L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

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mercoledì 28 febbraio 2018

IL NEO-OTTOMANESIMO DI ERDOĞAN A UNA SVOLTA PERICOLOSA, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

© TIME Magazine/Marco Grob
Al momento i grandi media non se ne occupano, ma sembra proprio che nuovi e pericolosi venti di guerra stiano per soffiare nel Mediterraneo orientale.
Il 15 ottobre 2016, in un discorso nell’università che (modestamente) porta il suo nome, il Presidente turco ha esposto alcune linee della nuova politica estera da lui elaborata, annunciando l’intenzione di riconquistare i territori persi dall’Impero ottomano a seguito della sconfitta nella Prima guerra mondiale, con specifico riferimento alla Tracia occidentale e al Dodecanneso, tutte zone appartenenti alla Grecia, in teoria alleata della Turchia nella Nato.
Nel dicembre 2017 gli ha fatto eco il leader dell’opposizione laica neokemalista, Kemal Kılıçdaroğlu, guida del Partito Repubblicano del Popolo (Chp), annunciando che nel 2019 la Turchia avrebbe invaso diciotto isole greche - come nel 1974 l’allora primo ministro Bülent Ecevit aveva fatto con Cipro - dichiarando che «non esiste alcun documento» comprovante l’appartenenza alla Grecia di queste isole. Questo accadrebbe - e qui sta la gravità della cosa - se il suo partito (apparentemente socialdemocratico) dovesse vincere le prossime elezioni.
Un altro segnale è venuto dal discorso pronunciato da Erdoğan il 17 febbraio a un congresso del suo partito (Akp) tenutosi a Eskişehir. Parlando dell’azione militare contro i Curdi di Siria, ha proclamato:
«Coloro che pensano che abbiamo cancellato dai nostri cuori le terre da cui cent’anni fa ci siamo ritirati in lacrime si sbagliano. In ogni occasione ribadiamo che Siria, Iraq e altri luoghi della mappa dei nostri cuori non sono diversi dalla nostra stessa patria. Ovunque venga inteso l’appello alla preghiera, noi lottiamo affinché non si brandisca una bandiera straniera. Quanto fatto sinora è niente a confronto degli attacchi ancora più imponenti che prevediamo per i prossimi giorni: Dio lo vuole!».
Infine, nella sua recente visita ad Atene, Erdoğan aveva affrontato - solo sul piano diplomatico, però - il problema costituito da quelle isole egee poste vicino all’Anatolia che il trattato di Losanna del 1923 aveva assegnato alla Grecia, esprimendo l’esigenza di una revisione di quell’accordo.
Nel frattempo, è utile notarlo, veniva perfezionata la vendita alla Turchia dell’ultramoderno sistema antimissile russo S-400, iniziativa criticatissima dalla Nato anche perché non compatibile con gli altri sistemi d’arma usati dall’Alleanza Atlantica.
Va ricordato che il trattato di Losanna - superando il precedente trattato di Sèvres, leonino e vessatorio per quel che restava dell’Impero ottomano - riconosceva la riconquista di tutta l’Anatolia da parte delle forze kemaliste, e che a fronte di ciò l’attribuzione alla Grecia delle isole e dei territori traci ora contestati era accettabile.
Era anche una sorta di contentino per Atene, rovinosamente sconfitta da Atatürk dopo essersi installata con l’appoggio britannico nella zona di Smirne, nel folle sogno di ricostituire in parte l’Impero bizantino (era la cosiddetta Megali Idea).
Gli episodi preoccupanti che si inquadrano in questo clima prebellico non sono mancati, e il recentissimo scontro nell’Egeo fra due pattugliatori, il greco 090 Gavdos e il turco Umut, è stato solo un elemento della serie. Il 28 luglio 2017, per esempio, un aereo spia turco CN-235 era stato intercettato dai Greci, e il 12 agosto seguente undici aerei F-16 turchi erano sconfinati per un periodo di dodici ore nello spazio greco, determinando per tredici volte altrettanti voli d’intercettazioni da parte dell’aviazione ellenica, oltre alla formale segnalazione alla Nato. Si è trattato di sconfinamenti nei cieli di Limnos, Lesvos, Samos e Chios.
Che i bellicosi propositi revanscisti contagino anche l’opposizione turca è grave sia in sé e per sé, sia per il fatto che dai neokemalisti ci si aspetterebbe che abbiano ben chiari i motivi per cui lo stesso Atatürk aveva più volte ammonito a non farsi nemici alle frontiere: il bene e la sicurezza della Turchia.
Oggi ci sono truppe di Ankara (e altrettanti nemici) fuori dai confini della Repubblica turca nella parte occupata di Cipro, nel nord della Siria e in Iraq.
Nella zona irachena di Mosul, le truppe turche sono ancora una volta presenti senza il permesso del governo di Baghdad, che infatti parla di invasione. Proprio nella regione di Mosul, secondo quanto denunciato dall’ex capo di Stato maggiore greco, il generale Fragkos Fragkoulis, la Turchia intenderebbe assicurarsi l’accesso al locale greggio iracheno. Sarebbe una sorpresa se, prima o poi, Erdoğan rivendicasse (magari ricorrendo anche ad azioni militari) l’acquisizione di tutto il territorio dell’ex vilayet di Mosul, a cui effettivamente aspirava la Turchia kemalista ma che fu assegnato all’Iraq per volere britannico?
A questo punto l’attuale operazione in Siria presenta connotati inquietanti, che potrebbero portare a complicazioni internazionali e spargimenti di sangue. Il problema è capire contro chi, realmente, vada a operare la svolta “imperiale” di Erdoğan.
Che le porte dell’Europa siano chiuse per la Turchia è ormai così evidente che in maggioranza gli stessi Turchi hanno smesso di farci conto, e forse - col vento islamista che tira - non vogliono nemmeno più entrarci.
Un altro esempio di come la miopia politica colpisca “di rimbalzo”: se invece di chiudersi (ipocritamente, senza dirlo) nella xenofobia razzista e nell’antislamismo paranoico - disponendo tuttavia di un maggior livello culturale, chiaramente deficitario - le dirigenze europee avessero colto l’occasione per ammettere quel Paese quando ancora gli islamici assertivamente “moderati” non avevano il potere, oggi avremmo forse una situazione diversa e problemi diversi.
E probabilmente l’Akp avrebbe potuto contare su una carta in meno: il pericoloso orgoglio turco ferito, che inevitabilmente ripiega sul vecchio detto «il solo amico del turco è turco».
Oggi Erdoğan, il cui consenso popolare non sembra scemato, ce l’ha con tanti: la Germania, l’Ue, la Nato e gli Stati Uniti, in parte a causa del fallito golpe contro di lui - molto probabilmente attivato dai suoi “alleati” occidentali - e con l’aggiunta che l’arcinemico Fethullah Gülen continua a vivere tranquillo negli Usa. Non si può escludere che l’atteggiamento a dir poco ostile verso la Grecia faccia parte di un disegno per mettere in difficoltà la Nato, di cui fanno parte entrambi i Paesi.
Un articolo apparso di recente sul giornale turco Yeni Şafak (perfettamente allineato con Erdoğan), se da un lato ha aumentato le preoccupazioni greche, dall’altro può fornire elementi d’interpretazione. Il suo autore, İbrahim Karagül - un “duro” dell’Akp ritenuto portavoce ufficioso del Presidente - fa capire che l’ulteriore svolta di Erdoğan fa seguito al persistere delle ambiguità occidentali e in particolar modo degli Usa, finti amici della Turchia e complici del nemico curdo.
A questo punto, una volta ricompattato il Paese attorno a sé, egli lo condurrebbe a una nuova “guerra d’indipendenza” (dopo quella di Atatürk), facendo passare per traditori della patria quanti si azzardassero a non seguirlo. In teoria fra costoro ci potrebbero essere i neokemalisti, e forse (da sottolineare il forse) questo spiegherebbe il “fare la faccia feroce” da parte di Kemal Kılıçdaroğlu. Ma non è detto che sia questo il caso, perché al contagio ipernazionalista i Turchi sono molto sensibili.
A latere ci sono le strizzatine d’occhio del nostro alla Russia, fermo restando che a Mosca si sa bene quanto sia inaffidabile il Presidente turco. Ma anche verso la Russia egli non si sta comportando bene, come dimostra l’operazione «Ramo d’ulivo», che può anche essere vista come parte di una più ampia strategia in cui i sogni neo-ottomani dell’islamico “moderato” Erdoğan possono tramutarsi in un incubo per gli altri.
I recenti eventi sul campo di battaglia di Afrin rendono tutt’altro che irrealistiche le possibilità di un ampio scontro fra truppe turche e siriane.
Poiché non sembra che le recenti epurazioni di massa nelle Forze armate ne abbiano rafforzato l’efficienza, se la Siria reagisse aiutata da Mosca, Erdoğan potrebbe finire col chiamare in aiuto la Nato, indipendentemente dall’aver in precedenza pontificato che gli obblighi dell’Alleanza Atlantica non si estendono al Vicino Oriente.
Finora i Russi hanno mantenuto un atteggiamento prudente, ma come proficui alleati di Assad non potrebbero perdere la faccia lasciando campo libero alla Turchia. Sta di fatto che non sarebbe la Turchia ad essere aggredita - si tenga a mente che si combatte in territorio siriano e non turco - ma non ci sarebbe nulla di strano se Erdoğan, rigirando la frittata, arrivasse a sostenere (alla maniera israeliana) che la sua è stata un’azione di difesa preventiva per evitare l’aggressione curda.
Il Presidente turco si rivela un buon allievo della scuola statunitense di politica internazionale - per la quale il diritto internazionale, quando conviene, è carta straccia - nelle disinvolte violazioni dei confini altrui, come dimostra il caso dell’intromissione armata nelle prospezioni energetiche nel mare attorno a Cipro, Paese sovrano e membro dell’Ue, alla cui porta Erdoğan fa finta di continuare a bussare.
Da parecchi giorni la Turchia tiene bloccata la nave Saipem, noleggiata dall’ENI e regolarmente autorizzata dal governo cipriota, adducendo pretese destituite di ogni fondamento in base ai trattati internazionali.
Il trattato di Montego Bay (1982) stabilisce che la sovranità di uno Stato si estenda fino a 12 miglia marine dalla sua costa, tuttavia per il caso specifico dello sfruttamento esclusivo di minerali ed idrocarburi viene estesa a tutta la sua piattaforma continentale, da intendersi come naturale prolungamento della terra emersa sino a che essa si trovi ad una profondità più o meno costante prima di sprofondare. Ma la prepotenza paga sempre.
E la povera e disastrata Grecia, lasciata in braghe di tela dall’Ue? Ha chiesto protezione agli Stati Uniti! In effetti il suo destrorso ministro della Difesa, Panos Kammenos, ha offerto agli Statunitensi nuove basi nell’Egeo; mossa arrischiata per il notorio alto tasso di tradimento verso gli alleati da parte di Washington nel momento del loro bisogno, e poi perché è stata messa in atto apposta per far infuriare i Turchi.
Nel peggiore dei casi sperare non costa niente, ma in questo caso non è chiaro quale potrebbe essere l’oggetto della speranza. Sperare nell’impantanamento turco in Siria? Ma quand’anche così fosse, possiamo stare sicuri che Erdoğan non cercherebbe la rivincita sulla debolissima Grecia?
Sperare che intanto egli soddisfi i suoi appetiti imperiali nel Vicino Oriente? A parte il fatto che non è detto che ciò accada, tuttavia, se anche ciò avvenisse, niente garantisce che così si plachi il suo appetito imperiale, soprattutto se fosse davvero intenzionato a riconquistare vecchi territori ottomani perduti nel Vicino Oriente e in Europa.
Un disegno in apparenza folle, ma considerati tutti i fattori in campo - fra cui la sperimentata natura imbelle di vari soggetti in gioco - non è sicuro che lo sia veramente, anche se folli ne sarebbero le conseguenze.

venerdì 5 febbraio 2016

EUROPA SE ESTÁ DESINTEGRANDO BAJO LA MIRADA INDIFERENTE DE SUS CIUDADANOS, por Roberto Savio

Todos somos testigos de la lenta agonía del sueño de la integración europea, sin una sola manifestación en cualquier lugar, entre sus 508 millones de ciudadanos. Está claro que las instituciones europeas atraviesan una crisis existencial. Sin embargo, el debate se ha limitado al nivel intergubernamental.
Eso demuestra claramente que los ciudadanos europeos no se sienten relacionados con Bruselas. Atrás han quedado los años cincuenta, con la movilización de los jóvenes en el Movimiento Federalista de la Juventud y los activistas del Movimiento Federal encabezado por Altiero Spinelli, o la campaña masiva para una Europa que trascendería las fronteras nacionales, un tema frecuente de los encuentros de los intelectuales de la época.
Ha sido un crescendo de la crisis. Primero la división Norte-Sur, con un norte que no quería rescatar el sur y que ha convertido la austeridad en un tabú monolítico, con Alemania como líder inflexible. Grecia fue el lugar elegido para entrar en conflicto y ganar, incluso si su presupuesto era sólo el 4% de la Unión Europea.
El frente de la disciplina fiscal y la austeridad fácilmente rebasaron a aquellos que abogaban por el desarrollo y el crecimiento como una prioridad. Pero había alienar a muchos de los ciudadanos atrapados en la lucha.
Dos países, primero Hungría y luego Polonia, rechazan explícitamente “el modelo y los valores europeos”, el primero para defender un modelo autocrático de gobierno y el segundo los valores cristianos, haciendo caso omiso de todas las declaraciones de Bruselas.
Al mismo tiempo apareció otro asunto de mal agüero. El primer ministro británico David Cameron amenazó con que si no obtenía condiciones especiales, salía de la Unión Europea. En Davos dijo explícitamente que el Reino Unido está en la UE debido al mercado, pero rechaza todo lo demás, sobre todo una posible mayor integración, tal como se indica en los tratados de la UE.
La canciller alemana Angela Merkel ha estado enviando señales tranquilizadoras, mientras todos los países europeos se empeñan en el proceso de recuperación de soberanía tanto como sea posible. Por lo tanto, sea lo que sea que Londres obtenga, será un punto de referencia para todo el mundo. Es revelador que en el Reino Unido la campaña pro europea está dirigida por el sector financiero y económico y no hay ningún movimiento ciudadano.

sabato 26 settembre 2015

LA VICENDA DI SYRIZA, IL FALLIMENTO DEL PARLAMENTARISMO E LA NECESSARIA RIVOLUZIONE COPERNICANA, di Michele Nobile

Al lettore che volesse approfondire il contesto economico/politico greco del 2015, a partire dall'elezione del governo Tsipras a fine gennaio, si consiglia di consultare i precedenti articoli di Michele Nobile pubblicati su questo blog: «Syriza, un successo elettorale», «Le lezioni della Grecia e le prospettive» e «Grecia: bilancio (provvisorio) e prospettive di un riformismo onesto», oltre all'analisi di Roberto Massari apparsa poco dopo il Referendum di luglio: «Per i Greci: unica soluzione la rivoluzione (ovviamente contro la propria borghesia)». [la Redazione]

Sarà la coincidenza del mese, ma molti commenti sui risultati dell'ultima elezione in Grecia mi hanno fatto scattare un'associazione con l'originale lezione che Enrico Berlinguer trasse dalla tragedia del golpe cileno. Ragionando a partire dal colpo di Stato in Cile, tra settembre e ottobre del 1973 il segretario del Pci mise a punto la linea del «compromesso storico», in effetti già delineata da un anno a quella parte e che altro non era se non una versione aggiornata della strategia togliattiana dell'«avanzata dell'Italia verso il socialismo nella democrazia e nella pace». Come è noto, la lezione che Berlinguer traeva dalla terribile tragedia cilena consisteva nella asserita necessità, per i comunisti italiani, di giungere a un «nuovo grande "compromesso storico" tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano». Non si trattava, dunque, di alimentare e concentrare le possibilità di radicalizzazione politica ancora esistenti nella società italiana, ma di piegare la forza contrattuale del movimento operaio all'alleanza con la piccola e media borghesia e con il padronato; non si trattava di colpire la Democrazia cristiana, allora nel momento di massima crisi, ma di riabilitarla come «forza popolare» costituzionale e con essa collaborare strettamente.

Implicitamente, Berlinguer affermava che per la «via democratica al socialismo» non era sufficiente, in termini istituzionali, neanche conseguire il 51% dei suffragi.
La tragedia cilena costituiva una conferma, di portata mondiale, dei limiti insuperabili della via elettorale e parlamentare al socialismo; eppure Berlinguer ne trasse la lezione opposta, rovesciando le ragioni che avevano permesso la riuscita del golpe, viste non nel moderatismo di Unidad Popular e nell'illusione di Allende della fedeltà alla Costituzione di Pinochet e dei militari, ma in un eccesso di radicalità, nella frattura con un partito «popolare» come la Democrazia cristiana.
Questo travisamento della realtà aveva però una sua logica: di fronte a un fatto che smentisce un'ipotesi, o si abbandona l'ipotesi o si deve reinterpretare il fatto. Un partito politico (o un'area politica) che fonda la propria esistenza e il proprio apparato di professionisti della politica e di rappresentanti istituzionali su una strategia più che decennale, non può abbandonarla se non mutandosi in qualcosa d'altro. Piuttosto, l'abilità della direzione politica consiste nel riuscire a forzare il fatto nel proprio quadro strategico e mentale, magari richiamandosi alla tradizione, a sua volta inventata o reinterpretata. Da quel compromesso storico scaturì, in capo a pochi anni, la repressione dell'ultimo grande movimento anticapitalistico di massa in Europa, quello giovanile e studentesco del 1977; i licenziamenti di massa della Fiat e il rilancio su ampia scala della controffensiva padronale; la messa ai margini del Pci e, in ultimo, l'inizio della sua trasformazione in quello che infine è diventato il Pd di Renzi. Eppure, ancor oggi Enrico Berlinguer è un'icona di un certo «comunismo italiano»: lo stesso che ora continua a schierarsi, comunque, a fianco di Tsipras.

lunedì 6 luglio 2015

GRECIA: BILANCIO (PROVVISORIO) E PROSPETTIVE DI UN RIFORMISMO ONESTO, di Michele Nobile

1. Lo scontro tra il governo di Tsipras e i creditori internazionali della Grecia si svolge sul terreno economico ma, in effetti, è tutto politico; e se oggetto dei negoziati è la politica economica e sociale della Grecia, in prospettiva ad essere in gioco è l'intero sistema delle politiche e delle istituzioni europee o, meglio, il limite a cui esse possono spingersi nel confronto col governo di uno Stato membro la cui prospettiva è diversa da quella sedicente liberista. Infatti, non esiste alcuna presunta legge o necessità economica per imporre alla Grecia la feroce austerità che ha dovuto sopportare e a cui pare destinata ancora per anni, stando alla volontà della troika dei creditori, ribattezzata «le istituzioni»; anzi, sono proprio l'austerità e la conseguente depressione dell'economia che impediscono di ridurre il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno. A fronte dell'iniquità della politica neoliberista della troika, la vittoria elettorale di Syriza e la formazione del governo Tsipras sono eventi di enorme importanza per la sinistra europea:
«Per la prima volta dalla formazione dell'area dell'euro, nel negoziato tra il governo Tsipras e la troika (Banca centrale europea, Commissione europea, Fondo monetario internazionale) si sono opposte in modo chiaro due linee realmente alternative, sul piano istituzionale e del confronto fra governi»1.
La mia personale valutazione è che il governo Tsipras abbia operato nel migliore dei modi, per quanto umanamente possibile e date le circostanze. Ha mostrato saldezza di nervi, dignità e determinazione, caratteristiche non frequenti, per essere gentili, nella politica europea, in particolar modo in Italia.
Tuttavia, è veramente miope confondere il sostegno a chi lotta, come può, contro la postdemocrazia con l'adesione alla sua strategia politica. Al contrario, non solo replicare il successo di Syriza altrove in Europa è difficile, ma tutta la più recente vicenda greca dimostra, a parere di chi scrive, i limiti di una prospettiva elettorale di riforma delle istituzioni e della politica della postdemocrazia europea.
Se non si vuole chiudere gli occhi o indulgere nel propagandismo, peraltro contraddicendo quanto affermano gli stessi Tsipras e Varoufakis, si deve prendere atto che il governo Tsipras è costretto a contrattare non la fine, ma i modi e il peso e la distribuzione dell'austerità. Anche la convocazione del referendum è una carta giocata, abilmente ma non senza rischi, per forzare, per quanto possibile, la rete in cui il governo è avvinto. La vittoria del no al referendum allarga le maglie della rete e sposta nel tempo le contraddizioni, non le risolve.

giovedì 30 aprile 2015

TURCHIA: MINORANZE E LAICITÀ, di Pier Francesco Zarcone

Mustafa Kemal Atatürk nel 1923
Il trattamento delle minoranze etniche e religiose in Turchia e il mantenimento della sua laicità costituiscono a tutt'oggi irrisolti problemi di politica interna ed estera, e sono fonti di difficoltà sia per la normalizzazione della vita democratica di quel paese, sia per i riflessi che hanno in ordine alla sua ipotetica integrazione europea. Tuttavia, fermo restando che ai fini di quest'ultima la vera pietra d'inciampo non è tanto la questione delle minoranze o della difesa della laicità, quanto il trattarsi di un paese musulmano, a prescindere dal fatto che l'impero ottomano fu parte integrante della storia europea per secoli e che la Turchia come paese - quanto meno per via della Tracia - fa parte anche dell'Europa. Indipendentemente da quale sarà l'esito finale del processo di integrazione, peraltro, un miglioramento dello stato di questi due problemi - per non parlare della loro auspicabile soluzione - andrebbe a tutto vantaggio della società turca.

LA QUESTIONE DELLE MINORANZE NELL'IMPERO OTTOMANO

In merito al trattamento delle minoranze nell'impero ottomano bisogna distinguere fra quelle considerate solo sotto il profilo religioso, cioè le non musulmane e le sciite, essendo sunnita l'impero e Califfo il suo Sultano (Padişa), e quelle essenzialmente etniche, quand'anche non scollegate dalle religioni di appartenenza. Fino al secolo XIX il problema delle minoranze di natura prevalentemente etnica in pratica non esisteva, poiché le popolazioni dell'impero erano considerate - politicamente e giuridicamente - in base alla loro appartenenza religiosa. Per esempio, i cristiani ortodossi «europei» (i Rumi) per lunghissimo tempo costituirono una comunità unica - posta sotto l'autorità del Patriarca di Costantinopoli - in cui rientravano greci, bulgari, valacchi, transilvani ecc.

sabato 7 marzo 2015

LE LEZIONI DELLA GRECIA E LE PROSPETTIVE, di Michele Nobile

«Ma non posso chiudere l'argomento come se il giudizio in merito dipendesse unicamente dal rispetto di precedenti impegni o da fattori economici. Una politica che riducesse la Germania in servitù per una generazione, o che degradasse milioni di esseri umani, o che privasse di gioia un intero popolo, sarebbe da rifuggire e con paura: da rifuggire anche se fosse attuabile, anche se ci facesse più ricchi, anche se non preparasse il crollo di tutta la civiltà europea».
[John Maynard Keynes, «Le riparazioni di guerra e la capacità di pagamento della Germania» (1919), in Esortazioni e profezie, Garzanti, Milano 1975, p. 22.]

1. Per la prima volta dalla formazione dell'area dell'euro, nel negoziato tra il governo Tsipras e la troika (Banca centrale europea, Commissione europea, Fondo monetario internazionale) si sono opposte in modo chiaro due linee realmente alternative, sul piano istituzionale e del confronto fra governi. Da una parte alcuni dei governi e delle istituzioni più potenti del mondo, che da anni scaricano i costi della crisi capitalistica interamente sui lavoratori e sui comuni cittadini; dall'altro lato del tavolo, il governo di un paese devastato dall'austerità e in depressione si è fatto portavoce della necessità di provvedere urgentemente alla gravissima condizione in cui versano i lavoratori e i comuni cittadini greci. Non c'è alcun dubbio che in questa contrattazione si siano confrontate e scontrate la democrazia e la postdemocrazia, gli interessi immediati del popolo greco e gli interessi immediati del capitale europeo. Per la sua logica e per ciò che potrebbe implicare per gli orientamenti della politica economica e sociale del continente, il programma di Syriza è suonato alle orecchie delle caste politiche della postdemocrazia europea come un delitto di lesa maestà. Inoltre, la visione implicita nella proposta di Syriza è quella di un'Europa autenticamente federale; la troika, invece, intende l'unione monetaria alla stregua di un accordo di cambi fissi, con ciò minando la coesione europea.

Vista l'importanza della posta in gioco, è comprensibile che, al termine di questo primo giro negoziale, si sia scatenata una discussione internazionale intorno al tema: nella contrattazione con la troika Syriza ha vinto o perso? Capitolazione o buon compromesso? Tanto rumore per nulla o avvio di un difficile percorso di rinnovamento della politica europea?

martedì 27 gennaio 2015

SYRIZA, UN SUCCESSO ELETTORALE, di Michele Nobile

La postdemocrazia greca alla prova della coerenza

Il successo elettorale di Syriza segna una riscossa del popolo greco contro il più spietato attacco antipopolare messo in pratica in Europa occidentale da molti decenni a oggi, attuato congiuntamente dal ceto politico greco e internazionale. In questo senso, costituisce un'elementare vittoria della democrazia contro la postdemocrazia. La sostanza di quest'ultima è la concorde volontà dei partiti di governo, siano essi di destra o di sinistra, di far pagare la crisi capitalistica ai comuni cittadini, lavoratori e non.
Per il popolo greco la formazione di un governo centrato su Syriza costituisce non solo una speranza per il futuro, ma anche un terreno più avanzato di lotta sociale nell'immediato. Syriza si è impegnata chiaramente a rovesciare l'orientamento della politica economica e sociale, il che comporta, tra l'altro: creare 300 mila nuovi posti di lavoro, intervenire per ridare dignità a coloro che in questo momento si trovano ai limiti della sopravvivenza, restituire ai lavoratori i diritti che sono stati loro tolti, cancellare i debiti di chi si trova sotto la soglia di povertà, sospendere i pignoramenti, reintrodurre il salario minimo e la tredicesima per le pensioni fino a 700 euro, esenzione fiscale per i redditi fino a 12.000 euro e tassazione più progressiva, garantire l'assistenza medica gratuita per i disoccupati non assicurati, fermare le privatizzazioni.
Sulla carta, il programma di governo di Syriza è ragionevole e fattibile. Comporta la ricontrattazione del debito, di cui una parte dovrebbe essere cancellata, nonché una moratoria nel pagamento dello stesso: non è una novità, a fronte di un debito che non può, realisticamente, essere pagato, non nella sua interezza e non in tempi stretti; i creditori hanno già dovuto accettare un cosiddetto haircut sul debito greco.
Nello stesso tempo si propone di rilanciare la domanda interna, il che ridurrebbe automaticamente il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno, sia per via della crescita del prodotto che per le maggiori entrate pubbliche, che si prevede aumentino anche grazie alla lotta all'evasione fiscale e al contrabbando. Per questo intende escludere gli investimenti pubblici dai vincoli del patto di stabilità; e sarebbe giusto che il quantitave easing della Banca centrale europea interessasse anche i titoli di Stato della Grecia, come dovrebbe essere ovvio in una unione monetaria. Nell'insieme, le misure del programma di Salonicco per affrontare l'emergenza sociale e rilanciare l'economia dovrebbero ammontare a circa un 6% del Pil della Grecia: non si può pensare di uscire dalla depressione con una spesa aggiuntiva inferiore.

domenica 12 agosto 2012

GRECIA II - ANALISI DEI RISULTATI DELLE ELEZIONI DEL 17 GIUGNO 2012, di Michele Nobile

Leggi GRECIA I - FORMAZIONE E CRISI DEL REGIME POSTDEMOCRATICO IN GRECIA

Summary

L’analisi del voto delle elezioni greche e il mito di Syriza - L’analisi del risultato elettorale sulla base dell’insieme dei cittadini con diritto di voto: la realtà - Il Kke, il Synaspismós e Syriza - La crisi di un regime postdemocratico - Elezioni o organizzazione dal basso?

Análisis de las elecciones y el mito de Syriza - Análisis de los resultados de las elecciones sobre la base de todos los ciudadanos con derecho de voto: la realidad - Kke, Synaspismós y Syriza - La crisis de un régimen post democrático - ¿Elecciones u organización desde la base?

Analysis of the Greek elections and the myth of Syriza - The analysis of the electoral result on the base of the citizens with right to vote: the reality - Kke, Synaspismós and Syriza - The crisis of a postdemocratic regime - Elections or popular organization?

L'analyse des élections et le mythe de Syriza - L'analyse des résultats des élections sur la base de tous les citoyens ayant le droit de vote: la réalité - Kke, Synaspismós et Syriza - La crise d'un régime post-démocratique - Elections ou organisation par le bas?

A análise do voto nas eleições gregas e o mito de Syriza – A análise do resultado
eleitoral baseado no conjunto dos cidadãos com direito de voto: a realidade - O
Kke, o Synaspismós e Syriza – A crise dum regime post-democrático – Eleições ou
organização a partir de baixo?

L’analisi del voto delle elezioni greche e il mito di Syriza

Nelle elezioni di giugno 2012 il voto per la coalizione della sinistra radicale Syriza (7) ha compiuto un salto in avanti gigantesco.
Riassumo l’analisi dei risultati elettorali fatta da Vernardakis (8) per fasce d’età, sesso, professioni e geografia, leggibile nelle tabelle e negli ideogrammi dell’allegato:

- Il voto per Nea Dimokratia  si concentra nella fascia d’eta dai 65 anni in avanti (49%), ovviamente corrispondente ai pensionati (45%); è il partito che mostra di gran lunga il più ampio consenso tra imprenditori e managers (35,9%) e agricoltori e pescatori (35,3%). 
- Il voto per Syriza è caratterizzato innanzitutto dalla gioventù: il 45,5% nella fascia tra i 18-24 anni e il 51% tra gli studenti: in queste categorie le percentuali di Syriza sono enormemente superiori a quelle degli altri partiti; ma è anche il partito che ottiene le percentuali più alte tra i lavoratori salariati pubblici e privati (32%), i disoccupati (32,7%) e i pensionati in anticipo (32,9%; percentuali dimezzate invece per il resto dei pensionati).
- La struttura del voto per il Pasok è quella di un partito pigliatutti ampiamente ridimensionato. Riscuote i consensi maggiori tra i pensionati del settore pubblico (23%) e privato (17,5%, alla pari con Syriza) e tra imprenditori e managers (17%); al 10% o poco meno il consenso tra i dipendenti pubblici, artigiani e commercianti, lavoratori autonomi; l’8,9% tra i salariati del settore privato: fatto notevole per un partito che aveva la maggioranza nei sindacati.
- Il Kke ha il consenso maggiore nella fascia d’età 55-64 anni (6,3%), a cui corrisponde un modesto 6% tra gli studenti. La categoria nella quale ottiene i consensi maggiori è quella dei pensionati in anticipo (6,8%); il voto dei salariati del settore privato è il 6%, del settore pubblico il 4,4%, un decimo sopra quello dei disoccupati; ottiene percentuali superiori al 4% anche tra agricoltori, artigiani, pensionati del settore privato, lavoratori non qualificati e saltuari. Ridimensionata, conferma la tradizionale base elettorale.
- Il partito di estrema destra Alba Dorata presenta una alta percentuale tra gruppi sociali opposti: imprenditori e managers (20%) e i lavoratori non qualificati e saltuari (24,5%): in queste due categorie è secondo soltanto, rispettivamente, a ND e a Syriza.

La conclusione di Vernardakis è che Nea Dimokratia ha ricostituito un’alleanza borghese ma pagando un prezzo nei confronti dei ceti medi e degli strati tradizionali della piccola proprietà, mentre il Pasok è in piena crisi di rappresentatività, nel senso che non rappresenta alcuna classe o categoria sociale particolare. Inoltre ritiene che la Syriza e il Synaspimos centrati elettoralmente sulla piccola borghesia siano cosa del passato e che ora Syriza rappresenti un’alleanza di salariati, disoccupati e sottoccupati, professionisti e piccoli imprenditori, avendo così la possibilità di divenire il partito più rappresentativo dei lavoratori in Grecia (peraltro con una buona presenza tra imprenditori e quadri intermedi del settore privato e pubblico). 

La dinamica di Syriza potrebbe dunque essere quella di un partito popolare e di sinistra nel quale confluisce elettoralmente una stagione di grande scontento e di opposizione sociale.
Senza essere falsa, questa è però solo parte della storia, quella che può essere raccontata considerando le percentuali ottenute sulla base dei cittadini che hanno votato e dell’analisi della distribuzione del voto per gruppi sociali. I risultati elettorali sulla base dei voti validi, eventualmente corretti in modo non-proporzionale, sono quelli pertinenti per decretare chi viene eletto e quindi le possibili maggioranze istituzionali. Fermarsi a questi risultati può servire a creare un mito, ma non corrisponde necessariamente alla realtà.

sabato 11 agosto 2012

GRECIA I - FORMAZIONE E CRISI DEL REGIME POSTDEMOCRATICO IN GRECIA, di Michele Nobile

Summary

Statizzazione e convergenza programmatica di Pasok e Nea Dimokratia: la lunga crisi di rappresentatività e legittimazione dei partiti di governo - Dati sul finanziamento statale dei partiti - Il relativo sottosviluppo del capitalismo greco - Lotta sociale e fasi della crisi economica e politica

La estatalización y la convergencia programática del PASOK y Nueva Democracia: la larga crisis de la representatividad y de legitimidad de los partidos gobernantes - Datos sobre la financiación estatal de los partidos políticos - El relativo subdesarrollo del capitalismo griego - Lucha social y etapas de la crisis económica y política

Nationalization and programmatic convergence of Pasok and Nea Dimokratia: the long crisis of political representation and legitimation of the parties of government - Data on the public financing of the parties - The relative underdevelopment of the Greek capitalism - Social struggle and phases of the economic and political crisis

La nationalisation et la convergence programmatique du PASOK et de Nouvelle Démocratie, la longue crise de représentation et de légitimité des partis au pouvoir - Les données sur le financement public des partis politiques - Le sous-développement relatif du capitalisme grec - Lutte sociale et étapes de la crise économique et politique

Estadismo e convergência programática de Pasok e Nea Dimokratia: a longa crise de representatividade e legitimação dos partidos de governo - Dados sobre o financiamento estatal aos partidos - O subdesenvolvimento relativo do capitalismo grego - Luta social e fases da crise económica e política

In questi anni di crisi economica il conflitto sociale e politico ha raggiunto in Grecia livelli senza paragone negli altri paesi europei, giustamente attraendo l’attenzione della sinistra e le preoccupazioni dei governanti.
Per qualche settimana tra maggio e giugno del 2012 è balenata la possibilità di una piena vittoria elettorale del cartello elettorale di Syriza e quindi di un governo di sinistra: in Syriza sono state riposte le speranze di una rivincita contro la feroce politica antisociale dell’Europa del capitale e dai suoi miserabili e immiserenti ricatti. Nelle elezioni del 2012 Nea Dimokratia (ND) e Pasok, i due partiti che hanno governato la Grecia dalla caduta della dittatura dei colonnelli, hanno dimezzato i voti mentre Syriza ha strappato al Pasok gran parte del suo elettorato popolare, così divenendo il secondo partito greco e il rappresentante dell’opposizione sociale in parlamento. Fatti che esprimono la più grave crisi di rappresentatività e legittimazione di un sistema partitico in Europa.
È ovvio spiegare la gravità di questa crisi politica con quella della crisi economica e con un riflesso di rigetto nei confronti dei partiti dominanti che hanno sottoscritto i «programmi di aggiustamento economico» (i Memorandum con la Commissione europea, la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale), che appaiono come un’imposizione straniera; ed è anche facile collegare il successo elettorale di Syriza a una particolare qualità politica di questo cartello.
Tuttavia, pur facendo le proporzioni tra le diverse situazioni, nel resto d’Europa non si vede nulla d’equivalente a quanto accaduto in Grecia: è vero che la crisi economica danneggia i partiti al governo, aumenta l’instabilità politica e favorisce gruppi politici di outsider (di sinistra ma anche di destra), ma i cambi della guardia sono avvenuti all’interno del sistema dei partiti dominanti; né esiste un nesso meccanico tra crisi economica, mobilitazione sociale e radicalizzazione politica. I movimenti degli Indignados e di Occupy esprimono (o hanno espresso, se come pare sono in fase calante) la rabbia di una generazione e un bisogno radicale di democrazia e di controllo dal basso delle condizioni della vita sociale. Sono un’esperienza necessaria e una promessa di ciò che potrà essere ma, a differenza delle primavere arabe da cui hanno tratto ispirazione, non costituiscono una forza in grado di incidere materialmente sui rapporti di potere sociali e politici né, come tali, sono in grado di farlo.
Come spiegherò in altro articolo, «fare Syriza» in Italia è il sogno dei nostri forchettoni rossi, che tale rimarrà perché a questi mancano le qualità politiche e etico-politiche minime per realizzarlo, segnati come sono dal sostegno e dalla diretta partecipazione nei governi di centrosinistra dell’imperialismo italiano e dall’aspirazione a sedere su poltroncine imbottite. Nondimeno, Syriza non presenta aspetti programmatici o politico-culturali che siano qualitativamente diversi da quelli degli altri partiti postcomunisti europei. La differenza deve risiedere altrove.
Il fatto è che la crisi politica greca ha radici profonde e una gestazione lunga, rivelatrici dei limiti del processo di democratizzazione dopo la dittatura dei colonnelli (1967-74) e, infine, dell’entrata a pieno titolo del sistema politico greco nella grande famiglia delle postdemocrazie europee.

lunedì 20 febbraio 2012

UN PRIMO APPROCCIO ALLA CRISI GRECA, di Pier Francesco Zarcone


Crisi dolorosissima sul piano umano, complessa dal punto di vista tecnico/economico e complicata per quanto riguarda le possibilità e modalità di uscita. Questo aspetto è ovviamente il più importante dal punto di vista politico.

La scelta peggiore fatta dalla Grecia
Un osservatore esterno, che conosca un po’ la storia greca, a far tempo dalla rivolta protottocentesca contro il dominio ottomano, non dovrebbe avere molte difficoltà a concludere che in epoca contemporanea la peggiore scelta effettuata dai governanti greci è stata la decisione di aderire all’euro. E i motivi si sprecano.
Innanzi tutto la creazione di una moneta unica senza le necessarie e fondamentali premesse politico/istituzionali, senza i meccanismi monetari per la sua difesa, in più nel quadro dell’ossessione bilancistica del neoliberalismo e del timor panico (soprattutto tedesco) per qualsiasi spinta inflazionistica, è metaforicamente paragonabile a un edificio dalle fondamenta “così così” che abbia subìto una sopraelevazione di pesantezza rilevante. Gli scricchiolii saranno fisiologici e il finale crollo pure. Tutto questo era noto – basti ricordare gli ammonimenti inascoltati dell’ex Cancelliere tedesco Helmut Khol – ma evidentemente il mix fra interessi materiali e cecità ideologica era troppo forte per arrestarsi.

domenica 6 novembre 2011

ANCORA UN REFERENDUM?, di Michele Nobile

No, basta. Il referendum sulle politiche del governo lo facciamo con la lotta di massa e l'antiparlamento dei movimenti sociali

La sinistra italiana ci ha da lungo tempo abituato a campagne per referendum suicidi, per lo più in funzione della costituzione di un bacino d’opinione per le prossime elezioni. C’è però qualcosa di comico nel fatto che, appena un abile rappresentante della borghesia come George Papandreou avanza in modo del tutto demagogico la possibilità di un referendum sulle misure di politica economica, subito l’idea venga rilanciata in Italia.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.