L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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sabato 18 maggio 2024

100° COMPLEANNO DI GINO DONÉ

L’italiano del Granma

Auguri, carissimo Gino, e ancora grazie per l’esempio di coraggio e di modestia che ci hai dato. Il mondo non sta andando come tu avresti desiderato, ma questa è un’altra storia. Ne riparleremo in qualche tuo futuro compleanno, sperando di poterti dare qualche buona notizia. 
r.m.



Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

lunedì 18 dicembre 2017

A UN ANNO DALLA MORTE DI SERGIO DE SANTIS, IL PIÙ ANTICO STUDIOSO DI CHE GUEVARA IN ITALIA, di Roberto Massari e Aldo Garzia

Col passare del tempo [De Santis, nato a Genova nel 1929, è morto a Roma nel novembre 2016 (n.d.r.)], il vuoto lasciato da Sergio si dimostra incolmabile. Per formare un intellettuale serio, onesto e preparato come lui c’era voluta la storia di un’intera generazione: quella passata dall’antifascismo nazionale all’impegno nella lotta antimperialistica internazionale.
Sergio era uno specialista dell’America latina, e lo era sul serio. I suoi saggi, pubblicati in forma di articoli e libri, furono i primi testi di formazione su quel continente per molti di noi che cominciavamo a interessarcene negli anni ‘60. I suoi primi tre saggi sul Che furono in assoluto le prime opere teoriche che uscirono in Italia sul celebre Comandante, aprendo discussioni e sfatando mitologie.
Voglio citarli per esteso: «Il dibattito sulla gestione socialista a Cuba», in Critica marxista, 5-6/1965; «Guerriglia e rivoluzione nel pensiero di Che Guevara», in Rivista storica del socialismo, 30/1967; «Guevara», in I protagonisti della Storia universale, CEI, Milano 1971.
Ma a differenza di altri validi studiosi dell’epoca, Sergio rimase fedele alle proprie idee originarie. Fallita l’esperienza del Psiup (per chiusura del partito), egli continuò a lavorare in proprio, trovando la possibilità di utilizzare il nuovo sviluppo dei media, ma senza farsi irretire dai tentacoli della società dello spettacolo. E quando decise di aderire alla Fondazione internazionale Che Guevara, mi disse che considerava un onore potersi collegare alle nuove leve di studiosi del Che, lui che temeva che tutto fosse smarrito e sepolto nella crisi ideologica della sinistra. E invece l’onore era per noi.
Nel 10º incontro annuale della Fondazione Guevara, che si tenne a Vallombrosa (FI) nel 2008, Sergio svolse la relazione introduttiva. E a me parve che i suoi ragionamenti fossero in perfetta continuità con quanto aveva scritto 30-40 anni prima. Ne ammirai comunque la lucidità.
Il suo ultimo contributo ai Quaderni della Fondazione Guevara (8/2010) aveva un titolo molto significativo, che è poi tutto un programma: «Sul buono e sul cattivo uso del Che».
La salute non gli ha consentito negli ultimi tempi di partecipare agli incontri annuali, ma ha continuato a interessarsi, finché ha potuto, alle attività della Fondazione. Mi telefonava per informarsi e acquistava le novità della collana Guevara. Mi chiedeva notizie dei membri più anziani del Comitato di redazione internazionale, che per lo più erano stati suoi compagni o avversari di idee nel periodo glorioso seguìto alla Rivoluzione algerina e a quella cubana.
Ha lasciato i suoi libri a una Biblioteca di Roma e questo contribuirà a farlo vivere ancor più nel ricordo dei compagni che lo hanno conosciuto, ma stimolerà anche la curiosità teorica di quei giovani che considerano ancora la cultura come base fondamentale dell’attività politica.
Hasta siempre, Sergio.

____________________

SERGIO DE SANTIS, UN «MAESTRO» DI STORIA E DI GIORNALISMO, di Aldo Garzia

Ho letto per la prima volta i saggi di Sergio De Santis su Ernesto Guevara e l’America latina nel 1972. Erano contenuti nell’enciclopedia I protagonisti della Storia universale e nella serie I protagonisti della rivoluzione: America latina (CEI). Avevo comprato quei volumoni rossi ben rilegati, che conservo ancora nella mia biblioteca, ad una Festa nazionale dell’Unità che si svolgeva a Roma, Ponte Milvio. All’epoca non c’erano molti libri da leggere su quei temi. I saggi di De Santis mi incuriosirono e furono il primo approccio con la storia di Cuba e dell’America latina. In seguito avrei considerato l’autore di quei testi come un «maestro», alla stregua di Saverio Tutino, con cui ho avuto una lunga frequentazione e un proficuo scambio intellettuale. Con De Santis, invece, i contatti sono stati rari e gli ultimi solo grazie alla Fondazione Guevara. Lui viveva infatti appartato dal dibattito politico più immediato e completamente calato nel ruolo di autore e giornalista televisivo, pur non smettendo mai di coltivare le proprie passioni intellettuali di gioventù. Da socialista libertario - i suoi punti di riferimento politici sono stati Lelio Basso e il Psiup - non era possibile racchiuderlo in un ruolo solamente politico. La sua produzione in libri, articoli e saggi è stata ricchissima. Non si è mai risparmiato. E si devono proprio a De Santis le prime analisi critiche su Cuba, Che Guevara e Fidel Castro, sempre collocate nel contesto più ampio della storia peculiare dell’America latina e del Terzo mondo.
Ma lui era soprattutto un giornalista. Dopo la laurea in giurisprudenza si era trasferito a Torino per frequentare l’Istituto post-universitario per lo studio dell'organizzazione aziendale (Ipsoa). Poi, tra il 1956 e il 1958, aveva vissuto in Argentina e Cile, esperienza che avrebbe dovuto costituire l’inizio di una brillante carriera dirigenziale alla Società di Navigazione «Italia». I suoi interessi però erano altri. Nel 1960 è assunto come programmista-regista alla Rai e si trasferisce a Roma. Nel 1962 diventa redattore della sezione esteri dell’allora Telegiornale unico (TG1) ed è inviato in modo permanente per due anni in America latina. Erano i tempi in cui si scopriva Cuba non più come oasi felice per ricchi americani in cerca di allegria: la rivoluzione dei barbudos, con la «crisi dei missili» e la scelta comunista, era diventata un problema. De Santis inizia a raccontare l’esperienza cubana con le sue luci e ombre. In quel periodo vince il premio giornalistico Saint-Vincent per le sei puntate di un lungo servizio dal titolo America latina. Capire un continente. Entra poi a far parte del leggendario programma di inchieste TV7 in qualità di inviato speciale e caposervizio.
Nel 1976 De Santis è nominato capostruttura della Rete 1 della Rai. Pochi anni dopo lascia la Rai e passa alla Rizzoli, dove è responsabile del settore programmi d’acquisto e vicedirettore per il settore cinema-TV. Quando lo scandalo P2 avvolge la Rizzoli non ha un attimo di perplessità, e si licenzia. Per campare in quella fase si acconcia a fare il traduttore dall’inglese, fino a quando ritorna in Rai. Voglio ricordare il suo lavoro a Medicina 33 e La notte della Repubblica, alla cui realizzazione lo chiamò Sergio Zavoli. Ultimi impegni: la trasmissione di Rai 3 Format di Giovanni Minoli e - come consulente - La Grande storia. Non ha mai smesso, tuttavia, di riflettere e scrivere sulle vicende dell’America latina, aiutandoci a capire e interpretare quello che accadeva in quei luoghi.

domenica 21 maggio 2017

ON THE ROAD/EN LA RUTA, di Roberto Massari

Pubblichiamo in versione «ampliata» lo scritto di Massari che fa da prefazione al libro fotografico - scritto e curato da Sandro Lusini e Cesare Moroni - Ernesto Che Guevara: la Ruta del Che - Argentina e Bolivia (pp. 160, € 16,00). [la Redazione]

Moroni editore, 2017
En la ruta… On the road… En route… Auf den Weg… Sulla strada… L’espressione è antica, è comune a molte lingue e continua ad evocare sensazioni che nell’epoca di Facebook in Rete o di Fast and Furious (8!) al cinema riescono a sopravvivere solo come creazioni mentali (perifrasi storico-concettuali), desideri immaginifici, impulsi emotivi alla rottura della routine quotidiana. Immortalata da libri come il classico di Kerouac (1957), assunta come motto dallo scoutismo degli adulti in auge nell’Italia degli anni ‘60, sussurrata dagli impavidi autostoppisti che affollavano gli Auberges de jeunesse di mezza Europa, quell’espressione ha nondimeno caratterizzato un’epoca, che si può identificare con discreta approssimazione negli anni ‘50 e ‘60, fino all’esplosione semiplanetaria del Sessantotto.
Nel ‘68 Guevara era già morto, da pochi mesi: lui che di quel grande moto giovanile aveva anticipato quasi ogni ambizione utopica, ogni movente iperattivistico, ogni urlo di sfida perentoria e radicale contro il sistema. E aveva anticipato tutto ciò… mettendosi in cammino: in cammino lungo i sentieri tortuosi, selvatici o falsamente civilizzati della sua Grande America, la Pacha Mama violentata degli antichi popoli nativi, meticcia nella sofferenza di nuove immigrazioni e tradizioni imbastardite.
Ma non si pensi che per il giovane Ernesto la formula del viaggio vada intesa in senso allegorico. No: prima imbarcato su navi di lungo corso come apprendista infermiere; poi i quasi 5.000 km andini in bicicletta; a seguire, il periplo con Granado compiuto in moto, camion, zattera, a piedi e in un aereo per il trasporto cavalli; infine il terzo viaggio cominciato in treno alla stazione di Belgrano (1953) e terminato nel groviglio di mangrovie de Las Coloradas (1956), in mezzo alla prima di una lunga serie di stragi dei compagni di lotta.
La trasformazione rivoluzionaria di Ernesto nel Che era stata preparata dall’epopea giovanile del viaggio. Ora questa è storia arcinota, grazie ai libri e al cinema. Quando, però, queste informazioni me le dava Hilda Gadea (la peruviana sua prima moglie e madre di Hildita), nei mesi in cui visse con me a Roma (1969 e 1970), nessun altro al mondo ancora le aveva scritte, teorizzate e forse neanche pensate (con l’esclusione della madre Celia, il fratello Roberto che me ne parlò quando fui suo ospite a Buenos Aires, l’amica Tita Infante e pochi altri suoi intimi). Ma Hilda era la testimone più attendibile, perché da lei Ernesto aveva ricevuto la prima formazione politica (sartriana e marxista) che doveva spingerlo a diventare un autentico ribelle nella mente oltre che nel cuore.
Se i viaggi che ho citato possono considerarsi l’anabasi di Ernesto dall’Argentina a Cuba (attraverso Bolivia, Perù, Guatemala e Messico), i luoghi della guerriglia boliviana costituiscono certamente la catabasi (da Cuba a La Higuera, passando per Congo, Tanzania, Praga). È tantissimo da raffigurare per immagini fisse e quindi ben venga questa sintesi editoriale che ci offre anabasi e catabasi guevariane con l’immediatezza del mezzo fotografico: un bel mezzo… vista la qualità cromatica di preziose inquadrature.

venerdì 9 dicembre 2016

CONFRONTO (SCHEMATICO) TRA FIDEL E IL CHE, di Roberto Massari

Subito dopo la morte di Fidel sono apparsi commentari di ogni genere, per lo più di persone che non si sono mai occupate seriamente di Cuba e del castrismo, e quindi non sanno di cosa stanno parlando (un fenomeno ormai molto diffuso e incoraggiato dall'uso sconsiderato di Internet). Nei casi migliori si è trattato di risposte emotive, nei casi peggiori di necrologi volutamente diffamatori o, al contrario, ingenuamente apologetici.
Personalmente seguo «da vicino» la vicenda di Fidel Castro da quando iniziai a far politica rivoluzionaria mezzo secolo fa (a novembre del 1966) e soprattutto dal mio primo lungo soggiorno a Cuba (6 mesi nel 1968). Posso considerarmi uno strenuo ammiratore di Fidel fino ad agosto del 1968, quando assistetti all'Avana al discorso di appoggio all'invasione della Cecoslovacchia che mi fece cambiare radicalmente parere. Da allora posso essere annoverato tra i critici di Fidel «da sinistra», pur restando un grande amico della Rivoluzione cubana (tra gli Italiani impegnati a difendere Cuba forse il più antico ancora vivente). Una posizione certamente non facile negli ambienti della devozione filocastrista cieca, ma che non mi ha mai creato problemi nei miei rapporti con i compagni cubani… a Cuba.
Devo però aggiungere un dettaglio importante, e cioè che per mia fortuna nella mia visione del castrismo sono stati sempre presenti l'esempio e le teorizzazioni del Che, su cui invece non ho mai cambiato fondamentalmente idea. Prova ne siano i miei libri e il film documentario a lui dedicato, il tempo e le energie che metto ancora a disposizione della Fondazione Guevara internazionale.
Il testo che segue non è certo frutto di una reazione emotiva. Fu scritto cinque anni fa, in forma di schema, come appunti personali per la relazione che tenni al 13º incontro annuale della Fondazione Guevara (Alessandria, 8 ottobre 2011), anche se poi è stato pubblicato nella forma attuale nel Quaderno della Fondazione n. 9/2014, pp. 122-3. In realtà anche la mia relazione ebbe la forma di uno schema e quindi schematica, nel senso pieno del termine, è anche la sintesi che qui presento per chi è interessato a riflettere sulle caratteristiche di questo grande personaggio storico, ma anche a guardare in faccia la realtà di cosa è diventata la Rivoluzione cubana.
Il fatto di proporlo come confronto tra Castro e Guevara mi servì (e spero serva ancora) a storicizzare la personalità di Fidel: nessuno è perfetto o malvagio in assoluto, e il confronto con Guevara serve a stabilire se all'interno della Rivoluzione cubana sia esistita o no una possibile alternativa per lo meno teorica al castrismo. [r.m.]

© Roberto Salas
Formazione giovanile

Castro
Famiglia di proprietari terrieri.
Leader studentesco fin dagli inizi.
Studi universitari in Diritto.
Letture varie, senza criteri precisi.
Cultura fondamentalmente cubana, in primo luogo Martí.
Scarsa esperienza fuori di Cuba (eccezione importante: il Bogotazo in Colombia).
Formazione politica tutta interna all'Università.
Matrimonio borghese classico.

Guevara
Famiglia mediamente agiata.
Viaggiatore instancabile.
Studi universitari in Medicina.
Tendenza allo studio sistematico di qualsiasi argomento o materia.
Passione per l'archeologia.
Lettura di molta narrativa e letteratura straniera.
Esperienze in Bolivia, Perù (lebbrosari), Colombia, Guatemala, Messico.
Prima moglie peruviana (marxista, economista e antistalinista).

Atteggiamento verso la politica

Castro
Caudillo, ambizioso, non disposto a dividere il potere con nessuno.
Disinvolto nel cambiare linee politiche.
Incurante dei programmi, ma molto attento alle alleanze e agli schieramenti.
Etica personale fondata sul principio che il fine giustifica i mezzi.

Guevara
Schivo, modesto, a disagio nel potere.
Scarsa o niente diplomazia. Rigido sugli orientamenti politici.
Incurante delle alleanze, convinto di poter fidare su se stesso: gli altri capiranno…
Forte carica etica personale e politica. Contrario al principio del fine che giustifica i mezzi.

martedì 6 dicembre 2016

GINO DONÉ A TUXPAN: missione compiuta!/ GINO DONÉ EN TUXPAN: ¡misión cumplida!/ GINO DONÉ IN TUXPAN: mission accomplished!

[Foto Davaa]
ITALIANO
Sabato 26 novembre la statua di Gino Doné - opera dello scultore veneziano Carlo Pecorelli - è stata inaugurata nella casa museo del Granma di Tuxpan (stato di Veracruz).
È stata una bella vittoria della Fondazione Guevara che per due anni si è battuta contro ogni tipo di difficoltà, raccogliendo il denaro necessario a realizzare il progetto e vincendo odiosi ostacoli burocratici della dogana messicana. Ora il volto di Gino Doné guarda il fiume Tuxpan e di lì l'Oceano Atlantico, accanto agli altri tre non-cubani (il messicano, il dominicano e l'argentino Che Guevara) della spedizione di 82 combattenti che di lì partì 60 anni fa (il 25 novembre 1956).
La cerimonia per il 60° anniversario del Granma e di inaugurazione del busto ha coinciso nelle stesse ore con la notizia della morte di Fidel Castro, al quale è stato dedicato un minuto di silenzio.
La manifestazione si è svolta davanti a un folto pubblico e con partecipazione molto sentita. Hanno parlato Emilio Zilli De Bernardi (console italiano a Veracruz), Víctor Caricabel (console cubano a Veracruz), Roberto Massari (presidente della Fondazione Guevara internazionale), Carlo Pecorelli (scultore dell'opera), una dirigente dell'Associazione di amicizia México-Cuba. Sono stati letti i messaggi inviati da Barack Obama e dalla Presidenza della Repubblica italiana (Sergio Mattarella). Ha concluso la manifestazione la professoressa Diana González de Ruiz, in rappresentanza del sindaco di Tuxpan e di altre autorità municipali in parte presenti.
Un tenore messicano ha cantato brani del compositore cubano Ernesto Lecuona e uno spettacolo di danza ha concluso una giornata memorabile.
Colgo l'occasione per ringraziare tutti coloro (singole persone, l'Anpi, Utopia Rossa e ovviamente la Fondazione Guevara in Italia) che con il loro aiuto hanno reso possibile questo atto dovuto alla memoria del nostro amato Gino.
(r.m.)

ESPAÑOL
El sábado 26 noviembre la estatua di Gino Doné - obra del escultor veneciano Carlo Pecorelli - ha sido inaugurada en la casa museo del Granma de Tuxpan (estado de Veracruz).
Se trata de una maravillosa victoria de la Fundación Guevara que por dos años sé batió contra todo tipo de dificultades, recogiendo el dinero necesario para la realización de este proyecto y venciendo tediosos obstáculos burocráticos de la aduana mexicana. Ahora el rostro de Gino Doné mira hacia el río Tuxpan y desde allí al Océano Atlántico, junto a los otros tres héroes no cubanos (el mexicano, el dominicano y el argentino Che Guevara) de la expedición de 82 combatientes que de allí partió hace 60 años (el 25 de noviembre de 1956).
La ceremonia para el 60° aniversario de la expedición del Granma y de la inauguración del busto coincidió con la noticia de la muerte de Fidel Castro, a quien le fue dedicado un minuto de silencio.
El evento tuvo lugar ante un nutrido público y con una participación muy sentida. Hicieron uso de la palabra Emilio Zilli De Bernardi (Cónsul italiano en Veracruz), Víctor Caribel (Cónsul cubano en Veracruz), Roberto Massari (presidente de la Fundación Guevara internacional), Carlo Pecorelli (autor de la obra) y una dirigente de la Asociación de amistad México-Cuba. Fueron leídos los mensajes enviados por Barack Obama y por la Presidencia de la República Italiana (Sergio Mattarella). Concluyó la manifestación la profesora Diana González de Ruiz, en representación del Alcalde de Tuxpan y de otras autoridades municipales en parte presentes.
Un tenor mexicano cantó piezas del compositor cubano Ernesto Lecuona y un espectáculo de danza cerró una jornada memorable.
Aprovecho la ocasión para agradecer a todos aquellos (varias personas, la Asociación nacional de los partisanos italianos [Anpi], la asociación Utopía Roja y desde luego la Fundación Guevara en Italia) que con su ayuda han hecho posible este ineludible acto a la memoria de nuestro queridísimo Gino.
(r.m.)

sabato 30 aprile 2016

«CHE GUEVARA E I SUOI COMPAGNI: UOMINI DELLA GUERRIGLIA IN BOLIVIA» DI ENRICA MATRICOTI, di Riccardo Vinciguerra (Mongo)

Che Guevara e i suoi compagni. Uomini della guerriglia in Bolivia - Zambon editore, 2016 - è un libro unico nel suo genere, nato dalle «ceneri» di un lavoro documentaristico, Ernesto Che Guevara - El hombre nuevo en el siglo XXI di Walter-Uliano Pistelli e Favio Giorgio, al quale ha contribuito, come fotografa di scena e assistente della produzione, anche la curatrice del libro stesso: Enrica Matricoti.
Il libro racconta la Rivoluzione cubana e la guerriglia boliviana attraverso le testimonianze dei protagonisti sopravvissuti e dei famigliari di coloro che perirono durante la missione in Bolivia; un'impostazione originale che permette al lettore/studioso di identificarsi con le loro imprese, con le loro difficoltà, con la loro vita quotidiana: un ritratto, intimo, di quei rivoluzionari che cercarono di propagare in tutta l'America latina il sogno del socialismo, in un continente dalle fortissime disuguaglianze sociali.
Il volume raccoglie le interviste fatte ai protagonisti superstiti quali Pombo e Urbano; ai collaboratori del Che quali Orlando Borrego Díaz e Ulises Estrada Lescaille; ad altri testimoni dell'epoca quali i parenti e gli amici dei cubani caduti in terra boliviana.
Il lavoro è pregevole soprattutto perché si pone l'obiettivo di mantenere viva la memoria sulle gesta e sui sacrifici, tramite le varie testimonianze raccolte, del guerrillero heroico e dei suoi compagni: giovani uomini in carne e ossa, che mostrarono tutta la loro umanità, il loro carattere, le loro debolezze e i loro punti di forza di fronte alle prove sempre più ardue che la guerra di guerriglia metteva loro di fronte.
«La coerenza stessa dell'agire di questi uomini testimonia la loro lucida consapevolezza del sacrificio che comportava la scelta della lotta: il distacco dalla propria terra, dalla famiglia, la rinuncia a crescere i propri figli ancora piccoli, l'eventualità di perire lungo il cammino».
Il volume è completato da pregevoli schede tecniche dedicate alla Cuba pre-Batista e prerivoluzionaria, alla Bolivia e, per finire, l'ultima parte è dedicata alle note biografiche sui guerriglieri che combatterono con il Che.

venerdì 9 ottobre 2015

RENÉ RAMOS LATOUR, COMBATTENTE DEL «LLANO» E DELLA SIERRA, di Marco De Martin

In occasione del 48º anniversario della morte di Ernesto Guevara, pubblichiamo un breve saggio dedicato al Comandante «Daniel», con cui il Che ebbe modo di polemizzare durante la vicenda insurrezionale cubana: auspichiamo così di dare il nostro piccolo «colpo di scalpello» alla leggenda, ancora tanto diffusa, di un Guevara dalle idee granitiche e marmorizzate, che mai sarebbero cambiate nel corso della sua vita di rivoluzionario - alla stregua di un burocrate brežneviano. Tante esperienze, prese di coscienza, delusioni politiche e letture rivelatrici dividono infatti il Che del 1957 dal «Fernando» boliviano ejecutado dieci anni più tardi a La Higuera… segno di un’onestà intellettuale che in pochi possono vantare.
Il seguente scritto, già apparso nel Quaderno della Fondazione n. 8/2010, pp. 74-8, viene qui riproposto con qualche modifica e l’aggiunta, in appendice, del testo integrale delle due lettere che costituiscono la chiave di questa storica polemica, assieme a un’altra spedita da Guevara a Fidel Castro nello stesso periodo, utile a meglio inquadrare la situazione di quel fatidico dicembre 1957.
Le foto del Che che accompagnano l’articolo sono pressoché inedite. [la Redazione]

Daniel sulla Sierra Maestra, 1958 © OAH*
Entrato a far parte ormai da tempo del ristretto pantheon degli «Eroi della Rivoluzione» di Cuba, René Ramos Latour rimane ancor oggi una delle figure meno note fra i dirigenti del processo insurrezionale, pur avendo tutti i requisiti per essere ricordato come tale: protagonista dapprima della lotta clandestina contro il regime di Batista nelle città come vice di Frank País, integrato in seguito nella guerriglia sulla Sierra - di cui fu sempre strenuo sostenitore, pur mantenendo una propria autonomia di giudizio su alcune importanti scelte - «Daniel» morirà giovanissimo in combattimento, pochi mesi prima del trionfo della Rivoluzione, senza aver potuto raggiungere la piena maturità politica e teorica1.
Come è già accaduto dopo la morte a molti altri rivoluzionari di varie epoche e luoghi (fra i quali l’esempio del Che Guerrillero heroico è senza dubbio il più celebre), anche il combattente Ramos Latour - pur essendo stato insieme uomo d’azione e di pensiero - è stato ridotto al solo primo ambito, sublimandolo fino alla «mitizzazione». Le sue riflessioni politico-teoriche - ampie e profonde, come si ricava in particolare dalla polemica epistolare con Guevara - sono state invece trascurate (e in parte censurate), in quanto espressione di quelle profonde divergenze politiche che insorsero tra il llano e la Sierra, e che si trascinarono anche oltre il trionfo del 1959, quando ormai il Comandante Daniel non poteva più pronunciarvisi.
Lo scontro «Sierra-llano» verificatosi durante la guerra rivoluzionaria è divenuto nel tempo uno dei principali temi tabù nella storiografia cubana, in una forma radicale pari soltanto alle reticenze e ai silenzi che avvolgono la posizione politica ambigua mantenuta dal vecchio Partito comunista cubano (il Psp, stalinista) verso la guerriglia, in particolare nella fase di avvio e rafforzamento.
La lettera che Daniel inviò a Guevara il 18 dicembre 1957 è un documento umano e politico fra i più lucidi che siano mai stati prodotti in seno al gruppo dirigente cubano, rivelatore della ricca personalità dell’autore. Con questo testo - scritto come replica a una lettera del Che del 14 dicembre2, molto dura nei contenuti - Ramos Latour risponde all’ingenua dichiarazione di fede filosovietica da parte di Guevara ponendo in risalto la necessità per il popolo cubano di una rivoluzione sociale che sia radicale, ma mantenga la propria indipendenza economica e politica di fronte a qualunque Stato del mondo (riecheggiando in questo anche la riflessione di José Martí). Il riferimento riguarda senza alcun dubbio gli Stati Uniti - con cui Daniel sembra già intravedere, al pari del Che, l’inevitabile scontro - ma anche l’Unione Sovietica: in questo divergendo nettamente dal Guevara filosovietico di quel periodo, ma in inconsapevole sintonia col futuro ex ministro dell’Industria cubana, cui spetterà il merito di descrivere (nel 1966) i primi passi della marcia dell’Urss verso il capitalismo.
Pur non avendo conoscenze teoriche sufficientemente approfondite al riguardo, Daniel dimostra di aver intuito il ruolo ormai assunto dall’Urss nel mondo, come complice dell’imperialismo anch’essa in campo economico - come ben esprimerà il Che nel celebre Discorso al Secondo seminario di Algeri3 del febbraio 1965 - e con un ruolo conservatore e antirivoluzionario in campo politico. In sostanza, la polemica tra Daniel e il Che costituisce il primo scontro aperto sulla collocazione nazionale e internazionale della Rivoluzione cubana, prima che il problema si ponga con drammatica immediatezza e molto prima che venga risolto nel modo che conosciamo, vale a dire con l’assorbimento di Cuba nel campo sovietico, in termini economici, politici, ideologici e militari. La corrispondenza che qui analizziamo sembra dimostrare che agli occhi delle menti più lucide e teoricamente preparate del gruppo dirigente cubano, la definizione di un atteggiamento politico di autonomia dall’Urss appariva urgente e non rinviabile già a un anno dall’inizio della lotta sulla Sierra.
Con questo nostro contributo ci proponiamo di tracciare solo un profilo sintetico della personalità del rivoluzionario Ramos Latour, proprio alla luce di quella fondamentale polemica del dicembre 1957, destinata a lasciare un solco profondo nella storia politica dell’Isola. Va detto, però, che su questo terreno lo studioso deve lottare contro la mancanza di fonti e documenti, a causa anche della precoce morte di Daniel: a tale riguardo lo scambio di lettere fra i due (e quella del Che a Fidel) fornisce uno spiraglio di luce nell’oscurità che ha sempre circondato la vicenda e che i principali biografi non hanno contribuito molto a illuminare4.

René Ramos Latour nasce il 12 maggio 1932 nel municipio di Antilla, situato nell’attuale provincia di Holguín, da genitori di umili origini. Trasferitosi con la famiglia nella vicina Santiago de Cuba, si iscrive alla Escuela Profesional de Comercio. Ottenuto il titolo di contabile, alla fine del 1953, viene assunto dapprima dalla Cuban Nickel, l’anno seguente dalla Nicaro Nickеl Processing Corp., entrambe imprese nordamericane che si dedicano alla produzione di nichel nella zona di Nicaro, nei pressi delle miniere di Ocujal. Questa esperienza, grazie al contatto diretto col mondo operaio delle multinazionali straniere - composto quasi esclusivamente da cubani - radicalizza le idee del giovane René; ciò è ben rappresentato da un passo di una lettera inviata alla madre da Ocujal, datata 27 agosto 1954:
«(…) Sí madre querida, aquí en la soledad de estas montañas he sabido qué debo hacer, de un lado tengo la tierra estéril a la que han extraído sus riquezas manos extrañas para dedicarlas a una tarea innoble, el sojuzgamiento y dominio de pueblos que ellos desprecian y consideran inferiores. Del otro lado se alzan altivas un grupo de montañas cubiertas de bosques y yerbas altas. ¿Cuál es su destino?, ¿igualar a sus hermanas en esterilidad e inferioridad? ¡No!, me resisto a creerlo, tengo la certeza de que es posible evitarlo, ¡todavía estamos a tiempo! (…)»5.
René Ramos Latour nel llano © OAH
Nel settembre 1955 un giovane santiaguero, Frank País, fonda il Movimento 26 di Luglio a Mayarí: una cellula che andrà estendendosi fino a comprendere l’intera zona nord dell’allora provincia di Oriente, includendo le cittadine di Cueto, Antilla e Nicaro. Ed è proprio in queste circostanze che inizia la militanza politica di René che, abbandonati gli studi universitari di Scienze sociali e Diritto pubblico, decide di unirsi all’organizzazione, di cui nel 1956 diviene Jefe de Accíon per l’intero territorio.
A dicembre dello stesso anno spetta a lui il compito di organizzare le azioni di appoggio allo sbarco del Granma, che proseguiranno in forma di sabotaggi nelle settimane successive. Il giovane è arrestato a Mayarí, ma viene presto rilasciato.
Nel marzo 1957 avviene il primo contatto con le forze della guerriglia: Ramos Latour è messo a capo di una delle cinque squadre di reclute armate, composte ognuna di dieci elementi, che verranno mandate come primo rinforzo sulla Sierra Maestra. È diventato ormai ii vice di Frank País nel Frente Nacional de Acción. A maggio, nominato Comandante con l’ormai celebre nome di battaglia «Daniel», viene incaricato di aprire un nuovo fronte di guerriglia sulla Sierra Cristal, il denominato Segundo Frente, con l’intento di alleggerire la pressione dell’esercito batistiano sulla Sierra Maestra. Ма il tentativo non va a buon fine a causa di una delazione, e Daniel deve tornare a Santiago de Cuba tramite la rete clandestina e riprendere le precedenti funzioni nella struttura urbana, fra le quali la principale è mantenere i contatti, in forma di direttive e materiale, con la Sierra.
Il 30 luglio il Movimento subisce il colpo più duro dall’inizio della lotta: Frank País viene ucciso in una strada di Santiago de Cuba. René è designato al suo posto come capo di Acción y Sabotaje, responsabile del Movimento nella provincia di Oriente e membro della Direzione nazionale del M-26-7. L’assembramento di popolo per i funerali di Frank si trasforma ben presto in uno sciopero semispontaneo - durato fino al 6 agosto - che Daniel cerca di estendere il più possibile ad altre città dell’Oriente cubano.
Nei mesi successivi Ramos Latour si occupa della formazione delle Milizie cittadine incaricate della guerriglia urbana. A marzo 1958 raggiunge la Sierra con altri membri della Direzione nazionale: si decide di indire, per il giorno 9 aprile, uno sciopero generale, voluto fortemente dal movimento urbano (all’epoca definito complessivamente llano, letteralmente «pianura», per distinguerlo dalla guerriglia) - che vede ormai affievolirsi il proprio ruolo politico con la crescita dell’Ejército Rebelde - e appoggiato, pur con qualche indecisione, da Fidel e i dirigenti della Sierra. Daniel s’incarica dell’appoggio armato all’azione di sciopero creando una nuova colonna, la n. 9 «José Tey», che in seguito salirà sulle montagne attorno a Santiago de Cuba in funzione di sostegno al Secondo Fronte Orientale da poco creato.
Guevara con la sua Columna 4. El Hombrito, luglio 1957 © OAH
La huelga general, cioè lo sciopero, si risolve in un tremendo fallimento, che a sua volta provocherà importanti mutamenti all’interno del Movimento. Il 3 maggio, agli Altos de Mompié, sulla Sierra Maestra, si tiene una riunione fra i dirigenti della Sierra e del llano che potremmo definire «storica». In essa vengono discusse le cause della sconfitta e Daniel ne è ritenuto uno dei maggiori responsabili. Ciò provoca la sua destituzione da capo delle Milizie cittadine e l’incarico viene assunto da Fidel Castro, come Comandante unico di tutte le forze ribelli, sulla Sierra o cittadine. Qualunque giudizio si dia di tale mutamento, non vi sono dubbi che si tratta di un passo decisivo per la storia della Rivoluzione: di qui data l’inizio dell’unificazione ideologica del gruppo dirigente castrista, che ancora continua ai giorni nostri.
Le cause della disfatta vengono individuate in primo luogo nell’improvvisazione e il soggettivismo con cui lo sciopero era stato organizzato - si parla addirittura di concezioni quasi «putschiste» - e in secondo luogo nel fatto di aver escluso dalla sua preparazione il Psp (il vecchio partito stalinista) con gli stessi metodi settari che nel passato erano stati tipici di quel partito. Anni dopo il Che, in uno dei suoi Pasajes, parlerà degli errori imputati a Ramos Latour, soprattutto per quanto riguarda la formazione delle milizie:
«Daniel, accusato di un analogo errore di valutazione [vale a dire non aver calcolato esattamente le forze della reazione nel loro bastione principale (n.d.r.)], riferito alle milizie del llano che erano state organizzate come truppe parallele alle nostre, ma prive di addestramento e spirito combattivo, e senza passare attraverso il processo di rigorosa selezione della guerra»6.
Tornato a Santiago de Cuba, Daniel organizza una nuova colonna, la n. 10 (questa volta comandata da lui stesso), da integrare nella lotta guerrigliera, salendo quindi sulla Sierra Maestra, dove l’offensiva estiva batistiana è ormai cominciata; Ramos Latour prende parte a varie battaglie, che in poche settimane porteranno al fallimento l’estremo tentativo della dittatura di accerchiare e annientare le truppe rivoluzionarie. A fine luglio Daniel - che ha ormai ai suoi ordini circa 100-120 uomini - riceve l’ordine di tagliare la ritirata a un battaglione nemico diretto a Las Mercedes, ma il giorno 30, in località Jobal - zona nord della Sierra Maestra - è ferito al ventre da un colpo di mortaio che lo conduce alla morte poche ore dopo.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

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a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.