L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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lunedì 21 ottobre 2024

GLI ERRORI MORTALI DI YAHYA SINWAR E DI HAMAS

di Piero Bernocchi


ITALIANO - ENGLISH


Leon de Winter è uno scrittore olandese che, oltre ai suoi libri, svolge una presenza social-politica costante, con articoli pubblicati su vari giornali e riviste europee. A proposito di Sinwar ha scritto in un articolo su Neue Zurcher Zeitung, quotidiano svizzero con quasi tre secoli di storia: "Yahia Sinwar aveva trovato l'arma con cui sconfiggere gli ebrei e manipolare il mondo: la morte dei suoi stessi connazionali. Invita gli ebrei ad uccidere il suo popolo e gli israeliani non possono sottrarsi alla lotta contro Hamas. Sinwar sapeva come stremare gli ebrei, ricattarli e metterli gli uni contro gli altri". Effettivamente, il piano strategico di Sinwar, culminato nell'orrendo massacro del 7 ottobre, aveva una sua tragica grandezza strategica, che però, contrariamente alla lettura datagli da De Winter, è stata annullata da una catena di errori e di valutazioni, su possibilità non realizzatesi, commessi dal leader di Hamas e rivelatisi tragici e mortali per il popolo palestinese quanto per lo stesso Sinwar: catena di valutazioni erronee che qui proverò ad analizzare e commentare.

 

Il fallimento del tentativo di coinvolgere l’intero mondo islamico nell’attacco frontale a Israele

 

Sono in circolazione oramai da mesi attendibili documentazioni di varia e credibile provenienza che spiegano come il massacro del 7 ottobre fosse stato pianificato, magari con dettagli non identici, probabilmente da almeno un paio di anni e che fosse stato più di una volta rinviato, in attesa di scenari generali più favorevoli. C’è ampia concordia tra gli “addetti ai lavori” anche sui motivi, almeno due dominanti, che alla fine hanno fatto scegliere, a Sinwar e alla leadership interna a Gaza, la data del 7 ottobre. Tornerò più avanti sul secondo motivo, per soffermarmi qui su quello a mio avviso più rilevante e decisivo: e cioè l’assoluta necessità/obbligo di far naufragare l’ampliamento degli Accordi di Abramo (che avevano normalizzato i rapporti tra Israele, gli Emirati Arabi e il Bahrein) con l’inclusione dell’Arabia Saudita e forse pure del Qatar, e con la formazione di un assai influente blocco di paesi sunniti guidati dalla maggior potenza di tale mondo islamista, quella Arabia Saudita, grande e storica (fin dall’avvento degli ayatollah al potere a Teheran) avversaria dell’Iran sciita. Tra le intuizioni strategiche di Sinwar, quella di inserirsi come un cuneo che disgregasse il nascente schieramento favorevole alla normalizzazione dei rapporti con Israele e, nel contempo, saldasse definitivamente l’anomalia di un rapporto stretto, con conseguenti copiosi finanziamenti e sostegno bellico, tra un’organizzazione del radicalismo sunnita più estremo come Hamas e la roccaforte iraniana del mondo sciita (anomalia assoluta fino a qualche anno prima, laddove sunniti e sciiti si scannavano  quotidianamente in tutto il mondo islamico, con percentuali di vittime ben superiori a quelle dei conflitti con cristiani, “occidentali” ed ebrei), è stata forse la più notevole e, almeno potenzialmente, quella in grado di aprire nuovi e inattesi scenari ai monumentali e apparentemente folli piani di distruzione totale di Israele.

Per giungere però ad attivare un tale scenario, ci voleva un’azione così terrificante, sconvolgente e spietata, manifestantesi nelle forme più barbariche possibili, che fosse in grado di scatenare una risposta almeno altrettanto selvaggia, brutale e stragista da parte del governo Netanyahu, contando sulla colossale umiliazione imposta all’intero apparato bellico e militare israeliano ma pure sullo smacco planetario inflitto ad un capo di governo, ultra-ambizioso, senza scrupoli e senza remore, come Netanyahu che, pur di cancellare dalla scena l’ANP e Fatah, si era fatto ingannare da Sinwar,  favorendone per anni l’ascesa al potere a Gaza, con una posizione dominante su tutti i palestinesi. Ritengo, conseguentemente, che gli orrori del 7 ottobre non siano stati dovuti alla barbarie spontanea e alla epidermica orgia senza freni di voglia di vendetta da parte delle migliaia di armati palestinesi coinvolti, ma che fosse stata pianificata e voluta da Sinwar e i suoi (e per tale ragione documentata ed esibita platealmente con video, foto e registrazioni sonore quanto più raccapriccianti possibili) proprio per rendere irrealistica e di fatto impossibile una risposta solo “moderata” da parte del governo israeliano, provocato a tal punto da spingerlo a una risposta quanto più feroce, distruttiva e impopolare possibile. La scommessa di Sinwar, certo massimamente cinica e spietata, ma non pazzesca in linea di principio, e anzi potenzialmente foriera di successo, è stata appunto quella di spingere Netanyahu ad attaccare Gaza con una forza distruttiva smisurata e senza precedenti, che provocasse  il maggior numero di vittime possibili tra i civili (più volte Sinwar ha ammesso senza imbarazzo di essere disposto a sacrificare anche un numero spropositato di suoi concittadini/e non in armi pur di creare le condizioni per la sconfitta e la distruzione di Israele), in modo da suscitare da una parte la più diffusa indignazione mondiale  contro Israele (e in generale contro la presenza di uno Stato ebraico in Palestina, da liberare dal “fiume al mare”), e che dall’altra spingesse tutto il mondo islamico, sunnita o sciita, ad entrare in campo militarmente, contribuendo in maniera decisiva alla distruzione di Israele.

Malgrado la mia avversione politica, ideologica, culturale e morale all’islamismo da Guerra Santa e ai regimi dittatoriali come l’orrenda teocrazia iraniana e ad organizzazioni oscurantiste, reazionarie, ultra-misogine e omofobe come Hamas, Hezbollah, non posso negare che tale piano strategico aveva, almeno in potenza, quella che ho chiamato una tragica grandezza. E nella realtà di questo anno, tale piano il primo obiettivo lo aveva effettivamente raggiunto, cioè quello di suscitare una vastissima ondata di indignazione internazionale anche in ambienti fino a ieri insospettabili che, con grande rapidità, hanno accantonato gli orrori del 7 ottobre (che, anzi, hanno sovente salutato come un “riscatto” del popolo palestinese dopo decenni di sopraffazioni e umiliazioni, o come addirittura “l’inizio della Rivoluzione palestinese”), per reagire con una mobilitazione pressoché permanente contro il massacro in corso a Gaza, dove, indiscriminatamente, ai miliziani di Hamas uccisi dall’esercito israeliano si è accompagnato quasi ogni giorno un numero almeno altrettanto elevato di vittime civili, senza alcuna distinzioni tra uomini, donne, bambini.

Quello che però non è avvenuto, rivelandosi nei fatti il principale punto debole di tale  ambiziosissima strategia e il più grande errore di previsione di Sinwar e di chi ne ha condiviso la strategia, è stato il generale fallimento del tentativo di coinvolgere l’intero mondo islamico, sunita e sciita, nell’attacco frontale a Israele. A posteriori, Sinwar ha dimostrato una sorprendente misconoscenza della variegata e ambigua complessità di tale mondo (più avanti vedremo come analoghi e altrettanto esiziali  – per lui e per i palestinesi – errori di valutazione e previsione Sinwar li ha commessi anche nell’analisi della società israeliana e della psicologia dominante tra gi ebrei di Israele).

Sorprende, tanto per cominciare, che il leader indiscusso di Hamas abbia davvero creduto ai roboanti proclami bellici e agli appelli per la distruzione della “entità sionista” (come i dittatori teocratici iraniani amano definire Israele, per non doverne fare neanche il nome in segno di massimo disprezzo) di due affabulatori e incantatori di massa come Khamenei e Nasrallah. Meraviglia che una mente così attenta ad ogni sfumatura del pensiero della radicalità islamista abbia potuto davvero credere che il regime teocratico e Hezbollah avrebbero deciso di mettere a repentaglio il proprio potere e dominio nei rispettivi paesi sottomessi, l’Iran e il Libano, e persino la sopravvivenza dei propri regimi, per entrare in campo accanto ad Hamas nello scontro frontale con Israele, ben conoscendo la propria inferiorità sul piano militare, ma anche la fragilità del proprio dominio interno, di fronte a due società in maggioranza ostili, in aperta rivolta come nell’Iran dell’ultimo biennio o sottomessa ma non consenziente e collaborativa come quella libanese, incapace di impedire la progressiva dominazione della minoranza sciita sul paese ma fondamentalmente desiderosa di una sua possibile débacle bellica.

In verità, nei comportamenti di quasi tutti i paesi arabi e dell’Iran nei confronti della tragedia palestinese, c’è sempre stata una profonda strumentalità di fondo che Sinwar e i suoi avrebbero dovuto ben conoscere. Falliti i tentativi della Lega araba di sconfiggere militarmente Israele e di espellere la comunità ebraica dalla Palestina, la gran parte dei paesi arabi circostanti ha usato cinicamente il popolo palestinese e la sua lotta solo per creare le maggiori difficoltà possibili a Israele, per tenerla sotto costante pressione e per attivare la più diffusa solidarietà internazionale contro l’“entità sionista”. Solo che a questo cinico e strumentale disegno non si è mai accompagnata una reale solidarietà con il popolo palestinese, né in termini di significativi aiuti materiali né in quanto a dignitosa accoglienza ai profughi, almeno all’altezza dei proclami tonitruanti di circostanza. Figuriamoci se Hezbollah e la teocrazia iraniana potevano essere disposti a sfidare davvero, militarmente e in uno scontro aperto senza mediazioni, Israele, con la realistica possibilità di essere non solo travolti sul campo, ma anche di consentire alle diffuse opposizioni interne di saldare finalmente il conto alle insopportabili dominazioni ultra-decennali.

Ma Sinwar ha commesso un altro errore di valutazione, altrettanto inspiegabile per chi, in tanti anni, aveva avuto modo di studiare dettagliatamente, e verificare da vicino e con massima cognizione di causa, di contatti e di legami, i complessi e contorti, ambigui e mutevoli rapporti tra le varie statualità e comunità islamiche mediorientali. Il leader di Hamas parrebbe aver preso sul serio, e massimamente sopravvalutato, il profondo legame che era riuscito a stabilire  - fin da quando ancora era in galera in Israele e riusciva a corrompere le guardie carcerarie, così potendo colloquiare senza limiti non solo con i suoi “sottoposti” a Gaza, ma persino con il regime iraniano - fin dal 2011 con il regime degli ayatollah. Certo, l’anomalia di un’alleanza, così stretta, impegnativa e senza precedenti significativi, tra sunniti e sciiti, solitamente in guerra permanente tra loro da parecchi secoli, può aver contribuito a fuorviare le percezioni di Sinwar, al punto da fargli scambiare un accordo tattico (utilissimo per l’Iran per mettere in un angolo il progetto di una vasta parte del mondo sunnita di normalizzare i rapporti con Israele in nome dei comuni interessi economici) per una generale e permanente collaborazione strategica. Ma il grosso del mondo sunnita non ha mai digerito il rapporto quasi “intimo” tra la parte combattente del mondo sunnita palestinese con l’Iran, e ancor meno il grande potere acquisito da Hezbollah, altro portabandiera del minoritario mondo sciita e anch’esso grande alleato di Hamas: e quanto questa ostilità fosse viva, malgrado il sostegno comunemente sbandierato per i palestinesi durante i massacri a Gaza, si è potuto verificare apertamente con i festeggiamenti in tanti paesi arabi sunniti alla notizia dell’uccisione di Nasrallah: mentre, al contempo, non pare proprio che l’uccisione di Sinwar abbia suscitato in questi paesi grandi ondate di solidarietà e cordoglio.

 

Gli errori di valutazione di Sinwar sull’attuale popolo ebraico di Israele

sabato 19 ottobre 2024

ISRAEL: EL MUNDO A REVÉS

por Nathan Novick

(desde Chile)


ESPANOL - ITALIANO - ENGLISH


Muy estimados/as:

HAY UNA ENORME CONFUSIÓN EN ESTE MUNDO QUE LA PODEMOS PAGAR MUY CARA:

El mundo al revés: EL ÚNICO PAÍS, ISRAEL, QUE ESTÁ ACTUANDO EN DEFENDER A SUS CIUDADANOS DE VECINOS REAL Y EXPLÍCITAMENTE GENOCIDAS, terroristas que destruyen y asesinan, responsables del pogromo del 7 octubre 2023, reciben la indiferencia del denominado “mundo civilizado” y el ataque de Organizaciones que se autodenominan “defensoras de Derechos Humanos”; todos ellos se hacen de este modo cómplices de los crueles terroristas

Israel  y las FDI - que tratan de neutralizar a Hamás y a Hisbullá, incluyendo inteligencia y alta tecnología, procurando  generar  el mínimo de bajas inocentes en esta tragedia, a pesar de las dificultades que ello significa debido a  la accion de esos terroristas que atentan contra las poblaciones civiles de Gaza, Líbano e Israel -  EN LUGAR DE RECIBIR APOYO, SON CRITICADAS por organizaciones  ideológicas que se hacen cómplices de los terroristas y de sus acciones tratando de que queden impunes de los crímenes de lesa humanidad que cometen y han cometido. Es una vergüenza

 

LO QUE PASA EN GAZA Y LÍBANO ES UNA ENORME TRAGEDIA, AMPARADA AL IGUAL QUE LO QUE SUCEDE EN DARFUR, (SUDAN), POR UNA TERRIBLE CONFUSIÓN de parte de muchos que se supone que tendrían que tener muy claro de lo que nos estamos jugando como humanidad:

Nos jugamos una elección fundamental, una elección que puede significar la subsistencia misma de la humanidad:

1.- LA ELECCIÓN ENTRE PROCURAR UN MUNDO  MAS CIVILIZADO, (que busque sociedades en procesos de bienestar ciudadano, de respeto a la diversidad, de democracias activas, participativas, renovadas, de sociedades libres pero sin libertinajes, con Instituciones validadas que funcionen adecuadamente, con un  estado de derecho vigente y respetado), o

2.- FRENTE A QUIENES HAN ELEGIDO MILITAR EN ORGANIZACIONES TERRORISTAS, CRIMINALES globalizadas, actuando cruelmente  en todo el planeta con diversas motivaciones y por ahora con gran impunidad. A modo de simplificación, ese parece ser el futuro de nuestro planeta.

Esa es la realidad en este mundo. PIENSO QUE NO HAY QUE ESPERAR NADA DE LA ONU YA QUE ES UNA ORGANIZACIÓN FRACASADA, IDEOLOGIZADA Y POLARIZADA. Incluso de hecho están tomando riesgos con los “cascos azules” que no cumplieron su misión de tener desmilitarizada la zona sur del rio Litani en Líbano poniéndose ahora  en riesgo para tratar de impedir las acciones de las FDI  en su esfuerzo de neutralizar a Hisbullá!  Eso, en lugar de obedecer evacuar esa zona según solicitó las FDI a fin de que no tengan riesgos… ¡Es increíble!! Que manera de tergiversar la ONU una de sus funciones prioritarias fundacionales.

Los países del mundo supuestamente “civilizados” han de diagnosticar sin confusiones lo que actualmente se enfrenta y actuar en consecuencia: de manera urgente y según estrategias apropiadas.  Es tiempo de generar CON ALIANZAS DE PAISES. los medios para “neutralizar” la accion de los terroristas. Es urgente.

Pareciera que hoy por hoy, ISRAEL ES EL ÚNICO PAÍS DEL MUNDO QUE TIENE ESA CLARIDAD DE DIAGNÓSTICO Y ACCIÓN, SIMPLEMENTE PORQUE AL DEFENDERSE, ESTA DEFENDIENDO SU DERECHO A EXISTIR. Y ESTA VEZ HAN DICHO: “NO MAS CAMPOS DE EXTERMINIO: NO MAS CHIVOS EXPIATORIOS, CUALESQUIERA QUE SEAN LAS MOTIVACIONES DE LOS NUEVOS NAZIS Y LLÁMENSE COMO SE LLAMEN. NUNCA MAS”.

 Cordialmente

Nathan Novik



ITALIANO

domenica 6 ottobre 2024

L’ANTISEMITISMO DEI NIPOTI DI HITLER

di Roberto Massari


ITALIANO - ENGLISH - ESPANOL - FRANÇAIS


I nipoti di Hitler sono tanti, troppi, e comunque molto più di quanti l’umanità si sarebbe aspettata di dover tollerare nel Terzo millennio. Anch’essi vogliono lo sterminio degli ebrei, ma «solo» di quelli che vivono in Israele, a differenza del «nonno» che, all’epoca del Patto nazi-sovietico, preparava la «soluzione finale», cioè lo sterminio degli ebrei nel mondo intero.

In Medio oriente tale proposito era rappresentato da un campione dell’antisemitismo, molto popolare nel mondo arabo: Muhammad Amin al-Husseini, il Gran Muftī di Gerusalemme e una delle più alte autorità dell’Islam sunnita. Oltre a combattere gli ebrei, questi reclutava soldati mussulmani (arabi e bosniaci) per le SS naziste e per il Regio esercito fascista italiano. Nell’incontro con lui, del 28 novembre 1941 a Berlino, Hitler dichiarò che avrebbe fatto di tutto per impedire la nascita di uno Stato ebraico (come viene chiesto oggigiorno dai suoi «nipoti») e lo rassicurò sulla propria intenzione di sterminare tutti gli ebrei anche nella regione palestinese (idem come sopra).

L’esito della Guerra impedì che tali propositi si avverassero, ma il feroce antisemitismo di al-Husseini sopravvisse nella figura del primo presidente dell’OLP - Ahmad al-Shuqayrī - che rivestì la carica dal 1964 al 1967, prima d’essere sostituito da Arafat.

Qui però non voglio  parlare dell’antisemitismo di matrice islamica (sunnita, sciita ecc.) né di quello dei nostalgici del nazismo e nemmeno dell’antisemitismo di Stalin negli ultimi anni del suo regno. Voglio invece stabilire dei criteri (il più possibile semplici e schematici) per definire la nuova ondata di antisemitismo dilagata nel mondo giovanile e nelle università occidentali, dopo il pogrom antiebraico di Hamas (7 ottobre 2023), nel sud di Israele, e dopo l’ennesima aggressione di Hezbollah (8 ottobre 2023), nel nord: entrambe le aggressioni concordate con l’Iran che a un certo punto ha aggredito Israele a sua volta, con valanghe di lanci di missili sulla popolazione civile. Lanci respinti dalla difesa israeliana, col concorso per la prima volta di alcuni Stati arabi: un fatto che rende ottimista chi crede nella pace, perché indica un calo dell'antisemitismo «storico» nel mondo arabo-mussulmano (vedi le reazioni di consenso per l’uccisione di Assan Nasrallah nel mondo sunnita), a differenza di ciò che accade nei campus e nelle manifestazioni dell’antioccidentalismo europeo e americano. Nel mondo arabo  cala l’antisemitismo, mentre nell’Occidente cresce. Vallo a spiegare…


[In realtà io una spiegazione l'avrei, anche se un po’ azzardata sul piano storico.

L'isteria del nuovo antisemitismo - quello antioccidentalista, di «sinistra», universitario, da Internet, di moda ecc. - deriva dal fatto che le vittorie militari di Israele stanno rompendo lo stereotipo classico del povero ebreo, umiliato e sofferente, al quale la cultura «cristiana» dominante aveva abituato l’umanità per oltre 20 secoli dopo aver dato il massimo contributo alle persecuzioni antiebraiche (accusa di deicidio, Inquisizione ecc.). Nella cultura «cristiana»  (cattolica, protestante e ortodossa)  gli ebrei apparivano storicamente come un popolo destinato ad essere sempre sconfitto e perseguitato: dalla Guerra giudaica di Pompeo nel 63 a.C., passando per il 70 d.C., i pogrom medievali e moderni,  e arrivando all’Olocausto nazifascista.

Dal 1948, però, i sopravvissuti dell’Olocausto e i loro figli, nipoti ecc. hanno rovesciato lo stereotipo, dimostrando al  mondo di essere i migliori combattenti che ci siano, i più efficaci nel respingere le aggressioni, e i più motivati e decisi a difendere la sopravvivenza della propria nazione, pronti questa volta a farsi uccidere fino all’ultimo ebreo israeliano se necessario. Questo rovesciamento dello schema classico - del povero ebreo sofferente e perseguitato - ha innescato una reazione isterica in parte del mondo culturale che con quello schema mentale (una tipica proiezione sadomasochistica) era cresciuto e aveva persino elaborato un proprio modo di condannare l’Olocausto: un modo fatto di pietas cristiana verso chi ha tanto sofferto, con il relativo invito alla rassegnazione e la certezza che il tentativo di sterminare gli ebrei non si sarebbe più ripetuto… almeno fino al 7 ottobre 2023.

Ecco, alla base della nuova esplosione di antisemitismo «occidentale» c’è il rifiuto di rassegnarsi al loro destino di umiliazioni e sofferenze da parte degli ebrei d’Israele (quali che siano le differenze etniche e politiche tra loro). Dal 1948 essi hanno detto «basta» a duemila anni di persecuzioni, e da allora si hanno avute tutte le prove che continueranno a dirlo con sempre maggiore efficacia militare, passando dalla parte dei vincitori e non degli sconfitti. Al momento, per es., gli sconfitti sono chiaramente l’Iran e le sue organizzazioni terroristiche che purtroppo fanno pagare agli abitanti di Gaza e del Libano il prezzo in vite umane della loro follia genocida.

Può anche accadere, invece, che nell’antisemitismo «occidentale» (in particolare nelle sue componenti sadomasochistiche) si verifichi a un certo punto la classica svolta a favore di chi sta vincendo. Svolta che in embrione si può già cogliere in certi ambienti sunniti, ostili peraltro al regime iraniano: le masse pecorone che oggi inneggiano allo sterminio degli ebrei, potrebbero sentire nel futuro il fascino della superiorità militare israeliana, cioè di un popolo che usa la forza in forma vincente, e diventare così ultrafiloisraeliane, alla ricerca di altre fonti di persecuzione-rassegnazione (secondo lo schema rovesciato del «sacro carnefice», magistralmente descritto da Hyam Maccoby). Un processo analogo si era verificato su scala molto più vasta con l’amore di massa per lo stalinismo di Stalin e per il maoismo di Mao. Di quest’ultima follia fui testimone, osservatore diretto e tenace avversario fin dal suo nascere, e riscontro enormi analogie con la moda antisemita attuale. Spero di parlarne in altra occasione.]      


Quanto segue, lo si può considerare un prontuario che riassume le posizioni che circolano negli ambienti del nuovo antisemitismo. È utile per coloro che, protestando contro Israele e inneggiando ad Hamas o Hezbollah, lo fanno in buonafede, senza sospettare di essere a loro volta degli antisemiti, eredi per l’appunto dell’antisemitismo nazista, fascista, ustascia, staliniano (dell’ultimo Stalin), o forse semplicemente vittime inconsapevoli delle falsità circolanti nel Web. Queste sono camuffate da antisionismo, antimperialismo, antioccidentalismo, antiamericanismo, terzomondismo ecc., anche se spesso rispondono semplicemente a stati psichici alterati.

Nell’esaminare i punti seguenti, chi dovesse riconoscersi anche in un solo di essi, farebbe bene a fermarsi, riflettere, informarsi meglio, leggere qualche buon libro e magari chiedere consiglio a chi ha dedicato la propria vita a combattere contro il nazismo, il fascismo, gli ustascia, lo stalinismo, l’hitlerocomunismo e altri nemici della civiltà umana. Ma soprattutto farebbe bene ad ascoltare liberamente la voce della propria coscienza, al momento sommersa dalla moda antisemita dilagante.


Le affermazioni che seguono sono tutte false. La vulgata antisemita invece le contrabbanda come vere. A volte però è anche grossolana ignoranza che spinge a crederle vere. Del resto antisemitismo e ignoranza hanno una lunga storia di convivenza simbiotica.


1) Il popolo ebraico (inteso in senso etnico-culturale e non necessariamente religioso) non esiste e forse non è mai esistito. È tutta un’invenzione pseudobiblica del sionismo, e le stesse cifre dell’Olocausto sono state gonfiate artificialmente. (Del resto, come avrebbe potuto Hitler sterminare 6 milioni di un popolo inesistente?).

2) Al termine della Seconda guerra mondiale non c’era alcun bisogno di trovare una collocazione terrritoriale in cui i sopravvissuti della Shoah potessero vivere come nazione indipendente e creare un proprio Stato.

3) Gli ebrei da tempo non erano più presenti in Palestina, sia pure come minoranza etnica. Dalla fine dell’Ottocento in poi non vi erano state ondate ebraiche immigratorie. Queste non continuarono a crescere sotto il Mandato britannico e in seguito alla vittoria del nazismo in Germania.

4) Gli arabi palestinesi si consideravano una nazione autonoma e in grado di costruire un proprio Stato, prima che nascesse Israele.

5) I Paesi arabi circonvicini fecero sempre di tutto per aiutare il mondo dei beduini, dei fellah e dei mercanti arabi palestinesi a sentirsi nazione e a creare un proprio Stato. Non avevano alcuna intenzione di appropriarsi, ognuno nel proprio interesse, di fette di territorio palestinese.

6) Nel 1947 le Nazioni Unite non decisero veramente di creare uno Stato degli ebrei nei territori palestinesi. O, ammesso che lo fecero, esse non rappresentavano la voce maggioritaria dell’umanità (Urss di Stalin compresa). Lo Stato d’Israele, invece, fu creato con la violenza armata ed espropriando con la forza i terreni agricoli dei fellah arabo-palestinesi. Esso non ha alcuna base legale.

7) Ogni Stato membro delle Nazioni Unite è libero di fare quel che vuole, incluso opporsi con la forza armata a delle decisioni che considera ingiuste e senza per questo dimettersi. 

8) Il 15 maggio 1948 (giorno dopo la dichiarazione dello Stato d’Israele) non furono gli eserciti della Lega araba e di Egitto, Libano, Siria, Transgiordania e Iraq (alcuni di essi membri delle UN) ad aggredire Israele. Fu Israele che li aggredì.

9) I circa 700.000 palestinesi che uscirono da Israele tra il settembre 1947 e il 1948, non lo fecero perché spaventati dalla guerra che la Lega Araba aveva cominciato a preparare prima del voto all’Onu e che esplose il 15  maggio 1948, ma perché furono cacciati dal nuovo governo israeliano.

10) I circa 6-700.000 ebrei che nel 1948 uscirono in massa dagli Stati arabi ed emigrarono in gran parte in Israele, lo fecero per propria scelta e spirito sionista, non perché spinti da pogrom e altre rappresaglie antigiudaiche.

11) Il fatto che Israele vinse la guerra nel 1948 è stata una tragedia per il Medio oriente. Sarebbe stato meglio far scomparire subito l’«entità sionista».

12) Non è vero che Urss e Cecoslovacchia contribuirono con armi alla vittoria di Israele nel 1948, e che poi l’Urss cambiò linea diventando antisionista. L’Urss era stata sempre contraria alla nascita d’Israele.

13) Gli arabi palestinesi che furono costretti a fuggire furono accolti solo temporaneamente in campi profughi, ben presto sostituiti da civili abitazioni, scuole, servizi ecc. I Paesi arabi circonvicini fecero sempre di tutto per assicurare l’assimilazione dei profughi palestinesi e non vi fu mai traccia di ostilità nei loro confronti. Al contrario di ciò che ha fatto Israele con gli arabi palestinesi rimasti in Israele, che vivono un regime di apartheid e sono sottoposti a continue umiliazioni politiche. La loro rappresentanza parlamentare nella Knesset è solo una copertura propagandistica.

14) In Medio oriente non c’è alcun bisogno di regimi democratici. La democrazia d'Israele è solo una finzione: finte le elezioni, finto il pluripartitismo, finte anche le attuali manifestazioni antigovernative e finto addirittura il recente sciopero generale convocato nonostante la guerra. Tutto un paravento democratico finto che va distrutto il prima possibile.

15) Le stragi di palestinesi operate dal governo giordano nel 1970-71 (il cosidddetto «Settembre nero») sono un’invenzione del sionismo. 

16) La guerra dei Sei giorni a giugno del 1967 fu un atto deliberato di aggressione da parte d’Israele e non un attacco preventivo contro un'aggressione che si preparava da parte di Egitto, Siria e Giordania.

17) Non è vero che il territorio d’Israele è oggetto di lanci missilistici ormai da decenni e da varie parti.

18) Chi si sacrifica per uccidere dei civili israeliani non è un terrorista, ma un partigiano (ANPI italiana).

19) Il progetto iraniano di sterminare il popolo ebraico d’Israele non è genocidio, così come non lo sono i progetti analoghi di Hamas e di Hezbollah.

20) È invece genocidio la risposta armata d’Israele al pogrom di Hamas, ai missili di Hezbollah, Iran, Houti e sciiti siriani.

21) Israele non ha diritto a difendersi come qualsiasi altro Stato della terra.

22) Israele deve rispettare rigorosamente il diritto internazionale di guerra perché così fanno i suoi avversari del fronte iraniano.

23) È giusto che le Nazioni Unite e altri organismi internazionali (Amnesty, Unicef, Croce rossa, Ong varie…) usino un trattamento particolare per Israele, denunciando ogni sua violazione della legalità in stato di guerra e tacendo sistematicamente su quelle dei suoi nemici.

24) Il pogrom del 7 ottobre, lo stupro di donne, gli squartamenti, la cattura di ostaggi civili e la loro eliminazione rappresentano la punta più avanzata della Resistenza palestinese.

25) È giusto lo slogan centrale di tale Resistenza - «dal fiume al mare» - che intende liberare il Medio oriente dalla presenza degli ebrei.

26) Gli «occidentali» che ripetono lo slogan «dal fiume al mare» non sono complici di genocidio, ma sono antimperialisti e antisionisti.

27) Manifestare per lo sterminio degli ebrei israeliani è un atto rivoluzionario, antimperialista e antisionista.

28) Lo sterminio degli ebrei israeliani non ha niente a che vedere con i progetti di Hitler e con l’antisemitismo storico.

29) Israele sta perdendo la guerra.


Vorrei aggiungere un 30° punto, ma non saprei come formularlo al negativo. Vorrei dire che nonostante la barbarie dei suoi avversari, la democrazia israeliana vince da oltre 70 anni e continuerà a vincere finché il regime degli ayatollah non sarà caduto e il popolo iraniano sarà liberato. Su questo ho grandi speranze. Ma resta il fatto che, comunque vadano le cose, oggi Israele rappresenta non solo  l’unico baluardo della democrazia in Medio oriente, ma anche l’unica barriera concreta contro l’armamento atomico dell’Iran. Il coraggio del popolo israeliano e soprattutto la sua superiorità militare stanno evitando al mondo la catastrofe atomica che sicuramente deriverebbe dal possesso di bombe nucleari da parte del regime fanatico, medievale e ultareazionario degli ayatollah.

Ebbene, ecco il punto 30°: il non riconoscimento del ruolo fondamentale che sta avendo il popolo israeliano in difesa dell’umanità è un altro tragico esempio di antisemitismo (oltre che di cecità politica).


5/7 ottobre 2024


  ENGLISH 

domenica 29 settembre 2024

LEBANON WAR: TWO KEY POINTS OF ANALYSIS CONFIRMED

by Roberto Massari


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The military strikes that the Israeli government is inflicting on the main pro-Iranian terrorist organization (Hezbollah, Shia) clearly and concretely demonstrate the three main points of analysis of the Middle East crisis that I formulated a few weeks ago.

I present them updated.


1) The war in Gaza between the Hamas-controlled mini-State (which declared war on October 7, 2023) and the Israeli State (which has been defending its survival since May 15, 1948, when Egypt, Lebanon, Syria, Transjordan, and Iraq launched an attack against the newborn nation-State endorsed by the United Nations, thankfully being defeated) can no longer be considered the epicenter of the "Palestinian" issue. In reality, the entire "Palestinian" issue has long since ceased to be fundamentally such. Now, it finally appears to the general public for what it truly is: primarily an Iranian issue. The events of recent days and the defeat of the Iranian main Shia military agent outside of Iran clearly demonstrate this.


2) The theocratic dictatorship of the Iranian ayatollahs confirms itself as the main enemy of peace and, therefore, of humanity: this holds true for now, but the threat will remain until the fall of the fundamentalist Shia regime. The call to exterminate all the Jews of Israel was already part of Ruhollah Khomeini’s program when he came to power in 1979. Since then, this genocidal anti-Jewish intent has only strengthened, involving Shia factions in other parts of the world, such as Lebanon, Syria, Yemen, Nigeria, and Iraq, not to mention would-be terrorists or «sleeping» suicide bombers lurking in the rest of the world (see the large anti-Jewish bombing of July 1994 in Buenos Aires: 85 dead and about 300 wounded).


3) As a consequence of this state of affairs, I stated—and will continue to state until exhaustion—that the most responsible parts of humanity must do everything possible to prevent Iran from acquiring nuclear bombs and their launch devices. This is because the fundamental motivations of the ayatollahs are not primarily economic or political but are ideological and in an aberrant form: driven by religious fanaticism, which they demonstrate daily in the bloody repression of their own people (who are mostly hostile to them), the ayatollahs will not hesitate for a moment to launch the bomb on Israel, provoking inevitable Israeli retaliation and a possible escalation into a nuclear conflict.


Against the new anti-Semites, against the "reactionary left" and its most active components (i.e., the Hitlero-Communists) - who in Italy and other parts of the Western world are praising the terrorist organizations of Hamas, Hezbollah, etc., the inhumane pogrom of October 7, and their plans for anti-Jewish genocide - everything possible must be done to raise awareness of the danger humanity is facing. Even the most fanatical must be made to understand that, for the first time since the Cuban Missile Crisis in October 1962, humanity is truly on the brink of a nuclear conflict, for two possible reasons and sources.

The greatest threat stems primarily from the medieval ideology that drives the Iranian ayatollahs (whether Twelvers or Imamis). Meanwhile, the lesser but still significant threat comes from the pre-modern ideology that drives Putin’s oligarchic-mafia dictatorship in its attempt to recreate the Stalinist-Tsarist Empire.

However, while economic and political considerations may still help to curb Putin’s nuclear threats (which explains the U.S. hesitation in allowing Ukraine to win militarily), none of this applies to Iranian Shiism. In this theocratic ideology - never having left the Muslim Middle Ages - fundamentalism against "infidels," religious fanaticism, visceral anti-Semitism, anti-Westernism, and the aspiration to martyrdom fuse into a dangerous, bloody, and utterly irrational mix. The longer the ayatollahs remain in power and the closer they get to obtaining nuclear weapons (perhaps with North Korean, Russian, or Chinese help), the greater the chances of a nuclear conflict and thus a Third World War, and so on...

The members of the reactionary left, the Hitlero-Communists, the fake peace supporters, and fake environmentalists cannot understand this, unlike the rest of humanity, among which more conscious individuals of their species still prevail.

Shalom and Adelante!

Roberto M.


ITALIANO

mercoledì 22 maggio 2024

LAS CRUELES SENTENCIAS DE LOS KURDOS, EL ANTIEMPERIALISMO UNIDIRECCIONAL Y EL ISLAMOIZQUIERDISMO

BILINGUE: ESPAÑOL - ITALIANO


por Piero Bernocchi

En respuesta a la urgente petición de solidaridad, dadas las recientes sentencias crueles contra 22 camaradas del HDP y en particular los 2 ex copresidentes, les enviamos el siguiente mensaje COBAS: Solidaridad incondicional con los 22 camaradas del HDP golpeados por el régimen fascista de Erdogan con un ¡Un total de 372 años de prisión, incluidos los ex colíderes del HDP Demirtas y Yuksekdag con 42,5 años y 30,3 años respectivamente! Una sentencia monstruosa, un pelotón de fusilamiento, que debe ser condenado en todo el mundo y capaz de movilizar mucha más energía para poner fin al régimen sangriento y liberar a Turquía de la dictadura y de la guerra. Libertad para los condenados, libertad para Öcalan, libertad para todos.

              Confederación COBAS

Evidentemente soy pleno protagonista y partícipe de la indignación por las monstruosas condenas del verdugo Erdogan contra el HDP, que expresamos en nuestra declaración de solidaridad con nuestros camaradas y hermanos kurdos. Pero no puedo dejar de preguntarme: ¿en qué medida esta indignación es compartida entre las distintas "empresas" (o "izquierdas conflictivas", si esto les parece más apropiado) y en particular entre los estudiantes (y otros) en una postura permanente pro-Palestina? ¿movilización?

Por ejemplo. ¿cómo explicar que no haya ni un céntimo de la ciertamente sacrosanta movilización pro Palestina contra el verdugo Erdogan? ¿Por qué en las manifestaciones callejeras nacionales de los últimos tiempos junto a los kurdos, cuando superamos las mil personas, nos empujaron a considerarlas un éxito? Sin embargo, como asesino en masa, Erdogan no tiene nada que envidiar a Netanyahu, sin siquiera tener la coartada de una horrible masacre contra ciudadanos turcos, similar a la criminalmente perpetrada por Hamás el 7 de octubre. Y en cuanto a la linealidad, coherencia, transparencia, belleza de la batalla democrática, feminista, multicultural y secular de los camaradas y hermanos/hermanas kurdos no hay comparación, en particular en cuanto a la armonía con lo que debería ser el pensamiento de la "compañía". , frente al fascio islamismo, el delirio teocrático, las guerras "santas" y permanentes contra los "infieles", el sexismo, la misoginia, la homofobia de Hamás que desgraciadamente hegemoniza actualmente a los palestinos. ¿Sabe usted que se han ocupado universidades para denunciar la innoble política de Erdogan contra los kurdos y pedir, por ejemplo, la interrupción de todas las relaciones y proyectos con las universidades de Estambul, Ankara e Izmir? La pregunta es evidentemente retórica: sabemos bien que nada de esto ocurrió.

Algo parecido, y aparentemente igualmente incomprensible, se refiere a la ola de verdadera islamofilia (¡no islamofobia!) que afecta a buena parte de la izquierda "conflictual" italiana pero también a la de otros países europeos y a la de los Estados Unidos, con la amplia difusión de lo que en Francia se llama islamo-isquierdismo. En estas horas, al conocer la noticia de la muerte del verdugo y presidente títere de Irán, Ebrahim Raisi, y de algunos de sus asociados en la cúpula del gobierno fascio-teocrático, escribí un mensaje en nuestras listas internas de COBAS en el que expresaba mi satisfacción legítima por el 'evento. Agregué, sin embargo, que fue una alegría de corta duración, porque en este régimen monstruoso hay una serie de masacres como las de Raisi, quien al final no fue más que uno de los muchos títeres en manos del verdugo supremo Jamenei. . Ahora, incluso como "títere", Raisi se había esforzado mucho en ello. En 1988, como jefe del poder judicial, Raisi envió a la horca a decenas de miles de opositores y prisioneros, comunistas del Tudeh, muyahidines del pueblo, políticos "heterodoxos" y sindicalistas, así como a muchos ciudadanos "corrientes", que ni siquiera eran realmente politizados pero detenidos por manifestaciones y protestas: en total estamos hablando de unas 30 mil personas exterminadas. Más recientemente, su carrera de masacre se había enriquecido con nuevas hazañas horrendas, cientos de homosexuales torturados y asesinados, miles de mujeres violadas en las cárceles, también torturadas y muchas asesinadas, y muchas órdenes de fusilar en la plaza, de ejecutar en las cárceles a quienes había intentado pedir pacíficamente el regreso de Irán a la democracia después de 45 años de horrenda dictadura oscurantista y teocrática.

 El epitafio más significativo y pesado para este repugnante criminal lo pronunció Putin, alguien que como sátrapa represivo no tiene nada que aprender, aunque se lo permita, dada la aquiescencia de gran parte del pueblo ruso, que siempre ha estado bien más dócil que el iraní, menos sanguinario (al menos con los rusos, otra música para los ucranianos) que comentó así la muerte del verdugo iraní: "Tuve la oportunidad de encontrarme repetidamente con Seyed Ibrahim Raisi y siempre estaré Mantén lo más brillante de este maravilloso hombre." Pero no menos innoble es el comentario servil del presidente de Venezuela, Nicolás Maduro: “Nos acompaña un gran dolor en la despedida de una persona ejemplar y de un líder extraordinario, un excelente ser humano, un defensor de la soberanía de su pueblo y un Amigo de Venezuela. Vosotros sois el ejemplo de dignidad moral y de resistencia". Más previsible quizás sea Erdogan, colega de Raisi en el cargo de presidente-verdugo, que publicó el siguiente mensaje de condolencia: "Pido la misericordia de Dios para mi estimado homólogo, mi hermano, y para el presidente de la República Islámica de Irán, Ibrahim Raisi. ...Expreso mi más sentido pésame al pueblo y gobierno amigo y hermano de Irán, especialmente al líder religioso de la República Islámica de Irán, Ali Khomeini, como colega que fue testigo personalmente de sus esfuerzos por la paz del pueblo iraní y nuestra región, recuerdo al señor Presidente con respeto y gratitud. Apoyaremos a nuestro vecino Irán en estos días difíciles y tristes, como siempre lo hemos hecho".Ahora bien, lo que Raisi cometió no es un trabajo individual sino una escalofriante empresa colectiva del régimen iraní, que dio una prueba más de su ferocidad en la bárbara represión que siguió al heroico intento de la revolución iraní -dirigida principalmente por mujeres- a quienes personalmente considero Es la primera, verdadera y apasionante revolución del feminismo mundial. Pero la pregunta que me atormenta es: ¿por qué ni siquiera toda esta matanza ha logrado que la mencionada "compañía" se convierta en una verdadera solidaridad, capaz de movilizarse adecuadamente en defensa de los palestinos pero casi indiferente ante las monstruosidades iraníes, ciertamente no inferiores a las de Netanyahu? ? ¿Por qué nadie ha pedido interrumpir los proyectos conjuntos de varias universidades italianas con la Universidad de Teherán? ¿Cómo se explica la reacción tan tibia del transfeminismo italiano durante la bestial represión de la revuelta/revolución en Irán, por qué aquí en Italia aparece, en varios componentes, incluso "comprensión" hacia la opresión interna islamista (en nosotros y en Europa, quiero decir, no sólo en Irán o en los países islamistas) hacia las mujeres sometidas, veladas y continuamente humilladas, llegando incluso, en algunos escritos y discursos, a ofrecer una coartada al supersexismo y supersexismo islamistas. machismo del "debido respeto a las tradiciones étnicas y religiosas"?

 Podríamos pensar en una esquizofrenia muy singular. Y en cambio hay una lógica y es bien conocida por los de mi generación: es el antiimperialismo unidireccional, la idea, permanente y duradera en la "conflictiva" izquierda italiana, y no sólo eso, que el único imperialismo, "Satanás" del mundo y enemigo de la humanidad, sea el de los EE.UU.: y que quien le sea hostil, en la lógica insoportable de "el enemigo de mi enemigo es mi amigo", se convierta en un aliado cuyas faltas y crímenes, Por más monstruosos que sean, deben ser absueltos, ignorados o minimizados. Por supuesto, era una lógica errónea incluso en los años 60, 70 y 80, contra la cual yo y muy pocos otros luchamos en aquellos tiempos, cuando la invasión de Checoslovaquia o la represión en Polonia, y posteriormente las masacres soviéticas en Afganistán y Chechenia, fueron ignorados o excusados por gran parte de la "compañía". Pero ahora, cuando entre los "enemigos de nuestros enemigos" incluimos monstruosidades como el Irán de Jamenei, la Siria de Assad, la Turquía de Erdogan, Hamás, Hezbollah, etc., francamente, esta unilateralidad absurda me parece realmente injustificable y me parece que resta valor al bien parte de la novedad positiva de las movilizaciones actuales, que son indispensables en sí mismas, puestas en marcha por la mayoría de esta "compañía", estudiantil o no, que me parece, lamentablemente, que corre el riesgo de volver a proponer esquemas de visión antiguos y cada vez más dañinos. , unilateral y muy miope , de las grandes potencias políticas y militares en guerra entre sí en el mundo.

ITALIANO

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

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a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.