L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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domenica 10 agosto 2025

81° anniversario dell’Eccidio nazista della Romagna nel comune di San Giuliano Terme

Il dovere della memoria storica, unico antidoto contro gli odierni rigurgiti nazi-fascisti. I lavori ed il podcast realizzati dagli studenti tramite il progetto “Contemporanea..mente”


prof. Andrea Vento

Il contesto storico

Durante la Seconda Guerra mondiale, nel corso dell’estate del 1944, gli alleati dopo la liberazione di Roma del 4 giugno, erano rapidamente avanzati verso nord, tant'è che a fine giugno-inizio luglio avevano già conquistato la parte più meridionale della provincia di Pisa. Tuttavia, nel corso del mese di luglio l’avanzata della V Armata statunitense, operante sul versante tirrenico della penisola, subì un brusco rallentamento per essere poi fermata a sud dell'Arno dalla tenace resistenza tedesca.

 

La drammatica estate del 1944: l’Arno Stellung e il fronte bloccato sull’Arno

libro del prof. Fascetti, Campano edizioni 2024
Il comando dell'esercito nazista in Italia aveva infatti predisposto una linea difensiva fortificata lungo la sponda settentrionale dell'Arno, denominata Arno Stellung (immagine 1), oltre ad aver abbattuto i ponti sullo stesso corso d'acqua, al fine di impedirne il superamento e il proseguimento dell'avanzata verso Nord. Ciò anche in considerazione della ben più imponente linea fortificata, la famosa linea gotica, edificata poco più a nord lungo lo spartiacque appenninico fra Carrara e Rimini.

Mentre i combattimenti fra i due eserciti nell'agosto del 1944 raggiunsero il loro apice di intensità, una formazione partigiana, la Nevilio Casarosa, operava nella zona del Monte Pisano sovrastante Asciano, mentre le azioni antipartigiane e i rastrellamenti tedeschi vessavano la popolazione civile che in parte era stata costretta a sfollare in varie zone dell'omonimo rilievo per sfuggire ai bombardamenti aerei e ai combattimenti. 

L’Arno Stellung nella sezione occidentale del Monte Pisano era presidiata dalla famigerata 16esima SS-PanzerGranadier Division “Reichsfurher-SS”, comandata dal generale Max von Simon e insediata a Nozzano Castello in provincia di Lucca lungo la valle del Serchio, e dalla 65esima Infanterie-Division, anche nota come “Handgranate” (bomba a mano), la cui sede era stata stabilita presso villa Borri ad Asciano.

La valle del Serchio secondo il comando tedesco rivestiva, non a torto, un’importanza strategica fondamentale in quanto costituiva un passaggio naturale che consentiva di aggirare da ponente il Monte Pisano, In considerazione di ciò il suo presidio venne assegnato alla temibile 16esima SS-PanzerGranadier Division, la quale nel mese di luglio distrusse anche un tratto della ferrovia Pisa-Lucca ivi passante per impedire o quantomeno rallentare l’avanzata della V Armata statunitense.

In questo contesto bellico, l'estate del 1944 si rivelò per la popolazione locale particolarmente difficile, non solo per il rischio dei bombardamenti e la carenza di generi di prima necessità, ma soprattutto per le vessazioni a cui vennero sottoposti dai nazisti a seguito dei bandi emessi, il 17 

giugno e il 1 luglio, dal Feldmaresciallo Albert Kesserling, comandante in capo delle forze tedesche in Italia, inerenti l'inasprimento della repressione contro le organizzazioni partigiane e i civili.

Nell'agosto del 1944 per sfuggire a combattimenti e bombardamenti, molte famiglie, soprattutto locali ma anche provenienti dai territori limitrofi, erano sfollate in varie località del Monte Pisano subendo, tuttavia, continue incursioni da parte delle pattuglie tedesche.

Fino a che le forze naziste di occupazione insediate nel lungomonte pisano, il 31 luglio, emisero uno specifico bando che imponeva a tutti gli uomini, compresi gli sfollati, validi compresi fra i 15 e i 50 anni di età di presentarsi nell’arco di due giorni presso i comandi militari tedeschi di zona per l’arruolamento “volontario” nelle compagnie di lavoratori.

 

giovedì 23 novembre 2017

A WAIT-AND-SEE CONFERENCE ON CLIMATE CHANGE, by Andrea Vento (GIGA – Self-organised Geography Teachers Group)

IN DUE LINGUE (Inglese, Italiano)
IN TWO LANGUAGES (English, Italian)

© World Meteorological Organization
The great hopes for a historical understanding to contain global warming, caused by the proclamations of world leaders prior to the recent UN Climate Change Conference, have evaporated.
The ‘climate’ of confidence surrounding the conference – held in Bonn from November 6 to 17, officially known as the 23rd session of the Conference of the Parties (COP23) and presided over by Fiji – soon disappeared into thin air as environmental experts looked at what had been achieved.
Criticism has centred on the failure to establish a “compliance control committee” and a “sanctioning mechanism” against countries which do not respect the commitments they have entered into.
In practice, these are legally non-binding agreements, implementation of which is linked only to the environmental sensitivity and political determination of the various governments, but which are often however heavily influenced by enormous economic interests, primarily those of the multinationals in the energy and automotive industries.
The Bonn Conference, which many believed should have accelerated action and set more stringent rules on measures to combat climate change, ended without any major decision, so that a kind “supplementary session” will take place at the Paris summit in December.
This was a partially announced failure which was confirmed by the absence of the most important world leaders (except Angela Merkel and Emmanuel Macron) and the great international media circus, which largely deserted the event.
However, despite their low profile, four decisions were worthy of note:

• approval of a Gender Action Plan (certainly appreciable, but which does not contain significant relevance for climatic problems);
• recognition of the role of “indigenous peoples” (officially considered a resource, not an obstacle) in combating climate change, conserving biodiversity and protecting the environment;
• activation of the Thematic Working Group – TWG – on Agriculture, Food Security and Land Use (after six years of evanescent negotiations, it was recognised at COP23 that climate change aggravates the food insecurity of the most fragile populations and that, at the same time, today’s “agro-industrial” agricultural practices account for about 21% of total greenhouse gas emissions, necessitating a radical rethinking of the agribusiness sector);
• sanctions for “exceeding” by local entities – regions, cities, municipalities, indigenous communities, etc. – on the official representations of States (the case of California is emblematic: despite Trump ignoring the Paris Agreement, in Bonn its governor Jerry Brown announced that he would honour the commitments made).

For all the rest we are at a complete impasse.
In real terms, no significant decisions were made regarding the following:

• a compensation mechanism for loss and damage;
• funding of compensation measures designed to induce developing countries to reduce emissions;
• transparency of the funding to be granted for implementation of mitigation and adaptation measures.

Responsibility for failure is mainly due to the national selfishness of the most industrialised countries, which, although they claim to want to move forward regardless of Trump’s positions, have distinguished themselves by their absence or “vague” declarations. Take German Chancellor Merkel, for example, who first said that “climate change is an issue determining our destiny as mankind – it will determine the wellbeing of all of us”, before carefully changing tack: “it is not easy” to meet the commitments to end coal-fired power stations due to “social and job issues”, de facto postponing the decarbonisation of energy in her country to an unspecified date.
According to Merkel, doing so now would lead to an increase in the cost of energy.
The failure of the work of the climate conference is summarised in the concluding document, which explicitly calls on UN Secretary-General António Guterres to take care that Member States actually put in practice what has been decided.

The present state of the atmosphere

While the ritual comedy of wait-and-see and inconsistency took to the stage in Germany, reports on the subject published by various research institutes were photographing an alarming evolution of both the chemical composition of the atmosphere and global weather and climate conditions.
According to the climate report issued at the beginning of November by the World Meteorological Organization (WMO), the concentration of CO2 (the main greenhouse gas) in the atmosphere has now stabilised at well over four hundred parts per million – rising, in fact, from the 400 recorded in 2015 to 403.3 at the end of the following year.
This represents a structural overrun of the safety threshold set at 350, beyond which the possibilities of reduction become extremely complex.
Indeed, even if we were able to completely eliminate pollutant emissions today, the concentration of CO2 in the atmosphere would continue to increase for a few decades – because of the inertia of the phenomenon –, making it difficult to return to under this threshold.
This particularity, typical of complex systems, has been confirmed by the annual report of the Netherlands Environmental Assessment Agency (NEAA), which shows that in 2016 – for the third consecutive year – global CO2 emissions remained unchanged, but this has not, however, served to contain the increase of concentration in the atmosphere.

UNA CONFERENZA SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI ALL’INSEGNA DELL’IMMOBILISMO, di Andrea Vento (Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati)

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

© World Meteorological Organization
Le grandi speranze in un’intesa storica per il contenimento del riscaldamento globale, suscitate dai proclami dei leader mondiali precedenti la recente Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, sono evaporate.
Il ‘clima’ di fiducia che circondava la conferenza - tenutasi a Bonn dal 6 al 17 novembre, ufficialmente nota come 23a sessione della Conferenza delle Parti (COP23) e presieduta dalle isole Figi - è subito scomparso nel nulla nel momento in cui gli esperti ambientali hanno analizzato quanto era stato realizzato.
Le critiche si sono concentrate sulla mancata istituzione di un «comitato di controllo per il rispetto delle disposizioni» e di un «meccanismo sanzionatorio» per i Paesi che non rispettano gli impegni sottoscritti.
In pratica si tratta di accordi giuridicamente non vincolanti, la cui messa in atto è legata soltanto alla sensibilità ambientale e alla determinazione politica dei vari governi, che però molto spesso sono condizionati da enormi interessi economici, in primis quelli delle multinazionali del settore energetico e automobilistico.
La Conferenza di Bonn, che in molti credevano avrebbe dovuto accelerare l’azione e fissare regole più stringenti sulle misure per combattere i cambiamenti climatici, si è conclusa senza alcuna decisione di rilievo, tant’è che al vertice di Parigi di dicembre si terrà una sorta di “sessione suppletiva”.
Un fallimento in parte annunciato che è stato confermato dall’assenza dei più importanti leader mondiali (ad eccezione di Angela Merkel ed Emmanuel Macron) e del grande circo mediatico internazionale, che ha in buona parte disertato l’evento.
Tuttavia, nonostante il loro basso profilo, quattro sono state le decisioni degne di nota:

• approvazione di un Gender Action Plan (sicuramente apprezzabile, ma che non ha un’importanza significativa per i problemi climatici);
• riconoscimento del ruolo dei «popoli indigeni» (considerati ufficialmente una risorsa, non più un ostacolo) nella lotta ai cambiamenti climatici, nella conservazione della biodiversità e nella salvaguardia dell’ambiente;
• attivazione del Gruppo di lavoro tematico - TWG - sull’agricoltura, la sicurezza alimentare e l’uso del suolo (dopo sei anni di trattative evanescenti, alla COP23 è stato riconosciuto che i cambiamenti climatici aggravano l’insicurezza alimentare delle popolazioni più fragili e che, contemporaneamente, le odierne pratiche agricole “agro-industriali” incidono sulle emissioni di gas serra all’incirca per il 21% del totale, imponendo un radicale ripensamento del settore dell’industria agroalimentare);
• sanzione del “sorpasso” delle realtà locali - regioni, città, comuni, comunità indigene ecc. - sulle rappresentanze ufficiali degli Stati (il caso della California è emblematico: nonostante Trump abbia disconosciuto l’accordo di Parigi, a Bonn il suo governatore Jerry Brown ha annunciato che manterrà le promesse fatte).

Per tutto il resto ci troviamo in un’impasse totale.
Nella pratica non sono state prese decisioni significative in merito a quanto segue:

• un meccanismo di risarcimento dei danni e delle perdite;
• finanziamento delle misure di compensazione finalizzate ad indurre i Paesi in via di sviluppo a ridurre le emissioni;
• trasparenza dei finanziamenti da concedere per la realizzazione delle misure di mitigazione e adattamento.

Le responsabilità del fallimento sono riconducibili principalmente agli egoismi nazionali dei Paesi più industrializzati, che, benché proclamino di voler andare avanti a prescindere dalle posizioni di Trump, si sono distinti per la propria assenza oppure per dichiarazioni “fumose”. Ne è un esempio la cancelliera tedesca Merkel, che inizialmente ha affermato che «il cambiamento climatico è una questione che definisce il nostro destino in quanto genere umano - essa determinerà il benessere di tutti noi», salvo poi correggere prudentemente il tiro: «non è facile» onorare l’impegno assunto di chiudere le centrali a carbone a causa di «problemi sociali e legati all’occupazione», rinviando di fatto a tempi imprecisati la decarbonizzazione energetica nel suo Paese.
Secondo Merkel, al momento ciò comporterebbe un aumento del costo dell’energia.
Il fallimento dei lavori della conferenza sul clima si trova riassunto nel documento conclusivo, in cui si richiede in modo esplicito al segretario generale dell’Onu António Guterres di preoccuparsi che gli Stati membri mettano effettivamente in pratica quanto è stato deciso.

Lo stato attuale dell’atmosfera

Mentre in Germania andava in scena la rituale commedia delle parti fatta di attendismo e inconsistenza, i rapporti in materia pubblicati da vari istituti di ricerca fotografavano un’allarmante evoluzione sia della composizione chimica dell’atmosfera che delle condizioni meteo-climatiche globali.
Secondo il report sul clima diffuso ad inizio novembre dall’Organizzazione meteorologica mondiale (WMO), la concentrazione di CO2 (principale gas serra) in atmosfera si è ormai stabilizzata ben oltre le quattrocento parti per milione - passando infatti dalle 400 rilevate nel 2015 alle 403,3 della fine dell’anno successivo.
Ciò rappresenta uno sforamento strutturale della soglia di sicurezza fissata a quota 350, oltre la quale le possibilità di riduzione diventano estremamente complesse.
Per l’appunto, anche se oggi riuscissimo ad eliminare del tutto le emissioni inquinanti, la concentrazione di CO2 in atmosfera continuerebbe ad aumentare per alcuni decenni - a causa dell’inerzia del fenomeno - rendendo problematico il rientro sotto tale soglia.
Questa particolarità, tipica dei sistemi complessi, è confermata dal rapporto annuale dell’Agenzia olandese di valutazione ambientale (NEAA), da cui risulta che nel 2016 - per il terzo anno consecutivo - le emissioni globali di CO2 sono rimaste invariate, ma ciò non è servito, tuttavia, a contenerne l’aumento della concentrazione in atmosfera.

sabato 8 luglio 2017

AMERICA LATINA: UN FUTURO ECONOMICO MOLTO INCERTO, di Andrea Vento (Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati)

Pubblichiamo per i lettori del nostro blog un estratto dall’opuscolo di Andrea Vento Il continente americano. L’America latina (Giga Autoproduzioni, 2017, pp. 36). [la Redazione]

Gli effetti delle politiche sociali dei governi progressisti

Il miglioramento delle condizioni sociali è un fenomeno strutturale che investe l’intera America latina ormai dall’inizio del nuovo millennio: la quota di persone in povertà (grafico 1)1 registra infatti, nell’intervallo 2000-2010, una diminuzione sia nel dato generale dell’intera macroregione - che si attesta poco sopra il 30% - sia all’interno dei singoli paesi. La diffusione della povertà assume tuttavia dimensioni piuttosto eterogenee all’interno dei vari stati, disparità che riguardano anche l’entità della riduzione, che risulta particolarmente spiccata in Perù, Venezuela e Cile. Ciò nondimeno rimangono critiche le condizioni sociali in alcuni paesi - in prevalenza centroamericani (Honduras e Nicaragua) - in cui nel 2010 più della metà della popolazione risulta ancora sotto la soglia di povertà, non dimenticando Haiti, lo stato con la situazione più critica, con circa l’80% dei suoi abitanti che patisce questa condizione e il 54% che cerca di sopravvivere con meno di un dollaro al giorno. Questo quadro fa sì che il paese caraibico si collochi al penultimo posto nella relativa classifica mondiale.
Più complessa risulta la lettura della dinamica della distribuzione del reddito fra le classi sociali all’interno dei diversi paesi. Se l’intera macroregione ha evidenziato (grafico 2)2 una riduzione delle profonde sperequazioni socioeconomiche grazie alle politiche redistributive messe in atto dai governi progressisti, alcuni stati hanno visto aumentare i già cospicui squilibri. La Colombia, l’Honduras, la Repubblica Dominicana, il Costa Rica e soprattutto il Guatemala, stati accomunati dalla presenza di governi di destra, neoliberisti e filostatunitensi, si sono caratterizzati per un ulteriore aumento delle differenze reddituali.

La crisi dei governi progressisti

I segnali che giungono da diversi paesi - Brasile in particolare - sembrerebbero indicare che il ciclo dei governi progressisti latinoamericani stia cominciando a segnare il passo, nonostante abbia costituito una fase storico-geopolitica inedita per il subcontinente, oltre ad aver rappresentato l’area di resistenza più avanzata su scala globale al neoliberismo. I risultati ottenuti in termini di avanzamento democratico, riconoscimento dei diritti delle comunità amerindie, progresso sociale e riappropriazione di sovranità economica sono sicuramente inconfutabili e apprezzabili. Tuttavia i limiti - soprattutto in campo economico - che hanno condizionato la maggior parte di questi stati hanno poi creato i presupposti affinché all’inizio del 2015 gli elementi di criticità, espressi in termini di difficoltà economiche e malessere sociale, iniziassero ad assumere dimensioni preoccupanti.
Le problematiche che hanno afflitto i governi progressisti - sudamericani in particolare - sono riconducibili principalmente a cinque elementi, legati sia alle politiche interne che al ciclo economico-finanziario internazionale:

• mancato superamento del modello economico estrattivista;
• mancata attuazione di riforme strutturali incisive in campo economico e fiscale;
• attuazione di sole politiche redistributive attraverso programmi sociali;
• stagnazione/recessione del Brasile;
• contrazione della domanda internazionale, soprattutto cinese.

sabato 28 gennaio 2017

IL SISTEMA ITALIANO DI ACCOGLIENZA, di Andrea Vento (Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati)

Politiche emergenziali, inefficienze e malaffare sulla pelle dei migranti

La morte della giovane ivoriana nel centro di accoglienza di Cona, in provincia di Venezia, e del 38enne somalo nell'incendio del mobilificio abbandonato a Sesto Fiorentino, avvenute nei primi giorni del 2017, hanno riportato al centro dell'attenzione mediatica e del dibattito politico la questione dei migranti e dell'accoglienza. Cerchiamo di ricostruire il percorso, individuare le tipologie di strutture e focalizzare le normative a cui vanno incontro i migranti una volta sbarcati nel nostro Paese.
Il sistema di accoglienza attualmente in vigore è regolamentato dalla cosiddetta Roadmap italiana1, emessa dal Ministero dell'Interno il 28 settembre 2015, ed è strutturato su tre livelli, suddivisi in Prima e Seconda accoglienza, con strutture e funzioni di diversa tipologia.

La Prima accoglienza prevede come strutture gli Hotspots e i Regional Hubs:
- Gli Hotspots hanno finalità di primo soccorso e identificazione. Le funzioni di tali nuove strutture sono fissate dallo stesso documento del Viminale, il quale prevede che
«Al fine di gestire i flussi ininterrotti di cittadini di Paesi terzi che raggiungono le coste italiane dall'inizio del 2014, e in linea con l'Agenda europea sulle migrazioni, l'Italia ha messo in atto il nuovo approccio "hotspot". Essenzialmente questo è stato fatto attraverso un piano volto a canalizzare gli arrivi in una serie di porti di sbarco selezionati dove vengono effettuate tutte le procedure previste come lo screening sanitario, la pre-identificazione, la registrazione, il foto-segnalamento e i rilievi dattiloscopici degli stranieri. Subito dopo tutte le persone saranno foto-segnalate come CAT 2 (ingresso irregolare) e registrate in conformità con la legislazione nazionale ed europea (ad eccezione di quelle ricollocabili che saranno registrate come CAT 1). Saranno foto-segnalati come CAT 1 (richiedenti asilo) anche coloro che manifestano la volontà di richiedere la protezione internazionale e pertanto, successivamente, formalizzeranno la propria intenzione compilando il modello "C3" nelle strutture per richiedenti asilo (cioè i cd. regional hubs presenti sul territorio nazionale) dove verranno trasferiti dopo la conclusione delle menzionate attività di registrazione. Successivamente all'espletamento delle attività di screening sanitario, pre-identificazione, di quelle investigative/intelligence, e sulla base dei relativi esiti, le persone che richiedono la protezione internazionale saranno trasferite nei vari regional hubs presenti sul territorio nazionale; le persone che rientrano nella procedura di ricollocazione saranno trasferite nei regional hubs dedicati; le persone in posizione irregolare e che non richiedono protezione internazionale saranno trasferite nei Centri di Identificazione ed Espulsione (C.I.E.)».
- I Regional Hubs (Centri Regionali) sono in pratica Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo (CARA) e Centri di Primo Soccorso e Accoglienza (CPSA) riconvertiti. Anche questi sono previsti e regolamentati dalla Roadmap italiana:
«Il sistema di prima accoglienza è composto da strutture appartenenti ad ex centri governativi (CARA/CDA e CPSA), che attualmente si stanno riconfigurando come Regional Hubs. I cosiddetti Regional Hubs sono stati concepiti come un meccanismo-chiave preposto a facilitare la gestione di grandi arrivi di cittadini di Paesi terzi. Gli Hubs sono strutture aperte da utilizzare nella prima fase di accoglienza, destinate a ricevere quei cittadini di Paesi terzi - già registrati e sottoposti alle procedure di foto-segnalamento - i quali devono compilare il cd. modello C3 per la formalizzazione della domanda di protezione internazionale. Normalmente il periodo di permanenza va dai 7 ai 30 giorni, in modo da assicurare un rapido turnover dei richiedenti asilo i quali, in ogni caso, una volta presentata la domanda di protezione, potranno lasciare l'hub per essere trasferiti nei centri di seconda accoglienza, vale a dire nelle strutture della rete SPRAR».

sabato 12 novembre 2016

A CENA CON ROBERTO MASSARI, di Serena Campani

Andrea Vento e Roberto Massari
È impossibile non rimaner affascinati da Roberto Massari: tre lauree e una piccola ma agguerrita casa editrice nei pressi del lago di Bolsena. Fine intellettuale e poliedrico artista: musicista, poeta, pittore, sociologo. Presidente della Fondazione Guevara internazionale, ispiratore del blog Utopia Rossa.
Giovedì 10 novembre Massari, venuto a Pisa in occasione del Pisa Book Festival, importante appuntamento per l'editoria indipendente che si tiene al Palazzo dei Congressi dall'11 al 13 novembre, ha presentato il saggio di Deschner Con Dio e con i fascisti, incontrando un pubblico interessato e numeroso presso il ristorante Soul Kitchen, sulla via Aurelia.
L'iniziativa, organizzata dal Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati (Giga) e dall'Associazione Pisorno, ha visto la partecipazione di numerosi rappresentanti di associazioni locali che operano sul territorio pisano e livornese: la Libera Università Popolare di Livorno, l'Associazione di cooperazione internazionale Italia-Nicaragua, l'associazione Lucca contro la guerra di Aldo Zanchetta. Inoltre sono intervenuti studenti universitari, insegnanti di vario ordine e grado, cittadini provenienti da Pisa, Livorno e Lucca interessati ad approfondire le tematiche proposte.
Dopo una buona carrellata di cucina locale, durante la quale i commensali si sono potuti intrattenere a conversare in maniera informale con Massari, ha avuto luogo la presentazione del saggio. Nello specifico l'editore si è soffermato sulle connivenze tra la Chiesa, in particolare quella tedesca, e il nazismo, e sulla mancata presa di posizione di papa Pio XII di fronte alle indicibili atrocità commesse, come la Shoah e il programma di sterminio dei malati, denominato «Aktion T4».
Roberto ci ha raccontato anche un fatto assai toccante e personale: suo nonno materno, Otello, è stato barbaramente ucciso nella strage delle Fosse Ardeatine e lui dopo tanti anni ha potuto costituirsi parte civile nel processo contro Priebke. La vicenda, raccontata nel libretto Un ebanista alle Fosse Ardeatine, ha intimamente toccato tutti i presenti.

lunedì 16 maggio 2016

IL REALE SIGNIFICATO ODIERNO DELLA CELEBRAZIONE DELLA NAKBA, di Andrea Vento (Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati)

Rifugiati palestinesi nel 1948
Il 15 maggio è una ricorrenza di particolare importanza per i palestinesi perché è il giorno in cui celebrano la Nakba, "la catastrofe", tramite la quale viene mantenuto vivo il ricordo della cacciata dalle proprie abitazioni di centinaia di migliaia di persone e la mancata nascita del proprio Stato. La data prescelta per questa ricorrenza ha un elevato significato simbolico: il 15 maggio 1948 segna infatti l'inizio della prima guerra arabo-israeliana, che si concluderà ad inizio 1949 con la vittoria del neocostituito Stato ebraico, e l'inizio del calvario del popolo palestinese che in circa settant'anni, a seguito di una serie infinita di vicende avverse, ha portato alla drammatica situazione attuale, caratterizzata da: regime di occupazione militare, espropri e colonizzazione delle terre, violazione sistematica dei diritti umani e delle risoluzioni Onu ed espulsioni, individuali e di massa, continuative con conseguente creazione di una tale entità di profughi che, ad oggi, metà del popolo palestinese vive al di fuori dei cosiddetti "Territori occupati", acquisendo il poco invidiabile status di "popolo della diaspora". La celebrazione della Nakba, col passare dei decenni, ha assunto pertanto un valore più ampio: se da un lato rappresenta il giorno dell'identità nazionale palestinese, dall'altro cerca di mantenere viva l'attenzione internazionale in merito alla negazione di diritti, in primis quello all'autodeterminazione, e alle insostenibili condizioni di vita in cui è costretto.
Se la Nakba è un evento che da un lato unisce l'intero popolo palestinese, dall'altro costituisce elemento di contrapposizione all'interno dello Stato di Israele e della comunità ebraica in generale. La controversia ha iniziato ad emergere a seguito delle ricerche storiche effettuate, a partire dagli anni Ottanta, dalla corrente dei "Nuovi storici" israeliani sulle vicende verificatesi in Palestina nel decennio 1940/50 al dichiarato fine di ricostruire l'effettiva realtà, rispetto a quanto narrato dalla versione "ufficiale", in merito agli eventi che nello specifico hanno portato alla partizione della Palestina, alla fondazione dello Stato di Israele e all'espulsione dei palestinesi dalle proprie terre. A tal proposito, particolare rilevanza scientifica ha assunto l'opera di Ilan Pappé, leader di questa corrente, che ha effettuato approfondite ricerche storiche, spinto dalla necessità per lui imprescindibile di uno Stato effettivamente democratico e di formare l'opinione pubblica e le giovani generazioni sulla base di una versione veritiera del processo fondativo di Israele. In modo che i suoi cittadini potessero acquisire l'effettivo passato del proprio paese e su questo costituire la propria coscienza personale, affrancandosi dalla versione propagandistica del movimento sionista, che era stata elevata a verità storica nazionale e fedelmente riportata nei libri di storia e nei testi scolastici.

lunedì 28 marzo 2016

ALLARME CLIMA: FEBBRAIO IL QUINTO MESE CONSECUTIVO CON TEMPERATURE SUPERIORI DI UN GRADO RISPETTO ALLA MEDIA, di Andrea Vento (Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati)

I dati climatici diffusi dalla Nasa relativi al mese di febbraio confermano l'allarmante dinamica del surriscaldamento terrestre in atto e gettano sinistre ombre sulla sostenibilità dell'accordo raggiunto alla COP21 di Parigi, nel dicembre scorso. Il mese da poco concluso, infatti, non solo è risultato il febbraio più caldo dal 1880, inizio delle rilevazioni globali, ma addirittura quello con lo scostamento più elevato, ben 1,35 gradi, rispetto alla temperatura media del corrispondente mese rilevata nel trentennio 1951-1980, superando nettamente l'effimero record registrato in gennaio, con +1,14 gradi.
Tuttavia è la tendenza degli ultimi mesi a destare grande preoccupazione, tanto da spingere Stefan Rahmstorf del Potsdam Institute for Climate Impact Research a dichiarare che «siamo in una sorta di emergenza climatica. La situazione è davvero stupefacente e assolutamente senza precedenti». Secondo i dati della Nasa, siamo in presenza del quinto mese consecutivo in cui la temperatura media supera di un grado quella del trentennio di riferimento, con un trend crescente estremamente preoccupante. I primi due mesi del 2016 sono stati, infatti, preceduti dagli ultimi tre del 2015, anch'essi con temperature abbondantemente oltre la media: ottobre (+1,06 gradi), novembre (+1,03) e dicembre (+1,10). Estendendo l'analisi a tutto il 2015 rileviamo come, sempre in base ai dati forniti dalla Nasa e dall'Agenzia Federale per la Meteorologia (Noaa), siano stati ben dieci i mesi che hanno registrato un record di temperatura media, con le uniche eccezioni di gennaio e aprile. Nell'arco dell'intero anno la temperatura media terrestre è risultata di 1 grado superiore a quella del decennio 1880-1889, il primo dall'inizio delle rilevazioni, superando il precedente record del 2014 di 0,14 gradi. Situazione, come stigmatizzato dai meteorologi, estremamente preoccupante non solo per il record del 2015, il più caldo degli ultimi 136 anni, ma, soprattutto, per l'inarrestabile trend crescente delle temperature medie mensili.
I valori diffusi dalla Nasa si riferiscono alla media terrestre, omogeneizzando condizioni regionali che in alcune aree del pianeta assumono dimensioni ben più allarmanti. In particolare, secondo uno studio del Politecnico federale di Zurigo, nell'Artico e nelle aree adiacenti la temperatura avrebbe superato di 2 gradi la media del periodo preindustriale ormai da quindici anni e nel Mediterraneo, negli Usa e in Brasile potrebbe raggiungere questa soglia già nel 2030. Aggiungendo come un aumento della temperatura media terrestre di 2 gradi si concretizzerebbe con incrementi fino a 6 gradi in alcune zone del pianeta, soprattutto quelle a maggior densità di popolazione. Appare chiaro come, alla luce di queste ricerche, l'accordo di Parigi mostri limiti ancor più evidenti rispetto a quelli denunciati, non solo dagli ambientalisti, all'indomani della chiusura della COP21. Se forti perplessità erano state sollevate rispetto alla mancanza di controlli e alle modalità di contenimento delle emissioni, nonché sui tempi lunghi di verifica, la prima delle quali nel 2023, particolarmente critico appare il rispetto del limite di 1,5-2 gradi di aumento della temperatura media terrestre entro il 2050. Considerando l'inerzia atmosferica, anche procedendo ad un ipotetico immediato blocco degli incrementi delle emissioni di gas serra, in base ai dati di febbraio gli obiettivi di Parigi potrebbero essere sforati già nell'arco di qualche lustro.

martedì 23 febbraio 2016

REPORT ISTAT 2015: UN PAESE IN GRAVE CRISI SOCIALE STRETTO FRA DECLINO ECONOMICO, POLITICHE DI AUSTERITY E RIFORME STRUTTURALI, di Andrea Vento (Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati)

Il report sulla popolazione italiana 2015 pubblicato venerdì 19 febbraio dall'Istat dipinge uno scenario a tinte fosche, ma drammaticamente fedele, delle condizioni sociali del nostro paese. La crisi economica, che dal 2008 sembra non trovare vie d'uscita concrete, e gli effetti delle riforme neoliberiste imposte dalla Commissione europea e attuate dagli ultimi governi, hanno prodotto inevitabili contraccolpi sociali che gli indicatori dell'istituto centrale di statistica fotografano in maniera impietosa.
Un Paese piegato da una crisi economica senza sbocchi che, anche a causa di una politica industriale ormai inesistente, non solo ha registrato, dal 2008, una perdita del 25% della produzione industriale e una contrazione del Pil di circa il 10%, ma non riesce nemmeno a fermare l'incontenibile emorragia di aziende nazionali verso l'estero. Negli ultimi sette anni ben 473 marchi del made in Italy sono finiti in mano straniera: Telecom, Pirelli, Italcementi, Ansaldo Breda e Ansaldo Sts sono alcuni fra gli assi portanti della nostra economia sfuggiti al controllo dello Stato e del declinante capitalismo nostrano.
All'interno di questa cornice economica, il quadro sociale che emerge dagli indicatori dell'Istat non poteva che risultare allarmante, tant'è che il 2015 passerà alla storia come l'anno dei record negativi:

1) La popolazione residente diminuisce di 139.000 unità, attestandosi al 31/12 a quota 60.569.000, registrando, dopo la rettifica censuaria del 2011, la prima effettiva contrazione dal dopoguerra (tabella 1)1.
2) Le morti, in allarmante crescita (+54.000), salgono a ben 663.000 (+9,1%), raggiungendo il massimo dalla Seconda guerra mondiale (tabella 2)2.
3) Le nascite continuano a ridursi (-15.000), crollando a 488.000, minimo storico dall'unità d'Italia.
4) La speranza di vita, dopo una lunghissima fase - interrotta solo dalle Guerre mondiali - caratterizzata da un inarrestabile allungamento che ci ha portato ad essere una fra le tre popolazioni più longeve del pianeta, ha invertito la tendenza, iniziando per la prima volta a ridursi.
5) Continua il trend negativo, iniziato nel 2008, del numero di immigrati in entrata, fermatosi a 245.000 unità, mentre 45.000 stranieri residenti hanno lasciato il nostro paese (tabella 3)3.

giovedì 14 gennaio 2016

L'ESECUZIONE DI AL-NIMR LEVA DELLA NUOVA STRATEGIA SAUDITA, di Andrea Vento (Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati)

L'Arabia Saudita fra crisi di bilancio, repressione interna e riposizionamento regionale

Barack Obama con re Salman, gennaio 2015
Lo scontro diplomatico in atto fra Arabia Saudita e Iran, acceso dall'esecuzione dell'imām sciita Nimr al-Nimr, sta alimentando pericolose tensioni nella martoriata regione mediorientale già lacerata dagli annosi conflitti interni in Iraq e Siria e dall'intervento militare saudita in Yemen, ai quali negli ultimi mesi si sono aggiunti ulteriori preoccupanti focolai: la ripresa della repressione della minoranza curda in Turchia da parte del regime islamista di Ankara, lo spontaneo avvio dell'intifada di Gerusalemme che ha riportato sulla ribalta internazionale l'irrisolta "questione palestinese" e il riacutizzarsi degli scontri fra Israele e Hezbollāh, già aspramente confrontatesi nella "Guerra dei 33 giorni" che insanguinò il Paese dei cedri nell'estate del 2006.
La situazione generale del Medio Oriente, peraltro caratterizzata a partire dall'inizio del XX secolo da una profonda instabilità e da frequenti conflitti, ha raggiunto a inizio 2016 un livello di drammaticità mai registrato in passato, anche in considerazione dell'acuirsi della frattura fra mondo sunnita e sciita, alimentato più dallo scontro fra Riyad e Teheran per l'egemonia regionale che da uno spontaneo movimento dal basso sorto all'interno delle due comunità.
Proviamo a mettere insieme alcuni elementi del complesso quadro etnico-religioso e delle dinamiche geopolitiche in atto per cercare di comprendere le motivazioni che possono aver spinto il regime degli al-Saud a giustiziare il popolare religioso.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

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a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.