la UE (Unión Europea) y una comisión especial bajo la mira de Jacques Santer había tomado una seria decisión apoyada en el tratado de Amsterdam (Firmado el 2 de octubre de 1997): Once países de la UE adoptaban el euro, como una medida financiera esperanzadora y unificadora de economías (entre comillas).

De esa manera, El Banco Central Europeo (BCE) asumía la responsabilidad de la política monetaria de aquella medida “unificadora” y Grecia se sumaba a estos once países un par de años después (2001), durante la coordinación de la comisión europea presidida por Romano Prodi que finalizaría hacia 2004.

Las crisis económica en un país, incrementa la posibilidad de crisis en otros. Un estudio hacia finales del pasado siglo XX realizado por los economistas Barry Eichengreen y Andrew Rose de la universidad de Berkeley y el analista Charles Wyplosz, describió alrededor de 20 crisis cambiarias en economías industrializadas entre 1959 y 1993, como si se tratara de una cuestión contagiosa.  Robert Schiller, economista de Yale University, demostró que entre 1919 y 1987, los mercados financieros tenían un comportamiento “tipo reacción en cadena” respecto a momentos de crisis.   

¡Eso no es una panacea academicista, al contrario, es una mera secuela neuromemética !

Hoy lo podemos ver, porque los mass media nos lo inyectan como ineluctable y letal “viral meme”.  Así le llaman al efecto tequila, al efecto dominó del Han-Seng, Nikkei y demás efectos 'Sambas' que nos venden los encargados de DESINFORMAR los avatares mercantiles y manipular la info descaradamente.  Si cae el Dow Jones, el vuelo de la mariposita tiene su efecto en Irian Jaya, Tombuctú, Patagonia o en la Antártica; es por eso que el Nóbel Daniel Kahneman, refiere con justa razón que los mercados siempre van a tener algo de caótico. Y en ese campo aleatorio, por supuesto, todo puede ser posible.

LAS LECCIONES

Pero el punto de estas cuartillas, es considerar la crisis mediterránea como un “efecto invernadero-epidemiológico”.

Es decir, los antecedentes económicos como bien cita  Michele Nobile en sus "lecciones de la crisis"  tienen varios puntos por donde empezar a desmadejar este nudo gordiano.

Pese a que la lección uno de Michele, dice que NO existen nexos entre crisis, debemos ver esto como una CONTINUA LUCHA DE CLASES tal y como Nobile, lo cita.  La lucha de clases, es fundamental para entender el proceso de crisis en los Balcanes (incluso agudizado por los fenómenos de inmigración y gitanismo balcánico y asiático al norte de Grecia).

El proceso de crisis ibérico, no es la excepción.  España no se ha curado de la inopia heredada de la guerra civil y de las diferencias del retrógrado franquismo bien camufladas por los pseudo-socialismos gobernantes o bajo la batuta Juancarlos-monárquica. Es del vox populi, reconocer que hay un campesinado influyente en la sociedad española dominante en la decisión electoral, que la inversión extranjera vapulea esta riqueza nacional con manufactura propia y que el continuo mercado migratorio aunado a una precaria inversión extranjera y una dudosa producción tecnológica, hace que el pueblo esté a merced de la clase gobernante (pidiendo en estos días su “polémico Rescate financiero”).  En otras palabras la crisis hipotecaria española que demostró sus abismos desde 2007 (e incluso antes) sigue teniendo cáncer entre sus grutas y esto será muy difícil de curar, pese a los esfuerzos de bancas ostensiblemente fuertes como Santander o BBVA que facturan importantes cuentas en euros en el ranking bursátil, siendo reconocidas como bancas realmente poderosas a nivel europeo y mundial (esto cumple con la segunda y tercera lección: a partir de los 80’s se RE-definen las prioridades de la política monetaria internacional, fortaleciendo una 'especie de neoglobalización' o sea, una expresión política CON determinada evolución estructural capitalista fortaleciendo las relaciones de fuerza entre los grupos de poder; Nobile Dixit).

LAS PROBABILIDADES
Si nos atenemos a una quinta lección, estaríamos de acuerdo a que este meme, llamado crisis ―y que afecta inevitablemente a Italia (e.g., CDS o certificados de depósito, otros sofismas de la banca italiana) ―, está aun en aguas turbias. Debemos estar concientes de que, de esta crisis no se sale con el uso de la fuerza de la economía política, sino CON UNA PARTICIPACION CONSUETUDINARIA Y CONSTANTE DE UNA SOCIEDAD MAS UNIDA buscando derrocar los modelos anticuados de monopolio económico (ver gráfica desde 1990, certificados de depósito, y para comprender economía contempo-irlandesa, ver artículo de Nobile, Lehman Brothers vs. Anglo Irish Bank).


Para ello, tanto en Grecia, como en los demás países con alarma sísmica “antiEuro”, se deben ajustar los estatutos económicos gubernamentales, o políticas macroeconómicas (Policies).  Estas normas, según Nana Nestoros, activista y analista económica del proceso de crisis político-económico en todos los países balcánicos; se deben seguir los pasos del pueblo y empezar desde las bases, es decir, haciendo la demanda del cambio, desde la óptica de la canasta familiar. O lo que es lo mismo, EL PUEBLO, HA DE SER EL ENCARGADO DE EXIGIR LAS DEMANDAS DE CAMBIO DE FORMA URGENTE Y  RADICAL, a sus gobernantes, independientemente de su grado inmanente de corrupción, que ya sabemos es parte del sistema neoglobalizador.  Para eso, insiste Nestoros, los referendums exigidos por el mismo pueblo mancillado de la Eurozona, podrían ser herramientas democráticas para detener el arrollador tren de esta quasi-imparable crisis.

Sin embargo, tal referéndum puede ser un arma de doble filo: un ejercicio democrático de tal magnitud, empíricamente hablando inclina la balanza a favor de sistemas pro-imperialistas.  La incitación libertaria de Giorgio Cremaschi, líder de una facción izquierdista del CGIL, el mayor sindicato metalúrgico italiano discutido por Roberto Massari, es una invitación insurgente a trabajar con las masas. Allí como bien se cita,  es obligatorio considerar, no solo el tema de la salida del euro, sino también que il referendum papandreico sulle misure economiche, podría ser un error grave, « più grave in termini ideologici e culturali». Lo que debemos promulgar es la tarea básica del fortalecimiento de las bases en la lucha de masas contra las medidas de austeridad. En ese tenor, “fortalecer OPERATIVAMENTE esas masas”, en lugar de un referéndum puede ser la opción pragmática de lucha. Ya que un referéndum en términos democráticos, debilita la causa. Por eso, las demandas deben ser de cambio urgente y radical!! como se cita arriba.  Lo que se necesita por supuesto es sin duda, LA MOVILIZACION DE LOS TRABAJADORES DESDE LAS BASES!, y esta movilización por supuesto, debe ser “imperativamente pragmática”.

La pregunta abierta se queda. ¿Qué pasaría en los mercados mundiales, si en cuestión de semanas-meses, Grecia cuestiona su permanencia en medio del maremagnum que ofrece la débil otrora esperanza económica de la Eurozona? Afectaría esto, acaso los mercados asiáticos o los demás países adheridos a la UE en 2004 (República Checa, Estonia, Chipre, Letonia, Lituania, Hungría, Malta, Polonia, Eslovenia y Eslovaquia)? Tal vez, la respuesta tenga muchas opciones y elucubraciones de los expertos analistas económicos, incluidas las posiciones burocráticas del líder del Eurogroup, Jean Claude Juncker.  Si el BCE y la Comisión Económica de la UE, no provee las garantías esenciales, eventualmente la alarmista y catastrofista posición de la desaparición del Euro, podría ser más visible hacia 2016.

Es claro, que una crisis capitalista como la que nos ocupa, será siempre una ocasión para que se dé el clásico asalto patronal, como si fuera un botín de guerra, asociado ambiguamente a la fuerza mancomunada con la Tercera Internacional estalinista, lo que relaciona objetivamente las ya citadas lecciones Nobilistas.

Así pues, este no es un problema simple de intercambio monetario ni siquiera de un eventual compacto fiscal o un programa de crecimiento y estabilidad. Se trata de un problema más serio. ES UN CONDICIONANTE DE IDENTIDAD NACIONAL, es quizá ese motor donde el orgullo de la lucha de clases debe ser más notorio, pues ella puede ser la causa sin duda, donde las clases gobernantes, siempre aseguran su capital y el resultado será la inevitable desaparición de la clase media a nivel global.  Y todo esto se podría arreglar con protocolos (al menos pro-meméticos, pero parece que eso es muy difícil de concebir en quienes ostentan el poder); aplicando una buena macroeconomía política “homogénea”, con estrategias vanguardistas y sobretodo pensando en una mejora de la calidad de vida en el proletariado.

REFERENCIAS

Arestis P & Sawyer M (2008) A Critical Reconsideration of the Foundations of Monetary Policy in the New Consensus Macroeconomics Framework, Cambridge Journal of Economics, Vol. 32, No. 5, September.
Blackmore S (2009) Memetics does provide a useful way of understanding cultural evolution: In Contemporary Debates in Philosophy of Biology,   Chichester, Wiley-Blackwell,  255-72
Kahneman D (2002) Maps of Bounded Rationality: a perspective on intuitive judgment and choice. Center for History of Science at the Royal Swedish Academy of Sciences.  In  Frangsmyr T (Ed.), Nobel Prizes 2002: Nobel Prizes, Presentations, Biographies, & Lectures. Almqvist & Wiksell Int;  416–499 Stockholm.
Eichengreen B,  Rose A &  Wyplosz C (1996), Contagious Currency Crises: First Tests ,Scandinavian Journal of Economics 98 (4), pp. 463-84
Schiller R Comovements in Stock Prices and Comovements in Dividends (1989) Journal of Finance, 44, 719-729 
The Economist, June 16, 2012 Economist.com/blogs/freeexchange
Vítor Constâncio (2012) Contagion and the European debt crisis, by, Banque de France, Financial Stability Review, April 2012
Zambrano Y (2011) Neuroepistemology: The NET: Cognitive and Emotional Implications  http://www.abstractstosubmit.com/ibro2011/abstracts/main.php?do=YToyOntzOjU6Im1vZHVsIjtzOjY6ImRldGFpbCI7czo4OiJkb2N1bWVudCI7aTo0OTt9&psArchive=mim571a980j3oh3lpp7fjpgdq1  International Brain Research Organization. 8 Th. World Congress of Neuroscience, Firenze, It.

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lunedì 20 febbraio 2012

UN PRIMO APPROCCIO ALLA CRISI GRECA, di Pier Francesco Zarcone


Crisi dolorosissima sul piano umano, complessa dal punto di vista tecnico/economico e complicata per quanto riguarda le possibilità e modalità di uscita. Questo aspetto è ovviamente il più importante dal punto di vista politico.

La scelta peggiore fatta dalla Grecia
Un osservatore esterno, che conosca un po’ la storia greca, a far tempo dalla rivolta protottocentesca contro il dominio ottomano, non dovrebbe avere molte difficoltà a concludere che in epoca contemporanea la peggiore scelta effettuata dai governanti greci è stata la decisione di aderire all’euro. E i motivi si sprecano.
Innanzi tutto la creazione di una moneta unica senza le necessarie e fondamentali premesse politico/istituzionali, senza i meccanismi monetari per la sua difesa, in più nel quadro dell’ossessione bilancistica del neoliberalismo e del timor panico (soprattutto tedesco) per qualsiasi spinta inflazionistica, è metaforicamente paragonabile a un edificio dalle fondamenta “così così” che abbia subìto una sopraelevazione di pesantezza rilevante. Gli scricchiolii saranno fisiologici e il finale crollo pure. Tutto questo era noto – basti ricordare gli ammonimenti inascoltati dell’ex Cancelliere tedesco Helmut Khol – ma evidentemente il mix fra interessi materiali e cecità ideologica era troppo forte per arrestarsi.

mercoledì 5 ottobre 2011

USCIRE DALL'EURO O ENTRARE ALLA NEURO?, di Michele Nobile


(In relazione all’articolo di Moreno Pasquinelli, «La madre dei dottrinari è sempre gravida»*, con premessa fatta di considerazioni generali su come nella sinistra italiana non si faccia seria polemica politica). 

La polemica è il pepe della discussione politica, non fosse altro perché costringe a chiarire le proprie posizioni, ad approfondirle, oppure a rivederle, quando si è onesti. Per quanto mi riguarda è sempre bene accetta, anche perché è un bene rarissimo e stimolante.

Purtroppo, però, la sinistra post-Pci è da decenni disabituata a condurre polemiche in modo serio. Anzi, si può tranquillamente dire che se si tratta di manovre interne e di dichiarazioni estemporanee di basso cabotaggio, senza respiro strategico, fioccano editoriali e articoli; mentre, a fronte di una critica esterna radicale e argomentata, l’atteggiamento è semplicemente il silenzio. Un omertoso silenzio.
Uno spettacolare esempio della capacità di costruire e mantenere negli anni il silenzio è il modo nel quale Verdi, Pdci, Prc e gruppetti contigui - con il Manifesto e Liberazione - finsero (e ancora fingono) d’ignorare l’esistenza del libro I Forchettoni rossi. La sottocasta della «sinistra radicale» (a cura di Roberto Massari, Massari editore, Bolsena 2007). Il libro fu recensito dal Corriere della sera, dal Giornale (sorvolo qui su recensioni minori, radio e televisioni locali), e si vendette in qualche migliaio di copie: ma neppure una parola, assolutamente nulla, apparve sul Manifesto e Liberazione, neanche una drastica stroncatura, magari solo per rispondere alle recensioni di due grandi organi della stampa borghese, tra cui il più importante quotidiano italiano (recensioni politicamente «interessate», forse, ma corrette). Giunse solo un gentilissimo ringraziamento autografo, per l’invio del libro, da parte dell’allora Presidente della Camera e principale indiziato del libro (Fausto Bertinotti).
Durissimo nel giudizio a partire dal titolo, nel merito delle questioni il libro fu però scritto con metodo scientifico. Tutto è documentato, l’argomentazione rigorosa e pacata: la ricostruzione delle giravolte politiche, della manipolazione linguistica, del peso del finanziamento pubblico e delle carriere dei forchettoni rossi, le tensioni interne, le responsabilità al femminile. Obiettivamente ciò ne fa un volume indispensabile, non solo per il militante politico, ma anche per lo studioso di scienze politiche che sia interessato alla cosiddetta «sinistra radicale» del tempo.

Per chi dispone di una seppur piccola nicchia nel mercato editoriale e politico l’arma migliore, ancorché la più disonesta, è senz’altro il silenzio. Nella società dello spettacolo il silenzio equivale a una condanna a morte virtuale. Per fortuna, però, il silenzio non impedisce alla realtà di fare il suo corso o per lo meno non sempre. Nelle elezioni del 2008 l’elettorato, disgustato dall’opportunismo politico e dalla palese degenerazione di questa sottocasta della Casta politica, punì duramente la sedicente «sinistra radicale», cacciandola dal Parlamento. Le valutazioni dei circa due milioni di elettori che si astennero giustamente dal votare per Prc, Pdci e Verdi erano le stesse anticipate ne I Forchettoni rossi. E a me piace pensare che a qualche migliaio di quegli elettori il nostro libro può aver fornito argomenti razionali e documentati, superiori alla legittima reazione istintiva e disperata. Oggigiorno può ancora fornire argomenti per non ricadere nella medesima trappola.

A sinistra della sinistra forchettonica non è che la situazione del dibattito sia migliore. Siamo molto al di sotto di quanto sarebbe necessario per costruire un’area anticapitalistica. Ha dell’incredibile vedere come possano ancora sussistere residui togliattiani, nostalgici di Berlinguer e dell’Unione Sovietica o addirittura dello stalinismo. Per altri versi, il dato essenziale è la frammentazione e una sostanziale autoreferenzialità, negata ma praticata nei fatti, e la persistente inclinazione alla presentazione elettorale, con quel che ne consegue in termini di ambiguità politica o di settarismo partitico.

Capita, anche, che la polemica degeneri irrimediabilmente già dal secondo passo. È quanto accaduto in seguito al mio articolo «Tornare alla lira e cancellare il debito? Quando si vuole gestire il capitalismo meglio della propria borghesia e si finisce invece nel più ingenuo nazionalsciovinismo», nel quale ho preso posizione, in seguito a una discussione nella redazione di Utopia rossa, nei confronti delle assemblee di Roma (svolta il primo ottobre) e di Chianciano (22 e 23 ottobre, all’insegna delle indicazioni «Fuori dal debito! Fuori dall'euro!»).
Come è evidente, si è trattato di un articolo di polemica politica immediata, seria ma dura. Il taglio dell’articolo era molto diverso da quello prevalente nelle decine di articoli e saggi, e qualche libro, che nell’ultimo quarto di secolo sono andato scrivendo sull’economia mondiale del passato e del presente, inclusi alcuni «pesanti» articoli presenti nel blog di Utopia rossa sulla crisi in corso. Nella maggior parte dei casi di questi scritti l’intento politico è nei presupposti e nelle conclusioni, ma non struttura il contenuto né la forma.

Dal lato dei promotori dell’assemblea di Roma non ho avuto risposte dirette, cosa comprensibile dati anche i tempi ristretti. Posso sbagliarmi, ma mi pare che nell’assemblea sia emersa un’evoluzione nel senso che auspicavo e in qualche modo, a quel che mi si dice, i  contenuti del mio articolo sono riusciti a entrare nella discussione  (se tutto ciò è vero, e in che misura, ce lo diranno i fatti). Attenersi rigorosamente alla parola d’ordine «noi il loro debito non lo paghiamo» è cosa diversa dalla rivendicazione che «lo Stato italiano non paghi i suoi creditori»: nel primo caso ci si contrappone al padronato e allo Stato, nel secondo si difende lo Stato (imperialistico) dai suoi creditori.

Una replica al mio articolo è invece venuta dal compagno Moreno Pasquinelli, uno dei principali promotori dell’assemblea di Chianciano. Se non fosse andata persa, sarebbe stata un’ottima occasione di discussione, polemica quanto si vuole ma pertinente nel merito. E invece così non è andata e l’articolo di Pasquinelli può ben essere citato come un esempio da manuale di come non si debba condurre una polemica, o, più precisamente, di quel che è l’opposto di una polemica razionale, che si confronti con le reali posizioni dell’avversario. Si tratta di un bell’esempio di come l’esigenza garantire il proprio orticello a fronte delle critiche e di autoassolversi ricorrendo alla demonizzazione e al deliberato travisamento degli argomenti dell’avversario possano prevalere sull’uso della ragione.

Il mio articolo definiva nazionalsciovinista la rivendicazione dell’uscita dall’eurozona. Indubbiamente è un duro giudizio politico, ma non un attacco personale; mira a colpire il significato oggettivo della parola d’ordine, non la soggettività di chi la formula né la bontà delle intenzioni dei suoi sostenitori; il giudizio politico è accompagnato da argomenti, che si possono condividere o respingere totalmente, ma che per sostanza e forma rientrano nel quadro della discussione razionale. Lo stesso dicasi per il giudizio di quella soluzione come «retrograda» e «reazionaria». Sulle capacità politiche e intellettuali soggettive mi sono limitato a un garbato «ingenui», che può comunque essere ancora interpretato in termini politici e non necessariamente psicologici o personalistici.

L’articolo di Pasquinelli invece non è altro che un lungo attacco ad personam - la mia nella fattispecie - infarcito di improperi che non aiutano il lettore a comprendere i termini del dissenso. Ne è stato fatto un elenco, forse incompleto, ma certamente rappresentativo: velenoso, primitivismo politico, prolisso saggetto, corbellerie teoriche, da bocciatura secca, ultrasinistrismo teorico, indecente, la più classica delle fuffe (?), massimalismo parolaio, cazzate, puerili, pacchiano, sporco delle unghie, grossolano, volgare, capzioso, puerile (di nuovo), libello, carte false, asinerie economiche, castronerie.

Gli insulti personali che Pasquinelli mi rivolge sorprendono per varietà e numero, ma non per questo possono sconvolgermi: il callo agli insulti cominciai a farlo decenni orsono quando mi accadeva di riceverne da esponenti della Fgci o dai «marxisti-leninisti»; ma non era la norma e anche i secondi non scendevano tanto in basso, nonostante il loro riferimento ideologico allo stalinismo.
Lo stile, però, è vettore di un contenuto, la forma è essa stessa sostanza. Va quindi detto, innanzitutto, che questo stile e questa forma non sono congeniali a una polemica che abbia come fine la ricerca del vero e del giusto, per avvicinarvisi il più possibile.

Ma questo è solo l’inizio. Fatto ancor più grave, molto più grave degli insulti, è la sistematica deformazione di quanto da me scritto. Deformazione, anzi, non rende l’effettiva gravità del procedimento.
In realtà Pasquinelli mi attribuisce, direttamente o indirettamente, concetti che non solo poco o nulla hanno a che fare con l’oggetto del contendere, che non solo non ho mai pronunciato o scritto in quell’articolo, ma che sono in radicale antitesi con quanto da me detto, scritto e fatto in quasi quarant’anni di cosciente vita politica trascorsi sempre dalla parte della rivoluzione e senza grandi svolte o pentimenti ideologici. La cosa è senza giustificazioni perché Pasquinelli può anche non conoscere né la mia persona né i miei scritti, ma conosce più che bene Utopia rossa: e poiché si tratta di una corrente politica internazionale di cui faccio parte da quando essa mosse i primi passi meno di una quarantina d’anni fa, avrebbe avuto a disposizione qualche strumento teorico in più per evitare di attribuirmi in modo così spregiudicato e frettoloso concetti e posizioni che non appartengono né a me né a questa associazione politica.

Ho rilevato ben tredici passi puntuali nei quali Pasquinelli letteralmente inventa le mie posizioni o, per il contesto, fa in modo che il lettore possa ritenerle mie:
1) per me «ogni difesa della sovranità nazionale (...) sarebbe passatismo, far girare indietro la ruota della storia»;
2) per me «ogni suo atto [della borghesia], per quanto indesiderato, sarebbe non solo irreversibile, ma avrebbe, suo malgrado, una destinazione funzionale progressista»;
3) avrei un «atteggiamento indifferentista o disfattista rispetto a tutte le vicende politiche che esulino dai "puri" rapporti tra capitale e lavoro»;
4) per me «il movimento rivoluzionario non deve impicciarsi delle grandi questioni politiche ed economiche che sconvolgono le società borghesi»;
5) per me «i rivoluzionari debbono farsi i cazzi loro»;
6) per me «occorre infischiarsene se il sistema secerne un qualche fascismo»;
7) sono assimilato  a «certi ultrasinistri» che rifiutano «di difendere le lotte di liberazione nazionale» (menzogna colossale smentita, tra l’altro, dal secondo punto della Dichiarazione di principi di Utopia Rossa e, in tempi recentissimi, da un mio articolo del 17 settembre 2011, giusto dodici giorni prima dell’articolo di Pasquinelli: «Rosa Luxemburg e la questione nazionale (sulla Polonia, 2)», utopiarossa.blogspot.it;
8) esprimerei il «rifiuto della lotta politica tout court, osannando di converso la lotta sindacale»;
9) ragionerei «Come se ogni proletariato, dal momento che in potenza è portatore del socialismo, fosse non solo unilinearmente condannato a questa missione, come fosse socialismo in atto»;
10) sarei soggetto al «feticismo della lotta sindacale»;
11) per me «gli operai dovrebbero limitarsi a farsi fantomatici fatti loro, aggrappandosi ai loro specifici interessi corporativi»;
12) con la conseguenza di «giammai» opporre «un programma politico per un'uscita rivoluzionaria dalla crisi»;
13) respingerei riforme migliorative nell’ambito del capitalismo.

Ho rilevato questi passi perché ciascuno di essi può agevolmente essere smentito con articoli, documenti e addirittura interi capitoli di miei libri. Ma forse è più utile accennare all’effetto d’insieme, all’architettura complessiva del testo di Pasquinelli.

Pasquinelli mi associa a «Giuliano Ferrara, a Nichi Vendola, a Prodi o a Trichet»: la cosa è talmente comica che può solo far ridere (anche perché quei quattro, a loro volta, non sono associabili tra loro se non a costo di violente forzature della storia, della teoria e dell’attualità politica). Se si volesse restare sulla stessa lunghezza d’onda, si potrebbe allora associare Pasquinelli e chi sostiene l’uscita dall’eurosistema a Roberto Fiore e a Forza nuova, a Marine Le Pen e al Front National, insomma alla destra fascista o fascistoide, razzista e xenofoba. Ma forzando un altro po’ anche ai fautori di un nuovo zecchino aureo padano.  
Stando al metodo impiegato, a posizioni invertite Pasquinelli certamente mi assimilirebbe ai fascistoidi; ma io non mi sogno neanche di seguirlo su questa strada, preferendo mantenere l’attenzione sull’oggetto in discussione e sulle posizioni da lui realmente sostenute. Ciò non toglie che in sede di analisi, potrei anche fornire delle spiegazioni del perché la feccia della reazione europea sia antieuro e sia nazionalista anche in campo monetario, riconducendo il tutto alla tradizionale difesa della sovranità di uno Stato imperialistico.

Devo dire che in quasi quaranta anni di discussioni politiche non ero mai stato sottoposto a un così lungo elenco d’insulti e a una così articolata arbitraria invenzione delle mie posizioni: il tutto fatto freddamente, stilato nero su bianco, quindi con tutto il tempo per riflettere, piuttosto che nell’animazione del confronto faccia a faccia. La reazione di Pasquinelli appare eccessivamente scomposta, furibonda e motivata da pulsioni aggressive da far pensare con qualche fondamento che il mio articolo deve aver toccato qualche nervo scoperto o qualche zona dell’inconscio, al di là del contenuto politico in quanto tale.
Giustifico così il titolo scherzoso di questo pezzo, sperando di non sembrare offensivo a mia volta o perlomeno di non essere sceso al livello di Pasquinelli.
Purtroppo, però, è talmente forte la carica politico-psicopatologica da rendere impossibile lo sviluppo di una discussione seria e l’elaborazione di una mia controreplica nel merito. Prima di discutere del debito e dell’uscita dall’eurosistema sarei costretto a correggere punto per punto le falsità e le arbitrarie deformazioni del mio pensiero, entrando in controversie astratte o pseudofilosofiche, che ci porterebbero lontani dall’oggetto del contendere. Ma forse proprio per questo Pasquinelli vi ha fatto ricorso: perché l’attenzione fosse deviata dalla sostanza dei problemi, dall’evidente matrice nazionalista delle sue posizioni e dall’incongruenza se non infondatezza delle sue indicazioni da «economista»… al posto della borghesia finanziaria.

Non scenderò quindi su tale terreno: non m’interessa rispondere agli insulti, non m’interessa discettare dei massimi sistemi (con riferimenti storici fasulli o infondati da parte del mio interlocutore), non m’interessa riempire pagine di scrittura che invece di avvicinarci alla soluzione dei problemi reali ce ne allontanino per semplice gusto della polemica oppure per nascondere la propria impreparazione teorica. Tutto ciò sarebbe inutile e io non sono minimamente interessato a condurre una polemica sterile nel peggior stile della gruppettistica. (Una gruppettistica, sia detto en passant, della quale Moreno è certamente uno degli interpreti italilani più variegati e camaleontici, ma anche più settari e autoreferenziali.)

Solo una cosa mi sento in dovere di rilevare. Il testo di Pasquinelli trasuda disprezzo verso ciò che io ho definito il sano «istinto» di classe: l’istinto che fa sì che i lavoratori possano lottare con i sindacalisti «onesti» in difesa dei loro interessi immediati che, proprio per essere tali, si contrappongono congiunturalmente agli interessi del padronato e dello Stato capitalistico, e che comportano il rifiuto di schierarsi a favore della propria impresa contro la concorrenza, di appoggiare un settore del padronato contro un altro. Notavo che, su scala più ampia, ciò implica che i lavoratori possano e debbano giustamente rifiutarsi di prendere parte per questa o l’altra opzione politica borghese o per il proprio Stato imperialistico (come è quello italiano) nelle sue beghe con altri Stati imperialistici o con le banche internazionali. A tutto ciò Pasquinelli oppone una sorta di ultraleninismo che, ripeto, trasuda disprezzo nei confronti di quelle lotte reali, che oggi mancano o sono purtroppo del tutto insufficienti, che costituirebbero la condizione elementare perché si possa resistere al feroce attacco padronale e statale. Lenin avrebbe come minimo cacciato a pedate nel sedere dalla frazione bolscevica chi avesse inteso «difendere» la «sovranità» del proprio Stato imperialistico, in questo caso proponendo l’uscita dall’eurosistema e il ritorno all’italianissima lira. Ma è il disprezzo per quelle che sono dette lotte «corporative», limitate e parziali ma pur sempre condotte da donne e uomini reali fuori degli schemi politici di compromesso di classe, che disturba. E non solo sul piano politico, bensì anche sul piano teorico e soprattutto umano.

Nell’impossibilità e inutilità di una controreplica, concludo consigliando al lettore di leggere il mio articolo incriminato ed eventualmente gli altri già presenti in questo blog, poi – rompendo un’inveterata tradizione per la quale si cerca sempre di non far leggere i testi dell’avversario – invito invece a leggere o rileggere quello di Pasquinelli e, quindi, di trarre le debite conclusioni.

5 ottobre 2011
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*[leggere l'articolo citato]

domenica 25 settembre 2011

TORNARE ALLA LIRA E CANCELLARE IL DEBITO?, di Michele Nobile


Quando si vuole gestire il capitalismo meglio della propria borghesia e si finisce invece nel più ingenuo nazionalsciovinismo

di Michele Nobile
(in base a discussioni e riflessioni svoltesi nella redazione di Utopia rossa) 

1. Due diverse prospettive politiche nella lotta contro l’«austerità».

Per necessità di sopravvivenza e senso di giustizia i lavoratori avvertono di non essere responsabili della crisi economica e di non doverne pagare i costi. È per questo motivo, dettato da un sano istinto di classe, che essi lottano contro le inique misure d’«austerità» del governo e rifiutano di pagare i costi del debito dello Stato, ora in gran parte conseguente dal salvataggio delle banche private.
Battersi contro l’«austerità» è però cosa molto diversa dal rivendicare che lo Stato capitalistico azzeri o «cancelli» i propri debiti con terzi, quali banche private, governi esteri, agenzie internazionali.
Quando lottano contro l’«austerità», i lavoratori affermano la propria autonomia come classe a fronte dello Stato capitalistico e dei padroni, nazionali ed esteri. Così facendo, infatti, essi si oppongono a un ulteriore tributo effettuato dallo Stato e destinato a finire nelle borse dei capitalisti e al circuito finanziario internazionale.
Se invece si rivendica che lo Stato «cancelli» i propri debiti, allora non si fa altro che attuare una versione «in grande» della logica per cui i lavoratori avrebbero interesse a difendere la «loro» impresa contro la concorrenza di altre imprese capitalistiche e dai creditori della stessa. Quel che un onesto sindacalista e l’istinto di classe trovano inaccettabile sul piano microeconomico aziendale, sembra invece essere diventato improvvisamente accettabile sul piano macroeconomico del debito statale: si crede di difendere gli interessi dei lavoratori, ma in realtà si «difende» lo Stato capitalistico dai suoi creditori. Il fatto è che la crisi economica è la crisi dei capitalisti privati e dello Stato capitalistico, entità socio-politiche del tutto separate dal mondo del lavoro fisico e mentale. Ragion per cui come i salariati non hanno alcun interesse a sacrificare la propria autonomia sindacale e politica per mettere il naso nella competizione intrapadronale, allo stesso modo essi non hanno alcun interesse a intrufolarsi nelle beghe tra governi, banche internazionali, istituzioni europee, Fondo monetario ecc. Rivendicare la «cancellazione» del debito, però, è proprio questo, con l’aggiunta di un pericoloso sentimento sciovinistico e nazionalistico.
L’autonomia di classe a fronte del «proprio» Stato e della propria borghesia è condizione per la solidarietà internazionale tra lavoratori. Inversamente, dalla difesa del «proprio» Stato capitalistico dai creditori esteri consegue che i creditori esteri dovranno «rifarsi» con i «loro» lavoratori, ovviamente con l’aiuto dei loro rispettivi Stati capitalistici: alla faccia dell’internazionalismo proletario di antica memoria…
Non dubito delle buone intenzioni di chi propone di cancellare il debito; ma, obiettivamente, abbiamo sul campo due opposte logiche politiche: una punta a determinare e rafforzare l’autonomia di classe contro lo Stato capitalistico, l’altra tende a identificare l’interesse di classe con quello dello Stato; l’una è orientata in senso internazionalistico, l’altra è implicitamente nazionalistica, e lo è per giunta all’interno di uno Stato imperialistico (italiano, nella fattispecie).

2. Gli appelli per «cancellare il debito» e «uscire dall’euro», tra nazionalismo e confusionismo.

Nel caso dell’appello per l’assemblea di Chianciano, i cui obiettivi sono «fuori dal debito! fuori dall’euro!», il nazionalismo è tanto chiaro quanto confuse sono le prospettive politiche. 
Vi si legge infatti che cancellare il debito è necessario per «la rinascita dell’Italia, per rilanciare l’economia produttiva, pubblica e privata»: dove, ovviamente, la «rinascita» di cui si parla non può che essere quella dell’economia capitalistica italiana (l’unica al momento esistente in Italia). Che se ne sia consapevoli o meno, ci si atteggia in tal modo a consiglieri della borghesia, le cui capacità di comprendonio si devono presumere, nonostante la sua plurisecolare esperienza e la conquista del mondo, gravemente limitate (chiaro erroe di prospettiva, che porta a sottovalutare la capacità di analisi e di azione dell’avversario). Ma, forse per placare un rimorso di coscienza, s’aggiunge: «per gettare le fondamenta di un nuovo ordine sociale».
In questo appello si chiede anche di «tornare alla lira», come se la lira fosse un qualche feticcio meno capitalistico dell’euro. O forse si pensa che in una società integralmente monetaria come quella capitalistica «l’economia produttiva» possa essere separata dal finanziamento dell’investimento e dallo sviluppo del circuito finanziario mondiale?
In una società capitalistica la moneta è sempre un rapporto sociale, la forma dello sfruttamento del lavoro salariato, non un «oggetto» neutro. Scambiando l’euro con la lira si avanza verso il socialismo quanto giocando alle tre carte in una pubblica piazza.
L’appello per Chianciano ha un merito, anche se assai discutibile: è più esplicito e più coerente di quello dell’assemblea romana del Primo ottobre, indetta da Cremaschi e da fette della ex estrema sinistra (da tempo inserite nella logica del sistema parlamentare capitalistico) sotto lo slogan generico «Dobbiamo fermarli». Leggendo attentamente, si vede che il nocciolo di questo secondo appello è «non pagare il debito», ma esso si trova annegato in una lista di obiettivi, molti dei quali - in astratto e presi singolarmente - sono giusti e condivisibili. Forse si pensa che pretendere di non far pagare il debito allo Stato e a determinati settori di borghesia italiana possa conferire unità all’insieme degli obiettivi e costituirne un’efficace sintesi politica? Questa pia illusione è invece una vera disgrazia in campo ideologico. Per fortuna, grazie alla sua irrealizzabilità, essa non può avere però conseguenze pratiche (allo stato attuale delle cose e dati gli attuali rapporti di forze).
Occorre decidere tra lottare contro l’offensiva padronale e governativa lasciando alla Casta politica italiana il compito di regolare i suoi (propri) conti con l’oligarchia internazionale; oppure finire col fungere da involontari e indesiderati «sindacalisti» dello Stato italiano presso i suoi creditori. Mi auguro che tale contraddizione venga risolta positivamente, perché l’obiettivo della «cancellazione» del debito distoglie da altri compiti di lotta sociale, più necessari e fecondi, introducendo anche una distorsione politica. Anticapitalismo e antistatalismo devono marciare insieme.

Il manifesto per l’assemblea romana tace sull’uscita dall’eurozona. Ma se si rivendica la cancellazione del debito dello Stato non se ne possono ignorare le conseguenze, e questa è la maggiore, perché (sempre in astratto) se non si pagano i debiti si viene espulsi certamente dall’area dell’euro e dalla Ue (ma probabilmente non dalla Nato, dove si potrebbe continuare ad avere un ruolo “costruttivo”).
È mia convinzione che rivendicare l’uscita dall’eurosistema (in pratica il ritorno alla lira, che piaccia o no) e la cancellazione del debito sia errato e controproducente: il velleitario surrogato di una controffensiva popolare che non c’è e che se prendesse corpo andrebbe indirizzata verso altre mete, più realistiche, concrete, meno ambigue e contrapposte agli interessi “nazionalistici” dello Stato e della borghesia italiana.
Chi rivendica la fuoriuscita dall’euro e la «cancellazione» si pone di fatto come consigliere della classe dominante circa il modo migliore, ovviamente più «sociale» o di «compromesso», per uscire dalla sua crisi. Ma questa classe sa benissimo e da moltissimo tempo come fare i propri affari e risolvere le proprie crisi. È certamente un modo doloroso e contraddittorio, perché la borghesia è rigorosamente e duramente classista: non per nulla è la classe dominante, la classe egemone.

3. Ma chi e come dovrebbe «cancellare» il debito e rompere con l’euro?

Rivendicare la «cancellazione» del debito implica quasi certamente l’espulsione o l’uscita dall’eurosistema. Di questa possibilità e delle sue conseguenze occorre essere ben consapevoli, se si vuole mantenere i piedi ben piantati sulla Terra.
Osservo innanzitutto che nessun governo può semplicemente tirare un frego rosso sul debito e allegramente «cancellarlo» in toto (questo è il motivo per cui impiego le virgolette). Anche un governo socialista dovrebbe specificare i termini della «cancellazione»: ciò sia per giustizia nei confronti dei lavoratori-risparmiatori, nazionali ed esteri, sia perché, a meno che non ci si metta nella prospettiva dell’autarchia alla Enver Hoxha e del «socialismo in un solo paese», occorre pure contrattare con governi e capitale estero. Ovviamente, il governo di un’economia socializzata, tanto più se avanzata, contratterebbe da una posizione enormemente più forte di quello di un’economia capitalistica, e ben diversi sarebbero gli scopi.
Uscire dall’eurosistema o «cancellare» il debito sono misure che, a loro volta, concorrono a creare nuove condizioni nelle quali condurre un qualche tipo di politica economica.
La mia vaghezza è qui deliberata, perché per uno Stato ci sono diversi modi di dichiararsi insolvente (di fare default) e di uscire dall’euro, alcuni dei quali decisamente sgradevoli per i lavoratori, per essere eufemistici, e invece relativamente convenienti, almeno come male minore, per la classe dominante, settori della quale potrebbero vedersi sgravati da una sorta di ipoteca. Proprio per questo motivo, e se non si vuole finire dalla padella nella brace, chi punta sulla «cancellazione» del debito e/o sull’uscita dall’eurozona deve porsi come immediata la questione del potere o, più prosaicamente, del governo che sia alternativo a un fantomatico «governo unico delle banche» (appello per Roma) o che sia espressione di un ipotetico «blocco popolare» (appello per Chianciano).

Sorge allora una domanda: nell’Italia del 2012 o del 2013, da quali partiti o entità politiche sarebbe costituito questo governo?

Di certo non si pensa al centrodestra. Restando seri, allora non resta che il centrosinistra, che Paolo Ferrero ha già cominciato a chiamare «il nuovo Ulivo» (Cpn di Rifondazione del 24 settembre 2011). 
In tal caso saremmo di fronte a un allarmante caso di patologica smemoratezza.
Ricordo che dal gennaio 1995 al maggio 2001 il centrosinistra riuscì a realizzare il più grande successo del capitalismo italiano almeno da trent’anni a quella parte: la «convergenza» con i parametri di Maastricht e l’entrata dell’Italia nella zona dell’euro. In quei 2211 giorni, a fronte dei 226 del primo governo Berlusconi, il centrosinistra fece il grosso del lavoro sporco necessario al capitale nazionale e internazionale. In quel periodo la disoccupazione rimase per anni al livello medio del 10% (non inferiore a quello attuale, ma allora non mi pare che si parlasse di depressione o di crollo del sistema), la precarietà divenne norma, l’attacco ai diritti socioeconomici fu contrabbandato come necessaria «modernizzazione» per rilanciare la competitività dell’impresa-Italia, il rigore fiscale a danno dei servizi pubblici fu esaltato come virtù civile. Tutto questo e altro venne fatto in nome dell’entrata dell’Italia nel sistema monetario europeo. I bombardamenti e la guerra furono dichiarati «umanitari» e ammantati di retorica europeistica. In quegli stessi anni il Prc, il Pdci e i Verdi, sostennero il centrosinistra, fino all’ultimo e con ministri Pdci e Verdi, per tutta la fase cruciale anche il Prc. Si ricorderà che nel 2008 i postcomunisti e i Verdi furono di nuovo nella maggioranza e nel governo insieme a Prodi, il grande protagonista delle privatizzazioni, della «convergenza» e della convinta adesione ai vincoli esterni posti da Maastricht e dalla permanenza nell’eurosistema.
Si vuole forse scherzare sulla possibilità che questi partiti possano gestire una soluzione «popolare» della crisi? O non si è imparato nulla dalla pagliacciata della «sinistra radicale» circa il «ponte» tra «palazzo» e piazza, giustamente punita dall’elettorato quando mandò a casa i 110 Forchettoni rossi che si erano appena insediati in Parlamento?
Il fatto è che il centrosinistra è una frazione politica dell’imperialismo italiano; e per il capitalismo internazionale è anche la frazione politica più affidabile, innanzitutto per le maggiori capacità di prevenire e attutire il conflitto sociale. 
Ma se invece si vuole essere antagonisti a entrambe le frazioni politiche già esistenti dell’imperialismo italiano, sia di centrosinistra sia di centrodestra (e alla terza opzione che si va delineando al «centro» con Casini, Fini, Rutelli), allora chi si vuole che governi la «cancellazione» e la «fuoriuscita» e gestisca una nuova politica economica e sociale? Chi ha la presunzione di candidarsi al governo, non in un futuro indeterminato, ma nell’orizzonte temporale della crisi in corso, allo scopo di tornare alla lira e cancellare il debito?
Sembra incredibile che mentre la stragrande maggioranza dei lavoratori e delle lavoratrici italiane subisce i costi e i contraccolpi dellla crisi pressoché inerme (cioè non riuscendo a difendere nulla delle proprie conquiste passate, in salari, sanità, previdenza e occupazione), ci sia qualcuno così ingenuo da rivendicare una linea economica alternativa (ma al di là del ritorno alla lira, non si sa bene quale) e addirittura un qualche genere di governo «alternativo» (anche se poi sappiamo che tanto alternativo non è, visto che alla fine sempre al centrosinistra guardano le stesse correnti politiche che ora propongono il ritorno alla lira o la cancellazione del debito, e che domani accetteranno sicuramente il blocco elettorale col centrosinistra alla luce della tradizionale italianissima politica del «male minore», del «meno peggio). Se si usasse un minimo di fraseologia vetero-anticapitalistica, questo velleitarismo verrebbe a identificarsi con la rivendicazione della... rivoluzione.
Sarà simpatico, sarà gratificante, esprimerà un’identità antagonistica, ma si tratta di mero propagandismo che non sposta di un millimetro i rapporti di forza reali, una diversione di tempo, intelligenza ed energie. E il catastrofismo nell’analisi economica – che sottende tutta questa frenetica mobilitazione per il ritorno alla lira e il non-pagamento del debito - non accorcia di un metro la lunga strada verso la rivoluzione, anzi la ostacola teoricamente. Per costruire un grande movimento sociale anticapitalista occorrono tempi più lunghi di quelli della crisi del debito sovrano, passi più piccoli ma politicamente difficili e discriminanti. E ovviamente, una conoscenza precisa del rapporto tra Stato capitalistico e interessi economici dell’imperialismo italiano (a loro volta parte integrante dell’imperialismo internazionale, come si è confermato anche nella riunione del G20 a Washington).
Oppure, mentre il governo Berlusconi traballa e si affaccia l’eventualità di elezioni, questa della «cancellazione» del debito è una sorta di lancio pubblicitario per una nuova operazione elettorale? Ecco, che tutto ciò prefiguri una manovra per le prossime elezioni politiche, suona più realistico e concreto.

4. Scenari realistici circa l’insolvenza, il ritorno alla lira, il crollo dell’eurozona.

Uscire dal sistema monetario europeo e «cancellare» il debito non solo non costituiscono una soluzione socialista della crisi economica, ma possono perfino portare al peggioramento della situazione e ad ancor più gravi misure di «austerità» per i comuni cittadini. Per quanto non sia la soluzione preferita, per governanti, banche e istituzioni internazionali il default (o insolvenza) e la ristrutturazione del debito estero sono sicuramente un’opzione accettabile come male minore.
Esaminiamo ora in quali circostanze potrebbero verificarsi e con quali conseguenze per i lavoratori.
L’ulteriore aggravarsi della crisi potrebbe precipitare l’insolvenza e l’uscita dall’eurosistema di un singolo paese, poniamo la Grecia. Che il governo sia di centrosinistra oppure di centrodestra, la differenza sarebbe minima. Sicuri, invece, i risultati. Quel che accadrebbe non è la «cancellazione», ma la ristrutturazione dei termini del pagamento del debito con l’estero (di cui una parte sarebbe cancellata), con i creditori in posizione forte, tale da garantire i propri interessi in senso finanziario e politico. Quanto ai comuni cittadini, sarebbero comunque essi a pagare per la ristrutturazione del debito: verrebbero imposte misure di «austerità» draconiane, ancora più gravi di quelle ora in essere. Stiamo già provando un assaggio. Quel poco che i capitalisti potrebbero guadagnare (loro, non i lavoratori) grazie alle esportazioni favorite dalla svalutazione sarebbe perso dall’impennata dei costi delle importazioni. Il servizio del debito risulterebbe ancor più gravoso, il finanziamento dell’investimento si arresterebbe, la disoccupazione crescerebbe ulteriormente. I salari reali crollerebbero sia a causa della disoccupazione che dell’inflazione. Il quadro, in sintesi, sarebbe quello di una depressione grave, prolungata, senza evidenti vie d’uscita se non dopo anni di «lacrime, sudore e - speriamo di no - sangue». A questo proposito disponiamo già della lunga e triste esperienza della «crisi del debito estero» dei cosiddetti «paesi in via di sviluppo», o di un paese «socialista» come la Polonia, negli anni Ottanta del secolo scorso.
Uscire dall’eurosistema e tornare alla lira non significa affatto sottrarsi a condizionalità antipopolari gravosissime. 

E se invece si verificasse il crollo dell’unione monetaria europea, ciascun paese tornando alla vecchia moneta?
Per questo caso occorre innanzitutto che chi propone l’uscita dall’euro chiarisca a se stesso e al prossimo il rapporto tra la prognosi e la terapia. Il punto è questo: se si prevede come inevitabile il crollo dell’eurosistema, tanto più in tempi relativamente brevi, allora premere per l’uscita anticipata e unilaterale è peggio che inutile, è decisamente dannoso per i lavoratori. Non è che il paese all’avanguardia nell’inesorabile processo conducente all’inevitabile crollo, che presumibilmente sarebbe un paese mediterraneo già inguaiato e poco competitivo, godrebbe di un qualche vantaggio. Al contrario, lo sventurato in oggetto sarebbe semplicemente il primo a essere investito dalla tempesta. Allora, è di gran lunga preferibile lasciare l’intera responsabilità ai governanti, se non si vuol finire, oltre che «mazziati» anche «cornificati». La casta politica europea, e in specie quella italiana, sarebbe infatti più che felice di alleggerire il proprio fallimento prendendosela con gli «irresponsabili» che, tra tante nefandezze, hanno pure fatto pressione per uscire dall’euro.
In ogni caso, il crollo della moneta comune non sarebbe affatto in se stesso un passo avanti verso una soluzione «popolare» della crisi. Tutti i capitalismi europei ne sarebbero danneggiati, ma alcuni meno di altri. Si verificherebbe un ciclo di svalutazioni competitive in un contesto di marasma finanziario, con accresciute pressioni sul contenimento del costo del lavoro e della domanda interna. Il divario tra la Germania e i paesi meno competitivi e più indebitati (come espresso, ad esempio, dai differenziali o spreads sul rendimento dei titoli di stato) aumenterebbe: la posizione dominante del capitalismo tedesco sarebbe ancora più forte. Viceversa, più gravi diventerebbero i problemi di finanziamento, dell’investimento, della produttività, dell’ambiente dei capitalismi più deboli.

5. Un’ipotesi fantapolitica.

Facciamo ora un’ipotesi diversa, al momento decisamente fantapolitica. Immaginiamo pure che sui palazzi del potere di un qualche paese giunga a sventolare la bandiera rossa o, se si preferisce, una bella bandiera arcobaleno. Se l’ipotesi pare eccessiva, allora si può più modestamente immaginare un grande e potente movimento popolare, tale da fermare l’offensiva capitalistica e conseguire importanti vittorie parziali; e magari (?) che sussista un «governo amico» (nei cui confronti, dati i precedenti, dovrebbe però valere la massima «dagli amici mi guardi Iddio, che ai nemici ci penso io»). Ebbene, potrebbe un governo rosso-arcobaleno rimanere nell’eurosistema così come è ora? La risposta è no, non potrebbe rimanerci (per i fini di questo articolo non è necessario discutere la politica della Banca centrale europea e le contraddizioni congenite dell’Unione monetaria europea, ragion per cui sorvolo rimandando alla bibliografia). 
Ma tempi e modi della rottura non sono irrilevanti. In effetti la casta politica europea cercherebbe di espellere dall’eurozona alla massima velocità possibile il paese con tale governo, ciò al fine preciso di recargli il danno più grande. Per l’opposto motivo, il suddetto governo dovrebbe cercare di ritardare l’espulsione e di farsi cacciare in modo tale da chiarire in modo inequivocabile ai popoli d’Europa la natura integralmente capitalistica della Bce, espressione di Stati imperialistici, e la sua conseguente politica aggressiva nei confronti dei lavoratori. Dovrebbe compiere un’operazione propagandistica su scala continentale. Il ragionamento, ripeto, è fantapolitico, ma credo s’intenda la differenza tra farsi espellere e fare il favore di andarsene subito e tranquillamente di propria volontà.
Completo il punto notando che, nel caso dell’attuale costruzione europea, la critica teorica e pratica alla borghesia deve vertere sul fatto che essa è incapace di unificare realmente l’Europa, di costruire una comunità di popoli che non sia solo un’unione monetaria che riproduce gerarchie di potere nazionale e genera al suo interno ulteriori squilibri socioeconomici.  Una borghesia (un insieme di borghesie) che è perfino incapace di costruire un suo Stato europeo dotato di un bilancio e di poteri che gli permettano di affrontare crisi come quella in corso. L’europeismo borghese non è solo capitalistico, è anche fermo alla dimensione della sommatoria di Stati nazionali.  E tutti coloro che contrappongono al falso internazionalismo del capitale il ritorno al nazionalismo statuale (della propria borghesia), stanno proponendo soluzioni retrograde, più reazionarie di quelle giù in atto, anche se, per fortuna, sono ormai irrealizzabili concretamente.
Bisogna però riconoscere che non è una bella cosa vedere personalità di provenienza marxista o comunque «di sinistra» che propongono passi indietro di tipo autarchico e nazionalistico, facendosi così scavalcare sul piano ideologico dalla stessa borghesia che si dice di voler combattere. Sul carattere fallimentare di queste posizioni retrograde e antistoriche ci sono stati dei precedenti con lo stalinismo e ognuno ha potuto vedere come è andata a finire. Tornare a proporre soluzioni nazionalistiche nel 2011 mi sembra una prova di testardaggine molto poco politica e comunque da respingere con decisione.

La politica rivoluzionaria non può prendere posizione per una delle parti negli affari e nei regolamenti di conti tra padroni e tra Stati capitalistici, se non a prezzo di rinunciare al principio basilare dell’autonomia a fronte del nemico di classe: per questo non può rivendicare il non-pagamento del debito contratto proprio da quel «nemico». Ma non può neanche prescindere dall’utilizzare ogni occasione - dapprima in forma di propaganda e appena possibile come obiettivo immediato per cui lottare - per sostenere una prospettiva storica superiore a quella borghese. È per questo che l’idea del ritorno alla lira appare nettamente in contrasto anche con la prospettiva (al momento solo utopica o propagandistica) della costruzione di una comunità socialista continentale che abbia in comune la moneta e molto altro, superando lo statalismo nazionale.

6. Conclusione retrospettiva.

Al termine del mio libro del 2006, Imperialismo. Il volto reale della globalizzazione, e nella serie di articoli sulla crisi (pubblicati nel blog di Utopia rossa: www.utopiarossa.blogspot.com) ho sostenuto con forza che gli orientamenti di politica economica detti molto impropriamente «neoliberisti» sono radicati nella struttura contemporanea dell’economia mondiale. Da questo consegue, scrivevo, che i governanti e le borghesie non avrebbero né potuto né voluto modificare tali orientamenti anche in caso di grave crisi.
Inoltre, a differenza della maggior parte dei commentatori, giornalisti ed economisti di sinistra, non ho affatto visto, nell’esplodere della crisi nell’autunno 2008, né l’approssimarsi della catastrofe imminente né la fine delle politiche «neoliberali» e l’occasione per un nuovo new deal, quando molti ingenui cantavano liricamente l’avvento del messia Obama.
 Al contrario, sostenevo che gli Stati imperialistici sarebbero intervenuti pesantemente per «salvare» il sistema dalla caduta nella depressione, ma che questo avrebbe anche implicato l’utilizzo della crisi per sferrare un ancor più feroce attacco ai diritti socioeconomici dei lavoratori. Che è esattamente quanto accaduto e sta accadendo.
Scrivevo anche che, tanto più a lungo sarebbero durate le illusioni in una qualche positiva «evoluzione» dei partiti di «sinistra» e di centrosinistra, il voto nella logica del «male minore», il «sostegno critico» o la partecipazione al governo delle formazioni «comuniste» ed ecologiste, tanto più difficile sarebbe stata un’efficace mobilitazione difensiva dei lavoratori e della cittadinanza e, a maggior ragione, la costruzione di una grande movimento sociale anticapitalistico. 
Ora non paghiamo solo e principalmente il berlusconismo: dovrebbe ormai essere palese anche ai ciechi l’inesistenza di uno specifico «regime» statuale di Berlusconi. Mentre è in corso la più grave crisi economica del dopoguerra paghiamo in tutti i sensi troppi anni di illusioni e opportunismo, elettoralismo e degenerazione etico-politica. Non è una situazione dalla quale si esca con le impennate velleitarie e il confusionismo venato di sciovinismo; tantomeno lanciando appelli e campagne fondate sulla pia illusione che, urlando in piazza buoni consigli alla borghesia e alla Casta politica – in tanti, magari tantissimi - si possa ricavare il benché minimo vantaggio per il mondo del lavoro fisico e mentale. Come ho cercato di dimostrare, si rischia addirittura di fare peggio. Le più celebri campagne degli scorsi decenni  (per es. quella sul fanfascismo» o quella sul Referendum «a perdere» sull’art. 18) stanno lì a dimostrarlo. Lo dimostrerà anche questa, se non la si ferma in tempo

Appendice. Notarella storica.
Poiché i riferimenti alla depressione degli anni Trenta sono cosa comune, mi si scuserà una breve nota storica.

Nel 1933, nel pieno della Grande depressione o Great crash, gli Stati Uniti abbandonarono il gold exchange standard (il sistema monetario internazionale tra le due guerre, basato sull’oro e sulle valute più importanti). Non erano i primi e non furono gli ultimi. L’abbandono del vincolo aureo e la svalutazione erano misure diffuse e connesse: l’intenzione iniziale era quella di bloccare la spirale depressiva con misure eccezionali che violassero solo temporaneamente l’ortodossia finanziaria vigente. Rompere le catene dell’oro si rivelò come un passo necessario perché potesse svilupparsi la nuova frontiera della politica economica, allora eterodossa, della creazione di domanda da parte dello Stato. Ciò avvenne col massiccio piano di riarmo della Germania nazista, i lavori pubblici del new deal roosveltiano e, infine, l’esplodere della Guerra mondiale.
In tempi, combinazioni ed efficacia differenti a seconda degli Stati, si affermò la nuova ortodossia della gestione macroeconomica cosiddetta «keynesiana», crebbero il peso dei posti di lavoro statali nell’occupazione totale e del bilancio pubblico sul prodotto interno, si svilupparono strumenti e istituti che tendevano a contrastare automaticamente le crisi.
Il capitalismo rischiò di cadere nel baratro, ma sopravvisse alla depressione e avviò un processo di profonda trasformazione strutturale dei rapporti tra Stato ed economia, i cui profondi effetti sono tuttora operanti. Il 1929 può ripetersi, ma ora è meno probabile.

Ma i lavoratori statunitensi lottavano forse per la fuoriuscita dal sistema monetario internazionale e l’abbandono dell’odiata catena aurea? La risposta è un secco no. Quello era «affare» dei padroni. Nel popolo dei poveri, chi poteva si organizzava per sopravvivere in reti di  reciproco aiuto materiale. Gli operai scioperavano e a volte occupavano le fabbriche; si scontravano con la polizia, le guardie private e la milizia; si opponevano ai licenziamenti, rivendicavano aumenti salariali e chiedevano nuovi posti di lavoro, che durante il new deal vennero effettivamente creati direttamente dallo Stat. Mentre le amministrazioni roosveltiane cercavano a tentoni di stabilizzare l’economia capitalistica, i lavoratori nordamericani utilizzavano le normative come meglio potevano, forzandone l’applicazione, ma non si ponevano loro il compito di salvare il sistema o di riformare il sistema monetario internazionale. Quello era il compito di Franklin Delano Roosevelt e del suo staff. Salariati e disoccupati lottavano, invece, contro gli effetti sociali del sistema capitalistico, per i loro bisogni immediati, cercavano di darsi un’organizzazione autonoma di classe: e se alcune normative del new deal favorirono l’organizzazione sindacale in un quadro procedurale «neocorporativo», gli scioperi e le occupazioni di fabbriche maggiori avvennero senza o contro la volontà dei sindacati. Quanto più si radicalizzavano tanto meno i lavoratori si ponevano la questione di inventare loro una politica economica: con una coscienza di classe sviluppata comprendevano che per attuare una politica economica occorre avere in mano le leve del governo, del potere.
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Piccola bibliografia personale cui rinviare il lettore che voglia approfondire i temi qui accennati.

Nobile, Michele, Merce-natura ed ecosocialismo. Per la critica del «capitalismo reale», Erre emme/Massari editore, Roma 1993.
Id.Imperialismo. Il volto reale della globalizzazione, (collana Utopia rossa), Massari editore, Bolsena 2006.
Id.,  «La crisi nel contesto storico e la neo-ortodossia di Obama. Nota 1 sulla crisi», 8 marzo 2009, pubblicata nei Quaderni del Craet n. 9, marzo 2009, in rete nel sito www.craet.it e nel blog di Utopia Rossa http://www.utopiarossa.org/Nobile%20note%sulla%20crisi%201.pdf.
Id.,  «Previsioni sui tassi di disoccupazione nei prossimi anni. Nota 2 sulla crisi. 10 aprile 2009», pubblicata nei Quaderni del Craet n. 10, giugno 2009, in rete nel sito www.craet.it e nel blog di Utopia Rossa
Id.,  «Una pia illusione: la crisi economica come catarsi politica. Nota 3 sulla crisi. Giugno 2009», pubblicata nei Quaderni del Craet n. 11, settembre 2009, in rete nel sito www.craet.it e nel blog di Utopia Rossa
Id.,  «La disoccupazione, durante e oltre la crisi. Previsioni per i prossimi anni. Nota 4 sulla crisi. 26 giugno 2009», in rete nel blog di Utopia Rossa,
Id., «Sulla crisi economica», 14 novembre 2010, [risposta di Michele Nobile all'invio dell'articolo di Antonio Peredo, "Descubren a Marx" da parte di Enzo Valls, dall'Argentina.] in rete nel blog di Utopia Rossa,
Id., «La crisi dell’Irlanda, un esempio delle contraddizioni dell’Unione Europea. Nota 5 sulla crisi», aprile 2011, in rete nel blog di Utopia Rossa,


RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.