L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

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domenica 10 giugno 2018

LA DIPLOMAZIA COMPETITIVA DELL’AMMINISTRAZIONE TRUMP: LE QUESTIONI DELL’ONU E DELLA NATO, di Michele Nobile

INDICE: 1. Il problema della diplomazia competitiva - 2. La diplomazia competitiva, l’Organizzazione delle Nazioni Unite e il Consiglio di sicurezza dell’Onu - 3. La diplomazia competitiva nell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (Nato) - 4. Motivi e contraddizioni di una politica estera pseudopopulista

© Jim Lo Scalzo
1. Il problema della diplomazia competitiva
La diplomazia di George W. Bush voleva essere «trasformativa», cioè volta a costruire e sostenere Stati democratici in collaborazione con «molti partner internazionali»1. In altri termini, l’esportazione a mano armata della «democrazia» presupponeva la capacità e la volontà di costruire alleanze variabili e su misura dell’intervento militare. Non foss’altro che, al fine di una parziale legittimazione politica, anche l’azione militare unilaterale e al di fuori di un mandato del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite doveva combinarsi con il multilateralismo. Senza mai escludere l’azione unilaterale - «se necessario» - in modo simile all’amministrazione Clinton quella di Obama enfatizzò la cooperazione multilaterale e nelle istituzioni internazionali.
In cosa si differenzia l’amministrazione Trump dalle altre?
Uno dei suoi tratti è l’idea della rinascita della competizione geopolitica con la Russia e di quella economica con la Cina, oltre alla critica della teoria della «pace democratica». Tuttavia, ciò va relativizzato.
Con l’esplodere della guerra civile in Ucraina e l’annessione della Crimea da parte della Russia, un altro Presidente avrebbe usato un linguaggio diverso, ma comunque le potenze occidentali non avrebbero potuto accettare supinamente la ricostituzione di una propria sfera d’influenza nell’area europea ex sovietica da parte del Governo russo (il discorso è parzialmente diverso per gli Stati ex sovietici dell’Asia centrale: si veda oltre). E infatti, la principale critica al candidato Trump era, appunto, quella di essere a dir poco accomodante nei confronti di Putin. D’altra parte, con il pivot verso l’Asia e il lancio del Trans-Pacific Partnership (Tpp), l’amministrazione Obama aveva già iniziato a fare i conti con la politica estera e con la Cina.
Un altro e più specifico tratto della politica estera dell’amministrazione Trump è la competitive diplomacy o «diplomazia competitiva». Ora, si può ben dire che questa sia una nuova formula per una verità antica, ovvero che competizione geopolitica e ricerca di vantaggi economici siano sempre presenti nella politica estera di una grande potenza. Tuttavia, esistono diversi modi di applicare questo principio: è quindi necessario uscire dalle formule generiche ed entrare nel merito. In breve, ritengo che la peculiarità della politica estera statunitense come si è realmente definita nel primo periodo di questa Amministrazione consista nell’estensione della competizione allo stesso tempo sia verso Cina e Russia, sia - con un ovvio distinguo dei metodi - verso gli alleati; sia nella politica economica internazionale, sia in quella della sicurezza nazionale. Questa politica estera è l’espressione di un particolare pseudopopulismo nella politica interna e possiede sue particolari contraddizioni.
In questo articolo metto a fuoco gli effetti della competitive diplomacy in relazione all’Organizzazione delle Nazioni Unite e alla Nato; in un secondo pezzo mi occuperò della politica economica internazionale - in particolare verso la Cina e gli alleati europei - e tenterò una sintesi delle relazioni fra politica estera e politica interna.

2. La diplomazia competitiva, l’Organizzazione delle Nazioni Unite e il Consiglio di sicurezza dell’Onu
La National Security Strategy del dicembre 2017 (NSS 2017) riconosce la storica importanza del contributo degli Stati Uniti alla costruzione delle istituzioni dell’ordine internazionale nel secondo dopoguerra e, in particolare, che essi «hanno guidato la creazione di un gruppo di istituzioni finanziarie e altri forum economici che stabilirono regole eque e costruirono strumenti per stabilizzare l’economia internazionale, rimuovendo i motivi d’attrito che avevano contribuito all’esplodere delle due guerre mondiali»2. E nel presente, l’Amministrazione dichiara d’impegnarsi a svolgere il ruolo di leader - non di ritirarsi - negli accordi e nelle istituzioni «che modellano molte delle regole che riguardano gli interessi e i valori degli Stati Uniti»3.
Questi sono i parametri fondamentali della politica estera di qualsiasi amministrazione statunitense - qualcosa che dovrebbe esser dato per ovvio - che qui sono ritualmente ribaditi. Il problema dunque non è il presunto e impossibile isolazionismo degli Stati Uniti. La problematicità della politica estera dell’amministrazione Trump relativamente alle alleanze e alle istituzioni internazionali si pone su un altro piano.
Innanzitutto, ricordo che nel XXI secolo la soglia per intraprendere un’azione militare preventiva da parte del governo degli Stati Uniti si è notevolmente abbassata. Non bisogna pensare soltanto a operazioni in grande stile come le invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq, ma pure ad azioni mirate su piccola scala, come la serie di attacchi eseguiti mediante l’uso di droni armati - anche al di fuori di zone in guerra. Per definizione, questo tipo d’azioni prescinde dal consenso del Consiglio di sicurezza dell’Onu e spesso anche da quello dello Stato in cui esse avvengono.
I Presidenti repubblicani hanno una lunga storia di polemiche nei confronti delle Nazioni Unite e delle numerose agenzie specializzate in cui si articola l’organizzazione, ad esempio intorno alle risoluzioni concernenti Israele, l’aborto, le regole d’ingaggio dei caschi blu e la non condanna di determinate violazioni dei diritti umani (per la Russia in Cecenia e per la Cina in Tibet). In concreto, ciò si è espresso nella minaccia o nel fatto di sospendere il contributo finanziario statunitense: per questo motivo, Obama saldò gli arretrati dovuti all’Onu ereditati da Bush figlio. Tuttavia, l’amministrazione Trump ha elevato notevolmente la qualità della critica alle Nazioni Unite. Nella NSS 2017 sembra che queste siano state snaturate: «gli attori autoritari hanno da tempo riconosciuto il potere degli organismi multilaterali e li hanno utilizzati per far avanzare i propri interessi e limitare la libertà dei propri cittadini»4; secondo l’attuale Amministrazione, in passato gli Stati Uniti hanno consentito l’utilizzo delle istituzioni internazionali contro gli interessi nazionali del Paese.
A parte il fatto che non si comprende - se non come capo d’accusa imputato alle suddette istituzioni - perché gli «attori autoritari» abbiano bisogno anche degli organismi multilaterali per opprimere i loro cittadini, da ciò consegue che, da una parte, gli Stati Uniti si impegnano internazionalisticamente nella guida delle istituzioni internazionali; dall’altra, riconosciuto che in queste istituzioni internazionali esiste una competition for influence, gli Stati Uniti proteggeranno nazionalisticamente la sovranità nordamericana e non cederanno «a coloro che rivendicano l’autorità sui cittadini americani e sono in conflitto con il nostro quadro costituzionale»5 - pare trattarsi di un riferimento alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia.
L’impegno nelle istituzioni multilaterali si presenta del resto selettivo: «tuttavia, le istituzioni non sono tutte uguali. Gli Stati Uniti si impegneranno prioritariamente in quelle organizzazioni che servono gli interessi americani, per assicurarsi che si rafforzino e sostengano gli Stati Uniti, i nostri alleati e i nostri partner»6. Nella NSS 2017 le Nazioni Unite sono citate solamente due volte: la prima come riferimento storico, mentre nella seconda se ne auspica la riforma - non si tratta di una novità - affinché ritorni ai suoi princìpi fondativi. Per fare un confronto: nella NSS 2010 le Nazioni Unite erano citate almeno dieci volte. Lì si ammetteva le difficoltà delle istituzioni nate dopo la Seconda guerra mondiale di fronte alle inedite minacce, ma nelle NSS dell’amministrazione Obama l’«architettura internazionale» doveva essere difesa e rafforzata, negando alle «nazioni che sfidano le norme internazionali o che non rispettano le loro responsabilità sovrane gli incentivi che derivano da una maggiore integrazione e collaborazione con la comunità internazionale»7, non riducendo gli sforzi degli Stati Uniti in talune istituzioni. Obama faceva continuo riferimento a norme e a più vaghi standard internazionali validi anche per gli Usa; al contrario, la NSS 2017 si riferisce al diritto solo nei termini della law enforcement da parte del Governo nordamericano e del rispetto della rule of law all’interno degli altri Stati. Si dirà giustamente che la normalizzazione della guerra preventiva da parte delle amministrazioni di Bush Jr. e di Obama sia un colpo letale al diritto internazionale - non soltanto allo jus ad bellum, ma anche allo jus in bello - tuttavia la prospettiva apertamente nazionalistica dell’amministrazione Trump non solo rafforza il fatto esistente, ma lo estende ad altri campi della politica internazionale.
Nel bilancio presentato dall’Amministrazione al Congresso, ad inizio 2018, era chiaro l’intento di ridurre di circa un terzo i fondi per gli impegni internazionali di natura non militare. Particolarmente colpiti erano il finanziamento per United Nations Population Fund (Unfpa) e United Nations Children’s Fund (Unicef). Si tratta di agenzie la cui attività, per quanto complessivamente insufficiente, può fare comunque la differenza tra la vita e la morte: aiuti alimentari e sanitari, per i rifugiati, per i disastri, per l’istruzione, per il controllo delle nascite. In questo il Congresso non ha seguito l’Amministrazione, ma si sa che il problema si ripresenterà con il prossimo bilancio.
Consideriamo come esempio il bilancio dell’Unicef, che si occupa dell’assistenza umanitaria ai bambini. Nel 2016 le entrate totali furono di 4,8 miliardi di dollari, di cui 3,5 da interessi, servizi di approvvigionamento e altre fonti; il rimanente, classificato come «risorse regolari», conseguiva dal finanziamento da parte di governi e organizzazioni intergovernative e dalla raccolta di fondi da donatori privati e organizzazioni non governative. Nel complesso, 119 governi contribuirono al finanziamento dell’Unicef con 562 milioni di dollari, poco più del 10% delle entrate totali dell’agenzia e il 43% delle «risorse regolari»8. Il contributo più alto fu quello della Svezia con 132,5 milioni di dollari, seguita dagli Stati Uniti con 117. Per fare un paragone: il prezzo di un singolo caccia multiruolo F-35 varia a seconda della versione, del volume degli ordini e del momento, ma ora si aggira - più o meno - attorno ai cento milioni di dollari.
Ragioniamo ora sulla faccia militare delle Nazioni Unite: le missioni di mantenimento della pace (peacekeeping). Il costo complessivo di queste missioni è di 6,8 miliardi di dollari e l’amministrazione Trump intende ridurre il suo contributo finanziario dal 28 al 25% del totale: tuttavia, questo ammonta a circa lo 0,2% del bilancio del Dipartimento della Difesa. Si deve inoltre tener conto che, della forza complessiva di 104 mila persone (fra militari, agenti di polizia e civili) impegnate nel 2018 in 15 missioni, i contributi maggiori vengono dall’Etiopia (8.331), dal Bangladesh (7.007), dall’India (6.711) e dal Ruanda (6.548); dall’Italia 1.074, dalla Francia 835, dalla Germania 829 e dagli Stati Uniti 539. Di certo non sono i contributi ad agenzie e missioni sotto bandiera delle Nazioni Unite che alimentano il debito pubblico degli Usa, né quest’ultime comportano al momento che si versi il sangue di militari statunitensi più che di altri paesi.

3. La diplomazia competitiva nell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (Nato)
Il candidato Trump suscitò un gran vespaio quando dichiarò:
«Penso che la Nato sia obsoleta. La Nato è stata fatta in un momento in cui c’era l’Unione Sovietica, che era ovviamente più grande, molto più grande della Russia odierna. Non sto dicendo che la Russia non sia una minaccia. Ma abbiamo altre minacce. Abbiamo la minaccia del terrorismo e la Nato non discute il terrorismo, la Nato non è destinata al terrorismo. La Nato non ha i Paesi giusti per combattere il terrorismo»10.
Nella National Security Strategy del presidente Trump si legge:
«Gli alleati e i partner sono una grande forza degli Stati Uniti. Ampliano direttamente le capacità politiche, economiche, militari, di intelligence e altre ancora degli Stati Uniti. Insieme, gli Stati Uniti, i nostri alleati e i nostri partner rappresentano oltre la metà del Pil globale. Nessuno dei nostri avversari ha coalizioni comparabili. Incoraggiamo coloro che vogliono unirsi alla nostra comunità di Stati democratici e migliorare le condizioni dei loro popoli»11.
Questa dichiarazione esprime l’ovvia ragione per cui le alleanze sono indispensabili alla maggiore potenza mondiale e dimostra l’assurdità di attribuire alla politica estera statunitense un carattere isolazionista. La NSS 2017, le dichiarazioni del presidente, del vicepresidente e del segretario della Difesa distruggono pure l’altrettanto assurdo timore - o la folle speranza - che gli Stati Uniti possano fare a meno della Nato: ribadiscono la fedeltà degli Usa all’Alleanza atlantica e all’articolo V del Trattato di Washington, secondo il quale l’aggressione a uno dei firmatari sarà considerata un attacco contro tutti gli altri e gli Stati Uniti si impegneranno a rispondere con tutti i mezzi necessari a contrastarlo; la NSS ricorda che il deterrente nucleare statunitense protegge oltre trenta fra alleati e partner. Dall’Europa all’Oceano Pacifico, le alleanze sono indispensabili per mantenere l’equilibrio del potere internazionale e promuovere la prosperità; ed è per questo motivo che nella NSS 2017 si dice che la Russia punta a dividere gli Stati Uniti dai suoi alleati, mentre l’Amministrazione intende invece lavorare con alleati e partner nei campi della sicurezza e dell’economia e rafforzare i vincoli reciproci12.
Le affermazioni del candidato Trump preoccuparono gli alleati e rallegrarono i «sinistri» con paraocchi putiniani e da nazionalista granderusso. A ben vedere, benché esprimendosi sopra le righe - alla fin fine era in campagna elettorale - il candidato Trump si riferiva alla particolare minaccia del terrorismo - e la Russia rimaneva tra le minacce - e al contributo finanziario degli alleati alla difesa comune. In ogni caso, Trump ha fatto esplicitamente autocritica nella conferenza stampa del 12 aprile 2017 con il segretario della Nato, Jens Stoltenberg: «ho detto che [la Nato] era obsoleta; non lo è più»13. Ha però continuato a insistere su quella che per lui è sempre stata la questione centrale: i soldi.
Nelle precedenti amministrazioni, la questione dei costi per le missioni militari non era affatto ignorata. Ad esempio, nella sezione della NSS clintoniana del luglio 1994 che descrive i criteri per decidere i modi e i livelli di partecipazione degli Stati Uniti a specifiche operazioni militari, in quarto luogo si specifica che «il nostro impegno deve soddisfare ragionevoli soglie di costo e di fattibilità. Saremo più inclini ad agire dove c’è ragione di credere che la nostra azione porterà un miglioramento duraturo. D’altra parte, il nostro coinvolgimento sarà più circoscritto quando altri attori regionali o multilaterali saranno in posizione migliore della nostra per agire»14. Nella NSS 2002, la stessa che consacrò la «guerra al terrore» dell’unilateralista Bush Jr., un intero capitolo è dedicato a «sviluppare agende per l’azione cooperativa con gli altri principali centri del potere globale», ovvero l’Unione europea - di cui si saluta lo sforzo di forgiare una propria politica estera e militare - il Giappone, la Russia, la Cina e l’India, «una delle due maggiori democrazie del mondo». Dal punto di vista strettamente economico, della Nato si diceva che avrebbe dovuto sviluppare nuove capacità e strutture - come una forza d’intervento rapida - e che occorreva far leva sulle «opportunità tecnologiche e le economie di scala nella nostra spesa per la difesa allo scopo di trasformare le forze militari della Nato in modo che possano dominare potenziali aggressori e diminuire le nostre vulnerabilità15. E quanto alla strategia di Obama, la NSS 2010 prevedeva la revisione e razionalizzazione dei programmi del Dipartimento della Difesa e la riduzione della spesa militare degli Usa, ma non richiedeva aumenti della spesa agli alleati europei - «la pietra angolare dell’impegno degli Stati Uniti con il mondo» - con i quali si doveva però potenziare la cooperazione economica complessiva. Il problema di Obama era che, «quando usiamo troppo la nostra forza militare, o non investiamo in o non impieghiamo strumenti complementari o agiamo senza i partner, allora le nostre Forze armate sono sovraccaricate (overstretched), gli americani sopportano un carico maggiore, e la nostra leadership in tutto il mondo è identificata in modo troppo ristretto con la forza militare»16. Di qui l’enfasi sulla divisione del lavoro fra le istituzioni locali, nazionali e globali, le diverse agenzie internazionali, i programmi «per rafforzare le capacità regionali per il mantenimento della pace e la gestione dei conflitti per migliorare l’impatto e condividere gli oneri»17, lo spostarsi del dialogo intorno al coordinamento delle politiche economiche, dal G8 al G20.

mercoledì 28 febbraio 2018

IL NEO-OTTOMANESIMO DI ERDOĞAN A UNA SVOLTA PERICOLOSA, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

© TIME Magazine/Marco Grob
Al momento i grandi media non se ne occupano, ma sembra proprio che nuovi e pericolosi venti di guerra stiano per soffiare nel Mediterraneo orientale.
Il 15 ottobre 2016, in un discorso nell’università che (modestamente) porta il suo nome, il Presidente turco ha esposto alcune linee della nuova politica estera da lui elaborata, annunciando l’intenzione di riconquistare i territori persi dall’Impero ottomano a seguito della sconfitta nella Prima guerra mondiale, con specifico riferimento alla Tracia occidentale e al Dodecanneso, tutte zone appartenenti alla Grecia, in teoria alleata della Turchia nella Nato.
Nel dicembre 2017 gli ha fatto eco il leader dell’opposizione laica neokemalista, Kemal Kılıçdaroğlu, guida del Partito Repubblicano del Popolo (Chp), annunciando che nel 2019 la Turchia avrebbe invaso diciotto isole greche - come nel 1974 l’allora primo ministro Bülent Ecevit aveva fatto con Cipro - dichiarando che «non esiste alcun documento» comprovante l’appartenenza alla Grecia di queste isole. Questo accadrebbe - e qui sta la gravità della cosa - se il suo partito (apparentemente socialdemocratico) dovesse vincere le prossime elezioni.
Un altro segnale è venuto dal discorso pronunciato da Erdoğan il 17 febbraio a un congresso del suo partito (Akp) tenutosi a Eskişehir. Parlando dell’azione militare contro i Curdi di Siria, ha proclamato:
«Coloro che pensano che abbiamo cancellato dai nostri cuori le terre da cui cent’anni fa ci siamo ritirati in lacrime si sbagliano. In ogni occasione ribadiamo che Siria, Iraq e altri luoghi della mappa dei nostri cuori non sono diversi dalla nostra stessa patria. Ovunque venga inteso l’appello alla preghiera, noi lottiamo affinché non si brandisca una bandiera straniera. Quanto fatto sinora è niente a confronto degli attacchi ancora più imponenti che prevediamo per i prossimi giorni: Dio lo vuole!».
Infine, nella sua recente visita ad Atene, Erdoğan aveva affrontato - solo sul piano diplomatico, però - il problema costituito da quelle isole egee poste vicino all’Anatolia che il trattato di Losanna del 1923 aveva assegnato alla Grecia, esprimendo l’esigenza di una revisione di quell’accordo.
Nel frattempo, è utile notarlo, veniva perfezionata la vendita alla Turchia dell’ultramoderno sistema antimissile russo S-400, iniziativa criticatissima dalla Nato anche perché non compatibile con gli altri sistemi d’arma usati dall’Alleanza Atlantica.
Va ricordato che il trattato di Losanna - superando il precedente trattato di Sèvres, leonino e vessatorio per quel che restava dell’Impero ottomano - riconosceva la riconquista di tutta l’Anatolia da parte delle forze kemaliste, e che a fronte di ciò l’attribuzione alla Grecia delle isole e dei territori traci ora contestati era accettabile.
Era anche una sorta di contentino per Atene, rovinosamente sconfitta da Atatürk dopo essersi installata con l’appoggio britannico nella zona di Smirne, nel folle sogno di ricostituire in parte l’Impero bizantino (era la cosiddetta Megali Idea).
Gli episodi preoccupanti che si inquadrano in questo clima prebellico non sono mancati, e il recentissimo scontro nell’Egeo fra due pattugliatori, il greco 090 Gavdos e il turco Umut, è stato solo un elemento della serie. Il 28 luglio 2017, per esempio, un aereo spia turco CN-235 era stato intercettato dai Greci, e il 12 agosto seguente undici aerei F-16 turchi erano sconfinati per un periodo di dodici ore nello spazio greco, determinando per tredici volte altrettanti voli d’intercettazioni da parte dell’aviazione ellenica, oltre alla formale segnalazione alla Nato. Si è trattato di sconfinamenti nei cieli di Limnos, Lesvos, Samos e Chios.
Che i bellicosi propositi revanscisti contagino anche l’opposizione turca è grave sia in sé e per sé, sia per il fatto che dai neokemalisti ci si aspetterebbe che abbiano ben chiari i motivi per cui lo stesso Atatürk aveva più volte ammonito a non farsi nemici alle frontiere: il bene e la sicurezza della Turchia.
Oggi ci sono truppe di Ankara (e altrettanti nemici) fuori dai confini della Repubblica turca nella parte occupata di Cipro, nel nord della Siria e in Iraq.
Nella zona irachena di Mosul, le truppe turche sono ancora una volta presenti senza il permesso del governo di Baghdad, che infatti parla di invasione. Proprio nella regione di Mosul, secondo quanto denunciato dall’ex capo di Stato maggiore greco, il generale Fragkos Fragkoulis, la Turchia intenderebbe assicurarsi l’accesso al locale greggio iracheno. Sarebbe una sorpresa se, prima o poi, Erdoğan rivendicasse (magari ricorrendo anche ad azioni militari) l’acquisizione di tutto il territorio dell’ex vilayet di Mosul, a cui effettivamente aspirava la Turchia kemalista ma che fu assegnato all’Iraq per volere britannico?
A questo punto l’attuale operazione in Siria presenta connotati inquietanti, che potrebbero portare a complicazioni internazionali e spargimenti di sangue. Il problema è capire contro chi, realmente, vada a operare la svolta “imperiale” di Erdoğan.
Che le porte dell’Europa siano chiuse per la Turchia è ormai così evidente che in maggioranza gli stessi Turchi hanno smesso di farci conto, e forse - col vento islamista che tira - non vogliono nemmeno più entrarci.
Un altro esempio di come la miopia politica colpisca “di rimbalzo”: se invece di chiudersi (ipocritamente, senza dirlo) nella xenofobia razzista e nell’antislamismo paranoico - disponendo tuttavia di un maggior livello culturale, chiaramente deficitario - le dirigenze europee avessero colto l’occasione per ammettere quel Paese quando ancora gli islamici assertivamente “moderati” non avevano il potere, oggi avremmo forse una situazione diversa e problemi diversi.
E probabilmente l’Akp avrebbe potuto contare su una carta in meno: il pericoloso orgoglio turco ferito, che inevitabilmente ripiega sul vecchio detto «il solo amico del turco è turco».
Oggi Erdoğan, il cui consenso popolare non sembra scemato, ce l’ha con tanti: la Germania, l’Ue, la Nato e gli Stati Uniti, in parte a causa del fallito golpe contro di lui - molto probabilmente attivato dai suoi “alleati” occidentali - e con l’aggiunta che l’arcinemico Fethullah Gülen continua a vivere tranquillo negli Usa. Non si può escludere che l’atteggiamento a dir poco ostile verso la Grecia faccia parte di un disegno per mettere in difficoltà la Nato, di cui fanno parte entrambi i Paesi.
Un articolo apparso di recente sul giornale turco Yeni Şafak (perfettamente allineato con Erdoğan), se da un lato ha aumentato le preoccupazioni greche, dall’altro può fornire elementi d’interpretazione. Il suo autore, İbrahim Karagül - un “duro” dell’Akp ritenuto portavoce ufficioso del Presidente - fa capire che l’ulteriore svolta di Erdoğan fa seguito al persistere delle ambiguità occidentali e in particolar modo degli Usa, finti amici della Turchia e complici del nemico curdo.
A questo punto, una volta ricompattato il Paese attorno a sé, egli lo condurrebbe a una nuova “guerra d’indipendenza” (dopo quella di Atatürk), facendo passare per traditori della patria quanti si azzardassero a non seguirlo. In teoria fra costoro ci potrebbero essere i neokemalisti, e forse (da sottolineare il forse) questo spiegherebbe il “fare la faccia feroce” da parte di Kemal Kılıçdaroğlu. Ma non è detto che sia questo il caso, perché al contagio ipernazionalista i Turchi sono molto sensibili.
A latere ci sono le strizzatine d’occhio del nostro alla Russia, fermo restando che a Mosca si sa bene quanto sia inaffidabile il Presidente turco. Ma anche verso la Russia egli non si sta comportando bene, come dimostra l’operazione «Ramo d’ulivo», che può anche essere vista come parte di una più ampia strategia in cui i sogni neo-ottomani dell’islamico “moderato” Erdoğan possono tramutarsi in un incubo per gli altri.
I recenti eventi sul campo di battaglia di Afrin rendono tutt’altro che irrealistiche le possibilità di un ampio scontro fra truppe turche e siriane.
Poiché non sembra che le recenti epurazioni di massa nelle Forze armate ne abbiano rafforzato l’efficienza, se la Siria reagisse aiutata da Mosca, Erdoğan potrebbe finire col chiamare in aiuto la Nato, indipendentemente dall’aver in precedenza pontificato che gli obblighi dell’Alleanza Atlantica non si estendono al Vicino Oriente.
Finora i Russi hanno mantenuto un atteggiamento prudente, ma come proficui alleati di Assad non potrebbero perdere la faccia lasciando campo libero alla Turchia. Sta di fatto che non sarebbe la Turchia ad essere aggredita - si tenga a mente che si combatte in territorio siriano e non turco - ma non ci sarebbe nulla di strano se Erdoğan, rigirando la frittata, arrivasse a sostenere (alla maniera israeliana) che la sua è stata un’azione di difesa preventiva per evitare l’aggressione curda.
Il Presidente turco si rivela un buon allievo della scuola statunitense di politica internazionale - per la quale il diritto internazionale, quando conviene, è carta straccia - nelle disinvolte violazioni dei confini altrui, come dimostra il caso dell’intromissione armata nelle prospezioni energetiche nel mare attorno a Cipro, Paese sovrano e membro dell’Ue, alla cui porta Erdoğan fa finta di continuare a bussare.
Da parecchi giorni la Turchia tiene bloccata la nave Saipem, noleggiata dall’ENI e regolarmente autorizzata dal governo cipriota, adducendo pretese destituite di ogni fondamento in base ai trattati internazionali.
Il trattato di Montego Bay (1982) stabilisce che la sovranità di uno Stato si estenda fino a 12 miglia marine dalla sua costa, tuttavia per il caso specifico dello sfruttamento esclusivo di minerali ed idrocarburi viene estesa a tutta la sua piattaforma continentale, da intendersi come naturale prolungamento della terra emersa sino a che essa si trovi ad una profondità più o meno costante prima di sprofondare. Ma la prepotenza paga sempre.
E la povera e disastrata Grecia, lasciata in braghe di tela dall’Ue? Ha chiesto protezione agli Stati Uniti! In effetti il suo destrorso ministro della Difesa, Panos Kammenos, ha offerto agli Statunitensi nuove basi nell’Egeo; mossa arrischiata per il notorio alto tasso di tradimento verso gli alleati da parte di Washington nel momento del loro bisogno, e poi perché è stata messa in atto apposta per far infuriare i Turchi.
Nel peggiore dei casi sperare non costa niente, ma in questo caso non è chiaro quale potrebbe essere l’oggetto della speranza. Sperare nell’impantanamento turco in Siria? Ma quand’anche così fosse, possiamo stare sicuri che Erdoğan non cercherebbe la rivincita sulla debolissima Grecia?
Sperare che intanto egli soddisfi i suoi appetiti imperiali nel Vicino Oriente? A parte il fatto che non è detto che ciò accada, tuttavia, se anche ciò avvenisse, niente garantisce che così si plachi il suo appetito imperiale, soprattutto se fosse davvero intenzionato a riconquistare vecchi territori ottomani perduti nel Vicino Oriente e in Europa.
Un disegno in apparenza folle, ma considerati tutti i fattori in campo - fra cui la sperimentata natura imbelle di vari soggetti in gioco - non è sicuro che lo sia veramente, anche se folli ne sarebbero le conseguenze.

domenica 16 aprile 2017

TRUMP E LA «MADRE DI TUTTE LE BOMBE», di Pier Francesco Zarcone

Il lancio in Afghanistan di uno dei più devastanti ordigni non nucleari non vale per il suo immediato esito tattico sul campo di battaglia: se è vero che ha causato la morte di 36 o 94 miliziani dell'Isis (secondo l'Isis, invece, non ci sarebbero state vittime), allora questo risultato mal si concilia con la spesa di ben 14,6 milioni di dollari, perché tanto costa una bomba GBU-43 Massive Ordnance Air Blast (MOAB), creativamente definita dai militari "Madre di tutte le bombe", anche in base alle lettere del suo acronimo (pare che la Russia disponga di un ordigno similare detto "Padre di tutte le bombe", di potenza quattro volte superiore). A questa spesa bisogna aggiungere quella a suo tempo sostenuta dai contribuenti statunitensi per la costruzione dei tunnel da poco bombardati. Secondo l'ex analista Edward Snowden si tratterebbe infatti delle gallerie sotterranee fatte costruire dalla Cia nel 1980 - all'inizio del conflitto afghano scoppiato in seguito all'invasione sovietica - per proteggere i mujahidin islamisti.
Poiché abbiamo detto e ripetuto che il diritto internazionale oggettivo non esiste più, sostituito dal diritto internazionale soggettivo creato dagli Usa a proprio uso e consumo, non desti meraviglia il fatto che l'uso della MOAB sul territorio di uno Stato formalmente sovrano sia avvenuto su semplice comunicazione al governo afghano, e non già in base al consenso previo di questo.
La MOAB è un ordigno terrificante, pur non generando radiazioni, e il suo utilizzo costituisce il pericoloso e incosciente avvicinarsi al confine dell'abisso. Per ora si tratta di un ulteriore palese messaggio da parte di chi poco tempo fa era stato erroneamente considerato un isolazionista, da contrapporre alla guerrafondaia Hillary Clinton. Un errore di prospettiva notevole, bisogna ammetterlo.
I destinatari minori del messaggio - per il terrore generato da questa super bomba - sono gli Afghani che appoggiano Isis e Talebani, o che ne fanno parte. Si dice che le esibizioni muscolari di questo emulo della Sfida all'O.K. Corral manifestino una carenza di strategia. Sarà, ma riflettendo si può dissentire. Non si vogliono certo smentire gli addetti ai lavori, secondo i quali alla Casa Bianca le decisioni sono prese e variano di ora in ora. Semmai sosteniamo che al di là di ciò esiste una strategia definibile come il ritorno in grande e a tutto campo dell'imperialismo statunitense guerrafondaio e del suo autarchico ruolo di gendarme del mondo. Non ci si deve fermare al fatto che nel caso di Trump (soggettivamente assunto) - personaggio psichicamente instabile e, se possibile, meno colto di George W. Bush - risulti in primo piano il "menare le mani" senza apparente coordinazione, ma si deve fare attenzione alle coincidenze non casuali: il lancio della MOAB è avvenuto lo stesso giorno in cui a Mosca si apriva un vertice fra Russia, Cina e Iran per cercare una soluzione politica alla quasi ventennale guerra in Afghanistan. È come se Trump avesse affermato, per fatti conseguenti, il suo "no" a una pace russo-cino-iraniana.

mercoledì 5 aprile 2017

SUL DIRITTO DI AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

Per molto tempo persone benintenzionate di vari paesi hanno cercato di introdurre il principio di legalità nelle relazioni fra Stati, confidando a tal fine nello strumento del diritto internazionale.
Uno strumento imperfetto, fragile, in parte di natura convenzionale e in parte di natura pattizia, funzionante solo operando il timore di rappresaglie efficaci da parte di altri Stati.
Nella situazione odierna, più che mai, parlare di diritto internazionale ha il sapore di una beffa, giacché nel cosiddetto "nuovo ordine mondiale" dell'imperialismo le questioni di legalità e di illegalità risultano ormai relegate a materia di studio e discussione per gli specialisti del diritto, ma senza rilevanza pratica. Oggi, chi può fa quel che vuole.
Allora, qual è il senso del parlare di diritto di autodeterminazione dei popoli in un quadro del genere?
Semplicemente si tratta di argomentare che il diritto internazionale - seppur rispettato - non può tutelare esigenze anche fondamentali, presentate e sentite come veri e propri "diritti", trattandosi di un sistema giuridico formato dagli Stati e in base alle loro esigenze; soprattutto se si tratta di Stati potenti.
Cinicamente, ma in modo veritiero, va ricordato che il diritto nasce dalla forza e non dal riconoscimento di esigenze etiche. Di modo che è vano appellarsi al diritto di autodeterminazione dei popoli: semmai, avendo forza e volontà lo si deve solo affermare e lottare per esso con tutti i mezzi a disposizione.
Per questo l'indipendentismo catalano che si ostina a operare per vie legali è destinato a sicura sconfitta; il cambio di registro non dà sicurezze, ma può creare grossi fastidi allo Stato nazionale (oltre a ridurre le spese e il tempo perso per sterili battaglie legali).
In fondo, attivare il diritto di autodeterminazione dei popoli comporta una rivoluzione rispetto all'ordine precedente, e ogni rivoluzione è per sua natura extra-legale o anti-legale.
Un'ultima annotazione. I giuristi posseggono un proprio linguaggio tecnico (al pari di qualsiasi altro specialista) formatosi nel tempo in base all'esigenza della maggior precisione possibile, tanto che spesso vengono accusati (dai non-giuristi) di spaccare il metaforico capello in quattro.
Al di fuori di costoro tutti, soprattutto i politici, non si devono invece attenere alle limitazioni implicate dal tecnicismo giuridico e quindi possono andare a ruota libera, anche col rischio di suscitare illusioni non proficue per gli interessati; spesso e volentieri dimenticando che i contenuti presentati sotto la copertura del termine "diritto" sono essenzialmente di due tipi: o costituiscono una rivendicazione morale, in assenza di previsioni al riguardo da parte di un ordinamento giuridico a cui gli interessati possano rivolgersi (e quindi in tal caso il diritto non esiste), oppure si tratta di qualcosa di davvero esistente sul piano giuridico.
In quest'ultimo caso, però, è necessario accertare quali ne siano (vale a dire di che portata) le inevitabili limitazioni, tanto per aver chiaro come agire quanto per operare - eventualmente - al fine di modificare tali limiti.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.