L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

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domenica 4 gennaio 2026

ATTACCO USA AL VENEZUELA: FRUTTO DELL'ASSE TRUMP-PUTIN

di Piero Bernocchi

(3 gennaio 2026)


ITALIANO - ESPAÑOL


Alla fine, dopo un crescendo "wagneriano" di minacce e intimidazioni, è accaduto quanto si temeva: Trump ha aggredito il Venezuela, la Delta Force ha fatto prigionieri Maduro e la moglie e li ha deportati negli Stati Uniti dove Maduro verrà processato per non meglio precisati "reati legati al narcotraffico". Voci dell'opposizione interna dichiarano che il rapimento sarebbe stato concordato con una parte del governo venezuelano: e l'ipotesi è realistica, visto che un'operazione del genere, senza complicità interne, appare davvero altamente improbabile. C'è addirittura da mettere in conto che Maduro stesso, vista la mala parata preannunciatagli da Trump, abbia preferito fare la stessa scelta di Noriega a Panama, a suo tempo: meglio un carcere negli Usa, magari a tempo, che una brutta fine a Caracas, una volta capito che Trump intendeva impadronirsi del paese e del suo petrolio, gestendolo fino al momento di poterne affidare la conduzione ad un governo amico.


Ma, al di là di queste mie opinabili ipotesi su complicità e connivenze interne al regime venezuelano, mi interessa qui soprattutto sottolineare una questione di portata più ampia. Negli ultimi tempi le aree putiniane italiane (e non solo) avevano salutato con una certa soddisfazione l'asse (politico ma anche di possibili considerevoli affari economici comuni), consolidatosi settimana dopo settimana a partire dal "famigerato" incontro in Alaska, fra Trump e Putin. In particolare l'intenzione del governo USA di abbandonare al proprio destino l'Ucraina e lasciarla in balia dell'aggressione russa, nonchè di scontrarsi sempre più apertamente con l'Unione europea, che addirittura in una significativa area della sinistra filorussa, istituzionale o conflittuale, veniva oramai considerata l'area più "guerrafondaia" in circolazione. Insomma, i nostri putiniani avevano preso maledettamente sul serio l'apparente volontà "isolazionista" trumpiana, interpretandola come se essa comportasse una sorta di "neo-pacifismo" statunitense, in ipotetica rottura con l'idea tradizionale di essere "il gendarme del mondo".


Gli sciagurati non avevano voluto capire che l'asse Trump-Putin è lontano mille miglia dal voler ricercare un nuovo "multilateralismo pacifico", ma è invece un tentativo di riproporre una rinnovata Yalta, una nuova prospettiva di spartizione del mondo a due (o meglio a tre, anche se il rapporto con la Cina è ancora tutto da definire con precisione). Spartizione, magari sottoscritta nel suddetto vertice a due in Alaska, che con alta probabilità  ha concesso mano libera alla Russia in Ucraina (e limitrofe zone europee), nonchè in Africa, in cambio di altrettanta libertà di azione politica e bellica per gli Stati Uniti nel Centro e Sudamerica, senza trascurare gli appetiti verso ciò che sta a Nord  dell'America stessa (Alaska, Groenlandia). Dunque, in tale prospettiva, che non mi pare affatto fantasiosa, gli Usa mollerebbero progressivamente l'Ucraina, mentre la Russia, dopo una inevitabile fase di protesta formale, mollerebbe non solo il regime venezuelano ma anche con buona probabilità persino la "copertura" ad esempio a Cuba e Nicaragua nel caso di ulteriori aggressioni politico-belliche statunitensi. (In tale quadro, magari lo stesso Putin avrebbe potuto consigliare al disastroso distruttore dell'eredità di Chávez, al suo minimo di consenso e popolarità, una "resa onorevole").


Ora i putiniani esprimeranno la loro indignazione per l'aggressione trumpiana, di certo condannabile ma non ignorando, come invece essi faranno, quanta complicità putiniana ci sia in questa azione. Insomma, l'abbandono dell'Ucraina da parte di Trump e quello del Venezuela da parte di Putin sono facce della stessa orrenda medaglia, quello di due imperialismi che confliggono ma al contempo possono collaborare e fare pure affari comuni a seconda delle convenienze. Almeno come sinistra conflittuale e antimperialista, cerchiamo di non dimenticarcelo più, come purtroppo è accaduto ultimamente più di una volta: non c'è un imperialismo più "buono" o meno guerresco dell'altro e noi dobbiamo mantenere sempre analoga opposizione ed ostilità nei confronti di entrambi.



ESPAÑOL


ATAQUE DE EE. UU. A VENEZUELA: RESULTADO DEL EJE TRUMP-PUTIN

por Piero Bernocchi


Finalmente, tras un crescendo "wagneriano" de amenazas e intimidación, ocurrió lo que se temía: Trump atacó Venezuela, la Fuerza Delta capturó a Maduro y a su esposa y los deportó a Estados Unidos, donde Maduro será juzgado por delitos de narcotráfico no especificados. Voces internas de la oposición afirman que el secuestro fue coordinado con un sector del gobierno venezolano: y esta hipótesis es realista, dado que una operación de este tipo, sin complicidad interna, parece altamente improbable. Incluso es posible que el propio Maduro, dado el terrible desenlace que Trump había predicho, prefiriera tomar la misma decisión que Noriega en Panamá en su momento: mejor una condena de prisión en EE. UU., quizás por tiempo limitado, que un final fatal en Caracas, una vez que quedó claro que Trump pretendía apoderarse del país y su petróleo, administrándolo hasta que pudiera entregárselo a un gobierno amigo.


Pero más allá de estas cuestionables hipótesis mías sobre la complicidad y connivencia dentro del régimen venezolano, me interesa principalmente destacar un asunto más amplio. Recientemente, los círculos italianos (y otros) de Putin habían aclamado con cierta satisfacción la alianza (política, pero también potencialmente con importantes acuerdos económicos conjuntos) que se había consolidado semana tras semana desde la "infame" reunión en Alaska entre Trump y Putin. En particular, la intención del gobierno estadounidense de abandonar a Ucrania a su suerte y dejarla a merced de la agresión rusa, así como de enfrentarse cada vez más abiertamente a la Unión Europea, que incluso un segmento significativo de la izquierda prorrusa, tanto institucional como belicista, era considerada ahora el grupo más "belicista" del momento. En resumen, nuestros putinistas se habían tomado muy en serio las aparentes intenciones "aislacionistas" de Trump, interpretándolas como si implicaran una especie de "neopacifismo" estadounidense, una supuesta ruptura con la idea tradicional de ser "el policía del mundo". El pueblo desdichado no había comprendido que el eje Trump-Putin está a mil millas de la búsqueda de un nuevo "multilateralismo pacífico", sino que es, en cambio, un intento de revivir un Yalta renovado, una nueva visión de dividir el mundo en dos (o mejor dicho, tres, aunque la relación con China aún se esté definiendo con precisión). Una partición, quizás firmada en la mencionada cumbre bidireccional de Alaska, que probablemente otorgaría a Rusia vía libre en Ucrania (y las zonas europeas vecinas), así como en África, a cambio de la misma libertad política y militar para Estados Unidos en Centroamérica y Sudamérica, sin descuidar sus ansias por lo que se encuentra al norte de América (Alaska, Groenlandia). Por lo tanto, desde esta perspectiva, que no me parece para nada fantasiosa, Estados Unidos abandonaría gradualmente a Ucrania, mientras que Rusia, tras una inevitable fase de protesta formal, abandonaría no solo al régimen venezolano, sino también, muy probablemente, incluso su "cobertura", por ejemplo, en Cuba y Nicaragua, en caso de una nueva agresión política y militar estadounidense. (En este contexto, quizás el propio Putin podría haber aconsejado al desastroso destructor del legado de Chávez, en su punto más bajo de consenso y popularidad, que se rindiera honorablemente).


Ahora los partidarios de Putin expresarán su indignación por la agresión de Trump, que sin duda es condenable, pero no ignorarán, como sí lo harán, el alcance de la complicidad de Putin en esta acción. En resumen, el abandono de Ucrania por parte de Trump y el abandono de Venezuela por parte de Putin son dos caras de la misma moneda horrenda: dos imperialismos que entran en conflicto, pero que también pueden colaborar e incluso hacer negocios comunes cuando les conviene. Al menos como izquierda antagonista y antiimperialista, intentemos no olvidar esto de nuevo, como lamentablemente ha sucedido más de una vez recientemente: ningún imperialismo es "mejor" o menos belicoso que otro, y siempre debemos mantener la misma oposición y hostilidad hacia ambos.



Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

sabato 29 novembre 2025

Les éditions Syllepse se sont associées pour la série sur l’agression de la Russie poutinienne contre l’Ukraine aux éditions Page 2 (Lausanne), M Éditeur (Montréal), Spartacus (Paris) et Massari Editore (Italie), aux revues New Politics (New York), Les Utopiques (Paris) et ContreTemps (Paris), aux sites À l’encontre (Lausanne) et Europe solidaire sans frontières, ainsi qu’aux blogs Entre les lignes entre les mots (Paris),  Centre Tricontinental (Louvain-la-Neuve), Utopia Rossa/Red Utopia et au Réseau syndical international de solidarité et de luttes.

BRIGADES ÉDITORIALES DE SOLIDARITÉ

À l’encontre: https://alencontre.org/ Centre Tricontinental: www.cetri.be/ ContreTemps: lesdossiers-contretemps.org/ Éditions Page 2: https://alencontre.org/ M Éditeur: https://m-editeur.info/  Éditions Spartacus: www.editions-spartacus.fr/ Éditions Syllepse: www.syllepse.net/ Massari Editore, www.massarieditore.it

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L’UCRAINA DI FRONTE A UNA SCELTA INSOSTENIBILE

di Oleksandr Kyselov

(Attivista di Sotsialnyi Rukh. Ucraino, originario di Donetsk)

ITALIANO - FRANÇAIS


Sfiniti da oltre tre anni di attacchi russi, gli ucraini sono sempre più disposti ad accettare compromessi politici ingiusti e pesanti concessioni territoriali per porre fine alla guerra. Eppure, è tutt'altro che certo che questa difficile scelta porterà effettivamente a una pace duratura. Mentre dilagano le speculazioni su un altro piano di pace mediato da Trump per l'Ucraina, gran parte del dibattito attuale sembra un déjà vu. Sentiamo le stesse denunce di "interessi particolari" nel conflitto, condanne di guerrafondai e richieste di "colloqui urgenti". In Ucraina, non abbiamo solo sentito queste argomentazioni. Le abbiamo formulate noi stessi.

Nell'estate del 2014, in seguito all'annessione della Crimea da parte della Russia e con la guerra nel Donbass già in corso, attivisti ucraini, russi e bielorussi pubblicarono una dichiarazione "Nuova Zimmerwald" in cui criticavano l'ascesa dello sciovinismo e della xenofobia nei loro paesi. Hanno chiesto un ampio movimento contro la guerra, un cessate il fuoco immediato e il disarmo reciproco. Il neonato movimento ucraino Sotsialnyi Rukh ha fatto eco a questo spirito nel 2015, sostenendo negoziati diretti con il coinvolgimento di sindacalisti e difensori dei diritti umani di entrambe le parti, nonché lo scioglimento delle agenzie di sicurezza. Si è trattato di un autentico tentativo di pace internazionalista, fallito.

Niente di tutto ciò ha impedito l'aggressione russa nel 2022. Eppure, con l'eccezione di una coraggiosa minoranza, la sinistra russa si è nuovamente rifugiata nella retorica pacifista, attribuendo la colpa della guerra a entrambe le parti e puntando il dito contro la NATO, Boris Johnson e il "regime oligarchico neonazista di Kiev". Gli ucraini, sotto i bombardamenti, non hanno potuto permettersi questo lusso. Hanno resistito alle forze di occupazione e troppi hanno già perso la vita.

A livello internazionale, quando la sinistra non si limita a dichiarazioni concise e stereotipate, oscilla ampiamente tra un'istintiva repulsione per l'ingiustizia e una disperata richiesta di pace. Ma entrambe possono servire da guida per l'azione?

Il prezzo della giustizia


Molti denunciano qualsiasi compromesso con il Cremlino come un vero e proprio tradimento, creando un precedente premiando l'aggressione. In termini assoluti, hanno ragione. Eppure la giustizia ha sempre un prezzo: se non per gli attivisti che la chiedono, allora per qualcun altro.


Le risorse dell'Ucraina sono al limite delle loro possibilità. La spesa per la difesa nel 2025 ha raggiunto i 70 miliardi di dollari, superando le entrate fiscali nazionali. Il deficit di bilancio si aggira intorno ai 40 miliardi di dollari e la continuità degli aiuti esteri non è garantita. I costi di ricostruzione sono già saliti a oltre mezzo trilione di dollari. Il debito pubblico ammonta a 186 miliardi di dollari e continua a crescere. Quasi due terzi degli ucraini prevedono che la guerra durerà più di un anno, e gli esperti condividono questa opinione. Il presidente Volodymyr Zelensky sottolinea che il suo Paese avrà bisogno di tutto il supporto possibile per combattere l'esercito russo per altri due o tre anni. Allo stesso tempo, le forze armate ucraine sono sottoposte a grave pressione non solo per la mancanza di armi e munizioni, ma anche per la diminuzione del personale. Dal 2022 sono stati registrati oltre 310.000 casi di diserzione e assenza senza permesso, di cui più della metà nel 2025. Molti soldati che hanno lasciato l'esercito lamentano esaurimento, mancanza di preparazione psicologica all'estrema intensità del combattimento, interminabili missioni e comandanti corrotti che li trattano come pedine usa e getta. Alcuni sono pronti a tornare non appena le condizioni miglioreranno, ma solo una piccola parte lo ha fatto nell'ambito del programma di amnistia. Più della metà degli uomini ucraini si dichiara pronta a combattere, ma 1,5 milioni di loro non hanno ancora aggiornato i propri registri militari. Dopo l'inizio del reclutamento nel 2024, solo 8.500 persone si sono offerte volontarie entro un anno. Persino l'offerta di un bonus di 24.000 dollari alla firma per contratti di un anno non è riuscita ad attrarre molti giovani. Una volta allentate le restrizioni di viaggio per i giovani dai 18 ai 22 anni, quasi 100.000 uomini hanno attraversato il confine nei primi due mesi, molti dei quali sono partiti definitivamente.


La triste realtà è che la resistenza ucraina si basa sulla "busificazione", la pratica di sequestrare con la forza uomini per strada o sul posto di lavoro e arruolarli nell'esercito. Il difensore civico ha riconosciuto che questi abusi sono ormai sistemici. Ciononostante, la Corte Suprema ucraina ha stabilito che la mobilitazione rimane legalmente irreversibile, anche quando condotta illegalmente. Nel frattempo, i social media sono sempre più pieni di resoconti di violenti scontri con ufficiali di leva.


L'opinione pubblica riflette questa stanchezza e i recenti scandali di corruzione che coinvolgono i più stretti collaboratori del presidente non fanno che aggravare la situazione. I sondaggi mostrano che il 69% degli ucraini è ora a favore di una fine negoziata della guerra e quasi tre quarti sono disposti ad accettare il congelamento della linea del fronte, anche se non alle condizioni della Russia. Gli ucraini continuano a insistere sulle garanzie di sicurezza, che per loro includono la fornitura di armi e l'integrazione nell'UE.


Il sogno di "combattere fino alla vittoria", a prescindere da tutto, ignora questi limiti. A meno che il "sostegno incrollabile" dell'Occidente non includa la volontà di aprire un secondo fronte, cosa dovremmo aspettarci? La logica della disperazione porta ad abbassare l'età di leva, estendere il servizio militare alle donne, espellere i rifugiati ucraini aventi diritto dall'estero per riempire le trincee e quindi istituire truppe di blocco ed esecuzioni sul campo per prevenire le diserzioni.


L'illusione pacifista

giovedì 26 giugno 2025

Ukraine. Qu’est-ce qui empêche la fin de la guerre?

Vitalyi Dudin

[juriste et membre de la direction de Sotsialnij Rukh (Mouvement social). Kyiv, 9 juin 2025]


FRANÇAIS - ITALIANO - ENGLISH


Deux problèmes principaux 


Malgré quelques espoirs, la guerre d’agression russe contre l’Ukraine se poursuit et se fait plus intense. Chaque jour, je vois des images épouvantables de destructions massives dans ma ville natale, Kyiv, à Kharkiv et dans d’autres magnifiques cités, qui étaient difficiles à imaginer. Ces scènes, dignes d’un film de catastrophe, font partie de notre vie quotidienne. Les endroits où nous nous promenions se transforment en cendres noires et en ruines. 

Pendant ce temps, les envahisseurs russes lancent de nouveaux assauts non seulement à l’est et au sud, mais aussi au nord, dans la région de Soumy. Ici, en Ukraine, le conflit a vraiment les caractéristiques d’une guerre populaire en raison de l’ampleur de la participation de la population à l’effort de guerre: plus d’un million de personnes servent dans l’armée, un peu plus sont engagées dans les secteurs des infrastructures critiques et beaucoup d’autres sont impliquées dans des activités volontaires.

Les négociations d’Istanbul cachent les plans expansionnistes de Moscou et ne pourront guère réussir (voir ci-dessous). 

Mon existence même en tant que civil et en tant que militant des droits du travail a changé radicalement. Je reçois des messages de travailleurs des chemins de fer qui ont besoin d’argent pour les drones et d’autres équipements; les proches des salariés décédés à la suite d’attaques de missiles sur leur lieu de travail me font part de leurs problèmes pour obtenir des aides sociales ; les infirmières près de la ligne de front se plaignent de ne pas recevoir les primes promises. Parfois, nous réussissons à surmonter de tels défis, mais nous voulons tous que la guerre se termine le plus rapidement possible. 

Bien sûr, la résistance héroïque des défenseurs ukrainiens et les opérations spéciales étonnantes sur le territoire russe ont beaucoup contribué à affaiblir la machine de guerre du Kremlin. Mais après avoir perdu le soutien militaire américain, les chances d’une victoire stratégique de l’Ukraine se sont réduites. 

Les négociations d’Istanbul ont clairement montré que la position ukrainienne est désormais beaucoup plus souple pour tenter de chercher une solution pacifique (cessez-le-feu de 30 jours, par exemple). Au contraire, les exigences russes se font plus offensives et agressives. Grâce à Donald Trump, la Russie a repris l’initiative sur le champ de bataille et cela reflète une réalité objective. L’impossibilité de mettre fin à la guerre vient de la faiblesse de la position de l’Ukraine dans les négociations et elle ne peut être surmontée par une mobilisation plus importante des hommes sur le front. 

Alors quels sont les facteurs qui rendent l’Ukraine plus faible ? 


Problème n° 1 – Le pseudo-pacifisme qui sévit parmi les forces progressistes occidentales 

Ce premier problème est extrêmement douloureux pour moi. Beaucoup de gens, dans le mouvement socialiste, ne veulent traditionnellement pas aborder des questions telles que la violence, l’État et la souveraineté. Cela les conduit à une mauvaise compréhension de la situation ukrainienne. Certains ne reconnaissent pas la nature décoloniale et anti-impérialiste de la lutte ukrainienne. Leur analyse se base sur une vision dépassée du système international où les États-Unis étaient considérés comme le seul impérialisme et où la Russie était représentée comme leur victime. Et même si Donald Trump dit «comprendre» chaleureusement le sentiment impérialiste de Poutine, cela n’a pas changé les conclusions que tirent ces personnes qui se prétendent des intellectuels de gauche. Les régimes les plus réactionnaires de l’histoire de l’Amérique et de la Russie exercent une pression énorme sur l’Ukraine aujourd’hui, tandis que certains cherchent des arguments pour justifier qu’une nation attaquée ne mériterait pas de soutien international. Je suis curieux de savoir comment les protagonistes de la théorie de la « guerre par procuration » s’arrangeront avec le fait que l’Ukraine continue de se battre sans l’aide directe des États-Unis et même malgré des actions hostiles de la part ce pays. 

Beaucoup de militants de gauche s’opposent au soutien militaire à cause de leur éthique antimilitariste. Et apportent une excuse philosophique sophistiquée afin de ne pas envoyer d’armes à un pays envahi, provoquant plus de souffrances parmi les innocents. La contradiction d’une telle posture devient particulièrement absurde lorsqu’elle est avancée par ceux qui prétendent être des révolutionnaires ou des radicaux... Pour moi, il est évident que de tels rêveurs veulent avoir une vie tranquille à l’intérieur d’un système capitaliste sans tenter réellement de le renverser. Être contre les armes revient à se réconcilier avec le fléau de l’esclavage.

Vivre sous la protection de l’OTAN et avoir peur d’une «militarisation excessive» de l’Ukraine ressemble à de l’hypocrisie. 

À l’inverse : si les travailleurs ukrainiens remportent la guerre, ils se verront encouragés pour poursuivre une lutte émancipatrice pour la justice sociale. Leur énergie renforcera le mouvement ouvrier international. Expérience de la résistance armée et de l’action collective: voilà une condition préalable clé pour l’émergence des véritables mouvements sociaux qui défieront le système.

 

Problème n° 2 – L’incapacité de l’État ukrainien à placer les intérêts publics au-dessus des intérêts du marché 

Les élites dirigeantes en Ukraine encouragent le libre marché et le système basé sur le profit comme seul moyen possible d’organisation de l’économie. Toute idée de planification de l’État ou de nationalisation des entreprises doit, pour eux, être rejetée car faisant partie du patrimoine soviétique. Le problème est que la version ukrainienne du capitalisme est totalement périphérique et incompatible avec la mobilisation de ressources nécessaires à l’effort de guerre.

Le dogmatisme idéologique dominant place l’Ukraine dans le piège d’une économie primitive et qui dépend largement de l’aide étrangère. 

Nous vivons dans un pays d’hommes d’État riches et d’un État pauvre. Le gouvernement essaie de limiter sa responsabilité dans la gestion du processus économique et d’éviter d’imposer un impôt progressif élevé sur les riches et les entreprises. Cela conduit à une situation où le fardeau de la guerre est supporté par des gens ordinaires qui paient des impôts sur leurs petits salaires, qui servent dans l’armée, qui perdent leurs maisons... 

Il est impossible d’imaginer qu’il y ait du chômage pendant la guerre à grande échelle. Mais en Ukraine, cela existe avec un niveau extrêmement élevé d’inactivité économique de la population ainsi qu’une pénurie incroyable de maind’œuvre. Ces carences peuvent s’expliquer par la réticence de l’État à créer des postes de travail et à l’absence de stratégie visant à impliquer massivement les gens dans l’économie dans des centres d’emploi. Nos politiciens pensent que les dysfonctionnements historiques du marché du travail peuvent être résolus sans une ingérence active de l’État! Malheureusement, 

les réformes dans le sens de la déréglementation en temps de guerre ont créé une multitude de contre-incitations qui démotivent les Ukrainiens à l’heure de chercher un emploi salarié. Voilà pourquoi la qualité de l’emploi devrait être améliorée en augmentant les salaires, avec de véritables inspections du travail et de vrais espaces de démocratie sur le lieu de travail. 

Seule une politique socialiste démocratique pourra ouvrir la voie à un avenir durable pour l’Ukraine, où toutes les forces productives travailleraient pour la défense nationale et une protection sociale juste.

 

Et maintenant, nous pouvons aller droit au but 

Sans un soutien militaire et humanitaire à la hauteur, l’Ukraine ne pourra pas protéger sa démocratie et sa défaite affectera les libertés politiques partout dans le monde. Par ailleurs, nous devons rester critiques envers les responsables gouvernementaux ukrainiens et leur refus d’en finir avec le consensus néolibéral qui sape l’effort de guerre. Il sera particulièrement difficile de gagner une guerre contre un envahisseur étranger si nous avons beaucoup de problèmes internes, à cause d’une économie capitaliste dysfonctionnelle.


(Soutien à l’Ukraine résistante, publiée par les Brigades éditoriales de Solidarité et Utopie Rouge, n° 39-40, 1er Juillet 2025)



ITALIANO

martedì 13 maggio 2025

PERCHÉ RADDOPPIARE L’AIUTO MILITARE ALL’UCRAINA

di Michele Nobile 


ITALIANO - ENGLISH


Prima parte: aiuti esteri e guerra di liberazione 


L’altalena di dichiarazioni ufficiali e di commenti giornalistici a proposito delle trattative fra Russia, Stati Uniti e Ucraina confonde la situazione e tende a creare aspettative destinate a rimanere deluse1. Innanzitutto, i contatti fra Russia e Stati Uniti non sono dei negoziati ma dei preliminari intesi a sondare la possibilità di iniziare trattative che non siano a priori destinate al fallimento. Le polemiche su durata, campo d’applicazione ed estensione geografica di un eventuale cessate il fuoco rientrano in questo quadro: di verifica della disponibilità reale a negoziare. Dopo quelli tentati da Obama, da Biden e dalla prima amministrazione Trump, questo è l’ennesimo reset statunitense in direzione dell’appeasement nei confronti di Putin, ma è ancor più contraddittorio dei precedenti. Infatti, con l’idea di por fine rapidamente alle ostilità l’amministrazione Trump ha esercitato la massima pressione sull’Ucraina: ad es. costringendone la difesa antiaerea a scegliere se proteggere obiettivi civili oppure militari; fatto ancor più grave, l’incertezza sulla continuità degli aiuti compromette la possibilità delle forze ucraine di pianificare future operazioni controffensive. Nello stesso tempo, però, le forze russe continuano a mantenere l’iniziativa offensiva su quasi tutto l’intero arco del fronte e a portare massicci attacchi aerei alle città ucraine. Nonostante ogni chilometro quadrato conquistato abbia per i russi un costo elevatissimo in uomini e mezzi, e il ritmo dei loro progressi territoriali sia assai ridotto rispetto a ottobre-novembre 2024 e continui a ridursi, dal punto di vista degli obiettivi di guerra di Putin questa linea d’azione è perfettamente logica: per quanto non possa durare a lungo, è il modo più efficace di sfruttare lo squilibrio materiale e di aspettative a favore della Russia creato dalla politica di Trump. 

In secondo luogo, bisogna fare attenzione a non farsi abbagliare dal modo in cui politici e commentatori utilizzano la parola pace. Bisogna ribadire quel che dovrebbe essere ovvio: che un «cessate il fuoco» o un armistizio, fragile o duraturo che sia, sono cosa ben diversa da un trattato di pace, non pongono fine allo stato di guerra ma si limitano a sospenderlo. Quando si guardi obiettivamente quali siano gli obiettivi minimi delle parti in conflitto è chiaro che, a meno di grandi sconvolgimenti militari che al momento non sono prevedibili, la partita diplomatica non può concludersi con la pace ma, nel migliore dei casi, con il congelamento delle linee del fronte. 

Purtroppo il motivo per cui Putin rifiuta una sospensione lunga e generale dei combattimenti terrestri e degli attacchi aerei non è solo tattico ma è inevitabile conseguenza della situazione che egli ha deliberatamente creato. Basti considerare quali siano gli obiettivi di guerra minimi del regime russo, ribaditi di continuo: riconoscimento de jure dell’annessione della Crimea e di altri quattro oblast dell’Ucraina alla Federazione Russa, nel complesso circa un quinto del territorio ucraino; la drastica riduzione della capacità di difesa delle forze armate ucraine; la negazione all’Ucraina non solo dell’ingresso nella Nato ma di qualsiasi altra seria forma di garanzia internazionale di sicurezza. Questi sono obiettivi irrinunciabili, specialmente il primo, un macigno che sbarra la via della pace ed è inamovibile con la diplomazia. Non può esistere alcun dubbio sul fatto che in nessun caso Putin restituirà pacificamente i territori occupati, perché questo significherebbe la sconfitta della sedicente «operazione speciale» e l’inutilità dell’enorme costo umano della guerra, con possibili gravi ripercussioni sulla tenuta del regime. 

Dal lato opposto, è ovvio che gli ucraini siano stanchi della guerra e i primi a desiderare la pace. Tuttavia la presunta «pace» nei termini degli obiettivi minimi di Putin sarebbe funzionale al conseguimento del suo obiettivo massimo, a cui egli evidentemente non ha rinunciato: l’instaurazione a Kyiv di un governo subordinato a Mosca. È a questo che serve indebolire economicamente e umanamente l’Ucraina, amputarne il territorio e pretendere che non sia in grado di difendersi né d’essere aiutata dall’estero. Si può ben dire che questa «pace» non sarebbe altro che la continuazione della guerra con altri mezzi, o una pausa prima d’una terza aggressione (dopo quelle del 2014 e del 2022 ancora in corso). Cedere agli obiettivi minimi di Putin equivarrebbe per gli ucraini al suicidio dell’indipendenza nazionale e della libertà politica del loro Paese. 

Per gli ucraini la questione della pace va anche oltre la restituzione dei territori occupati, la giustizia per le atrocità e i crimini di guerra e le riparazioni per l’enormità del danno umano e materiale inferto dall’aggressione di Putin. La pace comporta determinare le condizioni militari, politiche ed economiche che assicurino al popolo d’Ucraina la libertà interna e la libertà di decidere della collocazione internazionale del Paese. 

E questo pone obiettivamente la questione del rafforzamento dell’Unione Europea: difficile che questa abbia un futuro politico se non sarà in grado di difendere se stessa e l’Ucraina come nuovo Stato membro. Se si condivide questa posizione, ne consegue che i Paesi europei devono decidere e coordinare una politica d’investimenti nel settore della difesa, al fine immediato di sostituire il più possibile l’aiuto militare statunitense alla guerra per la liberazione e l’indipendenza dell’Ucraina: in pratica l’aiuto economico e militare dei Paesi dell’Unione Europea dovrebbe raddoppiare. Fatto senz’altro possibile quando si consideri che per i maggiori Stati europei gli aiuti totali all’Ucraina ammontano a circa lo 0,1% del Prodotto interno lordo, uno sforzo economico del tutto inadeguato. 

Inoltre, il sostegno degli Stati europei all’Ucraina dovrà continuare anche dopo il congelamento o il termine della guerra, sia per la ricostruzione economica del Paese sia per le necessarie garanzie di sicurezza e gli aiuti militari, possibilmente utilizzando i fondi congelati della Russia e annullando il debito estero dell’Ucraina. 

Nel resto dell’articolo considero il contributo estero all’evoluzione delle capacità militari dell’Ucraina e critico l’idea della «guerra per procura». 


La politica estera multivettoriale e la crisi della difesa dell’Ucraina

mercoledì 9 aprile 2025

PERCHÈ L’APPEASEMENT DI TRUMP CON PUTIN FALLIRÀ

di Michele Nobile


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Era fatto noto e logicamente conseguente dalla sua visione degli «affari» del mondo, che per la guerra in Ucraina Trump avrebbe tentato qualcosa che chiama «pace» - non mettendo con le spalle al muro l’aggressore russo, ma ricattando l’aggredita Ucraina - e che avrebbe fatto a Zelensky qualche «offerta che non si può rifiutare», poi concretizzata nell’intento di mettere le mani sui giacimenti di terre rare. Questa è la sua personalissima e paradossale interpretazione del motto reaganiano peace through strenght - pace attraverso la forza - che non porterà né la pace in Ucraina né renderà più forti gli Stati Uniti.

Come è noto l’approccio del Presidente è stato traumatico, se non feroce, con malcelata gioia del Cremlino: sospensione della connessione delle forze ucraine a Starlink, con grave danno delle loro capacità di comando e controllo, sul piano tattico e strategico; sospensione degli aiuti economici e militari, non graduale e limitata ma del loro insieme; ripetuti tentativi di discreditare il Presidente ucraino, in ultimo tendendogli un’imboscata pubblica e punendo la sua mancanza di deferenza e soggezione al disegno di Trump. Addirittura, nelle dichiarazioni di Trump e dei suoi collaboratori sono state fatte concessioni ad obiettivi di guerra di Putin (su possibili mutilazioni del territorio ucraino, sul non ingresso nella Nato) ancor prima di iniziare il negoziato, senza contropartita e alle spalle dell’Ucraina, ripetendo parti della narrazione ideologica imperiale grande-russa. Una tattica che, a seconda dei punti di vista, si può dire di estremo cinismo o di totale idiozia e incompetenza1. Considerando le personalità implicate in questa amministrazione, probabilmente i due motivi si combinano; un esempio è il cosiddetto Signal-gate. 

Tuttavia, come fu già nel suo primo mandato, la politica di Trump sarà limitata sia da resistenze sia dalle sue stesse contraddizioni, sia in politica interna che in politica internazionale. Un libro d’accurata analisi di tutte le politiche e dei rapporti istituzionali della prima presidenza Trump sostiene la tesi che egli sia senza dubbio un Presidente straordinario quanto a «stile, processo, parole, retorica e promesse», ma «nella sostanza, nella politica, nei fatti, nell’azione e nelle promesse mantenute, la presidenza di Trump non è straordinaria. Anzi, è ordinaria, in gran parte convenzionale, ortodossa e conservatrice, piuttosto che rivoluzionaria o radicale». Presidente straordinario-presidenza ordinaria: nonostante l’approccio traumatico e il peculiare stile comunicativo del Presidente, l’immagine straordinaria e «rivoluzionaria» del presidente si smorza in risultati che rientrano nei parametri della tradizione del Partito repubblicano2.

A parer mio si possono discutere alcuni dettagli di questa analisi, ma nel complesso è corretta: per due ragioni. La prima è che, al contrario della Russia, che è una dittatura appena mascherata, gli Stati Uniti rimangono uno Stato liberale con un assetto costituzionale per cui i poteri presidenziali sono sottoposti a una serie di controlli e limiti istituzionali a più livelli, a volte non attuati ma che esistono e, quando si verifica la volontà d’usarli, possono essere efficaci. La seconda ragione è che l’approccio trumpiano a determinate questioni di politica estera può scontrarsi con la dura realtà di attori politici e di dinamiche che sfuggono al controllo degli Stati Uniti: direi che è la norma da diversi decenni. Il che non vuol dire che Trump non abbia prodotto e non continuerà a produrre danni, al contrario. È il successo del suo disegno che è in discussione, qui, della politica nei confronti della Russia e della guerra d’indipendenza dell’Ucraina. 

L’idea del candidato Trump che con lui al comando la guerra in Ucraina sarebbe terminata «in 24 ore» non era solo esempio della sua smisurata megalomania, adatta a un supereroe da scadente fumetto, e della straordinaria demagogia delle sue modalità di comunicazione. Era e rimane indicativa della completa incomprensione degli interessi basilari dei belligeranti, dei problemi connessi a un eventuale armistizio e, ancor più, di un trattato di pace, della dimensione della posta in gioco di quello che non è mai stato un conflitto locale. Se Trump pensa seriamente di por fine a un fatto così complesso e multidimensionale come se fosse un deal immobiliare - in effetti inizialmente affidato all’immobiliarista Witkoff - allora l’iniziativa diplomatica statunitense rischia di risolversi in un fallimento.


I precedenti della politica di appeasement

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

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a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.