L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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giovedì 15 febbraio 2018

L’ATTACCO TURCO AI CURDI DI SIRIA, di Pier Francesco Zarcone

Miliziani curdi del Ypg festeggiano la liberazione di Raqqa, 17 ottobre 2017 © Erik De Castro
Si tratta di un’iniziativa militare e politica appartenente alla categoria del quod erat demonstrandum. Imputarla a Recep Tayyip Erdoğan in quanto tale sarebbe senza senso, perché chiunque si fosse trovato alla presidenza della Turchia avrebbe fatto lo stesso (non si dimentichi quanto celermente, in termini militari, agì a Cipro il primo ministro turco, il laico Bülent Ecevit, dopo il colpo di stato fascista contro Makarios negli anni ‘70), e con la medesima disinvoltura. Solo un pazzo avrebbe potuto pensare che si sarebbero limitate al campo diplomatico le conseguenze della decisione statunitense di rafforzare le milizie curde nella Siria settentrionale e addirittura di affidare loro il controllo del confine turco-siriano, tanto più essendo collegate col Pkk di Turchia. La mossa degli Usa è stata per la Turchia l’equivalente della virtuale apertura di un secondo fronte coi Curdi. Di qui l’avvio di un’operazione militare cinicamente - o ironicamente - denominata «Ramo d’ulivo».

L’IRRISOLVIBILE PROBLEMA CURDO

Ritorna in primo piano il problema curdo, nato dalla spartizione dell’Impero ottomano dopo la Prima guerra mondiale, secondo i voleri di Gran Bretagna e Francia, e dalla vittoria in Anatolia dei nazionalisti turchi di Mustafa Kemal Atatürk. Di conseguenza, i Curdi si trovarono - da sudditi ottomani quali erano (esclusi quelli della Persia) - cittadini poco o per niente amati di Iraq, Siria e ovviamente Turchia. L’illusione di un non meglio precisato Kurdistan autonomo o independente, accolto dagli Alleati nel trattato di Sèvres, si dissolse rapidamente a motivo del nuovo assetto dell’area dovuto alle imprese di Atatürk. Tanto la Turchia quanto i nuovi Stati di lingua araba costruiti a tavolino avevano e hanno problemi di omogeneità e solidità di vario ordine e grado, ma tali da sconsigliare aperture alle rivendicazioni curde. Si tratta di un mero dato di fatto. Così i vari governi interessati dalla questione curda, oltre a mettere in atto una politica interna ostile, si sono collocati in una fascia di oscillazione che va dalla strumentalizzazione contingente dei Curdi di casa d’altri al blocco interstatuale, quando certe pretese puntano a oltrepassare una determinata e proibita linea rossa; come è accaduto nel caso recente del referendum indipendentista del Kurdistan iracheno: sulla linea rossa antistante l’indipendenza si sono schierate compatte Baghdad, Teheran e Ankara. Va sottolineato che le circostanze storiche cui si deve la formazione dell’autonomia curda in Iraq siano rimaste del tutto eccezionali.
In un Vicino Oriente dove ciascuna entità pensa cinicamente solo ai propri interessi, i Curdi non sono stati da meno, ma con risultati per loro devastanti in quanto oggettivamente privi della possibilità di effettuare il gioco degli opportunismi a proprio vantaggio: il tutto si è risolto nello scegliere di volta in volta il partner straniero ritenuto più idoneo - un domani però - a favorirne l’indipendenza. E ogni volta il fallimento è dietro l’angolo. In buona sostanza si tratta del classico modo di agire cui si deve se il Vicino Oriente è diventato quel che è. Basti ricordare la rivolta di Mustafa Barzani contro il governo di Saddam Husayn negli anni ‘70. In base alla garanzia statunitense di appoggio iraniano in armi e rifornimenti, i Curdi iracheni si ribellarono: alle prime difficoltà non solo lo Shāh rifiutò l’intervento diretto in loro favore, ma quello stesso Henry Kissinger - che inizialmente aveva fornito ai Curdi la predetta garanzia - patrocinò un accordo fra Teheran e Baghdad a seguito del quale lo Shāh cessava ogni aiuto agli uomini di Barzani in cambio della cessione di alcune porzioni territoriali dall’Iraq all’Iran. Si potrebbe aggiungere che nel 2006 gli interessi momentanei fecero sì che Washington fornisse ad Ankara servizi logistici nella lotta contro i ribelli del Pkk. E oggi i Curdi di Siria si sono messi incoscientemente al servizio degli interessi statunitensi nell’area illudendosi di fare anche i propri, col risultato di rimanere soli allo scatenarsi della tempesta.

I CURDI

I Curdi di Siria, con l’illusione di creare una loro zona nel Rojava, hanno suscitato acritiche solidarietà in una parte dell’opinione pubblica occidentale, soprattutto quella di sinistra, a prescindere dai loro problematici e conflittuali rapporti con la locale popolazione araba e turcomanna; a questo si aggiunga (per quello che conta in sé, ma per una certa sinistra conterebbe) il giudizio negativo su di essi da parte dei ribelli siriani, che imputano loro di essersi di fatto alleati col governo di Damasco in cambio (?) dell’autonomia del Rojava. L’interrogativo è d’obbligo perché il Rojava - cioè i cantoni di Afrin, Jazira e Kobane - copre il 25% del territorio siriano. Nella loro azione iniziata nel 2016 le milizie curde hanno liberato dai jihadisti anche città a maggioranza araba, senza però consegnarle né al governo di Damasco né ai ribelli anti-Assad, bensì inserendole sotto il loro governo del Rojava. Poi i Curdi hanno chiuso la Castello Road, vale a dire la principale strada di accesso ad Aleppo, contribuendo in modo importante alla totale riconquista della città da parte dell’esercito governativo siriano. Per esigenze propagandistiche nella guerra all’Isis, àuspici gli Stati Uniti, le milizie curde sono diventate - integrando un pugno di combattenti arabi - le Syrian Defense Forces (Sdf), senza tuttavia che ciò ne alterasse il carattere essenzialmente curdo.
L’acriticità occidentale sui Curdi in genere - oltre a tacerne l’entusiastico e non rinnegato ruolo svolto nel genocidio armeno («cose vecchie», direbbe qualcuno) - non considera la loro prolungata e ininterrotta tradizione di feroce e sanguinosa conflittualità interna, né riporta l’alto grado di brutale autoritarismo, corruzione e inefficienza del governo del Kurdistan iracheno, ad opera di entrambi i clan dominanti dei Barzani e dei Talabani. Non è infrequente che si esalti il carattere rivoluzionario delle milizie curde dalla Turchia alla Siria e fino all’Iraq, sottacendo però che i Curdi che le costituiscono si limitano (come tutti gli altri, del resto) a chiedere diritti per se stessi, infischiandosene alla grande di quelli degli altri.
L’attuale affidamento dei Curdi di Siria all’abbraccio mortifero degli Stati Uniti è stato tale da far loro rifiutare l’appoggio russo-siriano offerto all’approssimarsi della crisi di frontiera; appoggio riconducibile all’intenzione russa di coinvolgere i Curdi nei colloqui di Astana e all’apertura di Assad - forse obtorto collo - verso una contrattata autonomia del Rojava. L’appoggio di Damasco avrebbe potuto consistere nello schierare proprie truppe nella zona in questione come deterrente, cioè mettendo Ankara di fronte all’alternativa: non agire militarmente oppure farlo, ma attaccando un alleato della Russia, cosa al momento irrealistica.
A questo punto è entrato in scena il tragicomico: il segretario generale della Nato (di cui tutto può dirsi, tranne che non sia una marionetta degli Stati Uniti), pontificando sul diritto di difesa della Turchia, ha tuttavia chiesto il rispetto per la misura, cosa che alcuni hanno interpretato come un «bombardate sì, ma con moderazione!». Dal canto loro, i Curdi ci hanno ripensato di nuovo, invitando Damasco nientemeno che alla difesa della propria sovranità territoriale contro la mini-invasione turca. Troppo tardi; a questo punto infatti, con i Turchi entrati in azione, la reazione armata siriana avrebbe avuto il senso dell’attacco alla Turchia, con conseguenze devastanti per Assad, il cui esercito non sarebbe in grado di farvi fronte.

IRAN, SIRIA E RUSSIA

Al di là delle prese di posizione ufficiali - e delle proteste di prammatica - al momento né Damasco né i suoi alleati si sono agitati più di tanto. Cominciamo con l’Iran. Non vi è dubbio sulla condivisione delle preoccupazioni turche da parte di Teheran, e non solo in ragione della presenza di una zona curda all’interno dei suoi confini. Infatti la strumentalizzazione dei Curdi ad opera di Washington si inserisce nella nota strategia contro l’Iran: di conseguenza il deteriorarsi delle relazioni fra Ankara e Washington è utilissimo per il suo contenimento, e se poi il deterioramento sfociasse in crisi vera e propria sarebbe ancora meglio. Oltretutto, se i Turchi riuscissero a cacciare i Curdi oltre l’Eufrate, la stessa presenza degli Stati Uniti in Siria, in prospettiva, potrebbe soffrirne.
Riguardo alla Siria, molto è cambiato rispetto al periodo in cui Damasco era collaborativa con i Curdi, come quando il leader del Pkk, Abdullah Öcalan, fu ospitato nel Paese per ben quindici anni. Ora infatti ad Assad è chiaro (al pari che all’Iran) che se prima del conflitto siriano conveniva appoggiare il Pkk, ora le cose stanno diversamente, col rischio che il braccio siriano di quell’organizzazione vi crei un proprio territorio autonomo o semi-indipendente. Resta aperto il rischio che la Turchia - al di là delle rassicurazioni ufficiali - abbia mire territoriali sulla Siria. Per cui al momento Damasco non fa il tifo per nessuno e, tutto sommato, nemmeno per i Curdi. Si deve tener presente una questione importante: dove si sono installati, i Curdi la fanno da padroni. Le richieste di Assad affinché il controllo della sicurezza e l’amministrazione finanziaria fossero consegnati a propri funzionari, in modo da evitare l’attacco, sono state disattese: i cittadini siriani entrano nel territorio sotto controllo dietro permesso delle cosiddette Unità di Protezione Popolare (Ypg) curde; l’amministrazione curda riscuote tasse, trattiene i proventi delle vendite petrolifere e acquista terreni da arabi siriani. Quand’anche senza particolare piacere, per Damasco è chiaro che l’attacco turco ha un effetto duplice e non disprezzabile: contro i Curdi e contro gli Stati Uniti. E, cosa importante, il prolungarsi dell’operazione «Ramo d’ulivo» aumenterà il tempo a disposizione dell’esercito di Assad nell’attacco a Idlib, città su cui Ankara potrebbe avere delle mire.
Per la Russia, il problema curdo-siriano è qualcosa di parzialmente utilizzabile: ma se qualcuno lo eliminasse? Ancora meglio. Infatti l’operazione militare di Ankara è avvenuta senza l’opposizione russa, e questo conferma altresì che Mosca ha finito col ritenere questa novità nella crisi siriana utile contro i progetti statunitensi nel nord della Siria.

lunedì 22 gennaio 2018

TRUMP’S KURDISH MILITIA IN SYRIA, by Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Inglese, Italiano)
IN TWO LANGUAGES (English, Italian)

Turkish offensive in the Syrian district of Afrin © Syria Live Map
The US decision to train about 30,000 men of a Kurdish militia on the Turkish-Syrian border was considered a reckless initiative with catastrophic consequences – and that immediately turned out to be the case –, but, paradoxically, it is also understandable in the global Syrian situation. Let us leave aside the issue of violation of the sovereignty of the Syrian state, given that the United States makes and undoes international law as it pleases and the media present this as if it were normal.
The reasons for judging this move as reckless can be easily identified. The lesser of these lies in the notorious unreliability of Kurdish political-military organisations, accompanied by bungling opportunism and yet constantly exploited and betrayed by their allies of the moment.
Given that the initiative in question means strengthening the Kurdish presence in northern Syria – that is below the Turkish border –, it was also obvious that the Ankara government would never have let pass such a precedent in favour of an armed nucleus which it considers affiliated to the PKK in Turkey.
If we want to be really realistic, even at the cost of seeming brutal, it is now clearly established that exclusively in the presence of particular historical conditions – as happened in Iraq – it is possible for a Kurdish population to achieve forms of autonomy within the State in which it resides. But independence is not going to happen: this was seen with the miserable end of the Kurdish-Iraqi independence referendum, which was completely disregarded by the immediate blocking position implemented by the governments of Baghdad, Ankara and Tehran.
It was not therefore difficult to predict that for the Syrian Kurds a positive response to US pandering would have exposed them to Turkish reaction. And it does not seem that Washington is helping them, just as it remained silent when the Iraqi Kurdistan independence referendum provoked the aforementioned reactions.
A further example of recklessness (and harmful conduct for the Kurds), if indeed the United States thought of strengthening Kurdish autonomy in northern Syria, concerns the fact that – even apart from the inevitable Turkish reaction – the hostility of Damascus, Ankara and Baghdad in the face of this initiative imposed by Washington would have once again led to a military and economic block on the area in question, which could not have survived for long.
Moreover – and not unimportantly – it should be noted that once again the United States has prepared a beautiful gift for Russian foreign policy. Turkey may well be a NATO ally, but it has long taken care of its own political and economic interests.
The choice of favouring a phantom Syrian Free Army had proved a failure, due to the military and political inconsistency of this opposition – moreover “pseudo-moderate” –, rapidly overwhelmed by jihadists of various tendencies and finally by ISIS; and also the legitimation of al-Nusra (affiliated to al-Qaeda!) has come to nothing, with its militias having been badly bruised by the action of Assad’s army and the shots of ISIS.
Perhaps Ankara would have turned a blind eye to the mere US project of using the Syrian areas controlled by the Kurds as a starting point for further actions in Syria and Iraq, but militarily reinforcing this enclave also means creating a base of support for Kurdish separatists in Turkey – and under a US umbrella.
Meanwhile, it is reported that during a telephone call with his Turkish counterpart, Hulusi Akar, the Chief of Staff of the Iranian Armed Forces, Major-General Mohammad Hossein Bagheri, asked for guarantees on Syrian territorial integrity and safeguarding of the peace talks in Astana.
That Damascus should protest the Turkish action is more than natural, but it is highly probable that Assad and Putin will remain watching the course of events: after all, Erdoğan also works for them. Not only does the deterioration in relations between Ankara and Washington go down well in Damascus and Moscow, but above all, if Turkey were to crush Syrian Kurdish militias, the consequence would be the need for the United States to withdraw physically from Syria.
Tehran would also gloat, because in this case the US-Israeli plan against Iran would be greatly weakened. Once again, we will see, but if Turkey were able to deliver heavy blows to Washington’s Kurdish allies in Syria, Trump & Co. would receive a hard blow to their image. Meanwhile, Ankara quietly continues to cooperate with Moscow in the preparation of the Congress for the Syrian National Dialogue (between government and opposition representatives), expected in Sochi between January 29 and 30.
We are facing an initiative that is both desperate and understandable at the same time. In fact, in the situation brought about by decided and decisive Russian intervention, all that now remains for the United States is to “stick to the Kurds”, if it wants to maintain a physical presence in Syria.
The choice of favouring a phantom Syrian Free Army had proved a failure, due to the military and political inconsistency of this opposition – moreover “pseudo-moderate” – rapidly overwhelmed by jihadists of various tendencies and finally by ISIS; and also the legitimation of al-Nusra (affiliated to al-Qaeda!) has come to nothing, with its militias having been badly bruised by the action of Assad’s army and the shots of ISIS.
Abstractly speaking, the convergence towards the Kurds could have been a usable card, undoubtedly dangerous, but not without some utility if played wisely, that is to say without overdoing it. This is not how it turned out and, once again, the United States has behaved as if only it existed in the world.

LA MILIZIA CURDA DI TRUMP IN SIRIA, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

Offensiva turca nel distretto siriano di Afrin © Syria Live Map
La decisione statunitense di addestrare specificamente circa 30.000 uomini di una milizia curda alla frontiera turco-siriana era considerabile un’iniziativa avventata e dalle conseguenze catastrofiche - e tale si è subito rivelata - ma, paradossalmente, è anche comprensibile nella globale situazione siriana. Lasciamo stare i profili di violazione della sovranità dello Stato siriano, giacché gli Usa fanno e disfanno il diritto internazionale a loro piacimento e i media presentano ciò come se fosse normale.
I motivi del giudizio di avventatezza sono facilmente individuabili. Il minore di essi sta nella notoria inaffidabilità delle organizzazioni politico-militari curde, accompagnata da un opportunismo pasticcione e tuttavia di continuo strumentalizzato e tradito dai loro alleati del momento.
Dato che l’iniziativa in questione significa il rafforzamento della presenza curda nel nord siriano - cioè sotto il confine turco - era peraltro ovvio che il governo di Ankara non avrebbe mai lasciato correre un tale precedente in favore di un nucleo armato che considera affiliato al Pkk di Turchia.
Se si vuol essere davvero realisti, anche a costo di sembrare brutali, è ormai assodato che esclusivamente in presenza di particolari condizioni storiche - come è accaduto in Iraq - risulta possibile per una popolazione curda conseguire forme di autonomia all’interno dello Stato in cui risiede. Ma di indipendenza non se ne parla: lo si è visto con la misera fine del referendum indipendentista curdo-iracheno messo in non cale dall’immediata posizione di blocco attuata dai governi di Baghdad, Ankara e Teheran.
Non era quindi difficile prevedere che per i Curdi di Siria una risposta positiva alle lusinghe statunitensi li avrebbe esposti alla reazione turca. E non pare che Washington li stia aiutando, così come rimase silente quando il referendum indipendentista del Kurdistan iracheno provocò le suddette reazioni.
L’ulteriore profilo di avventatezza (e di lesionismo per i Curdi), se davvero negli Usa si pensava di rafforzare l’autonomia curda nella Siria settentrionale, riguarda il fatto che - anche a prescindere dall’inevitabile reazione turca - l’ostilità di Damasco, Ankara e Baghdad di fronte a questa iniziativa imposta da Washington avrebbe portato ancora una volta al blocco militare-economico dell’area in questione, che non avrebbe potuto sopravvivere a lungo.
Inoltre - e non meno importante - c’è da notare che ancora una volta gli Stati Uniti hanno confezionato un bel regalo per la politica estera russa. La Turchia sarà pure un alleato nella Nato, ma non da ieri cura in proprio i suoi interessi politici ed economici.
Di specifico oggi c’è il fatto che la reazione militare turca costituisce una vera e propria sfida agli Usa, che attualmente hanno cinque basi militari nella zona controllata dai Curdi siriani (alla faccia del governo di Damasco!), tanto più che Washington aveva sollecitato il governo turco a non intervenire in armi contro le milizie curde.
Forse Ankara avrebbe chiuso un occhio sul mero progetto statunitense di utilizzare le zone siriane controllate dai Curdi come punto di partenza per ulteriori azioni in Siria e Iraq, ma rafforzare militarmente questa enclave significa anche creare una base di appoggio per i separatisti curdi in Turchia - e sotto ombrello statunitense.
Nel frattempo si registra che nel corso di una telefonata col suo omologo turco, Hulusi Akar, il capo di Stato maggiore delle Forze armate iraniane, il maggior-generale Mohammad Hossein Bagheri, ha chiesto garanzie circa l’integrità territoriale siriana e la salvaguardia dei negoziati di pace di Astana.
Che Damasco protesti per l’azione turca è più che naturale, ma è molto probabile che Assad e Putin resteranno a guardare il corso degli eventi: in fin dei conti, Erdoğan lavora anche per loro. Non solo il deterioramento dei rapporti Ankara-Washington va benissimo a Damasco e Mosca, ma soprattutto, se la Turchia schiacciasse le milizie curde siriane, la conseguenza sarebbe la necessità per gli Stati Uniti di ritirarsi fisicamente dalla Siria.
Anche Teheran gongolerebbe, poiché in quest’eventualità il piano statunitense-israeliano contro l’Iran si indebolirebbe di molto. Ancora una volta, staremo a vedere, ma se la Turchia riuscisse a sferrare colpi pesanti agli alleati curdi di Washington in Siria, Trump & Co. riceverebbero un duro colpo d’immagine. Intanto Ankara continua tranquillamente a cooperare con Mosca nella preparazione del Congresso per il Dialogo Nazionale Siriano (fra rappresentanti governativi e dell’opposizione), previsto a Sochi tra il 29 e il 30 gennaio.
Ci troviamo di fronte a un’iniziativa disperata e comprensibile allo stesso tempo. Infatti, nella situazione determinata dal deciso e decisivo intervento russo, ormai agli Stati Uniti non rimane che “attaccarsi ai Curdi” pur di mantenere una presenza física in Siria.
La scelta di privilegiare un fantomatico Esercito Libero Siriano si era rivelata fallimentare, a motivo dell’inconsistenza militare e politica di quest’opposizione - perdipiù “pseudomoderata” - rapidamente travolta dai jihadisti di varia tendenza e infine dall’Isis; e anche lo sdoganamento di al-Nusra (affiliata ad al-Qaida!) non ha portato a nulla, con le sue milizie conciate male dall’azione dell’esercito di Assad e dai colpi dell’Isis.
In astratto la convergenza verso i Curdi sarebbe potuta essere una carta utilizzabile, senza dubbio pericolosa, ma non priva di qualche utilità se giocata con accortezza, vale a dire senza strafare. Così non è stato, e ancora una volta gli Stati Uniti si sono comportati come se al mondo esistessero solo loro.

domenica 22 ottobre 2017

VICINO ORIENTE SENZA PACE, di Pier Francesco Zarcone

«Quando si chiude una porta si apre un portone»: questo proverbio vale anche per il Vicino Oriente, solo che spesso e volentieri il portone è negativo come la porta, se non peggio. Così, sostanzialmente sconfitto l’Isis - per ora - sui campi di battaglia (specificazione da sottolineare), si è subito aperta (o riaperta) - e nel peggiore dei modi - la questione curda. I punti focali sono il Kurdistan iracheno e la città siriana di Raqqa. L’utile premessa è che, mentre in Occidente i Curdi godono di ottima stampa, nel Vicino Oriente invece non ne godono alcuna, anzi! Verso di loro ostilità e diffidenza sono al massimo grado: farebbe ottimi affari un ipotetico bookmaker che volesse raccogliere scommesse sul fatto che le indipendenze regionali curde, o la creazione di uno Stato curdo unitario, aprirebbe la via a un massiccio scannamento fra le attuali fazioni curde, cosa peraltro in linea con la loro storia.
Nel Kurdistan iracheno il referendum indipendentista voluto e vinto da Masʿūd Barzani ha dato il via all’offensiva del governo di Baghdad per la ripresa di Kirkuk e dei suoi pozzi petroliferi, che milizie curde avevano occupato in funzione anti-Isis dopo il 2014 (chi in loco pensa male sostiene invece che ciò sia avvenuto con la connivenza dell’Isis). Gli organi di “informazione” occidentali non hanno dato importanza al fatto che le forze irachene che hanno rioccupato Kirkuk e dintorni sono state accolte da manifestazioni popolari di giubilo: in pratica come liberatrici.
Il referendum di Barzani ha rivelato una spaccatura politica di non piccola importanza all’interno del Kurdistan iracheno. Il partito Gorran - «Cambiamento» - di ʿUmar Said Ali si era opposto alla consultazione independentista: si tratta di un gruppo che nel Parlamento regionale curdo dispone di quasi un quarto dei seggi (24), cioè più dell’Upk [Unione Patriottica del Kurdistan] del clan dei Talabani (18) - tradizionale avversario di quello dei Barzani - e un po’ meno del partito di Barzani (38); infatti il Gorran vuole l’autonomia curda nell’ambito dell’unità irachena.
Qualcuno si è meravigliato per la caduta di questa città in mani irachene praticamente senza combattimenti, ma forse non sa che l’Upk aveva il controllo di circa metà del totale dei Peshmerga, i quali erano in maggioranza proprio a Kirkuk; e ora il nuovo governatore della zona è Rizgar Ali, dirigente dell’Upk. Ora ci sarà da vedere se le truppe di Baghdad procederanno o no contro il Kurdistan iracheno, e queste truppe sono per lo più milizie sciite che rispondono ai loro capi in Iraq e all’Iran, che nella lotta ai Curdi sta operando alla luce del sole. Il timore della loro “mano pesante” è alla base della fuga in massa della popolazione curda da Kirkuk (dove peraltro non era maggioritaria).
L’offensiva irachena su Kirkuk è stata accompagnata da un brutto segnale politico per i Curdi: gli Stati Uniti, che li avevano coccolati e illusi, si sono affrettati a mostrarsi neutrali nella contesa con Baghdad.
L’ombra di questa “disinvoltura” potrebbe proiettarsi anche sui Curdi siriani. Essi hanno espugnato Raqqa, o meglio, le sue macerie, giacché (altro particolare su cui in Occidente si tace) non riuscendo a superare la resistenza dell’Isis le milizie curde hanno chiesto aiuto all’aviazione statunitense, che come d’uso ha saturato di bombe la città. Di qui verranno ulteriori guai, non riducibili ai soli miliziani del “califfato” riusciti a fuggire e che inevitabilmente ritroveremo in azione nei paesi di provenienza.

giovedì 8 giugno 2017

DOHA, ANKARA, RIYAD, TEHERAN: LA CRISI SI FA INTRICATA, di Pier Francesco Zarcone

Oggi più che mai nel Vicino Oriente il già variabile gioco delle alleanze risponde alle contingenze del momento, con giri di valzer improvvisi mediante cui “verso sera” ci si trova sullo stesso fronte di chi “fino alla mattina” era nemico. Ne deriva una confusione pericolosa anche per i disinvolti attori locali, che rischiano di perdere l’orientamento e di indebolirsi sul piano interno, poiché lì nessuno di loro è privo di grossi problemi.

DOHA E ANKARA

Due notizie riguardo alla crisi qatariota sono importanti, in quanto ne attestano la potenziale pericolosità. La prima è che il Qatar ha mobilitato le sue Forze armate: in sé la cosa sarebbe risibile poiché si tratta di truppe essenzialmente mercenarie, come mostrano le foto delle sfilate militari in cui abbondano i soldati di pelle nera, e quindi tutt’altro che arabi. Inoltre un comunicato ufficiale del Qatar mostra la “faccia feroce” annunciando che navi e aerei dei Sauditi o di loro alleati che violassero cieli e acque qatarioti sarebbero colpiti. Vero è che l’esercito saudita (in Yemen lo sta dimostrando) è da barzelletta, tuttavia è sempre meglio star sicuri; e qui interviene la seconda notizia, meno comica della prima: il Parlamento turco ha approvato uno schieramento di truppe - fino a 3.000 uomini - in Qatar.
In quel paese la Turchia, a seguito di un accordo del 2014, ha cominciato la costruzione di una base militare capace di ospitare fino a 5.000 soldati. Oggi ce ne sono 150. L’iniziativa di Ankara fa alzare potenzialmente il livello di un possibile scontro e attesta che la Fratellanza Musulmana (appoggiata dal Qatar) può contare ancora sull’alleanza con la Turchia di Erdoğan. Si tenga presente, infine, che fra Turchia e Qatar esiste un accordo difensivo in base al quale Ankara si impegna a intervenire in caso di attacco a Doha.
A navigare senza bussola è proprio il presidente turco. Lo “stato degli atti” che lo riguarda è il seguente: da un’iniziale (e non breve) benevolenza verso il regime di Assad è passato all’ostilità attiva, rischiando pure di urtarsi con la Russia; poi le mutevoli circostanze del Vicino Oriente l’hanno portato a cercare un accordo con Mosca, e quindi si è in parte defilato dal fronte anti-Assad, assumendo posizioni concilianti verso Damasco e anche verso Teheran; le polemiche sull’appoggio statunitense al fallito golpe imputato a Fethullah Gülen e il sostegno militare di Washington alle milizie curde in Siria (sicuramente legate al Pkk di Turchia) non hanno certo contribuito ai buoni rapporti con gli Stati Uniti. È probabilissimo che alla fine gli Usa scarichino i Curdi come tanti altri loro “alleati” del passato, ma allo stato delle cose sono proprio i Curdi ad attaccare Raqqa con armi statunitensi.
Oggi - poiché è assai difficile che la rottura delle petromonarchie arabe col Qatar sia avvenuta senza il placet di Washington - la Turchia di Erdoğan è più schierata di ieri al lato di Teheran, cioè di quello che Trump considera il vero nemico, ben più dell’Isis. Mosca non può che esserne contenta.

RIYAD

I Sauditi sembrano più determinati che mai, ma sotto sotto la situazione non è delle migliori.
Nella Penisola arabica non c’è un compatto fronte saudita, giacché Kuwait e Oman non sembrano intenzionati a seguire Riyad nella “crociata” contro il Qatar. Inoltre l’Iran ha cominciato a fornire generi alimentari al Qatar per via aerea.

lunedì 10 aprile 2017

TRUMP SHOWS HIS MUSCLES, by Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Inglese, Italiano)
IN TWO LANGUAGES (English, Italian)

Not knowing what will happen next, commenting in the immediate wake of the US missile attack on the Shayrat airbase in Syria on the night of April 7 is risky but not sterile, at least to try to understand a bit more than the pre-packaged “petty lessons” of the mouthpieces of the United States, in Italy and elsewhere, were quick to recite.
Coincidentally, the muscular display of Trump comes shortly after the publication by Red Utopia of an article the essence of which was the substantial uselessness of international law, given that the great powers violate it continually.
Well, once again the United States has acted in accordance with “its” international law, consisting of a single article, animated by a clear unipolar imperialist logic: we do what we want, and what we do is fair and legal, and our massacres are simply “collateral damage”.
Once again, the futility of the United Nations has emerged, even if those saying so specifically are still few; nevertheless, it is undeniably ridiculous (albeit tragic) that while the UN Security Council was losing time with draft resolutions, the United States was launching missiles under the guise of the alleged responsibility of the Damascus government for the use of nerve gas in Idlib.
What is certain is that if the United Nations were to close its doors no one would notice, aside from monetary savings for Member States.
And just for a change, a charge with absolutely no evidence was sustained, based on the dixit Washington, et de hoc satis principle.
It has all the appearance of a repeat of Hussein’s alleged “weapons of mass destruction”.
Incidentally, those accustomed to think the worst are not surprised by the contemporaneity between the US missile attack and an ISIS offensive on the road to Palmyra (Tadmor)-Homs which fortunately was quickly countered by Syrian troops.
Given that no evidence exists, we can in the meantime reflect in a generic way on the use of nerve gas in Idlib.
According to the United Nations, Syrian deposits of chemical weapons had been destroyed; but irrespective of whether the Syrian government still has such weapons, considering that a few years ago the issue appeared to rush things in the direction of a US attack - foiled only by the Russian intervention in favour of dismantling chemical deposits - then the well-established (though not infallible) criterion of for whose benefit would lead to excluding the responsibility of Damascus, unless Assad and company, but also the Russian General Staff, were to be considered a bunch of idiots.
In fact it was obvious that - Russian protection or not - if Syria had used chemical weapons, someone as irritable as Trump (moreover struggling with unresolved problems of Russiagate and kept in check by the neoconservative establishment) would have had to take some warmongering initiative.

TRUMP MOSTRA I MUSCOLI, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

Commentare a caldo il bombardamento missilistico statunitense sulla base aerea di Shayrat della notte del 7 aprile è azzardato - non sapendo cosa accadrà in seguito - ma non inutile, quantomeno per cercare di capirci un po' di più rispetto alle "lezioncine" preconfezionate che i corifei degli Stati Uniti, in Italia e fuori, si sono affrettati a recitare.
Per combinazione l'esibizione muscolare di Trump avviene poco dopo la pubblicazione su Utopia Rossa di un nostro articolo il cui nocciolo era la sostanziale inutilità del diritto internazionale, visto che le grandi potenze lo violano di continuo.
Ebbene, ancora una volta gli Stati Uniti hanno agito in applicazione del "loro" diritto internazionale, composto da un solo articolo, animato da una chiara logica imperialista unipolare: facciamo quel che ci pare, e quel che facciamo è giusto e legale e i nostri massacri sono semplici "danni collaterali".
Ancora una volta è emersa la totale inutilità delle Nazioni Unite, anche se a dirlo espressamente sono ancora in pochi; tuttavia è innegabilmente ridicolo (seppur tragico) il fatto che mentre al Consiglio di Sicurezza si perdeva tempo con le bozze di risoluzione, dal canto loro gli Stati Uniti lanciavano missili con la scusa di un'asserita responsabilità del governo di Damasco per il gas nervino a Idlib.
Certo è che se l'Onu chiudesse i battenti nessuno se ne accorgerebbe, a parte i risparmi monetari degli Stati membri.
E tanto per cambiare si è sostenuta un'accusa assolutamente senza prove, in base al principio dixit Washington, et de hoc satis.
Ha tutta l'aria di un bis delle asserite "armi di distruzione di massa" di Saddam.
Per inciso, chi sia abituato a pensar male non si stupisce della contemporaneità fra l'attacco missilistico e un'offensiva dell'Isis sulla strada Palmira (Tadmor)-Homs, per fortuna rapidamente respinta dalle truppe siriane.
Poiché le prove non esistono, si può intanto riflettere in modo generico sull'uso del gas a Idlib.
Secondo l'Onu i depositi di armi chimiche di Damasco erano stati distrutti; ma pur ammettendo e non concedendo che il governo siriano abbia ancora armi del genere, considerato che qualche anno fa la questione sembrava far precipitare le cose nel senso di un attacco statunitense - sventato solo dall'intervento russo in favore dello smantellamento dei depositi chimici - allora il consolidato (anche se non infallibile) criterio del cui prodest porterebbe a escludere la responsabilità di Damasco, salvo considerare Assad & C., ma anche lo Stato maggiore russo, una manica di idioti.
Infatti era ovvio che - protezione russa o no - se costoro avessero usato armi chimiche, un fumantino come Trump (oltretutto alle prese con irrisolti problemi di Russiagate e tenuto sotto scacco dall'establishment "neocon") avrebbe dovuto prendere una qualche iniziativa bellicista.

mercoledì 31 agosto 2016

UN PRIMO BILANCIO SULL'INTERVENTO TURCO IN SIRIA, di Pier Francesco Zarcone

LE ESIGENZE MILITARI DI ANKARA

Fino al maldestro golpe dello scorso luglio gli Stati Uniti (su cui continuano a gravare sospetti di appoggio almeno indiretto) si erano sempre opposti in modo fermissimo a interventi armati della Turchia in Siria. Giorni fa il ribaltamento di questa posizione e il tradimento ai Curdi dell'Ypg, che sul terreno si erano dimostrati un efficace strumento nella lotta contro l'Isis, perché sui campi di battaglia siriani tanto le truppe di Assad quanto l'Isis avevano concentrato la loro azione essenzialmente sulle altre formazioni jihadiste, privilegiando l'obiettivo della loro eliminazione prima di arrivare allo scontro decisivo tra Damasco e lo pseudocaliffato.
Alla notevole espansione curda nel nord siriano ha fatto seguito l'inizio degli scontri con l'esercito di Damasco nella città di Hasakah, interpretati da alcuni analisi internazionali come un segnale alla Turchia sul fatto che anche il governo siriano considerasse ormai i Curdi una minaccia. In quell'occasione l'intervento dell'aviazione siriana aveva tuttavia provocato una minacciosa reazione statunitense, considerata da molti il segno della solida alleanza instauratasi tra Washington e l'Ypg curdo. Invece gli statunitensi hanno poi dato mano libera alla Turchia proprio contro i Curdi.
La dura reazione turca alla conquista curda di Manbij inizialmente ha forse sorpreso più del dovuto, poiché risulta che lo scorso anno gli Stati Uniti effettuarono un accordo di scambio con la Turchia: un maggiore impegno di Ankara contro l'Isis, superando quelle che sono state definite eufemisticamente "ambiguità" turche, a fronte dell'impedimento dell'espansione curda a ovest dell'Eufrate.
Facciamo riferimento alla mappa allegata: le zone in verde chiaro sono occupate dai Curdi di Siria, in quali prima di Manbij occupavano solo la parte orientale dell'Eufrate e alcuni territori nel nord-ovest. L'interesse turco consiste nell'impedire che i Curdi uniscano le zone verde chiaro occupando territori controllati dall'Isis (in grigio scuro) e da quel che resta dell'Esercito Libero Siriano (verde di media gradazione), mediante i quali potrebbero formare una propria entità ai confini con la Turchia, onde poi meglio collegarsi con il Pkk. Caduta Manbij, non solo l'Ypg non si è ritirata a est dell'Eufrate, come invece i loro tutori statunitensi avevano concordato con Ankara, ma si sono abbandonati a baldanzose dichiarazioni progettuali sull'assetto dei territori occupati e sull'intenzione di conquistarne altri nella stessa zona. Il voltafaccia statunitense è stato immediato, letteralmente "mollando" i Curdi.

CHE CI PUÒ GUADAGNARE WASHINGTON

Si potrebbe dire che ancora una volta Washington ha dimostrato di essere in balia degli eventi nel conflitto siriano, e di non riuscire a realizzare in modo coerente ed efficace iniziative proprie. Senza confutare il merito di questo assunto, non si può tuttavia negare che l'iniziativa turca apre per gli Usa alcune possibilità insperate. Di recente il New York Times ha commentato che gli Stati Uniti hanno effettuato la scelta di sacrificare qualcosa nell'alleanza con i Curdi pur di recuperare i rapporti con la Turchia, importante membro della Nato e (si spera) funzionale alla guerra contro l'Isis. Difficile che così non sia stato.

giovedì 25 agosto 2016

QUESTIONE CURDA E CONFLITTO SIRIANO, di Pier Francesco Zarcone

UNA QUESTIONE IRRISOLTA

Di recente nel quadro del già complicato scenario del conflitto siriano è esplosa la questione curda, con violenza e foriera di complicazioni notevoli per tutti i soggetti del Vicino e Medio Oriente che ne temono i contraccolpi. Le loro preoccupazioni sono aggravate dal palese e massiccio appoggio ai Curdi di Siria da parte degli Stati Uniti, direttamente presenti sul terreno a prescindere dal non esservi stati chiamati da quello che - piaccia o no - in base al diritto internazionale è il legittimo governo della Siria (simpatie e antipatie rimangono extragiuridiche) e con cui mantengono regolari rapporti paesi non di secondo piano come l'India e la Cina. I soggetti in questione sono notoriamente Siria, Turchia, Iran e Iraq.
Emersa con la fine della Grande Guerra, la questione curda è rimasta irrisolta non tanto per la cattiveria e l'ottusità dei governanti di quei paesi - che tuttavia ci sono state e l'hanno aggravata - quanto e soprattutto a causa di due fattori geopolitici: la frammentazione del Kurdistan geografico all'interno delle entità statali costituite da Gran Bretagna e Francia per i rispettivi interessi imperialistici (il caso della Turchia kemalista è del tutto a parte); nonché i fragilissimi "equilibri" interni di tali nuovi Stati (dalle frontiere palesemente tracciate col righello sulla carta geografica) sotto i profili etnico, religioso e sociale; di modo che i loro poteri centrali hanno visto un concreto pericolo di disintegrazione nella pur minima concessione di autonomia alle minoranze curde.
In linea generale della questione curda per decenni e decenni non è importato molto alle potenze esterne all'area, mentre in essa gli Stati spesso e volentieri hanno cinicamente e in vario modo appoggiato i Curdi altrui mentre reprimevano quelli di casa propria. Mancando appoggi internazionali, è mancata altresì la strumentalizzazione esterna del problema, naturalmente a scapito ulteriore dei Curdi: non si dimentichi il male derivato agli Armeni alla fine dell'Impero ottomano a causa delle istigazioni esterne in senso nazionalistico senza proposizione di soluzioni concrete e possibili, ma sostenute da reiterate e mai mantenute promesse di aiuto e difesa.

LE PREMESSE

Esistendo l'Impero ottomano, era assente una «questione curda», al pari del nazionalismo arabo, limitato a ristrettissime élite senza radici popolari: il mito di Lawrence d'Arabia - sicuramente ben costruito sul piano mediatico - è del tutto fuorviante, tant'è che quel personaggio mobilitò (a pagamento) solo qualche migliaio di beduini del deserto fra le attuali Giordania e Arabia Saudita. Le cose invece cambiarono per tutti a seguito del crollo di quell'Impero.

lunedì 1 agosto 2016

TURCHIA: FAIDA INTERNA E PROBLEMI DI POLITICA ESTERA, di Pier Francesco Zarcone

Fethullah Gülen
L'IMPERO DI FETHULLAH GÜLEN

Per il grande pubblico occidentale Fethullah Gülen è solo il nome esotico di un personaggio che Recep Tayyip Erdoğan - suo ex alleato - addita come nemico pubblico numero uno, dopo averlo messo nella lista dei nemici almeno dal 2013. È finito così un sodalizio a cui Erdoğan deve obiettivamente moltissimo. Infatti Erdoğan, senza l'appoggio di Gülen, non sarebbe arrivato dove si trova. Inizialmente i due condividevano la stessa visione politica fatta di Islam assertivamente "moderato" e di politica economica sostanzialmente liberista, con un pizzico (all'inizio) di autoritarismo, che del resto nella tradizione turca non guasta mai. Gülen aiutò in modo determinante Erdoğan a diventare prima sindaco di Istanbul e poi, nel 2002, a vincere le elezioni alla testa dell'islamizzante Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi - Akp). Come mai?
La spiegazione è semplice: Gülen aveva costituito un potente e articolato impero economico e culturale di matrice islamica in seno alla Turchia ancora laica costruita da Atatürk, tant'è che nel 1999 reputò più opportuno lasciare il paese e trasferirsi negli Stati Uniti (Pennsylvania), dove tuttora risiede, per sfuggire a un processo per eversione. Anche dall'estero il potere di Gülen si fece sentire, e senza l'appoggio dei gülenisti forse Erdoğan non ce l'avrebbe fatta a tarpare le ali ai settori delle Forze armate a lui ostili (cioè la "vecchia guardia"): e può essere significativo che le componenti kemaliste non abbiano appoggiato il recente golpe, non a caso subito condannato dal Partito Repubblicano del Popolo (Cumhuriyet Halk Partisi - Chp), erede del kemalismo.
La confraternita di Gülen, Hizmet («servizio»), può essere paragonata a un misto di Opus Dei, di Comunione e Liberazione e Compagnia delle Opere, ma molto più potente e ramificata, con a capo un personaggio ambiguo, scrittore, uomo d'affari, mistico sufi, predicatore, capace di importanti amicizie (come quella con Giovanni Paolo II) e ricchissimo. Il suo impero (non casualmente definito uno Stato nello Stato) ha milioni di seguaci (4 o 5 solo in Turchia) e un fatturato di parecchi miliardi di dollari (si dice siano almeno 25) che hanno consentito di costruire (anche fuori dalla Turchia) centinaia di scuole e istituti preparatori, università, centri di studi religiosi e di mutuo soccorso, di controllare giornali, televisioni e gruppi economici, con forti e ampie ramificazioni nella magistratura, nella polizia e nelle Forze armate. Controlla l'impero mediatico Zaman (comprendente l'omonimo quotidiano), il giornale Aksiyon, l'agenzia di stampa Cihan, varie stazioni televisive e radiofoniche (come Samanyolu TV e Burç FM), l'importante ente di finanza islamica Bank Asya e la confederazione imprenditoriale Tüskon, fondamentale nelle strategie di espansione delle imprese turche in Africa e nel Vicino Oriente.

giovedì 14 gennaio 2016

L'ESECUZIONE DI AL-NIMR LEVA DELLA NUOVA STRATEGIA SAUDITA, di Andrea Vento (Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati)

L'Arabia Saudita fra crisi di bilancio, repressione interna e riposizionamento regionale

Barack Obama con re Salman, gennaio 2015
Lo scontro diplomatico in atto fra Arabia Saudita e Iran, acceso dall'esecuzione dell'imām sciita Nimr al-Nimr, sta alimentando pericolose tensioni nella martoriata regione mediorientale già lacerata dagli annosi conflitti interni in Iraq e Siria e dall'intervento militare saudita in Yemen, ai quali negli ultimi mesi si sono aggiunti ulteriori preoccupanti focolai: la ripresa della repressione della minoranza curda in Turchia da parte del regime islamista di Ankara, lo spontaneo avvio dell'intifada di Gerusalemme che ha riportato sulla ribalta internazionale l'irrisolta "questione palestinese" e il riacutizzarsi degli scontri fra Israele e Hezbollāh, già aspramente confrontatesi nella "Guerra dei 33 giorni" che insanguinò il Paese dei cedri nell'estate del 2006.
La situazione generale del Medio Oriente, peraltro caratterizzata a partire dall'inizio del XX secolo da una profonda instabilità e da frequenti conflitti, ha raggiunto a inizio 2016 un livello di drammaticità mai registrato in passato, anche in considerazione dell'acuirsi della frattura fra mondo sunnita e sciita, alimentato più dallo scontro fra Riyad e Teheran per l'egemonia regionale che da uno spontaneo movimento dal basso sorto all'interno delle due comunità.
Proviamo a mettere insieme alcuni elementi del complesso quadro etnico-religioso e delle dinamiche geopolitiche in atto per cercare di comprendere le motivazioni che possono aver spinto il regime degli al-Saud a giustiziare il popolare religioso.

mercoledì 21 ottobre 2015

«SYRIANA», di Pier Francesco Zarcone

L'intervento russo in Siria ha scombinato e di molto l'assetto della scacchiera del Vicino e Medio Oriente, e le conseguenze militari e politiche già si vedono. Sul piano militare si assiste ad azioni di bombardamento ben più massicce di quelle finora effettuate dalla scombiccherata "coalizione" messa su da Obama; nella guerra delle opposte propagande si registrano informazioni russe che danno nel mirino tutto il fronte della ribellione, Isis inclusa, mentre gli Stati Uniti accusano la Russia di colpire soprattutto (se non esclusivamente) i cosiddetti ribelli "moderati", cioè la fazione finora sponsorizzata e rifornita da Washington e la cui "moderazione" è solo asserita dal governo statunitense. Probabilmente anche in tale polemica la verità sta nel mezzo, e d'altro canto è ovvio che l'aviazione russa colpisca pure l'Esercito Libero Siriano, altrimenti quale intervento in favore di Assad sarebbe mai? Intanto va preso atto del deciso incremento dell'azione terrestre sviluppata dall'Esercito Arabo Siriano del governo di Damasco col sostegno aereo russo - ne riparleremo in seguito. Comunque non pare che in Iraq l'aviazione occidentale sostenga allo stesso modo l'esercito di Baghdad. Ma poiché la situazione bellica si va evolvendo, se ne devono solo attendere gli sviluppi.

CONSEGUENZE POLITICHE E OBIETTIVI DIVERGENTI DELLE PARTI IN CAUSA

Si tratta di conseguenze multiple. In primo luogo si deve evidenziare l'oggettivo rafforzamento (anche militare) dell'asse sciita nella regione (Iran, Siria di Damasco, Iraq di Baghdad, Hezbollāh libanese, Houthi yemeniti), in parallelo con l'altrettanto palese fallimento della politica di Obama. In relazione a essa la recente dichiarazione del presidente della Repubblica Ceca, Miloš Zeman, sulla mancanza di vere alternative ad Assad è frutto di semplice buon senso, in quanto l'Isis - che sarebbe l'unica alternativa reale - non può essere considerato tale. Interessante notare che in relazione a questo problema le posizioni cominciano a non essere più rigide come ieri: è del 20 ottobre la notizia che addirittura l'Arabia Saudita potrebbe "tollerare" la permanenza di Assad in una fase di transizione, almeno secondo quanto ha detto il ministro degli Esteri saudita, Adel al-Jubayr, all'emittente satellitare Al Arabiya.
In merito all'attuale asse Mosca-Teheran, va rimarcato un particolare non molto conosciuto: il piano d'azione russo in Siria è stato elaborato da un generale iraniano (Qassem Soleimani, comandante della forza d'élite Quds, addestrata a operare fuori dall'Iran e direttamente sottoposta ad Ali Khamenei), e Putin l'ha accettato dopo una riunione a Mosca nello scorso luglio.

lunedì 2 settembre 2013

SIRIA: ASPETTANDO L’AGGRESSIONE DI OBAMA, di Pier Francesco Zarcone

Bush with Obama mask © Dustin Spagnola
ARROGANZA E BUGIE

L’aggressione alla Siria è al momento - pare - rimandata a tempo determinato, almeno fino alla riapertura del Congresso statunitense dopo le ferie estive. Così ha deciso il premio Nobel per la Pace 2009 (!) e presidente degli Stati Uniti Barack Hussein Obama. Decisione non autonoma, ma indotta dalla richiesta scritta di 200 congressisti. Una frenata che viene dopo il voto contrario all’attacco da parte della Camera dei Comuni britannica, ma che potrebbe non essere definitiva. Infatti Obama - pur costretto a sospendere per il momento le sue pulsioni belliciste - non ha spiegato cosa accadrebbe in caso di un eventuale decisione del Congresso che facesse il paio con quella britannica. Inoltre è pacifico che se il Congresso desse via libera, Obama si sentirebbe “legittimato” a scatenare l’attacco.
In questa sequenza c’è la reiterazione di una pesantissima anomalia di fondo non più mistificabile, soprattutto da quando è imploso il blocco del “socialismo reale”, e che ovviamente i media nostrani, per lo più acritici portavoce delle posizioni della Casa Bianca, non rimarcano mai. Nella loro arrogante libidine di superpotenza gli Usa, calpestando di continuo la legalità internazionale, hanno riportato e mantengono il mondo nella prepotenza della barbarie. Civiltà con la “C” maiuscola e diritto sono sempre andati in coppia, e quando al diritto si sostituisce la forza bruta - sovente capricciosa - allora anche la civiltà è compromessa. Non è il caso di stupirsi, ma di indignarsi sì. Semmai lo stupore trova spazio quando si assiste alla meraviglia con cui tanti candidi cittadini statunitensi si chiedono come mai ci sia al mondo tanto odio verso gli Stati Uniti. Non disse una volta Karl Rove, consigliere politico del famigerato George W. Bush, «ora noi siamo un Impero e quando agiamo creiamo la nostra realtà»?
Finché sarà così, l’odio potrà solo estendersi. Come del resto accade oggi nel mondo arabo, dove l’odio verso gli Stati Uniti va dagli islamisti radicali fino ai laici e alle superstiti sinistre.
Nel caso della Siria - il cui turno fa seguito ad Afghanistan, Iraq e Libia - ancora una volta quel che asseriscono gli Stati Uniti vale come prova, e tanto basta perché si faccia a meno dell’unico organo internazionale formalmente legittimato ad autorizzare interventi militari del genere: il Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Semmai è il Congresso statunitense a prenderne di fatto il posto!
Una considerazione per inciso, indignazione a parte: già la storia è ricca di precedenti dominati dall’illusione di politici e militari circa la brevità temporale e la limitatezza spaziale dei conflitti che si andava a scatenare; ma se si ha presente la costante mistura di approssimazione operativa, di ignoranza dei contesti, di rozza psicologia da film hollywoodiani di serie B, d’incapacità nel prevedere gli scenari possibili - e quindi di venirne fuori - che fa parte del bellicismo statunitense, allora è legittimo che a ogni intervento militare Usa si finisca col tremare.

lunedì 13 agosto 2012

SYRIA: ISLAMIC SUNNIS AND SHIITES ARE RENDERING THEIR ACCOUNTS, by Pier Francesco Zarcone

Preliminary remarks
Actually Syria is an important part of a great imperialist game, which goes beyond the problem of Bashar al-Assad’s dictatorship supported by religious minorities. Active subjects in this game are fundamental members of the Sunni Islamic majority. They carry on an uninterrupted war against the Shiite Islamism. After a long time this Islamic minority (10-12%) began again a strategy of counter-attacks after the Khomeinist revolution in Iran, and now the Sunni intentions aim at subjugating again the Shiite communities out of Iran (to eliminate them would be the best), if necessary through bloody actions from Iraq to Syria, from Qatar to Saudi Arabia and Bahrain, from Afghanistan to Pakistan. In this manner Shiism would be a purely Iranian phenomenon (it is almost impossible to extirpate it from Iran).
Once more, unfortunately, we must regret the inadequacy of the information provided by the whole of Italian mass-media, excessively prone to United States propaganda; so that a common reader understands next to nothing about the present events in the Islamic world. We find a typical example in the manner of representing the Islamic radicalism: it is always impossible to understand its ideological and religious dimension; moreover we notice that if the public opinion is kept on the alert (being really dangerous this form of radicalism), never in the alarm it is underlined the role of Saudi Arabia. Nevertheless this country (but it’s allied of the United States is the most important financing and supporter of the Islamic radicalism. A very dangerous game, because sooner or later the “monster” will turn its actions against the Saudi monarchy; but it will be another history.
When also important media spoke about the Islamic radicalism hardly ever they underline its Sunni ideological and religious roots; and in the exceptional contrary cases this reality is only mentioned. It is easy to saw the tares with the wheat, but in this manner we have only political propaganda, not information: so that it became “normal” to present Iran as part of the Islamic radicalism. A practical and theoretical great error.
Statistics show that the sanguinary terroristic praxis of the Islamic radicalism is of Sunni groups (99,9%), and not Shiite ones. Unless we consider terrorism the military action of Hezbollah against the Zionist entity, not considering the character of liberation and defensive struggle. Appearing news about attempts in Iraq or Pakistan generally it is not stressed that the slaughterers are Sunni groups and the victims are Shiite. The liberation struggle of the Shiites in Bahrain and Saudi Arabia becomes a political problem changed into matter of public order, and Hezbollah’s obvious support to Assad appears expression of a shared evil, and not cohesion against a common and deadly enemy.
On the theoretic plane the media avoid to underline the important aspect distinguishing a Shiite society from the typical models wanted by the radical Sunnis. We could cut down the description saying “Shiites and Talibans or Salafis are not the same thing”, but it would not be sufficient. Obviously, nobody of us would like to live in Teheran or Baghdad today, but on the other side we must consider the differences with the Taliban Kabul, for example. The Iranian revolution created an Islamic Republic based on the Western constitutionalism, and really its Costitution proclames the popular sovereignty (although under the superiority of the Islamic religion); besides in Iran we have elections, juridical protection of minority rights and so on. It is important that are studying in the Iranian University more women than men (on the contrary under the Sunni radicalism not even little girls would go to school). Too easy to write books on the negative elements of such a society, but it is true that Shiism is engaged in the effort to build an Islamic society for the XXI century, and the Sunni radicalism has the purpose of moulding every Islamic society according to its vision of the first Islamic centuries. It is possible to add that this particular vision of a return to the past is a nasty trick, because the historical studies on that period disclose a past completely different: so that we find the myth of a never existed past. Unfortunately the radical groups want to realize this invention by all means, also against Muslim opponents: they are considered apostates and may be killed light-heartedly. The sinister slogan today recurring in the Syrian territories occupied by the “freedom fighters” against Assad – “the Alawites to the coffin, and the Christians to Beirut” – is Sunni, but an inverse one on the Shiite side does not exist.

Shiism extremely synthetized
In front of Islam common people in Europe are rather culturally disarmed, because at school do not learn anything useful, and in the predominant information stereotyped images and banalities are privileged. On the other side the situation is not better: if in the centre of Western fantasies there is the image of a Moore with a scimitar in his hand, sensual and pillager, on the Muslim side a Crusader eager for gain, blood and Islamic women or the more modern version of an exploiting colonialist are the ordinary images.

SIRIA: UNA RESA DEI CONTI INTRAISLAMICA FRA SUNNITI E SCIITI, di Pier Francesco Zarcone

La premessa
La Siria è ormai parte di un grande gioco imperialista che va oltre il problema del regime dittatoriale degli Assad e di un potere interno occupato da minoranze religiose. In questo gioco internazionale sono soggetti attivi elementi fondamentali dell’Islamismo maggioritario sunnita, che operano nel quadro di una mai interrotta guerra all’Islamismo sciita. Quest’ultimo aveva ripreso una politica di riscossa dopo la rivoluzione khomeinista in Iran. L’intento sunnita – con azioni anche sanguinose dall’Iraq alla Siria, dal Qatar all’Arabia Saudita e al Bahrein, dall’Afghanistan al Pakistan – è palesemente di riassoggettare (eliminare sarebbe il massimo) le componenti sciite fuori dall’Iran privandole della possibilità di essere soggetti attivi, e quindi di ridurre lo Sciismo a mero fenomeno iraniano stante l’estrema difficoltà di sradicarlo da quel paese.
Purtroppo si deve lamentare ancora una volta l’inadeguatezza informativa dei media italiani, proni alla propaganda statunitense, di modo che il lettore medio capisce poco o niente degli avvenimenti in atto. L’esempio tipico è dato dal modo di presentare l’integralismo islamico: di esso non si capisce mai la matrice ideologico/religiosa e inoltre gli allarmi che suscita lasciano sempre indenne l’Arabia Saudita (a tutt’oggi coccolata dagli Usa), proprio il paese che finanzia e appoggia l’integralismo, pur giocando col fuoco, giacché la cosa prima o poi si ritorcerà contro la monarchia dei Saud. Circa la matrice ideologico/religiosa dell’integralismo islamico non capita quasi mai di vedere sottolineato il suo sunnismo originario o, se lo si dice, si glissa subito. È facile e comodo fare di ogni erba un fascio, ma allora si ha propaganda politica e/o bellica, non informazione, e proprio sulla scia di questa facilità è diventato “normale” assimilare anche l’Iran alla realtà dell’integralismo islamico. Errore pratico e teorico.
Una attenta statistica mostrerebbe innanzi tutto che la prassi terrorista e sanguinaria dell’integralismo islamico appartiene al 99,9% al gruppi sunniti, e non a quelli sciiti. A meno che non si voglia considerare terrorismo l’azione militare dell’Hezbollah libanese contro l’entità sionista israeliana, negandole il carattere di lotta di liberazione e difesa. Quando si parla degli attentati in Iraq in genere non si specifica che i massacratori sono gruppi sunniti e le vittime sono sciite; e lo stesso dicasi per i similari casi in Pakistan. Infine la lotta di liberazione degli Sciiti del Qatar e dell’Arabia Saudita viene ridotta a questione politica debordata in questione di ordine pubblico, e il naturale appoggio di Hezbollah al regime di Assad appare più come espressione di comune malvagità che non di coesione di fronte a un nemico mortale comune.
Sul piano teorico si evita di evidenziare aspetti importanti che differenziano una società sciita dal modello perseguito invece dagli estremisti sunniti. Il tutto potrebbe ridursi alla frase “gli sciiti e i Talebani o i salafiti non sono la stessa cosa”, ma non basterebbe; non si trascuri di comparare le diversità in campo. La rivoluzione iraniana ha creato un assetto statale in buona parte improntato all’esperienza costituzionale dell’Occidente, addirittura con una Costituzione che proclama la sovranità popolare (seppure coniugandola con la cornice islamica), elezioni, previsione di diritti per le minoranze, e quant’altro. Importante il fatto che nelle Università la presenza femminile è maggiore di quella maschile, mentre l’integralismo sunnita non manderebbe nemmeno alle elementari le bambine.
Sugli aspetti per noi negativi si potrebbe scrivere un libro, ma è pur vero che dallo Sciismo provengono tentativi di costituire una società islamica dei secoli XX e XXI, mentre l’integralismo sunnita vorrebbe riportare tutto al suo modo di intendere i primordi dell’Islam; modo che la storia di quel periodo smentisce globalmente svelando per quello che è la truffa integralista: trasformazione in mito di un passato mai esistito. Ma questa invenzione la si vuole realizzare con qualsiasi mezzo contro chiunque, oppositori islamici compresi, i quali, se visti come apostati, possono essere ammazzati a cuor leggero. Il poco promettente motto che circola oggi nelle zone siriane in mano ai “liberatori” anti-Assad – “gli Alawiti nella bara e i Cristiani a Beirut” – è sunnita, e non c’è l’inverso di matrice sciita.

Lo Sciismo in estremissima sintesi
Di fronte al fenomeno Islam l’uomo medio è culturalmente disarmato, poiché la scuola al riguardo gli dà assai poco e l’informazione dominante privilegia stereotipi e banalità. Non che sull’altro fronte la situazione sia migliore: e se da noi emerge sempre l’immagine del Moro con la scimitarra in mano, sensuale e saccheggiatore, sul versante musulmano è diffusa l’immagine del Crociato assetato di sangue e di donne islamiche, magari modernizzata nella versione del colonialista avido e oppressore.

giovedì 9 agosto 2012

RIFLESSIONI SULLA SIRIA (ALLO STATO DELLE COSE), di Pier Francesco Zarcone

Nel mondo di lingua araba a una “primavera” troppo precipitosamente proclamata dai media occidentali, e da essi stucchevolmente ripetuta, è seguita la stagione delle grandi e devastanti piogge. Gli scrosci sono le gesta a tutto campo dell’estremismo islamico, che notoriamente fu istigato e armato dagli apprendisti stregoni statunitensi in funzione antisovietica ed è a tutt’oggi sovvenzionato dall’Arabia Saudita, il primo Stato islamico integralista dell’epoca contemporanea.
L’integralismo islamico, ormai saldamente impiantato nello Yemen, si sta radicando nell’Africa subsahariana (a partire dal Mali), massacra in Nigeria e sta trovando nuove forze nella guerra civile siriana. Qui ci occupiamo della Siria, rimandando ad altra occasione il discorso sull’Islam subsahariano e sulle complessità specifiche dell’area in cui opera.

Il mosaico etno-religioso siriano
Per fornire una miglior cornice alle riflessioni che seguono è necessario avere ben presente quale sia in Siria la complessità etno-religiosa. Forse in un’ottica in cui la religione fosse equivalente solo di “fatto religioso”, e l’etnia solo di “fatto etnico”, si dovrebbe parlare di complessità religiosa ed etnica. Tuttavia, a motivo dei fortissimi vincoli comunitari esistenti fra gli appartenenti alle varie confessioni religiose siriane, che si intrecciano ai vincoli tribali-famigliari e sulla base delle identità-distinzioni sono la base della dialettica “noi/gli altri”, sì da far assumere ai gruppi religiosi connotazioni assimilabili a quelle etniche, abbiamo preferito disporre gli aggettivi nel modo suddetto. Per capire come tutto questo incida sull’organizzazione sociale, e sulle esistenze individuali, si ricordi l’assoluta “normalità” dell’esistenza di quartieri urbani e villaggi separati. L’eccezione sono le convivenze in aree “miste”. 
La popolazione della Siria è in maggioranza (90%) di discendenti degli antichi Aramei, arabizzati da molti secoli; a nord-est c’e una minoranza curda di un certo rilievo (9% circa); a ovest una piccola rappresentanza armena (1%?) e alcuni turcomanni e circassi.
Più composito è il panorama delle confessioni religiose. Qui sta il vero mosaico. Almeno il 74% della popolazione (74%) è musulmana sunnita, che considera o eterodossi o eretici tout court le altre confessioni musulmane. E in Siria un buon 13% della popolazione appartiene a questo mondo discriminato dai Sunniti: abbiamo gli Alauiti, che formano un ramo specifico dello Sciismo, detengono il potere con la famiglia degli Assad e costituiscono lo zoccolo duro delle Forze Armate; gli Sciiti detti Duodecimani (come in Iran e Iraq); a sud i Drusi, sulla cui ereticità anche i simpatizzanti devono convenire; gli Sciiti Ismaeliti (il cui capo è l’Agha Khan).
Vi è poi un 10% di Siriani per lo più appartenenti alle Chiese orientali (sono presenti essenzialmente nel nord): per metà fanno parte della Chiesa Ortodossa (Patriarcato di Antiochia), ma ci sono anche quelli delle Chiese Ortodossa Siriaca, Apostolica Armena, Assira, piccole minoranze protestanti, e Cattolici di vario rito (Melchiti, Maroniti, Siri, Armeno-cattolici, Caldei). Gli Ebrei rimasti sono poche decine a Damasco e Aleppo.
La distribuzione degli elementi del suddetto mosaico risulta dalla mappa.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

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a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.