L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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sabato 20 giugno 2020

LA PANDEMIA DI COVID-19 COME SINTOMO DI UNA NUOVA TRANSIZIONE EPIDEMIOLOGICA

di Michele Nobile 

Dialettica di una pandemia: capitalismo-nella natura/natura-nel-capitalismo, n. 2. 
Continua la serie iniziata con «Dialettica di una pandemia: capitalismo-nella natura/natura-nel-capitalismo. Introduzione», http://utopiarossa.blogspot.com/2020/06/dialettica-di-una-pandemia-capitalismo.html

1. La pandemia di Covid-19 e il concetto di transizione epidemiologica: le implicazioni politiche
2. Il concetto di transizione epidemiologica e i suoi problemi 
3. Una proposta di periodizzazione delle transizioni epidemiologiche, fino a quella in corso

«Durante la lunga storia dell’evoluzione culturale umana, della dispersione della popolazione in tutto il mondo, dei successivi contatti e conflitti tra le popolazioni, nei rapporti dell’Homo sapiens con il mondo naturale si sono verificate diverse distinte transizioni. Ognuna di queste transizioni nell’ecologia umana e nell’interazione tra le popolazioni ha profondamente cambiato i modelli delle malattie infettive. Questi, a loro volta, hanno spesso influito sul corso della storia. Oggi, forse viviamo uno di questi grandi periodi di transizione» 
Tony A. J. McMichael, «Human culture, ecological change and infectious disease. Are we experiencing history's fourth great transition?», Ecosystem health, vol. 7, n. 2, 2001, p. 107 

1. La pandemia di Covid-19 e il concetto di transizione epidemiologica: le implicazioni politiche
Chi conosce il lavoro di William McNeill La peste nella storia1 ha familiarità con il succedersi di lunghe epoche dei rapporti tra umanità e malattie e con l’idea che gli scambi microbiologici tra popolazioni e aree ecologiche diverse hanno avuto enorme impatto su intere società e sulle generazioni a venire. La prima edizione del libro di McNeill è del 1976 (Anchor press, New York), quando era ortodosso pensare che la millenaria lotta tra umanità e malattie infettive fosse vicina alla fine, che presto sarebbe diventata una storia da relegare nel passato di nonni e bisnonni. Questa aspettativa venne presto smentita, innanzitutto dal dilagare della pandemia di Aids. Almeno da tre decenni - e con numerosi eventi di portata internazionale e mondiale - è chiaro (a meno di non essere accecati dall’ideologia) che questa lotta non è affatto terminata e che non può più neppure essere confinata - con rassicurante compatimento filantropico - a quella gran parte dell’umanità che vive in condizioni di povertà. 
Fonte: Public Health England
La pandemia di Covid-19 è solo l’ultimo fenomeno di una serie che segnala una nuova transizione della relazione tra umanità e malattie, in parte correlata agli effetti del cambiamento climatico globale (per quanto riguarda le aree di diffusione dei vettori di malattie infettive) e a modernissime attività umane quali, per fare solo alcuni esempi importanti, l’industrializzazione dell’allevamento, la deforestazione e l’estensione della frontiera agricola, l’intensificazione dei traffici commerciali e turistici internazionali, la generazione di patogeni resistenti ad antibiotici e pesticidi. All’origine di questa pandemia - e di altre infezioni meno note - è quasi certamente il commercio di animali; ma non si può escludere che, per quanto il coronavirus sia emerso in natura, esso sia in qualche modo «sfuggito» da un laboratorio di ricerca in Wuhan, evento che potrebbe verificarsi anche altrove2
Quindi, il problema della relazione tra l’umanità e i suoi parassiti è attualissimo e interessa il futuro delle prossime generazioni, benché le malattie infettive si distribuiscano in modo ineguale tra le classi sociali e le differenti aree socioeconomiche. Ed è problema che va al cuore delle questioni del cosa e del come produrre, della liberazione dallo sfruttamento economico e dal dominio politico, del controllo dell’umanità sul proprio destino. Esistono buone ragioni per ritenere che i problemi di fondo di una nuova transizione epidemiologica non siano risolvibili solo con la pur necessaria redistribuzione del reddito e più alti livelli di spesa per la sanità e i servizi sociali. 
La situazione pandemica costituisce un sociale totale, che investe tutte le dimensioni della vita sociale, addirittura su scala mondiale3. Guardando oltre la situazione pandemica, si deve dire che questa esperienza, vissuta simultaneamente nella vita quotidiana da molte centinaia di milioni di persone, sia una di quelle rare occasioni obiettivamente favorevoli alla riflessione sulle fondamenta della società e del mondo in cui viviamo, un’occasione straordinaria per sedimentare coscienza politica, che può essere impulso per movimenti sociali di massa in cui la lotta per determinati obiettivi parziali sia sentita e agita come parte di una necessaria trasformazione globale dell’esistenza.
Il concetto che tra la fine del XX secolo e l’inizio del XXI sia in corso una trasformazione del quadro complessivo delle malattie (in particolare di quelle infettive), quella che si dice una transizione epidemiologica, è dunque utile al fine di collocare la pandemia di Covid-19 in un contesto più ampio e a suscitare domande sulle ragioni di questa transizione epidemiologica, che è una componente dei rapporti socioecologici globali. Se, oltre l’idea minimalista della salute come assenza di malattia, la salute è intesa come il diritto a «uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale» (preambolo della Costituzione della Organizzazione mondiale della sanità) - in direzione dello sviluppo di tutte le potenzialità individuali e collettive - ci si deve chiedere cosa impedisce di conseguire tale finalità, quindi se esista una contraddizione tra l’ordine sociale e politico esistente e il diritto alla salute. La posta in gioco nella definizione delle cause sociali della transizione epidemiologica è la più alta possibile: coinvolge anche la visione della nuova società che si vuole costruire. 

mercoledì 4 aprile 2018

DIECI RIFLESSIONI E UN COMMENTO: IL CICLO DELLA PAURA IN PIENO ANTROPOCENE, di Roberto Savio e Michele Nobile

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

È ormai chiaro che siamo in un periodo di transizione, anche se non sappiamo verso dove. Ma è evidente che il sistema politico, economico e sociale che ci ha accompagnato dalla fine della Seconda guerra mondiale non è più sostenibile.
Secondo Amnesty International, le diseguaglianze in crescita esponenziale ci hanno quasi riportato ai livelli del tempo della regina Vittoria: oggi a livello globale, tuttavia. Dieci anni fa, 652 individui avevano la stessa ricchezza di 2,3 miliardi di persone: ora sono appena otto.
Secondo le proiezioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, i diciottenni di oggi andranno in pensione in media con 632 euro.
Nonostante le dichiarazioni ufficiali, e nell’indifferenza generale, stiamo raggiungendo il limite dei 2 gradi centigradi di aumento della temperatura atmosferica dal 1854, soglia oltre la quale il nostro pianeta subirà cambiamenti irreversibili.
La finanza si è staccata dall’economia creando un mondo proprio, il solo senza organismi internazionali di controllo, in cui le transazioni finanziarie giornaliere sono quaranta volte superiori alla produzione di beni e servizi dell’intero pianeta. Dal 2009, le principali banche hanno pagato oltre 800 miliardi di multe per operazioni illegali.
La partecipazione politica è scesa da una media dell’86%, nel 1960, al 63,7% di oggi.
Sebbene un’analisi profonda sia assai complessa e investa tutti gli aspetti della nostra vita, è possibile individuare importanti - e allo stesso tempo semplici - punti di riflessione su cui soffermarci insieme.

Riflessione nº 1

La crisi ha radici profonde.
Nel 1973, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adottò all’unanimità un piano di governabilità globale - progettato per ridurre le diseguaglianze tra i suoi membri - conosciuto con il nome di Nuovo Ordine Economico Internazionale. Il piano nacque con l’appoggio degli Stati Uniti (anche se promosso da Messico e Algeria).
Il sistema internazionale post-guerra - di cui sono parte, per esempio, le Nazioni Unite - era stato realizzato su iniziativa degli Stati Uniti, principali vincitori della Seconda guerra mondiale, che avevano interesse a preservare la pace e lo sviluppo in seguito a un conflitto in cui persero 405.000 soldati su una popolazione di 132 milioni di persone. La Germania ne perse più di cinque milioni su 78 di abitanti, di cui oltre due milioni di civili, contro 8.000 negli Usa e quasi tredici milioni in Urss.
Le Nazioni Unite furono create con l’impegno di Washington di contribuire al bilancio per il 25%, il che illustra la differenza con l’oggi, in cui Trump minaccia di ritirarsi.
Ma fino al summit di Cancún del 1981, che riunì i ventidue Capi di Stato più importanti del mondo (escluso il campo comunista), si viveva nell’illusione della fine delle diseguaglianze, sulla base di una democrazia mondiale in cui la maggioranza dei Paesi avrebbe deciso il corso da seguire per il bene comune.
Il neoeletto presidente Reagan era presente a Cancún e annunciò che gli Stati Uniti non avrebbero più accettato di essere sottomessi alle regole di un’astratta democrazia mondiale. Gli Usa - disse - non sono una nazione come le altre, e torneranno a decidere la loro politica internazionale e commerciale. Allo stesso vertice partecipava anche Margaret Thatcher, che divenne la sponda europea di Reagan.
Era nata una diversa visione del mondo: «la società non esiste. Esistono gli individui» (Thatcher); «non sono le fabbriche che fanno polluzione, bensì gli alberi» (Reagan). La povertà produce povertà, la ricchezza produce ricchezza. Di conseguenza i ricchi vanno tassati il meno possibile, perché distribuiscono ricchezza.

Riflessione nº 2

Nel 1989, pochi anni dopo Cancún, crollò il Muro di Berlino: era la fine delle ideologie, camicie di forza che ci avevano condotto a Nazismo e Comunismo.
L’idea-forza era che bisogna essere pragmatici. La politica doveva risolvere i problemi concreti, non perseguire utopie. Ma la soluzione di un determinato problema senza che questo sia inserito in una visione complessiva della società - destra o sinistra, poco importa - si chiama in realtà utilitarismo, e la politica rivolta all’amministrazione invece che alle idee allontana la partecipazione politica e aumenta la corruzione.
Senza programmi ideali, l’importanza della personalità del politico, possibilmente telegenico, cresceva e si misurava in TV anziché nelle pubbliche piazze. Il marketing, non le idee o i programmi, divenne lo strumento principale per le campagne elettorali.

Riflessione nº 3

Allo stesso tempo, la globalizzazione neoliberale si impose come pensiero unico senza alternative (il There Is No Alternative - TINA - di Thatcher; è interessante notare che, prima della caduta del Muro, il termine globalizzazione non era mai comparso nei media).
Questa globalizzazione si basava sul modello socioeconomico e politico del cosiddetto Washington consensus, il paradigma di sviluppo imposto da Fondo monetario internazionale, Banca mondiale e Tesoro degli Stati Uniti. Prevedeva l’adozione delle seguenti riforme: stabilizzazione macroeconomica, liberalizzazione (di commercio, investimenti e finanza), privatizzazione e deregolamentazione.
Eliminava dovunque le barriere di protezione nazionale, riduceva le spese non produttive (educazione, sanità e assistenza sociale) e promuoveva la libera competizione fra gli Stati. Famosa la definizione che ne diede Kissinger: «il nuovo paradigma della supremazia americana». I Paesi in via di sviluppo la vissero come sottomissione alle regole economiche imposte dal Nord. Ma Kissinger non vide che una volta aperta la via della libera competizione, la Cina e altri Paesi sarebbero emersi.

Riflessione nº 4

La reazione della sinistra al pensiero unico fu la «terza via», proposta con successo da Tony Blair: era tempo di abbandonare le vecchie idee della sinistra e cavalcare la globalizzazione, accettando la mancanza di alternative.
La socialdemocrazia, da Blair a Renzi, cerca di trasformarsi in un partito trasversale che abbracci anche il centro, con una politica di fatti concreti e priva di gabbie ideologiche superate.
Di fatto, in questo modo la sinistra ha perso la sua base popolare, e la crisi del 2008, dovuta all’assenza di controlli sulle banche nordamericane e approdata poi anche in Europa (con la sinistra al governo quasi ovunque), elimina la sua capacità di redistribuire il surplus.
Operai, ceti medi in crisi e vittime della globalizzazione cercano nuovi difensori e votano per Le Pen (Francia), Farage (Gran Bretagna), Wilder (Paesi Bassi) e così via, fino a scegliere Salvini e il Movimento 5 Stelle (Italia).

Riflessione nº 5

Numerosi storici ritengono che la cupidigia e la paura siano stati fra i principali motori di cambiamento nella storia.
Nel suo ultimo libro, Nel nome dell’umanità, Riccardo Petrella sostiene che questi motori siano stati avviati utilizzando tre «trappole»: in nome di Dio, in nome della Nazione e in nome del Profitto. Non c’è dubbio che dalla caduta del Muro di Berlino i valori della globalizzazione (competizione, profitto, individualismo ed esaltazione della ricchezza), insieme alla scomparsa della giustizia sociale (solidarietà, trasparenza, equità ecc.) dal dibattito politico, abbiano creato un’etica basata sull’avidità.
E vent’anni dopo, nel 2009, la crisi economica e finanziaria - prima negli Stati Uniti (legata alla speculazione immobiliare) e poi in Europa (dovuta ai titoli sovrani) - ha aperto un secondo ciclo: quello della paura.

Riflessione nº 6

Il ciclo della paura nel quale siamo immersi (senza aver abbandonato l’avidità e mentre tornano di nuovo in uso le tre «trappole») ha creato una nuova destra che non è costruita sulle idee, ma basata sulle emozioni.
La Brexit e Trump ne sono le manifestazioni più evidenti, ma il fenomeno reale è molto più profondo. Ci troviamo in una società liquida non strutturata su ideologie o classi. E in questa società è facile veder salire alla ribalta leader che cavalcano paura e cupidigia.
La crisi del 2009 si aggiunge ai massicci flussi migratori provenienti da Paesi invasi dall’Occidente per deporne i dittatori ed istituire automaticamente la democrazia. (Tuttavia, la disgregazione della Iugoslavia - una nazione moderna ed europea - dopo la morte di Tito avrebbe dovuto costituire un monito.)
Non è la democrazia ad essere introdotta, ma caos, guerre civili, sangue e distruzione.
Nel 2003, George W. Bush iniziò l’invasione dell’Iraq. Nel 2011, in Siria scoppiò la guerra civile, diventando ben presto uno scontro fra potenze arabe, Europa, Stati Uniti e Russia (risultato: sei milioni di sfollati e mezzo milione di morti). Nel 2013, Sarkozy spinse per un’invasione della Libia.
Dalle rovine dell’Iraq nacque l’Isis - terrorismo in nome di Dio, per un ritorno all’Islam originario (il Wahhabismo, finanziato in tutto il mondo dall’Arabia Saudita con 80 miliardi di dollari negli ultimi vent’anni). Quindic’anni prima, i veterani della guerra finanziata dagli Stati Uniti contro l’occupazione sovietica in Afghanistan si erano riuniti sotto la guida di Osama Bin Laden in un’altra struttura, al-Qaida, mettendo in atto il primo attacco della storia su suolo nordamericano, nel 2001.
Come dice El Roto, celebre vignettista di El País: «noi gli mandiamo bombe, e loro ci mandano migranti».
Sui rifugiati in arrivo scattano due delle tre «trappole»: in nome di Dio e in nome della Nazione.
Ora, in Europa, i partiti identitari e sovranisti sono la seconda forza politica, davanti a quelli socialisti. Se oggi si tenessero le elezioni europee, la destra radicale otterrebbe quaranta milioni di voti. È al potere in Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Austria, ma condiziona pure i governi dei Paesi nordici, dell’Olanda e della stessa Germania (da quando Alternative für Deutschland ha ottenuto 92 seggi).
In Ungheria, Orbán ha lanciato la cosiddetta «democrazia illiberale», la Polonia ha denunciato il laicismo dell’Unione europea e convoca una grande marcia con i populisti e sovranisti di tutto il continente, al grido di «in nome di Dio». Il Gruppo di Visegrád (Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia e ora anche Austria) ha denunciato il cedimento dell’Europa all’Islam e creato una frattura Est-Ovest in Europa, che si aggiunge a quella Nord-Sud sulla visione dell’economia: austerità o solidarietà.
C’è però una novità: gli Stati Uniti intervengono in Europa appoggiando apertamente i partiti della destra nazionalista e xenofoba, che allo stesso tempo guardano non solo a Trump, ma anche a Putin (che sta pure intromettendosi nelle elezioni europee), considerandolo un punto di riferimento.
Come risultato, in un’Europa che invecchia rapidamente (in Italia, per esempio, i giovani tra i 18 e i 25 anni sono il 3% degli aventi diritto al voto), l’immigrazione è diventata una grande bandiera della destra populista e xenofoba.
Nel frattempo, il Fondo monetario internazionale ha lanciato un avviso: l’Europa ha bisogno in tempi brevi di assorbire 20,5 milioni di immigrati, in modo da poter sostenere il suo sistema pensionistico e mantenere i livelli di produttività. Le statistiche mostrano che gli immigrati contribuiscono al sistema più di quanto costino; costituiscono la grande maggioranza delle nuove piccole imprese e il loro sogno è essere integrati rapidamente nel sistema europeo.
Ma non esiste un dibattito sull’immigrazione e su quali categorie di immigranti accogliere. Tutti sono ormai visti come pericolosi invasori, intenti a distruggere l’identità europea, alla criminalità e a togliere il lavoro ai cittadini europei, vittime di una diffusa disoccupazione. Perfino Trump, in un Paese costituito da immigranti, ha fatto del controllo sull’immigrazione uno dei suoi cavalli di battaglia.
Un fenomeno tragico è che i giovani, assai meno dei pensionati, non sono più attivi politicamente. Nella storia, i giovani irrompono sulla scena politica per cambiare il mondo che trovano. Se avessero votato, la Brexit non si sarebbe verificata. Ma il sistema politico - degli anziani - li ignora. In Italia, il governo Renzi ha stanziato 30 miliardi di euro per salvare quattro banche. Nello stesso anno, il bilancio totale per i giovani italiani era di due miliardi.
Dalla creazione delle Nazioni Unite nel 1945, siamo passati da 2,5 miliardi di abitanti ai 7,6 miliardi di oggi. La crescita si fermerà solo nel 2050, quando saremo 9,5 miliardi. O troviamo un accordo sulla governabilità e l’immigrazione di cui necessitiamo, oppure dovremo sparare sugli immigranti, come alcuni hanno già proposto.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.