L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

venerdì 14 febbraio 2025

CONTRO LO STATO TURCO, IN DIFESA DEL POPOLO CURDO

di Piero Bernocchi (portavoce Confederazione Cobas)


Fermiamo lo Stato turco, criminale e genocida. 15 febbraio a Roma (Circo Massimo, ore 14.30) manifestazione nazionale in difesa del popolo curdo

L'UIKI (Ufficio d'informazione del Kurdistan in Italia), struttura che rappresenta in Italia la comunità curda, ha promosso per il 15 febbraio una manifestazione nazionale a Roma (e una a Milano) con un Appello, ove tra l'altro si legge: "Il 15 febbraio 2025 segnerà il 26° anniversario della cattura di Abdullah Öcalan, il leader storico del movimento curdo...Dal 1999, Öcalan è detenuto in isolamento sull’isola-prigione di Imrali. La sua prigionia rappresenta un simbolo della più ampia repressione contro le rivendicazioni curde, ma anche della difficoltà della Turchia nell’affrontare una soluzione politica e pacifica a un conflitto che perdura da decenni.La liberazione di Abdullah Öcalan non riguarda soltanto la giustizia per un uomo imprigionato in condizioni che violano il diritto internazionale e lo stesso sistema giuridico turco, ma costituisce anche un passo fondamentale per la costruzione di una pace duratura tra lo stato turco e il popolo curdo. Nel corso degli anni, Öcalan ha più volte espresso la sua disponibilità a negoziare e a promuovere la pace, avanzando proposte che prevedono il riconoscimento dei diritti dei curdi all’interno di una Turchia democratica e pluralista. In tutto il paese, le pratiche utilizzate sull’isola di Imrali sono state estese per soffocare ogni forma di dissenso e di opposizione che veda nella soluzione politica della questione curda una possibile svolta verso una trasformazione democratica dell’intero Medio Oriente".

Nel frattempo, il 5 e 6 febbraio 2025 a Bruxelles si è riunita la 54° Sessione del Tribunale Permanente dei Popoli sul Rojava.  Nella sua dichiarazione il Tribunale Permanente ha affermato che lo Stato turco sta commettendo sistematicamente crimini di guerra e crimini contro l’umanità con l’obiettivo del genocidio. La dichiarazione denuncia tra l'altro: "Le testimonianze che abbiamo ascoltato dipingono un quadro di punizione diffusa e sistematica di un popolo. I loro crimini? Essere curdi e creare una società fondata sui principi di uguaglianza, giustizia e solidarietà. L’obiettivo della punizione è lo sradicamento dell’identità, della presenza e della cultura curda. Gli abitanti di Afrin sono stati costretti ad abbandonare le loro case quando la città è stata occupata dalla Turchia nel 2018. La popolazione curda è passata da oltre il 90% al 25%, poiché le loro case sono state sequestrate e offerte ad arabi sunniti e turkmeni . Le proprietà sono state sistematicamente saccheggiate, vetrine e cartelli stradali sostituiti con nomi turchi, il turco ha sostituito il curdo come lingua di insegnamento. Terreni e proprietà sequestrati, fabbriche smantellate, l’industria olearia confiscata.... Circa 120.000 persone sono state costrette ad andarsene: il 40% bambini, un altro 40% donne e molti altri anziani. Il totale attuale degli sfollati è stimato in 300.000 unità...Abbiamo sentito di esecuzioni sommarie di attivisti politici e soccorritori, sparizioni e di come le persone potessero capire l’ora dalle urla e dai pianti delle persone torturate, dalle 9 del mattino alle 5 di pomeriggio... Ci hanno raccontato di rapimenti, aggressioni sessuali e stupri di donne e ragazze, prigioni segrete ricavate da scuole, edifici agricoli e stazioni ferroviarie, e l’incapacità dei sopravvissuti di parlare per paura della detenzione e della tortura.. Abbiamo visto prove dell’uso di fosforo bianco... Abbiamo visto prove fotografiche di ripetuti bombardamenti di impianti di gas ed elettricità e di installazioni petrolifere, il che significa niente combustibile per il riscaldamento e la cucina, ma anche niente acqua, lasciando un milione di persone senza acqua corrente pulita, portando a dissenteria e colera.... Abbiamo sentito di attacchi a strutture mediche che curano decine di migliaia di pazienti a Kobani e Qamlişo...Gli attacchi contro le donne - il “femminicidio politico” delle donne che sfidano il patriarcato e si battono per l’uguaglianza di genere, gli stupri brutali delle donne curde da parte dei servizi segreti turchi nelle prigioni segrete – sono stati presentati come un attacco diretto al modello del Rojava... I bombardamenti, attacchi con droni e atrocità contro i civili, gli spostamenti forzati e la sostituzione delle popolazioni, la distruzione dell’energia elettrica e il danneggiamento delle riserve idriche, i danni ambientali, la distruzione del patrimonio culturale e delle istituzioni educative, l’uso di stupri, torture, detenzioni segrete costituiscono crimini contro l’umanità e crimini di guerra e sono indicativi di genocidio". 

E questo infine è un brano del commento dell’Avv. Margherita D’Andrea, dell’Esecutivo GD, che con una delegazione dei Giuristi Democratici ha partecipato alla sessione: "Quello che è emerso nel corso delle audizioni dei testimoni è che dal 2018 in Rojava è in atto un  sistematico e pervicace tentativo di sradicare il popolo curdo dalla propria terra, di distruggerne non solo la vita ma l’identità, la cultura, l’economia, costringendo migliaia di persone a fuggire. Un tentativo che è stato definito dal Collegio dell’accusa proprio di una vera  ingegneria demografica, al fine di attuare una politica di sostituzione nell’area del Nord Est Siria dei curdi con popolazioni arabe sunnite e turcomanne..I giudici hanno scritto che la comunità internazionale è consapevole delle continue sofferenze del popolo curdo e dei crimini degli imputati...E' dunque fondamentale che i responsabili dei crimini di guerra e crimini contro il popolo curdo siano portati davanti alla giustizia e che la comunità internazionale assicuri immediatamente la cessazione degli attacchi della Turchia in Rojava. Questo al fine di scongiurare il rischio di un vero e proprio genocidio".

Di fronte a questa terrificante e feroce aggressione, è indispensabile che, nel quadro di una mobilitazione generale a livello europeo e internazionale per porre fine ai crimini di guerra, con scopi apertamente genocidi, nei confronti del popolo curdo nonché per ottenere quanto prima la liberazione di Abdullah Öcalan, il leader storico del movimento curdo, si garantisca la massima riuscita alle due manifestazioni nazionali di Roma e Milano, indette per sabato prossimo 15 febbraio dai rappresentanti del popolo curdo in Italia. La Confederazione COBAS è particolarmente impegnata alla riuscita della manifestazione di Roma, per la quale diamo appuntamento a tutti i difensori della causa del popolo curdo per il corteo che partirà da P. La Malfa (Circo Massimo) alle ore 14.30

Piero Bernocchi   portavoce Confederazione COBAS


Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

martedì 11 febbraio 2025

POSSO DIRE QUALCOSA ANCH’IO, CITTADINO DI GAZA?

di R. ibn al-Masari

(10 febbraio 2025)

 

 ITALIANO - ENGLISH - FRANÇAIS - ESPANOL


Sono un arabo palestinese, mussulmano «laico» (se così si può dire), nato nella capitale della Striscia di Gaza (Madīnat Ghazza) da una famiglia di piccoli commercianti, a sua volta discendente da nomadi beduini. Mi sono laureato in Scienze sociali all’Università di Tel Aviv e sono sposato con una biologa. In arabo, il mio nome masari vuol dire «denaro», ma io ne ho molto poco. Sono cittadino, quindi, di uno dei più piccoli Stati esistenti al mondo: uno staterello lungo circa 41 km (Los Angeles è lunga quasi il doppio), con una popolazione che a ottobre 2023 superava di poco i 2 milioni. Benché così piccolo, il mio Paese è tuttavia il prodotto geopolitico di una storia plurimillenaria di continue guerre e occupazioni.

Un po’ di storia

Cominciarono gli egizi verso la metà del secondo millennio e rimasero per alcuni secoli, finché arrivarono i filistei (da loro deriva il nome di noi palestinesi), seguìti dagli assiri, gli israeliti, due volte ancora gli egizi, i babilonesi, i persiani, i greci-macedoni, i seleucidi, i maccabei, gli asmonei, i romani, i bizantini, gli islamici, i crociati, gli ayyubidi (curdo-mussulmani), i mongoli, i mamelucchi, gli ottomani e i mandatari britannici (1920-1948). Alcune di queste occupazioni hanno fatto migliorare la vita del mio popolo; altre lo hanno impoverito e portato alla disperazione.

Alla fine del Mandato britannico, la Risoluzione 181 dell’Onu stabilì nel 1947 che anche Gaza avrebbe fatto parte del nuovo Stato palestinese: un secondo Stato che sarebbe dovuto nascere accanto a quello d’Israele. Israele accettò la proposta dei due Stati, ma i principali Stati arabi del Medio Oriente - Egitto, Transgiordania, Siria, Libano e Iraq raccolti nella Lega araba(quindi senza l’Arabia Saudita e lo Yemen) - la respinsero e impedirono che nascesse lo Stato di Palestina. Questo perché esso avrebbe implicato il riconoscimento d’Israele e impedito le annessioni territoriali della regione palestinese che essi progettavano da tempo.

L’Egitto, in particolare, mirava a impadronirsi del territorio di Gaza, su basi puramente coloniali, senza alcuna giustificazione d’ordine geografico, storico o culturale... a meno che non si voglia richiamare la breve parentesi di occupazione tolemaica al tempo di Cleopatra VII, la celebre regina.

I 5 Stati arabi aggredirono il neonato Stato d’Israele nel 1948 - guerra subito condannata dall’Onu e, tra gli altri, dagli Usa e dall’Urss (che tramite la Cecoslovacchia aiutò militarmente Israele) - ma furono duramente sconfitti: fu la famigerata Nakba. E fu così che il mio Paese perse la grande occasione storica di diventare parte del nuovo Stato arabo-palestinese voluto dall’Onu. A nulla valse la nuova Risoluzione dell’Onu, la 194.

Nel 1949 Israele firmò armistizi separati con Egitto, Libano, Transgiordania (ormai Regno Hascemita di Giordania), Siria. E fu così che al mio Paese toccò in sorte d’essere occupato dall’Egitto.Ma nel 1967, al termine della Guerra dei sei giorni, il governo militare degli occupanti egiziani fu cacciato, solo per essere sostituito dall’occupazione israeliana, destinata a durare circa 27 anni. 

Anche la prima occupazione israeliana ebbe termine e, nel 1994, il mio Paese finalmente divenne indipendente - per la prima volta nella sua storia plurimillenaria - grazie agli accordi di Oslo del 1993. Questi istituivano l’Autorità nazionale palestinese e stabilivano il ritiro degli occupanti israeliani dalla nostra terra. L’accordo fu rispettato con qualche difficoltà da ambo le parti, ma col tempo  il ritiro degli israeliani divenne totale, cioè vennero smantellate anche le colonie abusive che erano state impiantate nel nostro territorio.

Purtroppo non fu fatto un referendum a favore dell’indipendenza e noi gazesi non fummo consultati sulla nascita del nostro nuovo Stato, ma era ovvio che saremmo stati tutti d’accordo su un tale meraviglioso evento storico. Finalmente liberi, autonomi e indipendenti: che emozione...

Un’indipendenza troppo breve

E invece l’autonomia - conquistata dopo più di tre millenni di sottomissione a occupanti stranierie e dopo tante tragedie - durò poco, anche se il primo governo della Gaza indipendente lo potemmo eleggere noi, nel 1996. Lo assegnammo al gruppo dirigente dell’Anp - vale a dire i rappresentanti della vecchia Organizzazione per la liberazione della Palestina (al Fatḥ) - raccolto intorno a Yasser Arafat (che, dopo la sua morte nel 2004, verrà sostituito da Abu Mazen).

Anche le elezioni presidenziali del 2005 furono vinte da al Fatḥ, che invece perse le successive elezioni politiche del 2006, a favore di un’organizzazione armata, nata nel 1987 come braccio operativo dei Fratelli mussulmani: Hamas. Questo gruppo sunnita e fondamentalista era avversario radicale dell’Olp, rifiutava la soluzione dei due Stati (quella che bene o male si era cominciato a mettere in pratica con l’indipendenza di Gaza, di alcune zone cisgiordane e di Gerusalemme est) e respingeva gli accordi di Oslo, che erano invece alla base della nostra conquistata indipendenza.

Nel suo Documento programmatico del 2017, al punto 20, si riproponeva l’idea della cacciata «dal fiume al mare» degli ebrei residenti in Israele, cioè il loro sterminio. Un proposito genocidache era già emerso con Amin al-Husseini, il gran Muftī di Gerusalemme, all’epoca in cui collaborava con le SS naziste e reclutava mussulmani per loro in Medio Oriente e in Bosnia. Le stesse idee, di «gettare a mare gli ebrei», erano state riprese poi da Ahmad al-Shukeiri, il primo presidente dell’Olp fino al 1967, quando fu sostituito da Arafat. Propositi disumani che la maggior parte, o perlomeno la parte migliore del mio popolo, respinge e che per fortuna non hanno alcuna possibilità di essere realizzati concretamente.

Nel 2007, dopo la vittoria elettorale di Hamas (dovuta soprattutto ai voti dei gazesi), il conflitto con l’Anp della Cisgiordania fu deciso dalle armi. Vi furono esecuzioni di militanti da entrambe le parti, ma non poteva che vincere Hamas, data la superiorità militare delle sue squadre addestrate al terrorismo e l’aiuto finanziario ricevuto dall’Iran.

La dittatura di Hamas

Hamas prese il controllo totale di Gaza e vi instaurò una dittatura islamica fondamentalista, impegnata soprattutto a organizzare la lotta contro Israele, intesa come sterminio degli ebrei israeliani.

Noi gazesi non avevamo avuto alcuna possibilità d’impedire lo scontro militare con l’Olp ed eravamo rimasti passivi di fronte a una guerra fratricida tra palestinesi. Né potevamo ancora immaginare quale immane tragedia stesse preparando per il nostro popolo la vittoria militare di Hamas.

Restammo passivi anche negli anni seguenti, mentre il nuovo governo del nostro piccolo Stato faceva uso delle sue ingenti risorse finanziarie (un bilancio di circa due miliardi dollari l’anno, provenienti dagli Stati arabi, dalla Ue, dagli organismi delle Nazioni Unite e soprattutto dall’Iran) per aumentare il proprio arsenale bellico, scavare i tunnel sotterranei e organizzare gli attentati e il lancio di missili contro Israele, invece di utilizzarli per migliorare la vita sociale dei gazesi. Molti osservatori hanno affermato che con quella massa di denaro si sarebbe potuto imprimere un grande sviluppo economico alla Striscia di Gaza e cambiare il destino del nostro popolo. Di questo grande crimine «economico» fu corresponsabile il governo di Netanyahu, che tramite il Qatar facilitò l’afflusso di denaro ad Hamas allo scopo di indebolire l’Anp cisgiordana e il regime di Abu Mazen.

Di questa follia, comunque, frutto di cecità politica, hanno parlato i giornali di tutto il mondo. E lo stesso governo d’Israele si è dovuto pentire amaramente: se bloccato in tempo, Hamas non avrebbe potuto compiere il pogrom antiebraico, con tutto ciò che ne è seguìto.

Il pogrom del 7 ottobre

Il 7 ottobre 2023 Hamas ha dichiarato guerra a Israele, uccidendo nel territorio israeliano in maniera atroce (con stupri, squartamenti e torture di ogni genere, incluso contro donne e bambini) circa 1.200 cittadini inermi e rapendo come ostaggi 254 civili.

L’immagine che è stata data al mondo esterno di noi mussulmani palestinesi, come barbari assassini, è orribile. Va però fatto sapere al mondo che a noi gazesi non appartenenti ad Hamas non è stata data la benché minima possibilità di intervenire o far sentire la nostra voce. La feroce iniziativa di Hamas non dev’essere attribuita all’intero popolo di Gaza: in una situazione democratica e non di dittatura militare forse l’avremmo impedita. Ma la speranza di una democrazia per il mondo palestinese - inclusa l’Anp cisgiordana - è ancora molto lontana dal realizzarsi.

Hamas ha dichiarato guerra a Israele, ben sapendo che era una guerra impossibile da vincere e che essa avrebbe provocato morte e distruzione nel nostro Paese. Era stato messo in bilancio che decine di migliaia di noi civili sarebbero morti, solo per poter conservare gli ostaggi. Tutto ciò senza avvisare noi gazesi, lasciati inermi davanti alla prevedibile rappresaglia israeliana. La quale è andata molto oltre le aspettative di Hamas (e forse dell’Iran suo burattinaio) e ha portato alla morte di decine di migliaia di gazesi, più della metà dei quali non appartenenti alle milizie fondamentaliste.

Per ostacolare la rappresaglia, Hamas ha usato cinicamente masse di civili di gazesi (anche donne e bambini) trasformando scuole, ospedali e altri centri di vita sociale in scudi umani contro i bombardamenti israeliani.

È ormai chiaro, però, che la decisione di sacrificare decine di migliaia di vite umane gazesi è stata presa da Hamas a nostra insaputa e non aveva niente a che vedere con gli interessi del nostro popolo. Lo scopo principale dell’azione, infatti, doveva essere, nell’immediato, d’interrompere la distensione tra Israele e l’Arabia Saudita; in prospettiva, di aiutare il progetto genocida antiebraico dell’Iran. Ma questo potrà realizzarsi solo il giorno in cui l’Iran disporrà delle armi nucleari e il regime dei mullah deciderà quasi certamente di autoimmolarsi pur di far scomparire Israele dalla faccia della Terra. Credo che nessuno dei gazesi militanti di Hamas si renda conto che il fanatismo dell’Iran porterà alla distruzione anche di Gaza, del mondo palestinese e forse scatenerà una guerra nucleare di più vaste dimensioni.

Netanyahu ha gravissime colpe per il massacro indiscriminato di civili gazesi, che non può essere giustificato dalla volontà di liberare gli ostaggi, a fronte del rifiuto di trattative da parte di Hamas - fin dall’inizio e lungo protratto - e soprattutto della passività degli organismi internazionali, ai quali va attribuita una grande responsatà per le stragi che hanno colpito il mio popolo. Resta il fatto, però, che Hamas non ha voluto deliberatamentebloccare i massacri del nostro popolo, facendo l’unica cosa che il governo israeliano chiedeva legittimamente: la liberazione degli ostaggi ancora vivi.

Di questa possibilità di fermare le stragi si è avuta la conferma indiscutibile con l’attuale tregua: è bastato promettere la liberazione di una trentina di ostaggi per ottenere la sospensione immediata delle operazioni militari. Se Hamas lo avesse fatto subito - o se addirittura non avesse preso ostaggi - oggi sarebbero ancora vivi decine di migliaia di palestinesi di Gaza, miei concittadini e confratelli mussulmani. Se volessi fare una graduatoria dei colpevoli per quanto è avvenuto a Gaza, metterei al primo posto Hamas/Iran, poi gli organismi internazionali (che in questa vicenda hanno perduto ogni residua credibilità) e infine il governo israeliano. Delle manifestazioni di sostegno ad Hamas e delle dichiarazioni antiebraiche in giro per il mondo (a partire dai campus statunitensi) non voglio nemmeno parlare.

La questione degli ostaggi

Tutto ciò mi porta a formulare un’ipotesi, forse cinica perché fondata sul computo delle vittime, in un contesto di totale inumanità: se Israele avesse deciso di sacrificare gli ostaggi - come aveva fatto in un lontano passato, quando rifiutava di trattare, come per es. alle Olimpiadi di Monaco nel 1972 - si sarebbero risparmiate alcune migliaia di vite umane?

Probabilmente sì. È terribile ammetterlo, ma - dopo aver verificato che Hamas non intendeva cedere gli ostaggi e che il mondo intero, a partire dalle Nazioni Unite, non intendeva muoversi per liberarli - decine di migliaia di vite umane sarebbero state risparmiate se Israele avesse rinunciato a salvare gli ostaggi e bombardato a fondo, fino a distruggere completamente i tunnel dei terroristi estesi per centinaia di chilometri.

Delle migliaia di soldati israeliani uccisi o feriti, quanti si sarebbero salvati? e degli oltre 40.000 gazesi uccisi, quante migliaia sarebbero sopravvissute?

Il quesito orrendo, ma imposto dall’azione di Hamas, è il seguente: sarebbe stato giusto sacrificare i circa 200 ostaggi (metà dei quali è stata comunque fatta morire in condizioni disumane) ed evitare così la morte di alcune centinaia di soldati israeliani e di alcune decine di migliaia di miei connazionali? Il ragionamento è cinico, ma quando si tratta di salvare vite umane si deve avere il coraggio di esaminare tutte le ipotesi possibili, senza ipocrisie.

Il governo di Netanyahu, però, non ha voluto o non ha potuto esaminare alternative per la liberazione degli ostaggi, perché premuto dai fanatici religiosi dell’estrema destra israeliana e dai famigliari degli ostaggi che hanno cominciato a manifestare fin dal primo giorno, come è umanamente comprensibile. Il risultato è sotto gli occhi di tutti e non richiede commenti.

Per il futuro sono molto preoccupato, sia perché noi gazesi continuiamo ad essere tiranneggiati da Hamas, sia perché il governo israeliano non dichiara ufficialmente che d’ora in avanti non accetterà più trattative per i sequestri di ostaggi. In assenza di una tale dichiarazione ufficiale, infatti, i sequestri riprenderanno su più ampia scala e diventeranno l’arma favorita dei tanti gruppi terroristici antiebraici. Ciò sarà favorito dal ritorno in attività di migliaia di militanti di Hamas e sarà alimentato dalla comprrensibile rabbia dei gazesi che hanno visto morire i loro famigliari e distruggere le loro abitazioni. Sembra incredibile, ma è interesse di noi gazesi che Israele dichiari di non accettare più di trattare sui rapimenti di ostaggi. Il prezzo che abbiamo pagato questa volta per l’azione di Hamas non dobbiamo più pagarlo.

Le macabre manifestazioni di gioia

A ogni liberazione di ostaggi viene organizzata da Hamas una manifestazione di giubilo popolare, con folle di individui festanti che inneggiano a questo vile e orrendo crimine. Ciò fa sì che l’immagine di noi gazesi, che viene fornita agli occhi del mondo, è quella di un popolo barbaro, disumano e ancora avvolto in ideologie feudali. Sembriamo peggio della plebe che nell’Antichità godeva alla vista dei martiri condotti in pasto alle belve,negli anfiteatri romani durante i circenses.

Senza contare che noi gazesi sembriamo gioire di un’impresa criminale che ha portato alla morte decine di migliaia di nostri connazionali. Non vedo rispetto per la memoria di coloro che sono morti sotto le bombe o durante gli esodi di massa. Invece di festeggiare dovremmo dichiararci in lutto a tempo indeterminato, coinvolgendo nel lutto tutto il mondo arabo palestinese. Questa sarebbe l’immagine umana di noi gazesi che dovremmo offrire al mondo e non quella di folle urlanti e feroci che si ammassano intorno a delle povere vittime, sopravvissute a oltre un anno di disumana prigionia.

È la regia di Hamas che organizza queste lugubri manifestazioni di giubilo, ma, ancora una volta, noi gazesi non abbiamo alcuna possibilità di impedirle. A protestare si verrebbe uccisi immediatamente. Da noi non è come in Israele dove, nonostante la guerra, si possono fare manifestazioni contro il governo anche tutti i giorni, e addirittura uno sciopero generale. Quando arriveremo anche noi arabi palestinesi a questo grado di maturità civile e democratica?

Per impedire questi orrendi crimini di Hamas, a noi abitanti di Gaza non è stata data alcuna possibilità di intervenire, sia per la totale assenza di democrazia nel nostro piccolo Stato, sia per reponsabilità degli organismi come Nazioni Unite, Croce Rossa, Amnesty International, Tribunale dell’Aia, Vaticano, Ong varie, e tutte quelle organizzazioni internazionali che non solo non hanno fatto nulla per costringere Hamas a liberaregli ostaggi, ma nemmeno hanno chiesto di poter incontrare i prigionieri rapitio, facendo appello al diritto umanitario. Chissà quante migliaia di gazesi sarebbero ancora vivi se tutti costoro (da António Guterres a papa Francesco) o solo alcuni di essi avessero fatto qualcosa per ottenere la liberazione degli ostaggi.

Quale futuro?

Ebbene, nonostante tutto ciò, si continua a non voler sentire la voce di noi gazesi riguardo al nostro futuro: se dobbiamo restare qui, in un paese distrutto e da ricostruire nei prossimi 15 anni (ma chissà quanti di più...), oppure cominciare altrove una nuova vita. È una scelta importante e quindi è un’altra ragione per la quale questa volta il nostro futuro dobbiamo deciderlo noi.

Se l’alternativa è tra 1) vivere in campi profughi, in un territorio devastato, inquinato dalle macerie, pieno di bombe inesplose, per giunta ancora tiranneggiati da Hamas e col pericolo di tornare ad essere massacrati ogni volta che vi saranno nuovi rapimenti di ostaggi; oppure 2) andare a vivere in un altro paese arabo, in villaggi civili, in case prefabbricate, con posti di lavoro e assistenza sociale assicurata, e senza più la dittatura del fondamentalismo islamico - ebbene, la scelta che noi gazesi dovremmo fare, e probabilmente faremmo, è quasi ovvia.

Ma, ripeto, questa dev’essere esclusivamente una scelta nostra, avendo chiare le alternative. Dovremmo poter discutere tra noi abitanti di Gaza, senza le minacce dei capi d Hamas (gli stessi che nei primi giorni tentarono di fermare l’esodo dei gazesi che fuggivano verso il sud, ordinando loro di restare a morire sotto le bombe) e senza condizionamenti da parte di osservatori esterni. Questi non hanno alcun titolo per intervenire nelle nostre vicende, ma non perdono l’occasione di dire qualcosa. E qui intendo riferirmi alla valanga di esclamazioni indignate con cui è stata accolta la proposta di Trump riguardo al trasferimento dei gazesi sopravvissuti in una parte del mondo più accogliente.

Trump è Trump ed è ovviamente libero di proporre ciò che vuole, anche se in genere non è attendibile e inoltre non traduce in pratica molte delle sue esternazioni. Ma è scandaloso il modo in cui è stata ridicolizzata la sua proposta per Gaza, per giunta deformandola a piacimento, senza affrontare una discussione seria al riguardo. Sembra incredibile, ma finora è stato l’unico leader politico ad essersi posto il problema concreto del nostro futuro, giusta o sbagliata che sia la soluzione proposta, realizzabile o irrealizzabile.

Che sarà di Gaza, se noi e la nuova generazione dovremo vivere in una terra devastata, ancora sotto la tirannia di Hamas (o comunque si chiamerà una qualche nuova sigla fondamentalista), in un regime di dittatura e di terrore? Agli indignati ciò non interessa: sono troppo innamorati della propria indignazione per potersi porre il problema concreto di cosa si può fare per far vivere finalmente in condizioni civili, democratiche e umanamente decenti i gazesi sopravvissuti.

Tutta l’indignazione che esplode ora, e che non vi è stata in precedenza per le stragi provocate a Gaza dall’azione di Hamas, appare come un’offesa ulteriore alla memoria delle decine di migliaia di vittime innocenti. Che tacciano una buona volta i benpensanti indignati - che nell’inferno della Gaza attuale non andrebbero a vivere nemmeno per un giorno - e lascino a noi gazesi il compito di esaminare collettivamente, con calma e lucidità, quale potrebbe essere il destino migliore per noi.

L’alibi dei «due Stati»

E che tacciano una volta per tutte i propagatori della «teoria dei due Stati». Questa è diventata ormai solo un alibi per salvarsi l’anima e non affrontare concretamente il futuro degli arabi palestinesi.

Nel 1947-48 ci fu l’ultima possibilità di creare un autentico Stato palestinese, ipoteticamente nella Transgiordania di allora. Israele disse di sì, la Lega araba disse di no e aggredì Israele. Da allora la teoria dei due Stati è diventata uno slogan vuoto, buono per mettersi a posto la coscienza, ma irrealistico: due Stati, entrambi confessionali e ostili tra loro, non porterebbero altro che a nuove guerre.

Guerre che saranno vinte sempre dagli israeliani, ma questa non è una buona ragione per alimentare il sorgere di nuovi conflitti in Medio Oriente. Soprattutto ora che tutti i principali Stati arabi hanno riconosciuto o si accingono a riconoscere Israele. Questa è una grande novità rispetto al 1948, al 1967, al 1973 ecc. L’unico bastione irriducibile, fautore del genocidio antiebraico, rimane l’Iran degli ayatollah. Di questo si deve tener conto, quando si parla del futuuro di Gaza. E forse si avvicina il giorno in cui vedremo finalmente una coalizione degli Stati arabi compreso Israele- divenuto nel frattempo Stato multietnico (formula più precisa che «multinazionale»), possibilmente laico e includente i palestinesi -  impegnata a far crollare il regime teocratico dell’Iran. In ciò, la coalizione arabo-israeliana sarà aiutata dal fatto che la maggioranza del popolo iraniano è fortemente ostile a tale regime.

Ma la prova decisiva che dimostra l’ipocrisia di chi si nasconde dietro la teoria dei due Stati, sta nel fatto che nessuno ha il coraggio di dire concretamente dove dovrebbe sorgere un vero e proprio Stato palestinese, in quale luogo. E questo perché tale luogo non esiste, a meno che l’Arabia Saudita non acconsenta - come è improbabile - a cedere una parte del suo immenso e disabitato territorio. (Richiesta già fatta arrivare da Trump a Mohammad bin Salman, per i gazesi, e momentaneamente respinta al mittente.)

Tuttavia, se ancora si avevano dubbi sull’insensatezza della teoria dei due Stati, ciò che è avvenuto nello staterello di Gaza dovrebbe averli fugati del tutto: appena Israele si è ritirato completamente dal territorio gazese, un colpo di forza militare ne ha passato la guida ad Hamas. E il controllo di Gaza è servito ad Hamas per preparare l’aggressione militare, incurante dei prezzi che la popolazione avrebbe pagato, anzi includendo tali prezzi nella strategia politica. Una strategia disumana che ha finito col ritorcersi contro Hamas stesso che ha avuto perdite enormi (oltre 15.000 militanti morti) e non ha più il controllo totale del territorio. Può solo consolarsi di non essere ancora scomparso, come invece aveva promesso Netanyahu.

È facile profezia prevedere che Israele non accetterà mai più di ripetere l’errore fatto con Gaza. E per quanto paradossale ciò possa sembrare, i primi ad avvantaggiarsene saranno proprio i gazesi che in questi mesi di morte e distruzione avranno maledetto in cuor loro il giorno in cui Israele si è ritirato da Gaza e ha lasciato il campo libero ad Hamas: doveva essre l’inizio dell’indipendenza e invece si è trasformato nel massacro del nostro popolo e nelle distruzione del nostro Paese.

Conclusione provvisoria

Tutto ciò mi porta a ripetere e a concludere che d’ora in avanti dovremo fare di tutto per decidere noi gazesi il nostro destino. E questo ben sapendo che tenteranno di impedircelo le migliaia di ex prigionieri, militanti di Hamas, tornati in libertà e intenzionati ancora a uccidere ebrei (anche civili), palestinesi oppositori, gazesi informatori veri o presunti. Non si dimentichi, infatti, che la fucilazione in pubblico di alcuni «collaborazionisti» è stata la prima cosa fatta appena iniziata la tregua, per dare un segnale chiarissimo: Hamas continua ad avere il potere assoluto sui gazesi (anche se non più su Gaza) e verrà eliminato chiunque non obbedisca ciecamente.

In queste condizioni sarà ovviamente quasi impossibile per noi gazesi decidere del nostro futuro. Mentre l’assenza di canali di espressione democratica, anche minima, rischia di lasciare campo libero ai vari Trump, agli anti-Trump e più in generale agli indignati di professione (quelli, ripeto, innamorati soprattutto della propria indignazione).

Riuscirà il mio popolo a esprimersi finalmente in forma autonoma dopo circa tre millenni di sudditanza e oppressione?

Inshallah 

روبرتو بن المساري

 

ENGLISH

sabato 8 febbraio 2025

A THOUSAND DAYS OF RUSSIAN AGGRESSION AGAINST UKRAINE

By Oleg Vernyk


November 19, 2024 was a sad date for the Ukrainian people: exactly one thousand days have passed since the aggression of Russian imperialism against Ukraine on a large scale. Of course, the language of numbers is not able to fully illuminate that tectonic fracture in the lives of millions of people who faced the biggest European catastrophe since World War II. However, it is the language of numbers that helps to properly immerse us in the context of the problems of the current Russian-Ukrainian war.


• During these 1,000 days, the fighting covered approximately 109,059 km2, 18% of the entire territory of Ukraine. Since February 24, 2022, they have been taking place on the territory of 11 out of 24 Ukrainian regions. They are currently continuing in five regions - Kharkov, Lugansk, Donetsk, Zaporizhia and Kherson. The Chernihiv, Sumy, Dnipropetrovsk and other regions are also under regular attacks with high-precision missiles and bombs.

• Remaining under occupation are the 66,932 km2, 11% of the total territory, which the Russians captured after the start of the invasion. In total, since 2014, Russia has occupied 10,725 km2 of Ukrainian territory (18.3%), including the Autonomous Republic of Crimea, and the territories of Donetsk and Lugansk regions.

• According to UN reports, at least 12,162 Ukrainian civilians have been killed and 26,919 wounded during the full-scale war as of the end of October 2024, figures that do not include deaths in Mariupol. The Russians have carried out more than 1,600 shellings of residential buildings in the rear or frontline areas with which as of November 18, 2024 they have killed at least 2,600 civilians.

• According to the Prosecutor General’s Office of Ukraine, at least 593 children have died, another 1,686 were wounded, many were deported and more than 20,000 Ukrainian children illegally taken to Russia have been identified.

• According to the Operational Data Portal, 6.79 million Ukrainians became refugees, the vast majority of whom found asylum in European countries. Another 560 thousand left for countries in North and Latin America, Africa, Asia and Australia.

• According to the Office of the Commissioner for Human Rights, during the invasion, the Russians destroyed about 250 thousand residential buildings. This includes buildings destroyed by shelling and those washed away after the Kakhovka hydroelectric power station was destroyed on June 6, 2023.


One could go on for a long time with these horrifying statistics on Russian imperialist aggression. The language of figures is merciless in its verdict on the aggressor, but it is clearly insufficient to describe the heroism of the resistance shown by the Ukrainian people. Let us recall that at the beginning of the Russian aggression the Western intelligence services of the NATO countries predicted that the resistance would not last more than a week. Today, there is more and more information about the agreement between Western imperialism and Russian imperialism on the eve of Russia’s full-scale invasion of Ukraine. In 2014, U.S. President Barack Obama categorically prohibited (“did not recommend”) post-Maidan Ukrainian authorities to offer armed resistance to the Russian army in the occupation of Crimea. Much later, i.e. in 2023, Obama tried to justify his policy by the significant number of pro-Russian people in Crimea. Russian imperialism, as is traditional for it, first sent troops and seized all strategic facilities in Crimea, achieved the withdrawal of Ukrainian units without resistance, under US guarantee, and only then organized a pseudo-referendum on the “annexation of Crimea to Russia”. Even according to bourgeois international law, referendums held under military occupation lack legal force and their results of validity. With the occupation Putin trampled on and annulled the right of the Crimean people to real self-determination. Not to see in the situation of 2014 the obvious complicity of Western imperialism with Russian imperialism is to “put on rose-colored glasses” and ignore the analogies with the Munich Agreements of 1938.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

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a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.