L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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domenica 29 giugno 2025

Č-109 NEI LAGER DI VORKUTA

di Roberto Massari


ITALIANO - ENGLISH - FRANÇAIS


A un certo punto Č-109 diventerà M-855. Ma non si pensi a un personaggio inventato da Ayn Rand per il suo celebre romanzo fantapolitico, Anthem, in cui Collettivo 0-0009 dialogava con Unanimità 7-3306 o Alleanza 6-7349 con Fraternità 1-5537. Anche se, volendo, si potrebbe cogliere una qualche affinità nel contesto «sociale», fondato sull’obbligo compulsivo al lavoro di tipo schiavistico e sulla totale spersonalizzazione dell’individuo.

Ma le differenze sono troppe e troppo profonde, a cominciare dal fatto non secondario che Č-109 (poi M-85) - come veniva chiamata normalmente nel lager - è stata una persona reale, che l’esperienza schiavistica l’ha vissuta veramente e che ha sperimentato sul proprio corpo e animo il degrado abissale al quale il sistema staliniano costrinse milioni di detenuti, e che non trova equivalenti nemmeno nella più acre e visionaria letteratura distopica.

Precipitata nell’inferno di Vorkuta - uno dei due più terribili àmbiti concentrazionari sovietici (l’altro fu Kolyma) - e riuscendo ciononostante a sopravvivere, Č-109 ha potuto raccontare in dettaglio la vicenda disumana da lei vissuta. Morta centenaria nel 2023, ci ha infatti trasmesso le sue memorie, raccolte grazie alla figlia Barbara, nel libro La mia vita nel Gulag. Memorie da Vorkuta. (Tradotto e commentato da Luca Bernardini, per Guerini e Associati [Milano 2024], 176 pagine, oltre a una preziosa appendice iconografica.)

Scorrendo i vari capitoli (identificabili dai titoli), percorriamo un itinerario che, benché già descritto da altri fuorusciti dall’inferno dei lager - per fare un nome italiano basti solo pensare alla vicenda e ai libri di Dante Corneli - ogni volta ci porta, però, a scoprire nuovi dettagli, nuovi orrori (magari fin lì per noi inimmaginabili), insieme alle stupende incredibili risorse umane di cui un individuo può arrivare a disporre nel tentativo disperato di tornare a vedere la luce.

E se si ha un minimo di familiarità con i racconti di sopravvissuti dai lager staliniani, anche in questo caso si noterà come una delle note dominanti, la persistenza del ricordo, del pensiero commosso e retrospettivo verso i compagni di detenzione che invece non sono riusciti a farcela. Certo, si trattava di ben poca parte rispetto ai milioni di esseri umani morti nel Gulag, ma erano presenze fondamentali nel gruppo di solidarietà al quale bisognava necessariamente appartenere, se si voleva mantenere una base pur minima di autoconsapevolezza personale e di appiglio alla realtà. Ma anche per affrontare in maniera «organizzata» il tormento quotidiano della fame, della fatica, del gelo, dei sorveglianti, dei criminali comuni padroni delle vite e dei «beni» più elementari dei detenuti, delle punizioni arbitarie e sadiche.

A distanza di tanti decenni dalla fine di un passato che sembra non finire mai - dato che i lager esistono ancora, per es. in Cina e Nordcorea, mentre in Russia si continua a morire come ai tempi del Gulag sovietico, se si è oppositori (si pensi solo all’uccisione di Aleksej Naval’nyj) - riviviamo un’ennesima tragica epopea. Un’epopea che nel 1945 vide entrare nel Gulag una ventiduenne, col nome falso di Anna Norska (subito sostituito da Č-109), e uscirne trentatreenne (nel 1956) col suo vero nome: Anna Szyszko, poi Szyszko-Grzywacz, dopo il matrimonio con un compagno di lager, teneramente affezionato e molto presente nelle memorie.

I tormenti descritti sono da film dell’orrore, soprattutto nella prima parte del libro e nei primi anni di detenzione (il dopoguerra degli anni ‘40), durante i quali Anna fu sottoposta alle umiliazioni più rivoltanti e rischiò più volte di morire. Tali orrori corrispondono pienamente agli altri racconti che abbiamo potuto leggere sull’esperienza nei lager. E questa, casomai ce ne fosse bisogno, è una dimostrazione ulteriore della disonestà intellettuale di chi ha negato e continua a negare la tragica veridicità dei racconti sulla vita nei campi del Gulag.

Ma il racconto di Anna può interessarci in modo particolare per tre aspetti ai quali voglio rapidamente accennare.

Il primo può sembrare tautologico, ed è il fatto che la narratrice è una donna. Non che manchino memorie scritte da donne passate attraverso la sofferenza del Gulag: Evgenija Solomonovna Ginzburg, Margarete Buber-Neumann, Elinor Lipper, Maria Ioffe, Evfrosinija Kersnovskaja e altre. Ognuna di esse ha in qualche modo trasmesso la testimonianza, se non la prova documentale, che nei lager sovietici (ma probabilmente nei lager di tutto il mondo) l’esser donna poteva trasformarsi in un’aggravante, soprattutto se giovane. Lo schiavismo sessuale era una regola spietata alla quale ci si poteva sottrarre solo scegliendo di morire o, detta più precisamente, scegliendo di non sopravvivere.

Anna dedica molte pagine a descrivere i traffici su basi di mercimonio sessuale, imposto in primo luogo dai malavitosi (i blatnjaki) - criminali incalliti e capi assoluti della vita «sociale» nei lager - e in sottordine dai guardiani. Ma non mancano sopraffazioni anche da parte degli stessi detenuti, descritti a volte in scene di autentica disperazione, quasi bestiale, indotta dalla mancanza di rapporti con donne. A tali aggravanti sessuali dello schiavismo lavorativo non ci si poteva sottrarre e le descrizioni che ne fa Anna sembrano in un certo senso renderle quasi una componente «normale» della vita nel lager e nella quotidiana lotta per la sopravvivenza. 

Il secondo aspetto distintivo è che Anna era una detenuta politica. Non una classificata come «trotskista» (per sua fortuna, perché ciò l’avrebbe posta al fondo della ferocia repressiva esplicitamentre prevista dalla legge concentrazionaria), ma come partigiana, attiva nelle file della resistenza che il popolo polacco oppose alla prima e alla seconda invasione sovietica. Il suo ruolo militare era stato di fuciliera a cavallo [con mitra] e si era svolta in ambienti silvani. Purtroppo le memorie, essendo dedicate agli anni della prigionia, non approfondiscono quest’aspetto che invece sarebbe stato affascinante da sviluppare, sia per la «specialità militare» in quanto tale, sia per il contesto resistenziale (di banda) in cui si era svolta.

E il discorso sulla resistenza ci porta al terzo aspetto distintivo: Anna era polacca, assolutamente fiera di esserlo. Nell’intero racconto scorre come un filo rosso il tema della patria lontana, dell’appartenenza a una cultura nobile e antica (basti pensare alle opere o personaggi letterari che vengono citati in vari momenti) e dell’affinità umana con le detenute polacche (qui necessariamente al femminile) con le quali si trova a condividere giacigli, cibo, funzioni fisiologiche, ma anche attaccamenti affettivi e mutua comprensione.

Sentimenti affettuosi vengono espressi anche verso membri di altre nazionalità sottoposte alle dittature sovietiche: soprattutto ucraini (orientali e occidentali), bielorussi (la cui lingua Anna parlava correntemente) estoni, lituani, lettoni, anche armeni ecc. Ma nulla di paragonabile alla passione con cui essa si rivolge alle sue compagne polacche e ai sacrifici ai quali essa si sottopone pur di restare o tornare a stare con loro. 

A questo punto, però, bisogna fermarsi a considerare il retroterra politico in cui si svolge la vicenda di Anna, al quale lei accenna a tratti, ma senza dargli l’importanza che merita, e che io invece desidero sottolineare. Anna finisce nel lager per aver preso parte a un’esperienza che storicamente fu resa possibile solo in Polonia (e in minor parte col banderismo [da Stepan Bandera] ucraino). E cioè nel fatto che la resistenza armata si svolse contemporaneamente contro i nazisti e contro i sovietici. Ciò fu dovuto al famigerato patto di Stalin con Hitler (Molotov-Ribbentrop) che ad agosto 1939 sancì l’alleanza tra i due regimi totalitari, preparando l’invasione congiunta della Polonia, la sua ennesima spartizione e di fatto l’inizio della Seconda guerra mondiale.

Con la duplice invasione di settembre 1939, i partigiani polacchi si erano trovati a combattere su due fronti: contro i nazisti e contro i sovietici, alleati fra loro per affinità totalitarie e mire di espansionismo territoriale. Una simile esperienza - di combattere contro nazisti e sovietici allo stesso tempo - sarebbe stata impensabile in Italia, per ovvi motivi geopolitici. Anna invece crebbe in quel mondo e, leggendo con attenzione le sue pagine, si riesce a cogliere che per lei il concetto di «resistenza» era univoco: fossero nazisti o staliniani, erano pur sempre i nemici del suo popolo e contro di essi aveva cominciato a combattere non ancora ventenne.

Una scelta condivisa con tante altre donne polacche, molte morte in combattimento: scelta politica che a lei costò il sacrificio dei migliori anni della gioventù. Ma dal libro non traspaiono recriminazioni né pentimenti.



ENGLISH

mercoledì 16 ottobre 2024

IMMAGINARE TINA

di Laris Massari


ITALIANO - ENGLISH


Tina Modotti è stata una donna fuori dal comune, capace di abbracciare una vita in cui arte, politica e amore s’intrecciavano in un equilibrio instabile ma affascinante. Il suo percorso si snoda attraverso i continenti, e tra rivoluzioni e passioni, lasciandosi dietro un’eredità profonda quanto difficile da decifrare. Nata nel 1896 a Udine, in una famiglia di umili origini, fin dalla giovane età dimostra una curiosità irrequieta per il mondo oltre i confini del Friuli. La terra in cui cresce è multilingue, multiculturale, e ciò plasma in lei un’apertura mentale che la porterà ben presto a lasciare l’Italia per cercare la propria strada all’estero.

È negli Stati Uniti, a San Francisco, che Tina inizia a scolpire la propria identità. Lavorando come operaia, vive la durezza della vita degli immigrati, ed è proprio tale contesto che l’avvicina ai circoli culturali e artistici della città. Nonostante le difficoltà economiche, sono il suo fascino e il suo talento innato che la portano presto a calcare i palcoscenici teatrali, e ben presto si apre davanti a lei il mondo del cinema muto, all’epoca in pieno sviluppo. Hollywood l’accoglie con favore e Tina potrebbe facilmente costruirsi una carriera luminosa, per la sua bellezza mediterranea e la capacità di adattarsi ai ruoli del nascente cinema statunitense. Il suo volto, pervaso da un’intensa malinconia, emerge nel panorama hollywoodiano, incarnando il tipo di bellezza enigmatica e misteriosa che il cinema muto sapeva esaltare. Ma la sua personalità complessa emerge fin da allora, provocando in lei insoddisfazione verso la superficialità del mondo dello spettacolo. Il suo spirito ribelle e la sua sete di conoscenza la spingono a esplorare nuovi orizzonti, sul piano artistico e sul piano umano.

Il suo incontro con il fotografo Edward Weston (1886-1958) segna una svolta fondamentale. La fotografia diventa per lei non solo un mezzo di espressione artistica, ma anche uno strumento per dare voce alle proprie convinzioni politiche e sociali. Weston è il suo maestro, il suo amante - era già sposata con «Robo», il pittore e poeta Roubaix de l’Abrie Richey (1890-1922) - senza che Tina rimanga mai nell’ombra: assorbe con intensità gli insegnamenti tecnici, sviluppando però un proprio stile fotografico, che riflette la sua visione profonda della vita e del mondo. L’intimità con Weston, pur intensa, non oscura la sua voglia d’indipendenza. È una donna che non teme di esporre la propria sensualità, né di rompere con le convenzioni dell’epoca. In un momento storico in cui la figura femminile era ancora strettamente legata a ruoli tradizionali, Tina sfida tali norme con audacia: lo fa nella vita privata così come nell’arte.

È in Messico, inizio degli anni ’20, che Tina trova la propria autentica dimensione. In una terra sconvolta dalle ferite ancora aperte della Rivoluzione, s’immerge totalmente nel fervore politico e sociale che pervade il Paese. La sua arte, fino a quel momento caratterizzata da una ricerca estetica di tipo formale, si trasforma in un potente strumento di lotta. Attraverso le sue fotografie Tina documenta la realtà delle classi più povere - operai, contadini e braccianti - diventando una testimone attiva di un cambiamento sociale in atto. Le sue immagini, intrise di umanità, sono al tempo stesso opere d’arte e manifesti politici, capaci di suscitare emozioni e riflessione.

Nel contesto messicano incontra Julio Antonio Mella (1903-1929), rivoluzionario cubano, con cui condivide una profonda passione amorosa, oltre al comune impegno politico. Mella rappresenta per Tina l’incarnazione dell’eroe rivoluzionario: giovane, carismatico, devoto alla causa socialista. La loro storia, breve e tragica, è un turbine in cui si fondono amore, passione e politica. La morte prematura di Mella, ucciso da mani sospette, lascia in lei una ferita che non si rimarginerà mai del tutto. Di lì in poi Tina s’immerge sempre più nel mondo della politica, avvicinandosi al movimento «comunista» d’obbedienza moscovita e diventando una figura di riferimento per il Soccorso rosso internazionale. 

Con la sua fede negli ideali rivoluzionari, Tina si ritrova a navigare nelle acque torbide del presunto comunismo staliniano, legata a personaggi ambigui e manovrata da forze più grandi di lei. La ex attrice ed ex fotografa cede al mito della Grande Madre sovietica, come tante altre tragiche figure animate originariamente da sincero spirito comunista. La relazione con Vittorio Vidali (1900-1983), altra figura enigmatica della sua vita, la trascina ancora più a fondo nel mondo del Comintern. Un uomo che lei forse un giorno scoprirà essere, con forti probabilità, uno dei complici nell’omicidio del suo amato Mella. La tragedia nella tragedia…

Parte per la Spagna, si unisce alla lotta contro il fascismo nella Guerra civile. Anche qui, fra le trincee e le macerie, l’ideale rivoluzionario sembra logorarsi sotto il peso del tradimento con cui le principali forze politiche repubblicane soffocano la Rivoluzione spagnola.

Con il tempo, tuttavia, Tina inizia a intuire e poi forse a comprendere le ombre del mondo stalinista cui si è legata. Nonostante la sua adesione sincera agli ideali comunisti, le brutalità e i compromessi che osserva dall’interno del sistema la turbano profondamente. L’illusione di una rivoluzione pura, in grado di cambiare radicalmente le sorti dell’umanità, inizia a sgretolarsi di fronte all’azione reale del movimento, del quale lei riesce finalmente a vedere anche gli aspetti criminali. Nonostante ciò, non cessa di lottare, e alcuni elementi della sua biografia dimostrano che negli ultimi anni di vita il suo impegno assume una forma più consapevole, critica, anche se non è dato sapere fino a che punto lo sia.

Il Patto Hitler-Stalin (agosto 1939) è il colpo finale. La donna che aveva dedicato la vita alla lotta per la libertà e per gli ideali di una società socialista, comincia a rendersi conto che il sistema in cui aveva creduto sta tradendo gli stessi ideali che le erano stati cari. Raro esempio nel mondo del comunismo staliniano (rarissimo tra i comunisti italiani, come mostra più avanti il testo di R. Massari), Tina non approva il Patto scellerato da cui ebbe inizio la Seconda guerra mondiale. È un atto di profonda coerenza morale, un rifiuto di piegarsi alla logica spietata della politica. E proprio qui, nel suo ultimo atto di ribellione, Tina ritrova se stessa. Intuisce la portata devastante di un’ideologia che sacrifica l’individuo in nome di un’astrazione: non più l’artista manipolata, non più la rivoluzionaria sacrificata sull’altare di una causa che si è trasformata in tirannia, bensì una donna che ha scelto di restare fedele alla propria umanità, sino alla fine.

In tale contesto essa si riscatta, recuperando la grandezza del suo essere artista e rivoluzionaria, ma anche donna capace di vedere oltre le illusioni politiche del proprio tempo. Forse anche per questo la sua morte improvvisa a 45 anni - in circostanze molto simili a quelle in cui morirà Victor Serge (1890-1947) nella stessa Città del Messico, pochi anni dopo di lei - ha lasciato molto più di un semplice sospetto sulle circostanze in cui avvenne. E cioè che i sicari staliniani si siano voluti liberare di una donna che sapeva troppo, una testimone scomoda soprattutto dei molti assassinî di antifranchisti compiuti nella Spagna repubblicana. 

Tina è stata, e rimane, un simbolo di coerenza, passione e lotta. È stata una fotografa talentuosa, una musa, una militante politica, una donna libera (anche sessualmente) in un’epoca che non perdonava tale libertà soprattutto alle donne. Non è stata indenne dalle colpe e miserie della sua epoca, e soprattutto del suo movimento di appartenenza: ha amato, ha sbagliato, è stata certamente complice più o meno consapevole dei crimini del Soccorso rosso internazionale, senza mai perdere la fede, però, nella possibilità di un mondo migliore. È stata disposta sino in fondo a confrontarsi con i propri limiti e le proprie contraddizioni: in queste imperfezioni risiede la sua grandezza.

Tina è una figura viva, che ci parla ancora della lotta per rimanere coerenti con se stessi, in un mondo che spesso ci chiede di essere altro. Oggi, guardando alla sua vita, non possiamo fare a meno di chiederci cosa significhi essere donne e uomini in una realtà in continuo cambiamento, una realtà che a volte ci tradisce, ma che ci offre sempre la possibilità di riscatto.


Cosa c’insegna, allora, la sua storia? Che vivere con integrità e coerenza gli ideali dai quali si è animati, non è mai facile, che la purezza ideale è fragile. Con la sua breve e tormentata esistenza - donna, artista e ribelle - Tina ha dimostrato che non c’è nulla di più rivoluzionario dell’essere sino in fondo, pienamente e ostinatamente, umani.

Che dire di Tina come artista? La si può valorizzare anche in un contesto contemporaneo? Oppure il suo lascito è inesorabilmente segnato dal tempo in cui visse e dai contesti politici in cui operò (fondamentalmente il Messico postrivoluzionario)?

Il concetto di arte va espandendosi. All’artista del nostro tempo non è necessariamente richiesto di mettere in atto un talento per ottenere il successo. La capacità espressiva si trasforma in un’interpretazione preconfezionata e veicolata per lo spettatore. Il messaggio dell’opera è divenuto fondamentale, più della sua forma espressiva, affinché essa possa definirsi «arte».

Ebbene, Tina non si considerava e non voleva che la si considerasse un’artista, né riteneva che la sua fotografia fosse arte, essendo fondamentalmente interessata al messaggio che le immagini ritratte dalle sue foto trasmettevano. Le sue opere grondano di messaggi ed è evidente che questo intento era prevalente per lei: era anche un suo limite, allo stesso tempo.

Eppure, ai miei occhi  - sicuramente condizionati dall’artificialità degli sviluppi che la fotografia odierna sta vivendo - il suo modo di raffigurare la realtà meriterebbe il titolo di «artistico», o perlomeno di pionieristico avvio di un percorso artistico (quello del realismo fotografico, antisala dell’iperrealismo). Nel non considerarsi un’artista lei stava forse eccedendo in modestia (dote rara per i tempi correnti), ma io sarei portato a pensare che in fondo non avesse ragione.

E questo perché Tina esercitava l’arte della fotografia, nel senso che sapeva replicare la realtà con grande maestria, utilizzando i procedimenti più avanzati della tecnica fotografica dell’epoca sua: una delle più grandi fotografe dell’inizio del XX secolo, com’è spesso considerata. Basti osservare la differenza tra le sue fotografie e quelle di Edward Weston per capire che c’è modo e modo di catturare un momento del reale.

Quest’antologia rappresenta un omaggio a una figura complessa e affascinante, il cui nome è rimasto a lungo avvolto dal silenzio. A partire dagli anni ’70 e ’80 del Novecento, ricerche pionieristiche di studiosi italiani - come Riccardo Toffoletti e Pino Cacucci - hanno contribuito alla sua riscoperta, ciascuno a suo modo: Toffoletti con la ricostruzione del suo itinerario fotografico, Cacucci con la ricostruzione della vita di Tina esposta con la sua prosa avvincente. È grazie a loro, e ad altri studiosi e artisti, che l’opera e la vita di Tina hanno trovato nuovo spazio nel panorama editoriale e culturale. Un fenomeno che ha portato alla realizzazione di numerose mostre in tutto il mondo.

In particolare, va segnalata la bella esposizione al Palazzo Roverella di Rovigo (sett. 2023-genn. 2024), curata da Riccardo Costantini (n. 1981). Ho avuto il piacere di visitarla ed è lì che è nata l’idea di questo libro. Davanti a quelle immagini ho provato un forte senso di coinvolgimento nel mondo ideale di Tina, trovandomi immerso in un percorso di forte valenza emotiva, che intreccia la sua arte, la sua lotta e il suo destino.

L’antologia qui presentata è costruita seguendo criteri vòlti a esplorare soprattutto l’epopea politica di Tina Modotti, vale a dire un aspetto centrale troppo spesso trascurato nelle analisi a lei dedicate. Sono stati inclusi materiali in gran parte sconosciuti, e la scelta degli autori ha mirato a dar voce a figure che, come Dante Corneli, Pino Cacucci, Pino Bertelli e Roberto Massari, condividono una prospettiva fortemente antistalinista, contribuendo a una riflessione più completa e critica della sua esperienza di vita. L’aver dato voce, poi, a vari eminenti studiosi non italiani, è stata una scelta mirata a contestualizzare la vicenda di Tina in un quadro internazionale. Una tale selezione mira a far emergere oltre all’artista e alla fotografa di talento, anche la donna che ha vissuto intensamente e in modo contraddittorio le grandi trasformazioni del suo tempo.

L’antologia, con i suoi contributi inediti e l’approfondimento della dimensione politica, vuole dunque essere un tributo alla scoperta o riscoperta di una donna straordinaria, il cui lascito ci parla sicuramente del passato, in gran misura del presente e, perché no?, fors’anche del nostro futuro…

(settembre 2024)



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giovedì 20 giugno 2024

PRESENTAZIONE DI «LENIN E L’ANTIRIVOLUZIONE RUSSA»


Qui di seguito un nostro post del 2011, che il Circolo Matteotti di Sestri levante consiglia sul suo sito - https://circolo.noblogs.org - «per non arrivare “impreparati” al 22 Giugno!».

UTOPIA ROSSA E UN'IDEA NUOVA DI RIVOLUZIONE

di Roberto Massari

Il testo dell’intervista è comparso in appendice alla tesi di laurea di Michele Azzerri su Rivoluzione e internazionalismo discussa a luglio 2011 all’Università di Roma. Ringraziamo Azzerri per la gentile concessione e gli facciamo i nostri complimenti per l’impegno messo nella sua ricerca. [la Redazione]

Per iniziare, puoi presentarmi Utopia Rossa sotto il profilo nazionale e internazionale?

UR è un’associazione politica libertaria, di cui fanno parte al momento compagni e compagne di provenienza marxista, marxista libertaria, anarcocomunista, situazionista, trotskista, guevarista, leninista, femminista, sindacalista, cristiana e forse mi sfugge qualcosa. Ognuno è libero di mantenere la propria ideologia di provenienza e non è responsabile delle posizioni ideologiche altrui. Magari cerchiamo di fare in modo che ognuno si informi e si interessi agli aspetti positivi delle altre provenienze ideologiche. È quindi un’associazione non-ideologica (né tantomeno ideologizzata) nella quale non ci sono statuti, non ci sono congressi, dirigenti, gerarchie o apparati di sorta. Non c’è nemmeno obbligo di quote. A ben vedere non c’è obbligo di nulla, tranne il rispetto dei sei punti di principio rivoluzionari dei quali parleremo più avanti. In UR ci si sta perché si ha voglia di starci e ci si sta con i ritmi e nel modo in cui si ha voglia di starci, senza sacrifici, obblighi o complessi di colpa per «inattività».

sabato 27 gennaio 2024

RADICI HITLEROCOMUNISTE DELL’ATTUALE ANTISEMITISMO «DI SINISTRA»

di Roberto Massari


(27 gennaio 2024, Giornata della Memoria)


Il primo hitlerocomunismo

Per «hitlerocomunismo» deve intendersi la corrente di pensiero politico che sorse nell’estate/autunno 1939, quando i totalitarismi nazista e sovietico si allearono per invadere la Polonia e annettere vari paesi dell’Europa orientale, scatenando così la Seconda guerra mondiale. Gli adepti dell’hitlerocomunismo (in Russia e nel resto del mondo) hanno poi approvato tutte le successive invasioni russe (Paesi Baltici, Finlandia, Cecoslovacchia, Afghanistan ecc.) fino a quella odierna dell’Ucraina. Alla base dell’hitlerocomunismo, vecchio e nuovo, vi è l’idea premoderna (per non dire medievale) che la Russia fosse e sia ancora legittimata nel compiere tali annessioni perché eserciterebbe un suo diritto storico riprendendosi i territori appartenuti all’Impero zarista. Questa posizione - reazionaria nel più pieno senso del termine - la si ritrova espressa più o meno inconsapevolmente nelle giustificazioni attuali per l’aggressione putiniana all’Ucraina e varrà ancora per eventuali possibili future aggressioni (a cominciare dai Paesi baltici).

L’alleanza sovietica col nazismo durò da agosto 1939 a giugno 1941: sono i quasi due anni che videro prendere forma definitiva al progetto di sterminio antiebraico, avviato ancor prima del Patto e che sfocerà nella cosiddetta «soluzione finale», sistematizzata nella Conferenza di Wannsee di gennaio 1942. Una delle «necessità» alle quali rispondeva questa scelta estrema del nazismo fu che nella parte di Polonia assegnata al Terzo Reich dal Patto con Stalin vivevano circa 1.700.000 ebrei: una massa di popolazione ebraica che il nazismo intendeva sterminare, secondo progetti e linee guida messe in opera già da tempo, e ben note a Stalin e al gruppo dirigente sovietico.

Per fissare delle date: il primo dei Konzentrationslager di Auschwitz divenne operativo dal giugno 1940, cioè nel pieno della collaborazione tra nazisti e sovietici; quello di Chełmno (considerato il primo lager di sterminio) nel dicembre 1941, cioè sei mesi dopo la rottura del Patto da parte nazista. Questi e altri campi di sterminio polacchi (come Treblinka, Sobibór, Bełżec) cominciarono a operare «tardi» (cioè nel 1942, «Aktion Reinhard») perché la loro progettazione fu possibile solo dopo l’invasione congiunta della Polonia nel settembre 1939; ma la loro costruzione si realizzò nel quasi biennio dell’alleanza con l’Urss: anzi, fu proprio quell’alleanza che li rese possibili. Sarebbe, però, un grave errore di prospettiva storica datare di lì l’inizio dell’Olocausto perché le persecuzioni antiebraiche erano iniziate in Germania negli anni ‘30: il lager di Buchenwald, per es., situato nella Turingia tedesca, era operativo dal luglio 1937.

Insomma, rispetto alla politica di sterminio antiebraico del nazismo, almeno tre cose furono subito chiare a chi voleva vederle allora (o che speriamo voglia cominciare a vederle chiare oggi): 1) Nello stringere il Patto con Hitler, ai sovietici non interessò minimamente il destino degli ebrei in Germania e nel resto d’Europa: delle persecuzoni antiebraiche non parlarono in documenti, atti ufficiali e sulla stampa. 2) I sovietici non ebbero la benché minima esitazione ad abbandonare quasi due milioni di ebrei polacchi nelle mani di chi intendeva sterminarli. 3) La fraternizzazione staliniana col Terzo Reich richiese che anche sull’Olocausto polacco calasse il silenzio stampa (oltre all’avvio della collaborazione delle rispettive polizie nelle consegne reciproche di prigionieri o nelle deportazioni di interi gruppi etnici).

venerdì 2 febbraio 2018

AGUSTÍ CENTELLES: SULLA FOTOGRAFIA DELLA RIVOLUZIONE SOCIALE DI SPAGNA (1936-1939), di Pino Bertelli

Nessun governo combatte il fascismo per distruggerlo.
Quando la borghesia vede che il potere le sta scivolando dalle mani,
chiede aiuto al fascismo per mantenere i privilegi.
(Buenaventura Durruti)

Agustí Centelles © Archivio Sergi Centelles
I. SPARATE SEMPRE, PRIMA DI STRISCIARE!

Fra 1936 e 1939 la rivoluzione sociale di Spagna - che molti storici ancora oggi chiamano semplicemente “guerra civile spagnola” o “guerra di Spagna” - vide in campo due fronti contrapposti: da una parte i reazionari nazionalisti del generale Francisco Franco (appoggiati da Hitler, da Mussolini e dall’indifferenza o la truffalderia delle nazioni democratiche); dall’altra il variegato fronte repubblicano (anarchici, marxisti, trotskisti, stalinisti, liberali)… sull’orlo di questa storia in utopia, gli anarchici ebbero grande influenza e sostegno popolare, ma dovettero confrontarsi con il violento ostracismo dei marxisti filosovietici. Dopo tre anni di battaglie giunse la sconfitta dei repubblicani, tuttavia la rivoluzione libertaria spagnola è considerata il fatto storico più importante dell’intera storia dell’anarchismo, e ancora oggi rappresenta il maggior e più significativo esempio di realizzazione del comunismo libertario.
Al termine della guerra di popolo restarono sul campo 600.000 morti e vi furono più di un milione di mutilati e quasi un milione di profughi. Il franchismo aveva vinto e insieme a fascismo, nazismo e stalinismo (sempre in accordo con il Vaticano, che benediva cannoni e campi di sterminio) allevò i popoli all’ideologia dei despoti e alla secolarizzazione delle lacrime… la burocratizzazione della politica, la rapacità dell’economia e la civiltà dello spettacolo che ne consegue saranno poi elevate al grande carnevale delle democrazie mercatali e guerrafondaie che - attraverso il capitalismo parassitario e l’instaurazione della partitocrazia - permetteranno (in tutta tranquillità) a una minoranza di arricchiti di continuare a violentare e impoverire il resto del pianeta.
© Agustí Centelles
Il 17 dicembre 1936 la Pravda sovietica scrive: «in Catalogna è già cominciata la pulizia dei trotskisti e degli anarchico-sindacalisti; verrà condotta con la stessa energia che nell’Unione Sovietica»… nel maggio 1937, a Barcellona, gli agenti del Gugb - polizia politica sovietica - organizzano un commando composto da comunisti italiani e spagnoli e danno l’assalto alla Centrale telefonica occupata dagli anarchici… gli scontri fra anarchici e stalinisti (agli ordini di Palmiro Togliatti e Vittorio Vidali, il famigerato «comandante Carlos») sono feroci… muoiono centinaia di persone… Camillo Berneri e Francesco Barbieri sono ammazzati dagli sgherri di Vidali. Il Poum (Partido Obrero de Unificación Marxista, piccola organizzazione dissidente di sinistra che si opponeva al Pce, legato alla Terza internazionale e a Mosca) - con le cui milizie combatté anche George Orwell, autore di Omaggio alla Catalogna - è accusato di essere una “quinta colonna” al soldo dei franchisti e gli stalinisti ne arrestano uno dei fondatori, Andrés Nin; assieme ad altre personalità del Poum viene condotto in un campo militare vicino a Siviglia, dove è torturato e assassinato.
Nel febbraio 1939 il governo di Franco è riconosciuto dalla Francia, dalla Gran Bretagna e dal silenzio ossequioso del Vaticano… il poeta surrealista Benjamin Péret, che aveva partecipato alla Rivoluzione spagnola con gli anarchici della Columna Durruti e scritto la sua poesia sovversiva sulle barricate, si scaglia contro gli uomini che legittimano e mantengono in piedi tutti i sistemi di dominio dell’uomo sull’uomo: «Sparate sempre, prima di strisciare». A causa dei suoi pamphlet anarchici, travolgenti, ereticali e blasfemi, Péret viene infamato, deriso, cancellato (invano) dalle storie della letteratura, e quando lo si è fatto è stato per denigrare la sua grandezza sulfurea e relegarlo nelle bibliografie come scheggia impazzita della rivoluzione surrealista. Nei cimiteri della politica istituzionale (dei bravacci delle chiese o delle belle carogne della cultura asservita) splende il sole dei moribondi, dei pagliacci, dei boia… le loro opere, sparse lungo i millenni, sono disseminate di mediocrità e miserie smascherate da tutti i sovversivi dell’ordine costituito, che proprio non ne vogliono mangiare, di quel pane…
Nell’immaginario fotografico la rivoluzione di Spagna non è solo quella immortalata, una volta e per sempre (e dalla parte giusta), da Robert Capa, Gerda Taro o da David “Chim” Seymour… c’è anche un fotoreporter spagnolo (non proprio conosciuto) che ha documentato la storia di quella rivoluzione con notevole partecipazione sociale: Agustí Centelles i Ossó.
Un’annotazione a margine. Agustí Centelles nasce a Grau de València il 22 maggio 1909. Impara presto il mestiere nello studio di un fotografo a Barcellona (Francisco de Baños, che faceva ritratti e ritocco di negativi e positivi) e inizia a collaborare a diverse testate (La Vanguardia, Diario de Barcelona, La Publicitat, Ultima Hora…). Al giornale El Día Gráfico Centelles incontra il giornalista (fotografo) Josep Badosa e gli apre la strada del fotogiornalismo: è il 1927. Si occupa di sport, spettacoli, atti ufficiali e società… usa una fotocamera 9x12. Dopo il servizio militare (1931) lavora a fianco di alcuni giornalisti - Josep Gaspar, Josep Maria Sagarra e Pau Lluís Llorents: è la svolta professionale. Nel maggio 1934 acquista una Leica per 900 pesetas e comincia a lavorare come freelance. La sua firma inizia ad apparire sui giornali di Barcellona e le sue fotografie sono pubblicate anche all’estero. Nel 1935 sposa Eugènia Martí.
© Agustí Centelles
Il 18 luglio 1936, dopo il colpo di Stato militare, si schiera dalla parte del popolo lealista… nel corso della guerra molte delle sue immagini sono pubblicate da agenzie internazionali (Havas, Fulgor)… non sempre firmate dall’autore… nel settembre 1937 è nell’Unità Servizi Fotografici dell’Esercito Est… fotografa da vicino la rivoluzione e nei combattimenti di Teruel e Belchite - e durante il bombardamento di Lérida - mostra sensibilità e commozione verso la disperata vitalità del popolo spagnolo in armi. Nel 1939, dopo la vittoria del franchismo, Centelles passa il confine con la Francia a piedi: ha con sé le macchine fotografiche e una valigia piena di negativi… viene internato nel campo di Argelès-sur-Mer e poi in quello di Bram… qui allestisce un piccolo laboratorio fotografico e fotografa la situazione degli internati. Nel 1942, grazie a un permesso per il lavoro esterno, fugge ed entra nella Resistenza (come falsificatore di documenti nei Grupos de Trabajadores Extranjeros, unità di appoggio organizzate dai repubblicani spagnoli). Nella primavera del 1944 la Gestapo arresta molti membri dei Gte e Centelles attraversa di nuovo i Pirenei a piedi - con moglie e figlio - e torna a Barcellona in segreto… vive in clandestinità per tre anni a Reus, in casa di parenti. Alla fine della guerra si consegna alle autorità. Vive per lungo tempo in libertà vigilata. Il suo materiale fotografico, conservato clandestinamente in Francia, si potrà vedere solo dopo la fine del franchismo.
Nel 1947 Centelles ha un secondo figlio e torna a Barcellona… apre un piccolo studio e si dedica alla fotografia industriale e alla pubblicità… accusato di appartenere alla massoneria, è a lungo squalificato come fotoreporter… nel 1976 si reca a Carcassonne (dove ai tempi della Resistenza aveva installato un laboratorio clandestino nella cantina del suo datore di lavoro) e recupera le fotografie della rivoluzione che si era portato in esilio. Inizia a pubblicare i suoi materiali… le mostre, le conferenze e il riconoscimento dei fotogiornalisti gli restituiscono il valore documentale che merita. Il 19 dicembre 1979, all’età di 70 anni, riesce a rientrare nel registro ufficiale dei giornalisti. Due anni dopo, l’Afpc (Asociación de Fotógrafos de Prensa y Comunicación de Cataluña) gli rende omaggio e lo nomina membro onorario. Nel 1984 Agustí Centelles riceve il Premio Nacional de Fotografia. Muore a Barcellona il 1º dicembre 1985. L’archivio fotografico di Centelles è conservato presso il ministero della Cultura spagnolo. Lasciamo agli imbecilli dell’entusiasmo l’inconvenienza del successo, roba da mentecatti del mercato intellettuale.

lunedì 1 maggio 2017

ANCORA SU GRAMSCI, TROTSKY E LA NOI, di Roberto Massari

A continuazione del discorso affrontato con lo scritto dello scorso 27 aprile («E se Gramsci, oltre che stimare Trotsky, lo avesse anche capito?»), riproponiamo un ulteriore contributo di Massari: il testo era originariamente apparso nel mensile del Pdac Progetto Comunista (n. 42, ottobre-novembre 2013, p. 12) come commento all'articolo di Francesco Ricci «A proposito del "quaderno scomparso": Gramsci tradito», pubblicato nel n. 40 - giugno 2013 - della stessa rivista, ed era stato ripreso a suo tempo in questo blog. [la Redazione]

Foto segnaletica di Antonio Gramsci nel carcere di Formia, 1933
Caro Francesco [Ricci],

riguardo al tuo articolo su Gramsci non posso che essere generalmente d'accordo e anzi, stimolato da te, sono andato a comprarmi L'enigma del quaderno di Lo Piparo1 e l'ho subito divorato. Penso invece che tu non abbia colto bene lo spirito della mia introduzione al Bollettino della Noi, quando scrivi:
«Non ci convincono le conclusioni di Massari, che tende a ridimensionare i gravi errori di Gramsci (pur riconoscendoli) e che finisce col sostenere […] che in sostanza la stessa Noi, e cioè la prima forma di trotskismo in Italia, nacque sotto il segno di Trotsky e Gramsci. Conclusione zoppicante, perché Tresso e gli altri fecero appunto ciò che Gramsci non fece […] cioè si schierarono con Trotsky e dunque proseguirono con lui "l'ultima battaglia di Lenin", quella contro la degenerazione burocratica dell'Internazionale comunista». Anche se prosegui riconoscendomi di essere stato il primo a richiamare l'attenzione su «questa differenziazione tra vari periodi di Gramsci».
Penso che rileggendo a freddo le righe che hai scritto ti accorgerai anche tu della sfasatura temporale che c'è nelle tue cortesi critiche al mio riguardo. Sfasatura che riguarda non solo la seconda metà degli anni '30, quando la Noi diventa sezione italiana del nascente movimento per la Quarta internazionale. Leonetti farà da segretario (o perlomeno da riferimento politico-organizzativo diretto per Trotsky) fin quasi alla fondazione, per poi tirarsi via. Tresso parteciperà invece alla fondazione della Quarta e rappresenterà il trotskismo dopo il 1938 fino al suo assassinio.
Ebbene, tutto ciò nel 1929-30 è ben lungi dall'accadere o dal potersi immaginare. E se quindi è vero che Gramsci in carcere non parteciperà a questo processo positivo di costruzione di un'alternativa allo stalinismo-togliattismo, è anche vero che non parteciperà ad altro e le sue posizioni in carcere, nel bene o nel male, non avranno alcuna conseguenza diretta sulla politica dell'età sua contemporanea. L'avranno molto di più nel dopoguerra.
Ma la sfasatura riguarda anche il periodo di formazione della Noi. Dico alcune cose, andando a memoria e quindi col beneficio di poter sbagliare qualche data. Ma importa la sostanza.

1) La Noi si manifesta nel 1929-30, cioè nel pieno del cosiddetto Terzo periodo (ultrasinistro) dell'Ic. La sua battaglia in Italia si svolge ancora su due fronti: da un lato ci sono i bordighisti, che continuano a non capire niente della natura del fascismo e della necessità del fronte unico per sconfiggerlo, e dall'altro ci sono, come chiamarli, i «togliattiani», che tali sono solo perché diventati anche stalinisti, ma che al momento sembrano convergere oggettivamente in alcune cose con il bordighismo. La Noi deve combattere contemporaneamente contro la stalinizzazione e contro l'ultrasinistrismo del Terzo periodo. La degenerazione staliniana è avanzatissima. Dal mio punto di vista (a posteriori) posso dire che invece era completata integralmente, ma di questo purtroppo Trotsky si stava rendendo conto solo parzialmente, visto che ancora si illudeva di poter riformare il Pcr, l'Ic e di conseguenza i partiti stalinizzati - nel 1929 (!), col Gulag ormai avviatissimo, la distruzione di qualsiasi opposizione e di qualsiasi fermento operaio, dopo la tragedia in Cina e l'avvio dello sterminio dei popoli sovietici con la collettivizzazione forzata…

giovedì 27 aprile 2017

E SE GRAMSCI, OLTRE CHE STIMARE TROTSKY, LO AVESSE ANCHE CAPITO?, di Roberto Massari

In occasione dell'80° anniversario della morte di Antonio Gramsci, pubblichiamo per i lettori del nostro blog l'introduzione scritta da Roberto Massari per il volume da lui curato e pubblicato nel 1977 [All'opposizione nel Pci con Trotsky e Gramsci: Bollettino dell'Opposizione comunista italiana (1931-1933)] per la casa editrice Controcorrente, e ripubblicato nel 2004 da Massari editore (pp. 432, € 16,00).
Speriamo così di introdurre elementi utili a decostruire il Gramsci creato da una falsa cultura di sinistra, nei decenni della «vulgata togliattiana», allo scopo di cancellare le affinità di pensiero esistite fra Trotsky e il rivoluzionario sardo nei primi anni '20: anni in cui Gramsci espresse profonda ammirazione per Trotsky e per la teoria della rivoluzione permanente, pur non avendone mai capito la sostanza.
Ma su come affrontare il fascismo in Italia, la convergenza fra Gramsci, Trotsky e l'Opposizione trotskista italiana nei primi anni'30 è fuor di dubbio, è storicamente accertata. Ebbene, è proprio questo che le migliaia di libri che vengono prodotti su Gramsci cercano di tenere nascosto o di camuffare. Ciò è reso possibile dalle successive ambiguità e opportunismi del Gramsci in carcere nei confronti dello stalinismo. La lettura del testo di Massari può aiutare a capire come andarono effettivamente le cose, in un momento nevralgico di trasformazione staliniana della maggioranza del comunismo italiano. Di qui l'attualità del testo. [la Redazione]

Sulla battaglia antibordighiana di Gramsci è stato scritto molto. Sull'influenza avuta nella sua formazione da Trotsky*, molto meno. I motivi di ciò, facili da comprendere, verranno accennati nelle pagine che seguono. Eppure, davanti alla tendenza attualmente dominante fra gli intellettuali della sinistra italiana a privare Gramsci sempre più dei suoi connotati marxisti e rivoluzionari, non è cosa da poco riuscire a spiegare cosa portò i due a coincidere nella sostanza delle posizioni politiche in alcuni momenti cruciali del periodo postleniniano. L'obbligo a cercare di fornire una spiegazione a un tale dato di fatto, indiscutibile pur nella sua frammentarietà e contraddittorietà, non deriva però da pure esigenze filologiche o speculative.
Esso deriva da un altro fatto storico, con cui si potrà essere o non essere d'accordo, ma che non si può ignorare: la formazione in seno al movimento operaio italiano degli anni '30 di una corrente organizzata che non solo fondava il suo programma politico sulla sostanza dei contributi per l'Italia forniti da Trotsky e da Gramsci, ma che ai due rivoluzionari si richiamò esplicitamente in tutto il periodo della sua esistenza. Questa corrente, formatasi in seno al gruppo dirigente comunista, composta da compagni che avevano vissuto le vicende del Pcd'I fin dalla nascita, espulsa dal partito, riorganizzatasi poi autonomamente fuori del partito, era la Noi. La Nuova opposizione italiana il cui organo politico era il Bollettino che ripubblichiamo per il lettore italiano.
Alcuni contestano la fondatezza di quel richiamo ideologico della Noi fondandosi su questa o quella posizione di Gramsci, su questo o quel brano dei Quaderni del carcere. Мa dimenticano in genere di assolvere al dovere elementare per chi si richiama al marxismo: spiegare in termini storici perché fu possibile a una corrente organizzata fuori dal Pcd'I ispirare la propria azione politica a quel comune richiamo, e soprattutto perché fu necessario farlo per tutto il corso degli anni '30. Solo alla luce di questa spiegazione storica la discussione teorica sui testi può divenire veramente utile e attuale, e non pura esercitazione accademica.
Sono aumentate negli ultimi anni le pubblicazioni che offrono un quadro esauriente del dibattito sulla «svolta» e che collocano la battaglia e l'espulsione dei «tre» nella loro vera luce, riparando a una grave ingiustizia storica compiuta nei loro confronti e verso il movimento operaio italiano. Ora però occorre cominciare a far luce sul proseguimento di quella vicenda. I «tre» non scomparvero dopo l'espulsione, non considerarono esaurita la propria funzione storica, ma anzi proseguirono la propria battaglia con rinnovata energia, anche se con scarso successo. Il Bollettino è la prova tangibile di questo impegno. Esso ci offre inoltre a posteriori la possibilità di valutare la correttezza di fondo delle loro analisi e delle loro proposte. E di qui viene un nuovo stimolo al dibattito. È mai possibile che il richiamo all'insegnamento di Trotsky e in parte a quello di Gramsci sia stato completamente estraneo a questa correttezza delle loro analisi o posizioni? No, ovviamente.

lunedì 26 dicembre 2016

IL DISCORSO DI MOLOTOV DEL 31 OTTOBRE 1939 CHE PROCLAMA LA VOLONTÀ DI PACE DI HITLER, di Michele Nobile

Molotov tracciò un quadro organico della politica estera sovietica il 31 ottobre 1939, durante la quinta sessione (straordinaria) del Soviet supremo1. L'analisi di questo discorso è utile per chiarire una questione di grande rilievo storiografico e teorico: e cioè se la politica estera dell'Urss dell'epoca staliniana fosse ideologicamente dettata da una prospettiva politica leniniana oppure da criteri diversi. Il primo caso rimanda all'interpretazione liberale del Patto d'agosto fra Hitler e Stalin come convergenza fra i totalitarismi, motivata dalla condivisa ostilità alla democrazia e, più in particolare, dall'intento staliniano di trar profitto dalla guerra imperialista per estendere il sistema sovietico al resto d'Europa. Un'alternativa è l'interpretazione per cui la politica estera sovietica non differiva qualitativamente dalla Realpolitik delle grandi potenze e che nel 1939-41 avrebbe avuto l'obiettivo di rimanere fuori del conflitto. Questa grande corrente interpretativa assume la sostanziale dicotomia fra politica interna ed esterna e una logica geopolitica in cui lo spazio socio-politico è una sorta di dato naturale nel quale gli attori fondamentali sono gli Stati, nelle versioni più semplici intesi come blocchi internamente omogenei. Nonostante la sua apparente naturalità e astoricità - in quanto indifferente alle peculiarità sociali e ideologiche dei paesi in questione - anche questa classe di interpretazioni è figlia della modernità westfaliana e capitalistica. Trovo entrambi gli approcci insoddisfacenti in quanto entrambi, sia pur per opposti motivi, sottovalutano la specificità sociale della dittatura burocratica staliniana e le sue implicazioni circa i metodi e gli obiettivi di politica estera. Occorre spiegare la strategia discorsiva di Molotov e i suoi argomenti nel quadro di un'interpretazione che leghi le decisioni di politica estera all'ordine sociale e politico interno dell'Unione Sovietica.

Il discorso di Molotov si presenta strutturato in tre parti: nella prima Molotov trattò i grandi cambiamenti nella politica internazionale intervenuti nei due mesi seguiti alla quarta sessione del Soviet supremo, presentò un'interpretazione della guerra in corso fra le potenze liberali e la Germania nazista e delineò l'atteggiamento internazionale dell'Unione Sovietica nel contesto della guerra europea; nella seconda motivò in modo più specifico l'intervento in Polonia; nella terza fornì un quadro dei rapporti tra l'Urss e alcuni Stati per essa di particolare rilievo strategico: gli Stati baltici, la Finlandia, la Turchia, il Giappone.
È molto significativo che il primo dei grandi cambiamenti nella scena internazionale indicati da Molotov fosse il Patto d'agosto con la Germania nazista, «che ha posto fine alle anormali relazioni fra Germania e Unione Sovietica», seguito dal trattato di amicizia firmato il 28 settembre; nei documenti sovietici e del Comintern dell'epoca scomparvero l'antifascismo e la differenziazione fra i regimi politici delle potenze capitalistiche. Questo cambiamento precedeva nell'elenco il «collasso dello Stato polacco» e la «grande guerra divampata in Europa»: forse un errore perché, per una volta, la dirigenza staliniana diceva la verità. Infatti, con questo lapsus nell'ordinamento degli eventi recenti, Molotov ammise involontariamente il Patto che aveva firmato con Ribbentrop quale necessaria condizione strategica della detonazione della guerra da parte della Germania nazista, in quanto la liberava dal pericolo di dover condurre simultaneamente una guerra su due fronti con potenze industriali e bene armate. Si può inoltre notare come Molotov presentasse come fatto normale che «la patria del socialismo» intrattenesse buoni rapporti con il più bestiale nemico del movimento operaio, del socialismo e di tutto ciò che può dirsi civile e umano. Traspare così una visione del mondo gretta, statalista e nazionalista che dava il tono a tutto il discorso. Assumere come dato positivo la normalizzazione dei rapporti con il Terzo Reich era necessario per giustificare il brusco rovesciamento della linea della sicurezza collettiva e dei fronti popolari antifascisti. Si tratta di un argomento che si colloca nella secolare tradizione, risalente alla pace di Westfalia del 1648, al termine della Guerra dei Trent'anni, secondo la quale i corretti rapporti fra gli Stati europei escludono l'ingerenza negli affari interni.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.