L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

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venerdì 13 gennaio 2023

SE LA SINISTRA DIVENTA REAZIONARIA

di Giorgio Amico


A proposito dell'ultimo libro di Roberto Massari


È da poco disponibile in libreria l'ultimo lavoro di Roberto Massari, Reazionari sinistri, che raccoglie articoli, riflessioni, lettere che vanno dal 2007 ad oggi. La parte più consistente, e anche ovviamente la più attuale del volume, è quella dedicata all'Ucraina. Senza alcun timore di andare controcorrente Massari si schiera, senza se e senza ma, a fianco del popolo ucraino aggredito e inchioda alle loro contraddizioni una sinistra fatta di orfani: orfani di Lenin, orfani di Stalin, orfani di Mao, orfani del “Grande PCI”. Ma anche orfani di Trotsky, al cui pensiero per larga parte della sua vita Massari si è rifatto, da militante e da studioso del movimento operaio. In polemica feroce fra loro, ma accomunati da un amore smisurato per ogni forma di regime o movimento che si dichiari antiamericano. Perché, come per gli ayatollah iraniani, gli Stati Uniti (e Israele) sono il “Grande Satana”. E dunque, proprio come il presidente dell'Anpi Pagliarulo, che da quegli ambienti proviene, pensano che Putin abbia avuto le sue ragioni e che se la guerra continua è perché gli Ucraini rifiutano di arrendersi e continuano ostinatamente a resistere.

Da qui il titolo, malizioso e ambivalente come un palindromo. I reazionari sono “sinistri” perché portano dentro l'idea di morte, ma questi “sinistri”, gli orfani di cui si diceva, sono reazionari perché vivono nel passato, in un mondo di spettri che spacciano per il mondo reale. E si trattasse solo di pochi imbecilli isolati, “comunisti da tastiera”, non meriterebbero neppure un rigo, ma purtroppo parliamo di quello che resta di partiti politici che pure in passato ebbero largo seguito. Come, tanto per citare il più noto, il Partito della Rifondazione comunista o almeno quello che ne resta.

Messi tutti insieme, neosindacalisti compresi, rappresentano l'equivalente a sinistra di aree come quella dei No-Vax, a cui comunque si sono abbondantemente mescolati. Sono il partito dell'irrazionalismo e dell'anticultura. Perché, essendo comunisti “a prescindere”, come li avrebbe catalogati Totò, non hanno bisogno di documentarsi e studiare perché tanto, proprio in quanto “comunisti” sanno già tutto. Anzi, i libri fanno male, perché possono creare qualche dubbio in chi invece vive di certezze granitiche. Figurarsi che c'è perfino chi scrive che nel '39 Stalin e Hitler furono alleati nel scatenare la Seconda guerra mondiale aggredendo la Polonia, la Finlandia e iPaesi Baltici! O che nazismo e stalinismo sono stati per molti versi regimi gemelli che si sono copiati a vicenda.

Dunque meglio non sapere. Che il leggere è già in sé il primo passo sulla via del pensare e dunque del dubbio. Convinti come sono che il compito di un rivoluzionario (si fa per dire) non sia prima di tutto porsi domande, ma dare solo e sempre risposte. Ovviamente le più semplici possibili.

 

Di seguito la parte finale della prefazione di Roberto Massari al suo volume Reazionari sinistri. Quelli del «io-non-me-la-bevo» tra guerre e pandemie (2007-2022):

 

Sono infatti tempi duri per la Ragione, assediata d’ogni parte dall’estensione del fenomeno che nel passato definii i «da-soli-ideologici»: cioè i sinistri misantropi (in genere «leninisti-senza-mai-un-partito») che dal proprio blog fingevano di dialogare col mondo, pur di evitare il confronto con la realtà e con gli altri.

Questa variante «sinistra» dei cretini digitali di Michel Desmurget, dell’Homo videns di Giovanni Sartori, dei «frenetici informatissimi idioti» di Franco Ferrarotti, è cresciuta a dismisura e coincide in gran parte col popolo degli io-non-me-la-bevo: quelli che invece si bevono tutto, purché venga da links o dai social, ma non da analisi teoriche serie, esposte negli odiatissimi libri. 

Sono ignoranti, ma presuntuosi; disperatamente soli, ma in connessione permanente; non leggono, ma diffidano di chi legge; angosciati dalle proprie insufficienze intellettuali, si creano dei super-Superego. Sono ovviamene complottisti, dietrologi e prede delle più varie paranoie. Convinti che solo loro abbiano capito l’ultimo inghippo del Potere, sono antieuro («le Banche...»), no-vax («le Big Pharma...»), antiucraini («la Nato...»), antiqualsiasi-cosa pur di poter gratificare il proprio narcisismo ripetendo a se stessi: «Solo io ho l’intelligenza per capirlo...».

(…) Simpatizzano per le dittature stabili (quelle d’origine staliniana come Russia e Cina, o islamica come l’Iran), purché siano antiamericane. 

Indifferenti alla morte di milioni per Covid e di migliaia di ucraini sotto le bombe, non provano il minimo senso di umana pietas. 

A differenza di «noi del Vietnam», tifano per Golia contro David, per gli aggressori contro gli aggrediti, non riuscendo più a sentire l’appartenenza e la solidarietà di specie…

(r.m.)



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domenica 21 febbraio 2021

POSSIBILITÀ E NECESSITÀ DI PORRE FINE ALLA PANDEMIA VIRAL-POLITICA

di Michele Nobile

         «... poiché tu non l’avrai avvertito morirà per il suo peccato e le opere giuste da lui compiute non saranno più ricordate; ma della morte di lui domanderò a te. Se tu invece avrai avvertito il giusto di non peccare ed egli non peccherà, egli vivrà, perché è stato avvertito e tu ti sarai salvato», Ezechiele, 3, 20-21

 

È trascorso più di un anno dall’inizio della pandemia di Covid-19: è tempo di bilanci. Per i governi ma anche per le forze politiche che a tali governi si oppongono. Benché qui svolga una critica radicale della strategia governativa nel trattare l’epidemia, è al bilancio complessivo di chi ancora si considera parte della «sinistra» che penso: esso dovrebbe essere fortemente autocritico per la diffusa confusione, i cedimenti al politicismo complottista, l’economicismo sindacale, la mancanza d’azione unitaria a fronte della crisi sociale più grave e letteralmente micidiale della storia della Repubblica.

Già all’inizio della prima onda epidemica il governo italiano - come tanti altri - colpevolmente ritardò l’adozione di adeguate misure di contenimento dell’epidemia: si preferivano gli aperitivi. Tardare anche una sola settimana fa grande differenza: nei primi giorni d’agosto 2020 fu stimato che se le misure poste in atto in Italia il 9 marzo fossero state istituite una settimana prima, i morti da Covid-19 sarebbero stati 12.000 in meno entro il 3 maggio, il 44% del totale al tempo1.


Se possibile, ancor più colpevole è stato il ritardo all’inizio della seconda onda di Covid-19, la cui gestione con l’altalena dei colori è catastrofica. Sono oltre 54 mila i decessi da Covid-19 in Italia dai primi di novembre a metà febbraio, con la certezza di superare abbondantemente i 100.000 morti prima dell’estate. Se si fosse riuscito a mantenere i decessi giornalieri al livello di metà luglio-metà agosto i morti da Covid-19 sarebbero stati nell’ordine di grandezza delle migliaia non delle decine di migliaia; minore sarebbe stato anche il danno economico. È stata una catastrofe socialmente insopportabile, conseguenza di una strategia completamente sbagliata per quel che concerne le misure non-farmaceutiche di prevenzione dei contagi. E ancora si tergiversa.

mercoledì 25 novembre 2020

UNA PROSPETTIVA DI LOTTA DENTRO E OLTRE LA PANDEMIA

di Michele Nobile 

Siamo nel mezzo della seconda onda di Covid-19, ancor più prevedibile e (almeno in parte) nei suoi peggiori effetti ancor più prevenibile della prima: 15.815 morti in più tra il 1 settembre e il 24 novembre, senza contare le conseguenze per tanti malati. Ancora: da 270 mila contagiati a oltre 1,4 milioni (+429%), da 107 a 3816 ricoverati in terapia intensiva (+3466%). Altro che influenza! Dobbiamo ringraziare il favore fatto all’industria del turismo e del divertimentificio durante l’estate e poi i colpevoli ritardi nel sospendere subito quel che andava sospeso: entro metà settembre nelle regioni centrali e meridionali. 

Ai drammi dell’ansia, della malattia e della morte, la crisi economica e le misure di contenimento dell’epidemia aggiungono quelli conseguenti dall’incertezza del posto di lavoro, della disoccupazione, della caduta del reddito, col rischio crescente che l’aggravarsi dei problemi sociali ed economici venga strumentalmente utilizzato per indebolire la lotta contro l’epidemia. I tardivi e inadeguati Dpcm possono sospendere attività economiche, educative, ricreative e restringere la libertà di movimento, ma non sospendono le contraddizioni che travagliano la società. Anzi, le evidenziano, le intensificano, ne aggiungono di nuove. 


Dentro questa congiuntura si possono e si devono porre questioni di più ampio respiro, perché gran parte dell’impatto della pandemia - sia sanitario sia socioeconomico - è risultato di decenni di smantellamento dei diritti sociali ed economici, di tagli della spesa sociale, d’investimenti non fatti. Non è difficile puntare il dito contro i partiti che hanno governato il Paese negli ultimi decenni. Ancor più facile è portare sul banco degli imputati centrodestra e Lega nord per le controriforme della sanità varate in Lombardia e per la lottizzazione partitica della direzione della sanità regionale. 

Tuttavia, proprio dal carattere inedito della crisi pandemica scaturisce un problema per l’opposizione antagonistica e per i movimenti sociali spontanei: come combinare coerentemente la lotta per adeguate misure di salute pubblica con quella per misure necessarie a fronteggiare la crisi sociale ed economica? Conciliare occupazione e salute non è mai stato facile, ma ora è ancor più difficile a causa della simultanea gravità sia della crisi sanitaria sia di quella socioeconomica. Il rischio che vedo emergere è che, nonostante le intenzioni, l’opposizione sociale interiorizzi nella propria pratica la contraddizione interna al capitalismo tra salute e lavoro. La fonte di questo rischio politico è la sottovalutazione della pericolosità e delle dinamiche dell’epidemia di Covid-19. Non è mia pretesa indicare specifici obiettivi di lotta: questo è compito di chi è interessato in prima persona. Si può però delineare una logica politica complessiva entro la quale potrebbero muoversi i movimenti sociali d’opposizione nel contesto della situazione pandemica.

venerdì 13 novembre 2020

COVID-19 È STRAGE DI STATO

di Michele Nobile

 

«L'Italia non si ferma, volgiamo lo sguardo al domani, sempre più determinati a far correre l'economia. Questo vale per tutta l'Italia. Dobbiamo moltiplicare le nostre energie. Insieme ce la faremo» 

Giuseppe Conte su Facebook, 28 febbraio 2020 

 

«Se un individuo reca ad un altro un danno fisico di tale gravità che la vittima muore, chiamiamo questo atto un omicidio; se l’autore sapeva in precedenza che il danno sarebbe stato mortale, la sua azione si chiama assassinio. Ma se la società pone centinaia di proletari in una situazione tale che debbano necessariamente cadere vittime di una morte prematura, innaturale, di una morte che è altrettanto violenta di quella dovuta a una spada od una pallottola; se toglie a migliaia d’individui il necessario per l’esistenza, se li mette in condizioni nelle quali essi non possonovivere; se mediante la forza della legge li costringe a rimanere in tali condizioni finché non sopraggiunga la morte, che è la conseguenza invitabile di tali condizioni; se sa, e sa anche troppo bene, che costoro in tale situazione devono soccombere, e tuttavia la lascia sussistere, questo è assassinio, esattamente come l’azione di un singolo, ma un assassinio mascherato e perfido, un assassinio contro il quale nessuno può difendersi, che non sembra tale, perché non si vede l’assassino, perché questo assassino sono tutti e nessuno, perché la morte della vittima appare come una morte naturale, e perché esso non è tanto un peccato di opera, quanto un peccato di omissione. Ma è pur sempre un assassinio». 

         Friedrich Engels, La condizione della classe operaia in Inghilterra, 1845

 

1. L’epidemia di Covid-19 come Strage di Stato 

Mentre concludo questo intervento i morti a causa di Covid-19 sono in Italia oltre 43.000. Se la media giornaliera dei decessi da coronavirus rimarrà quella della prima settimana di novembre, per la fine del mese saranno aumentati a circa 48.000. 

E chi può dire con certezza quando si verificherà il picco e a quale altezza? 

E quindi, per Natale e Capodanno quale sarà il «regalo» complessivo della pandemia? 54.000 morti? 60.000?

Queste sono solo congetture, ma non irragionevoli. Se nelle prossime settimane la crescita dei decessi avrà un prolungato andamento esponenziale potrebbero rivelarsi assai ottimistiche. Si guardi a quel che è accaduto e accade non lontano da casa nostra: in Francia, in Spagna, nel Regno Unito, e nel resto del mondo, negli Stati Uniti, in America latina, in India.



Relativamente alla metà di settembre, quando era chiaro che l’epidemia si preparava a decollare nelle regioni meridionali e centrali, significa che abbiamo avuto - fino a questo momento - circa 8.000 morti in più. Morti che almeno in parte si potevano evitare, adottando immediatamenteadeguate misure preventive quando, a metà settembre nelle regioni meridionali, le curve di contagi, ospedalizzazioni e ricoverati in unità di cura intensiva iniziavano a puntare verso l’alto. 

Invece, in questi mesi abbiamo sentito ripetere da Giuseppe Conte la frase «non possiamo permetterci un altro lockdown», ribadita con fermezza da Fontana - Presidente della giunta regionale lombarda - nella sede appropriata, l’assemblea generale di Assolombarda il 12 ottobre, proprio mentre i contagi decollavano anche nella sua regione. Abbiamo anche sentito ripetere l’esorcismo «la scuola deve essere l’ultima cosa a chiudere». Come prevedibile, questi slogan si sono dimostrati la ricetta per arrivare comunque al lockdown e alla chiusura delle scuole, ma nel peggiore dei modi. Se adottate tempestivamente, misure più restrittive e chiusure nella ristorazione, nei trasporti, nel commercio al dettaglio, nelle scuole, avrebbero potuto soffocare il falò prima che diventasse un incendio incontrollabile, evitando morti, sofferenze e in definitiva, anche danni sociali ed economici maggiori e per un periodo più lungo. Il coronavirus è un nemico subdolo, che sa attendere il momento per infiltrarsi attraverso ogni varco, approfittare d’ogni temporeggiare per dilagare velocissimo. I varchi sono stati lasciati aperti, i temporeggiatori sono stati tanti.

Alla magistratura spetta accertare eventuali responsabilità penali individuali per fatti determinati: di sindaci, presidenti di giunte regionali, presidente del consiglio dei ministri e ministri, di dirigenti della sanità. Sono in gioco i reati di epidemia colposa ed omicidio colposo. 

Il giudizio politico e storico-sociale non ha però bisogno d’attendere l’accertamento della verità giudiziaria. 

Per molti anni ogni 12 dicembre si è protestato contro la strage di Piazza Fontana, che causò 17 morti. Quella strage venne subito detta Strage di Stato. 

Ora abbiamo di fronte un’enormità: non 17 ma quasi 43.000 morti. Quarantatremila. 

Per quanto riguarda le responsabilità politiche, ricordo l’articolo 32 comma 1 della Costituzione: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti», a cui possono aggiungersi altre considerazioni circa la tutela del lavoro e i limiti dell’iniziativa privata come indicati, in linea di massima, dagli artt. 2, 35, 41. E rimando alla citazione di Friedrich Engels: la morte appare naturale, l’assassino sembra «tutti e nessuno» ma «è pur sempre un assassinio». L’ABC dell’epidemiologia non asservita al potere. 

Si può ragionare intorno a quante di queste morti siano dovute ad omissioni e azioni delle autorità politiche, ma non possono esserci dubbi sul fatto che a migliaia debbano attribuirsi ad azioni e non-azioni politiche del passato e del presente. L’evidenza delle responsabilità politiche è nel 2020 molto più forte che nel 1969. Anche in Italia come in altri Paesi, l’impatto dell’epidemia e la sua gestione da parte dei governi nazionali e regionali sono la prova irrefutabile del fallimento di un intero ceto politico e delle politiche sociali ed economiche messe in atto per molti, anni sia dal centrosinistra sia dal centrodestra, della priorità attribuita agli interessi economici. Che siano tanti i Paesi a soffrire per la pandemia ci dice quanto sia patogeno l’ordine politico e sociale esistente e che la transizione epidemiologica in corso richiede una prospettiva e un’azione che superi i confini nazionali. È comunque necessario che in ogni Paese si esprima un chiaro giudizio sulle responsabilità politiche e sociali. 

         Politicamente e storicamente ritengo quindi che la gestione della pandemia in Italia debba giudicarsi come una Strage di Stato, a cui hanno concorso e concorrono tutti i partiti con responsabilità di governo, nazionale, regionale, locale. Certamente non uso qui il termine strage come fattispecie giuridica, pertinente alle stragi deliberatamente messe in atto da organizzazioni fasciste, col concorso e la copertura di parti dell’apparato statale. Tuttavia, volendo racchiudere il giudizio in una formula sintetica e inequivocabile, non riesco a trovarne una migliore. E sia chiaro che, proprio perché qui l’espressione ha un significato sistemico, le responsabilità di questa Strage di Stato non ricadono solo sul ceto politico ma sulla classe sociale che antepone il profitto alla salute. Come spiego oltre, gli interessi delle imprese capitalistiche italiane hanno contribuito al dilagare dell’epidemia. È un motivo specifico e concreto per ribadire che le conseguenze socioeconomiche della pandemia non possono essere pagate dai comuni cittadini. 

Concepire le responsabilità pregresse e la gestione politica dell’epidemia nazionale come Strage di Stato concentra il giudizio politico e storico, sottolinea la gravità dell’evento, stabilisce l’esistenza di responsabilità politiche. Indica in modo chiaro e inequivocabile il nemico. Sono enormi i problemi sociali suscitati nel mondo sia dall’azione sia dall’inazione dei governi, inediti come questa situazione pandemica. Ed è proprio questa loro enormità, capillarità e multidimensionalità che richiede una visione ampia del problema e una risposta politica forte e unificante, per canalizzare in un unico corso la molteplicità delle rivendicazioni e la rabbia diffusa, sia derivanti dal pericolo e dal danno per la salute, sia conseguenti dagli effetti socioeconomici della gestione politica dell’epidemia. 

Tuttavia, se in accordo alla visione dei potenti del mondo la pandemia è vista solo come un fatto naturale; oppure, se si pensa che Covid-19 sia malattia appena un po’ più pericolosa di una normale influenza, che «tanto colpisce solo gli anziani e chi ha già più patologie»; oppure che l’emergenza sia solo un’invenzione dei mass media, dei governi e di chi intende stabilire la «dittatura sanitaria» o qualcosa del genere; oppure se si pensa che sia possibile cavarsela con mezze misure e inzuccherare la medicina... allora non sussiste motivo per utilizzare l’espressione Strage di Stato. 

 

venerdì 9 ottobre 2020

COVID E AEROSOL: UN RISCHIO GENERALE PER LA SECONDA ONDA IMMINENTE

di Michele Nobile

1. La seconda onda di Covid-19 e il contagio per aerosol

2. La specificità del rischio di contagio per via aerea e la prevenzione

3. Le ragioni per cui l’Oms e i governi non riconoscono conseguentemente il ruolo della via aerea nella trasmissione di SARS-CoV-2

 

1. La seconda onda di Covid-19 e il contagio per aerosol

[Termino di scrivere questo articolo il 9 ottobre, giorno in cui i nuovi positivi a SARS-CoV-2 sono 5.372, in aumento sul giorno precedente (4558), quasi il doppio della media della settimana precedente, cinque volte il livello medio della prima settimana di settembre. Evidentemente la tempesta sta arrivando. Ci allineiamo all’Europa, dicono, come se in questo caso sia cosa bella e buona. Era previsto, dicono ancora. Appunto: ma questa non è una tempesta che in qualche misura non si potesse contenere. Forse saremmo ancora in tempo, ma si continua a tergiversare. Si parla di maschere obbligatorie all’aperto, che è da tempo cosa ovvia, ma non del rischio maggiore: quello da aerosol, specialmente negli ambienti interni chiusi, affollati o molto frequentati, poco ventilati: ad esempio trasporti, uffici pubblici, scuole, supermercati; oppure di quei luoghi e situazioni in cui occorre togliersi la protezione: al ristorante, durante l’aperitivo, a qualsiasi ora, anche e specialmente a mezzogiorno. Sulla scuola in particolare, a destra e a sinistra si fanno discorsi che poco o nulla hanno a che fare con la realtà e molto con interessi economici e con la falsa coscienza ideologica. Nell’articolo spiego perché ignorare il contagio tramite aerosol è in contrasto con il principìo di prudenza e perché questo ha molto a che fare con gli interessi privati e di bilancio, anteposti alla salvaguardia della salute pubblica. Occorreva agire con ben altri criteri, anche per evitare che ancora una volta il coronavirus diventi incontrollabile.]

 

Covid-19 è solo l’ultima delle oramai numerose nuove malattie infettive. In circa nove mesi la pandemia ha mietuto almeno un milione di vittime, che saranno in effetti molte di più e concentrate nelle città e negli slums dei Paesi emergenti e sottosviluppati dell’America latina, dell’Asia e dell’Africa. Morti che s’aggiungono al peso delle malattie endemiche e non contagiose.

Proprio per la novità di queste nuove malattie, la comunità scientifica internazionale ha bisogno di tempo per chiarirne i diversi aspetti. Non c’è dunque nulla di sorprendente nel fatto che la precisazione delle diverse modalità di trasmissione del coronavirus e della loro relativa importanza siano oggetto di controversia. Tuttavia, quella dei modi di trasmissione non è questione confinabile nel dibattito scientifico tra specialisti: ha immediate e gravi conseguenze per le misure adottate al fine di preservare la salute pubblica. Ed è questione che con l’approssimarsi dell’inverno diventa sempre più urgente.

Nel caso di Covid-19 la discussione si pone in questi termini. O, come l’Oms e i governi nazionali, si afferma che al di fuori di determinate procedure mediche che generano aerosol la trasmissione di SARS-CoV-2 avviene esclusivamente per contatto, cioè mediante goccioline respiratorie (droplets) con traiettoria balistica, che ricadono verso terra entro pochi secondi nel raggio di 1-2 metri. Oppure, come parte consistente della comunità scientifica internazionale, si ritiene che a fianco della prima modalità di contagio se ne dia un’altra: per via aerea, tramite sospensione di particelle infettive in una nuvola di aerosol, che si muove a distanze superiori a 2 metri e può «galleggiare» nell’atmosfera da decine di secondi a ore, a seconda delle dimensioni e dei flussi d’aria.

La netta distinzione tra le due modalità di trasmissione e il limite posto alla via aerea ha avuto e ha grandi conseguenze sulle misure di prevenzione. Se la trasmissione avviene solo per contatto, allora quarantena, distanziamento fisico e igiene sono misure necessarie e sufficienti. Se può darsi anche per via aerea quelle precauzioni sono necessarie ma non sufficienti. 

Un tempo si credeva che la tubercolosi, che era importantissima causa di morte e invalidità, si trasmettesse per contatto: occorsero decenni per dimostrare che il contagio avviene per via aerea. Anche per malattie emerse di recente come la Sars la discussione continua, da quasi vent’anni, ma come cittadini non possiamo attendere che la controversia scientifica sia definitivamente risolta, fra mesi o anni. Per quanto si possano ritenere non conclusive, le prove di vario tipo dell’importanza della trasmissione per aerosol sono consistenti: quel che si chiedono diversi scienziati è: nel mezzo di una pandemia, quale livello di prova si esige ancora per attuare politiche coerenti che tengano conto sia della trasmissione per contatto sia per via aerea?

COVID-19. LA SALUTE PUBBLICA MONDIALE RIMANE UNE “COSA PRIVATA”.

Lontana  dai diritti, vicina ai mercati.

di Riccardo Petrella, 

Professore emerito dell'UCL (B), Agorà degli abitanti della Terra

Gli Stati Uniti di Trump hanno tentato in tutti i modi di far deragliare la 75a Assemblea generale dell'ONU e così ipotecare il futuro delle Nazioni Unite.  La Cina di XI Jinping, dichiarando inaspettatamente il 24 settembre scorso che il suo Paese aveva appena approvato la decisione di raggiungere la neutralità  carbonio nel 2060, ha salvato un po' l’Assemblea Generale  e  aperto all'Onu un nuovo cammino di speranza per il futuro, centrato sul possibile rilancio degli Accordi di Parigi. Fortunatamente, perché, da parte loro, i potenti padroni globali del business e della finanza non hanno dato alcuna prova di voler allontanarsi seppur per poco dal loro "business as usual".  Sul fronte della lotta contro la pandemia di Covid-19, hanno mantenuto il loro credo (Money First, Market First, Stakeholders First) ottenendo nelle ultime settimane miliardi di dollari sotto forma di Advanced Market Commitments per i vaccini (ancora in fase di progettazione!) dagli Stati più ricchi in rivalità tra loro per sostenere i loro "campioni" multinazionali! Questo spiega perché l’Assemblea Generale  non è riuscita a organizzare una sessione speciale su Covid-19.  I lavori sono stati limitati ad ascoltare o a leggere le analisi e le proposte presentate da ogni Stato e dagli altri membri dell'Assemblea. Nessun dibattito. Infine, si può dire che non c'è stato alcun  segno di audacia nel grande magma del "bonismo" politico e sociale mondiale. La sua sottomissione alla visione economica liberale capitalista della società è rimasta dominante. Dobbiamo ora attendere lo svolgimento della sessione speciale su Covid-19. Lunedì 5 ottobre, la presidenza dell’AG ha confermato la sua tenuta, sperando che possa avvenire entro la fine dell'anno, ma le date devono ancora essere fissate. 


A causa del potere devastante della pandemia, l’AG dell'ONU doveva essere un'opportunità unica per lo spiegamento di pensieri, proposte e decisioni coraggiose. Ebbene, fino ad oggi, i popoli del mondo hanno assistito al bellissimo spettacolo dei fuochi d'artificio dei nazionalismi "vaccinali" (Prima noi, il nostro popolo). Le proposte per una forte cooperazione globale non hanno ricevuto il grande entusiasmo sperato. Il multilateralismo internazionale come modello per la regolamentazione dei grandi problemi globali si è dimostrato ancora una volta inadeguato e molto fragile. L'argomentazione usata dal Segretario generale dell'Onu in una dichiarazione finale del 25 settembre a favore di una forte cooperazione globale contro la pandemia ("Non abbiamo bisogno di un governo mondiale ma di un multilateralismo più forte") non ha avuto l'effetto desiderato. Cercare di attirare il consenso degli Stati anti-internazionalisti in favore della cooperazione mondiale secondo il modello onusiano discreditando  “il governo mondiale”, non è stata un’idea felice. Il riconoscimemto dell’umanità in quanto soggetto giuridico e politico chiave della regolazione mondiale dovrebbe figurare fra gli obiettivi principali a lungo termine dell’ONU.

Inrealtà, lo spirito che ha soffiato su questa fase dell'Assemblea Generale dell'ONU è stato segnato da tre principi ispiratori, mistificanti:

a) la strategia di un accesso equo e a prezzo abbordabile "per tutti" ai beni e ai servizi vitali, applicato senza alcuna innovazione al settore della salute e, quindi, alla lotta contro Covid19 . Eppure,  negli ultimi 30 anni, questa strategia non è stata in grado di risolvere nessuna delle profonde disuguaglianze globali e intra-nazionali nel diritto alla salute, all'acqua, al cibo, all'alloggio.... . Come osare continuare a proporla?

b) mantenere il principio della privatizzazione a scopo di lucro dei brevetti sulla vita (compresi i vaccini) e di tutti i servizi sanitari. Lungi dall'essere la soluzione ai problemi, i brevetti hanno dimostrato di essere alla radice dei problemi, come una delle cause principali dell'espropriazione privata della vita nell'interesse dei più ricchi; dell’a subordinazione della ricerca e dell'innovazione al denaro e al potere militare; della debolezza e della sottomissione delle autorità politiche pubbliche ai poteri delle grandi società farmaceutiche e agrochimiche mondiali; 

c) l'apertura ad un apparente riconoscimento della salute, in particolare dei vaccini, come "beni pubblici mondiali" grazie ad una trasformazione mistificatrice  del significato da attribuire al concetto di "bene pubblico" e di "bene pubblico mondiale" al quale il sistema dell'ONU ha contribuito, a partire dagli anni 2000, conformemente allo “spirito del tempo” dominato dalla "governance economica globale". 

Cosa pensano i "climatologi" sociali? È prevedibile un'inversione di tendenza?  In ogni caso, penso che valga la pena che gli abitanti della terra cerchino di provocarla.  

Bruxelles, 6 ottobre 2020


Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

domenica 9 agosto 2020

PRIMA E OLTRE IL CORONAVIRUS: LA COEVOLUZIONE DI SOCIETÀ UMANE E PATOGENI


Dialettica di una pandemia: capitalismo-nella natura/natura-nel-capitalismo, n. 6. 
di Michele Nobile 


Mio caro Candido! tu hai conosciuto Pasquetta, la graziosa cameriera della nostra augusta baronessa, nelle sue braccia ho gustato le delizie del paradiso, che hanno prodotto i tormenti d’inferno da cui mi vedi divorato; ne era impestata, forse ne è morta. Pasquetta doveva questo regalo a un dottissimo frate francescano, che era risalito alla fonte, perché l’aveva avuto da una vecchia contessa, che l’aveva ricevuto da un capitano di cavalleria, che lo doveva a una marchesa, che l’aveva avuto da un paggio, che l’aveva ricevuto da un gesuita, il quale, da novizio, l’aveva avuto direttamente da un compagno di Cristoforo Colombo. Quanto a me, non lo darò a nessuno, perché muoio.
O Pangloss, esclamò Candido, ecco una strana genealogia! il capostipite non ne è forse il diavolo? Niente affatto, replicò il grand’uomo, era una cosa indispensabile, nel migliore dei mondi, un ingrediente necessario: perché se Colombo non avesse preso in un’isola dell’America questa malattia che avvelena la sorgente della generazione, che spesso anzi impedisce la generazione stessa e che, evidentemente, si oppone al grande fine della natura, non avremmo né cioccolata né cocciniglia; bisogna poi osservare che nel nostro continente, fino a oggi, questa malattia è tipicamente nostra, come la controversia. Turchi, Indiani, Persiani, Cinesi, Siamesi, Giapponesi, non la conoscono ancora: ma c’è ragion sufficiente che debbano conoscerla a loro volta fra qualche secolo.
Candido, o dell’ottimismo, Voltaire, 1759

1. La coevoluzione di società umane e patogeni: la biologia 
Da tre o quattro decenni è in corso una nuova transizione epidemiologica, cioè una nuova epoca delle malattie, della loro incidenza e distribuzione e, in particolare, della coevoluzione tra società umana e agenti infettivi. Almeno quanto a impatto sociale mondiale, la transizione pare aver accelerato nel XXI secolo: la pandemia di Covid-19 non ne è altro che la più recente e intensa manifestazione ma non sarà l’ultima. Non si può dire quando e come o con quale estensione geografica e letalità, ma prima o poi altro seguirà. Di questo si può essere certi, a meno di non essere grand’uomini come Pangloss. La transizione epidemiologica è parte integrante di un complesso di problemi globali e la si può intendere anche come una loro sintesi: della povertà e dell’ineguaglianza sociale, del cambiamento climatico e della deforestazione, della postdemocrazia neoliberista e della dittatura del partito unico. Non si può migliorare significativamente la salute mondiale senza una radicale trasformazione del rapporto tra società umana globale e biosfera. Non si può procedere nella giusta direzione nel quadro dell’economia mondiale capitalistica e del sistema internazionale degli Stati, che condensano i rapporti di forza tra dominanti e dominati e l’oppressione e lo sfruttamento. La transizione epidemiologica è un fatto sociale totale e globale, la roccia contro cui idealmente si frantumano l’apologia dell’ordine sociale capitalistico e i nazionalismi e statalismi d’ogni genere.  
Se non sul quando o sul come del prossimo evento, qualcosa sul perché di questa transizione si può però dire. Occorre chiarire prima alcuni concetti generali. Per comprendere la complessità delle transizioni epidemiologiche si deve tener conto di un gran numero di aspetti sia biologici che sociali, che possono combinarsi in modi differenti ma che, in definitiva, non possono essere separati. Nel quadro di una teoria formalizzata ma con esempi concreti, Robert Wallace e altri hanno proposto il concetto di condensazione immunoculturale proprio per significare il fatto che la cultura e la società sono parti del sistema immunitario umano al pari dei linfociti T. È un concetto perfettamente coerente con l’idea per cui i rapporti umani sono sempre rapporti socioecologici, definiti dall’indissolubile unità dialettica società-nella-natura/natura-nella-società, ora storicamente determinata come capitalismo-nella natura/natura-nel-capitalismo1. 


mercoledì 22 luglio 2020

L'INTERIORIZZAZIONE DEI CRITERI CAPITALISTICI

L’Oms e la crisi della sanità internazionale

di Michele Nobile

Continua: 
n. 1 «Dialettica di una pandemia: capitalismo-nella natura/natura-nel-capitalismo. Introduzione», http://utopiarossa.blogspot.com/2020/06/dialettica-di-una-pandemia-capitalismo.html
n. 2 «La pandemia di covid-19 come sintomo di una nuova transizione epidemiologica», http://utopiarossa.blogspot.com/2020/06/la-pandemia-di-covid-19-come-sintomo-di.html
n. 3 «(Non) lezioni dalla storia. Commercio e sanità internazionale dalla febbre gialla a Covid-19», http://utopiarossa.blogspot.com/2020/07/lezioni-e-non-dalla-storia-dalla-febbre.html  
n. 4 «Biopolitica e contraddizioni dei regimi sanitari internazionali» 

1. Il Preambolo dell’Organizzazione mondiale della sanità, ovvero delle buone intenzioni 
2. La realtà: i limiti dei diritti socioeconomici
3. Il regime sanitario internazionale fino al «1968» mondiale 
4. Interludio: il «1968» della sanità mondiale e le illusioni di un Nuovo ordine economico mondiale: la Dichiarazione di Alma Ata 
5. La Restaurazione: la rinnovata centralità degli Stati più potenti e l’interiorizzazione dei criteri economici nella sanità internazionale  
6. Lo sviluppo ineguale-combinato e l’inesistenza di un regime sanitario globale


1. Il Preambolo dell’Organizzazione mondiale della sanità, ovvero delle buone intenzioni 
Così recita il preambolo della carta costitutiva dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), approvato dal comitato tecnico preparatorio nel 1946 ed entrata in vigore con la creazione dell'organizzazione nell’aprile 1948: 

«Gli Stati partecipanti alla presente costituzione dichiarano, conformemente alla Carta delle Nazioni Unite, che alla base della felicità dei popoli, delle loro relazioni armoniose e della loro sicurezza, stanno i principi seguenti: 
La sanità è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non consiste solo in un’assenza di malattia o d’infermità. 
Il possesso del migliore stato di sanità possibile costituisce un diritto fondamentale di ogni essere umano, senza distinzione di razza, di religione, d’opinioni politiche, di condizione economica o sociale. 
La sanità di tutti i popoli è una condizione fondamentale della pace del mondo e della sicurezza; essa dipende dalla più stretta cooperazione possibile tra i singoli e tra gli Stati. 
I risultati raggiunti da ogni Stato nel miglioramento e nella protezione della sanità sono preziosi per tutti. 
La disparità nei diversi paesi per quanto concerne il miglioramento della sanità e la lotta contro le malattie, in particolare contro le malattie trasmissibili, costituisce un pericolo per tutti. 
Lo sviluppo sano del fanciullo è d’importanza fondamentale; l’attitudine a vivere in armonia con un ambiente in piena trasformazione è essenziale per questo sviluppo. 
Per raggiungere il più alto grado di sanità è indispensabile rendere accessibili a tutti i popoli le cognizioni acquistate dalle scienze mediche, psicologiche ed affini.
Un’opinione pubblica illuminata ed una cooperazione attiva del pubblico sono d’importanza capitale per il miglioramento della sanità dei popoli. 
I governi sono responsabili della sanità dei loro popoli; essi possono fare fronte a questa responsabilità, unicamente prendendo le misure sanitarie e sociali adeguate». 

mercoledì 15 luglio 2020

PANDEMIA Y SALUD MENTAL EN GUATEMALA

por Marcelo Colussi

“Yo no estoy loco”

Cuando se habla de Salud Mental se piensa inmediatamente en algo que nos asusta, nos incomoda profundamente: “Yo no estoy loco” es la respuesta casi obligada ligada al tema. La posibilidad de estar “loco”, de no ser normal, nos atemoriza. Esa “enfermedad” -siempre imprecisamente definida- aterra más que un padecimiento físico. ¿Por qué? Porque la ilusión que nos hace vivir es que somos enteramente dueños de nosotros mismos, que decidimos nuestras vidas, que somos completamente racionales. Sin decirlo en voz alta, pero sabiendo que “así debe ser”, nos sentimos seguros, “sanos” e integrados si nos reconocemos como uno más del grupo, haciendo las cosas “normales” que todos hacen. 

Salirse del rebaño se paga caro: a quien lo hace, se le estigmatiza, se le aparta, se le señala. Para decirlo claramente: “locura” no es un término científico, ni médico ni psicológico. Pero es lo más usual para referirnos al campo de la Salud Mental: sería algo así como la negación de la salud. Lo curioso es que se utiliza continuamente esa palabra -de hecho, el hospital para supuestamente atender “enfermos mentales” es llamado loquero- sin definirla nunca con precisión. Es, en todo caso, una referencia más de corte social, ético o cultural que psicopatológico. Proviene del latín locus: “lugar”; algo así como “el que ocupa un lugar «incorrecto»”, el lugar de lo que se sale de la norma. ¿Y quién ocupa ese incómodo lugar? Aquel que se salió del rebaño.

Ahí comienza el problema: ¿qué significa “salirse del rebaño”? ¿Quién califica esa salida? Se ve rápidamente que no estamos ante un problema biomédico sino ante una cuestión eminentemente político-social. El loco (psicótico esquizofrénico, por ejemplo) que anda delirando por la calle, o come sus propias heces, definitivamente se “salió” de las normas, está en bastante precariedad para sumarse al colectivo, producir y reproducir el todo social. Pero ¿y la angustia cotidiana? ¿El miedo? (en Guatemala no sabemos si volvemos al hogar a la noche cuando salimos de casa cada mañana; se vive con miedo). ¿La homosexualidad? (¿qué hacemos si nuestra hija o hijo nos dice que es lesbiana u homosexual?) ¿El consumo de estupefacientes? ¿El repugnante racismo monumental que campea? (se mata a un supuesto “brujo” por practicar tradiciones mayas; se utiliza la palabra “indio”, ¡y no “canche”! (rubio), como sinónimo de bruto -¡¡sic!!-). El medieval machismo patriarcal en que vivimos parece “sano”, normal, aceptado; “locas” son aquellas (y también algunos ‘aquellos’) que osan criticarlo. Es sano y normal proteger la “sagrada” familia, pero los moteles están siempre completos. ¡Qué locura todo esto! 

lunedì 13 luglio 2020

BIOPOLITICA E CONTRADDIZIONI DEI REGIMI SANITARI INTERNAZIONALI


di Michele Nobile 

Dialettica di una pandemia: capitalismo-nella natura/natura-nel-capitalismo, n. 4 (vedi articoli precedenti)

Continua: 
n. 1 «Dialettica di una pandemia: capitalismo-nella natura/natura-nel-capitalismo. Introduzione», http://utopiarossa.blogspot.com/2020/06/dialettica-di-una-pandemia-capitalismo.html
n. 2 «La pandemia di covid-19 come sintomo di una nuova transizione epidemiologica», http://utopiarossa.blogspot.com/2020/06/la-pandemia-di-covid-19-come-sintomo-di.html
n. 3 «(Non) lezioni dalla storia. Commercio e sanità internazionale dalla febbre gialla a Covid-19» 
http://utopiarossa.blogspot.com/2020/07/lezioni-e-non-dalla-storia-dalla-febbre.html#more

1. Le epidemie internazionali e la genesi dei regimi sanitari internazionali
2. La Società delle nazioni e gli Stati nazionali: salute globale e nazionalismo statalista 
3. La Società delle nazioni, il colonialismo e la medicina coloniale 
4. Dire la verità fa male agli affari: gli Stati, l’Organizzazione mondiale della sanità e le emergenze di rilevanza internazionale

1. Le epidemie internazionali e la genesi dei regimi sanitari internazionali
La diffusione internazionale di febbre gialla, colera e peste bubbonica tra la seconda metà del XIX secolo e l’inizio del XX non era mero retaggio dell’arretratezza. Al contrario, era diretto risultato dello sviluppo dell’economia mondiale capitalistica: d’una compressione spazio-temporale, conseguente dall’accelerazione dei trasporti commerciali attraverso gli oceani - sia grazie alle innovazioni tecniche, per cui nel 1880 l’attraversamento dell’Atlantico richiedeva un quarto del tempo impiegato nel 1830 (inferiore a quello della comparsa dei sintomi della febbre gialla), sia grazie alle «scorciatoia» del canale di Suez (operativo dal 1869) - e dall’estensione delle linee ferroviarie, che minacciava di portare le malattie dai porti all’interno dei Paesi, come negli Stati Uniti nel 1878. Accelerazione temporale ed estensione spaziale a loro volta rimandavano alla divisione internazionale del lavoro e alla crescita dei flussi commerciali e di capitale. Quanto più si sviluppavano le interdipendenze dell’economia mondiale tanto più le epidemie risultavano dannose al commercio internazionale e pericolose per le crescenti concentrazioni urbane del proletariato industriale, quindi per la potenza, stabilità sociale e legittimità politica dei governi. Il problema era la variabilità dell’atteggiamento degli Stati e pure dentro ciascuno di essi circa ispezioni sanitarie, disinfestazione dei carichi e quarantene. 
Obiettivamente le epidemie ponevano la necessità che si stabilissero delle regole comuni per la sorveglianza sanitaria dei trasporti di merci e dei movimenti di persone, per la comunicazione delle infezioni e per il tipo di misure da mettere in atto. Questa è la genesi di un campo della politica statale: quello della diplomazia sanitaria. Tuttavia, a seconda del criterio che si utilizza, qualcosa che possa dirsi un regime sanitario internazionale basato sulla formalizzazione del consenso intorno a regole e con un’organizzazione per la sorveglianza, comunicazione e determinazione delle risposte alle epidemie internazionali richiese come minimo mezzo secolo. Il fatto è che qualsiasi regime sanitario internazionale è attraversato da contraddizioni strutturali,

simili ad altre come l’inquinamento transfrontaliero ma anche più difficili da gestire.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.