L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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sabato 19 ottobre 2024

ISRAEL: EL MUNDO A REVÉS

por Nathan Novick

(desde Chile)


ESPANOL - ITALIANO - ENGLISH


Muy estimados/as:

HAY UNA ENORME CONFUSIÓN EN ESTE MUNDO QUE LA PODEMOS PAGAR MUY CARA:

El mundo al revés: EL ÚNICO PAÍS, ISRAEL, QUE ESTÁ ACTUANDO EN DEFENDER A SUS CIUDADANOS DE VECINOS REAL Y EXPLÍCITAMENTE GENOCIDAS, terroristas que destruyen y asesinan, responsables del pogromo del 7 octubre 2023, reciben la indiferencia del denominado “mundo civilizado” y el ataque de Organizaciones que se autodenominan “defensoras de Derechos Humanos”; todos ellos se hacen de este modo cómplices de los crueles terroristas

Israel  y las FDI - que tratan de neutralizar a Hamás y a Hisbullá, incluyendo inteligencia y alta tecnología, procurando  generar  el mínimo de bajas inocentes en esta tragedia, a pesar de las dificultades que ello significa debido a  la accion de esos terroristas que atentan contra las poblaciones civiles de Gaza, Líbano e Israel -  EN LUGAR DE RECIBIR APOYO, SON CRITICADAS por organizaciones  ideológicas que se hacen cómplices de los terroristas y de sus acciones tratando de que queden impunes de los crímenes de lesa humanidad que cometen y han cometido. Es una vergüenza

 

LO QUE PASA EN GAZA Y LÍBANO ES UNA ENORME TRAGEDIA, AMPARADA AL IGUAL QUE LO QUE SUCEDE EN DARFUR, (SUDAN), POR UNA TERRIBLE CONFUSIÓN de parte de muchos que se supone que tendrían que tener muy claro de lo que nos estamos jugando como humanidad:

Nos jugamos una elección fundamental, una elección que puede significar la subsistencia misma de la humanidad:

1.- LA ELECCIÓN ENTRE PROCURAR UN MUNDO  MAS CIVILIZADO, (que busque sociedades en procesos de bienestar ciudadano, de respeto a la diversidad, de democracias activas, participativas, renovadas, de sociedades libres pero sin libertinajes, con Instituciones validadas que funcionen adecuadamente, con un  estado de derecho vigente y respetado), o

2.- FRENTE A QUIENES HAN ELEGIDO MILITAR EN ORGANIZACIONES TERRORISTAS, CRIMINALES globalizadas, actuando cruelmente  en todo el planeta con diversas motivaciones y por ahora con gran impunidad. A modo de simplificación, ese parece ser el futuro de nuestro planeta.

Esa es la realidad en este mundo. PIENSO QUE NO HAY QUE ESPERAR NADA DE LA ONU YA QUE ES UNA ORGANIZACIÓN FRACASADA, IDEOLOGIZADA Y POLARIZADA. Incluso de hecho están tomando riesgos con los “cascos azules” que no cumplieron su misión de tener desmilitarizada la zona sur del rio Litani en Líbano poniéndose ahora  en riesgo para tratar de impedir las acciones de las FDI  en su esfuerzo de neutralizar a Hisbullá!  Eso, en lugar de obedecer evacuar esa zona según solicitó las FDI a fin de que no tengan riesgos… ¡Es increíble!! Que manera de tergiversar la ONU una de sus funciones prioritarias fundacionales.

Los países del mundo supuestamente “civilizados” han de diagnosticar sin confusiones lo que actualmente se enfrenta y actuar en consecuencia: de manera urgente y según estrategias apropiadas.  Es tiempo de generar CON ALIANZAS DE PAISES. los medios para “neutralizar” la accion de los terroristas. Es urgente.

Pareciera que hoy por hoy, ISRAEL ES EL ÚNICO PAÍS DEL MUNDO QUE TIENE ESA CLARIDAD DE DIAGNÓSTICO Y ACCIÓN, SIMPLEMENTE PORQUE AL DEFENDERSE, ESTA DEFENDIENDO SU DERECHO A EXISTIR. Y ESTA VEZ HAN DICHO: “NO MAS CAMPOS DE EXTERMINIO: NO MAS CHIVOS EXPIATORIOS, CUALESQUIERA QUE SEAN LAS MOTIVACIONES DE LOS NUEVOS NAZIS Y LLÁMENSE COMO SE LLAMEN. NUNCA MAS”.

 Cordialmente

Nathan Novik



ITALIANO

mercoledì 15 novembre 2017

CRISI POLITICA IN ARABIA SAUDITA E LIBANO, di Pier Francesco Zarcone

Saad Hariri, 24 ottobre 2017 © Mohamed Azakir
Non stupisce che si tratti dell’argomento del momento per i media di mezzo mondo, giacché siamo in presenza di crisi di notevole portata che potrebbero squilibrare ancor di più il già squilibrato Vicino Oriente. E si tratta di due fatti fra loro probabilmente collegati.

LA CRISI SAUDITA

In Arabia Saudita il nuovo principe ereditario Muhammad bin Salman (nuovo perché il precedente, suo cugino Muhammad bin Nayef, è stato silurato dal medesimo padre e monarca che l’aveva designato - e non si sa quanto tutto ciò sia stato spontaneo) ha scatenato una vasta epurazione colpendo “intoccabili” che tali in fondo non erano, con l’evidente proposito di mettere in sicurezza il potere che al momento in buona parte già possiede e che domani sarà suo anche formalmente.
Gli eventi si sono svolti con tale rapidità da rivelare che il piano era già stato preparato da un certo tempo. Il 4 novembre vi sono stati due decreti di re Salman: uno destituiva il capo di Stato maggiore della Marina, licenziava il ministro dell’Economia e il capo della Guardia nazionale - vale a dire il principe Mutaib, figlio del defunto re Abd Allah e fino a poco prima figura potentissima; l’altro istituiva una Commissione anticorruzione sotto la presidenza dello stesso Muhammad bin Salman. È anche entrata in vigore una nuova e pesante legge antiterrorismo, che fra l’altro comminerà dai 5 ai 10 anni di carcere per insulto pubblico al re e/o all’erede al trono.
Nel giro di poche ore tale Commissione accusava di appropriazione indebita undici principi, quattro ministri in carica e trentotto ex ministri - al cui immediato arresto provvedeva il nuovo comandante della Guardia nazionale - alcuni di essi indagati anche ai sensi della neonata legge antiterrorismo. Nello stesso giorno si dava notizia del sequestro di beni e conti bancari degli inquisiti, proprietà e denaro che in caso di una loro condanna andranno al Tesoro nazionale.
Dal punto di vista della pura cronaca l’accusa di corruzione assomiglia allo scandalo hollywoodiano delle molestie sessuali: è infatti più che risaputo che in Arabia Saudita ciò riguarda in particolare i membri di quella vera e propria legione che è la famiglia reale; ma oggi è invece presentata come fonte di inaudito scandalo. I nomi “illustri” colpiti da re Salman portano a ritenere che si tratti di un’epurazione per la sicurezza del nuovo erede, piuttosto che rivolta a moralizzare la vita pubblica del Paese. Non pare azzardato dire che bin Salman stia sostituendo la “propria” autocrazia alla tradizionale oligarchia degli affari.
Se è vero (ma è tutto da vedere) che egli abbia neutralizzato avversari e nemici, ci sono segnali tali da far pensare a sue manovre per ottenere consenso popolare in un Paese in cui i giovani sotto i trent’anni sono il 70% della popolazione, composta al 51% da donne; a meno che non intenda avvalersi - pericolosamente - del solo esercizio del potere regio. Dovrebbero far parte della prima ipotesi i recenti provvedimenti di “modernizzazione”: bin Salman ha consentito l’apertura di cinema e l’organizzazione di concerti (prima vietati), e alle donne di guidare l’auto da sole a partire dal 2018; pare poi che abolirà la temibile polizia religiosa e il “tutorato” maschile sulle donne, e ha inoltre annunciato di voler trasformare l’Islam wahhabita del suo Paese per normalizzare i rapporti col resto del mondo sunnita. Nel frattempo ha fatto arrestare più di mille imām e teologi wahhabiti. Tra i suoi propositi di riforma religiosa c’è anche quello di rivedere criticamente i detti del Profeta (che costituiscono la Sunna, la «tradizione» sunnita), così da eliminarne quelli violenti o contraddittori. Nel mondo musulmano sunnita sarebbe qualcosa di sconvolgente. Staremo a vedere.
Con tutta probabilità - se bin Salman resterà in sella - l’Arabia Saudita passerebbe da una tirannide oscurantista ad una di tipo più o meno “illuminato”. Quali possibilità di manovra si aprano per i vari attori regionali nel Vicino Oriente è presto per dirlo, ma ne analizzeremo fra breve i maggiori sommovimenti.
Muhammad bin Salman è un personaggio che usa la forza senza problemi, non solo in politica interna: sua è infatti la responsabilità dell’aggressione allo Yemen in funzione anti-iraniana. Non si tratta di un’operazione brillante, dato che le truppe saudite le stanno “prendendo alla grande” dai ribelli sciiti Houthi e dagli Yemeniti che vogliono in ogni caso respingere questa nuova e sanguinosa avventura del tradizionale nemico saudita.
E forse la crisi governativa libanese va letta anche in rapporto agli eventi yemeniti. Nella storia non sarebbe la prima volta che un regime incapace di vincere su un fronte bellico già esistente cerchi di uscire dall’impasse aprendone un altro - nel nostro caso, in Libano. E se così fosse, non vi è dubbio che bin Salman starebbe giocando una carta pericolosa, capace di ritorcerglisi contro. Infatti, nell’ipotesi dell’aggravarsi della crisi con un più diretto coinvolgimento dell’Iran, si dovrà vedere in quale modo l’erede al trono riuscirà a compattare sotto di lui la società saudita (pur sempre fatta tradizionalmente da sudditi e tutt’altro che unita) mentre ne sconquassa i vertici operativi: corrotti sì, ma pur sempre con una certa esperienza.

LA CRISI LIBANESE

L’inizio di tale crisi va contestualizzato. Non solo per l’Arabia Saudita la guerra va malissimo nello Yemen, ma in Iraq e Siria l’Isis e i jihadisti da essa foraggiati sono stati ormai sconfitti sul campo, e non certo grazie alla fantasmatica “coalizione a guida Usa”, ma essenzialmente per la discesa in campo della Russia, dell’Hezbollāh libanese, di varie milizie popolari sciite e di “consiglieri” iraniani. È una sconfitta per l’Arabia Saudita, tanto più che può dirmi ormai aperto il cosiddetto “corridoio sciita” - da Teheran passando per Baghdad, e arrivando a Damasco e Beirut. A questo si aggiunga che il Qatar (anch’esso con governo wahhabita, ma nei giochi di potere le comunanze religiose non valgono nulla), grazie ai rifornimenti iraniani, non è stato messo in ginocchio dal blocco saudita, e che quindi Teheran - con un governo del Bahrein non molto stabile per l’agitazione della maggioranza sciita, con quella bomba ad orologeria che è la presenza sciita in zone petrolifere dell’Arabia Saudita e con gli Emirati Arabi Uniti che giustamente tentennano - ha virtualmente i numeri per estendere la sua influenza sul Golfo Persico e sugli stessi Emirati. Un pericolo mortale per Riyad.

lunedì 30 ottobre 2017

GLI INAVVERTITI CAMBI DI EQUILIBRIO NEL VICINO ORIENTE, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

© Neil Hester
Molto spesso il succedersi degli avvenimenti e i connessi “bombardamenti mediatici” distolgono l’attenzione dal significato più profondo - o più ampio - di quanto è accaduto e sta accadendo… e non sempre dai commentatori di professione viene il necessario aiuto. Questo vale in particolar modo per il Vicino Oriente, teatro di un plurisecolare conflitto fra Islam sunnita e Islam sciita.
In genere si trascura l’essersi realizzata una sconfitta di notevoli proporzioni del primo di questi due Islam, con la conseguente apertura di spazi di rilievo per gli Sciiti. I paesi sunniti hanno infatti perso tutte e tre le guerre contro Israele, e l’Iraq di Saddam Husayn (più o meno laico, ma sunnita) a sua volta ne ha perse altrettante - la guerra con l’Iran e le due contro gli Stati Uniti. Oltre a quel regime si è dissolto il dominio della minoranza sunnita sul resto della popolazione irachena.
Sul campo di battaglia l’Isis è ridotto al lumicino e il sogno/incubo del “califfato” si è dissolto; nello Yemen, l’Arabia Saudita sta pagando a caro prezzo la sua aggressione, essenzialmente per mano degli Sciiti locali; per non parlare del nazionalismo arabo e/o panarabo che da tempo ha fatto bancarotta (lasciamo stare il problema di chi ne sia stato il maggior responsabile).
Per contro l’Islam sciita (di cui l’Iran resta sempre il fulcro) ha collezionato una serie di successi locali e strategici, un risultato dovuto in buona parte al “satana” statunitense, che finora non ne ha azzeccata una - per ignoranza, noncuranza e incapacità di tattiche e strategie degne di questo nome.
È il caso di rimarcare l’abilità manovriera della dirigenza iraniana post-khomeinista, che ha abbandonato l’originaria e pasticciona aura rivoluzionaria di Khomeini (peraltro innocua in termini concreti) e optato per un freddo pragmatismo politico, l’operare sotto la copertura di intermediari locali, le pazienti operazioni di lunga durata e, naturalmente, il pronto approfittare dei colossali errori altrui.
In Libano l’appiattimento statunitense sulla politica israeliana ha creato le premesse per l’espansione di Hezbollāh, prontamente armato ed organizzato da Teheran, col risultato che finora l’unica sconfitta militare israeliana è avvenuta in Libano nel maggio 2000 ad opera degli Sciiti libanesi, con le truppe sioniste costrette a ritirarsi da quel Paese.
Oggi Hezbollāh dispone di una forza militare di tutto rispetto, non già come esercito convenzionale ma come forza guerrigliera che nulla ha da invidiare alla perizia dei Vietcong, con l’aggiunta di disporre di tecnologie modernissime di cui hanno fatto le spese le Forze armate israeliane.
In Iraq è stato anche peggio: non avendo mai capito che non si trattava affatto di una nazione, e che quella costruzione artificiale voluta dalla Gran Bretagna dopo la Grande Guerra si reggeva solo in virtù del suo esercito, Washington ha avuto allora la bella pensata di dissolvere le Forze armate irachene subito dopo la Seconda guerra del Golfo, creando automaticamente un vuoto di base subito utilizzato dall’Iran - innanzitutto sul piano politico.
Ed ecco che ora, per la prima volta dal Califfato fatimida del Cairo (dal IX al XII secolo), abbiamo due Stati arabi a guida sciita: la Siria (che già lo era) e l’Iraq.
E arriviamo appunto alla Siria. Sulla spontaneità delle cosiddette “primavere arabe” quali coagulo di innegabili malesseri locali, i dubbi ormai superano le certezze; e comunque sta di fatto che le manovre statunitensi nell’assalto al governo di Damasco - con il fatale sostegno alle più pericolose e crudeli formazioni dell’estremismo islamista (sunnita) - sono state sparigliate dall’intervento russo a fianco di Iran e Hezbollāh.
La conclusione è che oggi esiste un “corridoio sciita” da Damasco e Beirut a Teheran, passando per Baghdad. Il palese tentativo di Washington di interromperlo utilizzando i Curdi di Siria è votato al fallimento sia per la prevedibile opposizione della Turchia che per la scarsa consistenza militare dei Curdi, checché ne dicano i media occidentali legati al “pensiero unico”, oltre che per la dimostrata capacità iraniana (lo spirito di Khomeini è morto da tempo) di saper manovrare per i propri fini anche con i Curdi sunniti, dal Pkk turco al Kurdistan iracheno.
In più il notevole rafforzamento militare dell’Iran, per quanto al momento solo in termini di armamento convenzionale, fa sì che questo Paese risulti essere un’importante potenza regionale nel Golfo Persico, tale che, nell’ipotetico caso di un ritiro degli Stati Uniti dall’area, essa cadrebbe subito sotto l’egemonia iraniana.
Al riguardo bisogna intendersi. L’esperienza della passata guerra con l’Iraq è stata per Teheran assolutamente preziosa per attrezzarsi a non ricadere militarmente nella stessa situazione e trovare alternative belliche. È fuori discussione che se gli Stati Uniti volessero attaccare l’Iran (come ogni tanto Trump minaccia di fare), esso verrebbe sconfitto nel primo round, ma in virtù dell’esperienza di guerra “asimmetrica” accumulata in Libano e nell’Iraq occupato dagli Usa sarebbe sicuramente in grado già in questa fase di arrecare danni consistenti all’aggressore, anche economici se riuscisse a bloccare lo stretto di Ormuz, da cui passa giornalmente una quantità impressionante di petrolio.
Nel secondo round, poi, per gli Statunitensi comincerebbero i veri guai: controllare l’immenso territorio iraniano sarebbe pressoché impossibile anche per la loro potenza bellica, e a meno che non decidessero di dare luogo a indiscriminate distruzioni di centri abitati (e delle popolazioni civili che li abitano), le tecniche di guerriglia e terroristiche ben conosciute dagli Iraniani farebbero sì che l’afflusso giornaliero negli Usa di aerei da trasporto carichi di bare con militari morti sconvolgerebbe la psicologia poco spartana dell’Americano medio. Per non parlare dei costi economici.
È risaputo che gli Stati Uniti continuano a privilegiare i rapporti con i paesi sunniti e che l’instaurazione di migliori relazioni con quelli sciiti è considerata una specie di tradimento. In quest’ottica gli “esperti” occidentali di politica estera - tra cui anche “orientalisti” ufficialmente apprezzati - considerano generalmente l’Islam sciita una specie di relitto medievale. Il che porta a una sopravvalutazione delle capacità a fini costruttivi del Sunnismo nel Vicino Oriente… fermo restando che a essere davvero medievale è proprio il Sunnismo.

mercoledì 7 settembre 2016

STATO E NAZIONE NEL VICINO ORIENTE, di Pier Francesco Zarcone

L'IMPERIALISMO FRANCO-BRITANNICO E IL CAOS ODIERNO

Per capire in qualche modo l'attuale caos nel Vicino Oriente bisogna risalire ai primi degli anni '20 del secolo scorso, quando dopo la Grande Guerra alcuni politici occidentali (Lloyd George, Clemenceau, Churchill) ridisegnarono la mappa di quella parte di mondo. Giustamente si dice che crearono degli Stati artificiali; tuttavia questa caratteristica viene meglio espressa dal concetto di "comunità immaginate", cioè carenti di storia nella loro forma attuale (con una certa eccezione per la Siria): per esempio, la storia della Mesopotamia non è la stessa cosa della storia dell'Iraq.
In relazione a questo non è casuale che oggi nel Vicino Oriente non manchino quanti collocano la cosiddetta "rivolta araba" dello Sharif hashimita della Mecca, Husayn, dei suoi figli Faysal e Abd Allah e di T.E. Lawrence, tra le cause prime delle attuali disgrazie. Infatti la proposta ricevuta da Gran Bretagna e Francia per appoggiare una rivolta araba contro gli Ottomani e poi costituire uno Stato arabo indipendente fece intendere agli Alleati che esistesse un nazionalismo arabo da loro sfruttabile. È nota la successiva sequenza di illusioni e tradimenti imputabili a Londra e Parigi, ma quel convincimento rimase, al di là dei differenti modi di procedere di ciascuna delle due potenze: la Gran Bretagna in qualche modo cercò di "salvare capra e cavoli", cioè di realizzare i propri interessi imperialistici mediante la creazione di entità statuali arabe, sottoposte al suo controllo indiretto; mentre la Francia preferì il controllo diretto sulla Siria, frantumandola nella Siria attuale e nel Libano. L'obiettivo di entrambe le due potenze rimase quello di condurre all'indipendenza formale entità statuali adeguatamente plasmate e ammorbidite.
Per quanto riguarda l'intervento della Gran Bretagna, avendo come presupposto - errato - l'esistenza di un diffuso nazionalismo arabo, la sua azione imperialistica fu accompagnata dall'illusione che fosse sufficiente aver costituito tre nuovi Stati arabi dalla disgregazione ottomana: Higiaz, Transgiordania, Iraq (il primo sarebbe stato ben presto annesso ai domini di Abd al-Aziz ibn Saud, cioè all'odierna Arabia Saudita). La situazione nel Vicino Oriente e le sue dinamiche - in realtà ignorate dai britannici - erano assai più complesse, e le difficoltà cominciarono subito.
Nonostante le illusioni britanniche, il nazionalismo arabo era l'ideologia di una minoranza di intellettuali urbani non radicati nelle masse, con una non secondaria presenza di Arabi cristiani: non averlo capito fece ritenere (sbagliando) che la Nazione potesse prevalere - per sua forza unificante - sulle religioni, sulle etnie, sulle tribù. La storia avrebbe dimostrato il contrario. In realtà l'unica componente del Vicino Oriente in cui sulla religione possa prevalere il dato linguistico (insieme a quello etnico) è la popolazione curda.
Eppure avrebbe dovuto costituire un campanello d'allarme il dato quantitativo (molto scarso e a pagamento) della partecipazione araba alla ribellione antiottomana (significativa diserzione di truppe non ve ne fu, e solo alcuni ufficiali arabi prigionieri aderirono alla rivolta) e la sua effettiva incidenza militare che, pur includendovi la presa di Aqaba, si ridusse a qualche azione di guerriglia e di sabotaggio, tutto sommato ininfluente sullo sforzo bellico alleato nel fronte del Sinai. (Se si sfugge alle rodomontate di T.E. Lawrence, salta all'occhio che i ribelli arabi nemmeno riuscirono a prendere Medina - tenuta dalle truppe ottomane fin dopo la cessazione delle ostilità - e che il loro ingresso a Damasco prima delle truppe alleate fu dovuto solo alla sensibilità politica del generale Allenby, che scelse di inebriare gli irregolari hashimiti col solo fumo di un "arrosto" che non arrivarono a mangiare.) In definitiva, tenuto conto delle proporzioni, sarebbe meglio parlare di "rivolta hashimita", e basta.

sabato 17 gennaio 2015

NAJI AL-ALI: NO AL SILENZIATORE! I FUMETTI DI HANDALA E LA RIVOLUZIONE PALESTINESE, di Pino Bertelli

a ricordo di un grande disegnatore palestinese, ucciso perché aveva fatto della sua arte un'arma per la libertà d'espressione…

E falsa sia per noi ogni verità, che non sia stata accompagnata da una risata.
(Friedrich W. Nietzsche)

Io milito per la causa palestinese e non per le singole fazioni palestinesi.
Non disegno per conto di qualcuno, disegno solo per la Palestina, che per me si estende
dall'Oceano Atlantico fino al Golfo [si intende tutto il mondo arabo (n.d.r.)]
I miei personaggi sono pochi, il ricco e il povero, l'oppressore e gli oppressi…
e non mi sembra che la realtà si discosti molto da questo.
(Naji Al-Ali)

Cantando per le strade, per i campi, /il nostro sguardo farà scaturire l'osservatorio
dal posto più lontano /dal posto più profondo
dal posto più bello, /dove non si vede che l'aurora,
e non si sente che la vittoria. /Usciremo dai nostri campi.
Usciremo dai nostri rifugi in esilio. /Usciremo dai nostri nascondigli,
non avremo più vergogna, se il nemico ci offende.
Non arrossiremo: /sappiamo maneggiare una falce,
sappiamo come si difende un uomo disarmato. /Sappiamo anche costruire
una fabbrica moderna, /una casa,
un ospedale, /una scuola, /una bomba, /un missile.
E sappiamo scrivere le poesie più belle.
(Mahmud Darwish, Cantando per le strade)

I. OUVERTURE AL VELENO

Di nessuna chiesa è l'arte del fumetto. La meraviglia e lo stupore sono i fuochi della conoscenza e dell'intelligenza. Per evitare la stupidità, in arte come nella vita quotidiana, basta sapere che il profumo del biancospino influisce sulle costellazioni, diceva… il solo nemico dell'arte non è l'originalità (pretesa), bensì l'insignificante (accertato). La fumettografia ereticale è un modo di filosofare e tende alla sovversione di tutta la figurazione/comunicazione ordinata nel lievito del mercantile e in secoli di soggezione… a partire dalla sacra sindone, fino a tutta la pubblicistica come forma propedeutica (non solo) popolare che cementa la demenza di pochi con la demenza di molti. Quando arrivano gli artisti veri, si alzano le forche. L'arte del fumetto, infatti, non serve a niente, proprio come la musica di Mozart.
L'esercizio della fumettografia è stato, quasi sempre, pura contemplazione del segno… il grande fumettista è colui che è consapevole di rappresentare una minaccia per l'ordine costituito… il suo veleno immaginario vagabonda nei cieli in utopia del libertario e mostra che "valori comuni generano donne e uomini comuni… si tollera quello che non si ama, e solo quando non lo si considera pericoloso per la costellazione dei propri pregiudizi" (Giulio Giorello)1. La critica della fumettografia non è solo corrosiva - se essa scioglie nel cianuro di china i valori e i codici correnti -… è una vera e propria minaccia contro chi minaccia la libertà di pensiero. Chi è di nessuna chiesa non si ritrova neppure in una chiesa di eretici… l'odio ha un recinto e la rete spinata, l'amore dell'uomo per l'uomo scopre che la fraternità ha uno sguardo, l'accoglienza un abbraccio. La storia del fumetto è storia di genuflessioni o d'intemperanze che fanno scandalo.
I fumetti davvero grandi si scagliano contro ogni forma di sudditanza e inventano la poetica della rêverie di una società libera e aperta. Si tratta di accedere al reale attraverso l'irriverenza dell'immaginario e fare di un gioco di segni/specchi il risveglio di una volontà creativa: "Il diventare opaco del mondo appare così, più che un allentamento della coscienza, come una condizione per il ridestarsi della coscienza attivamente immaginante. Il crepuscolo della rêverie è il crepuscolo della realtà stessa, non è un decadere dell'io nella passività del sonno e del sogno, ma un emergere dell'io «irrealizzante» nell'allontanamento della dimensione della realtà" (Gaston Bachelard)2. Il reale è sempre sulla soglia del vero e in arte, come in amore o nella rivolta, tutto è permesso. Dove non c'è l'ebbrezza dell'oltrepassamento non c'è verità né arte… si tratta di minare la base, scuotere la cima dell'essere e fare dell'interrogazione il primo segno/gesto di disobbedienza.
Nella culla consolatoria dell'infanzia amena, infelice o imbecille, i fumettari del mercimonio, sempre proni alla qualificazione del fumetto in "opera d'arte" per essere riconosciuti nelle cloache del tempio del consumo mediatico come apostoli della stupidità eidetica… restano degli eterni bambini con la tendenza, sovente demenziale, di chi non si accorge della dolente umanità e preferisce disegnare lo stupidario d'immagini utili a giornali, libri, riviste, televisione, cinema, pubblicità… sulle quali sorridere per un po', coscienti che tutto resterà come prima e magari qualcuno dei bersagli/uomini politici scherniti potrà acquistare una tavola e appenderla nel bagno dove gli ospiti la possono ammirare in intimità. I fumettari dell'avanguardia stanno al giogo né più né meno di quelli più blasonati. Restano al palo della storia (non solo del fumetto) in attesa di essere "scoperti" da qualche "mercante illuminato", e intanto si danno da fare a sputacchiare disegni a destra e sinistra, sempre in nome della libertà d'espressione.

lunedì 22 settembre 2014

OBAMA CONTRO L'ISIS: NE SONO CONVINTI IN POCHI, di Pier Francesco Zarcone

Isis: che fare?

L’improvvisa irruzione dei jihadisti di al-Baghdadi ha dato corso a una diffusa prassi di massacro delle minoranze religiose, di barbare esecuzioni, di vendita di schiave non-musulmane o sciite sulla pubblica piazza, di stupri e matrimoni forzati, nonché di cancellazione dei più elementari diritti della persona. Il tutto con la abominevole scusa della religione (vecchio motivo del fanatismo “religioso” sotto tutti i cieli), quand’anche nulla di ciò abbia a che fare con i precetti coranici riguardanti il piccolo jihad (quello grande, e di maggior valore, è lo sforzo umano per essere spiritualmente graditi a Dio). Il “califfo” e i suoi tagliagole sono portatori di una sanguinaria religione dell’odio fatta di crudeltà e sadismi pianificati, a cui si deve contrapporre un’indignazione - senza se e ma - che si concretizzi in reazioni effettive e idonee a eliminare questo fenomeno, perché qui rientra in ballo con tutta la sua drammaticità il vecchio dilemma “civiltà o barbarie”.
Purtroppo, ad avere la maggior risonanza mediatica, più dei massacri di massa, sono state le rozze - e quindi atroci - decapitazioni filmate di tre ostaggi occidentali (due statunitensi e uno britannico); due episodi orrendi che già da soli basterebbero a invocare la distruzione dell’Isis. Comunque ancora una volta emerge il latente razzismo bianco, in quanto la vita di tre appartenenti al Primo Mondo mantiene una valenza maggiore rispetto alle vite di migliaia e migliaia di esseri umani un po’ più abbronzati. Questo lapsus etico non muta di certo i termini del problema centrale: l’Isis - in fase di strutturazione addirittura come Stato – è una maxi-organizzazione criminale che le pratiche abituali di uccisione massiccia di esseri umani indifesi, utilizzate come strumento di terrore, privano di ogni dignità politica e morale, rendendone la distruzione un’esigenza di igiene mondiale. Sono in gioco ulteriori vite di innocenti su cui incombe un massacro ben lungi dall’essere concluso; e questo - checché ne possano pensare gli “immacolati” di una certa sinistra residuale – richiede il ricorso a ogni mezzo possibile, anche in nome di un grande dimenticato: l’umanesimo rivoluzionario.

mercoledì 18 giugno 2014

LA CATASTROFE IRACHENA: GRAZIE WASHINGTON!, di Pier Francesco Zarcone

Indipendentemente da come si evolveranno le cose sul piano militare, è possibile un primo bilancio sull’enorme crisi che sta sconvolgendo l’Iraq. Qui emergono in tutta la loro tragicità le catastrofiche conseguenze della dissennata politica statunitense, capace di  produrre costi umani di immane portata, ma incapace di realizzare altresì i propri interessi imperialistici, creando un mare di guai per gli Iracheni e per il mondo intero. Lo squagliamento del nuovo esercito di Baghdad addestrato dagli Stati Uniti (quello di Saddam Husayn fu sciolto dagli Usa subito dopo la conquista dell’Iraq) tratteggia quanto accadrà domani in Afghanistan, col suo logico seguito. In più vanno contati fin d’ora le sanguinose conseguenze del ritorno nei paesi di origine delle migliaia di combattenti jihadisti con passaporti europei. Il massacro al Museo ebraico di Bruxelles è stato, con tutta probabilità, solo un anticipo.

Una polveriera in  fiamme
Tuttavia il vero nucleo del problema sta nel fatto che la sconclusionata azione di Washington, di cui l’attuale insipienza di Obama è il punto di arrivo attuale, provoca la progressiva esplosione dei settori più a rischio della polveriera araba, dall’Africa settentrionale al Vicino e Medio Oriente, e porterà a una terribile deflagrazione finale. Non si dimentichi che solo pochi mesi fa gli Stati Uniti avevano tutta l’intenzione di bombardare la Siria: senza l’escamotage di Putin essi avrebbero consegnato quel paese proprio ai jihadisti che oggi marciano su Baghdad. Sull’irresistibilità di questa marcia ci sarebbe molto da dire, se sono vere le voci che li valutano in circa 30.000 miliziani per lo più armati alla leggera. Tuttavia dai depositi militari abbandonati di corsa dai soldati iracheni sicuramente i jihadisti hanno ricavato materiali qualitativamente consistenti e utilizzabili sia in Iraq sia in Siria.
Per quanto sia stata una sorpresa la rapidissima disintegrazione dell’esercito iracheno, i segnali premonitori di un’azione dei jihadisti c’erano eccome, ma il governo centrale se ne è infischiato, a parte inascoltate richieste di aiuto agli Stati Uniti. A questo punto le male lingue arabe attribuiscono quest’inerzia a un machiavellico gioco del premier sciita Nuri al-Maliki, il quale avrebbe lasciato precipitare la situazione per potersi poi fare attribuire poteri straordinari a tempo indeterminato. Fantapolitica? Gioco rischioso? Non si sa, ma da quelle parti tutto è possibile. Sta di fatto che forse una politica di al-Maliki un po’ meno settariamente antisunnita avrebbe contribuito a migliorare le cose. Invece anche lui ha puntato alla resa dei conti.  
Circa l’estrema gravità della situazione la carta geografica è assai eloquente e rivelatrice.

sabato 2 febbraio 2013

OBAMA: APPRENDISTA STREGONE ALLE PRESE COL MONDO ISLAMICO, di Pier Francesco Zarcone

In linea generale gli imperialisti non hanno mai avuto cura di conoscere davvero le realtà umane che vanno a disturbare e sfruttare, e in particolare quelli statunitensi hanno sempre “brillato” per un’assenza pressoché totale di conoscenza e sensibilità, in tal modo agendo come il classico elefante nel negozio di cristalli e collezionando una serie di tragici pasticci planetari.
Anche il loro grande predecessore anglosassone, la Gran Bretagna, nella sua fase imperiale e imperialista ha fatto pasticci e danni immensi con l’uso cinico e puramente opportunista del divide et impera, ma con una differenza: la sua attività lesiva colpiva essenzialmente gli altri, mentre quella statunitense è stata ed è anche autolesionista.
Questa premessa vale appieno per la politica mediorientale di Obama e dei suo trust di “cervelli”. Non che quella di Bush jr fosse di levatura superiore, tuttavia quella dell’attuale Amministrazione statunitense è ancora più pericolosa e autolesionista – per le scelte e per le alleanze che le supportano, sempre più foriere di guai. Certo, di alleanze innaturali (e mortifere), realizzate o tentate, la storia offre una miriade di casi, come ad esempio il tentativo del Papato e di altre potenze cattoliche del Medioevo per allearsi con i Mongoli in funzione antislamica, o il patto tedesco-sovietico che aprì la via alla Seconda guerra mondiale (con successiva invasione nazista dell’Urss).

La svolta di Obama nella politica musulmana
L’annuncio di questa svolta – forse non percepito appieno quando fu fatto – è avvenuto con il famoso discorso tenuto da Obama il 4 giugno 2009 all’Università cairota di al-Azhar, nel quale fu sottolineato l’avvio di «un nuovo inizio tra Stati Uniti e musulmani». La concretizzazione si è vista negli anni successivi e ancora continua.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

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a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.