L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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giovedì 16 agosto 2012

IL CINISMO MIOPE DEGLI USA VERSO IL MONDO ISLAMICO, di Pier Francesco Zarcone


Il quadro propagandistico fornito dall’imperialismo Usa
Una certa attenzione va dedicata all’analisi della politica verso il mondo islamico, adottata dagli Stati Uniti e dai loro alleati più succubi, nonché della loro propaganda riprodotta e diffusa dalla quasi totalità degli organi di (dis)informazione.
A suo tempo, fra dichiarazioni della Casa Bianca, saggistica e luoghi comuni sullo scontro di civiltà, pamphlet alla Oriana Fallaci, tuttologi all’offensiva ecc., era parso di capire che a cavallo fra i secoli XX e XXI il posto lasciato vacante dal’Unione Sovietica e dal suo pseudocomunismo come “nemico totale” fosse stato occupato a pieno titolo dall’Islam più estremista, ottuso e sanguinario, attore e fomentatore di terrorismo indiscriminato, arcinemico del concetto medesimo di “diritti umani”, retrograda belva assetata di sangue. Gli autoproclamatisi “padroni del mondo” non facevano altro che ricordarcelo, spesso sfiorando nei propri servitori zelanti il ridicolo propagandistico. Chi non ricorda la campagna di menzogne e depistaggi costruita intorno al nome del defunto Usāma bin Lādin, costantemente accompagnato dall’appellativo di “sceicco del terrore”?
Ovviamente c’era un fondamento per la campagna ideologica contro l’integralismo islamico, ma resta il fatto che, per combattere il suo asserito principale focolaio – l’Afghanistan – siamo stati (dis)informati sulla necessità di occupare quel paese, rovesciare i Talibani che opprimevano le donne (mentre i membri dell’Alleanza del Nord erano presentati come dei femministi garantiti!) e che sarebbero stati addirittura alla fonte dell’attentato dell’11 settembre alle Twin Towers di New York. Ovviamente l’occupazione del territorio afghano veniva presentata come un’operazione di disinfestazione dal virus integralista.
Comunque sia, il quadro era chiaro, come pure per chiunque si interessi alle questioni islamiche era chiaro il ruolo di cellule cancerose allo stato libero svolto alla fine del secolo scorso in Algeria dagli integralisti reduci dalla lotta contro i Sovietici in Afghanistan. Una persona dotata di logica avrebbe potuto pensare che fosse frutto di momentanea avventatezza tattica l’appoggio (notevole in armi e addestramento) dato loro dagli Usa per contenere l’espansionismo sovietico in Asia, e per rifarsi dalla sconfitta.
Se ci si guarda intorno, invece, il quadro dianzi delineato non trova corrispondenza alcuna con la realtà. La prima perplessità – ed è di fondo – nasce dal fatto che chiunque abbia minimamente studiato l’Islam e la storia dei paesi islamici sa benissimo dell’esistenza endogena (come del resto nelle altre due religioni dette “abramiche, o abramite”: Ebraismo e Cristianesimo) di un potenziale e devastante radicalismo religioso; conosce pure quanto grande sia stata la responsabilità storica di tale radicalismo nell’aver causato il blocco culturale dei paesi musulmani, che solo dopo l’occupazione napoleonica dell’Egitto incontreranno direttamente (e traumaticamente) la modernità dell’Europa occidentale; gli è perfettamente noto come dopo la Prima guerra mondiale i progetti e i tentativi autoctoni – cioè non imposti dall’imperialismo europeo - per far superare a quei Paesi il gap in cui si erano trovati da secoli sono stati tutti improntati alla lotta contro il radicalismo religioso e alla formazione di uno Stato laico, da cui sarebbe dovuto derivare anche una certa (spesso cauta) laicizzazione delle società; e infine non gli sfugge quanto elevato sia il grado di fanatismo esistente in dette società, contenibile solo attraverso il consolidamento dello Stato laico le cui realizzazioni sono state però di portata tale da fare aumentare il complesso di inferiorità oggettivamente indotto dall’incontro diretto con l’Occidente. Ed è proprio questo complessi d’inferiorità che i gruppi religiosi intendono sublimare affermando nella loro propaganda la superiorità dell’Islam e l’autosufficienza del Corano, considerato uno strumento valido ancor oggi per riuscire a gestire le complesse problematiche della contemporaneità.
Questo elementare bagaglio teorico sembrerebbe essere, però, non alla portata dei vari esperti e analisti al servizio degli organismi governativi di Washington e delle Agenzie di intelligence. Clome la storia di questi anni ha dimostrato e come ora vedremo.

giovedì 19 maggio 2011

MONDO ARABO IN RIVOLTA XVI, di Pier Francesco Zarcone

GHEDDAFI ALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE - SIRIA “SOCIALISTA”

Preliminarmente, e senza attinenza con quel che segue, una notizia simpatica legata alla morte di Usāma bin Lādin: il 6 maggio si è saputo che un magistrato di Amburgo - Heinz Uthmann - ha denunciato, per violazione dell’articolo del Codice Penale tedesco che sanziona gli atti di approvazione di delitti, la cancelliera Angela Merkel per essersi congratulata con la Casa Bianca a causa della morte di bin Lādin; e nella denuncia ha sottolineato che quelle affermazioni violano la dignità umana e i valori dello Stato di diritto. Viene da pensare a quel contadino prussiano che, litigando col re Federico il Grande per un suo arbitrio, a un certo punto ammonì il sovrano dicendo «ci sarà pure un giudice a Berlino!». Washington invece, con tutta evidenza, ne è carente.

Gheddafi all'Aja
L’uomo della strada, dotato del suo “buon senso” pratico che comunque non sempre opera a 360°, quasi automaticamente vede con soddisfazione giustizialistica il deferimento di Gheddafi, di suo figlio Saif al-Islām e del capo dello spionaggio libico ‘Abdallāh al-Senussi alla Corte Penale Internazionale, magari concludendo che “almeno per qualcuno c´è giustizia a questo mondo”. Purtroppo le cose non sono così semplici, sul piano della coerenza etica e su quello giuridico. Il primo di essi ci fa subito osservare che quando la spinta a quel deferimento proviene dal mondo imperialistico (che ne ha fatte, ne fa e ne farà di cotte e di crude) è un’ulteriore somma manifestazione di ipocrisia propagandistica da parte di chi si ritiene il “Bene” per antonomasia. Ma tant’è! Forti perplessità intervengono sul piano giuridico in quanto qui stiamo parlando del diritto internazionale borghese e non della giustizia rivoluzionaria: il primo ha i suoi formalismi volti a tutelare l’inquisito e a dare trasparenza e linearità all’iter processuale; mentre la seconda punta a difendere le classi oppresse, e in ragione del fine ha una diversa ontologia giuridica e anche il suo aspetto formale è rapportato al fine perseguito. Al di fuori da quest’ultimo ambito i profili riguardanti giurisdizione e competenza sono i primi a essere fondamentali per la correttezza del procedimento. Ciò detto, veniamo alle perplessità, osservando preliminarmente che la Corte Penale Internazionale non va confusa con la Corte Internazionale dell’Aja, che dipende dall’Onu.
Infatti l’organismo che dovrebbe giudicare Gheddafi è nato da un’iniziativa pattizia di alcuni Stati promotori, a cui poi hanno aderito altri paesi. Come per tutti i trattati internazionali il processo di adesione passa per due fasi: la firma e poi la ratifica del parlamento nazionale. Lo Statuto della Corte é entrato in vigore nel 2002 e modificato nel 2010. La Corte è dotata di giurisdizione sovranazionale - accettata dagli Stati aderenti – riguardante individui (non già gli Stati come soggetti) sospettati di essere responsabili di crimini di guerra, genocidio, crimini contro l'umanità, gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra, aggressione. Non si tratta della totalità di siffatti crimini, cioè ovunque e da chiunque compiuti, bensì di quelli commessi sul territorio di uno Stato firmatario e/o da uno o più residenti di uno Stato firmatario, nel caso però che lo Stato teatro dei crimini, o in cui siano residenti gli imputati, non possa o voglia agire in base alle proprie leggi.
Gli Stati aderenti sono più di cento ma – oltre a non farne parte Usa, Cina, Russia, Israele - non ne fa parte nemmeno la Libia! Qui evidentemente c’è qualcosa che non quadra sul piano della correttezza giuridica. Gheddafi ha forse commesso reati di competenza della Corte Penale Internazionale nel territorio di uno Stato firmatario? La domanda si impone poiché, non avendo aderito la Libia agli accordi sulla Corte, i reati commessi da Gheddafi in territorio libico non contano per farne scattare la giurisdizione. In astratto gli sconfinamenti e i cannoneggiamenti in territorio tunisino potrebbero essere presentati come atti di aggressione, ma al riguardo esistono due problemi: da quel che si sa in base ai mass-media le accuse a Gheddafi & C. riguardano la repressione in Libia; e poi c’è il fatto che anche la Tunisia non ha ancora riconosciuto la giurisdizione della Corte Penale Internazionale.
Dobbiamo concludere nel senso di una tragica sceneggiata? Non sarebbe una novità: si consideri che la Prima guerra del Golfo fu effettuata in totale dispregio dello Statuto dell’Onu sugli interventi militari per la tutela della pace; e la Seconda guerra ancor di più.
Alla fine dei conti resta valido il vecchio principio per cui è meglio o giustiziare i nemici sconfitti senza tante formalità o – quando conviene - sottoporli alla giustizia ordinaria del loro paese, piuttosto che impostare pesudoprocessi dalla dubbia o nulla giuridicità, con il rischio poi che qualcuno si impegni a spacciare degli autentici macellai come vittime di ingiustizie processuali.

Ha mai avuto qualcosa di socialista la Siria?
In Italia non manca chi ancora ritiene la Siria del Partito Socialista Bāth (“resurrezione”, in arabo) un paese socialista, e per qualcuno addirittura si tratterebbe di una piccola Cuba (evidentemente mantenendo un’idea positiva sul paese di Castro). Nulla di più sbagliato. Del motto programmatico del Bāth - “Unità araba, libertà socialismo” – sono rimaste solo le parole di una vuota “formula politica” da cui non proviene più alcuna forza legittimante. Vediamone i singoli elementi.
L’unità araba mettiamola da parte, poiché da un pezzo appartiene ai miti del secolo scorso, tant’è che nei fatti ormai risulta del tutto assente. La libertà resta un desiderio dei Siriani, di non facile realizzazione nel quadro del regime baathista e dell’attuale situazione internazionale. Il regime è sostanzialmente a partito unico, con al vertice un Presidente-dittatore; pratica una politica interna poliziesca sostenuta da una rete di servizi di sicurezza i quali – attraverso i collegamenti regionali con i locali segretari del partito e con i comandi di polizia - controllano un paese in cui dal 1963 è in vigore la legge marziale. Una cura particolare è stata conferita allo sviluppo delle forze armate e delle formazioni paramilitari, costituite da personale legato al clan del Presidente. Si va dalla brigata Sarayyat al-Difa‘ā (Brigata di Difesa), creata molti anni fa da Hafiz al-Assad, con 50.000 uomini e migliaia di mezzi blindati e armamenti nel complesso superiori a quelli dell’esercito regolare, fino alla potente Mukhabarat, la polizia segreta.. Come in tutte le dittature essere membri del partito è indispensabile, ma farsi strada al suo interno non è cosa per tutti, dipendendo dalla capacità di elargire le dovute “mazzette” (bakhshish) a chi di dovere; e spesso e volentieri il cittadino-suddito ottiene pagando quel che gli dovrebbe spettare senza spese.
Riguardo al socialismo, infine, è meglio lasciare perdere, giacché fino agli anni ’70, cioè fino all’epoca in cui Hafiz al-Assad salì al potere, si è trattato al massimo di statalizzazioni e dell’instaurazione di una forte centralizzazione del sistema economico, senza però che si sradicasse il capitalismo e che comparisse anche l’ombra di una democrazia del lavoro.

La svolta di Hafiz al-Assad
Nel decennio precedente all’avvento di Hafiz al-Assad, in Siria era stata attuata una politica impostata sulla rigida statalizzazione del settore industriale, sulla pianificazione e sulla riforma agraria, con la conseguente riduzione ai minimi termini della grande borghesia industriale. Si erano però aperti spazi che consentirono alla piccola borghesia artigiana e commerciale di acquisire un ruolo emergente destinato poi a svilupparsi, diventando questo ceto una consistente base di appoggio per il regime, grazie al sostegno di Hafiz al-Assad. Egli inoltre interruppe il processo di riforma agraria, consentendo anche nelle zone rurali la riformazione di una borghesia agraria che protesse burocraticamente mediante l’accesso agevolato al credito, e riservando un trattamento diverso ai contadini beneficiari della riforma agraria i quali, privi dei necessari capitali e meno favoriti nel loro conseguimento, spesso e volentieri hanno dovuto cedere o affittare le terre attribuite loro.
Queste due borghesie – l’urbana e la terriera (in buona parte cristiane e sunnite) - si sono legate alle strutture del regime attraverso un vasto circuito di reti clientelari. Al di là delle parole d’ordine socialiste, l’assetto politico/materiale della Siria è dominato da una cuspide sultanal/patriarcal/dittatoriale incarnata dal Presidente della Repubblica, oggetto di un diffuso culto della personalità, che si avvale di forze armate e apparati repressivi, clientele (personali, di clan, di gruppo religioso, etc.) e centri di corruzione. Lo strumento della pianificazione economica (sancito dalla Costituzione del 1973, che definisce l’economia siriana “socialista pianificata” con l’obiettivo di eliminare in radice ogni forma di sfruttamento) in concreto ha operato più nel senso del rafforzamento del potere e della captazione di consensi sociali, che non come fonte di impulso per lo sviluppo economico.
Morto nel 2000 Hafiz al-Assad, ne ha preso il posto il figlio Bashar che si è trovato a governare uno Stato con un settore pubblico sovradimensionato ma poco efficiente, con un’industria non competitiva, con una massa crescente di cittadini in giovane età e in prospettiva con forti problemi di disoccupazione. A quel punto o si riprendeva la strada abbandonata dal vecchio Assad, o si puntava a un socialismo diverso e più effettivo, oppure ci si orientava verso forme di liberalizzazione dell’economia.

La "liberalizzazione" di Bashar al-Assad
Bashar al-Assad ha scelto la terza soluzione avviando un vasto programma di privatizzazioni, pur mantenendo il sistema economico sotto il controllo statale. A tutt’oggi la maggior parte degli investimenti sono pubblici e nella pianificazione economica un posto di primaria importanza spetta all’agricoltura (che occupa il 30% della popolazione, e copre almeno il 22% del Pil), perseguendo il governo l’obiettivo dell’autosufficienza alimentare. Gli investimenti stranieri hanno riguardato – oltre al settore turistico – l’industria meccanica ed elettrica e poco l’agricoltura. Le delocalizzazioni dall’estero verso la Siria hanno interessato la componentistica elettronica e meccanica, e la casa automobilistica iraniana Saba vi ha anche aperto alcune fabbriche.
Bashar al-Assad è diventato Presidente nel 2000, e già nel 2001 aveva aperto ai privati il sistema bancario – monopolio statale ai tempi del padre – e agli stranieri per quote di capitale non superiori al 49%, ma lasciando allo Stato un controllo statale alquanto stretto (lo Stato ha mantenuto la proprietà di 2 banche, la Banca Commerciale e la Banca Industriale). Comunque è rimasto il deficit di capitalizzazione delle banche siriane con ricadute negative sulle linee di credito, tanto che per molti imprenditori è preferibile rivolgersi alle vicine banche libanesi. Aprire l’economia all’esterno, oltre a consentire investimenti stranieri, implica sempre mettere le proprie merci in concorrenza con quelle estere, cosa non sempre positiva, come nel caso siriano. La Siria, poi, ha un grosso problema in campo energetico: il paese infatti non è un grande produttore di petrolio, e oltre tutto si prevede l’esaurimento delle sue risorse fra una quindicina d’anni. Pur essendo stata una fonte di introiti di rilievo l’esportazione di petrolio, oggi la contrazione nelle vendite all’estero dipende dalle maggiori necessità del mercato interno.
La riduzione di questi introiti ha inciso molto negativamente sul sistema di sussidi sociali che aveva caratterizzato il regime baathista garantendogli ampi margini di appoggio e coesione sociale. Parallelamente, l’apertura dell’economia siriana verso l’esterno e il negativo confronto con i prezzi del mercato internazionale hanno creato una situazione socio-economica critica: di gran lunga ridottasi l’erogazione degli incentivi statali, e aumentati i prezzi interni in modo rilevante, il risultato è che stipendi prima  sufficienti a mantenere una famiglia (la media era di 100 dollari al mese) hanno perso gran parte del precedente potere di acquisto; inoltre in un paese la cui crescita demografica si aggira sul 3% annuo, è aumentata la pressione sul mercato del lavoro mentre la crescita economica negli ultimi anni si è bloccata al contrario del debito estero e oggi almeno il 30% della popolazione vive sotto il livello di povertà (il 50% dei poveri si trova nelle campagne).
L’afflusso di profughi dall’Iraq – molti dei quali ricchi – ha contribuito a fare alzare i prezzi del mercato interno. Il governo cerca di mantenere la politica dei sussidi per i ceti più poveri, ma quanto sopra detto, nonché gli effetti della crisi economica capitalista mondiale, l’aumento della disoccupazione (specie giovanile) e gli elevati livelli di corruzione – spesso con tipicità paramafiose – hanno creato una situazione sociale assai delicata.

Le difficoltà pratiche
Abbandonata ogni opzione socialista, i governanti si sono trovati alle prese con difficoltà di ordine tecnico e dalle implicazioni politico/-sociali il cui superamento appare alquanto arduo. Passare da un assetto impostato su una sorta di capitalismo di Stato e assistenzialista a una politica di liberalizzazione economica vuole dire, inevitabilmente, incidere sui consolidati interessi di ceti sociali da cui il regime trae un appoggio fondamentale. Infatti, gli strumenti repressivi servono appunto per reprimere sommosse e agitazioni, ma a basarsi solo su di essi non si ha nessuna stabilità politica e sociale. E qui Assad deve stare attentissimo, tenuto conto dell’essere espressione di una minoranza egemone (il gruppo religioso alauita) collegata con altre minoranze (cristiani, ismailiti, drusi) e con appoggi parziali (una parte della borghesia) nella maggioranza della popolazione che è sunnita.
Si pensi ad una conseguenza di fondo della politica di maggiore liberalizzazione del sistema economico: Aleppo e Damasco sono tornati a essere i maggiori centri dell'attività economica siriana, incrementando il peso di settori della borghesia sunnita, per cui è tornata a essere periferia economica la zona costiera, maggioritariamente abitata da alauiti, che aveva beneficiato di vasti finanziamenti statali col duplice scopo di rafforzare l’appoggio al regime e di integrare nell’economia siriana quella regione prima sottosviluppata ma di grande importanza geografica. Nell’insieme, oltre a ciò, c’è il fatto che voler incidere quantitativamente e qualitativamente sul settore pubblico – altro bastione del regime, perché pieno di membri e protetti degli Assad, del gruppo alauita e delle altre minoranze religiose al potere, spesso provenienti da ceti sociali poco favoriti – implica riduzioni e riconversioni di forza lavoro con effetti destabilizzanti. Lo stesso dicasi per quanto riguarda la sovraesposizione del debole apparato economico siriano alla competizione esterna.

La favola dell’economia “sociale” di mercato
Al fine di rimediare allo stallo dell’economia siriana, al congresso del Bāth tenutosi a giugno del 2005 quei bravi “socialisti” hanno pensato bene di fare ricorso alla cosiddetta economia “sociale” di mercato ispirandosi a un illustre modello capitalista, quello elaborato dal tedesco Ludwig Erhard per la ricostruzione nel secondo dopoguerra. Si tratta di un modello di mercato libero rispetto al quale il ruolo dello Stato consiste fondamentalmente nel proteggere la concorrenza dalle tendenze monopolistiche e oligopolistiche. L’uso dell’aggettivo “sociale” serve a fare credere che si tratterebbe di un sistema il cui fine non è di favorire solo i ricchi, ma anche di aiutare i ceti “meno favoriti”. In base alle esperienze europee si può parlare di una bella favola che nasconde una truffa.
Ma le parole non sono mai neutre, e in politica il significato apparente serve a nascondere quello effettivo. Così, “economia sociale di mercato” è un’espressione che ha permesso ad al-Assad di abbandonare ogni riferimento sostanziale e formale al socialismo senza tuttavia pronunciare la fatale parola “capitalismo” che fa a cazzotti con la citata disposizione costituzionale. Due anni dopo gli economisti del partito “socialista” Bāth hanno pensato bene di perfezionare la formula scoprendo la partnership fra sfera pubblica e sfera privata (tašārikiyya) accomunandole in un unico settore economico nazionale “armonico”. A prescindere dal carattere illusorio di questo modello, sta di fatto che i baathisti non si sono affatto organizzati per la sua concretizzazione. Ad ogni modo il regime è riuscito nel 2010 a ridurre al 27% il debito pubblico che nel 2003 era al 127%, e per il quinquennio in corso si prevede – agitazioni politiche permettendo – una crescita del 5,5%.

Se la Turchia gioca con i Fratelli Musulmani, la Siria gioca con i Curdi
Nell’attuale subbuglio siriano gli osservatori internazionali più avveduti sono colpiti dal sostanziale silenzio della minoranza curda esistente nel paese, a parte alcune sporadiche manifestazioni di scarsa rilevanza pratica. Eppure questa comunità – sempre guardata con sospetto dalle autorità di Damasco per il fatto di non essere araba e per il pericolo di coltivare velleità separatistiche – in passato aveva dimostrato una buona capacità di mobilitazione nei confronti del regime; ma è pur vero che in questi casi ha pagato più volte il sanguinoso prezzo della repressione. Questo recente atteggiamento ha deluso anche l’opposizione anti-Assad, che per rafforzarsi contava sul contributo dei Curdi forse dandolo per scontato.
Questa ulteriore minoranza nel mosaico siriano è sicuramente di seconda categoria, trovandosi nel territorio di uno Stato che per definizione è “Repubblica Araba Siriana” ed è dominato da un partito dalla forte ideologia nazionalista. Nel 1962 il governo siriano effettuò arbitrariamente, da un giorno all’altro e senza un effettivo criterio logico, la divisione dei Curdi della regione nord-orientale di Jazireh in tre categorie di persone: una parte di essi fu dichiarata siriana a tutti gli effetti; gli esclusi dalla nazionalità vennero divisi in due gruppi ulteriori, gli “stranieri” – iscritti nei registri dello stato civile riservati ai non siriani residenti – e i “dimenticati”, in quanto non iscritti da nessuna parte.
In aprile Bashar al-Assad – dopo aver coccolato questa minoranza fin dal mese di febbraio e avere addirittura inviato personalità del regime alle celebrazioni del nawruz, il capodanno curdo, che negli anni precedenti erano state ostacolate dalle forze di repressione - ha concesso la cittadinanza siriana ai Curdi prima considerati “stranieri”. Tuttavia, molto astutamente, non ha emesso un provvedimento con efficacia immediata: cioè a dire, i beneficiari devono effettuare una serie di pratiche burocratiche presso gli uffici dello stato civile e, ai fini del positivo esito del procedimento amministrativo, è necessario l’avallo... dei servizi di sicurezza. Un ottimo deterrente contro le eventuali velleità di unirsi al variegato fronte dell’opposizione.
Esistono anche altri segnali ad attestare un mutamento (forse temporaneo) della politica di Damasco verso i suoi Curdi, e si tratta dell’autorizzazione al rientro in Siria dall’esilio del dirigente curdo Saleh Muslim Muhāmmad, presidente del Partito dell’Unione Democratica (Pyd), cioè la branca siriana – sottoposta a opportuna cosmesi onomastica – del Pkk di Abdallah Ocalan (si legge Ogialan). Inoltre Saleh Muslim ha tenuto un raduno politico senza alcun ostacolo da prte dei servizi di sicurezza siriani.
L’iniziativa di Damasco ha una valenza specifica, oltre che di politica interna, altresì nei confronti della Turchia: è il segnale rivolto al premier Recep Erdoğan affinché non dia troppo spazio in territorio turco all’opposizione siriana e soprattutto ai Fratelli Musulmani che in Siria sono fuori legge, poiché a sua volte il governo siriano può dare ai Curdi collegati col Pkk uno spazio politico sicuramente non gradito ad Ankara, e quindi fare saltare gli Accordi di Adana, conclusi fra i due paesi nel 1998 per la lotta comune contro le “organizzazioni terroriste”. Questo rappresentare alla Turchia il concetto “se tu giochi col mio nemico, io gioco col tuo” fornisce sicuramente una dimostrazione ulteriore delle ferme intenzioni di al-Assad in ordine all’attuale crisi interna, e pone un interrogativo motivato altresì dal fatto che con la Turchia è sempre consigliabile non scherzare: Bashar al-Assad sta dando prova di debolezza, o al contrario di forza?

E comunque il regime ha i suoi punti di forza
Pur con tutte le sue contraddizioni e problematiche economico/sociali, e con una serie di sommosse in atto, il regime baathista si presenta meglio piazzato dei precedenti regimi di Tunisia ed Egitto, nonché di quello libico. Innanzitutto lo statalismo e l’economia dirigista fanno sì che il paese abbia molti più dipendenti pubblici, e questo vuole dire molta più gente con posto di lavoro fisso e salario garantito; e minore é ancora oggi la massa di disoccupati, cosicché il regime può evitare situazioni come quella di Piazza Tahrir al Cairo, occupata in permanenza da una marea di gente priva, evidentemente, di incombenze lavorative cogenti.
Molto maggiore è anche il grado di coesione della classe dirigente, civile e militare, grazie al cartello delle “minoranze religiose” non sunnite e non musulmane a guida alauita già realizzato da Hafiz al-Assad. Riguardo all’ambito militare, la nutrita presenza di alauiti nelle Forze armate – che è praticamente maggioritaria tra gli ufficiali – fa sì che l’apparato repressivo “tenga”, evitando la possibilità di pericolosi embrassons nous fra militari e manifestanti. Per il suo collaudato sistema repressivo e di difesa il regime dispone di vaste risorse, considerato che per tutta la durata dell’occupazione siriana del Libano per questo apparato non si è speso praticamente nulla, essendo state caricate alla Lega Araba gli oneri di occupazione adeguatamente gonfiati per coprire le spese dell’esercito. L’ulteriore elemento su cui si basa il regime è psicologico: la paura di fare la fine di Libano e Iraq.

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

venerdì 6 maggio 2011

USĀMA BIN LĀDIN: COSA HA RAPPRESENTATO (Mondo arabo in rivolta XIII), di Pier Francesco Zarcone

A seguito di un blitz dai contorni poco chiari Usāma bin Lādin (n. 1957) non è stato assicurato alla “giustizia” imperialistica, ma assassinato dopo la cattura. Personaggio complesso, per comprenderlo bisogna andare ben al di là della clownesca categoria di “sceicco del terrore” in cui i grandi mezzi di informazione “politicamente corretti” l’hanno opportunisticamente confinato, giacché si omette di spiegare per quali motivi politici e culturali Usāma bin Lādin abbia meritato tale appellativo, oltre a quello – di matrice tipicamente yankee – di “male assoluto”: A meno che non si voglia ridurre tutto all’ambito dell’antropologia criminale.

Al posto delle masse e il fine che giustifica i mezzi
Il nostro personaggio rientra nella foltissima schiera storica di quanti a) hanno ritenuto e ritengono che si possa validamente combattere il nemico creando un’organizzazione di avanguardia (se non addirittura clandestina) non legata alle masse oppresse dalla capacità di interpretarne i bisogni e di attivarne le lotte, bensì solo dalle emozioni in esse suscitate mediante azioni clamorose e in nome di un’ideologia dall’avanguardia stessa elaborata dogmaticamente; b) hanno creduto e credono che il fine giustifichi qualsiasi mezzo considerando il nemico in termini quasi subumani, massacrabile a piacimento prescindendo dal sesso e dall’età.
Da sottolineare però che sotto quest’ultimo profilo appartengono alla stessa schiera anche i nemici di bin Lādin, quand’anche non lo si dica apertamente: infatti - per limitarci a un solo esempio - se l’attacco alle Torri Gemelle è stato un crimine contro l’umanità, lo stesso dovrebbe dirsi per il bombardamento statunitense sui quartieri popolari di Panama quando venne catturato Noriega. Ma quando il crimine è made in Usa, si glissa. Comunque bin Lādin ha combattuto la bestia imperialistica con metodi degni di essa, e i suoi non hanno rispettato nemmeno le vite degli stessi musulmani.
Resta il fatto che inquadrare Usāma bin Lādin in un’ottica etico/criminologica è riduttivo, parziale e non fa cogliere il posto che gli spetta nel quadro della storia del mondo islamico. Lo stesso dicasi per l’ottica del combattente per una causa sbagliata e/o nemica. Sarebbe meglio, invece, visualizzare il personaggio da tre punti di vista: esistenziale, di collegamento con la politica statunitense quando ancora esisteva l’Unione Sovietica, di inserimento nell’Islām contemporaneo.

Visualizzarlo da tre punti di vista
Esistenzialmente bin Lādin è una figura di rispetto: figlio di un autentico multimiliardiario, appena ventiduenne in nome di una causa ideale lascia una vita di agi e va a combattere in Afghanistan contro i Sovietici e il regime di Kabul; dopo la vittoria continua la lotta contro gli Stati Uniti visto come nemico dell’Islām, usa le proprie ricchezze per condurre questa lotta, conduce un’esistenza da braccato senza godere quasi nulla della vita intesa in senso materiale. Come si suol dire, era uno “che ci credeva” e al suo credo ha dedicato e sacrificato tutto, e tutti. Non capita tutti i giorni. Ma è stato anche un personaggio ambiguo nei mezzi usati; poiché parte della sua ricchezza derivava anche da proficui affari conclusi dalla sua famiglia con la famigerata famiglia Bush; ma, si sa, per gli uomini di mondo pecunia non olet (il denaro non puzza).
Dal secondo punto di vista Usāma è stato il frutto diretto della politica estera degli Usa contro i Sovietici, facendo parte di un moderno integralismo islamico alla cui riemersione gli Stati Uniti hanno potentemente operato (grazie anche al governo saudita) con finanziamenti e appoggi di vario tipo, per fare dell’Afghanistan il Viet-Nam dell’Urss ma anche per finire di tagliare l’erba sotto i piedi agli ultimi movimenti arabi laici (così come la nascita di Hamas fu favorita da Israele contro al-Fatāh).
Passiamo ora al terzo e più importante aspetto, partendo dalla seconda “guerra santa” di bin Lādin, dopo la sconfitta sovietica in Afghanistan: la guerra santa contro l’imperialismo occidentale da lui visto come causa di ogni male e di ogni oppressione. In questa lotta – metodi a parte – egli si è schierato su un fronte ben diverso dal nostro, non denunciando il ruolo delle strutture economico/sociali (nello stesso mondo arabo e fuori di esso) e additando la soluzione di tutti i problemi nell’Islām salafita - quindi assolutizzando e adeguandosi a quella che in fondo è una versione/invenzione ideologica moderna e storicamente infondata. In questo Usāma è stato figlio del suo tempo.

La presunta innovazione salafita
Teniamo presente che nell’incontro-scontro fra modernità occidentale e mondo musulmano (iniziato con la conquista napoleonica dell’Egitto) ci sono state due fasi, entrambe all’insegna della frustrazione. Nella prima ha prevalso la spinta imitativa, da cui l’epoca delle riforme modernizzanti e di tipo “laico” (soprattutto in Tunisia, Egitto, Turchia, Siria e Libano): una strada al termine della quale virtualmente non sarebbe stato impossibile collocare riforme socio/economiche socialiste. Questa stagione storica è finita sotto le spinte congiunte degli assi imperialismo/borghesie locali (in abito civile o in uniforme) e imperialismo/sionismo-Israele. Il suo fallimento è andato a vantaggio del tradizionalismo religioso e da qui dell’innovazione detta salafita (poiché pretende di rifarsi ai primi seguaci del Profeta). In realtà si tratta di un’interpretazione coranica di comodo che oltrepassa secoli e secoli di civiltà islamica imponendo sul pensiero umano e sulle dinamiche sociali un ferreo rigorismo legalistico e ritualistico (da cui la visione di un enorme controllo su ogni aspetto della vita sociale) ma senza alcun effettivo progetto alternativo al capitalismo (nemmeno sul piano demagogico o propagandistico).
Tutto ciò corrispondeva forse ai bisogni spirituali e alle fantasie di bin Lādin e di altri come lui, ma non già alle necessità delle masse arabe e islamiche, per quanto la rumorosità del radicalismo islamico e la risonanza mediatica ricevuta in Occidente l’abbia fatto apparire come rappresentativo della protesta del mondo musulmano. Non deve quindi sorprendere che due regimi dittatoriali arabi siano crollati sotto la spinta delle masse, che altri siano sotto tiro e in Libia ci sia stato un embrione di guerra civile senza che sia risuonata una sola parola d’ordine mobilitatrice di natura islamica. Forse sta proprio nella “primavera araba” la grande sconfitta della battaglia di bin Lādin.

Effetti collaterali di una morte annunciata
Che la sua uccisione sia da considerare una grande vittoria imperialistica è dubbio, e anzi per il modo in cui è stata condotta potrebbe accrescere – e non solo in senso integralistico – l’ostilità antioccidentale: Usāma bin Lādin, infatti, ha pagato con la vita la sua sfida all’impero statunitense, a quello che per lui (e non solo) era l’impero “del male”, senza nemmeno la finzione di un processo, certamente pericoloso per gli Stati Uniti. Per assassinarlo i pretoriani dell’impero hanno arrogantemente violato la sovranità di uno Stato indipendente e alleato. E la sua morte non segnerà l’inizio di un vero disimpegno statunitense nelle aree strategiche musulmane occupate con la scusa del terrorismo di al-Qaida. Se e quando gli Usa ritireranno le truppe dall’Afghanistan dipenderà dalla sconfitta militare e politica in cui sono incorsi indipendentemente da bin Lādin.
E da come andranno le cose in quel paese si capirà se Washington deve pagare un prezzo politico al Pakistan per il colpo di mano ad Abbottabad; cioè se l’Afghanistan del dopo-Kharzai tornerà a essere un feudo dei servizi segreti pakistani. In questo caso saranno interessanti le reazioni di Iran e India, entrambi – sia pure per motivi diversi – ostili allo scenario che ne deriverebbe.
Usāma bin Lādin è stato ucciso, ma resta la situazione contro cui aveva creduto di poter combattere efficacemente; e restano i problemi sociali che la sua assolutizzante visione islamocentrica non gli aveva fatto vedere nella loro complessità e nelle loro cause strutturali. Pur non facendo parte del nostro “album di famiglia”, e anzi essendo in definitiva un nemico politico e culturale la cui vittoria avremmo visto in termini totalmente negativi, tuttavia con umana pietas può essere salutato per l’ultima volta non già il jihadista, ma l’uomo che ha dedicato la vita a combattere il nemico imperialista, a modo suo e per fini non condivisibili, ma in buona fede. Si spera che quanto prima altri riprendano la lotta contro l’Arcinemico imperialista, stavolta per finalità di vera liberazione sociale ed economica.

P.S. Il lettore avrà notato che non abbiamo preso minimamente in considerazione i molti dietrologi e complottisti (anche italiani molto noti) che per anni ci hanno spiegato che bin Lādin non esisteva, che era morto, che era un agente della Cia, che gli Usa si distruggono i grattacieli da soli e altre stupidità di questo genere. Costoro dovrebbero solo chiedere scusa ai loro lettori dopo quanto è avvenuto ad Abbottabad. Ma non credo che lo faranno, per via del disagio mentale che sta dietro a questo tipo di paranoie. Anzi, visto che il cadavere non è stato mostrato al mondo, non esiteranno a rilanciare ora il proprio armamentario complottistico in attesa che ci si dimentichi di quanto hanno scritto per anni e che emerga dalle nebbie il sostituto o il fantasma dello “sceicco del terrore”.

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RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.