L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

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mercoledì 30 aprile 2025

FRANCESCO DI NOME, MA NON DI FATTO

di Antonella Marazzi


ITALIANO - ENGLISH


Nel 2013, al momento dell’elezione al soglio pontificio, il cardinale Bergoglio scelse il nome significativo di Francesco. Il primo papa nella secolare storia della Chiesa cattolica a volersi chiamare con lo stesso nome del Poverello di Assisi. Sembrò un gesto che poteva essere significativo e preludere a un pontificato di rottura, come eera stato di rottura per la storia della Chiesa l’arrivo sulla scena di Francesco d’Assisi, un uomo destinato a dare un nuovo impulso, riformatore e dissacratore, alla dottrina della Chiesa di allora. Un uomo, quindi, che avrebbe tentato di modificarla rofondamente, scontrandosi col potere temporale accumulato dai pontificati succedutisi nel tempo: un chiaro ritorno al messaggio evangelico di Gesù? una vera rivoluzione?

Bergoglio, però, ha emulato il ricco Francesco che si fece povero e nudo, solo nel nome. Non ha apportato alcun significativo e sostanziale cambiamento nella dottrina cattolica; non ha imposto alcuna vera riforma e il potere della Curia romana ne è uscito di fatto indenne.

Nnvi sono dubbi che Francesco I sia stato profondamente diverso e apparentemente lontano dalla pessima figu, conservatrice e reazionari, del Papa che lo aveva preceduto. I media ce lo hanno presentato sempre in una veste umana e disponibile, a differenza del rigido formalismo in cui si era sempre trincerato il papa tedesco, il presunto grande teologo Benedetto XVI.

Francesco era una personaggio che ispirava simpatia. Quel suo essere alla mano, la battuta pronta, l’ironia bonaria, a volte la risposta tagliente. Tutto ciò è piaciuto molto alle masse - non solo cattoliche - che lo hanno amato e vezzeggiato. Meno, invece, a una parte consistente delle alte sfere vaticane, che nella sua indipendenza e iniziativa autonoma vedeva un costante pericolo per il proprio potere e la propria stabilità. 

A voler dare un giudizio sintetico del suo pontificato e della sua figura, si può dire che Bergoglio è stato molto innovatore nella forma, soprattutto nella forma del linguaggio, che usava nelle sue esternazioni verbali. Ma il contenuto delle sue encicliche non ha apportato alcuna vera innovazione nel conservatorismo della dottrina.

È vero, ha accolto con benevolenza gli omosessuali, come credenti meritevoli di essere accettati nel grande abbraccio di una Chiesa consolatoria e comprensiva delle debolezze umane. Ha tuonato contro i preti pedofili. È sempre apparso molto disponibile nei confronti dei cosiddetti «ultimi»: barboni, carcerati, transessuali, prostitute. Per tutti costoro ha sempre avuto parole che sono apparse misericordiose. Li ha anche aiutati concretamente. I barboni hanno trovato ricovero sotto il colonnato adiacente a S. Pietro, e anche in altre strutture al chiuso sono state aperte mense per le persone indigenti. È andato a trovare più volte i carcerati romani. In occasione della sua prima Pasqua da papa, si recò a Casal del Marmo nel carcere minorile, il Giovedì santo e si prostrò davanti a dieci ragazzi e due ragazze, di cui una di religione islamica, lavando loro i piedi. Un comportamento indubbiamente di grande umiltà e rispetto per gli «ultimi», ma anche di grande effetto mediatico. Ha accolto nelle sue udienze del mercoledì omosessuali e transessuali, facendo gesti che esprimevano la sua umana comprensione e un paterno interessamento verso questi «diversi». Anche nei confronti delle donne ha dimostrato rispetto e considerazione. Ancora gesti, ancora parole.

Vediamo però nella sostanza quali sono state le scelte concrete di papa Francesco. 

Sui preti pedofili e autori di molestie sessuali:  in sostanza, solo parole molto dur e denunce verbali del fenomeno. Del resto non si poteva tacere oltre, in una realtà che vede emergere sempre più casi di pedofilia sacerdotale. Ciò  per merito soprattutto delle vittime che stanno trovando il coraggio di denunciare, e non  tanto per una volontà effettiva da parte della Chiesa di eliminare il problema, prendendo provvedimenti chiari ed espliciti di esclusione dei preti colpevoli, definendo finalmente la questione sanzionatoria in termini dottrinari.

Dietro a queste resistenze c’è lo spinosissimo problema del celibato e della castità cui si dovrebbe dare risposta riformando la figura del sacerdote, concedendogli il matrimonio e la possibilità di avere figli. Problema che Bergoglio si è ben guardato dal nominare, vista la sua intransigenza conservatrice in materia. Per non parlare della presenza di preti omosessuali,  fin nelle più alte sfere vescovili e cardinalizie,di cui si tace o si nega la presenza. Una prassi secolare consolidata e fatta propria da Bergoglio. Come pure il silenzio sui rapporti sessuali, consenzienti o meno, dei sacerdoti con le donne, prassi anche questa più che centenaria e oggetto perfino delle battute salaci del popolino che, da sempre, ha spettegolato sulla «vita matrimoniale» tra parroco e perpetua. 

Nell’àmbito di questa problematica vi è poi il gravissimo problema delle molestie sessuali e degli abusi perpetrati da sacerdoti o frati nei confronti di suore. Episodi che sono numerosi, ma da sempre sottaciuti e nascosti, non rivelati. Va detto, comunque, che Bergoglio ha voluto fosse organizzato nel 2019 un convegno sugli abusi sessuali, incentrato sui minori, nel quale, alla fine, è stata fatta parlare una suora vittima di terribili minacce e abusi da parte di un prete abusatore che l’ha anche costretta a ben tre aborti sotto minaccia di ricatto. Ma negli atti pubblicati la suora è rimasta anonima, come pure il nome del suo abusatore e del Paese in cui è avvenuto l’episodio: sulla questione è calato un silenzio sepolcrale. Come del resto rimanere sorpresi? Qui si uniscono gli abusi sessuali, gli stupri, e ben tre aborti, contro cui Bergoglio ha sempre tuonato, definendo l’aborto come un «sicario» pronto a risolvere il problema. 

Sulle donne. Le donne sono da sempre presenti e attive nella vita della Chiesa, svolgendo di fatto e da tempo numerosi ruoli che non spetterebbero loro. Papa Francesco ha dunque rimesso le cose in ordine concedendo finalmente anche alle donne la possibilità di accedere a due ministeri: l’accolitato e il lettorato, cioè di servire all’altare e di poter leggere le Sacre scritture durante la Messa - mansioni, appunto, che le donne già da tempo assolvevano. A differenza di altre notizie più scottanti, a questa è stata data grande diffusione e risalto. Non ha però concesso il ministero più importante, il diaconato, come richiesto da più voci, nonostante anche questo lo esercitino da vario tempo, soprattutto nelle missioni.

Inoltre, nell’esortazione Evangelii gaudium ha precisato.

«La Chiesa riconosce l’indispensabile apporto della donna nella società, con una sensibilità, un’intuizione e certe capacità peculiari che sono solitamente più proprie delle donne che degli uomini. Ad esempio la speciale attenzione femminile verso gli altri, che si esprime in modo particolare, anche se non esclusivo, nella maternità. Vedo con piacere come molte donne condividano responsabilità pastorali insieme con i sacerdoti (...) Ma c’e ancora bisogno di allargare gli spazi, per una presenza femminile più incisiva nella Chiesa».

  E ancora: «Nella Chiesa le funzioni non danno luogo alla superiorità degli uni sugli altri. Di fatto, una donna, Maria, è più importante dei vescovi».

  E ancora: «Le rivendicazioni dei legittimi diritti delle donne, a partire dalla ferma convinzione che uomini e donne hanno la medesima dignità pongono alla Chiesa domande profonde che la sfidano e che non si possono superficialmente eludere (...)».

A parole, papa Francesco è andato anche molto oltre. Ha affermato che «la Chiesa è donna» e ha aggiunto che infatti si dice «la Chiesa» e non «il Chiesa». Queste parole possono sembrare dirompenti, ma in realtà risultano soprattutto manipolatorie. Perchè il sostantivo femminile non connota di per sé nomi portatori di una sostanza femminile. Valga per tutti  l’esempio del sostantivo «la Curia» che è sì, di genere femminile, ma che schiera al suo interno, per la quasi totalità, uomini. È quindi profondamente maschile e maschilista.

Vediamo qual è stato il contributo di Bergoglio all’apertura di questa struttura - che rappresenta, in concreto, il governo della Chiesa cattolica - alle donne. Innanzittutto ha riformato il nome delle sue Congregazioni  trasformandolo in Dicasteri. Oggi dunque la Curia romana si articola in 16 Dicasteri. All’interno di questi, vi era già un’esigua presenza di donne nominate in precedenza, con funzioni esecutive di segretaria e di vicesegretaria. Bergoglio ha affidato la direzione teologico pastorale del dicastero della Comunicazione (a capo del quale ha posto il laico Paolo Ruffini) alla slovena Nataša Govekar; ha nominato Christine Murray vicedirettore della Sala stampa e suor Nathalie Becquart sottosegretaria del Sinodo.

Poco prima di morire, nei primi mesi del 2025, sono arrivate le due nomine più importanti e significative: suor Simona Brambilla a capo del dicastero per la Vita consacrata e suor Raffaella Petrini presidente del Governatorato dello Stato Città del Vaticano. In conclusione, un solo Dicastero ha come dirigente una donna. 1 su 16. Inoltre, secondo dati vaticani, la presenza femminile complessiva in tutte le strutture in cui si articola lo Stato vaticano ammonterebbe in percentuale a circa il 24 per cento del totale. Un quarto potrebbe apparire una cifra significativa; ma il fatto è che la quasi totalità di queste donne ha funzioni meramente esecutive e subordinate a direzioni maschili. Del resto in organismi così accentratori e dominati dagli uomini, quale donna oserebbe assumere posizioni di critica effettiva? Per esempio, chi si prenderebbe la responsabilità di denunciare gli abusi sessuali dei prelati sulle suore o sui minori, maschi e femmine? 

Ma al di là dei numeri, e delle molte parole dette da Bergoglio in favore delle donne, il problema centrale rimane: quanto è cambiato il ruolo delle donne all’interno del Vaticano e della Chiesa tutta e quanta voce sarà concessa loro? Potranno incidere realmente nelle scelte difficili che si pongono al Cattolicesimo che da lungo tempo vive una crisi profonda di ideali, di vocazioni, di fedeli effettivamente credenti e praticanti?

Possiamo forse dire che le scelte che Francesco ha fatto in favore delle donne - ripetiamo, molte a parole e poche nella sostanza - vadano effettivamente nel senso di una presenza più incisiva e reale delle donne all’interno delle strutture cattoliche, una presenza che risponda realmente alla necessità di eguaglianza tra i due sessi tanto sbandierata dal papa appena defunto? Non lo crediamo, perché  nell’ombra rimane il problema insoluto che tante altre chiese cristiane hanno affrontato e risolto da tempo: il riconoscimento del sacerdozio femminile. Solo con questo si potrà avere la speranza che sia raggiunta un giorno, nella Chiesa, la parità uomo-donna  e il riconoscimento dei pieni diritti di quest’ultima a essere considerata e trattata alla stessa stregua dell’uomo.

Il riconoscimento del sacerdozio femminile e l’abolizione del voto di castità, con conseguente possibilità per i preti di accedere al matrimonio e alla paternità, sono i due macigni che impediscono alla Chiesa di avere un futuro e che dunque devono essere necessariamente superati. Solo così la Chiesa cattolica potrà avere la speranza di risolvere parte notevole dei suoi problemi. 

Con tutta la sua bonomia e ironia, ma anche con tutto il suo conservatorismo e autoritarismo, papa Francesco non ha, in realtà, neppure accennato ad affrontare questi problemi.

Nonostante la spettacolarizzazione della sua morte e dei suoi funerali, nonostante il plauso e la simpatia delle masse, Bergoglio non sarà ricordato come un papa che abbia apportato significativi cambiamenti nella storia della Chiesa cattolica. A differenza di Giovanni XXIII - un papa cui in fondo lo avvicinavano l’apparente bonomia e la cura degli «ultimi» - che però alle parole fece seguire fatti come la convocazione  del Concilio Vaticano II. Papa Roncalli è stato un vero riformatore, morto troppo presto prima di aver compiuto la sua opera: Bergoglio una sua sbiadita fotocopia.


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lunedì 16 luglio 2012

INDIVIDUO, CULTURA, COMUNICAZIONE*, di Roberto Massari

1. «Legenda» dei tre viandanti

È tutt’altro che facile analizzare in una conferenza il tipo di rapporti che esistono o si possono stabilire fra i tre elementi indicati nel titolo. Anche solo sulla reciproca dipendenza di cultura e comunicazione sono stati versati fiumi d’inchiostro e non si finirebbe mai di elencare gli studiosi di sistemi sociali e relative comunicazioni di massa che si sono misurati sul tema. Ma da qualche parte va afferrato il bandolo della matassa.
Noi proveremo a partire da un’immagine allegorica che, come tutte le immagini utilizzate in funzione simbolica ed esplicativa, acquisterà un crescente valore metaforico nel corso dell’esposizione. Con pochi cenni sintetici e con immagini appropriate tenteremo quindi di trasmettere delle sensazioni, evitandoci il ricorso a molte o troppe parole.

Fingiamo per qualche momento di trovarci qui ad Assisi, a luglio dell’anno 992, cioè esattamente mille anni fa. Immaginiamoci in questo stesso poggio, alle pendici del Subasio, mentre su quel viottolo di campagna procedono di buon passo tre individui in abiti d’epoca.
Uno di loro potrebbe essere un commerciante diretto per affari a una qualche fiera agricola; o il membro di una corporazione artigiana; oppure un nobile che non intende rinchiudersi in convento onde non fare il secondogenito in casa per il resto della sua vita e quindi ha deciso di andarsene in giro per il mondo (quello di allora...). Quale che sia dei tre, possiamo considerarlo a tutti gli effetti un individuo con le caratteristiche della sua epoca e, nell’ultima ipotesi, addirittura una persona che vorrebbe sottrarsi ai condizionamenti famigliari o agli obblighi nobiliari vigenti in quei secoli del medioevo italiano. In ogni caso, una persona consapevole della propria individualità e intenzionato a difenderla.
Accanto a lui cammina una figura tipica dei secoli precedenti l’anno Mille: un chierico vagante, uno studioso di arti varie, uno studente non-universitario solo perché le università ancora non hanno preso a funzionare (quella di Bologna ufficialmente comincerà nel 1088, meno di un secolo dopo). Non mancano di certo centri di raccolta e convivenza degli studiosi, soprattutto nei conventi, per lo più dedicati all’approfondimento di temi religiosi visto che la cultura ufficiale, «alta» del tempo, era essenzialmente teologica o comunque subordinata alle direttive molto poco democratiche del clero cattolico-romano e delle sue ramificazioni. Si trattasse delle dispute sulle interpretazioni delle Sacre scritture novellamente tradotte, del moto degli astri o della scala di creazione degli animali, era comunque la cultura egemone dell’epoca. Chiameremo quindi sbrigativamente «studente» questa seconda figura e la considereremo come la più idonea rappresentazione simbolica della cultura media e medievale del tempo.
Il terzo viandante non può essere altro che un menestrello, un giullare, un troubadour, un pioniere della lirica occitana, arrivato in Italia per chissà quale recondita ragione o invitato da chissà chi. Possiamo immaginarlo con la sua ghironda in un sacco, oppure con un liuto o con qualsiasi altro strumento musicale a fiato o a corde pizzicate. L’importante è che si accetti di considerarlo come il più tipico rappresentante della comunicazione dell’epoca. Sappiamo che questa figura viaggia da una corte all’altra, da un principe all’altro - da Aquisgrana a Perugia, da Siviglia a Viterbo, da Canterbury a Parigi - percorrendo spesso e per ragioni più laiche che religiose le stesse strade che conducono i pellegrini provenienti da altri Paesi (i pionieri del turismo europeo) lungo la via Francigena fino alla presunta tomba romana dell’apostolo Pietro o lungo il Cammino di Santiago de Compostela, dove nel secolo precedente era stata scoperta la presunta tomba di Giacomo il Maggiore. Questa figura di artista-musico-poeta-viandante incarna in realtà il «giornalista», se non direttamente il «giornale orale» dell’epoca: è lui che trasferisce le notizie, i nuovi modi di poetare, la musica e la cultura; lo fa da un villaggio all’altro, da una sede nobiliare all’altra, da una curia vescovile all’altra.
Non si pensi però che la rappresentazione di queste tre figure, in marcia congiunta e dirette apparentemente verso un’unica meta, sia una mia invenzione. In realtà sulla loro convergenza nelle realtà storico-sociali dei loro tempi e sul ruolo da esse avuto nella diffusione della cultura «medievale», sappiamo molto, sia grazie alle cronache dei contemporanei, sia grazie all’opera più recente degli studiosi dell’argomento. Ma ne abbiamo anche alcune testimonianze - letterarie e musicali allo stesso tempo - nelle canzoni gogliardiche, di strada o di taverna, conviviali, erotiche, sacromoraleggianti e financo licenziose, che sono note sotto la denominazione di Carmina Burana.
Ebbene i Carmina Burana - sulla cui esecuzione reale esiste tutta una diatriba musicologica, ma che molti di voi avranno apprezzato nella versione musicata da Carl Orff nel 1937 - offrono una rappresentazione unitaria e concentrata delle tre figure sopraccennate. Prodotti in nessun luogo sociale o geografico specifico, anonimi ed estranei alla cultura «alta», ufficiale del tempo, questi Carmina venivano composti, cantati o ascoltati con gran gusto da viandanti, commercianti in trasferta, chierici vaganti, studenti e menestrelli: un concentrato di cultura alta e bassa, di lingue nobili (il latino soprattutto, anche se deformato) o popolari (dall’alto tedesco al volgare italiano); una conoscenza di tradizioni musicali, dal canto gregoriano alla nuova poesia trobadorica, con cognizioni di scrittura neumatica; una sintesi effettiva sul piano artistico-popolare delle correnti spiriturali e di pensiero che potevano essere comuni alle tre figure che abbiamo scelto come esemplificazione allegorica e punto di avvio del nostro discorso.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.