L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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mercoledì 26 febbraio 2025

I FALLITI NEGOZIATI RUSSO-UCRAINI

Lezioni per il futuro


di Michele Nobile 

 

Esistono diversi ragioni, anche interne agli Stati Uniti, per cui lo sciagurato tentativo di Donald Trump di svendere l’Ucraina alla Russia - i cui motivi e possibili conseguenze meritano una riflessione distinta - è destinato a fallire. Di queste ragioni quella decisiva è che l’aggressione di Putin non è mai stata e non è motivata dalla remota eventualità dell’ingresso dell’Ucraina nella Nato o da una «minaccia esistenziale» dell’Ucraina alla Russia e ancora meno dal dovere di proteggere i «russi» - cioè gli ucraini russofoni - da un mai esistito tentativo di genocidio da parte di un fantasioso governo «nazista». Per Putin la posta in gioco è sempre stata ed è il controllo politico di tutta l’Ucraina, fallito nel 2004 e nel 2014 grazie alle più potenti mobilitazioni democratiche realizzatesi in Europa negli ultimi decenni; questa volontà di dominio dell’Ucraina è inseparabile dall’intento di costruire una sfera d’influenza eurasiatica della Russia e una identità nazional-imperiale grande-russa che consolidi il regime interno. 

Se il problema sottostante l’invasione fosse solo lo status neutrale dell’Ucraina la guerra sarebbe terminata entro la prima settimana di marzo, perché su questo Zelens’kyj e il suo governo erano disposti a cedere. Anzi, avevano già ceduto. Zelens’kyj dichiarò fin dal 25 febbraio 2022 che era disposto a mettere da parte l’aspirazione all’ingresso dell’Ucraina nella Nato (che era stata inserita nella Costituzione ma che rimaneva comunque un obiettivo remoto)1. Conseguentemente, lo status neutrale dell’Ucraina era il presupposto condiviso dei negoziati fra rappresentanti russi e ucraini e delle tre bozze di trattato che vennero discusse tra la fine di febbraio e metà aprile di quell’anno, pubblicate nel corso del 20242. Sono trascorsi tre anni ma chi ha la pazienza di leggere le bozze di trattato e le obiezioni e contro-obiezioni delle due parti può comprendere quanto ora un trattato di pace fra Russia e Ucraina sia ora più improbabile di prima e quanto siano illusorie le presunte aperture di Putin al negoziato. È proprio perché Trump mette in difficoltà l’Ucraina e gli alleati europei e confonde il quadro politico internazionale, puntando a una pace rapida - da farsi in 24 ore che sono diventate mesi -, che il dittatore russo ha ora tutto l’interesse a continuare la sua strisciante offensiva militare mentre tira per le lunghe il dialogo con gli Stati Uniti e fa mostra di disponibilità negoziale. 


Pseudorealisti e fintopacifisti pensano che questa guerra possa concludersi con una sorta di ragionevole transazione commerciale, qualcosa di relativamente semplice ma che fino ad ora è stato impedito da pretese eccessive, aspettative infondate, pressioni esterne. Da questo punto di vista sarebbe proprio Donald Trump, il Principe delle bullshit, l’energico e sagace mediatore, capace di imporre la luce della ragione ai contendenti. Non è così, e non solo per le deficienze personali del Presidente e per quel che appare una incompetenza negoziale veramente fuori dell’ordinario, tanto da resuscitare le voci su Trump assoldato dal Kgb nel 19873. Il problema è chiaro, storico e strutturale; rimase latente durante la devastante crisi sociale ed economica che negli anni Novanta travolse sia la Russia che l’Ucraina, ma risorse all’inizio del nuovo secolo, manifesto nelle pressioni sempre più forti esercitate dal regime di Putin sull’Ucraina, culminate nell’aggressione russa del 2014 e nel tentativo di conquista del 2022. Il problema è quello della piena sovranità dell’Ucraina e della sua indipendenza dalla Russia. Per Putin la vittoria non consiste solo nella neutralità e nella mutilazione territoriale dell’Ucraina ma nell’instaurare a Kyiv un governo subordinato a Mosca, debole e indifeso: è questo l’obiettivo che intende conseguire in qualsiasi trattativa diplomatica. Perfino il formale riconoscimento delle annessioni alla Russia del territorio ucraino e di cinque milioni di ucraini, un’estorsione a mano armata e col tradimento di un accordo fra banditi, per Putin non sarebbe altro che una pausa nel processo di destabilizzazione e soggiogamento dell’intera Ucraina. Pur tralasciando la storia imperiale zarista e stalinista, a provarlo ci sono il quarto di secolo di storia delle relazioni russo-ucraine sotto Putin, le invasioni del 2014 e 2022, dichiarazioni ideologiche e pseudo-storiche circa l’«artificialità» di uno Stato ucraino e della nazionalità ucraina, l’analisi dei negoziati russo-ucraini nel 2022. Nessuno può volere la pace più degli ucraini ma essi non possono non continuare a resistere, pena la perdita dell’indipendenza e della libertà, la russificazione forzata e la negazione di una nazionalità distinta da quella russa. 

Il fatto cruciale è che i problemi e le divergenze che esistevano allora sono diventati ancor più gravi nel corso dei tre anni di guerra e si presentano come irrisolvibili, a meno della sconfitta di uno dei belligeranti. L’alternativa è un armistizio che congeli la situazione al fronte. Meglio di niente si dirà, almeno si ferma la strage. Tuttavia questo non sarebbe la pace, men che mai una pace giusta. Sarebbe solo una nuova tappa del conflitto, caratterizzata dall’utilizzo da parte di Putin delle tattiche della «guerra ibrida», possibile preludio alla ripresa della guerra aperta. 

 

La bozza di trattato del sette marzo 2022

lunedì 20 maggio 2024

UN FILOSOFO FASCISTA PER PUTIN

di Jurij Dunaev

(con questo articolo inizia la collaborazione del compagno Jurij Dunaev con Utopia Rossa) 


BILINGUE: ITALIANO - РУССКИЙ


Mosca - Nel grigiore del dibattito intellettuale in Russia di questi ultimi anni, ha destato un certo interesse nei giorni scorsi una polemica sulla figura del filosofo russo Ivan Il’in, sostenitore dei Bianchi durante la guerra civile russa, esule in Occidente in epoca sovietica e poi diventato negli anni 2000 “il pensatore più apprezzato” da Vladimir Putin. Fin qui nulla di male: non è un delitto essere stati anticomunisti, vieppiù in URSS. Tuttavia Il’in non fu solo acerrimo nemico di Lenin e di Stalin, ma anche un aperto simpatizzante prima di Hitler e Mussolini e poi, nel dopoguerra, dei dittatori della penisola iberica Franco e Salazar che glorificò più volte nei suoi scritti. 

Mostrò aperto sostegno anche al nazismo in Germania al momento della sua ascesa con un articolo pubblicato sulla rivista Vozraždenija il 17 maggio 1933, Il nazionalsocialismo, la via russa. In questo saggio il filosofo si lamentava che «l’Europa non capisce il movimento nazionalsocialista» e chiedeva agli ebrei di «farsi da parte»: «Mi rifiuto categoricamente di vedere gli eventi degli ultimi tre mesi in Germania dal punto di vista degli ebrei tedeschi, che hanno perso la loro posizione giuridica in pubblico, sofferto finanziariamente o addirittura sono fuggiti dal Paese». Il nazismo andava invece valutato come «un movimento di passione nazionale e politica, concentrata in dodici anni, che per anni, sì, anni, ha versato il sangue dei suoi aderenti nelle battaglie con i comunisti». Il nazismo non sarebbe stato altro che «una reazione agli anni del dopoguerra. di decadenza e sconforto, una reazione di dolore e rabbia... Che cosa ha fatto Hitler? Ha fermato il processo di bolscevizzazione in Germania e ha reso un grande servizio a tutta l’Europa».

Recentemente il governo russo ha deciso di dedicare a questa figura Il centro di formazione dell'Università statale russa per le discipline umanistiche, provocando l’irata reazione del Partito Comunista.

La polemica per tale discutibile decisione è apparsa patetica da una parte ma, da un altro punto di vista, paradigmatica. Patetica perché promossa dai comunisti di Gennady Zjuganov che non sapendo ormai come distinguersi da Putin, utilizzano argomenti di carattere culturale pur di far parlare di sé. Un partito che rivendica i gulag e il totalitarismo e ritiene giustificabile ancora oggi il patto Ribentropp-Molotov del 1939, dovrebbe avere ben pochi titoli per parlare di antifascismo. Anche perché più volte lo stesso Zjuganov ha sostenuto nei suoi scritti (pubblicati in Italia dalla casa editrice di estrema destra “All’insegna del Veltro”) “la necessità di un piano per unire le correnti storiche rosse e bianche nella lotta al Mondialismo”. 

La diatriba quindi avrebbe potuto essere lasciata, per dirla con Marx, alla “critica roditrice dei topi” se non avesse incontrato la reazione piccata delle massime autorità del Cremlino. Il Presidente della Duma Vjačeslav Volodin, ha affermato che “non è questo il momento di iniziare dispute di questo tipo quando i nazisti di Washington e Bruxelles hanno scatenato una guerra contro la Russia, prefiggendosi il compito di infliggere una sconfitta strategica al nostro Paese”. Ha citato a questo proposito lo stesso Il’in, affermando che "gli stranieri sosterranno e inciteranno ogni tipo di odio, mentre la Russia deve purificarsi e liberarsi da queste forze distruttive e spegnere, sradicare da sé questo spirito di guerra civile che la minaccia". 

Il portavoce di Putin, Dmitrij Peskov, ha sentito anche lui il bisogno di intervenire nella contesa, sottolineando che “il Presidente ha effettivamente citato ripetutamente Ilyin ed è inaccettabile che si attacchi in questo contesto anche Aleksander Dugin”, l’ideologo neofascista russo che più si impegna per far conoscere l’opera del filosofo cultore della “Russia sovrana”. 

È un caso che l’entourage del Presidente russo si accalori così tanto per promuovere e difendere una figura così controversa? No di certo. Come a Roma i sostenitori più o meno aperti del regime di Putin utilizzano ogni genere di argomenti per la loro crociata antioccidentale, a Mosca si mettono insieme il diavolo di Stalin con l’acqua santa di Il’in pur di attaccare “le plutocrazie occidentali”.


РУССКИЙ

domenica 31 marzo 2024

THE CUT OF THE EAR

by Roberto Massari


ENGLISH - ITALIANO - ESPAÑOL - FRANÇAIS


The true reasons for which Van Gogh cut off his ear and then had it delivered to a woman have never been clear. However, that act of self-harm certainly was the result of a state of mental alteration, let's say personal madness. On the other hand, the cut of the ear of Saidakrami M. Rachalbalizoda (to whom the ear was then put in his mouth) is not mysterious, insane, or personal: it was an official decision of the Russian government under Putin.

This is demonstrated beyond any reasonable doubt by the fact that the mutilation was recorded in a video, which was then posted online, with the announcement by the soldier «butcher» that the knife used will be sold at auction. To imagine that in a dictatorial and fiercely police state regime like the Russian one, all of this was done without the consent of the authorities would mean not understanding anything about Putin's regime and the functioning of his State police (FSB and other agencies that I have described in a previous article and in my book on Čeka).

In 2004, I published (as Massari publisher and edited by the Free Iraq Committees) a book entitled: Torture «Made in the USA». Journey into the American Gulag. The book took the opportunity from the torture practiced by CIA agents and American soldiers in the Abu Ghraib prison (in Iraq, where Saddam Hussein had about 4,000 detainees killed), but then expanded the discussion to Guantánamo Bay, Bagram (Afghanistan), and the many other repressive horrors employed by the US government after September 11. I am proud to have published it (the only one in Italy) and I would very much like to do the same (again as a publisher) for the tortures and assassinations carried out by Putin's government. Moreover, now it would really be worth, not only for the recent tortures made official by the government but also for the way in which Navalny's and others opponents are being killed. For lack of information, though, I would have some difficulty publishing a book on the spread of the «oligarch syndrome», which for some years - specifically since the beginning of the aggression in Ukraine - has been claiming dozens of victims among the economic elite.


However, some important differences must be understood. The photographs that made the world aware of the barbarism of Abu Ghraib were not the result of official decisions, but of the torturers' stupid vainglory. So much so that they were then tried and variously condemned by the US government itself, not for the photos, but for having carried out the torture. Something unimaginable in Putin's regime or Lukashenka's Belarus.

None of this, in fact, will happen in Russia, where the other three attackers of March 23 at the Crocus City Hall were also tortured and exhibited in public with the obvious signs of torture. In short, it is clear that Putin's government intends to tell the whole world that in Russia torture is practiced with State consent and that it will normally be used against anyone guilty of attacks or other forms of savage aggression: over time, perhaps it could extend to other categories considered dangerous for the stability of the regime. Therefore torture - in the past always and only practiced unofficially by the Soviet and Brezhnevian police - now becomes official in Russia, while the practice of mutilation is added, always officially.

And this is news, at least officially. (I am not aware that official mutilations were carried out under Stalin's regime: indeed, in the Solovki Gulag, for example, prisoners were allowed to die of gangrene rather than amputating the limb of the inmate who was no longer fit to work... )

I will be told that Tajik ear cut is nothing new on the face of the Earth, given that «legal» mutilations are practiced in various countries, especially Islamic ones, among which Iran obviously stands out as it cuts off the toes of criminals or thieves' hands and practiced judicial blinding even as recently as 2016. Furthermore, some Iranian political currents that are more reactionary than the government (is this ever possible?) propose that judicial mutilations and rapes also be used as punishment for male opponents and female opponents of the regime.


But what about the barbarism of ISIS-K? There is nothing to add because the condemnation of the entire world was unanimous, immediate and without hesitation or mincing words. And this is a great step forward for humanity, given that there was no similar unanimity in condemnation for the Hamas pogrom of October 7, which was certainly superior in terms of ferocity. But there it was Jews who were killed and this still makes a difference today for a large part of humanity, certainly for the worst and most inhumane part.

But returning to Russia, it is certainly painful to think of those poor Moscow civilian victims (around 300 dead or missing) whose death is now being exploited by Putin to try at all costs to involve Ukraine: it is as if they were killed for a second time, because with this abysmal State lie they want to hide that their massacre is actually due to faults of the government, to the Russian repressive policy towards national minorities or to the inability of the Putin’s government to resolve old questions of national self-determination left unsolved legacy from the end of the USSR.

It is not even excluded, however, that due to torture or the spectacle of a cut off ear, some Islamic terrorist will end up accusing the Ukrainian government of involvement. Nobody will believe it, in the civilized world, but Putin is never interested in being believed abroad: it is enough for him to deceive consciences in his own country and gain mass consensus, even if only at the moment and on the basis of an emotional impulse, because then we'll see... Just think of the accusation of Nazism leveled against the Ukrainian government and which Putin continues to repeat, against all evidence, in the manner of those boxers who continue to punch into the void, although dazed by the blows received.

And these blows outside Russia are more than well known: 1) strong unforeseen Ukrainian resistance and no victory in the planned blitzkrieg; 2) strengthening and enlargement of NATO (with Finland and Sweden); 3) further development of European unity; 4) economic difficulties due to sanctions, even if resistible for now (but for how long?); 5) international indictment of Putin for trafficking in Ukrainian children; 6) increase in popular discontent, even if forced by ferociously police methods to be underground (not to underestimate the families of killed soldiers and the flight abroad of young people who do not want to be mobilized); 7) Prigožin’s revolt; 8) first serious differences between the oligarchs; 9) placing the Baltic countries and Poland on military alert; 10) moral and cultural isolation of Russia in the slightly more civilized world of non-dictatorships; 11) constant use of the nuclear threat, which is a demonstration of weakness and certainly not of strength; 12) end to any sympathy that Russia might have had among the Ukrainian population, even if Russian-speaking: it will also have an undying hatred from this.

Russia has truly closed with the Ukrainian people, after a history of contrasts and rapprochements lasting several centuries and dating back to the times of the little Ruš. In the future, a Russian-Ukrainian friendship may perhaps reopen (as we should all hope for), but it can only be with a democratic, pluralistic, non-imperial-colonialist and obviously no longer Putinian Russia.


Russia is paying all these prices only to allow the oligarchs to maintain their mafia-capitalist power and snatch some pieces of land from Ukraine, according to the old colonial logic of territorial conquests: something that the USA has not done since 1898, that is, since the Spanish-American War, having since then preferred the penetration of financial capital and the use of wars of aggression only for the purposes of containment (even if sometimes of extermination, as in Vietnam, for example). But if unfortunately the Russians were to manage to maintain the occupied territories militarily, it would be the first time that their war of conquest was victorious. Previously they had lost them all (with Japan in 1904-1905, with Poland in 1919-21, twice with Finland, with Afghanistan, with East Germany). The only ones who won were thanks to the alliance with the Nazis.

Therefore, it couldn't have gone any worse after the aggression against Ukraine and it's not over yet...


However, I would like to make one final consideration, always taking inspiration from the cut of the ear and its insertion into the mouth of the Tajik terrorist. And it is the discourse on rampant barbarism that is objectively unifying a reactionary front that is firstly anti-American (anti-United States), then anti-Israeli and anti-Jewish, then anti-European and, who knows, at a certain point it may also become anti-Christian in a militant form (culturally it already is)… Do not be fooled by the fact that this time ISIS-K has struck Russia, an important component of the most reactionary front, because in reality the world of Islamic fundamentalism is not interested in whether there are democratic or dictatorial countries, Kirill’s Orthodox Russians or Lebanese Maronite Catholics or Trump’s Evangelical fanatics or moderate and tolerant Catholics like Pope Francis: due to their fanaticism they are all infidels, enemies of Islam and therefore sooner or later to be exterminated. Starting with the Jews, of course.

And this is where Putin is making a tragic mistake of historical perspective because he is primarily concerned with maintaining his personal power and not with Russia's political future. He does not realize that the reactionary and post-medieval forces of Iran, Hamas, Hezbollah and other various Islamic components - who would like to destroy Israel and massacre its inhabitants - if unfortunately they succeed (but fortunately they have no chance of succeeding) , they would then turn against other countries, including Russia. The Crocus attack - preceded over the years by similar Islamic attacks in Russian territories - is only a preview of what could happen in the future if Israel were to collapse under the blows of one or more Islamic states. Islamic terrorism would spread across Europe (Western and Eastern) without any more restraints. For this too we should be grateful to the people of Israel who resist on the front line, despite mistakes and terrible right-wing governments, produced in turn by the genocidal climate that arose after the aggression of the Arab League in 1948 which destroyed the social democratic ambitions of the new State decided by the United Nations.


If Russia were run by a government capable of looking to the future and the true interests of its people, it would stop the war against Ukraine and integrate itself into the European Community (where Russia could have a preponderant role, with great advantage for the living conditions of its citizens) and would create a pan-European counterweight to the growing Chinese aggressiveness: this represents a real and terrible threat for the future of the new generations, if there also does not take place a turning point towards democracy (even if imperfect, but still better than the current ruthless «Marxist-Leninist» dictatorship).


Of course, the world would require a much different investment of energy, not to wage war, but to fight climate change, the degradation of planet Earth and digital dehumanization (with its devastating consequences on the intellectual maturation of the new generations). But Putin, the Chinese government, Iran and Islamic fundamentalism, and many of the dictatorial regimes around the world are fighting on the front lines against this prospect of progress and peace for humanity.

And regarding the dictatorial regimes, how can we fail to take into account the investigations of the Democracy Index, according to which out of 167 countries examined annually, there are 24 considered fully democratic, 48 imperfectly democratic, 36 hybrid and 59 fully dictatorial? Is this the level of political maturation of humanity at the beginning of the Third Millennium? Can anything still be done to change this political drift of humanity?

It would seem not, given that currently initiatives in support of dictatorial regimes, Islamic anti-Semitism and the destruction of the State of Israel are growing in the world, while there are no demonstrations against the killing of Naval'nyj or the cut of the ear in Moscow, or Russian aggression in Ukraine, or Hamas' genocidal program against Israel. These demonstrations are not only anti-Semitic, but reactionary in the deepest sense of the term because in a comparison between capitalisms of different levels of social development, they side with the more retrograde and reactionary ones, sometimes even still imbued with medieval legacies (Tsarist, Islamic, etc. )


And so to the barbarism of Putin, the ayatollahs, Hamas, North Korea and the Chinese government, we are also adding the barbarism of those young people who, although born in imperfectly democratic regimes, are expressing support for dictatorial regimes and rampant anti-Semitism. At the basis of this degeneration in the processes of youth radicalization there is certainly ignorance of historical facts, but above all there is the need for digital protagonism which has now become unstoppable, also induced by the spread of social networks, digital tools and false myths of mass society.


On other occasions in the past, the discomfort of young people or their deviated radicalization has led to tragedies for humanity (Fascism and Nazism first and foremost). Let it not happen again, because this time, in the face of Putin's atomic threats, the world is truly risking disappearing for the first time in a single large explosion. Putin's supporters (explicit or camouflaged) could try to understand at least this, perhaps starting from a reflection on the meaning of an ear-cut officially decided by the government of a country that instead has a great history of culture and scientific achievements behind it.

Putin's atomic threats make the world context truly dangerous. I believe that humanity has never risked as much as at this moment.

And let's remember what it meant in August-September 1939 that there was on one side the reactionary alignment of Hitler-Stalinist totalitarianism and on the other that of democracies divided among themselves…


ITALIANO

sabato 27 gennaio 2024

HITLERO-COMMUNIST ROOTS OF TODAY’S «LEFT-WING» ANTISEMITISM

by Roberto Massari


(January 27, 2024, Holocaust Memorial Day)


BILINGUE: ENGLISH - ESPAÑOL

link all'italiano: http://utopiarossa.blogspot.com/2024/01/radici-hitlerocomuniste-dellattuale.html#more


The first Hitlero-communism

By «Hitlero-communism» one should mean the political thought that emerged in the summer/fall of 1939 when the Nazi and Soviet totalitarian regimes allied to invade Poland and annex various countries in Eastern Europe, thereby triggering the Second World War. The followers of Hitlero-communism (in Russia and worldwide) then endorsed all subsequent Russian invasions (Baltic countries, Finland, Czechoslovakia, Afghanistan, etc.) up to the current one in Ukraine. At the core of Hitlero-communism, both old and new, lies the pre-modern (if not medieval) idea that Russia was and still is legitimized in carrying out such annexations because it exercises a historical right by reclaiming territories that belonged to the Tsarist Empire. This position - reactionary in the fullest sense of the term - is found expressed more or less unconsciously in current justifications for Putin’s aggression in Ukraine and will likely apply to any potential future aggressions (starting with the Baltic countries).

The Soviet alliance with Nazism lasted from August 1939 to June 1941, the nearly two years during which the project of anti-Jewish extermination took definite shape, initiated even before the Pact and culminating in the so-called «Final Solution», systematized in the Wannsee Conference of January 1942. One of the «necessities» addressed by this extreme choice of Nazism was that about 1.7 million Jews lived in the part of Poland assigned to the Third Reich by the Pact with Stalin: a Jewish population that Nazism intended to annihilate, following plans and guidelines implemented long before, well-known to Stalin and the Soviet leadership.

To establish some dates: the first Auschwitz Konzentrationslager became operational in June 1940, in the midst of collaboration between Nazis and Soviets; the one in Chełmno (considered the first extermination camp) in December 1941, six months after the Nazi breach of the Pact. These and other Polish extermination camps (like Treblinka, Sobibór, Bełżec) began to operate «late» (in 1942, «Aktion Reinhard») because their planning became possible only after the joint invasion of Poland in September 1939. However, their construction took place during the almost two years of alliance with the Ussr: indeed, that alliance made them possible. It would be a serious error in historical perspective to date the beginning of the Holocaust from there because anti-Jewish persecutions had begun in Germany in the 1930s; for example, the Buchenwald camp, located in the German Thuringia, was operational from July 1937.

RADICI HITLEROCOMUNISTE DELL’ATTUALE ANTISEMITISMO «DI SINISTRA»

di Roberto Massari


(27 gennaio 2024, Giornata della Memoria)


Il primo hitlerocomunismo

Per «hitlerocomunismo» deve intendersi la corrente di pensiero politico che sorse nell’estate/autunno 1939, quando i totalitarismi nazista e sovietico si allearono per invadere la Polonia e annettere vari paesi dell’Europa orientale, scatenando così la Seconda guerra mondiale. Gli adepti dell’hitlerocomunismo (in Russia e nel resto del mondo) hanno poi approvato tutte le successive invasioni russe (Paesi Baltici, Finlandia, Cecoslovacchia, Afghanistan ecc.) fino a quella odierna dell’Ucraina. Alla base dell’hitlerocomunismo, vecchio e nuovo, vi è l’idea premoderna (per non dire medievale) che la Russia fosse e sia ancora legittimata nel compiere tali annessioni perché eserciterebbe un suo diritto storico riprendendosi i territori appartenuti all’Impero zarista. Questa posizione - reazionaria nel più pieno senso del termine - la si ritrova espressa più o meno inconsapevolmente nelle giustificazioni attuali per l’aggressione putiniana all’Ucraina e varrà ancora per eventuali possibili future aggressioni (a cominciare dai Paesi baltici).

L’alleanza sovietica col nazismo durò da agosto 1939 a giugno 1941: sono i quasi due anni che videro prendere forma definitiva al progetto di sterminio antiebraico, avviato ancor prima del Patto e che sfocerà nella cosiddetta «soluzione finale», sistematizzata nella Conferenza di Wannsee di gennaio 1942. Una delle «necessità» alle quali rispondeva questa scelta estrema del nazismo fu che nella parte di Polonia assegnata al Terzo Reich dal Patto con Stalin vivevano circa 1.700.000 ebrei: una massa di popolazione ebraica che il nazismo intendeva sterminare, secondo progetti e linee guida messe in opera già da tempo, e ben note a Stalin e al gruppo dirigente sovietico.

Per fissare delle date: il primo dei Konzentrationslager di Auschwitz divenne operativo dal giugno 1940, cioè nel pieno della collaborazione tra nazisti e sovietici; quello di Chełmno (considerato il primo lager di sterminio) nel dicembre 1941, cioè sei mesi dopo la rottura del Patto da parte nazista. Questi e altri campi di sterminio polacchi (come Treblinka, Sobibór, Bełżec) cominciarono a operare «tardi» (cioè nel 1942, «Aktion Reinhard») perché la loro progettazione fu possibile solo dopo l’invasione congiunta della Polonia nel settembre 1939; ma la loro costruzione si realizzò nel quasi biennio dell’alleanza con l’Urss: anzi, fu proprio quell’alleanza che li rese possibili. Sarebbe, però, un grave errore di prospettiva storica datare di lì l’inizio dell’Olocausto perché le persecuzioni antiebraiche erano iniziate in Germania negli anni ‘30: il lager di Buchenwald, per es., situato nella Turingia tedesca, era operativo dal luglio 1937.

Insomma, rispetto alla politica di sterminio antiebraico del nazismo, almeno tre cose furono subito chiare a chi voleva vederle allora (o che speriamo voglia cominciare a vederle chiare oggi): 1) Nello stringere il Patto con Hitler, ai sovietici non interessò minimamente il destino degli ebrei in Germania e nel resto d’Europa: delle persecuzoni antiebraiche non parlarono in documenti, atti ufficiali e sulla stampa. 2) I sovietici non ebbero la benché minima esitazione ad abbandonare quasi due milioni di ebrei polacchi nelle mani di chi intendeva sterminarli. 3) La fraternizzazione staliniana col Terzo Reich richiese che anche sull’Olocausto polacco calasse il silenzio stampa (oltre all’avvio della collaborazione delle rispettive polizie nelle consegne reciproche di prigionieri o nelle deportazioni di interi gruppi etnici).

sabato 13 maggio 2023

MAFIA RUSSA

di Andrea Furlan

 

[Voce tratta dall’edizione italiana  - a cura di R. Massari & M. Nobile - dell’abbecedario realizzato collettivamente dalle Brigate editoriali di solidarietà,  Ucraina dalla A alla Z, fresco di stampa e in arrivo in libreria, in vendita al prezzo politico di 7 €.] 


Della criminalità organizzata nel territorio russo abbiamo traccia a partire dall’èra dei primi zar: il vorovskoj mir (mondo criminale) consisteva in bande di professionisti che imperversavano nel vasto territorio zarista commettendo vari tipi di reati. Forme di criminalità organizzata sopravvissero anche alla Rivoluzione del 1917 e in seguito esse furono utilizzate dal regime staliniano per fare la guerra ai kulaki. Ma una volta raggiunto lo scopo, Stalin fece relegare nel Gulag intere bande di criminali. A questi, come sappiamo dalle molte memorie, fu affidato anche il compito di mantenere l’ordine nei lager (come a Vorkuta e a Kolyma) e di sorvegliare i detenuti politici.

Durante la Seconda guerra mondiale molti criminali ebbero la possibilità di uscire dai lager per arruolarsi nell’esercito, dove erano ricattabili e potevano fungere anche da informatori della polizia. Si può dire che da quel momento cominciò la collaborazione organica tra la criminalità organizzata e il regime sovietico che proseguirà nell’èra brezneviana, cominciando via via ad assumere anche connotati economici.

Il salto di qualità, tuttavia, sarà compiuto dalla malavita russa con le privatizzazioni iniziate sotto la presidenza di Gorbačëv, col passaggio all’economia di mercato. Sorse una leva di nuovi imprenditori che in gran parte provenivano dai ranghi del Pcus e dal Kgb, ma anche dal mondo della criminalità organizzata. Questa era dotata di risorse finanziarie di dubbia provenienza, ma era detentrice di capitali da investire nelle aziende privatizzate, nella creazione di nuove banche e nella speculazione finanziaria. La serie di crisi politiche e istituzionali successive al 1991 consentì lo sviluppo di reti criminali (anche di clan in concorrenza tra loro) che poterono stringere alleanze e accordi con gli oligarchi dell’economia e i nuovi dirigenti, ex funzionari dei vecchi apparati, bisognosi in forma crescente di protezioni di natura extralegale. 

La mafia russa è strutturata in clan alla maniera della camorra, senza una gerarchia sovraordinata, in modo che ogni clan finisce col decidere per conto proprio. La gerarchia esiste invece all’interno del singolo clan, a partire dal boss (avtoritet o pachan), a seguire con i capitani (brigadier), un consigliere anziano (sovietnik) e il contabile (obščak). Ognuna di queste figure svolge precisi compiti nell’organizzazione, sia in relazione all’attività del clan, sia nei rapporti con le istituzioni politiche (cioè con lo Stato di Putin), sia con gli oligarchi, le cui fortune economiche sono spesso di origine malavitosa.



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mercoledì 3 maggio 2023

NICARAGUA CON PUTIN

por Pagayo Matacuras

BILINGUE: ESPAÑOL - ITALIANO


[Voce tratta dall’edizione italiana  - a cura di R. Massari & M. Nobile - dell’abbecedario realizzato collettivamente dalle Brigate editoriali di solidarietà,  Ucraina dalla A alla Z, fresco di stampa e in arrivo in libreria, in vendita al prezzo politico di 7 €.] 


En el diciembre de 2008, por invitación del presidente Daniel Ortega, buques de guerra rusos «visitaron» Nicaragua. Luego de las conversaciones en Moscú entre el dictador nicaragüense y el entonces presidente Dmitry Medvedev, en el mismo diciembre de 2008 Rusia y Nicaragua concluyeron varios acuerdos bilaterales, incluido el suministro muchas veces en forma de «donación», de granos y cereales, a cambio de la instalación en Managua de un sistema de observación teóricamente espacial. En abril de 2009, Nicaragua eliminó el requisito para los turistas rusos de la visa de entrada.
El 12 de julio de 2014, pocos meses después de la anexión rusa de Crimea, Putin realizó una brevísima visita oficial a Nicaragua y se reunió con el presidente Ortega en el aeropuerto de Managua. En noviembre de 2020, Nicaragua abrió un consulado honorario en la península de Crimea, además de reconocer oficialmente a Osetia del Sur y Abjasia (dos repúblicas pseudoautónomas, estrictamente dependientes de Moscú).
Mientras continuaba con la retórica de la soberanía nacional, en junio de 2022 Ortega invitó a las fuerzas armadas rusas a ingresar a Nicaragua y a principios de febrero, durante una visita oficial del canciller iraní Hossein Amir-Abdollahian, deseó que todos los países amenazados por el imperialismo estadounidense se dotaran de una pequeña arma nuclear... defensiva.

En los mismos días del inicio de la “operación militar especial”, una alta delegación rusa fue recibida en Nicaragua con todos los honores y luego se firmó un acuerdo con Russia Today (hoy RT) para transmitir en la veintena de canales controlados por la familia Ortega-Murillo los servicios periodísticos producidos en español por esta emisora vinculada al Kremlin.

El 12 de octubre de 2022, Nicaragua fue uno de los cuatro países que votaron en contra de la condena de Rusia por la invasión de Ucrania, único país del continente latinoamericano, puesto que Venezuela y Cuba se abstuvieron.

 

ITALIANO

domenica 23 aprile 2023

ITALIANI DI CRIMEA

di Giorgio Amico

[Voce tratta dall’edizione italiana  - a cura di R. Massari & M. Nobile - dell’abbecedario realizzato collettivamente dalle Brigate editoriali di solidarietà,  Ucraina dalla A alla Z, fresco di stampa e in arrivo in libreria, in vendita al prezzo politico di 7 €.]

La presenza italiana in Crimea è attestata dal 1204, quando  Venezia approfittò della conquista crociata di Costantinopoli per occupare i porti nel sud della penisola. Ai veneziani si sostituirono i genovesi e, dopo la caduta di Costantinopoli, l’Impero ottomano. Ma la presenza genovese non scomparve e una parte della popolazione trovò rifugio presso i tatari dell’entroterra.
Con le campagne di popolamento avviate durante il regno di Caterina II, vi fu un’ondata migratoria anche dall’Italia e un migliaio di coloni liguri, corsi, sardi e toscani si insediarono nella regione di Cherson. Fra il 1820-1870 giunsero nel territorio di Kerč migranti italiani provenienti soprattutto dalla Puglia, insieme con una migrazione più ristretta ma più qualificata - che si concentrò nella città di Odessa - composta da architetti, notai, medici, ingegneri e artisti, ma anche da esuli antiborbonici. Secondo dati ufficiali, nel 1897 gli Italiani sarebbero stati l’1,8% della popolazione della provincia di Kerč, percentuale passata al 2% nel 1921; alcune fonti parlano di una minoranza variante da 3 a 5mila persone.
Negli anni dello stalinismo, con la collettivizzazione forzata delle campagne, anche gli italiani, per lo più proprietari di terre, furono obbligati a creare un kolchoz («Sacco e Vanzetti») e a sottostare alle campagne di «rieducazione socialista» organizzate da militanti comunisti rifugiatisi in Urss e di sicura fede staliniana. Fra questi Paolo Robotti e Giuliano Pajetta, che ne hanno parlato nei loro libri. Durante le «purghe» del 1933-37 molti di questi italiani, accusati di essere spie fasciste, furono arrestati e sparirono nell’inferno dei lager staliniani. (La tragedia degli italiani in Urss è stata ricostruita dettagliatamente da Dante Corneli, che trascorse 24 anni tra il Gulag e la Siberia e, tornato in Italia, denunciò nei suoi libri i crimini di Stalin e della dirigenza italiana comunista che ne fu complice. La sua insostituibile opera storica è ora tutta raccolta nella trilogia pubblicata da Massari editore nel 2017.)
Dopo la rottura del Patto di Stalin con Hitler gli italiani furono considerati potenziali agenti del nemico e nel 1942, dopo la riconquista della Crimea da parte dell’Armata rossa,  accusati di collaborazione coll’occupante nazista, anche gli italiani, come altre minoranze nazionali, furono deportati.
Il 29 gennaio 1942 l’intera comunità italiana di Crimea, compresi i rifugiati antifascisti stabilitisi a Kerč, venne radunata e inviata in carri bestiame nel Gulag siberiano (soprattutto verso il Kazakistan), potendo ognuno portare non più di 8 kg di bagaglio. Un’odissea di 8mila chilometri durata quasi due mesi in condizioni terribili, con temperature di oltre 30° sottozero, durante la quale la maggioranza dei bambini e dei vecchi morirono di malattia, fame e freddo. Le deportazioni continuarono fino a giugno del 1944.

Dante Corneli parla del dramma di oltre duemila italiani della Colonia agricola di Kerč. Una testimonianza confermata dalle stesse autorità sovietiche secondo cui solo durante il viaggio e il primo anno di deportazione morì un deportato su cinque. 
Nei lager la comunità italiana fu quasi annientata dalla fame, il freddo, le malattie e la durezza dei lavori forzati. Si calcola che i sopravvissuti, in totale, non furono più del 10 per cento dei deportati. Dopo il 1956 con la chiusura di gran parte dei lager, ciò che restava degli italiani di Crimea tornò a casa. Nel 1957 risultavano rientrati 460 esuli; ridottisi nel 1989 a 316 per lo più residenti a Kerč. Qui nel 2008 è stata costituita l’associazione «Cerkio» (Comunità degli emigrati in regione di Crimea, Italiani di origine) che tramanda l’uso della lingua italiana.
È una piccola minoranza che la russificazione forzata, imposta da Putin dopo l’occupazione della Crimea nel 2014, rischia di far scomparire definitivamente, benché le autorità russe abbiano votato un decreto di riabilitazione come minoranza perseguitata e deportata per motivi etnici.

• Dante Corneli, Ritorno dal Gulag, a cura di Andrea Furlan, Massari ed., Bolsena 2017.
• Dante Corneli, Italiani vittime di Togliatti e dello stalinismo, a cura di Antonella Marazzi, Massari ed., Bolsena 2017.
• Dante Corneli, Dal leninismo allo stalinismo, a cura di Roberto Massari, Massari ed., Bolsena 2017.


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venerdì 14 aprile 2023

BENALTRISMO [WHATABOUTISM]

di Laris Massari 


[Voce tratta dall’edizione italiana  - a cura di R. Massari & M. Nobile - dell’abbecedario realizzato collettivamente dalle Brigate editoriali di solidarietà,  Ucraina dalla A alla Z, fresco di stampa e in arrivo in libreria, in vendita al prezzo politico di 7 €.]

 

Dizionario Hoepli: «Tendenza a rimandare pretestuosamente la spiegazione di problemi contingenti a fumose cause di carattere più generale». L’equivalente in inglese è whataboutism.

Il fenomeno del benaltrismo, già emerso in àmbito giornalistico a partire dagli anni ’80, ai giorni nostri è ampiamente diffuso nelle discussioni riguardo alla guerra in Ucraina. Nello specifico, questo modo peculiare di eludere i problemi reali che si ha paura di affrontare, è comune alla stragrande maggioranza delle persone che non appoggiano la lotta difensiva ucraina, e che trovano di conseguenza complicato costruirsi un’opinione. Costoro sono soliti elencare minuziosamente tutte le colpe delle altre nazioni più o meno coinvolte nel conflitto, purché si eviti di analizzare le responsabilità più evidenti dell’invasore Putin. Anzi, sul banco degli imputati spesso viene messo addirittura il governo ucraino, dandoci così un primo paradossale esempio di benaltrismo.

Gli Stati Uniti, però, sono il bersaglio favorito dei nostri benaltristi. E dato che gli Usa di colpe per il passato ne hanno a bizzeffe, l’argomento principe del benaltrista di turno è: «E allora gli Usa…?» (what about the Usa?). Domanda retorica cui segue la «spiegazione»: «gli Stati Uniti (o la Germania o la Francia o l’Italia) hanno fatto ben altro».

A ciò segue una lista potenzialmente infinita di colpe dell’imperialismo, un’escalation nell’elencazione dei crimini di guerra e contro l’umanità (peraltro tutti ultranoti e universalmente riconosciuti come tali), anche perché, volendo, si potrebbe risalire alla nascita del capitalismo se non proprio alle origini dell’umanità. Mentre è facile prevedere che nel futuro l’odierno benaltrista, dovendo giustificare qualche altra aggressione imperialistica, includerà nel paniere anche gli attuali crimini di Putin contro l’umanità. Ciò gli servirà a deviare l’attenzione da qualche altro fatto grave che starà avvenendo in quel momento.

È evidente la natura psicopatologica del benaltrismo: si tratta in fondo di una forma molto primitiva di fuga dalla realtà (bisogno di voltare lo sguardo davanti alle sciagure altrui), coniugata con una narcisistica autocelebrazione: «io non me la bevo», «solo io conosco questi crimini precedenti degli Usa», «ben altro si nasconde dietro questo sostegno al popolo ucraino»... C’è il rischio inoltre del contagio, reso oggi molto più facile dalla circolazione delle fake-news in Rete.

Nota: Il benaltrismo non va confuso con l’analisi storica, seria e dettagliata, delle cause che hanno portato all’odierno conflitto in Ucraina. I due atteggiamenti non si assomigliano nemmeno alla lontana, facendo essi riferimento a motivazioni etiche e a strumenti teorici incompatibili tra loro.


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RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.