L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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mercoledì 5 febbraio 2014

CONTRO IL PRODUTTIVISMO E L’AUTORITARISMO SCOLASTICO: UN PAMPHLET DA FRANCISCO FERRER GUARDIA AI NOSTRI GIORNI, di Antonio Saccoccio

Me sentía bajo el peso de una responsabilidad libremente aceptada y quise cumplirla a satisfacción de mi conciencia. Enemigo de la desigualdad social, no me limité a lamentarla en sus efectos, sino que quise combatirla en sus causas, seguro de que de ese modo se ha de llegar positivamente a la justicia, es decir, a aquella ansiada igualdad que inspira todo afán revolucionario.
(Francisco Ferrer Guardia)


Si presenta come un agile pamphlet il volume dedicato a Francisco Ferrer Guardia e intitolato La scuola moderna. Verso un’educazione senza voti né esami, uscito a fine gennaio per Avanguardia 21 Edizioni (a cura di A. Saccoccio, Roma 2014, pp. 100, € 9,09). Un atto d’accusa nei confronti della scuola contemporanea, con l’obiettivo di arginare la sconsiderata corsa all’efficientismo, al produttivismo e alla tanto celebrata meritocrazia.
«Educare equivale attualmente a domare, addestrare, addomesticare», denunciava, più di un secolo fa, Francisco Ferrer Guardia, proponendo di abolire voti ed esami scolastici, perché, lungi dall’essere validi strumenti educativi, sono tecniche di controllo impiegate per normalizzare e inquadrare sin dall’infanzia i futuri cittadini in un rigido sistema gerarchico. Sviluppare queste intuizioni (successivamente confermate da Freinet, Illich, Bernardi, Freire, Foucault, Chomsky e altri) è oggi quanto mai indispensabile per contrastare, nelle scuole, la sovrabbondanza di verifiche, registri, questionari, griglie di valutazione, esami di recupero. La salvezza della scuola non sta nel recuperare, come molti ancora credono, il rigore e la severità dei bei tempi andati, ma nell’eliminare, come voleva Ferrer, la coazione dai processi educativi.

sabato 22 giugno 2013

IL NUOVO «MIRACOLO» BRASILIANO, di Pier Francesco Zarcone

Una mobilitazione dal basso e inattesa
Nei primi giorni delle mobilitazioni popolari in Brasile, sui giornali e nei discorsi della gente si poteva leggere lo sbalordimento di fronte al fatto che in uno dei luoghi mitici del calcio nazionale e internazionale, nel paese del sole, del samba, delle belle ragazze e dell’allegria esplodesse una rivolta di massa, non solo giovanile. Occasionata dall’aumento delle tariffe dei trasporti pubblici a Rio de Janeiro e São Paulo, si è subito orientata anche e soprattutto contro le folli spese in corso per ospitare i prossimi eventi calcistici e sportivi internazionali (Coppe varie e Olimpiadi).
A tale sorpresa si è unito quella dei non-disinteressati paladini dell’attuale e selvaggia “liberalizzazione” capitalistica, della quale il Brasile è stata un teatro vasto, famoso e duraturo nel tempo.  Dove mai andremo a finire, si chiedono i benpensanti liberisti di destra e di sinistra se anche tra i giovani di un paese come il Brasile si diffonde la preferenza per trasporti pubblici efficienti e a prezzi popolari, per ospedali e scuole invece che per gli stadi?! È diventato uno slogan dei manifestanti “quero dinheiro para saúde e educação”. Citiamo per tutti la rivista britannica The Economist che, in un recente reportage sul Brasile, dopo aver additato nell’inflazione la causa del malcontento esploso nel paese, se l’è presa con quanti «invece di essere grati per le briciole che cadono dalle tavole dei ricchi brasiliani, si sono svegliati per il fatto di pagare le imposte e di meritarsi qualcosa in cambio». 

domenica 16 giugno 2013

EDUCARE ALLA LIBERTÀ IX (appunti di lettura), di Alessandro Gigli

Manifesto nazista di propaganda per l'eutanasia:
Dei “pesi morti” della nazione, disabili e matti
“Sei tu a doverne sopportare il peso”.
Il comportamento dei bambini non sempre soddisfa le aspettative della comunità adulta. Dei disagi infantili si preoccupa sempre meno la pedagogia e sempre di più la psichiatria e la genetica. Se si ritiene che l'ambito sociale e relazionale, nel quale un bambino cresce, sia poco importante e si incasella come patologia ogni comportamento che non rispecchia i canoni di presuntuosi obiettivi formativi, la soluzione verrà demandata ad esperti che si avvalgono di cure farmacologiche invasive.
Così si distrugge l'infanzia, la fantasia, la libera espressività, su tutto ciò cala un sipario di silenzio che invece va rialzato. L'attuale tendenza della pedagogia e della psicologia dell'età evolutiva è proprio di farsi coadiuvare dalla neuropsichiatria ogni qual volta un "elemento di disturbo" contrasti con i programmi formativi; il "disagio" comportamentale invece di essere valutato come un campanello d'allarme nella relazione adulto-bambino, viene incasellato come un difetto del bambino. L'educatore - così deresponsabilizzato e disperato dal dover modificare il proprio approccio educativo - delegherà a un esperto il problema, reale o apparente che sia, il quale lo affronterà dal punto di vista della salute mentale.

mercoledì 23 gennaio 2013

RIFLESSIONI SULL’EDUCARE ALLA LIBERTA’, di Marco Piracci

“All’attuale ricerca di nuovi imbuti didattici si deve sostituire quella del loro contrario istituzionale: trame, tessuti didattici che diano a ognuno maggiori possibilità di trasformare ogni momento della propria vita in un momento di apprendimento, di partecipazione e di interessamento”.
Ivan Illich, Cuernavaca, Messico 1970


Ho trovato particolarmente interessante e ricco di spunti l’articolo del compagno Gigli “Educare alla libertà”. Qui vorrei analizzare alcuni elementi che di fatto limitano le libertà degli alunni e preparano all’individualismo e all’accettazione di sistemi gerarchici, soffermandomi in maniera particolare  sui meccanismi psicologici che inconsciamente  influenzano l’insegnante.  Sostengo  infatti che il processo che determina l’oppressione nella scuola si concretizzi proprio tramite il ruolo strutturalmente a lui riservato.
Rispetto al rapporto genitori-figli che è personale, quello insegnante-scolaro significa spersonalizzazione. Nei suoi rapporti con i ragazzi, l’insegnante, in quanto detentore di una funzione, non si rivolge a delle persone con motivazioni e caratteri specifici, ma ad allievi: vale a dire che fa appello soltanto alle qualità del ragazzo che la funzione di allievo richiede. La scuola impone e fa rispettare agli individui investiti dalle sue funzioni (agli insegnanti e agli studenti, ma non solo) uno stile di rapporti  determinato dalla scuola in quanto organizzazione: il risultato è una dimensione scolastica aggressiva contro tutte le tendenze e le inclinazioni alla convivialità. Le funzioni educative dell’insegnate si manifestano con chiarezza e in particolar modo emerge la sua esigenza di obbedienza d’ufficio. L’insegnate deve indurre gli allievi ad adottare un comportamento conforme all’organizzazione scolastica, un ruolo da discente e dispone a questo scopo di mezzi di costrizione istituzionalizzati. Inoltre, l’insegnate è tenuto ad organizzare il suo insegnamento in modo da non urtare i sentimenti di alcuno, come se esercitasse una funzione burocratica impersonale (si trova infatti esposto ai conflitti di autorità con i suoi superiori). Si è in una situazione in cui il rapporto di autorità è caratterizzato dal fatto che l’autorità stessa  viene esercitata e vissuta personalmente.
Come messo in evidenza da Furstenaü, questo meccanismo induce nell’insegnate una riattivazione inconscia del complesso edipico che a sua volta rinforza gli atteggiamenti autoritari: “Per quanto costellato possa essere il complesso di Edipo dell’individuo, è evidente come, con la tendenza alla regressione verso i conflitti di autorità vissuti dal maestro nella sua infanzia, si accresca il rischio di vedere quest’ultimo mettere in atto, senza difendersene, anche nella sua attività di insegnante, i propri conflitti e desideri inconsci di potere anziché impartire un insegnamento libero da questi conflitti  e da questi desideri. Le due relazioni-tipo per il maestro, la relazione con gli allievi e la relazione con i superiori, hanno dunque entrambe grosse probabilità di favorire nel maestro una riattivazione inconscia del conflitto che ha opposto lui, nella sua infanzia, ai suoi genitori in quanto adulti”1.
La vita extrascolastica può entrare nella scuola solo se si sottomette alla forma “cerimoniale” propria della scuola, cioè all’insegnamento e all’educazione che procede con questo. L’autorità necessaria al realizzarsi di questo ambiente artificiale, trae origine da vari meccanismi istituzionali della scuola:
-                     dall’obbligo di frequenza istituito dalla Stato;
-                     dagli adulti in quanto categoria di età che organizza e mantiene gli istituti di educazione collettiva destinati ai bambini, categoria di età diversa in seno alla società;
-                     dal mercato che ne detta il meccanismo di funzionamento interno: vale a dire il processo meritocratico.

lunedì 17 dicembre 2012

EDUCARE ALLA LIBERTÀ (VIII), di Alessandro Gigli

Conclusioni

“La scuola, anticamera della fabbrica e della caserma, è il luogo dove si inculcano le prime forme di disciplina che regolerà la vita dell’adulto. Alla costrizione fisica corrisponde la perversione del senso morale: si esaltano, attraverso la storia, i delitti, il furto e la violenza; si istillano ammirazione per i grandi conquistatori e disprezzo verso gli spiriti ribelli che hanno lottato, soccombendo,per la libertà e l’emancipazione dell’individuo; si insegna a venerare i ricchi e a odiare le vittime della tirannia e dell’intolleranza politica”.
(documento del comitato per un insegnamento libertario: Reclus, Michel, Grale, Malato, Degalves, Giraud, Kropotkin, Ferriere,Tolstoj. Parigi 1898)

Credo di aver fornito con i miei testi precedenti un buon punto di partenza per approfondire il discorso sul concetto di una buona e giusta educazione, adatta a un vero cambiamento di prospettiva e che serva al primo atto rivoluzionario di base: vale a dire la rivoluzione culturale, educativa, relazionale per poter vivere vite autentiche in società solidali e libere da imposizioni esterne, cioè non eterodirette.
Nella scuola contemporanea, gli insegnanti con una formazione culturale come la mia sono molto rari e guardati a vista dal potere istituzionale.
Nella mia scuola, per esempio, sono costretto a guardarmi le spalle non dagli alunni, con i quali ho ottimi rapporti umani, ma dai colleghi spesso invidiosi del fatto che sono il prof  più stimato e amato dai ragazzi.
Loro, i colleghi, pensano che questo accada perché con me sono liberi di essere se stessi e di autogestire la loro vita in palestra, concretizzando i propri desideri e le proprie  inclinazioni.
Con me non esistono “casi gravi”, mentre per tutti gli altri insegnanti molte classi risultano ingovernabili, insubordinate, apatiche, rivoltose, non-motivate.
Purtroppo, non c’è mai il minimo accenno all’autocritica e al mettersi in discussione, perché quando si rovina il rapporto insegnante-alunno, la colpa viene fatta ricadere sempre e comunque sull’alunno o sui genitori di quest’ultimo.
Nelle riunioni pomeridiane in cui si valutano il comportamento e lo studio delle varie classi, spesso viene fuori, per chi vuol capire, che sono proprio gli insegnanti che non conoscono il vero scopo dell’educazione e il vero valore di questo concetto.
Molti, quasi tutti, non conoscono né la metodologia , né la psicologia dell’età evolutiva, né hanno riferimenti culturali e pedagogici concreti e profondi.
Oltre a ciò, non conoscono affatto l’organizzazione sociale odierna, chi la dirige e chi ha messo le mani sulla scuola per sottoporla alle dipendenze del mercato e del consumo, cioè alle dipendenze del capitale. La prima e più importante lotta di classe la si dovrebbe iniziare proprio dalla scuola, laddove cioè, si manipola e si modifica il bambino sino a farlo diventare uno strumento adatto al consenso e allo status quo. Questo indottrinamento psicologico fa entrare in società individui inadatti anche ad un minimo pensiero o aspirazione alla trasformazione sociale, avendo interiorizzato l’organizzazione gerarchica, l’eterodirezione e l’omologazione in consumatori bisognosi.
L’educazione alla libertà rompe le catene dei condizionamenti sociali, libera i desideri, aiuta a collaborare invece che competere, serve a dare quegli strumenti di emancipazione e liberazione  frutto dell’autogestione solidale che porta all’autonomia e alla responsabilità individuale e collettiva. Ma la libertà fa paura a molti e la lettura di un libro fondamentale come Fuga dalla libertà di Erich Fromm, potrà aiutarvi a capire quale ad esempio è stato il substrato psicologico di massa che ha contribuito al consenso delle brutali dittature del ‘900.
Se non si viene educati alla libertà è quasi impossibile che gli umani abbiano desiderio di questo valore primario, e la società, così com’è andrà sempre bene, magari con qualche piccolo cambiamento parcellare per chi  si sente “buon elettore di sinistra” come lo chiamava lo scomparso Massimo Bontempelli, con la sua amara ironia, nel secondo volume della collana di libri “Utopia rossa”.
Sto cercando di diffondere il modello educativo libertario a quei pochi colleghi che pur avendo interiorizzato la “religione della scuola” stanno cominciando a capire che se le cose non vanno non è per colpa dei ragazzi, ma per responsabilità oggettive e soggettive di una scuola sbagliata nei suoi princìpi fondanti, nei suoi metodi, nei suoi scopi.
Il lavoro è più che duro, anche perché sono solo, ma non mi arrendo e lotterò con tutte le risorse fisiche e mentali che ho per  educare le nuove generazioni al desiderio di cambiare il mondo. I sogni o le utopie rimangono tali solo se non si cerca il modo di concretizzarli, con calma, senza fretta, lasciando che i semi maturino.

martedì 4 dicembre 2012

EDUCARE ALLA LIBERTÀ (VII), di Alessandro Gigli


Il mio percorso di insegnante

“Oggi si confonde la scuola con l’educazione, come un tempo si confondeva la Chiesa con la religione” (Ivan Illich)


L’educazione fisica
C’è una materia che gli scolari amano a priori: l’educazione fisica. Purtroppo però, anche questa materia può essere insegnata in maniera tradizionale, istituzionale e spesso assomiglia all’addestramento militare sia nella forma che nella sostanza.
File ordinate, schieramenti, petto in fuori e pancia in dentro, fischietti, cronometri, divise ecc. ecc, tutto questo ricorda l’attività fisica dei percorsi di guerra con il sergente istruttore che insulta a più non posso chi non riesce nella giusta esecuzione.

Molti colleghi della mia materia, educazione fisica, o assomigliano a quel sergente o lanciano un pallone e poi si mettono a leggere il giornale: autoritarismo e permissivismo sono due facce della stessa medaglia, non educano nessuno. E mentre il primo produce risentimento e odio, il secondo caos, disinteresse e noia.
All’inizio della mia carriera di insegnante ero sì diverso dai miei colleghi, ma certamente conservavo delle caratteristiche più autoritarie in quanto i miei riferimenti pedagogici e culturali erano perlopiù istituzionali anche se considerati progressisti e moderni.
Sicuramente non ero uguale agli altri, ma ancora non avevo intrapreso quel percorso di letture e conoscenze attraverso il quale  sono arrivato a capire, apprezzare e proporre l’educazione alla libertà e alla gioia di vivere e muoversi. Cercavo il dialogo con i ragazzi, proponevo esercitazioni particolari e cercavo di stimolarli continuamente, anche se mi arrabbiavo troppo, alzavo troppo la voce e mi sentivo frustrato se qualcuno non voleva partecipare alle lezioni o non s’impegnava. Man mano che passava il tempo e facevo esperienze, ho iniziato ad interessarmi di politica e a leggere testi di Ivan Illich, Raoul Vaneigem, Bertrand Russell ecc., tutti sulla pedagogia antiautoritaria e il modo corretto di intendere l’educazione e l’istituzione scolastica.

Un nuovo modo di essere educatore
Dentro di me già tutto era predisposto per assorbire, digerire e criticare all’occorrenza questa nuova cultura. Infatti iniziai a sperimentare un nuovo modo di essere educatore, nonostante le resistenze e i pregiudizi dei colleghi e dei dirigenti fossero molto forti, e anche con i ragazzi stentavo a farmi capire ed apprezzare, abituati a confondere libertà con licenza di fare tutto quello che avevano voglia di fare senza alcun rispetto per gli altri.
Sono stati anni difficili, non solo come insegnante ma anche come uomo: era cessato un rapporto con una donna per me molto importante, ero uscito da Rifondazione comunista perché non avevo più fiducia nel partito e nei compagni; stavo avvicinandomi al pensiero libertario, anarchico, situazionista, trovando in essi un valido supporto e vicinanza  con la mia personalità e il mio modo di vivere e pensare.
Questo percorso  nuovo e impegnativo mi ha fatto arrivare a quello che sono oggi: un educatore alla libertà, all’autonomia, alla responsabilità e all’autogestione della vita motoria e sportiva (insegno ginnastica artistica al di fuori della scuola e faccio il preparatore atletico di base per ogni tipo di sport).
Cambiando metodo di insegnamento, quello che si è modificato di più è il grado di stress e tensione dopo 5 ore di lezione: una volta arrivavo a casa sfinito e provato, oggi sereno e spesso felice. Sono cambiate tante cose in meglio naturalmente, ma non solo per me, soprattutto per i ragazzi che possono trascorrere 1 o 2 ore lontani dalle assurde pretese di una scuola che li vuole come tanti soldatini efficienti e ubbidienti, tutti uguali, soffocando i loro interessi, le loro inclinazioni e i loro intimi desideri.
La scuola soffoca, indottrina, violenta, distrugge le diversità, i cuori, le pulsioni, snatura i piccoli esseri e li omogeneizza e li conforma al volere degli adulti, del sistema, del capitale.
Io cerco con tanta fatica e passione di liberarli da queste catene per non fargliele portare dietro al di fuori della scuola, nella società.
Il lavoro è quasi disumano, soprattutto per la diffidenza, se non l’ostilità dei colleghi, ormai sedotti dalla religione della scuola istituzionale e repressiva, imbrigliati in un immaginario fatto di premi e castighi, approvazioni e punizioni, tutti alla ricerca dell’omologazione forzata degli ex spiriti liberi in cani di Pavlov. Ed ecco la scuola al servizio del salario e del lavoro, della posizione sociale gerarchica cucita addosso ad ognuno: i cosiddetti meritevoli in classe dirigente, tutti gli altri in scarti di magazzino, braccia al servizio dell’economia di mercato, relegati in fondo alla piramide sociale a reggere il peso del sistema accettato supinamente da tutti, come unico sistema possibile per gli umani.
Naturalmente, una piccola percentuale di colleghi curiosi di conoscere i miei metodi c’è, esiste, e io intrattengo con loro, nei momenti liberi, conversazioni interessanti, spiego il retroterra culturale e pedagogico che mi spinge ad agire come agisco; faccio leggere testi di educazione antiautoritaria o le cose che scrivo e pubblico sul blog di Utopia rossa, cerco di motivarli a interessarsi di tutto ciò che è diverso e innovativo, spingendoli ad autocriticarsi, forte del fatto che i miei allievi  sono entusiasti della libertà  e lo dicono ai loro genitori e a tutti gli insegnanti della scuola, compresa la dirigente.
Questo stato di cose mi dà forza e autorevolezza e non mi sento più solo e sfiduciato: sono i miei allievi che si battono per me affinché io possa continuare a farli felici.

L’insegnante facilitatore

Sin dalla prima lezione ho spiegato loro cosa contesto della scuola tradizionale e come ho intenzione di procedere: chiedo il loro parere, sento le loro critiche e alla fine decidiamo insieme che non metterò note sul registro, voti, non darò né premi né punizioni, che l’attività da svolgere sarà autogestita e che farò l’insegnante facilitatore, intervenendo solo quando se ne sente il bisogno o su loro specifica richiesta. Ho spiegato la differenza tra libertà e licenza e che, per riuscire a vivere situazioni di vera libertà, c’è bisogno di responsabilità e di rispetto per gli altri.
I ragazzi, anche se piccoli, hanno capito quasi subito (all’inizio un po’ di caos è naturale), sapendo gestire la loro attività motoria nella maniera più intelligente, corretta e soddisfacente, rendendo le lezioni un valido esempio di come l’autonomia generata dall’autogestione si accresca giorno dopo giorno, facendoli maturare con l’esperienza sul campo, le relazioni, i piccoli conflitti, l’aiuto reciproco, la solidarietà e una competizione più sana e meno distruttiva, dove la verità vince sulla falsità e il buon senso vince sulla furbizia e sull’astuzia. Le regole che sono alla base del vivere sociale, se le danno da soli (anche se spesso chiedono un mio consiglio) e le rispettano tutti, senza inganni e sopraffazioni dei più forti sui più deboli, dei più svegli sui più lenti, dei maschi sulle femmine.
Le attività motorie e sportive, caotiche e disordinate dei primi giorni si sono trasformate in ordinate ed equilibrate, rispettose degli spazi e dei desideri degli altri, cosicché le lezioni trascorrono senza stress e con la massima felicità dei ragazzi: ognuno fa quello che gli piace e l’insegnante aiuta, consiglia, soccorre, supporta, spiega….ogni volta che viene richiesto il suo intervento o ritenga opportuno farlo.

Le valutazioni dei ragazzi
Vorrei concludere questo scritto con alcune valutazioni che i ragazzi hanno fatto su di me (su mia richiesta periodicamente i ragazzi mi valutano in forma scritta e anonima così che io possa capire se sono sulla giusta strada o no) affinché capiate che anche se giovanissimi (scuole medie) sono in grado di tirar fuori concetti importanti e intelligenti e capire se la loro vita migliora o peggiora a seconda dei metodi  educativi proposti dall’insegnante.

“Il professor Gigli è il mio insegnante di educazione fisica. È diverso dagli altri prof ma questo non significa che sia una cosa negativa anzi, questa è una sua caratteristica positiva. Durante una sua ora di lezione  ci ha parlato della libertà all’interno di una società. La libertà è ridotta per cui, quando siamo con lui vuole che ci sentiamo liberi di essere noi stessi rispettando comunque gli altri. Ci fa scegliere i giochi da fare. A me piace perché so che ci si può contare. Se dovessi avere dei problemi penso che andrei da lui perché mi ascolterebbe”.

“Prof lei è una persona molto simpatica e divertente. Il suo modo di impegnarsi mi piace molto perché mi diverto; ci fa rilassare con un’ora serena e non ci costringe a fare ciò che non ci piace. Di lei ammiro il suo stile di insegnare, la sua fiducia in noi e la libertà che nessun prof ci ha mai dato”.

“Ciao prof! La prima volta che l’ho vista mi sembrava un terrorista o un finocchio (si tolga quegli orecchini!). Prof lei si droga? Lei è troppo femminista, mio padre dice che le donne devono fare cose da donna. Una cosa però apprezzo, lei mi accetta per quello che sono mentre gli altri prof dicono ai miei genitori che sono sbagliato e che devo cambiare con le buone o con le cattive”.

“Io credo che sei molto bravo perché nessun prof ha mai capito che noi studenti abbiamo voglia di sfogarci. Per esempio gli altri professori quando chiacchieriamo, ci alziamo o non chiediamo il permesso per fare delle cose, ci ritengono maleducati e ci ricattano dicendo di metterci rapporti o note. Insomma secondo me fai bene il tuo lavoro, ci capisci e ci lasci fare quelle cose che nessun professore ci ha mai  fatto fare, come , per esempio, essere autosufficienti , perché noi non siamo delle macchinette che hanno bisogno di essere programmate”.

“Voglio dire una cosa a chi dicesse che la motoria del prof Gigli non serve a niente : la motoria del prof Gigli serve a due cose: imparare a muoversi e ogni volta a diventare una persona migliore!”


Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: http://www.utopiarossa.blogspot.com

sabato 1 dicembre 2012

RICORDO DI IVAN ILLICH, di Antonio Marchi


Ivan Illich è stato un pensatore critico, ribelle, un gigante del pensiero sociale moderno. Amava essere definito uno storico, perché era dalla storia che traeva le sue analisi per dimostrare la "controproduttività" delle grandi istituzioni moderne, che generano il contrario di ciò che promettono. Della modernità denunciava la tecnostruttura che confisca le capacità naturali del vivere, costringe ad appaltarsi a competenze specialistiche, quantifica l’essere umano in una somma di bisogni e lo misura in termini di produttività. Il nostro modo di vita industriale e predace - diceva - è irrimediabilmente condannato, difficilmente potrà durare ancora mezzo secolo. Il petrolio sta finendo e l’aumento della temperatura terrestre per l’inquinamento devasterà acque e terre. Se vorrà sopravvivere l’umanità dovrà cambiare vita, smettere di divorare energia, non produrre sempre più merci, non confondere lo sviluppo con la crescita del Pil, abbandonare il mito della produttività. Questo modo di vivere ci ha tradito, ci ha estraniato dal mondo, ha distrutto la natura e ingoiato miliardi di persone in inconcepibili astrazioni e il dover rinunciare è da tutti considerato una catastrofe e non invece un rimettere i piedi per terra e avere una vita più ricca e felice.In una lettera ad un amico scritta nel 1992 e letta al suo funerale diceva che la generazione a cui apparteneva aveva vissuto la rottura col mondo e visto l’esilio della carne dalla trama della storia, che il mondo nel quale era nato era svanito nel non senso e che la sua memoria non si era depositata come le rovine del passato negli strati inferiori della terra, ma era scomparsa come una riga cancellata dalla memoria del computer. Parlava della morte e della sua morte, che voleva non fosse "una fine mortale", ma un "morire nel senso intransitivo", con i piedi sulla terra, celebrando "la gloria del mondo reale attraverso il nostro stesso addio ad esso". Voleva una morte che serva a quelli che restano e non una morte che si subisce, che arriva da fuori come un fulmine. Alludeva ad un morire che sia un fare, un decidersi, un compiersi. Come non associare tutto ciò ai delittuosi eventi di questi tempi in Iraq e altrove? La guerra è la massima organizzazione della morte, e nello stesso tempo è la negazione del morire. Come stupirsi che qualcuno, lanciandosi con un’auto imbottita di esplosivo contro un carro armato o un edificio abitato, decida di non farsi dare la morte, ma di morire uccidendo? È la stessa differenza che c’è tra il vivere e l’essere fatti vivere per consumare. Abitare, non stare in una scatola prefabbricata come abitazione. Educarsi, non essere parcheggiati in una scuola scambiata per educazione. Informarsi, non essere "fruitori" e bersaglio dell’informazione. Curarsi, non consegnarsi al potere terapeutico della sanità. Illich è stato un grande paladino della cultura dei popoli, dei loro saperi, dell’arte del vivere praticata anche nelle condizioni più povere ma non per questo miserabili. Da anni non leggeva più i giornali. L’attualità quotidiana gli appariva fatua ed inconsistente, cosi come i "media". Non rilasciava interviste e non accettava il ruolo del conferenziere che "dà la linea". Piuttosto cercava il dialogo attraverso la ricchezza delle osservazioni e delle domande. Un maestro che svolge con gusto una funzione "didascalica" e non vuole trasformarsi in tuttologo, per quanto vari e ampi siano i suoi campi di indagine.La sua idea forza è che, se non in particolari eventi clamorosi, non esiste la "scarsità". I bisogni umani sono commisurati a ciò che la terra può offrire quantitativamente e qualitativamente, con una grande e irripetibile varietà da luogo a luogo. "La dimensione naturale dell’uomo" dunque. Dove per "naturale" s’intende non una nozione "biologica" ma storica. Invece la necessità di scavalcare tempo e spazio con le tecnologie della velocità e della comunicazione, gli squilibri... tutto questo produce il frutto velenoso di rotture, di separazioni, di definizione di confini tra "proprio" ed "alieno", tra lingua e dialetto, tra bene d’uso e bene di scambio, tra ambiente e risorsa, tra norma e devianza, tra salute e malattia, tra comunità e istituzione.L’uomo che conosciamo è l’uomo "economico", che pensa in base al principio di utilità, in base al rapporto costo-profitti. Ma esiste un’altra umanità, esistono, altri modi di pensare la convivenza basati sul dono, sulla comunità, sull’autosufficienza, sulla solidarietà.
Queste possibilità sono state indubbiamente sconfitte. Ma la loro sconfitta non è prova della loro non-verità. La storia non è infatti un tribunale. La storia è il dominio del più forte, spesso del più violento. 

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venerdì 16 novembre 2012

EDUCARE ALLA LIBERTÀ (VI), di Alessandro Gigli

Considerazioni sul concetto di educazione

“Un uomo ridotto alla sua dimensione scolastica si lascia scivolar via dalle mani l'esperienza non misurabile. Ciò che non può essere misurato passa per lui in secondo piano. Non c'è bisogno di spogliarlo della sua creatività: con l'istruzione ha disimparato a creare qualcosa o a essere se stesso e dà valore solo a ciò che è stato fatto o potrebbe avvenire. Una volta che la scuola ha impregnato un uomo dell'idea che i valori si possono produrre e misurare, egli tende ad accettare le gerarchie di ogni tipo. C'è una scala per lo sviluppo delle nazioni, un altra per l'intelligenza dei bambini e anche il progresso verso la pace può essere misurato dal numero di cadaveri. In un mondo scolarizzato la strada della felicità è lastricata di indici di consumo” (Ivan Illich, Descolarizzare la società, 1971).

L'ideologia della scuola è dunque imperniata sulla nozione di progresso inteso come accumulazione e crescita illimitata; e la crescita a sua volta è concepita come consumo senza fine. “Il mito del consumo senza fine sostituisce il credo nella vita eterna” (I. Illich).
Oltre a questo aspetto determinante della scuola al servizio del mercato e del consumo c'è l'aspetto ancor più importante dell'accettazione di una società basata sulla gerarchia e sulla piramide sociale. L'atteggiamento della cultura libertaria invece propone una visione sociale “orizzontale”: né capi né sudditi, né comandare né obbedire, né padroni né servi.
Nella scuola repressiva tradizionale l'esempio più chiaro è dato dagli studenti che si devono alzare in piedi quando entra un insegnante o devono chiedere il loro permesso per fare qualsiasi cosa. Una vita trascorsa tra i banchi di scuola interiorizza e cristallizza la mentalità gerarchica e diseguale, trasferendo un pensiero identico sulla società e sul mondo: anche in una società ritenuta democratica si sente il bisogno della gerarchia e della disuguaglianza.
L'educazione democratica e non-coercitiva invita l'individuo a condividere la vita sociale in maniera equa e solidale, abolendo le disparità e i diversi gradi di valore, contribuendo a vedere e intendere il vivere sociale come unione di idee, ideali, aspirazioni e desideri scelti da umani, collettivamente, senza distinzioni di valore, tutti messi sullo stesso piano, con regole autodecise e non calate dall'alto. Una società o una comunità che si autogestisce in tutti gli aspetti 
della vita non ha così bisogno di governi perché si autogoverna e lo Stato così come lo intendiamo noi non avrebbe più senso, si sgretolerebbe e trasformerebbe in una rete, l’intreccio basato sul mutuo sostegno di comunità collegate tra loro in modo solidale e non-competitivo.
Può una nuova educazione favorire tutto questo, cioè, contribuire ad un vero atto rivoluzionario? Certamente si, perché, come si diceva un tempo: “si lavora sull'educazione per preparare la rivoluzione”. 
Sarebbe una rivoluzione non violenta, non combattuta con le armi da eserciti regolari o non-regolari. Si svolgerebbe su di un piano culturale, relazionale, emotivo e ideale e si realizzerebbe dopo aver scardinato e distrutto non cose e persone ma solo una cattiva educazione che inculca il potere, il profitto, il consumo.
Ora citerò il pensiero di Erich Fromm sull'educazione: “lo scopo dell'educatore, lo scopo della vita è di lavorare con gioia e di trovare la felicità cioè rispondere alla vita non solo con il cervello, ma con l'intera personalità. Nell'educazione non è sufficiente promuovere lo sviluppo intellettuale. L'educazione deve rivolgersi sia alla sfera emotiva che a quella intellettuale. Nella società moderna riscontriamo una sempre maggiore distanza tra intelletto e sentimento. Le esperienze dell'uomo odierno sono in gran parte mediate dal pensiero e non riflettono una percezione di ciò che il cuore sente, l'occhio vede, l'orecchio ascolta. In affetti questa separazione tra intelletto e sentimenti ha condotto l'essere umano ad uno stato mentale pressoché schizoide che lo ha reso quasi incapace di percepire alcunché in maniera autentica, immediata. L'educazione deve adattarsi alle capacità e alle necessità psicologiche del fanciullo. Il fanciullo non è altruista. L'amore per lui non è il sentimento maturo dell'adulto. È un errore attendersi dal fanciullo un comportamento che egli potrebbe dimostrare solo in maniera ipocrita. L'altruismo si sviluppa solo successivamente all'infanzia. La disciplina imposta dogmaticamente e le punizioni provocano paura; dalla paura nasce l'ostilità. Questa può anche non essere aperta e consapevole, ma in ogni caso paralizza la spontaneità e l'autenticità dei sentimenti. L'indottrinamento disciplinare continuo è nocivo per i fanciulli e ne blocca lo sviluppo psichico.”
Tutto questo può riassumersi nel concetto semplice che funzioni per la vita di relazione e non per il mercato. Un’educazione che abitui a gestire la libertà individuale e collettiva, costruita con la nascita e lo sviluppo di coscienza collettiva, responsabilità, autonomia e autogestione. Purtroppo, ancora oggi, c'è un tratto comune in tutte le scuole che ne identifica l'essenza: la presunzione. Presunzione di verità e irrinunciabilità, presunzione di inevitabilità e di sacralità. Ogni istituzione scolastica, di ieri o di oggi, di qui o di altrove si regge proprio su questo assunto: la sua esistenza è inevitabile e viene prima di ogni forma di sapere e di conoscenza che qualunque società gerarchica annovera tra i suoi obbiettivi sociali.
C'è perciò un immaginario educativo gerarchico, un idea di uomo da formare, forgiare, plasmare, una filosofia del divenire istituzionalizzata e una ritualità rassicurante e immodificabile.
I governi di destra e di sinistra, gli insegnanti progressisti o conservatori, le famiglie chiuse o aperte sono accomunate dal fatto che li vede schierarsi, confrontarsi, dividersi all'interno di una ben determinata cornice: la presunzione.
Oltre a ciò, l'obbiettivo dichiarato di varie riforme scolastiche consiste nell'organizzare i tempi e i modi dell'insegnamento rapido, invece che prevedere e favorire i tempi lunghi dell'apprendimento. Tutto deve assolutamente essere funzionale a un sistema sociale “usa e getta”: una scuola così insegna ignoranza.
Nel grande parco di attrazioni in cui si è trasformata l'istituzione scolastica, gli insegnanti sono diventati gli animatori dell'intrattenimento strutturato, unicamente finalizzato all'addestramento di alcune abilità e all'acquisizione di alcune informazioni indispensabili per reggere il ritmo del cambiamento incessante che la società flessibile del capitale finanziario richiede e necessita. Invece di porre l’individuo come persona al centro del processo educativo: una persona che si nutra della straordinarietà di altri esseri che entrano in contatto con lei attraverso storie, ambienti, culture, conoscenze, sensibilità, specificità.

Dice Paul Goodman: “ai bambini non bisogna insegnare, ma permettere di scoprire”. “Molti affermano che un’educazione alla libertà è impossibile e che la norma repressiva è inevitabile, che l'uomo non è mai stato e non potrà mai essere veramente libero, che da sempre l'organizzazione sociale impone la propria legge non foss’altro che per sopravvivere e che l'educare senza tener conto di questa legge vuol dire gettare tra gli uomini il seme del caos e del più funesto disordine.
Affermano inoltre che la legge deve, per sua stessa natura, essere imposta dai pochi ai molti, poiché nella storia dell'uomo c'è sempre stato chi deve comandare e chi deve obbedire, chi deve pensare e chi deve eseguire, chi deve avere un potere e chi non deve averlo. E che perciò la non-stratificazione sociale è impensabile. In sintesi, affermano che il mondo così è e così deve restare.
Non voglio negare, beninteso, che la comunità umana debba essere in qualche modo organizzata, né che per fare ciò sia indispensabile una norma. Ma sostengo che la strada percorsa fin qui se è la più comoda, è certamente anche la più indegna dell'uomo. È mia ferma convinzione che la si posa cambiare. Cambiarla del tutto e per sempre, senza possibilità di ritorno” (Marcello Bernardi, Educazione e libertà, Rizzoli 2009).

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martedì 30 ottobre 2012

EDUCARE ALLA LIBERTÀ (V), di Alessandro Gigli


Considerazioni ed esperienze dall’interno della scuola

“Se i governi privilegiano l’allevamento intensivo di studenti consumabili sul mercato, allora i princìpi di una sana gestione prescrivono di stivare nello spazio scolastico più ridotto la quantità massima di teste modellabili dal numero minimo di personale possibile. Noi non vogliamo più una scuola in cui si impara a sopravvivere disimparando a vivere”
(Raoul Vaneigem, Avviso agli studenti,  Piano B Edizioni)

Basterebbe questo concetto del libero pensatore anarco-situazionista Vaneigem, per far capire quale scuola di pensiero (aziendalista e neoliberista) costruisce la struttura scolastica contemporanea, con gli pseudopedagogisti di regime, sincronizzati sull’orologio del potere dominante, a dettare la legge imposta dai voleri del capitale.
Ci dice ancora Vaneigem: “Nel dicembre del 1991, la Commissione Europea ha pubblicato un memorandum sull’insegnamento superiore. Vi si raccomandava alle Università di comportarsi come imprese sottoposte alle regole concorrenziali del mercato. Lo stesso documento esprimeva l’auspicio che gli studenti fossero trattati come clienti, incitati non ad apprendere ma a consumare. I corsi diventavano così dei prodotti, mentre i termini “studenti” o “studi” lasciavano il posto a espressioni più appropriate al nuovo orientamento, come “capitale umano” e “mercato del lavoro”.
Nel settembre del 1993, la stessa commissione insisteva con un Libro verde sulla dimensione europea dell’educazione. Vi si affermava che sin dalla scuola materna bisogna formare delle “risorse umane per i bisogni esclusivi dell’industria” e favorire “una maggiore adattabilità di comportamento in maniera da rispondere alla domanda del mercato della manodopera”.
Ecco una presentazione sintetica della scuola contemporanea, sottoposta alle leggi della domanda e dell’offerta dove ognuno viene formato per potersi incasellare in un ingranaggio costruito da altri, cioè da quel potere che ci vuole a sua immagine e somiglianza: docili, mansueti, privi di senso critico, abituati ad obbedire, a consumare e soprattutto a non pensare.
Bisognerebbe invece insegnare l’autonomia e non la dipendenza, la responsabilità e non la cieca obbedienza, l’autogestione responsabile e condivisa, la solidarietà tra pari e non la competitività e la paura dell’altro.
Purtroppo, obbedendo alle leggi di mercato e a un darwinismo sociale becero e distruttivo, anche il sovraffollamento (voluto per legge) delle classi non aiuta.

Tale “intasamento” delle classi non è solo causa di comportamenti barbari, di vandalismo, di delinquenza, di noia, di disperazione, ma perpetua anche l’ignobile criterio della competizione tra umani, la lotta concorrenziale che elimina chiunque non si conformi alle esigenze del mercato. Il bruto arrivista prevale sull’essere sensibile e generoso: ecco ciò che gli imbroglioni al potere definiscono anch’essi, come i brillanti pensatori di un tempo, una “selezione naturale”.
La scuola non può essere considerata avviamento al lavoro. Una scuola vera, libera e democratica deve insegnare a vivere e a ognuno deve dare gli strumenti per diventare se stesso, potendo tirar fuori (educare = ex ducere) il meglio della propria personalità e delle proprie inclinazioni, imparando ad autoeducarsi nel confronto costruttivo con la sua comunità, classe, gruppo…, sapendosi autogestire con regole decise collettivamente e non calate dall’alto da chi lo vorrebbe uguale a tutti gli altri.

L’educazione non-coercitiva, libertaria e antiautoritaria, dovrebbe essere almeno uno strumento conosciuto, analizzato e criticato intelligentemente e razionalmente da tutti i miei colleghi. Invece non è conosciuto affatto e di argomenti di questo tipo non si parla mai né tra colleghi, né tantomeno nelle noiose e inique riunioni pomeridiane (collegi, consigli) dove la burocrazia e le costrizioni economiche  costringono a eludere argomenti interessanti che potrebbero favorire il nostro modo di essere veri educatori.
“Nessun ragazzo varca la soglia di una scuola senza esporsi al rischio di perdersi: voglio dire di perdere questa vita esuberante avida di conoscenze e di stupori, che sarebbe davvero esaltante nutrire, invece di sterilizzarla e spingerla alla disperazione, sottomessa al noioso lavoro del sapere astratto. Quale terribile riprova quegli sguardi così brillanti, spenti di colpo! Il consenso generale stabilisce che, con ipocriti riguardi, saremo imprigionati entro quattro mura, oppressi, colpevolizzati, giudicati, onorati, puniti, umiliati, etichettati, manipolati, coccolati, violentati, consolati, trattati come aborti che implorano aiuto e assistenza” (Raoul Vaneigem)
Basta con una scuola così disumana! Basta con una scuola che serve solo alla certezza di un salario! Basta con la noia , la paura e il soffocamento dei desideri!
Dopo la mia esperienza personale di due anni in una scuola della provincia di Ancona, che dista circa 20 km dalla mia città, ho avuto ampie conferme dell’idea per la quale mi batto da tempo e che ho cercato di esporre nei precedenti articoli apparsi sul blog di Utopia rossa: e cioè che la pedagogia democratica  e antiautoritaria sia il miglior modo per insegnare a vivere la propria vita con autostima, responsabilità, autonomia e coscienza collettiva.
Il rapporto con i miei alunni, infatti, è basato sulla condivisione delle regole, sulla disponibilità verso gli altri e sulla soddisfazione dei propri desideri, soprattutto quelli motori perché insegno educazione fisica. Chiedo periodicamente il loro parere e il loro giudizio sul mio modo di rapportarmi con loro e di essere educatore motorio, e ho con il tempo modificato il mio agire in funzione di un miglior svolgimento delle lezioni, di un rapporto più profondo e democratico con loro, di un migliore sfruttamento del tempo e dello spazio concessomi dalla scuola.
Ebbene, posso dire che la libertà funziona! Vivendo situazioni di gioco e di attività libere e autodecise (con l’insegnante facilitatore) le lezioni sono prive di paure, stress, inquietudini e complessi di colpa. I ragazzi e le ragazze gestiscono la propria vita motoria potendo esaudire le loro aspirazioni e i loro desideri, compreso il non far nulla o svolgere il ruolo di tutor di un determinato gruppo di compagni, in quanto conoscitori più degli altri dello sport specifico in questione.
L’integrazione libera e autodeterminata con gli alunni diversamente abili, anche gravi, dà risultati stupefacenti: senza l’obbligo esterno a “dover” fare, questi studenti da soli funzionano meglio che nel rapporto con gli insegnanti di sostegno. Un alunno mi ha detto: ”quando tu entri in classe a noi viene il sorriso sulle labbra, siamo felici e ci dimentichiamo di tutte le ansie e le paure che abbiamo! Sappiamo che passeremo l’ora più bella di tutta la mattinata.”
Se amare e voler bene significa qualcosa, questo qualcosa è riassunto nei concetti di libertà e felicità.
La realizzazione dei propri desideri è qualcosa che migliora la vita e il benessere psicofisico: è ora che anche i colleghi smettano di fare i carcerieri  e diventino veramente educatori alla gioia di vivere e di imparare.


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giovedì 7 giugno 2012

«I RAGAZZI FELICI DI SUMMERHILL» (Alexander S. Neill, 1960), di Giulia Viti

Quello che state per leggere è lo scritto di una mia allieva, Giulia Viti, che frequenta la terza C in una delle mie classi alle scuole medie. Invece di scrivere io, ancora sulla scuola libertaria, ho trovato in Giulia, una studentessa curiosa e sensibile (oltre alla scuola tradizionale frequenta il Conservatorio), un valido aiuto, così ho deciso, visto il suo interesse al mio modo di insegnare, di farle leggere un libro: I ragazzi felici di Summerhill di Alexander Neill, primo fondatore negli anni ’20 del secolo scorso, in Gran Bretagna, di una scuola democratica e non autoritaria.
Alessandro Gigli

Summerhill è la scuola non repressiva più famosa al mondo. Fondata nel 1921, è situata nelle vicinanze di Leiston, a circa cento miglia da Londra. Summerhill, propone un nuovo tipo di pedagogia, in altre parole, tenta di introdurre nella scuola, il concetto di libertà e ricerca della felicità. Questa scuola non obbliga la partecipazione alle lezioni, vi è un orario, ma vale solamente per gli insegnanti. Ogni alunno può decidere se passare il proprio tempo nei laboratori di meccanica, giardinaggio, elettronica, arte, musica, falegnameria, maglieria, o in giardino a giocare a pallone, anziché imparare a leggere e a scrivere. Non vi sono voti, esami o riconoscimenti che mettano un individuo al di sopra dell’altro, contrariamente alle continue competizioni che siamo costretti a subire normalmente.
Anche i provvedimenti disciplinari sono estremamente libertari, poiché è un’assemblea composta dai ragazzi stessi a decidere le conseguenze dell’azione fatta, e se ritenute inopportune, lo stesso “colpevole”, può decidere se obiettare, ma ciò, non implica l’assenza di regole.
Le regole ci sono, ma sono stabilite in comune accordo con gli studenti, e mirano ad evitare comportamenti che danneggiano il prossimo, più che a limitare il singolo individuo: è così che va interpretato il concetto di libertà della scuola di Summerhill.

domenica 2 ottobre 2011

EDUCARE ALLA LIBERTA’ (IV E ULTIMA PARTE), di Alessandro Gigli


La scuola

Le scuole democratico-libertarie basano la loro esistenza su 3 concetti base:
1)      le lezioni come scelta
2)      la costruzione di regole condivise
3)      l’assenza dei voti

1) le scuole democratico-libertarie accolgono abitualmente bambini e ragazzi, di entrambi i sessi, dai 3 ai 18 anni. L’idea centrale attorno alla quale tali scuole prendono forma è di offrire ai ragazzi la possibilità di scegliere se frequentare le lezioni o no.  Alla base vi è il presupposto secondo cui le attività scolastiche sono un’offerta e non un obbligo. Questa scelta, in forte contrasto con tutto ciò che abitualmente associamo alla scuola, si basa sulla profonda convinzione che ogni bambino sia competente. Non si parla quindi solo di disciplina, ma soprattutto di autodisciplina, mentre il percorso di apprendimento diventa una scelta e non la risposta alle aspettative di qualcun altro (il genitore, la società, gli insegnanti e così via). Le scuole democratiche, quindi, propongono e sostengono l’importanza della libertà di scelta nell’apprendimento perché è un passaggio fondamentale per la costruzione dell’autostima. L’assenza di imposizioni porta a scoprire una motivazione intrinseca nei ragazzi, talmente forte da spingere ad imparare con gioia e a non dimenticare più ciò che si è appreso, consentendo di collegare teoria e pratica anche nel quotidiano. In una scuola democratico-libertaria, gioco libero, lettura libera e conversazioni libere costituiscono alternative alle lezioni e vanno considerate di pari valore educativo. Si ritiene infatti che esse stimolino i diversi aspetti dell’intelligenza o ,meglio, le intelligenze multiple. L’assenza di obblighi per quanto riguarda l’apprendimento e l’organizzazione del tempo trascorso a scuola non significa mancanza di regole e disciplina, tutt’altro.
2) Nelle scuole democratico-libertarie il numero di regole da rispettare è molto alto e l’autodisciplina di ogni ragazzo sorprendente. Le regole vengono proposte, discusse e votate da studenti e insegnanti nel corso di una riunione comune. Si tratta di un’assemblea a cui partecipano tutti i soggetti della scuola, inclusi i genitori, che per motivi lavorativi tendono invece a non essere presenti. Ciò che viene votato ha valore per tutti e ogni persona presente ha diritto ad un voto e ogni voto, sia esso espresso dagli insegnanti o dagli alunni, pesa in eguale misura. Ogni assemblea è gestita da un moderatore scelto tra gli studenti a rotazione tra coloro che si sono resi disponibili. Il moderatore presenta un ordine del giorno elaborato tenendo conto delle mozioni raccolte durante la settimana tramite apposite schede di cui tutti possono usufruire. I regolamenti possono essere cambiati o rivisti se, con il passar del tempo, risultano inadeguati o insoddisfacenti. La scelta di attribuire eguale valore al voto degli insegnanti e degli alunni, si basa sulla convinzione che tutti fanno parte della stessa comunità e lavorano per raggiungere i medesimi obbiettivi: fare esperienze, imparare e crescere. E’ molto interessante osservare come i bambini imparino a presentare delle proposte che nascono dai loro bisogni e non dal desiderio di compiacere un insegnante o di farsi belli di fronte alla classe. Che cosa accade se qualcuno non si attiene alle regole ratificate dall’assemblea? In questo caso entra in gioco il secondo strumento democratico, ovvero il comitato di giustizia, che può intervenire come parte dell’assemblea oppure come organo indipendente. E’ un organismo composto dai ragazzi stessi che, a rotazione , rivestono questo ruolo. Si tratta di un gruppo di alunni che, con la supervisione di un insegnante nelle vesti di uditore, ascoltano con serietà e pazienza le parti interessate, cercando di farle riflettere e di far capire le motivazioni reciproche. Solo nei casi più complessi o in presenza di recidivi, si attivano delle punizioni. Le punizioni possono consistere nell’obbligo di pulire i vetri di alcune aule della scuola oppure di fare un turno di due ore in cucina per la preparazione del pranzo o, ancora, nel divieto di giocare al computer per una settimana. La centralità dell’assemblea e del comitato di giustizia si riflette nel nome stesso di scuole democratiche. In questi laboratori di apprendimento la democrazia non si studia e non si frammenta all’interno della routine scolastica, ma la si vive e la si mette in pratica nella strutturazione complessiva dell’esperienza.
3) Un altro elemento che accomuna le diverse scuole democratico-libertarie è l’assenza dei voti. Questa scelta è condivisa da numerosi metodi pedagogici alternativi a quello istituito dal curriculum statale. Scrive a questo proposito don Milani : “dopo un mese della vostra scuola (quella statale) l’infezione aveva preso anche me. A scuola durante le interrogazioni sentivo il cuore fermarsi. Auguravo agli altri quello che per me non volevo. Durante la lezione non ascoltavo più. Pensavo già all’interrogazione dell’ora seguente (…). A casa non mi accorgevo se la mamma stava male. Non domandavo notizie dei vicini. Non leggevo il giornale. La notte non dormivo.”
I voti generano spesso ansia e confusione perché inducono a misurare il proprio valore di persona. In famiglia, nel gruppo di amici, nella società si è instaurata una sorta di identificazione più o meno evidente tra voto e riconoscimento. Nelle scuole democratiche , invece che sul voto, si pone l’accento sul percorso d’apprendimento che ogni ragazzo ha intenzione di svolgere. Ogni scuola adotta proprie modalità per rappresentare l’osservazione, le trasformazioni e lo sviluppo costante dell’apprendimento. In alcune realtà i ragazzi si incontrano ogni settimana con un insegnante-tutor che li aiuta ad analizzare e valutare i progressi ottenuti a scuola. A fine anno le famiglie ricevono una lettera dello stesso tutor in cui viene raccontato il processo di crescita relazionale, sociale e di apprendimento del figlio. Questo metodo previene l’instaurarsi di una competizione distruttiva tra i ragazzi perché ognuno è consapevole di seguire un proprio percorso che non è valutato né migliore né peggiore di quello di un altro, ma viene cucito addosso ad ognuno. Alle lezioni, quindi, partecipano bambini e ragazzi in base al loro livello di preparazione e non all’età. In tal modo scompare il concetto di un determinato programma da svolgere in uno specifico momento evolutivo dell’alunno. Questo approccio determina che, oltre agli insegnamenti tradizionali come italiano, scienze, matematica, geografia, storia ecc. facciano parte della scuola anche altre proposte: educazione ambientale, cura di un orto, espressione corporea attraverso il gioco, la danza e il teatro, laboratori artistici-artigianali che utilizzano l’argilla, il feltro, il legno.

(Questo brano è tratto dal libro Liberi di imparare, di Francesco Codello e Irene Stella, aam terranuova edizioni)

Conclusioni personali

All’inizio della mia “carriera” d’insegnante avevo già in mente un tipo di scuola e di rapporto con i ragazzi molto differente: non mettevo mai i voti, decidevo con loro il lavoro, tenevo conto dei loro desideri, non punivo e cercavo di non esercitare mai alcun tipo di autorità. Era la fine degli anni ‘80 e non m’interessavo di politica né tantomeno conoscevo la pedagogia libertaria: era tutto spontaneo. Da qualche anno sono venuto a conoscenza di tali tipi di scuola e ne sono rimasto stupefatto… Avevo trovato le basi etiche, pedagogiche e ideologiche che giustificavano il mio modo d’insegnare facendomi sentire più forte e sicuro. Ma io lavoro nella scuola statale e qui cominciano i dolori, i tentennamenti, i dubbi, i turbamenti e anche le sconfitte e i problemi (tanti) soprattutto con i dirigenti scolastici ma anche con i colleghi, i genitori e gli alunni, questi ultimi abituati ormai ad agire solo sotto la pressione di comandi e imposizioni dall’alto. Adottando metodi libertari spesso, ma fortunatamente non sempre, mi trovo a non essere capito dagli alunni che confondono libertà con licenza e così facendo credono che nelle mie ore tutto sia lecito. E’ capitato così che mentre con alcune classi (soprattutto le Prime della scuola media) tutto filava liscio, con altre (specialmente le Terze della scuola media) la vita scolastica era disordinata e caotica costringendomi purtroppo a metodi più tradizionali e quindi più autoritari. Perché con le prime classi era possibile mentre con le terze spesso no? Credo che, secondo la mia esperienza, quando ancora sono poco scolarizzati, con meno anni alle spalle, i ragazzi e le ragazze conservino una mente più libera, una maggiore voglia di sperimentare e un desiderio di riuscire a tirar fuori il meglio di sé sotto la guida responsabile di un insegnante- facilitatore, non padrone, mentre, arrivati in terza media l’abitudine a ubbidire a comandi e regole decise da altri prende il sopravvento, spegnendo quella vivacità intellettuale e quella disponibilità a sperimentare che invece rimane viva i primi anni della scuola secondaria. Ho vissuto esperienze bellissime lo scorso anno in un piccolo paesino di provincia con classi poco numerose e colleghi disponibili, mentre, quest’anno in una città più grande e problematica con classi molto affollate e un clima da caserma mi trovo molto peggio e sto rischiando di non essere né capito né accettato, soprattutto dai più grandi abituati da troppo tempo ormai ad ubbidire solo agli ordini degli adulti. Anche il rapporto con i colleghi e soprattutto con il dirigente scolastico ha un peso molto forte nel riuscire a mettere in atto metodi educativi sperimentali e soprattutto alcuni dirigenti non ne vogliono sapere né di educazione democratica né di metodi non autoritari.
Il problema più grande non solo nella scuola ma nella società è la paura: paura di tutto ciò che è diverso, innovativo, che infrange tabù, regole e status quo e tale paura si trasforma in chiusura degli occhi e delle orecchie anche se si capisce che la strada vecchia è dissestata e non porta in una giusta direzione, cioè, quella di far uscire dal percorso scolastico veri cittadini attivi a capire prima e trasformare poi un mondo completamente sballato, ingiusto, non libero e assolutamente non democratico. Comunque lotterò per far conoscere le mie idee e le modalità di educazione libertaria perché credo con tutte le mie forze che se non si cambia alla radice sia l’educazione in famiglia sia a scuola, cresceranno solo ragazzi e ragazze pronti a sottostare alle regole sociali loro imposte senza nessuno slancio di cambiamento e miglioramento. Non dobbiamo educare dei sudditi ma dei cittadini autonomi, responsabili, liberi e felici.


venerdì 15 luglio 2011

EDUCARE ALLA LIBERTÀ (III), di Alessandro Gigli

Amore e approvazione (Alexander Neill)

La felicità e il benessere dei bambini dipendono dalla quantità di amore e di approvazione che diamo loro. Si deve stare dalla parte del bambino e questo significa che gli si deve dare amore ma non quello possessivo o sentimentale: basta comportarsi in modo che il bambino sappia che lo amiamo e che stiamo dalla sua parte. Faccio un esempio: quando un bambino di 10 anni scrive “cara mamma per favore mandami 50 centesimi. Spero che tu stia bene. Baci a papà” i genitori intelligenti sorridono perché sanno che un bambino di 10 anni, sincero e che non teme di esprimersi, scrive in questo modo; mentre i cattivi genitori leggendo una lettera simile pensano che il loro figlio sia un piccolo egoista che non sa far altro che chiedere. I più sani tra i genitori degli allievi della scuola comunitaria libertaria di Summerhill non domandano mai cosa facciano i loro figli, lo vedono da soli. I genitori sbagliati rivolgono continuamente domande impazienti: “è capace di leggere? Quando imparerà a stare pulito? Va sempre alle lezioni?” Tutto ciò è solo una questione di fiducia nei bambini. Alcuni ce l’hanno, la maggior parte non ce l’ha. Il bambino se ne accorge subito se questo tipo di fiducia manca e capisce che l’amore verso di loro non è un amore profondo.
Se si sanno approvare i bambini si può parlare con loro di qualsiasi argomento, perché l’approvazione toglie di mezzo le inibizioni. Ma è possibile approvare i bambini se non si approva se stessi? Se non si è consapevoli di se stessi non ci si può ritenere soddisfatti e, in altre parole, quanto più si è consapevoli di se stessi e dei motivi che ci portano ad agire, tanto più facilmente si può essere in pace con noi stessi. Bisogna nutrire la speranza che una migliore conoscenza di sé e della natura dei bambini possa aiutare i genitori a tenere questi ultimi lontani dalle nevrosi. Bisogna capire che i genitori rovinano i figli inculcando loro con la forza credenze sorpassate, abitudini sorpassate, una morale sorpassata, sacrificando, in questo modo, i figli al passato e questo vale soprattutto per i genitori che impongono ai loro figli quella stessa religione autoritaria che a suo tempo fu imposta loro.
Pinocchio e il Grillo Parlante, di Mario Madiai
da http://www.pinocchio.it/fondazionecollodi/collodi.php
I genitori devono rinunciare! Devono rinunciare all’odio che si nasconde sotto la loro autorità e le loro critiche. Devono rinunciare all’intolleranza che è il modo in cui si manifesta la paura. Devono rinunciare ai vecchi moralismi e alle vecchie convinzioni nel senso comune. Tutto ciò è molto difficoltoso e arduo poiché i genitori impongono l’autorità che già è stata loro imposta in quanto ogni uomo ha in se l’autorità del padre e ogni donna quella della madre. E’ l’impostazione di questa rigida autorità che alimenta l’odio ed è dall’odio che nascono i bambini difficili. Tutto ciò è l’esatto opposto di chi invece dimostra approvazione verso i figli. Il mondo soffre a causa delle troppe limitazioni e quindi soffre a causa dell’odio. E’ l’odio dei genitori che crea bambini difficili proprio come l’odio della società crea i criminali. La salvezza è nell’amore ma il problema è che non si può costringere ad amare.
I bambini difficili che vanno a Summerhill  hanno la possibilità di diventare, dopo un periodo di ambientamento, fanciulli felici e normali e gli ingredienti principali della terapia sono l’approvazione, la fiducia e la comprensione. L’approvazione è necessaria sia per i bambini normali che per quelli difficili. Il primo comandamento cui debbono obbedire sia gli insegnanti sia i genitori è: “si deve stare dalla parte del bambino”; è seguendo questa regola che a Summerhill si ottengono tanti successi. A Summerhill si è sempre solidali con il bambino e il fanciullo inconsciamente lo sa. Può sembrare strano ma si può essere dalla  parte del bambino anche se qualche volta lo si sgrida; infatti, se si è dalla sua parte, il bambino se ne accorge perché se si sta con lui senza mettere di mezzo l’autorità e la morale, il bambino sente che si è dalla sua parte. Bisogna anche rendersi conto che la sincerità si sprigiona solo in regime di libertà e approvazione: non bisogna imporre modelli di comportamento a cui adeguarsi, né tabù da rispettare e perciò i bambini non sono costretti a condurre una vita basata sui falsi atteggiamenti.
Alexander Neill crede che l’elemento essenziale di ogni intelligente riforma scolastica sia la possibilità di approvazione sociale. Finchè i bambini saranno costretti a salutare i superiori, a stare allineati in fila, a balzare sull’attenti quando entra in classe il preside, non vi sarà una vera libertà e di conseguenza non potranno svilupparsi forme di approvazione sociale.
Faccio l’esempio del Little Commonwealth  (la piccola repubblica, fondata da Homer Lane, un’istituzione rieducativa retta sull’autogoverno): quando arrivava un nuovo ragazzo, questi cercava di ottenere l’approvazione dei compagni, in genere mediante la tecnica usata nei bassifondi da cui proveniva cioè vantando le sue mascalzonate e la sua bravura a rubare nei negozi o nel prendere in giro i poliziotti. Quando si rendeva conto che le sue vanterie si rivolgevano a ragazzi che avevano superato questo modo di ottenere approvazione sociale, il nuovo venuto restava perplesso e spesso si allontanava con disprezzo dagli altri ritenendoli pappemolle. Gradatamente però, il naturale desiderio di approvazione lo spingeva a cercare il consenso delle persone del nuovo ambiente.
Così senza bisogno di analisi psicologiche individuali, il ragazzo riusciva ad adattarsi ai suoi nuovi compagni, trasformandosi, in pochi mesi in un essere sociale. Se Alexander Neill potesse dare oggi un consiglio a un genitore gli direbbe di approvare il proprio figlio così com’è e non cercare di modellarlo secondo la propria immagine.
Il suo motto per la famiglia, sia per l’educazione che per la vita era: “per amor del cielo, lasciate che ciascuno viva la sua vita”
Questo è il solo modo che favorisce la tolleranza che è la parola giusta per una scuola libera.
Si insegna la tolleranza essendo noi per primi, insegnanti o genitori, a mostrare tolleranza verso di loro.


RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

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a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.