L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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lunedì 25 agosto 2025

ANTIEBRAISMO E GENOCIDIO

Una moderna «accusa di sangue»

di Roberto Massari


ITALIANO - ENGLISH


Si tratta di un quadruplice antiebraismo. Perché quadruplice? Rispondo, anticipando la conclusione.

1) Perché l’accusa di «genocidio» al governo di Netanyahu non ha fondamento né riconoscimento giuridico. La s’impiega per diffamare l’ebraismo israeliano e ostacolare la sua lotta di sopravvivenza contro vari fronti d’aggressione (all’inizio 7, ora un po’ meno...).

2) Perché sminuisce e in fondo ridicolizza i tre grandi genocidi della storia moderna: l’armeno, l’holodomor ucraino e l’Olocausto/Shoah (per il quale fu coniato appositamente il termine giuridico da un giurista ebreo).

3) Perché fornisce copertura alle reali intenzioni di chi un genocidio antiebraico lo ha in programma davvero e da tempo, e spera di attuarlo con le armi del terrorismo (Hamas, Hezbollah e altri integralisti islamici) o, appena possibile, con ordigni nucleari (Iran).

4) Perché chi la vive come trasgressione, in realtà è vittima di una moda (fad, craze in psicosociologia) destinata a estinguersi. L’eccitazione nel rovesciare l’accusa sul popolo che ne è vittima per antonomasia, è una forma di sadomasochismo. Molto diffusa in ambienti di «sinistra» reazionaria e antioccidentalista, ha conseguenze devastanti per la cultura del mondo «progressista».

Parlare di «antiebraismo» (che nell’uso corrente e internazionale, purtroppo, è anche «antisemitismo») nel primo secolo di questo terzo millennio non è facile. Quasi duemila anni di persecuzioni, manifestatesi in ère e contesti storici diversi, concorrono a rendere quasi impossibile una definizione adeguata del moderno antiebrei. Non se ne può tracciare un modello, perché nella sua struttura caratteriale sono radicati, in gradi diversi, pregiudizi del passato, mentre ne sorgono di nuovi, provocati soprattutto dalla politica dello Stato d’Israele.

Uno Stato che è ebraico per un’autoproclamazione di derivazione sionista, ma in cui, secondo dati del 2022, la componente araba è del 21,1%, altre affiliazioni religiose (cristiani, drusi ecc.) del 5,3 e quella ebraica del 73,6 (quindi poco meno di due terzi). Per giunta, dire componente « ebraica» non è facile per le grandi differenze esistenti anche tra gli ebrei, a seconda della provenienza geopolitica (sefardita, ashkenazita ecc., esteuropea, nordafricana, statunitense ecc.), ma anche della specifica corrente religiosa ebraica di appartenenza.

A ciò si aggiunga il fatto molto positivo per cui, nel 2015, circa il 65% degli israeliani si definiva non-religioso, incluso un 8% di atei (Win/Gallupp International). Successive altre fonti mostrano tendenze contraddittorie, ma non mutamenti significativi. Dati, comunque, che non hanno alcun interesse per gli antiebrei, convinti che sono pur sempre «i maledetti ebrei» (e non casomai i «maledetti israeliani») a fare le scelte del governo Netanyahu.

Ebbene, volendo aggiornare in termini di categorie politiche la definizione del nuovo antiebraismo - sintetica, ma di facile verifica pratica - si possono adottare tre criteri fondamentali:

1) L’antiebraismo/antisemitismo di chi continua a non riconoscere la legittimità dello Stato d’Israele, benché sia nato dalla ripartizione che l’Onu stabilì con la 181 nel 1947, adottata a grande maggioranza, col voto contrario quasi solo di paesi islamici. Costui nega al popolo ebraico, ma di fatto solo al popolo ebraico, il diritto ad avere un proprio Stato. Questo tipo di antiebraismo si caratterizza con mugugni del tipo «si però quella decisione non fu del tutto legittima», perché... E seguono le più varie spiegazioni che in genere denotano solo l’ignoranza storiografica di chi le formula - quando non ci si limita a rinviare ai «magici» link di Internet, quelli che risparmiano la fatica di leggere libri, documentarsi e argomentare in prima persona.

2) L’antiebraismo/antisemitismo di chi nega a Israele il diritto a difendersi. Qui il problema si complica perché l’antiebrei (che ritiene che Israele non avrebbe dovuto reagire militarmente e si sarebbe dovuto arrendere dopo il pogrom del 7 ottobre) si può confondere con chi critica (più o meno severamente) il governo israeliano per il modo in cui ha esercitato il sacrosanto diritto all’autodifesa dopo l’aggressione di Hamas.

Io, per esempio (senza essere l’unico), ho scritto più volte che per liberare gli ostaggi, invece di bombardare il povero popolo gazawi, sarebbe stato più efficace lanciare un ultimatum all’Iran - il principale Stato che sostiene Hamas - e poi bombardare uno alla volta i suoi siti strategici. Si sarebbero liberati subito gli ostaggi e probabilmente sarebbe anche caduto il peggior regime reazionario che esista al mondo. Ciò non fa di me un antiebrei, né un antisraeliano, ma solo un severo critico del governo Netanyahu per il modo in cui ha gestito la guerra contro l’aggressione di Hamas e per la necessaria e irrinunciabile liberazione degli ostaggi.

3) L’antiebraismo/antisemitismo di chi non ha capito che da quando esiste Israele sono gli israeliani (in particolare i loro governi) e non «gli ebrei» a mettere in pratica la politica nei riguardi dei palestinesi, giusta o sbagliata che sia. L’antiebrei attuale continua a prendersela con gli ebrei, se non addirittura con l’ebraismo in generale o con gli ebrei di altre parti del mondo, spesso nascondendosi dietro gli slogan ormai anacronistici dell’antisionismo. Ciò perché un blocco mentale gli impedisce di considerare gli israeliani una moderna nazione a sé, includente una forte componente ebraica, ma non identificabile con l’ebraismo israeliano e meno che mai con l’ebraismo del resto del mondo.

Basti pensare alle divergenze politiche che separano la quasi dozzina di partiti presenti nella Knesset, dall’estrema destra dell’Otzma Yehudit alla sinistra del Hadash-Ta’al, senza contare la quarantina di formazioni minori che non hanno un seggio in Parlamento, benché in Israele si voti col più democratico dei sistemi elettorali: il proporzionale. Un proliferare di partiti e partitini in uno Stato relativamente giovane, che mentre dimostra il carattere dinamico della democrazia israeliana, ne fa anche una delle democrazie più avanzate al mondo. Al punto che, mentre il paese è impegnato in una guerra per difendersi dalla minaccia di sterminio, avvengono manifestazioni antigovernative e si convocano scioperi generali. Un caso unico nella storia umana, che ha un corrispondente solo nell’odierna Ucraina, dove si può manifestare - e con successo - nonostante l’ aggressione russa.

Tuttavia, in queste tre forme moderne di antiebraismo apparentemente «politico» - attualmente in grande espansione anche a causa di alcune scelte sbagliate compiute dal governo Netanyahu dopo il pogrom del 7 ottobre - confluiscono tracce e pregiudizi di più antica provenienza, addirittura originarie dell’antiebraismo storico.


Antiebraismo teologico e biblistico

lunedì 29 gennaio 2024

IN RICORDO DI BRUNO SEGRE

di Giorgio Amico e Roberto Massari

(da Vento Largo [https://cedocsv.blogspot.com] del 28 gennaio 2024)

Questa mattina ho trovato nella posta una bella lettera di Roberto Massari sulla figura di Bruno Segre, che si chiudeva con l'invito di dedicargli un articolo su Vento largo. Lo faccio ben volentieri, usando le sue stesse parole. Io non saprei usarne di migliori e più adatte.

Caro Giorgio,

leggo sul Corriere di oggi [28/1/24] che è morto Bruno Segre, alla bella età di 105 anni.

Ne avevo perso memoria, pur avendo mantenuto una corrispondenza con lui per alcuni anni e pur essendo stato lettore del suo Incontro finché il giornale è esistito. Non immagini quanti pezzi di articoli da conservare ho ritagliato da quel giornaletto vecchio stile, stampato come Bandiera rossa degli anni ’60.

Ricordo ancora che in ogni numero c’era la pubblicità ai francobolli Bolaffi, che era chiaramente un modo per finanziare il giornale da parte di qualcuno che gli voleva bene. Segre infatti era massone e fiero di esserlo. E sul giornale questo si vedeva a ogni numero.

Ebbene, nella colonna che oggi il Corriere gli ha dedicato, non si accenna minimamente a questa sua militanza massonica che invece fu per lui molto importante. È una sciocca autocensura.

Il giornale era anticlericale in maniera nettissima, era in prima linea per i diritti civili (Segre era stato una punta della lotta per il divorzio), per la memoria dell’Olocausto (Segre era ebreo) e per le libertà democratiche (il comandante «Elio» era stato partigiano).

Insomma un ex partigiano ebreo, massone, anticlericale e veramente democratico che ci ha lasciato senza che la cultura italiana gli renda l’onore che si sarebbe meritato.

La buona notizia è che è campato 105 anni (come Lévi-Strauss).

Fossi in te gli dedicherei un articolo in  Vento Largo ( e se vuoi puoi anche usare queste mie parole).

Roberto

Cosa altro aggiungere? Noto solo che, come Il Corriere, anche altri giornali, vista la levatura culturale e morale del personaggio, hanno dedicato grande spazio alla notizia della morte di Segre. La Repubblica ne parla con un denso articolo nelle pagine della cultura, mettendone in luce le doti di rigoroso intellettuale, di esponente di punta delle grandi battaglie laiche come quella del divorzio. Ricordandone la militanza partigiana, lo definisce già nel titolo "Un simbolo dell’antifascismo". Toni analoghi usa il Manifesto che insiste particolarmente sul grande impegno pacifista di Segre. Peccato che, oltre che concordi nell'elogio, le tre autorevoli testate siano egualmente concordi nel tacere che Bruno Segre oltre che partigiano, antifascista, difensore accanito delle libertà, fosse massone, membro autorevole del Grande Oriente d'Italia che lo commemora sulla sua pagina web ricordando come nel 2020 fosse stato insignito della massima onorificenza massonica proprio per il suo instancabile costante impegno in difesa della libertà e dei diritti dei cittadini.

Non è comunque una novità. Dei massoni sulla stampa italiana si parla solo se il nome dell'interessato è accompagnato da un avviso di garanzia. Allora quella appartenenza, anche se non c'entra nulla con gli eventuali addebiti, non solo non viene taciuta, ma enfatizzata, scritta a lettere cubitali nel titolo dell'articolo. Un segno di come profondo resti il pregiudizio antimassonico nel nostro paese. D'altronde perché stupirsi? Fino agli anni Sessanta e al Concilio Vaticano Secondo nelle prediche domenicali e sulle pagine delle riviste cattoliche la Massoneria era definita "Sinagoga di Satana" a sottolineare il legame diretto con quei "perfidi giudei" il popolo deicida che non poteva essere perdonato. Bruno Segre, ebreo e massone, si è battuto per tutta la sua lunga vita contro questi pregiudizi, essendo stato in gioventù testimone diretto di quali orrori potesse provocare l'odio ideologico e il fanatismo.

Bruno Segre se ne è andato nella giornata dedicata alla Memoria. Lo salutiamo con affetto fraterno, ricordando come negli anni bui del terrore nazista in tutta Europa si svolse una feroce caccia ai massoni che a decine di migliaia, trentamila solo dalla Francia occupata, furono deportati e uccisi nei campi di sterminio.

Giorgio


Vento largo, 28 gennaio 2024



Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

sabato 27 gennaio 2024

HITLERO-COMMUNIST ROOTS OF TODAY’S «LEFT-WING» ANTISEMITISM

by Roberto Massari


(January 27, 2024, Holocaust Memorial Day)


BILINGUE: ENGLISH - ESPAÑOL

link all'italiano: http://utopiarossa.blogspot.com/2024/01/radici-hitlerocomuniste-dellattuale.html#more


The first Hitlero-communism

By «Hitlero-communism» one should mean the political thought that emerged in the summer/fall of 1939 when the Nazi and Soviet totalitarian regimes allied to invade Poland and annex various countries in Eastern Europe, thereby triggering the Second World War. The followers of Hitlero-communism (in Russia and worldwide) then endorsed all subsequent Russian invasions (Baltic countries, Finland, Czechoslovakia, Afghanistan, etc.) up to the current one in Ukraine. At the core of Hitlero-communism, both old and new, lies the pre-modern (if not medieval) idea that Russia was and still is legitimized in carrying out such annexations because it exercises a historical right by reclaiming territories that belonged to the Tsarist Empire. This position - reactionary in the fullest sense of the term - is found expressed more or less unconsciously in current justifications for Putin’s aggression in Ukraine and will likely apply to any potential future aggressions (starting with the Baltic countries).

The Soviet alliance with Nazism lasted from August 1939 to June 1941, the nearly two years during which the project of anti-Jewish extermination took definite shape, initiated even before the Pact and culminating in the so-called «Final Solution», systematized in the Wannsee Conference of January 1942. One of the «necessities» addressed by this extreme choice of Nazism was that about 1.7 million Jews lived in the part of Poland assigned to the Third Reich by the Pact with Stalin: a Jewish population that Nazism intended to annihilate, following plans and guidelines implemented long before, well-known to Stalin and the Soviet leadership.

To establish some dates: the first Auschwitz Konzentrationslager became operational in June 1940, in the midst of collaboration between Nazis and Soviets; the one in Chełmno (considered the first extermination camp) in December 1941, six months after the Nazi breach of the Pact. These and other Polish extermination camps (like Treblinka, Sobibór, Bełżec) began to operate «late» (in 1942, «Aktion Reinhard») because their planning became possible only after the joint invasion of Poland in September 1939. However, their construction took place during the almost two years of alliance with the Ussr: indeed, that alliance made them possible. It would be a serious error in historical perspective to date the beginning of the Holocaust from there because anti-Jewish persecutions had begun in Germany in the 1930s; for example, the Buchenwald camp, located in the German Thuringia, was operational from July 1937.

RADICI HITLEROCOMUNISTE DELL’ATTUALE ANTISEMITISMO «DI SINISTRA»

di Roberto Massari


(27 gennaio 2024, Giornata della Memoria)


Il primo hitlerocomunismo

Per «hitlerocomunismo» deve intendersi la corrente di pensiero politico che sorse nell’estate/autunno 1939, quando i totalitarismi nazista e sovietico si allearono per invadere la Polonia e annettere vari paesi dell’Europa orientale, scatenando così la Seconda guerra mondiale. Gli adepti dell’hitlerocomunismo (in Russia e nel resto del mondo) hanno poi approvato tutte le successive invasioni russe (Paesi Baltici, Finlandia, Cecoslovacchia, Afghanistan ecc.) fino a quella odierna dell’Ucraina. Alla base dell’hitlerocomunismo, vecchio e nuovo, vi è l’idea premoderna (per non dire medievale) che la Russia fosse e sia ancora legittimata nel compiere tali annessioni perché eserciterebbe un suo diritto storico riprendendosi i territori appartenuti all’Impero zarista. Questa posizione - reazionaria nel più pieno senso del termine - la si ritrova espressa più o meno inconsapevolmente nelle giustificazioni attuali per l’aggressione putiniana all’Ucraina e varrà ancora per eventuali possibili future aggressioni (a cominciare dai Paesi baltici).

L’alleanza sovietica col nazismo durò da agosto 1939 a giugno 1941: sono i quasi due anni che videro prendere forma definitiva al progetto di sterminio antiebraico, avviato ancor prima del Patto e che sfocerà nella cosiddetta «soluzione finale», sistematizzata nella Conferenza di Wannsee di gennaio 1942. Una delle «necessità» alle quali rispondeva questa scelta estrema del nazismo fu che nella parte di Polonia assegnata al Terzo Reich dal Patto con Stalin vivevano circa 1.700.000 ebrei: una massa di popolazione ebraica che il nazismo intendeva sterminare, secondo progetti e linee guida messe in opera già da tempo, e ben note a Stalin e al gruppo dirigente sovietico.

Per fissare delle date: il primo dei Konzentrationslager di Auschwitz divenne operativo dal giugno 1940, cioè nel pieno della collaborazione tra nazisti e sovietici; quello di Chełmno (considerato il primo lager di sterminio) nel dicembre 1941, cioè sei mesi dopo la rottura del Patto da parte nazista. Questi e altri campi di sterminio polacchi (come Treblinka, Sobibór, Bełżec) cominciarono a operare «tardi» (cioè nel 1942, «Aktion Reinhard») perché la loro progettazione fu possibile solo dopo l’invasione congiunta della Polonia nel settembre 1939; ma la loro costruzione si realizzò nel quasi biennio dell’alleanza con l’Urss: anzi, fu proprio quell’alleanza che li rese possibili. Sarebbe, però, un grave errore di prospettiva storica datare di lì l’inizio dell’Olocausto perché le persecuzioni antiebraiche erano iniziate in Germania negli anni ‘30: il lager di Buchenwald, per es., situato nella Turingia tedesca, era operativo dal luglio 1937.

Insomma, rispetto alla politica di sterminio antiebraico del nazismo, almeno tre cose furono subito chiare a chi voleva vederle allora (o che speriamo voglia cominciare a vederle chiare oggi): 1) Nello stringere il Patto con Hitler, ai sovietici non interessò minimamente il destino degli ebrei in Germania e nel resto d’Europa: delle persecuzoni antiebraiche non parlarono in documenti, atti ufficiali e sulla stampa. 2) I sovietici non ebbero la benché minima esitazione ad abbandonare quasi due milioni di ebrei polacchi nelle mani di chi intendeva sterminarli. 3) La fraternizzazione staliniana col Terzo Reich richiese che anche sull’Olocausto polacco calasse il silenzio stampa (oltre all’avvio della collaborazione delle rispettive polizie nelle consegne reciproche di prigionieri o nelle deportazioni di interi gruppi etnici).

giovedì 19 ottobre 2023

PER UN SOLO STATO (MULTIETNICO, LAICO E DEMOCRATICO) IN PALESTINA

di Michele Nobile 

 

1. L’azione di Hamas: un’operazione barbara e terroristica

I commentatori hanno paragonato l’Operazione alluvione Al-Aqsa a diversi eventi storici, ad esempio a Pearl Harbour (quanto a sorpresa e impatto dell’attacco) e all’offensiva del Têt (benché arginata, l’offensiva nordvietnamita del 1968 spinse l’amministrazione statunitense a iniziare trattative di pace). Scegliendo come data dell’attacco il sette ottobre Hamas, Jihad Islamico e le organizzazioni alleate ovviamente evocano l’attacco a sorpresa di Egitto e Siria a Israele nello Yom Kippur del 1973, di cui il giorno precedente ricorreva il 50° anniversario. 

Per tipologia delle forze d’attacco, impatto psicologico e ferocia dell’assalto sono tra coloro per cui il paragone più pertinente è con gli attentati terroristici di Al Qaida dell’undici settembre 2001. Degli almeno 1.300 israeliani uccisi nell’incursione, la stragrande maggioranza erano civili, ebrei d’entrambi i sessi e di tutte le età, tra cui molte decine di arabi israeliani, ai quali si devono aggiungere i feriti e circa 200 ostaggi rapiti. Nel complesso, il numero di israeliani uccisi in poche ore nell’Operazione alluvione Al-Aqsa è più di quattro volte il totale di quelli caduti nei quindici anni tra il 2008 e il settembre 2023. 

Nella valutazione delle conseguenze politiche e militari della complessa e sorprendente operazione di Hamas non si può prescindere dal suo carattere terroristico più che bellico nel senso usuale, non era cioè diretta a colpire la forza armata nemica e/o ad assumere il controllo del territorio. Benché carico di connotazioni negative e utilizzato spesso in modo più strumentalmente moralistico che razionalmente etico-politico, uso qui il termine «terrorismo» in modo descrittivo: come azione di un individuo o di un gruppo organizzato, il cui valore non risiede primariamente nel danno materiale inferto, ma nell’importanza simbolica del gesto in sé; obiettivo reale è incidere sulla volontà di lotta e l’orientamento dell’avversario politico e/o sociale, dunque con finalità di vendetta e intimidazione deterrente, oppure come gesto esemplare che ha l’intento di suscitare consenso e d’indicare - al popolo o alla classe di riferimento - la giusta strada da seguire: finalità che possono combinarsi. Bisogna anche distinguere il terrorismo messo in atto in nome di un popolo oppresso o di una classe dominata dal terrorismo di Stato come pratica di una casta o classe dominante: la distinzione è politicamente rilevante perché la coerenza tra il mezzo impiegato e la finalità può essere molto diversa nei due casi, tale da produrre effetti lontani da quelli desiderati o dichiarati. Ciò vale specialmente per i popoli oppressi e la classe dominata: il terrorismo tende a sostituire la guerra d’apparato alla lotta, all’organizzazione e all’autodifesa dei movimenti sociali.  

L’operazione lanciata da Hamas e altre organizzazioni aspira a conseguire le finalità terroristiche indicate: intimidazione nei confronti del terrorismo di Stato israeliano e dell’estremismo sionista, vendetta per le morti e le sofferenze dei palestinesi, gesto «esemplare» con cui si chiamano i palestinesi e i popoli e gli Stati arabi alla lotta per la giustizia e la liberazione dal dominio sionista e occidentale. 

Quel che è orribilmente «ordinario» per Gaza è invece straordinario per Israele e perciò psicologicamente e politicamente traumatico. Tuttavia, trauma non equivale necessariamente a paralisi. Se prima d’ottobre il governo decisamente di destra di Benjamin Netanyahu era in grave difficoltà, ora si è formato un governo d’unità nazionale; è stato dichiarato lo stato di guerra, per la prima volta dal 1973; i riservisti - in agosto più di 10.000 avevano dichiarato di non intendere servire se Netanyahu non avesse rinunciato alla sua riforma del sistema giudiziario - sono mobilitati: 360.000. 

Non è possibile che, per quanto fanatici e ottimisticamente speranzosi nell’aiuto esterno, i capi di Hamas e delle altre organizzazioni abbiano sottovalutato la distruttività della rappresaglia di Israele a fronte di un’azione di tale portata. Era assolutamente ovvio che l’attacco di Hamas e delle altre organizzazioni avrebbe condannato i palestinesi di Gaza a terribili e inutili sofferenze: al 18 ottobre erano già stati uccisi 3.478 palestinesi nella striscia di Gaza, tra cui 853 bambini (al 17) e 64 in Cisgiordania, i feriti nelle due regioni sono rispettivamente 12.500 e 1.284 (dati United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs). Su questo non ci si può fare nessuna illusione, si può solo sperare che si permetta al maggior numero possibile d’abitanti di Gaza di portarsi in salvo, invece di rimanere sotto assedio a fare da «scudi umani» per Hamas e «danni collaterali» per gli israeliani. E quali che siano le loro motivazioni ed obiettivi reali, discussi nel seguito dell’articolo, i capi palestinesi non possono non aver messo in conto la possibilità - se non la certezza - dell’annientamento militare. L’orografia di Gaza non è quella del Libano meridionale - dove è presente in forze Hezbollah - che con la sua complessità è favorevole alla difesa; la striscia di Gaza ha le dimensioni della seconda più piccola provincia italiana (Prato), non consente una difesa in profondità; non ha contiguità con Paesi - la Siria e l’Iran - che potrebbero sostenerla con rifornimenti d’armi e può essere completamente bloccata: in pratica Hamas non ha un retroterra logistico; le capacità militari e la qualità dell’arsenale di Hamas e Jihad Islamico sono molto inferiori a quelle di Hezbollah e presumibilmente hanno già scaricato la massa di razzi a disposizione. 

L’Operazione alluvione Al-Aqsa è stata l’esatto contrario di un’insurrezione popolare spontanea(che può risultare da e coinvolgere l’azione di un’organizzazione ma non è da essa determinata) e della prima Intifada, che fu il momento di massima simpatia per la causa palestinese. Allora fu veramente una sfida tra la fionda di Davide e la forza bruta del colosso Golia. Quella del 2023 è invece un’operazione terroristica freddamente deliberata, non un’esplosione di rabbia popolare. 

Detto questo è possibile passare dalla descrizione alla valutazione etico-politica, le cui ragioni approfondisco oltre. 

Per il popolo palestinese l’Operazione alluvione Al-Aqsa è una catastrofe umana, che non consegue da un errore di valutazione o da effetti non intenzionali e non prevedibili da parte di chi l’ha decisa. Agente materiale della catastrofe è la forza armata israeliana, ma la responsabilità politica è interamente di Hamas e alleati. Hamas usa i palestinesi di Gaza come carne da cannone per i propri scopi di potere. Hamas è un nemico della causa palestinese. Sono i palestinesi i primi interessati a eliminare Hamas e soci. 

Per gli israeliani e per il mondo, l’Operazione di Hamas è un atto di barbarie degno dei pogrom dei centoneri russi al tempo dello Zar o della nazista Notte dei cristalli. È un orrore che ancora si uccidano ebrei in quanto ebrei. È un crimine al pari del massacro dei campi di profughi palestinesi di Sabra e Shatila. È un crimine di guerra e contro l’umanità, una vergogna che infanga la causa palestinese. Non si può ridimensionare questo fatto elencando i crimini di guerra israeliani, né si può giustificare con la barbarie quotidiana che da molti decenni subiscono i palestinesi. All’orrore non esiste giustificazione da qualsiasi parte venga, altrimenti tutti gli orrori, specialmente quelli dei potenti, troveranno sempre la loro giustificazione in nome del fine che giustifica i mezzi. Non è credibile manifestare per i diritti nazionali e umani dei palestinesi se non si condanna nel modo più chiaro e inequivocabile l’atrocità di Hamas e soci. 

Quali che siano le aspettative dei capi di Hamas, le caratteristiche terroristiche e gli effetti conseguenti dell’Operazione alluvione obiettivamente dimostrano l’impossibilità di sconfiggere militarmente Israele, il cui potenziale distruttivo, armi nucleari incluse, permane intatto. Conoscendo la storia si può comprendere che la prospettiva di vincere lo Stato di Israele mediante la lotta armata è morta come minimo più di quaranta anni fa, quando l’invasione del Libano da parte di Israele nel giugno 1982 determinò l’espulsione dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) da quel Paese. L’Operazione alluvione ne è l’ultimo barbaro ma disperato colpo di coda che ne segna il definitivo fallimento. È provato che sulla via della lotta armata e del terrorismo il popolo palestinese non riuscirà mai ad ottenere giustizia. È diventata un percorso politicamente inutile e uno spreco di vite moralmente inaccettabile. 

L’ascesa di Hamas fu il risultato di un altro fallimento: quello di al-Fatah, degli accordi di Oslo e dell’aspirazione a uno Stato indipendente palestinese accanto a quello di Israele. D’altra parte, finché Israele rimarrà costituzionalmente uno Stato etnocentrico e sionista i palestinesi non potranno avere giustizia. A questo punto, l’unico obiettivo perseguibile è dunque quello di un unico Stato multietnico israeliano-palestinese, ovviamente laico perché non sopravviva la faida tra ebraismo e Islam. 

mercoledì 7 giugno 2017

A PARIAH PEOPLE: A PLEA FOR HYAM MACCOBY AND HIS CRITICISM OF ANTI-SEMITISM, by Peter Gorenflos (in cooperation with Emanuel Rund)

IN DUE LINGUE (Inglese, Tedesco)
IN TWO LANGUAGES (English, German)

Barnes & Noble, 1998
The Disputation

Hyam Maccoby (1924–2004) became known to a wider audience in the US and the UK above all through his play The Disputation. This is about one of the publicly led disputations that took place in the Middle Ages between a rabbi and a Catholic priest with the purpose of moving the Jewish people to convert to Christianity. In the historically proven disputation of 1263 in Barcelona between Rabbi Moses ben Nahman and Catholic priest Pablo Christiani, which took place under the liberal regency of King James of Aragon, the Christian had no chance against the rabbi’s logically stringent line of argument. After this, the Dominicans propagated a distortion of what really happened and thereby forced Moses ben Nahman to reply. Despite promises to the contrary, he then, under pressure from the Pope, had to go into exile. Other, similar disputations often ended with a bloodbath carried out against the Jews and public burnings of the Talmud. The Inquisition was at the ready, supported by the Pope, who would soon gain considerable political influence. The play, directed by Bob Kalfin and starring well-known actor Theodore Bikel as the rabbi, was a great success and was subsequently adapted as a film by the BBC, with Christopher Lee as King James.
Only on the predominantly Catholic European mainland, the “continent”, is the ancient history expert, Talmud philologist and former librarian at the Leo Baeck College in London, Hyam Maccoby, almost unknown. His most recent position was a professorship Jewish Studies at the University of Leeds.

The Mythmaker

His central work, The Mythmaker (1986), did not appear in Germany until 20 years later. As a historian of the school called “the Jewish view of Jesus”, he documents and substantiates the proof, hardly new, that Jesus could not have been the founder of Christianity but was firmly anchored in Jewish society, which regarded the Torah and took on a leading role in the Pharisee movement. He had the Messianic aim of re-establishing the Jewish monarchy, freeing his land from the yoke of Roman occupation and then doing away with all military rule worldwide. This claim to be the King of the Jews – an open provocation to the Roman occupiers – landed him in prison and after sentencing by the Roman governor Pontius Pilate on the cross, where he and numerous other Jewish freedom fighters died a martyr’s death. Had he simply been one of the many unsuccessful aspiring Messiahs, he would soon have been forgotten, if it had not been for his direct adherents, the Nazarenes, who believed in his resurrection by means of a divine miracle and began to establish themselves as a Jewish sect within the Pharisee movement, led by their Jewish leaders Peter and James. Here, Maccoby develops the whole panorama of a society under the rule of the world power of Rome, he shows the various groups, the compromising sect of the Sadducees, one of whom was the high priest who acted as a chief of police for Rome, the Herodians as Quisling and titular kings, the militant Zealots and above all the Pharisees, well regarded among the people, who were the real leaders of the oppressed Jewish majority and guaranteed the spiritual survival of the Jews after the destruction of the Temple.

EIN PARIA-VOLK: PLÄDOYER FÜR HYAM MACCOBY UND SEINE ANTISEMITISMUS-KRITIK, von Peter Gorenflos (unter Mitwirkung von Emanuel Rund)

IN DUE LINGUE (Tedesco, Inglese)
IN ZWEI SPRACHEN (Deutsch, Englisch)

Ahriman-Verlag, 2013
Die Disputation

In den USA und Großbritannien ist Hyam Maccoby (1924–2004) vor allem durch sein Theaterstück The Disputation einer breiten Öffentlichkeit bekannt geworden. Hier geht es um eines, der im Mittelalter öffentlich ausgetragenen Streitgespräche zwischen einem Rabbi und einem katholischen Geistlichen mit dem Zweck, die jüdische Bevölkerung zur Konversion zum Christentum zu bewegen. In der historisch belegten Disputation von 1263 in Barcelona zwischen Rabbi Moses ben Nachman und dem katholischen Priester Pablo Christiani unter der liberalen Regentschaft des Königs Jakob von Aragon, hatte der Geistliche keine Chance gegen die logisch stringente Argumentation des Rabbis. Die Dominikaner verbreiteten daraufhin eine Verdrehung des wahren Ablaufes und zwangen Moses ben Nachman damit zur Gegendarstellung. Trotz gegenteiliger Versprechungen musste er daraufhin auf Druck des Papstes ins Exil. Andere, ähnliche Disputationen endeten oft mit einem Blutbad an der jüdischen Bevölkerung und der öffentlichen Verbrennung des Talmuds. Die Inquisition stand in ihren Startlöchern, gestützt vom Papst, der in Europa bald erheblich an politischem Einfluss gewinnen sollte. Das Theaterstück war unter der Leitung von Bob Kalfin und mit dem bekannten Theodore Bikel als Rabbi ein großer Erfolg und wurde von der BBC mit dem berühmten Christopher Lee als König Jakob sogar verfilmt.
Nur auf dem überwiegend katholischen, europäischen Festland, dem „continent“, ist der Altertumsgelehrte, Talmud-Philologe und ehemalige Bibliothekar des Leo Baeck College in London, Hyam Maccoby, fast unbekannt. Zuletzt hatte er einen Lehrstuhl für Judaistik an der Universität in Leeds inne.

Der Mythenschmied

Sein zentrales Werk The Mythmaker von 1986, ist erst 20 Jahre später in der Bundesrepublik erschienen. Als Anhänger der Historiker-Schule „die Sicht auf den Juden Jesus“, belegt und untermauert er hier die nicht ganz neue Vermutung, dass Jesus nicht der Gründer des Christentums gewesen sein konnte, sondern fest in der jüdischen Gemeinschaft verankert war, die Thora achtete und eine führende Rolle in der Pharisäer-Bewegung einnahm. Er hatte den messianischen Anspruch, die jüdische Monarchie wiederherzustellen, sein Land vom Joch der römischen Besatzung zu befreien und danach mit allen Militärherrschaften weltweit aufzuräumen. Dieser Anspruch, König der Juden zu sein – eine offene Provokation der römischen Besatzer – brachte ihn ins Gefängnis und nach der Verurteilung durch den römischen Statthalter Pontius Pilatus ans Kreuz, wo er, wie zahlreiche andere jüdischen Freiheitskämpfer, einen Märtyrer-Tod starb. Als einer der vielen erfolglosen Messias-Anwärter wäre er bald in Vergessenheit geraten, wenn da nicht seine direkten Anhänger, die Nazarener, gewesen wären, die an seine Wiederauferstehung durch ein göttliches Wunder glaubten und sich als jüdische Sekte innerhalb der Pharisäer-Bewegung unter ihren jüdischen Führern Petrus und Jakobus zu etablieren begannen. Maccoby entwickelt hier das ganze Panorama einer Gesellschaft unter der Herrschaft der Weltmacht Rom, er zeigt die unterschiedlichen Gruppierungen, die kompromisslerische Sekte der Sadduzäer, einer von ihnen der Hohepriester, der als Polizeichef für Rom agierte, die Herodianer als Titularkönige, die militanten Zeloten und vor allem die in der Bevölkerung hoch angesehenen Pharisäer, welche die eigentlichen Führer der unterdrückten, jüdischen Bevölkerungsmehrheit gewesen waren und nach der Zerstörung des Tempels das geistige Überleben des Judentums sicherten.

sabato 20 maggio 2017

YESHAYAHU A. JELINEK (1933–2016) – IN MEMORIAM, by Alexander Korb

We are pleased to publish this obituary sent to us by Alexander Korb (Associate Professor in Modern European History, University of Leicester) and which will be published in the journal Yad Vashem Studies.
To the memory of Yeshayahu Andrej “Andy” Jelinek is dedicated the latest book published by Massari editore, Vaticano, Olocausto e fascismi (edited by Daniele Barbieri and Peter Gorenflos), mentioned by Korb at the end of this article. [Red Utopia]

On December 21, 2016, Yeshayahu Andrej “Andy” Jelinek passed away. He was one of the finest scholars of Central Eastern Europe, with a focus on autochthonous fascism, anti-Semitism, the Holocaust, the Catholic Church, inter-ethnic relations and the tensions and overlaps between nationalism and communism. He has published several books and articles in five languages (if not more), always eager to engage with the most recent scholarship in his field and to apply comparative methods.
The last time I visited Andy Jelinek at his home in Beer-Sheva was in May 2016. For the trip, I was supposed to borrow the car of a Holocaust survivor who had promised to stop driving that year. Shortly before my planned departure, I got a call that the car insurance had expired. Instead, I took the train from Jerusalem to Beer-Sheva. It was Friday, so I was well aware that I had only a limited amount of time in order to catch the last train back before Shabbat would start. Yet, I got the math wrong. When I got to Beer-Sheva, I had less than two hours to see Andy. I had brought my bicycle on the train, so I rushed to Andy’s house, right at the edge of the desert, in a street called Iris of the Negev. He was frail but sharp as ever, and it characterizes his fresh mind how admirably and humorously he dealt with the young scholar storming his house on a Friday afternoon. I spoke to him my native language, Czech, and our Czechoslovak mixture of languages would always cheer him up.
Weeks before, I had mailed him a book on the historiography of the Holocaust in Yugoslavia (I had checked it out from the Yad Vashem Library and I now urgently needed to bring it back). It was not easy to get the book back from him; in fact, he hid it from me. He still was not finished with some sections, and he was curious to learn everything about the recent scholarship. The episode reveals another aspect, too. The book praises Jelinek’s academic contributions, so the book embodied recognition for his scholarship more generally. We all are eager to receive such recognition, but in his case he seemed to find that recognition rather internationally than in his own country.
Jelinek was born on July 16, 1933 in a Slovak small town, Prievidza. During the years of the independent Hlinka State, a Nazi ally since 1939, the family survived the first rounds of deportations to Auschwitz. Slovakia was the first independent state to deport their Jewish citizens to death camps, but stopped deporting towards the end of 1942. During the Slovak national uprising in August 1944, Prievidza was free for more than a month. Once the uprising collapsed, Andy, together with his older brother Erik and his mother Regina, fled to the forest where they survived the German onslaught. His father Vojtěch fought with the Slovak partisans and survived as well, whereas Andy’s grandparents were amongst to last Slovakian Jews to be deported to Auschwitz and murdered after the Germans resumed the deportations in 1944. After liberation, the family reunited in Prievidza. In 1949, Andy and Erik embarked for the kibbutz Ma’anit with Hashomer Hatzair. They served their country as kibbutzniks and soldiers for more than four years. In 1977, Jelinek married his wife Mirjam and settled in Beer-Sheva, where Andy taught at Ben-Gurion University of the Negev. They got three children – their son Ori tragically drowned in the Ganges in 2002 during a journey to India. Andy made many donations in the memory of Ori Jelinek.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

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a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.