L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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lunedì 24 agosto 2015

COMITATI DI FABBRICA E SOVIET NELLA RIVOLUZIONE RUSSA, di Roberto Massari

Riunione del soviet di Pietrogrado, 1917
1. La nascita dei comitati di fabbrica

John Reed assistette entuasiasta agli inizi della rivoluzione russa del 1917. Morì nel 1920, in tempo per intuire qualcosa del processo degenerativo in corso, ma senza immaginare quale mostruosità politica stesse prendendo forma storica nella fase declinante di quella grande rivoluzione. Con la sua celebre cronaca egli è entrato a far parte, a sua volta, di quella vicenda; il suo nome ha assunto una rinomanza quasi leggendaria nella tradizione del «giornalismo rivoluzionario» e, grazie al giudizio favorevole che ne diede Lenin, il suo libro ha continuato a circolare nel movimento operaio internazionale anche durante i decenni bui dello stalinismo.
Ebbene, dal momento che la scarsa documentazione sul ruolo e l'importanza dei comitati di fabbrica1 [cdf] è tutta successiva agli eventi del biennio 1917-18 - e quindi inevitabilmente intrisa di deformazioni, sia per l'entusiasmo delle correnti a favore, sia per la malafede di chi contribuì a liquidare quella grande esperienza di democrazia operaia - la testimonianza di John Reed può avere un valore emblematico per iniziare la nostra riflessione.
Nel primo capitolo di Dieci giorni che sconvolsero il mondo, parlando delle premesse della rivoluzione d'Ottobre, quando - per usare le sue suggestive parole - «la grande Russia partoriva, nel dolore, un mondo nuovo», Reed tratteggia i caratteri e gli strumenti delle forze sociali in movimento: i soviet, le cooperative, i sindacati, gli zemstvo, i congressi delle nazionalità, i contadini, i partiti politici, i giornali finalmente senza bavaglio, le case editrici libere, i camerieri che rifiutavano le mance ecc.: tutto ciò mentre
«dal fronte continuavano la loro lotta contro gli ufficiali e nei comitati imparavano ad autogovernarsi. Nelle fabbriche quelle incomparabili organizzazioni russe, che sono i consigli di fabbrica, acquistavano esperienza e forza e prendevano coscienza della propria missione storica di lotta contro l'antico ordine di cose»2.
Spesso confusi con i soviet o con gli organismi sindacali, i cdf avevano invece avuto una dinamica propria, non sempre realmente distinguibile con nettezza da quella dei soviet, soprattutto nella fase più avanzata della rivoluzione. Vediamo qualcuna di queste differenze.
Si può cominciare dalla data di nascita. Il primo soviet della storia era nato a Pietroburgo, nel corso della rivoluzione del 1905, spontaneamente e come sostituto di organismi di rappresentanza politica che la repressione zarista non aveva mai permesso. Nel soviet erano poi confluite le istanze economiche dei lavoratori, esigenze di democrazia ecc., ma la sua natura era stata essenzialmente politica, così come politica era stata la sua direzione (Trotsky come presidente, il partito menscevico ampiamente presente, i bolscevichi e altre formazioni presenti a loro volta, anche se in netta minoranza). La storia di quel primo «parlamento» popolare3 affondava nel fermento antizarista (vivace sin dalla fine del secolo precedente), nella svolta verso le fabbriche di una parte del vecchio terrorismo narodniko, nei vari tentativi compiuti per costruire organismi di rappresentanza più o meno ufficiali sui luoghi di lavoro.

venerdì 4 aprile 2014

SU BENICOMUNISMO DI PIERO BERNOCCHI (I PARTE), di Michele Nobile


In Benicomunismo di Piero Bernocchi possiamo vedere tre grandi campi aperti alla discussione: la riflessione teorica sulle ragioni interne del fallimento del comunismo novecentesco; la discussione intorno al capitalismo contemporaneo; l’emergere di una nuova prospettiva politica e ideale di democrazia radicale, indicata nel titolo.

Il mio accordo con le tesi del libro è molto ampio, specialmente su quelle che meno sono digeribili per la sinistra italiana. Si vedrà che esistono alcune divergenze d’analisi, anche importanti; ma molto più del computo delle concordanze e delle divergenze quel che conta, ai miei occhi, è la prospettiva d’insieme, la tensione ideale, la direzione verso cui si muove questo lavoro. Nel modo più sintetico, in Benicomunismo è viva e forte  l’aspirazione a liberare l’anticapitalismo dal professionismo politico e dallo statalismo, in uno spirito che può dirsi libertario. L’asse unificante le diverse tematiche del libro ritengo sia quello del rapporto tra etica e politica. Che è poi la condensazione di tutti i problemi e il nodo cruciale veramente fondamentale per il futuro dell’umanità.

La coerenza tra mezzi e fine e la politica come professione
Il primo e fondamentale accordo con Bernocchi è di natura etico-politica: in nessun caso il fine può giustificare l’uso di mezzi non coerenti con esso perché «cattivi mezzi producono cattivi fini, e viceversa» (p. 268). Certamente questo non è il principio sufficiente per costruire una prospettiva anticapitalista ma, altrettanto certamente, esso è il principio basilare e imprescindibile da cui muovere nella direzione giusta. Se applicato con coraggio e rigore all’intero spettro della pratica politica, della riflessione teorica e della ricostruzione storiografica, le sue conseguenze sono enormi, si susseguono a cascata.

mercoledì 9 maggio 2012

VICTOR SERGE: MEMORIA DI MONDI PERDUTI, di Claudio Albertani

In ricordo di Vladimir Kibal'čič (1920-2005),
meglio conosciuto come Vlady,
che dipinse le ossessioni di suo padre,
Viktor Kibal'čič (1890-1947),
meglio conosciuto come Victor Serge.

Victor Serge nei primi anni '20
A oltre sessant'anni dalla prima edizione, pubblicata a Parigi nel 1951, le Mémoires d'un révolutionnaire hanno superato la prova del tempo. Ecco un testo indispensabile per capire la tragedia delle rivoluzioni sconfitte che è, al tempo stesso, un classico della letteratura e una commovente testimonianza umana. Fin dalle prime pagine, quando emerge quel «mondo senza evasione possibile, dove l'unico rimedio era lottare per un'evasione impossibile», le tappe del dramma si succedono in un ordine implacabile. Il finale era implicito nel principio? Serge crede di no e non accetta il ruolo di vittima: «Una necessità che assomiglia alla complicità - annota - lega frequentemente la vittima al torturatore, il martire al carnefice». Come Nietzsche, sua passione di gioventù, e come Benjamin, che conobbe di sfuggita, l'Autore esprime la necessità di tornare al passato per raccoglierne l'eredità e le speranze perdute. La parola «destino», da lui spesso usata, non implica la fatalità, né esclude la volontà. Quando parla di «noi» non annulla l'individuo, ma si riferisce a un «io» molteplice e collettivo che riassume le passioni e le speranze della sua generazione, oltre ogni espressione di parte. Il risultato è una scrittura polifonica, volta a riscattare la «memoria di mondi perduti», come recitava il titolo originale pensato da Serge, troppo modesto per arrogarsi l'attributo di «rivoluzionario». Alla fine il libro fu pubblicato postumo con il titolo scelto da suo figlio Vlady, autore del magnifico quadro che figura in copertina dell'edizione curata dal mio vecchio amico Roberto Massari.

Le radici libertarie
Scrittore francese di sangue e russo di spirito, romanziere, poeta, storico, giornalista e traduttore, Viktor-Napoléon L'vovič Kibal'čič - alias Victor Serge, Le Rétif, Le Masque, Ralph, R. Albert, Victor Stern, Viktor Klein, Aleksej Berlowskij, Sergo, Siegfried, Gottlieb, V. Poderewskij e qualche altro pseudonimo - nacque in esilio, a Bruxelles, il 30 dicembre 1890, e morì, sempre in esilio, a Città del Messico, il 17 novembre 1947. Visse il mondo ipocrita della Belle Époque, l'esaltazione comunista degli anni Venti e l'incubo totalitario della «mezzanotte del secolo». Attraversò le correnti più importanti del movimento operaio: il socialismo riformista, il comunismo anarchico, l'individualismo, l'anarcosindacalismo, il bolscevismo e il trotskismo, senza mai abbandonare una spiccata sensibilità libertaria. Trascorse una decina d'anni di prigionia in diversi paesi, partecipò a tre rivoluzioni - la spagnola (1917), la russa (1919-20) e la tedesca (1923) - e fu attivo anche in Belgio, Francia, Austria e Messico. Sopravvisse al Gulag e alla barbarie nazista, e fu tra i primi a qualificare l'Urss come un regime totalitario.
Autore di culto, benché quasi sconosciuto al grande pubblico, non sviluppò un sistema dottrinale né lasciò una scuola di pensiero. Non fu neppure un intellettuale nel senso tradizionale; in ogni tappa critica cercò di dare alle esigenze dello spirito uno sbocco nell'azione. La sua attualità risiede nella riflessione traboccante, letteraria e poetica ancor più che teorica sulla tragedia di una rivoluzione che divora se stessa. Nelle centinaia di pagine che dedicò a questo tema mantenne la freddezza dell'analista distaccato conservando, al contempo, la passione militante e la certezza di un avvenire migliore.

giovedì 22 settembre 2011

L'UTOPIA ROSSA DI VICTOR SERGE, di Roberto Massari

Victor Serge a Orenburg, 20 marzo 1936
C'è un Victor Serge anarchico che, reduce dal carcere e dall'internamento, raggiunge il movimento rivoluzionario nella Russia del 1919, divenendo il Serge «bolscevico» che nell'estate del 1920 scrive un panegirico molto poco libertario del processo ivi in corso:
«Chi dice rivoluzione dice violenza. Ogni violenza è dittatoriale. Ogni violenza impone una volontà che spezza le resistenze… Ammetto di non concepire che si possa essere rivoluzionari (se non in modo puramente individualistico) senza riconoscere la necessità della dittatura del proletariato… Pena la morte, pena cioè l'essere immediatamente messi a morte dalla vittoria di una dittatura reazionaria, bisognerà che i rivoluzionari instaurino subito la dittatura».
E c'è un Victor Serge - sfuggito eccezionalmente allo sterminio dei vecchi bolscevichi, dopo un triennio d'internamento siberiano (Orenburg negli Urali), esule in Messico e conquistato ormai all'idea che sia indispensabile una sintesi rivoluzionaria di pensiero marxista e libertario - che scrive nell'estate del 1947, a pochi mesi dalla morte:
Massari editore, 2011
«Il totalitarismo, così come si è instaurato in Urss, nel Terzo Reich e debolmente abbozzato nell'Italia fascista e altrove, è un regime caratterizzato dallo sfruttamento dispotico del lavoro, dalla collettivizzazione della produzione, dal monopolio burocratico e poliziesco (meglio sarebbe dire terroristico) del potere, dal pensiero asservito, dal mito del capo-simbolo…
In questo senso, la rivoluzione proletaria non è più, ai miei occhi, il nostro fine; la rivoluzione che intendiamo servire non può essere che socialista, nel senso umanistico del temine, e più esattamente socialisteggiante, democraticamente, libertariamente compiuta».
In mezzo ci sono le grandi vicende del Novecento (burrascoso dopoguerra, Rivoluzione russa, ascesa dello stalinismo, tentativi insurrezionali in vari Paesi, fronti popolari, guerra civile in Spagna, patto Hitler-Stalin, Seconda guerra mondiale, spartizione del mondo in due blocchi, sconfitta storica del movimento operaio organizzato) vissute in prima persona da un grande scrittore belga-russo, naturalizzato… apolide.

martedì 27 aprile 2010

IL PARTITO RIVOLUZIONARIO: UN OSSIMORO, di Roberto Massari

Caro Pier Francesco [Zarcone] (e cari tutti voi che mi leggete in copia, perché queste discussioni più sono pubbliche e meglio è),
dicevo dunque, caro Pier Francesco,

il tuo commento ragionato alla mia introduzione sul marxismo libertario di Guérin mi ha fatto tirare un sospiro di sollievo. Vedi, io leggo e studio con passione le vicende del pensiero anarchico dall'inizio degli anni '70 (da quando ero meno che venticinquenne). Col tempo mi sono fatto una certa preparazione che si è riversata in alcuni libri; ma anarchico nel vero senso della parola non sono mai stato e ormai non lo sarò più (questo se è vera la tesi di Guérin e che entrambi condividiamo, e cioè che sia il marxismo marxista che l'anarchismo anarchico sono storicamente superati dal marxismo libertario, a sua volta bisognoso di essere superato da sintesi superiori che la storia e la lotta di classe a livello internazionale spero ci mostreranno.)
Sottoponendo il mio testo alla valutazione di uno come te che nell'anarchia ci si è formato, che ne conosce profondamente la storia e le varie dottrine, che ha già scritto quattro libri sull'argomento (sono quelli che ho letto, ma forse sono di più) e che è capace allo stesso tempo di scrivere anche su temi non-anarchici (dal bel libro su Gesù rivoluzionario all'attuale contesto dell'economia capitalistica), mi sentivo come uno scolaretto che deve superare l'esame. Se tu mi avessi bocciato, la cosa mi avrebbe dato molto da pensare perché, nonostante la tua simpaticissima modestia, tu rappresenti ormai un'autorità nel settore. Non conosco altri anarchici o presunti tali che abbiano un livello di produzione teorica pari al tuo sia in senso qualitativo sia per ampiezza di interessi. Insomma, io che modesto non sono e che preferisco essere realista anche rispetto a me stesso, penso che tu occupi in campo libertario un ruolo simile a quello che in campo marxista rivoluzionario - sommando la nostra produzione complessiva - occupiamo io, il bravissimo Michele Nobile e Antonella Marazzi messi insieme (con l'ultima che in quanto a modestia ti batte di mille leghe). La cosa, quindi, comincia a farsi interessante. E al diavolo l'umiltà.
Insomma, con la tua entrata in Utopia Rossa (senza abbandonare la Federazione dei comunisti anarchici che forse non si è ancora resa conto della fortuna che le è toccata ad avere tra le proprie file uno come te) si è realizzato un matrimonio teorico con i razzi e i controrazzi. Io lo sospettavo, ma ora ne ho le prove. Quando i compagni leggeranno anche il tuo nuovo volume in corso di stampa (sulle tre rivoluzioni messicane) ne avranno una prova ulteriore.
Quindi, che tu abbia trovato positive le mie sei paginette - in cui con tono bonario decretavo non la fine (attenzione ai termini perché non vi siano equivoci!), ma il superamento positivo sia del marxismo marxista sia dell'anarchismo anarchico nelle loro metodologie concettuali e nell'esperienza storica del marxismo libertario - e il fatto che si aprano nuove prospettive di collaborazione tra noi proprio sul terreno del marxismo libertario, mi sembra uno dei prodotti teorici più belli e più fruttuosi di Utopia Rossa (questo «cenacolo di amici chiacchieroni ed estranei a ogni conflitto sociale», come ci ha gentilmente definito Bernocchi a ottobre del 2008).

venerdì 26 febbraio 2010

IL «MARXISMO ITALIANO», SENZA «CAPITALE» E SENZA SPIRITO ANTIBUROCRATICO, di Michele Nobile

1.
Nel quadro di una più ampia polemica con Habermas, Hirsch, O'Connor e Offe, lo scomparso Riccardo Parboni collocò il «marxismo italiano» nella più ampia classe del «marxismo sovrastrutturale», per il quale
«la crisi del capitalismo non dipende dalla dinamica delle forze produttive e dei rapporti di produzione, ma dal venir meno di quei meccanismi omeostatici di carattere politico e ideologico che avevano garantito la tenuta sotto controllo delle tendenze alla crisi nei decenni passati»1.
Vent'anni dopo, il libro di Cristina Corradi sui «marxismi italiani» e la discussione che ne è seguita hanno confermato quel giudizio, e con ben altra ricchezza d'argomenti: quello italiano è un «marxismo senza Capitale» (con poche e relativamente recenti eccezioni), un «marxismo» che ha fatto a meno di sviluppare criticamente la teoria marxiana del valore, indirizzandosi verso lo sraffismo, il keynesismo, o la dissoluzione dell'oggettività socio-economica dello sfruttamento nel comando politico dello Stato, variamente combinando i termini precedenti2.
La ricostruzione di Corradi, pregevole e indispensabile, resta però nell'ambito della ricostruzione della «storia dei «marxismi» basata sul modello delle storie della filosofia, della «storia delle idee». Il punto è che questo approccio non solo esclude la produzione condotta da marxisti non-filosofi o che, comunque, non si presta ad un discorso d'ordine filosofico, ma sottovaluta la dialettica tra la riflessione teorica e l'ambiente politico nella quale la prima si inscrive e dal quale è influenzata per le vie più diverse e sottili, dall'orizzonte strategico e ideologico alla pratica quotidiana, dalla costruzione dell'identità ai rapporti e alle carriere personali.
È per questa ragione che restano inevase alcune domande cruciali. Cosa ha permesso a quella tradizione «senza Capitale» di riprodursi per così tanto tempo? Quali sono le caratteristiche differenziali del «marxismo italiano» rispetto a quello di altri paesi? Quali, precisamente, i rapporti tra teoria e politica? È indifferente, per la storia dei «marxismi italiani», la partecipazione di «comunisti» ad un governo imperialistico e l'assenza di una reazione indignata da parte degli intellettuali marxisti? Non rivela nulla sulla sinistra «marxista» nazionale?
Il meglio della letteratura marxista internazionale è, in questo paese, semplicemente ignoto o irrilevante. L'editoria di sinistra italiana preferisce importare selettivamente quel che politicamente rende e fa moda nella propria nicchia di mercato; preferisce le generalizzazioni pseudo-filosofiche e superficialmente sociologiche alle analisi che utilizzano concetti marxisti, che sembrano un lusso per specialisti, tanto più se fanno i conti con il capitalismo reale impiegando dati e tabelle, piuttosto che Spinoza o l'illustre filosofo-sociologo di turno.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.